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sulla stampa
a cura di G.C. - 19 dicembre 2003


Ciampi: riforme con esteso consenso
Redazione del
Corriere della Sera

ROMA - "Sulle riforme istituzionali è bene cercare possibili intese e che siano scritte con un esteso consenso". Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi intervenendo al Quirinale alla cerimonia per gli auguri di Natale alla presenza delle più alte cariche dello Stato.
RIFORME - Per Ciampi la riforma dell'ordinamento giudiziario ad esempio costituisce "un'iniziativa di grande rilievo per il Parlamento" ed ha invitato maggioranza ed opposizione a superare le incomprensioni per raggiungere un testo di legge che ravvicini le posizioni. "Mi limito a ribadire l'importanza del metodo del dialogo, che dà sempre buoni frutti ravvicinando posizioni e superando incomprensioni", ha detto il presidente al Quirinale.
MANTENERE SOTTO CONTROLLO FINANZA PUBBLICA - Poi il capo dello Stato è intervenuto sui temi economici. Per Ciampi "L'attenzione per l'economia reale non deve far venir meno la necessità di mantenere sotto controllo la finanza pubblica".

INTEGRAZIONE EUROPEA - Ciampi lancia un appello affinchè il cammino per l'integrazione europea "venga ripreso al più presto avendo come immutato e insostituibile punto di riferimento il progetto di trattato costituzionale preparato dalla Convenzione".
REPUBBLICA FONDATA SU RESISTENZA - La Repubblica italiana è fondata sui valori del Risorgimento e della Resistenza ha poi aggiunto il capo dello Stato. Il presidente del Senato Marcello Pera nei giorni scorsi aveva invece sostenuto che "Non abbiamo più bisogno della vulgata tolemaica resistenziale. Non dobbiamo più dire che la Repubblica e la Costituzione sono antifasciste. Dobbiamo dire che la Repubblica e la Costituzione sono democratiche".
RAPPORTO GOVERNO-SINDACATI - Ciampi giudica positivamente l'avvio del dialogo tra Governo e sindacati sulla riforma delle pensioni. Si tratta di un "segnale positivo", dice Ciampi, anche se "più tenue" di quello del dialogo sulle riforme costituzionali. L'incontro tra Governo e sindacati, dice Ciampi, "mi auguro rappresenti un avvio sulla strada della ricerca del consenso sociale".


Tv, Berlusconi adesso vuole abolire la par condicio
Simone Collini su
l'Unità

Berlusconi vuole abolire la legge sulla par condicio, la legge che garantisce "parità di condizioni" e "pari opportunità" alle forze politiche nella comunicazione radio-televisiva durante le campagne elettorali, la legge che Forza Italia si è sempre ostinata a chiamare "legge-bavaglio". In mattinata è solo una voce che inizia a circolare proprio mentre Ciampi invita i Poli al dialogo sulle riforme. In serata arriva la conferma, per bocca dello stesso presidente del Consiglio: "La modifica della par condicio è una delle materie su cui, insieme ad altri temi, dovremo discutere". Della questione, stando anche a quanto riferito dal vicepremier Gianfranco Fini, non se ne è ancora discusso all'interno della maggioranza. Ma Berlusconi, prima ancora di consultare gli alleati, ha già deciso anche i tempi: "Sarà inserita dal 7 gennaio in poi in un'agenda di lavoro insieme ad altri punti", fa sapere.

Il capo del governo parla di "modifica" per cercare di attenuare la polemica che è scoppiata violenta fin dalle prime ore della mattina e per tentare di far rientrare i malumori emersi nel suo stesso schieramento. Nell'Ulivo c'è chi denuncia che di questo passo si va verso "una vera e propria dittatura dell'informazione" (Clemente Mastella) e chi spiega la mossa del premier con "la paura tremenda di perdere le elezioni": è per questo, dice Piero Fassino, che Berlusconi "sta facendo di tutto per tentare di alterare le regole in suo favore". Il diessino Vincenzo Vita, che come sottosegretario alle Comunicazioni del governo D'Alema si occupò della legge, denuncia che una modifica nel senso prospettato dal premier costituirebbe "un duro colpo all'edificio democratico" e il capogruppo della Quercia alla Camera Luciano Violante avverte: "Una proposta di questo genere aprirebbe un altro scontro frontale tra opposizione e maggioranza". Ma anche nella Casa delle libertà si consuma una spaccatura, con il leader di An Fini che dice che "non è un'eresia" l'ipotesi di rivedere la legge e il segretario dell'Udc Marco Follini che invece fa sapere: "Continuo a vedere con favore la par condicio. Ritengo che sia giusto che tutti i partiti, prima di una consultazione elettorale partano dallo stesso punto".

