
sulla stampa
a cura di G.C. - 16 dicembre 2003
Ciampi non firma la legge sulla riforma tv
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha rinviato alle Camere la legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo chiedendone la modifica.
Lo ha comunicato il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, che ha letto in Aula le cinque cartelle di cui si compone il messaggio del Capo dello Stato con le motivazioni della sua decisione.
La legge riparte ora da Montecitorio, ramo del Parlamento che l'ha esaminata per primo.
PLURALISMO -"Non posso esimermi dal richiamare l'attenzione del Parlamento su altre parti della legge che - per quanto attiene al rispetto del pluralismo dell'informazione - appaiono non in linea con la giurisprudenza della Corte Costituzionale". È questo uno dei passaggi chiave del messaggio che il presidente della Repubblica ha inviato alle Camere per motivare il rinvio del ddl Gasparri. Le obiezioni sollevate da Ciampi sono molto puntuali. Non è possibile - sostiene in sostanza nelle motivazioni del rinvio - far slittare sine die il trasferimento sul satellite di Rete4 stabilito da una sentenza della Corte costituzionale. Ciampi riconosce che il digitale terrestre è destinato a modificare la situazione esistente, facendo superare le indicazioni della Consulta, ma questo mutamento - obietta - sarà possibile solo quando il digitale terrestre sarà una realtà e non un progetto futuro.
PUBBLICITA' - Ma anche la distribuzione delle risorse pubblicitarie allarma il Capo dello Stato: la legge Gasparri, così com'è stata approvata, permette "la formazione di posizioni dominanti", impoverendo i giornali e arrecando così "grave pregiudizio" alla libertà di informazione.
Nel messaggio Ciampi chiede al Parlamento di eliminare dal testo della legge i riferimenti al decreto legislativo 198 sulle procedure di installazione delle infrastrutture delle tlc, già dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale con la sentenza 303 del 2003. Allo stesso decreto - sottolinea Ciampi chiedendone la soppressione - fanno riferimento anche l'articolo 5 e l'articolo 24 dello stesso disegno di legge. In sostanza, con la bocciatura del 198, i Comuni possono opporsi più efficacemente alla costruzione di nuovi impianti per le tlc.
ITER - Il messaggio di Ciampi con le motivazioni, letto in Aula dal presidente Pier Ferdinando Casini, sarà assegnato, con il testo del provvedimento, alle commissioni competenti, in questo caso le commissioni Cultura e Trasporti, cui spetterà di riferire all'assemblea, al termine dell'istruttoria in sede referente. L'Aula "può" limitare la discussione alle parti che sono state oggetto del messaggio. Il provvedimento sarà votato in assemblea articolo per articolo. Infine il voto finale e il passaggio al Senato. Se le Camere approvano nuovamente la legge - recita il secondo comma dell'articolo 74 della Costituzione - questa deve essere promulgata.
IL PREMIER - La decisione non ha colto di sorpresa il premier che era stato convocato nel pomeriggio al Quirinale dove aveva avuto un chiarimento con Ciampi. Non si aprirebbe un vulnus tra poteri dello Stato e richieste sensate di modifiche sarebbero accettate dal Parlamento, aveva commentato con i cronisti Silvio Berlusconi uscendo dalla Camera, dove più tardi ha avuto un colloquio anche con il presidente Pier Ferdinando Casini. Il presidente del Consiglio ha concluso: "Io non credo che sia nulla di eccezionale il rinvio della legge alle Camere, è già successo molte volte, dopo di che il capo dello Stato firmerà comunque la legge".
Il custode delle regole
Ezio Mauro su la Repubblica
La Legge Gasparri è palesemente incostituzionale perché aggira le sentenze della Consulta sul pluralismo informativo, rischia di creare grave pregiudizio alla libertà di stampa inaridendo il canale pubblicitario per i giornali a vantaggio della televisione e consente che si creino posizioni dominanti nel mondo della comunicazione.
Sono queste le ragioni per cui ieri sera il presidente della Repubblica ha bocciato le norme che consacravano il conflitto d'interessi di Silvio Berlusconi e ha rinviato la legge alle Camere per un nuovo esame e un nuovo voto.
