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Agguato dei Taleban a un convoglio.
Fra le vittime anche una giornalista del Corriere?
su l'Unità

Purtroppo col passare del tempo, trova conferma la notizia diffusa in mattinata: i taleban avrebbero attaccato un convoglio che trasportava un gruppo di giornalisti da Kabul a Jalalabad. Fra le vittime ci sarebbe anche l'inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli.


Un deposito di gas nervino nella base di Osama
Maria Grazia Cutuli sul
Corriere della Sera

FARM HADA (Afghanistan) - Gas sarin : la scritta in caratteri cirillici appare su un'etichetta rossa, incollata su una scatola di cartone. Dalla confezione spuntano venti fialette di vetro, simili a piccoli termometri, riempite di liquido giallo e pastoso. È una delle sostanze più velenose e letali prodotte in laboratorio. Un gas nervino, un'arma chimica capace di uccidere al solo contatto con la pelle. È stata trovata dal Corriere della Sera e dal quotidiano spagnolo El Mundo dentro uno dei più grandi campi di Osama Bin Laden in Afghanistan, una base abbandonata dopo la frettolosa ritirata dei talebani da Jalalabad. Una scatola intera, forse dimenticata durante la fuga. Oppure lasciata apposta, come segno di avvertimento ai futuri profanatori.
L'abbiamo scoperta a Farm Hada. Un posto sperduto in mezzo a una landa rocciosa, a un'ora di macchina dalla città. Ci arriviamo percorrendo una pista di sabbia che si addentra per chilometri in una vallata bruciata dal sole. Un'area inaccessibile fino a qualche giorno fa.
Off-limits per chiunque non fosse parte della rete di Osama. Ora troviamo solo un check-point, controllato dai mujaheddin e una vecchia sbarra di ferro a bloccare l'entrata. I miliziani ci salutano, sorridono, lasciano che il nostro fuoristrada passi senza troppe obiezioni. Oltre la barriera, piccole colline desertiche costellate da muraglie quadrate, mimetizzate sullo sfondo di un paesaggio ocra: caserme, baracche d'argilla protette da vecchi carri armati.
L'autista guida lungo mulattiere tortuose. Si ferma davanti a una fila di nicchie sterrate sul fianco di una montagnola. Da lontano sembrano tunnel. In realtà sono trincee zeppe di pezzi di artiglieria, bossoli, proiettili di granata. Una sorta di barriera difensiva, dietro la quale si nasconde una banchina di cemento, circondata da muri di argilla, con un cancello di ferro chiuso da un catenaccio. Attorno, container di metallo, una casupola che doveva servire come posto di guardia e una baracca dal tetto di lamiera, stipata di munizioni.
Gli arabi devono essersene andati in fretta da Farm Hada. Un'armata allo sbaraglio, se per terra c'è ancora una scodella incrostata di cibo, un mucchio di stracci, e poco lontano, gettati alla rinfusa, mine, ordigni esplosivi. E' qui che appare la scatola di cartone.
Non riusciamo a capire che cosa contiene. Il giornalista del Mundo , Julio Fuentes, la incide sul lato, tirando fuori ad una ad una le fialette in vetro bianco, ampolle sottili come siringhe da insulina, strozzate alle estremità e isolate una dall'altra dentro piccoli scomparti di cartone. Ne contiamo una ventina.
È l'etichetta attaccata alla confezione a rivelare il contenuto: gas sarin, scritto in russo, e, sotto, l'indicazione sull'antidoto da usare, l'atropina, l'unica sostanza capace di contrastare gli effetti letali.



Kunduz sotto assedio, massacri e suicidi
Francesco Battistini sul
Corriere della Sera