Stando a quanto deciso in un vertice tra presidente e colonnelli di Forza Italia martedì sera a Palazzo Grazioli, però (chissà se è un caso che l'apertura del nuovo fronte venga fatta all'indomani della decisione di Ciampi di non firmare la Gasparri) la cosiddetta "modifica" sarebbe in realtà la fine della par condicio. Perché Berlusconi ha detto ai suoi che alle europee (che tra l'altro vorrebbe accorpare a giugno insieme alle amministrative per evitare negativi effetti domino) il partito deve incassare almeno il 30% dei voti, con o senza la sua candidatura (ufficialmente continua infatti a dire che non ha ancora deciso se candidarsi). E che per raggiungere questo obiettivo la prima operazione da fare è togliersi dai piedi "la legge-bavaglio": "È assurdo dare al più grande e al più piccolo dei partiti lo stesso spazio in tv", è stato il ragionamento. È proprio lo spirito che è alla base della legge sulla par condicio che non piace al presidente del Consiglio. Quel garantire, come si legge fin dal titolo della legge approvata dal governo D'Alema nel febbraio 2000, "la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie". La soluzione Berlusconi ce l'ha già pronta: via libera agli spot elettorali a pagamento fino al giorno prima della chiamata alle urne e concessione degli spazi televisivi gratuiti durante la campagna elettorale in proporzione ai voti presi nelle ultime elezioni.

Una soluzione che però, e per il modo in cui è stata gestita l'operazione e per il merito, non piace neanche a una parte degli stessi alleati del premier. Lo dice a chiare lettere l'Udc, che dopo aver respinto la proposta di Berlusconi di andare alle europee con una lista unitaria, ora boccia l'ipotesi di riforma, che invece piace alla Lega. "Mi appare impropria e imprudente perché sembrerebbe oggi una sorta di ritorsione", dice il deputato centrista Bruno Tabacci osservando che "il pluralismo dell'informazione, soprattutto nel campo della politica, è garanzia di democrazia".



La vendetta del Cavaliere
Federico Rampini su
la Repubblica

Silvio Berlusconi contrattacca: mentre si presenta come vittima, lancia l'assalto a quel poco di regole occidentali ancora formalmente in vigore nell'informazione italiana. La legge Gasparri è stata rinviata dal presidente della Repubblica perché beffa la Corte costituzionale, calpesta i principi antitrust, consolida una posizione dominante che non ha eguali nelle democrazie moderne. Berlusconi reagisce con una fuga in avanti: annuncia un'offensiva contro la "par condicio". Cioè contro l'ultimo, fragile paletto che regolamenta gli spazi televisivi a disposizione dei partiti e dei candidati nelle campagne elettorali.

Senza la "par condicio" per Berlusconi si apre la possibilità di un uso illimitato della sua duplice superiorità: nella ricchezza, e nel controllo delle televisioni. Vuol far saltare l'ultima delle limitazioni, per dispiegare senza controlli la potenza di fuoco dei suoi telegiornali e dei suoi spot. Forse questa esibizione di prepotenza tradisce insicurezza.
Oppure nasce dalla convinzione di aver "mitridatizzato" la società italiana, di poterle infliggere dosi crescenti di veleno, alterazioni irreversibili negli equilibri democratici.

I propositi minacciosi contro la par condicio si alternano senza imbarazzo alle manifestazioni di vittimismo. Chi sancisce l'incostituzionalità della Gasparri è accusato di attentare alla libertà di scelta degli italiani.

Ma chi mai vuol togliere una rete ai telespettatori, riducendo così l'offerta di programmi televisivi? Basta che Mediaset venda Retequattro e molti problemi sarebbero risolti: le obiezioni del capo dello Stato alla legge Gasparri, l'illecita posizione dominante di Mediaset. Non si perderebbe un tasto sul telecomando, non un solo posto di lavoro, e la famiglia Berlusconi non subirebbe un danno patrimoniale.

Nella sua battaglia contro la legalità, contro la Corte costituzionale e contro il presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi usa questo argomento: vogliono mandare Retequattro sul satellite, cioè togliere una rete agli italiani e condannare alla disoccupazione molti dipendenti. Vogliono una tv "pianificata", sovietica. In realtà le regole antitrust sono sempre state applicate negli Stati Uniti - la patria del capitalismo, quella nazione che Berlusconi considera il proprio modello - e anche dalle Amministrazioni di destra. Quelle regole non hanno ridotto la scelta dei consumatori, l'hanno aumentata.

Protagonista dello smantellamento di un grande monopolio privato fu il presidente repubblicano Ronald Reagan, il padre della rivoluzione neoliberista. Nel 1981 il giudice Harold Green condannò in base alle leggi sulla concorrenza l'AT&T, monopolio dei telefoni. Reagan impugnò la sentenza del magistrato come una clava, imponendo lo "spezzatino" delle 18 aziende telefoniche Bell, le filiali del colosso Telecom. L'AT&T era la più grande azienda americana, con un valore di 53 miliardi di dollari. Era una potenza politica. Oppose resistenza a Reagan, preannunciò un disastro aziendale e licenziamenti di massa. Il presidente andò avanti in nome della legge e del mercato. Fu il più grande smembramento di un'impresa americana dopo l'offensiva antitrust contro la compagnia petrolifera Standard Oil nel 1911. Il decreto che segnava la fine dell'AT&T divenne operativo il primo gennaio 1984.