È un gesto di grande responsabilità costituzionale. La legge Gasparri, avevamo scritto il giorno della sua approvazione, era fuori da ogni regola e da ogni decenza, irrideva il messaggio del capo dello Stato sul pluralismo informativo, alterava il mercato politico del consenso, soprattutto aggirava le sentenze della Corte. A nostro parere il Quirinale non poteva promulgarla. E tuttavia sul presidente si sono scatenate pressioni e avvertimenti, invitandolo a evitare una crisi istituzionale, a gettare la responsabilità della Gasparri sul Parlamento e sul governo, insomma a non cercarsi guai.
Il presidente doveva invece valutare la legge in base alla sua coscienza e alla Costituzione. Una volta accertata la evidente incostituzionalità, aveva il dovere di rinviarla alle Camere. Così ha fatto, assumendosi la responsabilità di entrare nel merito del provvedimento, seguendo la bussola del pluralismo sancito dalla Corte come un diritto dei cittadini. È in nome di quel pluralismo minacciato che il presidente ha bocciato la filosofia stessa della Gasparri, quel "Sic" che fissa il bacino sterminato delle risorse in base al quale si dovrebbe calcolare il tetto antitrust, e che per Ciampi consente invece la creazione di posizioni dominanti nel mondo delicato dell'informazione e delle comunicazioni.
La legge dunque non è solo rinviata alle Camere, per un'obiezione tecnica. È bocciata.
C'è un limite al tentativo di deformare la Repubblica, le regole esistono, i custodi vigilano. E al Quirinale, anche nell'era berlusconiana, c'è un capo dello Stato, non Ponzio Pilato.
Conflitto ad alto rischio
Federico Geremicca su La Stampa
Il dado, alla fine, è dunque tratto. Carlo Azeglio Ciampi ha detto no. E per quanto il Quirinale abbia comunicato ieri la propria decisione ricorrendo ad una formula la più neutra e tecnica possibile, resta il fatto che nemmeno le parole più dolci - a volte - possono nascondere la durezza della sostanza. La cosiddetta legge Gasparri, dunque, è stata rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica accompagnata da una "richiesta di nuova deliberazione". E poiché la sollecitazione a correzioni e modifiche non riguarda parti marginali della normativa quanto - piuttosto - i suoi assi portanti, è facile prevedere che la decisione di Ciampi sia destinata ad aprire un nuovo conflitto tra Palazzo Chigi e il Quirinale. E questo, appunto, al di là del carattere tecnico e non politico con il quale il Presidente ha tenuto a presentare la propria decisione.
Infatti, a dispetto della asettica formulazione adottata dal Colle, la sollecitazione ad aggiustamenti e modifiche riguarda le norme più importanti (e più contestate) della legge in questione. Il Quirinale, per esempio, non si dice convinto del fatto che, così come concepito, il cosiddetto Sic (Sistema integrato delle comunicazioni) riesca ad impedire la creazione di posizioni dominanti; annota che, per quel che riguarda il necessario pluralismo dell'informazione, la legge Gasparri va in direzione diversa rispetto alla più recente giurisprudenza della Corte Costituzionale; chiede, infine, indicazioni più cogenti e precise circa il destino di Rete 4, che per sentenza appunto dell'Alta Corte dovrebbe trasmettere, a partire dal nuovo anno, soltanto via satellite.
E' un colpo duro per l'esecutivo e per il premier innanzitutto, inutile nasconderlo. Già nella giornata di ieri la maggioranza di governo, in vertici più o meno ufficiali, ha iniziato a discutere le possibili contromosse. E' stata ventilata l'ipotesi di un mini-decreto per evitare il trasferimento di Rete 4 sul satellite, con tutto quel che questo comporterebbe in termini di mancati introiti pubblicitari e di posti di lavoro. Si è discussa la possibilità di rimetter mano il più rapidamente possibile ai punti della legge contestati da Ciampi. Ma va detto che, così come in occasione di altre leggi in materia di giustizia considerate tagliate a misura del premier, anche stavolta parte della maggioranza non sembra disposta ad ingaggiare un pericoloso e destabilizzante braccio di ferro col Quirinale. Come finirà è presto per dirlo, anche se il destino della legge pare fortemente compromesso.