QUETTA - C'era un dottore, a Kunduz. Da 40 giorni non faceva che tagliare gambe senza morfina, levare milze senza garze, abbassare per sempre le palpebre di corpi maciullati dai B-52. Via un ferito, sotto un altro. Mai una sosta, in un ospedale che un tempo riceveva i farmaci dall'Onu ma ora è vuoto di tutto, dicono i rapporti di Médécins sans frontières, e non ha di che curare i malati normali, immaginarsi le vittime di guerra. Un giorno, dal dottore hanno portato un combattente della jihad , un eroe talebano colpito duro nelle trincee che circondano la città. Il medico però, e gli scampati neanche ricordano come si chiami, non ha capito o forse non ha voluto capire che sotto le bombe non si è tutti uguali. E che davanti alla morte, pure lì, ci sono delle precedenze. «Dottore, spicciati!», devono avergli gridato i camerati del ferito. Non si è spicciato. «L'hanno ammazzato come un cane», raccontano i sopravvissuti.
Kunduz è nel delirio delle città assediate: cinque anni di terrore, sei settimane di morte dal cielo, 4 giorni d'assedio mujaheddin ne fanno già la Stalingrado di questa blitzkrieg . Il comandante Daun e l'Alleanza del Nord sono arrivati mercoledì scorso alla periferia e sulle colline intorno, hanno bloccato le vie di fuga e dato un ultimatum, poi un altro. I 50 mila abitanti di Kunduz, i 3 mila arabi che li tengono in ostaggio, i 60 carri armati e i 150 pezzi di artiglieria pesante che i talebani vi custodiscono, sono le bandierine che mancano alla strategia del Fronte unito: sfondare qui sarebbe il semaforo verde agli aiuti umanitari, sulle due strade fondamentali che a settentrione collegano Kabul con il Tagikistan e Mazar-i-Sharif con Taloqan. Tre F-16 e un B-52 hanno così scaricato una quantità impressionante di bombe, sabato notte. E dalle otto di ieri mattina, per tre ore, si sono udite esplosioni ogni 5 minuti. Da lontano, si sono visti soldati saltare dalle trincee di Khanabad, 20 chilometri dalla città, scappare in cerca di rifugio, mentre l'Alleanza guadagnava altro terreno e piazzava nuovi tank.

Ben venga l'amica morte, dunque. Ben venga, nelle forme più spaventose.
Una ha quasi dell'incredibile ed è il suicidio di massa: come gli ebrei assediati sulla rocca di Masada, che si martirizzano pur di non finire in pasto alle centurie romane, qui si racconta di venticinque talebani che si sarebbero sparati l'un l'altro. O di sessanta volontari ceceni trovati nelle acque dell'Amu, l'antico fiume Oxus, i corpi che galleggiano e alcune testimonianze raccolte che parlano di un annegamento cercato. La storia è tutta da verificare, ma il refrain in vent'anni di guerre afghane è sempre stato la paura di cadere nelle mani del nemico, chiunque esso fosse: evirazioni, scorticature, mutilazioni non vengono mai risparmiate prima del colpo di grazia. La ferocia di quel che accade a Kunduz, del resto, sta nelle parole di chi è scappato a Bangi, un villaggio a metà della strada per Taloqan. Nei giorni scorsi, si era saputo che gli arabi di Al Qaeda, i pakistani, i ceceni sgozzavano i disertori. Ahmed Khan, un profugo, ha visto i fedelissimi di Osama Bin Laden massacrare centocinquanta (altri dicono trecento) soldati talebani che tentavano di fuggire: Mirai Nasery detto «il generale», comandante militare della città, ha dato l'ordine di sparare su quei poveracci quand'erano già di corsa, il cuore in gola verso le postazioni dell'Alleanza del Nord.



Inseguito da un aereo spia così fu giustiziato Atef
Antonio Polito su
la Repubblica

LONDRA — Come un falco in cerca della preda, il «drone» volteggiava da due giorni sulla testa del «wanted» numero 2, il vice militare di Bin Laden. A dispetto del suo nomignolo, che vuol dire «ronzio», il Predator è un aereo che non si sente. E non si vede, se la luna nuova del Ramadan non è ancora spuntata. E' un giocattolo telecomandato, il pilota non è a bordo, ma a migliaia di chilometri di distanza, in una base della Florida. Instancabile, capace di stare in volo per ventiquattr'ore di seguito, scattava foto senza sosta dal momento della caduta di Kabul. Cercava qualcosa di interessante. Il racconto pubblicato ieri dal Sunday Times, degno della sceneggiatura di Mission Impossible, spiega per la prima volta come l'ha trovato, e come l'ha distrutto.
Tra le migliaia di uomini in turbante in fuga scomposta dalla capitale, gli analisti della Cia, nei loro uffici di Langley in Virginia, avevano deciso di non mollare uno strano convoglio di jeep, in movimento lento e furtivo su strade polverose e minori, ansioso di evitare satelliti e bombardieri. Ci aveva messo due giorni a fare meno di cento miglia, sulla strada da Kabul verso Kandahar.