Vent'anni dopo possiamo misurare i benefici di quella decisione. Lo smembramento diede il via a una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche: dalla pluralità di attori e dalla concorrenza sono derivati il crollo delle tariffe, la nascita dei telefonini e di Internet. Le Telecom liberate dalla posizione dominante hanno generato milioni di nuovi posti di lavoro in America e nel mondo. La qualità dei servizi per i consumatori è aumentata, la nostra vita è stata cambiata dalle nuove tecnologie. L'offerta è aumentata, non diminuita, grazie alla fine del monopolio.

La vendita di Retequattro non sarebbe una rivoluzione di quella portata. Ma è ragionevole prevedere che quella cessione - se la rete finisse nelle mani di un concorrente vero - avrebbe effetti benefici sull'occupazione e sulla ricchezza di programmi offerti agli italiani. Il satellite non è il destino di Retequattro, se Mediaset non resta avvinghiata alla proprietà della rete. Gli interessi patrimoniali della famiglia Berlusconi, potrebbero essere tutelati attraverso un meccanismo di vendita trasparente, lasciando agire le forze del mercato.



Sua emittenza si firma Rete4
Carla Casalini su
il Manifesto

Una data, e un firmatario: sono i due barlumi accesi dalle ultime di ieri sulla scena della legge Gasparri, una scena per il resto segnata da ampie zone oscure, trattative dietro le quinte, lotta dentro la Casa delle libertà. Il primo chiarimento viene dal parlamento, sull'inizio, il 7 e 8 gennaio, delle audizioni per l'esame del disegno di legge che Ciampi non ha firmato, rinviandolo alle camere. Il secondo lo fornisce direttamente Gian Franco Fini, sull'eventuale decreto per "salvare Rete4", brandendo l'art.89 della Costituzione: "Io non lo firmerò, questo è un compito che compete al presidente del consiglio". Una risposta secca che costringe Berlusconi poco dopo a confermare, a denti stretti: "Se è necessario lo firmerò, il decreto, perché si tratta di una procedura prevista dalla legge". Però, chiarisce il Cavaliere, "non sarò presente alla sua eventuale discussione durante il consiglio dei ministri, così come non sono intervenuto nel dibattito sul decreto". La ragione, spiega amareggiato perché l'opposizione "non l'ha capito", è la medesima che gli ha fatto dire di "non voler leggere le motivazioni del Quirinale", ossia la necessità di "marcare una distanza".

E l'opposizione, in effetti, continua a non capire, soprattutto dopo aver letto l'incauta frase (sul Corsera) del coordinatore di Forza Italia Bondi, che spiega così la "distanza" dalla legge Gasparri del premier: "Berlusconi non se ne è occupato direttamente, affidando agli esperti dell'azienda di seguire la questione".

La bomba esplode, potenziata dall'ulteriore slittamento "a febbraio-marzo" della legge sul conflitto di interessi che doveva essere approvata definitivamente dal senato in settimana. Bondi si produce nel noto "sono stato frainteso", ma non si risparmia l'"intervento golpista" dedicatogli dal verde Pecoraro Scanio, le sferzate ironiche del Pdc e dei capigruppo ds delle commissioni Cultura e Trasporti, Griffagnini e Duca, che chiedono di inserire anche questi "esperti d'azienda" nelle audizioni nelle quali il 7 e 8 gennaio saranno ascoltati Rai, Mediaset, Antitrust, Autorità per le comunicazioni, Sky Telecom, la Fieg, Europa 7 e altre tv. Fabris dell'Udeur presenta un'interrogazione urgente al governo per chiarire chi paghi la "consulenza esterna al presidente Berlusconi".

Le reazioni nel centrosinistra si rinfocolano anche direttamente sull'oggetto "decreto", sulle "reali" intenzioni del governo: il primo segnale negativo viene dall'assenza del ministro delle comunicazioni Gasparri nell'ufficio di presidenza delle commissioni alla camera: "è la prova che la maggioranza è allo sbando, e che più che il confronto parlamentare, interessa definire un decreto `salva-Rete4'", insistono i Ds e Andrea Colasio, capogruppo della Margherita alla Cultura. Sul decreto il tasto è il medesimo dai Dl a Bertinotti: "l'Ulivo e tutta l'opposizione sono compatti nel dire no a un'ennesima violazione della Costituzione e della legge", le risposte chieste da Ciampi devono essere esaudite "tutte".

Gianfranco Fini ha una parola per ogni problema. Il governo, ribadisce, "non vuole sfidare nessuno, né il Capo dello stato, né il parlamento, né la Corte costituzionale presentando il testo Gasparri così com'era prima". Ma sul merito del decreto "stiamo decidendo", avverte.

E' chiaro che sono in corso trattative, ma la suspence creata da Fini sembra rispondere a due diversi obiettivi, l'uno diretto al centrosinistra, l'altro a Berlusconi. Alle preoccupazioni reiterate dall'opposizione, il suggerimento per una battaglia comune in parlamento per garantire che siano accolte "tutte" le richieste di Ciampi. Al premier l'avvertimento che, se intignerà di nuovo, potrebbe ritrovarsi solo (con la Lega). Ieri anche l'Udc si è detta della medesima idea: lo ha ribadito il leader Follini, e il ministro Buttiglione ha anche ricostruito che il suo partito aveva fatto passi nella direzione poi richiesta da Ciampi ma, "a un certo punto ci è stato detto che non era opportuno".

