
Taleban: colpito un autobus; altre vittime civili
su ansa
KABUL - Alcuni aerei americani hanno bombardato e completamente distrutto un autocarro su cui viaggiavano numerose persone nella citta' di Kandahar (Afghanistan sudorientale), provocando numerosi morti. La denuncia di altre vittime civili e' giunta da un portavoce dei taleban citato dall'agenzia Aip, vicina al regime di Kabul. (ANSA).
25/10/2001 09:
Carbonchio: bufera su gestione della crisi, spore a Congresso
su ansa
WASHINGTON - Tracce di antrace trovate in un ascensore di un edificio del Senato, e' la quinta area contaminata del Congresso. Piovono critiche sulle autorita' sanitarie per i ritardi nella prescrizione di una terapia antibiotica generalizzata per i dipendenti delle poste esposte al rischio antrace. Il capo della struttura sanitaria nazionale, David Satcher, riconosce 'iniziali sbagli', promettendo d' ora in poi interventi e terapie massicce. Escluse contaminazioni da carbonchio alla Casa Bianca, le indagini segnano il passo. Accordo tra governo e Bayer per il 'Cipro': la casa farmaceutica tedesca fornira' una prima partita di 100 milioni di compresse al prezzo di 95 centesimi l'una. (ANSA).
Petrolio e atomica: non solo Bin Laden
Se il complice sta a Bagdad
Alberto Ronchey su Corriere della Sera
secondo indizi rivelati dalla Washington Post e dal Wall Street Journal, entra in scena con la lunga ombra di Saddam Hussein anche il sospetto d'una Iraq connection. Finora è provato solo che dopo l'invasione irachena del 1990 nel Kuwait e la disfatta, Saddam ancora insediato al potere ha sempre dedicato le rendite petrolifere di Bagdad al riarmo, imputando l'indigenza e le carestie sofferte dalla popolazione all'embargo economico degli stranieri. E per anni ha cercato complicità occulte, nell'attesa d'una rivalsa con qualsiasi mezzo contro le sconfitte subite durante le operazioni desert shield e desert storm legittimate dall'Onu. Proprio in quegli anni, Osama Bin Laden contestava il governo saudita perché aveva consentito il permanere delle basi militari americane in terra d'Arabia. Nel '96, protetto dai talebani di Kabul, si rifugiava nell'Afghanistan dove aveva già contribuito alle battaglie antisovietiche, per gestire un terrorismo ramificato in molte nazioni e sorretto da ingenti risorse finanziarie.
Le prove iniziali della sua rete Al Qaeda furono le aggressioni contro le ambasciate americane a Nairobi, Kenia, e Dar es Salaam, Tanzania, 1998, con 224 vittime. Se davvero esiste un patto fra Saddam e Bin Laden, risale a quelle prove o al principio degli anni '90? Ora in ogni caso il piano terroristico a stadi successivi di Bin Laden e dei suoi complici, primo indiziato Saddam, ha raggiunto un successo nel colpo inferto all'immagine della superpotenza e nella guerra psicologica del panico. Ma poi? Contro il neoterrorismo politico e fideistico si schierano per la prima volta insieme non solo Stati Uniti e Unione Europea, ma Russia e Cina. Non è credibile che verrà mai consentito al terrorismo transcontinentale qualsiasi controllo sul petrolio nell'area del Golfo e sull'atomica del Pakistan.
Irraggiungibile appare dunque l'epilogo della visione che traspare dai proclami e dalla condotta di Bin Laden, ossia l'avvio dell'impero arabo unificato nell'ambito del mondo islamico, fondato su nuovi poteri e guidato da una personalità carismatica. L'intera storia politica insegna che una grande distanza corre tra velleità e volontà, come tra questa e il successo. La scelta dei mezzi, con l'uso temerario dei peggiori, deriva forse da un'allucinazione coltivata nella dura vita delle caverne fra le colture afghane dell'oppio.