All'una di notte di giovedì scorso, nella più totale oscurità, il convoglio si ferma davanti a un piccolo albergo a tre piani, in una città il cui nome non è stato rivelato, ma che si ritiene sia Gardez, roccaforte Taliban, nella provincia montagnosa di Paktia, cuore della terra dei Pashtun. Dall'alto il Predator scruta quel piccolo punto di luce nella notte, segnala la fonte di calore di molte altre jeep nel parcheggio, fotografa decine di combattenti armati che passeggiano nervosamente avanti e indietro, come autisti e guardie del corpo di uomini politici che aspettino impazienti la fine di un «meeting».

Intorno a Kabul volteggiano da molte ore tre caccia F15 Strike Eagle, «top gun» dell'aviazione Usa, riforniti costantemente in volo per essere sempre pronti all'azione. Ricevono l'ordine di colpire. Planano tenendo l'hotel nel mirino del sistema elettronico di puntamento, e rilasciano ognuno un'unica bomba, ma intelligente: la GBU15, duemilacinquecento libbre di esplosivo portate per mano da una telecamera a raggi infrarossi, piazzata sul naso dell'ordigno. L'hotel, con tutto ciò che contiene, è incenerito. Il Predator, che non ha più niente da spiare, completa l'opera scaricando i suoi due missili Hellfire sul parcheggio e distruggendo le auto. Obiettivo centrato, operazione perfetta, un centinaio di vittime, i militari si congratulano.

Il generale di Bin Laden; il suocero del rampollo del capo, cui ha dato in sposa una figlia; lo stratega militare che aveva studiato nel dettaglio l'Apocalisse di New York, riposa tra i detriti e i calcinacci, come le migliaia di americani che ha ucciso nelle Twin Towers. Per una micidiale vendetta del destino, l'uomo che aveva portato la morte dal cielo l'ha ricevuta dal cielo: di aerei aveva colpito e di aerei è perito. Da lui Mohammed Atta, il «pilota» della spedizione punitiva sull'America, aveva ricevuto l'ordine finale di azione in un «vertice» svoltosi in Afghanistan. Da lui i bombaroli che ridussero in cenere due ambasciate americane in Africa nel 1988 avevano avuto la licenza di uccidere. Era stato lui ad addestrare in Somalia le tribù armate che tanto filo da torcere diedero agli americani e uccisero 18 «rangers». Mohammed Atef, 57 anni, non ha visto la luna nuova del Ramadan, preceduta dall'astuzia di un Predator.


Kosovo, vince Rugova e subito chiede l'indipendenza
red su
l'Unità

Il leader albanese moderato Ibrahim Rugova ha vinto le elezioni generali
in Kosovo. E nella sua prima dichiarazione pubblica ha reclamato l'"immediata" indipendenza della provincia. Una vittoria scontata, la sua, sin dalla vigilia, ma che Rugova presenta addirittura come un trionfo, affermando che secondo informazioni preliminari la Lega democratica (Ldk) avrebbe ottenuto addirittura il 70% dei consensi. Una valutazione forse destinata ad essere ridimensionata dai risultati ufficiali, attesi non prima di domani.

Le proiezioni della notte scorsa (definite "attendibili" dall'Osce) assegnavano a Rugova tra il 46 e il 48%. La guerra delle cifre non è irrilevante, perchè, se la vittoria di Rugova è ormai certa, la sua misura è decisiva per prevedere i futuri scenari politici interni. Per eleggere il prossimo governo senza dover avviare defatiganti trattative con gli avversari politici, a Rugova è sufficiente ottenere il 51% dei voti; ma per riuscire ad essere eletto presidente ha bisogno di quel 70% che per il momento non viene confermato.
Quali che siano le eventuali, future alleanze, appare tuttavia scontato che il blocco albanese controllerà la stragrande maggioranza dei 120 seggi del Parlamento: ai serbi, che avrebbero raggiunto un ragguardevole 8% dei voti, potrebbero essere assegnati intorno ai 20 posti, comunque insufficienti per condizionare in alcun modo le decisioni dell'assemblea.
E l'obiettivo di tutti i partiti albanesi (evidentemente non solo di Rugova), resta quello dell'indipendenza, anche se contemporaneamente dovranno ora dimostrare, senza più alibi, l'effettiva volontà di tutelare le minoranze.