Il Cavaliere, per la verità, per ora sembra avere fatto qualche passo indietro - ma è sempre Bondi a suggerire che potrebbero essere accolti solo "alcuni" dei rilievi del capo dello stato. Intanto al suo fianco ieri si è schierato immediatamente il presidente della Confindustria D'Amato, che ha difeso la Gasparri scagliandosi, contro i "conflitti d'interesse" nell'editoria, sulla falsariga di Confalonieri. E ieri Mediaset ha intanto annunciato azioni legali per Repubblica, Unità e la ds Gloria Buffo. Ma i poteri economici sembrano di tutt'altro avviso fuori casa: Financial Times e Economist irridono alle dichiarazioni di Berlusconi sui suoi "buoni rapporti con Ciampi", analizzano tappe e senso dello scontro col presidente della repubblica, col quale decisamente si schierano.


Ulivo, Prodi rilancia la lista unitaria
Ninni Andriolo su
l'Unità

Prodi rompe gli indugi e assume la leadership del cantiere della lista unitaria. Il Professore si intesta la Convenzione promossa da Ds, Sdi e Margherita, dando il segnale che i soci fondatori del Triciclo si attendevano: un riconoscimento di paternità del percorso avviato, il contrario dell'"azzeramento" chiesto da Antonio Di Pietro. Porte aperte a tutti, comunque, a partire da questa base. E il presidente della Commissione Ue spiega che l'appuntamento del 13 e 14 febbraio sarà "l'occasione per dare corpo" al progetto lanciato con il suo appello di luglio, ma anche "la risposta alla domanda di unità che viene dalla società civile".
La Convenzione è aperta a "tutti coloro che sono pronti a scegliere di essere uniti", sottolinea Prodi, mettendo l'accento più volte però sulla parola Ulivo. Il dibattito che si svilupperà in quella sede consentirà di misurare convergenze e divergenze e di decidere la composizione del treno che si metterà in marcia per le europee. Il convoglio, però, ha già una locomotiva: l'alleanza Ds, Margherita, Sdi. "Raccogliendo l'invito da me rivolto - continua il Professore - cittadini, associazioni e partiti dell'Ulivo hanno lanciato con il titolo “l'Europa è un sogno e un progetto”, un appello per la convocazione di una Convenzione destinata ad approvare e lanciare la lista unitaria per le prossime elezioni europee". Prodi ricorda a questo punto la sua intervista estiva al Corriere della Sera e il documento reso noto in autunno, prima delle assemblee congressuali Ds, Sdi e Margherita.

Il pressing esercitato in questi giorni ha spinto alla fine il Professore a pronunciare una parola risolutiva. mentre Di Pietro, nel nome di Prodi, chiede "la costruzione di una vera lista unitaria del centrosinistra" alternativa "al Triciclo". I Ds, con tenacia, avevano chiesto al presidente della Commissione Ue di ribadire che l'aggregazione elettorale promossa da Quercia, Sdi e Margherita era "figlia unica" della proposta lanciata a luglio. Ma il Professore, al di là delle assicurazioni verbali date ai leader del Triciclo, non dava segnali espliciti. Preoccupato com'era delle ricadute europee della sua scelta, ma anche dell'impatto italiano di una presa di posizione che cadeva nel bel mezzo di una polemica accesa tra Sdi e Di Pietro.
Una prima dichiarazione giunta nel primo pomeriggio di ieri sui tavoli delle redazioni dei giornali italiani, sembrava l'espressione di questi timori. Prodi parlava, ma solo a metà. Non pronunciava "la parola risolutiva" sollecitata dai soci fondatori della lista unitaria, anche se non benediceva Di Pietro, che lo attaccava immediatamente affibbiandogli la patente di rinunciatario. "Ho fatto una proposta per unire - spiegava il Professore - Quanti parteciperanno alla costruzione di questa unità dovranno dare una risposta. Non sarò certamente io a dire chi entra e chi non entra". Frasi che non rappresentavano certo il riconoscimento di paternità che si attendevano Ds, Sdi e Margherita. Prodi, nei giorni scorsi, aveva fatto capire che si apprestava a rendere pubblica una presa di posizione più esplicita. Così le frasi di ieri pomeriggio avevano destato una certa sorpresa nel cantiere della lista unitaria. Poi, dopo ore di contatti tra Roma e Bruxelles è giunta la lunga dichiarazione della serata. Assai diversa dal quel "se la vedano in Italia" che sembrava riassumere il senso della precedente dichiarazione. "Prendo atto che Prodi non prende posizione sulla partecipazione di ulteriori partiti al Triciclo nonostante la disponibilità mia e dell'Italia dei Valori", attaccava Di Pietro. La "decisione" del Professore? "non fa onore al ruolo di leader della coalizione che gli è stato attribuito".
Fassino, che ieri si era sentito più volte via telefono con il Professore, non aveva commentato le prime affermazioni del Professore. In serata, poi, definiva "importante" , perché "conferma il pieno impegno di Romano Prodi nel progetto di una lista ulivista unitaria per le elezioni europee". Quell'appello, aggiunge Fassino, "va accolto senza indugi e i Ds, che fin dal luglio scorso lo hanno condiviso e accolto, lavoreranno come hanno fatto anche in queste settimane perchè la convenzione convocata per metà febbraio da quattro partiti dell'Ulivo sia l'occasione per il più ampio incontro delle forze politiche, sociali, civiche e culturali interessate al progetto della lista unitaria".
E Achille Occhetto spiega che alla Convenzione per la lista unitaria "si può anche andare, ma prima occorre sapere se c'è una reale apertura verso i movimenti e la società civile, in altre parole se sono caduti tutti i veti e le pregiudiziali".
"È assolutamente positivo il nuovo appello di Prodi: per dare un futuro al nostro progetto c'è bisogno di impegno ed entusiamo assieme". Lo afferma Dario Franceschini, coordinatore esecutivo della Margherita, secondo il quale "il ruolo di Prodi è determinante per andare avanti uniti e senza inutili scontri interni".