Sfidare il Quirinale tentazione del Cavaliere
Massimo Giannini su la Repubblica
"Non la firmo", aveva detto a metà luglio subito dopo l'approvazione della Gasparri al Senato, in prima lettura. "Non la firmo", aveva ripetuto ai primi di settembre, quando il Polo aveva annunciato la blindatura della riforma delle tv alla Camera. A dispetto delle convinzioni dichiarate del presidente del Consiglio e delle pressioni occulte della sua maggioranza, Carlo Azeglio Ciampi ha mantenuto fino in fondo la sua "promessa". Non l'ha fatto per fare un "dispetto politico" al Cavaliere. Non l'ha fatto per dare una "lezione" al centrodestra, o per elargire una "donazione" al centrosinistra. Il capo dello Stato considera la nuova legge "non in linea con la giurisprudenza costituzionale" e inadeguata a garantire il "rispetto del pluralismo dell'informazione". Per questo chiede al Parlamento "una nuova deliberazione" sul riassetto del sistema radiotelevisivo.
Ciampi agisce nel pieno esercizio dei poteri che gli attribuisce l'articolo 74 della Costituzione. E soprattutto in perfetta coerenza con il messaggio formale, finora l'unico del suo settennato, che trasmise alle Camere il 23 luglio 2002. "La garanzia del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta... Il principio fondamentale del pluralismo è sancito dalla Costituzione e dalle norme dell'Unione Europea... E' necessaria l'emanazione di una legge di sistema intesa a regolare l'intera materia delle informazioni, delle radio-telediffusioni, dell'editoria di giornali e periodici...". Questo scrisse il capo dello Stato, in quel messaggio. La sua decisione di ieri conferma che la Gasparri non realizza questi obiettivi.
Chi immaginava un rinvio "soft" è rimasto deluso. Quasi quanto chi, con troppa fretta e poco rispetto per l'autonomia della più alta carica dello Stato, si era azzardato a profetizzare una sicura promulgazione. Le "censure" del Colle sono pesanti. Tracciano un solco profondo su un provvedimento che, a questo punto, andrà ripensato alla radice. Stupisce l'improntitudine di certe anime belle della maggioranza, come i forzisti Bondi e Cicchitto, quando affermano che "la Gasparri conserva il suo valore e la sua giustezza". Non è così, e non lo è mai stato. Ciampi lo ha ripetuto per mesi, lanciando anche sommessi segnali alla maggioranza.
Quando il 23 luglio, dalle colonne di questo giornale, avvertimmo che Ciampi non avrebbe firmato, in assenza di correzioni radicali al testo, la reazione del premier e degli organi d'informazione di casa Berlusconi (dal Foglio al Giornale), fu sdegnata e irridente. Ai primi di agosto il Cavaliere annunciò all'opinione pubblica: "Ho parlato con il Quirinale della Gasparri, e il presidente mi ha garantito che non ci sono problemi". Non era vero, ovviamente. Ma nei rapporti tra il Colle e Palazzo Chigi, quello strappo ha sancito un punto di non ritorno. Da quel momento in poi Ciampi si è chiuso in un silenzio assoluto. Ha cambiato strategia. Ha rinunciato alla "moral suasion", all'intervento discreto volto a suggerire modifiche e a correggere le leggi in corso d'opera, che aveva usato invece sulle rogatorie e sulla Cirami. Ha lasciato lavorare governo e Parlamento, riservandosi la scelta finale.
Nel frattempo, ha subito e sopportato pressioni di ogni sorta. Quelle dei girotondi, che lo imploravano di non firmare, e lo sognavano (impropriamente) non più arbitro ma giocatore schierato nella metà campo del centrosinistra. Ma soprattutto quelle della maggioranza e dei suoi giornali: solo una settimana fa ancora il Foglio, con un editoriale di Giuliano Ferrara, lo avvertiva (minacciosamente) che un eventuale rifiuto di firmare la riforma televisiva avrebbe aperto una gravissima "crisi istituzionale" per il Paese e un rischiosissimo scontro politico con il centrodestra.
Ciampi ha resistito. Ha ascoltato solo la sua coscienza.
Il rifiuto presidenziale di promulgare una legge non è di per sé un "atto sedizioso", come avrebbe detto Guido Carli.