L'assalto alla magistratura
La giustizia e il caso Taormina  
Giorgio Bocca su
la Repubblica

BANDIERE americane in piazza, saluti e pianti per i nostri soldati che vanno alla guerra, unione patriottica con il tricolore in ogni casa: è l'ora giusta per scatenare l'ultimo assalto all'autonomia della magistratura.
L'ordine viene dal presidente del Consiglio che in pubblica missione a Granada è uscito in una sparata violenta contro la magistratura, quella cattiva, si intende, quella comunista, quella che negli anni Novanta ha condotto, dice lui, una vera guerra civile contro i partiti democratici e occidentali, e quindi vuol dire lui, antiamericana e pro terroristi. La sparata di fronte alla stampa mondiale era così isterica o così premeditata che l'ospite spagnolo Aznar ha dovuto tirarlo per un braccio. Ma il nostro non è un ingenuo, sa che il ferro va battuto finché è caldo. Lui lo sta scaldando da anni, ma adesso che è giunta l'ora del corpo a corpo vengono in prima linea anche gli altri, i beneficati della vittoria elettorale di Forza Italia, gli avvocati che ha arricchito e portato al governo.
Ecco perché Carlo Taormina, avvocato di fiducia e sottosegretario agli Interni, persona astuta e circospetta, esce fori da matto e chiede l'arresto dei giudici milanesi che osano proseguire nei processi agli avvocati di corte berlusconiana Previti e Pacifico.

L'assalto alla magistratura è in corso e stavolta, magari obtorto collo, devono parteciparvi anche gli alleati. Quel Bossi che si vantava di aver scoperchiato il letamaio socialista, quel Fini che rivendicava alla destra neofascista di avere «le mani pulite», chissà perché, ma questo non ci è stato ancora spiegato, risparmiato dalla losca manovra dei magistrati comunisti. E devono portare il loro contributo anche i ministri in doppiopetto come Frattini anche lui contro i giudici che si ribellano alla Costituzione, ma non alla decenza

… per il capo del governo l'unico vero nemico, l'unico vero ostacolo sulla strada che porta alla presidenza della Repubblica, cioè a una Repubblica regale, con un capo dello Stato al di sopra di ogni inquisizione, assolutamente protetto da ogni possibile lesa maestà è la magistratura con quei suoi ordinamenti sovversivi che sono la obbligatorietà dell'azione penale e la divisione fra la inquirente e la giudicante, è in buona sostanza l'autonomia dei giudici. Dei nemici politici il capo del governo non si preoccupa anche se continua a pestarli e a irriderli. E probabilmente ha ragione se il nuovo segretario dei Ds confidava alla nostra Concita De Gregorio che per lui Giuliano Ferrara è uno di sinistra con cui spera di ritrovare un accordo. Silvio Berlusconi è da sempre convinto di essere il secondo solo dietro Dio, forse perché non crede in Dio. Ha deciso sin dalla più tenera età di diventare un re di denari, il più ricco dei re di denari e ci è riuscito, ha deciso di sopravvivere ai processi mettendosi in politica ed è diventato il capo del più grande partito italiano che lo ha portato ad essere capo del governo. Adesso (e non lo nasconde neppure) mira a diventare presidente della Repubblica, magari con titolo trasmissibile ai figli ed è un progetto a portata di mano se l'opposizione è quella che è e i numeri della maggioranza continueranno ad essere quelli che sono.
E a questo progetto si sono legati mani e piedi il leghista che voleva spaccare l'Italia e il neo fascista che voleva resuscitare Salò. Messi tutti d'accordo perché trattasi di un monarca generoso che sa distribuire non solo gli onori ma anche le prebende.
Se i cittadini non capiscono che crollato il baluardo della magistratura il nuovo regime avrà via libera, non sarà certo l'opposizione parlamentare che ci ritroviamo a sventare, se non la sciagura, l'umiliazione che di settennato in settennato ci ricondurrà al ventennio.