Sei paesi avanti più uniti
Gian Enrico Rusconi su
La Stampa

C'è una strada diretta per uscire dalla frustrazione che sta investendo l'Europa, dopo il fallimento della Conferenza intergovernativa della scorsa settimana. Portare i Sei Paesi fondatori dell'Europa a comportarsi come Uno, ampliando lo schema bilaterale praticato da qualche tempo da Germania e Francia. Sarebbe uno straordinario salto di qualità, che non ha bisogno di minare i meccanismi istituzionali esistenti.

Non so se questa idea possa far parte dell'"Europa come sogno e progetto", di cui parla Prodi nel suo manifesto per la lista unita dell'Ulivo.
Per l'Europa è definitivamente chiuso il ciclo che ha portato fino a Maastricht e a Nizza. Abbiamo davanti tre questioni cruciali tra loro connesse: una efficiente struttura decisionale estesa a 25 Paesi, la gestione dell'allargamento e una politica estera comune. La tenue passerella offerta dalla Carta costituzionale della Convenzione per iniziare a risolvere le tre questioni è miseramente crollata.
Adesso i moralisti alzano la voce contro gli egoismi nazionali, dimenticando che l'Europa è nata dalla convergenza degli interessi nazionali concreti, economici e di difesa militare di un nucleo di Stati dell'Europa occidentale. E' nata attaccata al cordone ombelicale del Patto Atlantico. La sue origini non sono frutto di un puro idealismo come oggi qualcuno racconta per creare un vago senso di colpa. L'Europa ha funzionato perché ha conciliato gli interessi materiali di tutti i suoi membri, non solo le loro motivazioni ideali. E' stato un atto di realismo politico.

E' possibile oggi ritentare la stessa logica delle origini, cominciando dai protagonisti storici? Non facciamoci distrarre dalle formule verbali del "nucleo duro", "Stati pionieri", "Europa a due velocità" ecc. La sostanza è il ruolo-guida di Germania e Francia. Questo ruolo è stato giocato recentemente in funzione difensiva, di fatto paralizzante per le regole comuni. Può darsi che Francia e Germania avessero buone ragioni per entrare in conflitto con la Commissione sui criteri di tolleranza dei parametri di Maastricht. Ma lo hanno fatto in modo pessimo. Hanno perso la chance di convincere che dietro ai loro interessi nazionali contingenti c'è un problema di interesse comune.

In tutta questa vicenda l'Italia è stata latitante, dietro il velo delle belle parole della presidenza. Ma latitante è solo un eufemismo per dire che l'attuale governo non intende cercare stretti contatti attivi con Berlino e Parigi per tentare l'unica scelta politica coraggiosa di cui parlavo all'inizio: che i Sei delle origini si comportino come Uno. L'alternativa sarà la marginalità dell'Italia.


Famiglie, bilancio in rosso l'Italia non risparmia più
Marco Patucchi su
la Repubblica

ROMA - Soprattutto ricchi o soprattutto poveri. Abili e facoltosi navigatori nel mare magnum dei prodotti finanziari - dalle azioni ai fondi, dalle valute estere ai finanziamenti - o semplici capifamiglia che arrivano a mala pena ad un conto corrente bancario, peraltro sempre più magro.

Eccola l'ennesima fotografia dell'Italia di inizio millennio, un paese degli estremi opposti in cui sembra ormai inarrestabile il declino di quella classe media che, almeno nell'ottica dei comportamenti finanziari, si caratterizzava per una grande propensione al risparmio, un'oculata accumulazione di risorse ed una altrettanto seria scelta degli investimenti.

Erano i "bot people" di qualche anno fa, sono le famiglie di oggi alle prese con un potere d'acquisto consumato inesorabilmente dalla corsa dei prezzi e dalla frenata dei redditi. Traumatizzate dagli scandali finanziari, penalizzate dai bassi tassi d'interesse che convengono sì per comprare casa ma certo non per investire le poche risorse che sfuggono al drenaggio della spesa del giorno dopo giorno.

