prima pagina pagina precedente salva il testo



L'attacco all'America
Altri commenti -14 settembre


crollate

Quelli contro (solo un po')
Giuliano Zincone su il Corriere della Sera del 14.09.2001

Dopo la tragedia, gli Stati Uniti ricevono una pioggia d'amicizie. Offrono i loro aiuti perfino gli arcinemici Castro e Gheddafi. Arafat dona spettacolosamente il proprio sangue. In Italia, tutti i partiti e tutti i Movimenti adottano parole d'ordine bipartisan, esecrando gli attentati dei kamikaze ed esprimendo inedite consonanze con la Casa Bianca. Piero Fassino, candidato alla segreteria Ds, è stato esplicito: «Anche noi ci sentiamo americani». Queste sono le posizioni ufficiali. Ma sotto la crosta delle solidarietà, vibrano anche i consensi per i criminali suicidi che hanno umiliato la strapotenza americana. Era scontata la gioia di Osama Bin Laden, come quella di Saddam Hussein. Erano prevedibili i festeggiamenti di tanti fanatici islamici e di tanti palestinesi che pure a Betlemme (ma chi è nato a Betlemme?) hanno manifestato con parole tremende la loro esultanza per il massacro di New York. Ma i sentimenti di rivincita contro gli americani, contro l'Occidente ricco e democratico, sono più estesi e covano sotto la cenere delle parole.
E' scattato un «effetto catacomba», nel nostro emisfero e altrove. Le passioni inconfessabili si tacciono in pubblico, ma si coltivano in privato. Come ai tempi delle Br, quando molti intellettuali erano sdegnati in piazza e complici in salotto. Come nei cortei contro la camorra, frequentati da parecchi camorristi mimetici. Gli antipatizzanti si limitano ad esporre qualche dubbio mirato. Lo fa Riccardo Barenghi, direttore del manifesto , che interpreta l'attentato di New York come un prodotto dell'odio seminato dagli Stati Uniti nel mondo. Analogo, se non più esplicito, è il giudizio di Gianni Minà, che dà la colpa del disastro a George W. Bush, anche perché non ha firmato gli accordi di Kyoto.
...
La nostra Belle Epoque ha subìto una mazzata tremenda. E molti, nel mondo, esultano per questa ferita. La vedono come una rivincita contro l'Occidente troppo ricco, troppo potente, troppo esibito (scandalosamente) negli spettacoli, nelle architetture, nei modelli di vita. Provano rancore contro i privilegiati egoisti che non spendono un'emozione né un minuto di tv per i milioni di morti nelle guerre d'Africa, per le stragi in Asia e in America latina.
...
Molti intellettuali musulmani, poi, rinfacciano agli Stati Uniti di aver coltivato e addestrato i fondamentalisti per usarli contro i sovietici, in Afghanistan. Fra questi c'erano i loro più feroci avversari di oggi, compresi i Talebani, compreso Osama Bin Laden.
Già, Bin Laden, il terrorista ricchissimo. Ma il suo patrimonio non gli servirebbe per comprare piloti kamikaze, per sfidare la superpotenza americana. Anche la sua leadership è fondata su neri consensi, perché promette identità e riscatto a gente fanatizzata e disperata. Non ci meraviglieremmo se, domani, trovassimo la sua barba stampata sulla maglietta di qualche ragazzo «antagonista».



Il telefonino, la loro vita
Isabella Bossi Fedrigotti su il Corriere della Sera del 14.09.2001

I film catastrofici avevano già mostrato tutto: gli aerei kamikaze, il fuoco, il crollo dei grattacieli. Ma non avevano previsto i telefonini, le decine e decine di telefonini che chiamano dalla tragedia. Può anche essere che qualcuno abbia seguito gli avvenimenti dell'11 settembre come uno spettacolo dell'orrore, con straordinari effetti speciali, più che come una immensa sciagura reale con spargimento di carne e di sangue. Nessuno, per contro, può essere sfuggito all'angoscia concreta e profonda provocata da quegli innumerevoli trilli disperati, voci di condannati a morte che chiamavano per chiedere aiuto, per piangere, per salutare. Perché un telefonino ce l'abbiamo tutti e riusciamo tutti a immaginare. Hanno chiamato, i condannati a morte, dagli irraggiungibili piani alti dei palazzi in fiamme, da sotto il mare dei detriti dei palazzi crollati e da bordo degli aerei in rotta verso il disastro e hanno raccontato in diretta la paura grande, la fine loro e quella dei compagni di sventura.
Non più, come una volta, i richiami che, sempre più flebili, invocano soccorso dalle macerie, non più i biglietti d'addio vergati con il sangue, non più il silenzio che nasconde e protegge gli ultimi minuti di chi va a morire: con il telefonino si può essere lontanissimi eppure a portata di voce, in stretto contatto fino all'estremo.
...
Inaspettatamente - e platealmente in questi giorni - il telefonino, da simbolo un po' frivolo, un po' fastidioso di managerini e pubblicitari superindaffarati, di signore e signorine votate al cicaleccio, si è trasformato in qualcosa di completamente diverso, in una specie di scatola nera del cuore in grado di dispensare un'ombra di dolcezza alla disperazione dell'addio. Poter salutare chi si ama, potergli affidare gli ultimi pensieri, le ultime parole, la rabbia, le lacrime, forse anche le estreme raccomandazioni, di soldi, di incombenze o di affetti, concede, chissà, che il momento sia meno insopportabile, meno chiuso nell'assoluta solitudine. Probabilmente non tanto per chi resta, ma, forse, per chi va.


La mossa di Bush
Valentino Parlato su il Manifesto del 14.09.2001

" E' la prima guerra del XXI secolo. Guideremo il mondo alla vittoria". Questo ha dichiarato ieri l'attuale presidente Usa, George W. Bush.
E' indiscutibile: c'è aria di guerra, non si sa contro chi e nessuno l'ha ancora formalmente dichiarata, ma c'è e noi ci siamo dentro. Ci siamo dentro perché nella serata di martedì, per la prima volta in oltre cinquant'anni della sua vita (e solo un po' meno di guerra fredda), la Nato ha reso esecutivo l'articolo 5 dell'Alleanza, che afferma che ogni attacco armato contro un paese alleato comporta l'intervento militare di tutti i componenti dell'Alleanza. Lord Robertson ha spiegato che se sarà chiarito che l'attacco terroristico agli Usa è stato diretto dall'estero, l'articolo 5 entrerà in vigore.
Detto tutto ciò, vale osservare che lo stato nemico è ancora ignoto e che l'articolo 5 della Nato andrebbe applicato secondo le norme di ciascun paese e, nel caso nostro, secondo l'articolo 78 della Costituzione, che recita: "Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari".
A rigor di legge dunque non siamo ancora in guerra, ma è evidente la volontà politica degli Usa di coinvolgere tutti gli alleati nella loro guerra e Berlusconi ha detto che ci vuole "una forte risposta militare" e anche politica: obbedienza scontata.
...
A questo punto il ruolo dell'Italia e dei paesi europei, soprattutto della Francia e della Germania, può essere decisivo per non cadere nello "stato di guerra" a piacere degli Usa. Il dispositivo della stessa Nato dice che per l'entrata in vigore dell'art. 5 bisogna accertare che l'attacco terroristico dell'11 settembre abbia avuto la sua base in uno stato estero. Questo deve essere un accertamento fondato e accettato dagli alleati: non può dipendere dalle convenienze di Bush.


14 settembre