La rivincita del Dottor Sottile, che ha la patente per citare Marx
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

PESARO - Carlo Marx! Perfino Carlo Marx! E' bastato che Eta Beta tirasse fuori dalla tasca (insieme con la contadinotta presa da Lorenzo de' Medici per rinnovare il sangue di famiglia, la talpa scavatrice e i trampoli di Proust) il caro vecchio barbuto di Treviri, e per l'entusiasmo poco poco venivano giù le gradinate. E chi l'avrebbe mai immaginato, qualche anno fa, che Giuliano Amato sarebbe riuscito ad afferrare il cuore del popolo rosso? Sandro Curzi, nel delirio di applausi, si è cavato la pipa di bocca: «E' lui il vero leader di questo partito, la voce che può guidare un nuovo partito socialista».
Difficile, in una comunità ricca di funzionari, assessori e sindacalisti che ancora ieri hanno dato spesso l'impressione d'essere impegnati nella circum-navigazione del proprio ombelico. Dove il ricambio negli apparati dirigenti, come ha denunciato Sergio Chiamparino invocando uomini nuovi per un processo nuovo, ha ancora i ritmi lenti del Volga. Dove il neosegretario Piero Fassino, per spiegare meglio quanto aveva spiegato nell'alluvionale spiegazione di venerdì, ha impartito alla platea stremata una seconda relazione lunga quanto il Mississippi, mostrando che dopo anni di meditabondi silenzi ha scoperto l'irresistibilità del profluvio verbale. Fino a diventare più lungo che alto.
Troppe divisioni interne, troppe timidezze e ostilità verso alcuni mutamenti sostanziali, troppe insicurezze.

E' vero però che una manciata di anni fa il solo odore di p-naftalina del costituzionalista tosco-siculo-piemontese che sognò «un partito come Eta Beta con un grande cervello, un corpo esile e una tasca da cui esce fuori una risposta per ogni bisogno», bastava a far montare il sangue alla testa a coloro che ieri, al contrario, si spellavano le mani.

La vera rivincita su quella sinistra che lo odiava e che ora lo interrompeva con boati di consenso a ogni passaggio del discorso, però, Amato se l'è presa con una serie di incursioni là dove il popolo rosso non se le aspettava. Incursioni, diciamo, «a sinistra» della stessa dirigenza ds. L'omaggio a Marx «anche se oggi molti si vergognano a nominarlo». L'attacco alle multinazionali che «a volte contano più di molti Stati e lo dice Mario Monti, mica gli estremisti». La denuncia del capitalismo selvaggio che «senza noi riformisti avrebbe distrutto le nostre società, le avrebbe portate al conflitto sociale, avrebbe ristretto il benessere e disseminato la povertà» e che oggi «ha ripreso il suo galoppo che lasciato a se stesso è devastante».
E a mano a mano che andava avanti e gli montavano intorno lo stupore e l'ammirazione e perfino l'affetto, il mai amato Amato s'infuocava. E si scagliava contro la precarietà dei lavori troppo flessibili dove i padroni «sono tutti ladri di biciclette» e l'esclusione dal processo produttivo delle donne e i demagoghi che cavalcano i «no global» «in salotto da Bruno Vespa» e i ciechi che dall'altra parte non capiscono come i giovani che scendono in piazza perché «hanno scoperto gli squilibri del mondo» siano «una benedizione di Dio». E a un certo punto li aveva così in pugno, quei diessini stupefatti nel vedere quali lussi «da compagno» potesse prendersi uno che non può essere ricattato con l'accusa bolsa di essere un comunista, che oltre a incitare tutti ad annaffiare la rosa socialista avrebbe potuto (forse, chissà, perfino...) osare l'inosabile e dare a Craxi ciò che è di Craxi.
«Perché non l'ha fatto?», gli è stato chiesto dopo che era tornato a sedersi. «Sssh, per favore, lasciatemi ascoltare Livia Turco».



  19 novembre