Senza contare i dubbi per un futuro economicamente nebuloso. Nuclei a reddito basso, a reddito medio - e, da qualche tempo, anche a doppio reddito - che dalla classe di mezzo scivolano verso il basso.

Questa immagine del Paese emerge leggendo controluce un rapporto sugli "Stili finanziari familiari" realizzato da Eurisko e Crif, utilizzato dalle maggiori banche italiane per orientare le politiche commerciali. Il documento è uno strumento di lavoro che parla solo attraverso i numeri e i profili delle varie categorie di investitori e risparmiatori analizzati, ma è proprio dalla dinamica storica delle cifre che si intuisce l'evoluzione in atto nella società.

Così, si scopre che i facoltosi ed i cosiddetti "innovatori" (ovvero la fascia alta della mappa finanziaria) sono passati dal 27,9% del 2001 al 29,9 per cento di quest'anno, mentre il segmento più basso cioè quello incalzato dalla soglia di povertà ("aspiranti", "distaccati", "nullatenenti") è salito dal 34,4% di due anni fa al 36,3% del 2003. In declino, invece, la fascia media ("previdenti", "accumulatori") che nel complesso è passata dal 19,6% del 2001 al 13,3% di oggi.

E proprio gli "accumulatori", "categoria più tipica - sottolinea l'Eurisko - dell'immaginario italiano", sono "crollati" dal 22,1% del '91 al 10,9% di oggi. Completano il quadro i cosiddetti "spensierati" che sono oggi a quota 20,6% dopo il 18,2% di due anni fa.

A parte la fascia alta, dunque, si tratta di uno spaccato delle famiglie italiane che in questi anni vivono sulla propria pelle la sindrome da euro e che, usando una definizione sempre meno luogo comune e sempre più realtà, "non arrivano al 20 del mese".

Declino "forzato" della cultura del risparmio, dunque, come si evince anche dai numeri della Banca d'Italia, che per il 2002 segnano una discesa del risparmio finanziario del settore delle famiglie da 106,1 miliardi dell'anno precedente a 74,2 miliardi. "La riduzione - spiega l'istituto centrale - è il riflesso della crescita modesta del reddito disponibile. Al netto della perdita del potere d'acquisto determinata dall'inflazione sulla consistenza delle attività finanziarie nette (2,0% del Pil, come nel 2001) - aggiunge Bankitalia - nel 2002 il risparmio finanziario delle famiglie risulta pari al 3,9% del Pil contro il 6,7% dell'anno precedente".



Un dittatore nella terra di nessuno
Intervista a Massimo Cacciari
Ida Dominijanni su
il Manifesto

Pena di morte sì, pena di morte no: sul destino di Saddam Hussein anche l'ultimo tabù della civiltà giuridica europea vacilla e si riconverte in un frivolo optional (si veda La Stampa di ieri). La coalizione anglo-americana è divisa: George Bush non ha dubbi nel chiedere la pena capitale, Tony Blair la rifiuta. Diviso anche il consiglio di governo iracheno, che agisce sotto la temporanea "sospensione", decisa dagli occupanti, della pena capitale prevista dal regime di Saddam. Contrarie le Nazioni Unite, ribadisce Kofi Annan. E per paradosso, contro il patibolo nel caso di Saddam si dichiara il presidente iraniano Khatami, viceversa favorevolissimo in casa sua. Il tutto mentre restano nella massima incertezza il tipo di tribunale e la sede in cui Saddam verrà processato. Anche questo atto della guerra in Iraq, come tutti quelli precedenti, è destinato a svolgersi fuori da ogni cornice di diritto internazionale, e senza alcuna bussola di carattere etico? E non rischia di trasformarsi nell'ennesimo boumerang per la "civiltà occidentale", in nome della quale la guerra all'Iraq è stata condotta? Queste e altre domande a Massimo Cacciari.

Processo e pena per Saddam Hussein. Che l'imputato sia un dittatore basta a sospendere ogni garanzia dello stato di diritto e del diritto internazionale?
Tutta questa guerra è stata una catastrofe - in senso letterale, né positivo né negativo - del diritto internazionale nato dalla seconda guerra mondiale. Oggi come oggi dobbiamo attrezzarci a muoverci in una sorta di terra di nessuno, a meno di trincerarci in una insensata nostalgia: "quel" diritto internazionale non si può più restaurare, mentre un nuovo assetto geopolitico da cui far scaturire nuove norme non è neanche all'orizzonte. In questa terra di nessuno non c'è certezza della pena come non ci sono reati chiaramente definiti: vige l'occasionalismo puro, e le pene diventano pura espressione di libero arbitrio. In base a quale diritto positivo Saddam Hussein verrà processato e condannato? E da quale tribunale? Sarà giudicato da un tribunale iracheno in base alla legge irachena, da un tribunale internazionale allestito ad hoc, dalla corte penale internazionale che sta processando Milosevic, o dagli Stati uniti che quella corte si rifiutano di riconoscerla? E gli Stati uniti lo giudicheranno in base alla legge del Texas, che prevede la pena di morte, o di uno stato che non la prevede?