"Non accettiamo diktat, Sharon vuole soltanto la nostra resa"
Jibril Rajub su l'Unità
Le autorità israeliane lo considerano uno dei palestinesi più potenti e temibili. Se la questione della sicurezza e della lotta al terrorismo è oggi il nodo cruciale per il rilancio del negoziato di pace israelo-palestinese, allora non vi è dubbio che l'uomo che ci riceve nel suo quartiere generale di Gerico, sia oggi la figura-chiave nella complessa, e drammatica, partita in atto non solo tra l'Anp e Israele, ma all'interno stesso del campo palestinese. Parliamo di Jibril Rajub, il comandante della sicurezza preventiva palestinese in Cisgiordania. A lui fanno capo oltre 1500 uomini in armi, perfettamente addestrati. "Non accettiamo diktat esordisce il colonnello Rajub da chi sta opprimendo in mille modi il popolo palestinese. Se abbiamo deciso di agire contro coloro che non hanno rispettato gli ordini della direzione palestinese è perché non intendiamo assecondare la crescita di un contropotere armato nei Territori. Il popolo palestinese ha una sua leadership, istituzioni in cui si riconosce. Chiunque voglia incrinare con la forza questo rapporto si muove come un gruppo illegale e come tale verrà perseguito".
Colonnello Rajub, Israele continua la sua pressione militare nei Territori.
"Lei la chiama pressione? No, si tratta di qualcosa di molto più grave: un piano di rioccupazione delle aree autonome palestinesi. Lo testimoniano le forze messe in campo, l'accanimento con cui vengono colpite le nostre città, la volontà dichiarata di annientare l'Autorità palestinese e di cancellare ogni traccia degli accordi di Oslo".
Il premier israeliano Sharon ribatte che Israele agisce per autodifesa e in risposta all'assassinio di un suo ministro.
"E' dall'inizio dell'aggressione contro il popolo palestinese, oltre un anno fa, che Sharon parla di autodifesa. Tutto per lui è autodifesa: gli assassinii politici di dirigenti palestinesi, l'assedio soffocante delle nostre città, le punizioni collettive inflitte a milioni di palestinesi, l'uccisione di centinaia di civili. Questa non è autodifesa, è una guerra dichiarata condotta senza soluzione di continuità".
Resta il fatto che dopo l'offensiva israeliana, l'Anp ha deciso di colpire il Fronte popolare che aveva rivendicato l'attentato mortale contro Rehavam Zeevi.
"L'Anp è la legittima espressione del popolo palestinese. I suoi ordini, come quelli di qualsiasi governo, non sono dei suggerimenti, dei consigli che si possono accettare o rispedire al mittente. Di fronte all'ordine di cessate il fuoco c'è stato chi ha risposto organizzando e rivendicando l'attentato di Gerusalemme. In questo modo, lo ripeto, si è messo fuorilegge, comportandosi come un gruppo illegale. Abbiamo agito in piena autonomia e non certo sotto la spinta dei diktat di Sharon e dei suoi generali guerrafondai".
Per riprendere il negoziato, Israele chiede la consegna dei responsabili e dei mandanti dell'attentato a Zeevi e il disarmo di tutte le milizie palestinesi.
"Non prendiamo ordini da Sharon né da qualunque altro israeliano. Israele vorrebbe il disarmo totale di un popolo che sta resistendo all'aggressione di un esercito che usa contro di noi gli elicotteri più sofisticati, carri armati, artiglieria pesante, che è giunto in passato a bombardare le nostre città con gli F-16. Sharon non vuole il nostro disarmo, vuole la nostra resa. Non l'otterrà mai".
Israele accusa apparati di sicurezza palestinesi di aver contribuito a mettere in salvo gli assassini di Rehavam Zeevi.
"E' falso, una vergognosa calunnia. Le accuse di Sharon sono del tutto infondate, pretestuose, come sanno bene gli americani. Israele cerca di screditare i nostri servizi di sicurezza dipingendoli come parte di un'organizzazione terroristica che farebbe capo all'Anp. Queste falsità rientrano nel piano di annientamento dell'Autorità palestinese messo a punto dal generale Mofaz (il capo di stato maggiore israeliano) e vistato da Sharon. Piuttosto che lanciare accuse strumentali, Sharon farebbe bene a dire la verità sull'attentato a Zeevi
".