Ma dal punto di vista politico, il Cavaliere dice l'ennesima, colossale bugia quando afferma che lo specifico rinvio della Gasparri non rappresenta un "vulnus" per il suo governo. Questa legge è stata costruita per consolidare il suo potere mediatico (rafforzando il suo monopolio nelle tv e nella pubblicità) e per rendere permanente il suo conflitto di interessi ("condonando" la sua posizione dominante con Rete4). Questa legge valorizza il "core business" dell'impero del premier. Olia gli ingranaggi della formidabile "macchina del consenso" berlusconiana. Questa legge non piaceva affatto agli alleati moderati del Cavaliere: Fini e Follini avevano confessato di averla difesa per puro spirito di coalizione, e di averla votata con il metodo Andreotti, cioè "turandosi il naso". Ora quella legge andrà riscritta.
Ciampi l'ha colpita al cuore con una scelta coraggiosa. Ma non faticosa per chi, come lui, si sforza di rimanere "il presidente di tutti". Il garante dei valori costituzionali e della buona qualità della nostra democrazia. Ma tutto questo, per Berlusconi, è incomprensibile. La cultura delle regole non gli appartiene. Per questo, ieri, ha nuovamente calpestato le prerogative del Quirinale, anticipando la notizia della bocciatura della riforma tv. Per questo, adesso, lo descrivono ferito e furente, pronto a minacciare una nuova forzatura del galateo politico-istituzionale: "La Gasparri la rivoteremo, non so se uguale...". E' così che la fisiologia di un atto istituzionale, il rinvio di una legge alle Camere, sfocia nella patologia di un conflitto politico.
C'è un limite
Roberta Carlini su il Manifesto
Falso in bilancio, rogatorie, legge Cirami, lodo Schifani... Era passato tutto e di tutto, in due anni e mezzo di governo. L'annullamento di alcuni reati, il cambiamento delle regole di alcuni processi, l'elevazione al di sopra della legge di alcuni imputati. Tutto e di tutto, con la firma del presidente della repubblica. Firma ora veloce, ora sofferta, ora contrattata: ma sempre apposta a dar valore di legge generale alle varie soluzioni dei problemi privati del signor Berlusconi. Ma stavolta no. Il limite non è stato superato. Sulla legge che con un sol colpo mandava al diavolo la libertà di informazione, la Costituzione, la Corte costituzionale e il presidente della repubblica, e che consegnava al duopolio Rai-Mediaset il futuro della comunicazione in Italia - su questa legge la firma di Carlo Azeglio Ciampi non ci sarà. La legge che ieri è ritornata dal Quirinale alle camere porta l'impronta e l'essenza del berlusconismo: il connubio tra affari e politica nato sulla televisione commerciale e poi elevato a politica tout court , la democrazia requisita da un controllo della comunicazione che è insieme profitto monopolistico e strumento essenziale della conquista e della conservazione del potere. Tutto questo con la legge Gasparri viene (veniva?) perpetuato per gli anni e le tecnologie future. Tutto questo ha massacrato - anche dall'opposizione, anche negli anni del governo dell'Ulivo che niente faceva per affrontare l'emergenza - la nostra democrazia e le nostre istituzioni. Tutto questo ha indignato e fatto crescere i movimenti che, scavalcando la sinistra istituzionale, hanno portato nelle piazze la questione della democrazia. Era inevitabile che prima o poi tutto questo deflagrasse in uno scontro istituzionale della portata di quello che è cominciato ieri sera.
Berlusconi non si è smentito, neanche ieri, minacciando neanche troppo velatamente di far rinviare di nuovo la legge per la firma così com'è. Può farlo, possono farlo, naturalmente. Lo prevede la Costituzione: se il parlamento rimanda al Quirinale la legge senza modifiche, la suprema carica dello stato non può più fare obiezioni, deve firmarla. Dopodiché ci sarà ancora la possibilità di un giudizio della Corte costituzionale a dire la parola finale. Fin qui la procedura, nel normale svolgersi di quel sistema di pesi e contrappesi tra i poteri previsto dalla nostra Costituzione e quotidianamente sconquassato dalla nostra attuale maggioranza. Ma ben prima che tutto questo iter parta, c'è il segno politico sostanziale di quanto è successo ieri. Berlusconi - non solo come persona, ma come sistema - ha trovato un limite. E' stata frenata la sua pretesa di trasformare il mandato democraticamente conferitogli dagli elettori in una chiave d'accesso universale, buona per entrare a prendere possesso di ogni angolo della cosa pubblica. Ed è probabile che i suoi alleati - a partire da quelli del partito di Gasparri - decidano di non seguirlo più nella sistemazione degli interessi personali e di portare la guerra per la successione già aperta da un pezzo anche nella discussione delle questioni Mediaset, finora intangibili.