Ufficialmente gli Stati uniti dicono che lo deve giudicare un tribunale iracheno.
Sarebbe forse la soluzione migliore: un tribunale iracheno, fatto di giudici iracheni, secondo le leggi - peraltro allo stato attuale assai incerte - irachene. Ma se usciamo dal formalismo giuridico, è del tutto evidente che nei fatti saranno gli Stati uniti a giudicare il nemico prigioniero, o a decidere come dev'essere giudicato. Come vedi siamo nel regno del libero arbitrio.

E nel caso che si istituisse una corte ad hoc, sul modello del tribunale di Norimberga?
Ci troveremmo di fronte alla riedizione della più classica giustizia dei vincitori. Non ne usciamo: fintantoché il mondo non assumerà un nuovo equilibrio, imperial-unipolare o poliarchico-multipolare, non avremo un nuovo diritto internazionale.

Ti si potrebbe obiettare però che il diritto internazionale serviva precisamente a questo, a contenere i conflitti geopolitici all'interno di una cornice legale, e a non far riprecipitare il mondo nello stato dei puri rapporti di forza. Detto in altri termini: è la forza che fa il diritto o è compito del diritto regolare la forza? Viene prima la politica o la legge?
La politica, com'è sempre avvenuto. Vecchia questione, sulla quale marco la mia distanza dal massimalismo giuridico. Io sono sempre più convinto dell'antica massima hobbesiana: auctoritas facit legem. L'idea che l'autorità possa essere imbrigliata dalla legge è stata smentita dai fatti - e le smentite della storia conteranno pure qualcosa, o no?. Il guaio, oggi, è che abbiamo a che fare con una autorità che non fa la legge. Gli Stati uniti sono una potenza planetaria che agisce senza fondarsi su una sovranità legale. Checché se ne dica, gli Stati uniti sono ben lungi dall'essere un impero: fanno a meno della formalizzazione giuridica della propria potenza. Non riescono a tradurla in diritto, e non vogliono farlo. Tant'è vero che ormai legittimano le guerre con il solo argomento della difesa preventiva, neanche più con quello delle operazioni di polizia internazionale.


Le operazioni di "difesa preventiva" lavorano molto pesantemente anche sul piano simbolico: la foto del dittatore stanato è un manifesto che vale più di cento battaglie vinte...
Quella foto ostenta la quintessenza del rapporto arcaico con il nemico. Siamo a questo, in Occidente: mostriamo la testa del nemico come un trofeo. "Il volto sanguinante della vendetta", diceva Hegel. Sta venendo a galla una spaventosa regressione nell'uso dell'immagine, un simbolismo primitivo da età neolitica. Accompagnato da una totale mancanza di pietà nei confronti del nemico. Non capisco come facciano le Chiese a predicare verbum con tanta timidezza, in proposito. Un laico miscredente come me resta esterrefatto di fronte a questo sintomo chiaro di un processo di scristianizzazione totale, giustificato con tecniche di orripilazione. D'altra parte è vero che quell'immagine è stupefacente, alla lettera "meravigliosa": chi ha deciso di usarla è un genio della comunicazione e degli effetti speciali.


Immagine per immagine: quanto ci ha rimesso l'immagine dell'Occidente dall'11 settembre in poi, malgrado lo sbandieramento dei valori occidentali?
Quale Occidente? Al di là dello sbandieramento da festa del palio, è chiaro che di Occidente ce n'è almeno due, e su entrambi c'è poco da essere trionfali. C'è l'Occidente-America, che va per la sua strada con decisione, spietata ma anche coraggiosa. E c'è un misero Occidente-Europa, col suo amletismo d'accatto su qualsiasi questione. A cominciare da quelle su cui l'Europa ha le maggiori responsabilità: Gerusalemme in testa, che è un genuino prodotto della storia e dei misfatti europei. Su questo gli americani hanno non una, ma mille ragioni di rancore verso l'Europa.



Sharon: "L'Anp faccia la sua parte o prenderò misure unilaterali"
Redazione de
la Repubblica

HERZLIYA (Israele) - Ariel Sharon ha confermato il suo impegno per la "Road map" ma al contempo ha avvertito che se nel giro di qualche mese i palestinesi non avranno fatto la loro parte darà il via a un piano unilaterale che garantirà la sicurezza di Israele attraverso la separazione dei due popoli. E questa seconda opzione potrebbe tradursi, per i palestinesi, in una perdita di territori. In ogni caso, ha assicurato il premier israeliano, la costruzione del muro che divide lo Stato ebraico dalla Cisgiordania sarà accelerata.

Immediata la reazione dei palestinesi. L'Anp ha definito "inapplicabile" il piano unilaterale delineato da Sharon. E il premier palestinese Abu Ala, dopo essersi detto "deluso" dalle minacce contenute nel discorso, ha sostenuto che se Israele trattasse sul serio si arriverebbe alla pace prima di quanto si possa immaginare. Ancora più dura la Jihad islamica che ha bollato il progetto del premier come "una ricetta per aumentare la violenza e il terrorismo israeliani presentata da appello per la pace". Analoga la posizione di Hamas.