A quale verità si riferisce, colonnello Rajub?
"Subito dopo l'attentato, i servizi israeliani hanno arrestato quattro palestinesi con carta di identità israeliana e in territorio israeliano, persone senza alcun legame con l'Autonomia palestinese. Lo sappiamo per certo, ne abbiamo le prove. Eppure di questi arresti non è stata data notizia, perché si è preferito usare quell'attentato per colpire pesantemente i palestinesi dei Territori e giustificare il piano di invasione".
L'altra America, la nostra America
Fausto Bertinotti su Liberazione
Una manifestazione per un paese aggredito è un atto di solidarietà internazionale. Una manifestazione di sostegno ad un paese aggressore è un atto politicamente insensato. Una manifestazione per un paese che, come gli Stati Uniti, è insieme aggredito e aggressore è un'operazione politica da decifrare. Se questo paese è, come è, la più grande potenza del mondo la manifestazione diventa un atto servile; se questo paese è in guerra manifestare a suo favore diventa un atto per giustificare quella guerra e per nascondere la natura politica e l'orrore di quella scelta. Il terrorismo si può e si deve combattere, ma in altri modi, opposti alla guerra. Con le scelte del diritto, della polizia internazionale, con la giustizia.
La nostra critica alla manifestazione indetta da Forza Italia è perciò radicale e senza alcun imbarazzo. Non è in discussione, infatti, la pietà o l'umana solidarietà con le vittime del terrorismo (come quella nei confronti dei civili uccisi nelle guerre). Questa solidarietà l'abbiamo manifestata e continueremo a manifestarla. E non c'entra nulla la questione dell'americanismo e dell'antiamericanismo che i nostri avversari propongono ogni qual volta una proposta di pace e di giustizia si contrappone all'orrore dei massacri e dei bombardamenti.
L'altra America
Questa accusa la conosciamo bene. Ogni giorno viene rivolta a noi, al movimento pacifista e, persino, ai manifestanti della Perugia Assisi. Di quelle accuse, senza neppure il buon gusto di conoscere a fondo le nostre posizioni, sono pieni gli editoriali dei grandi organi di informazione e ne trasudano le televisioni pubbliche e private. E' vero, abbiamo manifestato, tutte le volte che lo abbiamo ritenuto giusto e necessario, contro l'imperialismo americano. Abbiamo incontrato, nelle nostre battaglie, la lotta di liberazione di molti popoli della terra. Lo abbiamo fatto e lo rifaremmo ancora. Ma noi non siamo antiamericani, non siamo nostalgici della guerra fredda, non siamo denigratori di quella cultura e di quella civiltà. E' vero che siamo contro un modello sociale e culturale che pare non poter fare a meno della guerra, che esalta il libero mercato, la flessibilità, il dio denaro e il consumo senza regole. Non ci piace la definizione di una civiltà che pretende di essere unica e superiore. Ma sappiamo bene che l'America non è solo questo. Che c'è un'America, un'altra America alla quale molto dobbiamo e dalla quale noi, abitanti della vecchia Europa, molto abbiamo imparato. E' l'America che Pavese, Vittorini e Calvino hanno introdotto prima clandestinamente, poi ufficialmente nella nostra letteratura, contribuendo alla sua sprovincializzazione dopo il ventennio fascista. Quella di Hemingway, di Faulkner di Steinbeck. E ancora quella che abbiamo voluto conoscere con voracità negli anni 50 con libri di di Kerouac e Ginsberg, con quella letteratura che non aveva paura di rivelare le contraddizioni di una società opulenta, e di buttarci in faccia senza buonismi, l'emarginazione, l'omosessualità, la povertà, la droga. Di proporre un'altra, sia pur dolorosa, libertà.