Le parole del premier israeliano hanno suscitato qualche imbarazzo anche a Washington. Non a caso la Casa Bianca ha subito fatto sapere che si opporrà a qualsiasi iniziativa dello Stato ebraico che non tenga conto della road map. E ha invitato israeliani e palestinesi a incontrarsi al più presto e senza condizioni pregiudiziali.

"Noi desideriamo - ha detto Sharon nel suo attesissimo discorso pronunciato a Herzliya, località costiera vicino a Tel Aviv - procedere rapidamente nella messa in atto della Road map per arrivare alla vera pace". E per creare condizioni propizie alla realizzazione della "Road map" Israele compirà una serie di passi volti a migliorare in concreto le condizioni di vita della popolazione palestinese, revocando isolamenti, restituendo città palestinesi al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, riducendo il numero di posti di blocco sulle strade e permettendo una maggiore libertà di movimento di merci e persone anche attraverso i transiti internazionali con l'Egitto e la Giordania.
Inoltre, ha affermato Sharon, "mi sono impegnato col presidente degli Stati Uniti George W. Bush a rimuovere gli avamposti di insediamenti non autorizzati. E' un impegno che intendo onorare.... Saranno smantellati. Punto".

Poi quello che suona come un ultimatum: "Come tutti i cittadini israeliani, io desidero fortemente la pace. Tuttavia, in vista delle altre sfide che dobbiamo affrontare, se i palestinesi non fanno uno sforzo simile al nostro verso la soluzione del conflitto, io non intendo aspettarli all'infinito". E ancora: "Noi ci auguriamo che l'Autorità palestinese farà la sua parte. Tuttavia, se nel giro di pochi mesi i palestinesi continueranno a non mettere in atto la parte di loro competenza prevista dalla Road map, allora Israele adotterà passi unilaterali in materia di sicurezza per un disimpegno dai palestinesi".

Per l'Autorità nazionale palestinese, "le dichiarazioni di Sharon traducono la sua politica ambigua". "Il disimpegno di cui parla - ha commentato Nabil Abu Rudeina, consigliere di Yasser Arafat - deve essere attuato secondo basi politiche e non di sicurezza, e conformemente alle frontiere del 1967". "Queste dichiarazioni - ha proseguito l'esponente palestinese - non portano nulla di nuovo ed equivalgono al rifiuto della Road map. L'alternativa proposta da Sharon è inaccettabile".


Guantanamo: ai prigionieri i diritti delle leggi Usa
Redazione del
Corriere della Sera

SAN FRANCISCO - Una Corte d'appello federale Usa ha dato torto al presidente Bush sul caso dei talebani detenuti da due anni nella base americana di Guantanamo a Cuba. I 660 prigionieri hanno diritto agli avvocati e al sistema giudiziario americano. Lo ha stabilito il nono distretto della Corte d'appello con una sentenza contrastata (2 a 1) rigettando l'opinione dell'amministrazione Bush, del ministro della Difesa Rumsfeld e del ministro della Giustizia Ashcroft secondo i quali alle persone catturate in Afghanistan e in Pakistan (ma non tutte di nazionalità afghana o pakistana) non devono essere applicate le leggi americane perché detenute sì sotto controllo Usa ma non nel territorio americano, e nemmeno le leggi della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra perché non facenti parti di un esercito regolare.
Secondo i giudici di S.Francisco la detenzione a tempo indeterminato decisa ll'amministrazione Bush è "contraria agli ideali americani".
"Anche in tempi di emergenza nazionale, è obbligo del potere giudiziario assicurare i nostri valori costituzionali e prevenire che il potere esecutivo non rispetti i diritti dei cittadini e anche degli stranieri", afferma la sentenza. "Non possiamo semplicemente accettare la posizione del governo e cioè che l'esecutivo possieda l'autorità incontrastata di imprigionare in modo indeterminato qualsiasi persona, inclusi gli stranieri, sul territorio sotto la sola giurisdizione e controllo americano senza consentire ai prigionieri il ricorso a qualsiasi tipo di assistenza giuridica"

CORTE SUPREMA - La Corte suprema il mese scorso aveva accettato di discutere la domanda dei prigionieri di accedere al sistema giudiziario. La Corte Suprema aveva accolto il caso dopo la decisione della Corte d'appello del Distretto di Columbia che negava ai prigionieri il ricorso alla sistema legale Usa. La Corte di San Francisco ha deciso in seguito a una petizione di familiari di un detenuto di nazionalità libica catturato in Afghanistan.
Poco prima del verdetto, il Pentagono aveva annunciato di aver nominato un avvocato per il prigioniero yemenita Salim Ahmed Hamdan, il quale potrà ricevere l'assistenza di un legale militare. Finora il Pentagono aveva concesso solo a un altro prigioniero, l'australiano David Hicks, il beneficio di incontrarsi con il proprio avvocato. L'australiano e lo yemenita sono inclusi nel gruppo di sei detenuti destinati ad affrontare il primo processo davanti ai tribunali speciali militari creati dalle autorità americane.


  19 dicembre 2003