Ci è ancora utile la grande idea del New Deal roosveltiano. Ci siamo schierati con gli studenti americani di Berkeley quando da loro ha preso il via l'ultima rivoluzione del novecento, quella degli anni '60 e '70. Abbiamo capito tutte le differenti strade che i neri d'America da Martin Luther King a Malcolm X hanno percorso per conquistare diritti civili, coscienza e giustizia sociale. Abbiamo amato il mescolamento delle razze delle culture, delle civiltà che si è realizzato in quel paese. E il suo manifestarsi nella musica - e nelle musiche - come momento alto di contaminazione fra diversi. Abbiamo apprezzato il grande cinema americano anche quando questo si contrapponeva e rischiava di soffocare quello europeo. Abbiamo preso lezione da un sindacalismo militante che in situazioni difficilissime e a volte impossibili ha reinventato un modo di stare fra i lavoratori e di rappresentarli. Siamo stati con la generazione che ha rifiutato la guerra nel Vietnam, abbiamo fatto nostra la loro protesta e il loro modello di pace. Abbiamo guardato con ammirazione la radicalità di un femminismo che, più di quello europeo, non ha sopportato alcun compromesso con un mondo costruito a misura d'uomo. E ancora oggi, ancora dagli studenti di Berkeley e da una parte della intellettualità americana ci viene un messaggio di speranza.
La lezione di Seattle
L'altra America ci ha attratto, affascinato anche quando ci proponeva modelli lontani da una cultura europea, forse più ortodossa, più chiaramente classista, più sicura nei comportamenti e nei valori.
Ed è venuta nell'altra America - anche questo va ricordato - il primo segnale di disgelo in un mondo che pareva chiuso nella morsa della modernizzazione capitalistica. Il movimento antiglobalizzazione è nato nel cuore di un impero che pareva al culmine di un dominio incontrastato. Invece ancora una volta sull'altra sponda dell'Atlantico ha preso corpo una nuova contestazione. Essa si è manifestata nell'opposizione al consumismo, nella lotta contro la distruzione delle risorse ambientali, nell'individuazione dei nuovi poteri sovranazionali che dominavano il pianeta, nella nuova inedita alleanza fra il sindacalismo dei lavoratori dell'industria e dei servizi dei paesi ricchi e i campesinos dei paesi poveri. E ancora, e soprattutto, nella riscoperta della lotta di massa come leva per cambiare il mondo.
Dopo Seattle quel movimento ha fatto molta strada e, malgrado la guerra, malgrado i tentativi di dividerlo e di ghettizzarlo, rimane l'unica speranza globale contro la disperazione della globalizzazione.
Oggi quel movimento di cui facciamo parte chiede la pace, chiede che per battere il terrorismo siano usati mezzi diversi dai bombardamenti e dai massacri. Sappiamo che non è isolato, che il suo sentire è comune a gran parte delle genti italiane ed europee. Che la sua richiesta di pace non è astratto pacifismo, ma un momento di lotta contro un modello liberista e selvaggio che i potenti del mondo vogliono imporre. Il movimento antiglobalizzazione è l'unica vera leva per l'opposizione alla guerra, alla contrapposizione sanguinosa fra civiltà, alla barbarie.
"Chiedo perdono al popolo cinese"
su Corriere della Sera
Storico passo del Papa nei confronti della Cina comunista. Giovanni Paolo II chiede "perdono" al popolo cinese per gli "errori" commessi dai missionari durante la penetrazione in Oriente. Inoltre, "la Santa Sede auspica l'apertura di uno spazio di dialogo" con le autorità di Pechino. La Repubblica Popolare cinese interruppe negli anni Cinquanta le relazioni con il Vaticano, il quale invece intrattiene rapporti diplomatici con Taiwan.
Roma dopo Shangai
Igor Man su la Stampa
Non diremo, ora che Giovanni Paolo II ha parlato come ha parlato, non diremo che la Cina è (più) vicina. Rimane sempre lontana, una sfinge con gli occhi obliqui e il cuore lento a scaldarsi, come dicono i teologi slavi, "perché l'uomo lontano da Dio si scalda lentamente". Diremo piuttosto che colpisce la coincidenza temporale, ancorché fortuita, tra questo storico messaggio del Papa polacco, il "vertice" di Shangai, la guerra che giorno dopo giorno a noi di più s'avvicina. Questa guerra diversa da tutte le altre ma al tempo stesso tragicamente simile alle passate, se non eguale poiché sempre morte e dolore l'accompagnano, sottobraccio alla paura.
Il Papa chiede perdono alla Cina per colpe passate ma altresì "recenti": ecco l'essenza, davvero rivoluzionaria, del suo discorso. La Chiesa di Roma che beatificò il 1 di ottobre del 2000 centoventi cristiani martirizzati in Cina, provocando a Pechino non celato risentimento, oggi, in quest'ora del destino, si duole e si scusa. Il che significa, per Giovanni Paolo II, riaffermare la necessità del dialogo con un paese immenso e antico che il Papa di Roma "riconosce e chiama a colloquio", giustappunto.
Londra comincia a smantellare le basi militari nell'Ulster
Il governo britannico è disposto a chiudere quattro installazioni militari in Nord Irlanda. E'la prima risposta all'annuncio dell'Ira: "Distruggiamo le armi". Trimble rinomina i ministri unionisti.
su il Nuovo
Il governo britannico è disposto a ridurre la sua presenza militare in Irlanda del Nord: è questa la prima risposta concreta all'annuncio, fatto martedì dall'Ira, di aver iniziato il disarmo. E dal canto suo, il leader del principale partito unionista protestante, David Trimble, ex primo ministro del governo nord-irlandese, ha anche annunciato il ritorno dei suoi ministri nell'esecutivo di Belfast, dopo la decisione di abbandono dei giorni scorsi. L'ultima parola spetta però al comitato centrale del partito convocato per sabato.
Da più parti arrivano così segnali di pacificazione, dopo le forti tensioni degli ultimi mesi. Lo storico gesto dell' Irish Republican Army "merita una risposta generosa", ha dichiarato mercoledì il primo ministro britannico Tony Blair, che ha definito "una grande passo in avanti" l'inizio del "decommissioning".
Arroganza del potere
Il premier: condanne senza prove. Battaglia in aula sui capitali all'estero
Massimo Riva su la Repubblica
La grande criminalità internazionale, che controlla i traffici di armi droga e prostituzione fra l'Atlantico e gli Urali, vive da alcuni mesi sotto pressione a causa dell'euro. Entro il 28 febbraio prossimo, esattamente come tutti gli altri cittadini dell'Europa monetaria, anche i malavitosi dovranno convertire nella nuova valuta la valanga di denaro che è il frutto delle loro attività fuorilegge in Francia come in Italia, in Spagna come in Germania, oltre che in molti paesi dell'Est (Russia compresa) dove il marco tedesco è particolarmente diffuso.
Come spiegare, infatti, l'improvvisa conversione in euro di decine o forse centinaia di migliaia di miliardi in contante senza incappare nella rete dei custodi della legge? Uno stratagemma a cui molti finanzieri del crimine hanno già fatto ricorso è quello di cambiare le valute europee nelle loro mani in monete esterne ad Eurolandia: franco svizzero, sterlina, soprattutto dollaro.
E' questo un processo che va avanti già da mesi. Al punto che perfino fonti responsabili e autorevoli dell'Unione europea hanno attribuito buona parte delle colpe della persistente debolezza dell'euro proprio all'ingente massa di capitali criminosi in fuga, settimana dopo settimana, dalle singole monete nazionali europee.
Solo che la cassa del crimine continua a dare frutti ingenti e continuerà a darli in monete nazionali fino al fatidico 28 febbraio: che fare allora con tutta questa montagna di biglietti da convertire nel giro di poche settimane? Problema non facile, attorno al quale i clan malavitosi si stavano arrovellando da tempo. Fino a quando, insperatamente, una via d'uscita è stata loro aperta dal decreto legge del cosiddetto "scudo fiscale", con il quale il governo italiano intende promuovere un rientro dei capitali dall'estero, proprio in occasione della nascita dell'euro.
Contro un simile provvedimento sono stati sollevati rilievi di ogni genere. Innanzi tutto, di costituzionalità formale e sostanziale. Ma ciò che suscita il maggiore sconcerto resta l'inopinata opportunità regalata dal decreto ai malavitosi per superare senza danni la scadenza dell'euro. Sulla base di queste norme, infatti, i finanzieri della criminalità, in proprio o attraverso prestanome, potranno presentarsi agli sportelli bancari con valigie di miliardi e ottenerne la conversione in euro pagando un modesto obolo del 2,50 per cento: pressappoco, dicono gli esperti, pari all'aggio che si prendono di norma gli spalloni che attraversano i confini con i loro carichi di denaro sporco. Il tutto con la garanzia di un totale anonimato, presente e futuro.
Si fa presto, infatti, a dire che devono considerarsi esclusi dai benefici del decreto i denari di provenienza criminosa. Poiché non esistono biglietti di banca con stampigliata la scritta "d'origine criminosa", un prodotto fatale del provvedimento è quello di offrire una inopinata scappatoia ai riciclatori delle varie mafie di Marsiglia, di Palermo o di San Pietroburgo.
A un simile sfondone c'era e ci sarebbe ancora modo di porre riparo attraverso un approfondito riesame del provvedimento in sede parlamentare in modo da introdurre norme che, davvero, riportino la legge al suo fine principale dichiarato, sbarrando ogni spiraglio all'ingresso di capitali malavitosi. Ma ecco che ieri, intimorito da possibili modifiche al suo testo, il governo ha deciso di ricorrere al voto di fiducia per spazzare via gli emendamenti proposti tanto dalla maggioranza quanto dall'opposizione. Insomma, per Silvio Berlusconi e per i suoi ministri, il testo deve restare così com'è: compresi, dunque, i regali ai riciclatori di denaro sporco.
Ciò mette a nudo una verità che è ormai sempre più palese: la strenna per i mafiosi compresa nel decreto sul cosiddetto "scudo fiscale" è la classica goccia che stava per far traboccare il vaso della sopportazione da parte di numerosi deputati che finora si sono visti e sentiti usati per sistemare partite d'interessi relative a Silvio Berlusconi e al suo clan. Prima il falso in bilancio, poi le rogatorie internazionali - dove già a voto segreto Montecitorio erano emersi i primi segni di insofferenza - ed ora anche un decreto che spalanca le porte ai riciclatori: l'alluvione di emendamenti presentati anche da parecchi esponenti della maggioranza aveva ed ha per Berlusconi il chiaro significato di un "ora basta!".
Di questo Silvio Berlusconi deve essere consapevole, disperatamente consapevole. Non si spiegherebbe altrimenti, infatti, il suo attacco frontale di ieri contro una magistratura che "in alcuni casi pronuncia condanne senza prove" e la sua perorazione per una grande riforma che riporti un "corretto equilibrio tra domanda di giustizia e capacità di risposta di giudiziaria". Pronunciate da un inquisito che più volte ha fatto ricorso a mille scuse per ritardare il corso delle indagini e dei processi, simili parole potrebbero suonare soltanto comiche, seppure indisponenti. Ma sulla bocca di un presidente del Consiglio rivelano la tragicità del momento vissuto dalle istituzioni repubblicane, che vengono scosse dall'apertura di un aspro conflitto fra poteri dello Stato proprio quando di tutti dovrebbe essere lo sforzo per tenere unito il paese dinanzi alla guerra incombente sullo scenario internazionale.
Ma ormai più Silvio Berlusconi parla e agisce e più i suoi interessi personali sovrastano le responsabilità che competono a un presidente del Consiglio.
Caso Grasso: le associazioni antiracket si aggiudicano il primo round
su l'Unità
Un pasticcio giuridico creato ad arte dal governo Berlusconi, che non potendo di fatto "licenziare" Tano Grasso gli ha legato le mani. La verità alla fine è venuta fuori, all'antiracket e usura ci sono due commissari: Tano Grasso, "ordinario", Rino Monaco "straordinario". Due commissari antiracket che si sovrappongono e si paralizzano a vicenda. Tanto che tutto il centrosinistra e Rifondazione gridano all'illegalità del provvedimento e presentano una mozione alla Camera, chiedendo al governo Berlusconi di tornare sui suoi passi: ritiri il provvedimento di nomina del nuovo commissario straordinario e ripristini le condizioni per mantenere Tano Grasso nel pieno delle sue funzioni. "Un provvedimento illegittimo - si legge nella mozione dell'Ulivo e Prc -, che contrasta con il dettato della legge 44 del 1999 che istituiva il Commissario come figura istituzionale e permanente. Con la presenza di due Commissari si viene a creare una situazione di chiara sovrapposizione, disfunzione e delegittimazione dell'operato di Tano Grasso". Mentre su richiesta di Massimo Brutti il ministro Scajola riferirà in Senato.
Una faccia limpida, non un'icona
Francesco Merlo su Corriere della Sera
Tano Grasso, è bene ricordarlo, è stato il primo commerciante siciliano ad opporsi a viso aperto allo strapotere del racket, ha promosso leggi, è riuscito a mettere sotto relativo controllo una delle più nefaste prepotenze della nostra vita associata.
E i risultati gli hanno dato ragione: le denunce sono aumentate del 20 per cento, i commercianti taglieggiati hanno più coraggio e più fiducia nello Stato.
Ma il gioco della vita politica è fatto di uscite e di entrate. E ogni uscita di scena prepara un nuovo ingresso da protagonista che a sua volta troverà la sua perfezione in un'altra uscita. E' normale che il nuovo governo cambi tutta la squadra, la tecnostruttura, i funzionari e i commissari. E' vero che ci sono normalità che si confermano nelle eccezioni e che Tano Grasso avrebbe tutti i titoli per restare a quel posto. Ma questo dipende dal governo.
Una conferma di Tano Grasso sarebbe altrettanto legittima quanto lo è la sua sostituzione. Non sarebbe inciucio tenerlo, come non è cedimento alla mafia sostituirlo. E il Tano Grasso che tutti conosciamo non può comportarsi come un qualsiasi presidente della Rai. Deve accettare le regole e deve dimettersi, anche se Berlusconi, secondo noi, farebbe bene ad aggrapparsi alla sua giacca.
Quel che Tano Grasso sicuramente non può permettersi è di diventare un'altra figura di quel genere letterario dominato dai professionisti dell'antimafia, ai quali probabilmente molto più dell'attività di Grasso interessa la rendita di posizione che da questa vicenda politico- burocratica possono ricavare. Grasso non può diventare un'icona delle fiaccolate, delle manifestazioni, dei giri d'Italia, un'altra palla del biliardo politico di quest'Italia sconclusionata.
Forza Carlucci
Massimo Granellini su la Stampa
E' la destra liberale che vorremmo. E poi c'è quella che c'è. Quella che sgomma in Porsche Carrera per il centro di Roma parlando nel telefonino, sperona un autobus, dribbla l'autista conciliante con un "non ho tempo, devo votare alla Camera" e si dilegua sulla corsia preferenziale, che come dicono a Roma si chiama così perché "de preferenza" ci vanno i mezzi pubblici, in realtà i più forti e sfacciati. Il fatto poi che al volante della Porsche ci fosse l'onorevole televisionara Gabriella Carlucci è un particolare ridondante, in una trama già fin troppo simile a un film dei Vanzina.Il crescendo rossiniano delle infrazioni commesse dalla deputata di Forza Italia rende l'impasto talmente grottesco da sterilizzare sul nascere l'indignazione.
25 ottobre