Pera: basta con la Costituzione antifascista
Federica Fantozzi su l'Unità
Per la seconda carica dello Stato la Repubblica nata dalla Resistenza non è più antifascista. "Non abbiamo più bisogno della vulgata tolemaica resistenziale: non dobbiamo poi dire che la Repubblica e la Costituzione sono antifasciste, ma che la Repubblica e la Costituzione sono democratiche". Queste le parole pronunciate dal presidente del Senato Marcello Pera durante la presentazione del libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti dedicato agli eccidi post 25 aprile.
Un invito ad abbandonare il "mito dell'antifascismo". Nonostante il presidente della Repubblica Ciampi abbia più volte dichiarato (l'ultima pochi giorni fa) che l'antifascismo è un valore fondante dell'identità dell'Italia e della Carta costituzionale. E nonostante già nel '95 - ben prima delle sue dichiarazioni durante il viaggio in Israele - Fini dichiarasse che "l'antifascismo fu il momento essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato".
Aggiunge Pera: "Qualora tutti i fascisti scomparissero, quale identità avrebbero a quel punto la Repubblica e la Costituzione? Ecco perchè occorre lasciare la storia agli storici e vivere laicamente la nostra storia politica evidenziando i valori positivi e non quelli che dividono la coscienza degli italiani". Secondo il presidente di Palazzo Madama "il libro di Pansa rompe un tabù: quello della Resistenza fondante la Repubblica ma lo fa in un momento in cui la destra è al governo, anzi in un momento in cui una parte della destra al governo definisce il fascismo un male assoluto. Non ricordo che nessun comunista o ex comunista abbia detto che il comunismo era un male assoluto".
Immediate le proteste dell'opposizione. Secondo Rifondazione Comunista "la seconda carica istituzionale dello Stato non può liquidare l'antifascismo né riscrivere la Costituzione secondo la propria convenienza politica".
Il presidente del Senato attacca anche la Resistenza: "Io ho l'impressione che ci sia stato anche il timore che la ricerca sul dopo, ciò che accadde dopo il 25 aprile '45, gli eccidi, le vendette, i massacri, gli stupri, ed anche la condanna morale e politica del dopo vada a riverberarsi sul prima e che possa toccare anche quella Resistenza che appunto è diventata il mito fondante della Repubblica". E "la mia è stata una generazione sfortunata perché non sapeva tante cose e doveva credere alla storiografia ufficiale della sinistra".
Sulla Resistenza "sarebbe il momento, forse è gia il momento, che si metta in discussione il mito, lo si abbandoni e si faccia più storia. Non c'è più alcuna ragione oggi, così tanti anni dopo, in un Paese che si riconosce in positivo in principi e valori, non c'è più a mio avviso ragione di darsi una identità in senso negativo antifascista e basta". Mentre "la Costituzione italiana è antifascista, ma è anche anticomunista, antinazista, antifondamentalista e così via. Meglio interpretarla in positivo. Liberarci da un mito al quale non credo che gli italiani - ha proseguito il Presidente del Senato - hanno più bisogno, riconoscerci in positivo in quei valori e liberare, liberalizzare, la storia, cioè consegnarla agli storici".
Alla presentazione ha partecipato anche il direttore editoriale della Rcs Paolo Mieli, secondo cui centinaia e centinaia di antifascisti, parroci, azionisti, addirittura membri del Cln furono uccisi dai comunisti dopo il 25 aprile e fino al '48 e nessuno venne denunciato dal Pci. Mieli ha snocciolato i nomi di una lunga lista di preti e parroci uccisi dai comunisti: "Don Pessina, Don Galletti, Don Donati e tanti altri: non c'entravano nulla con i fascisti, al massimo avevano benedetto qualche salma di fascista ucciso, forse aiutavano la Dc a raccogliere i voti... La verità è che furono uccisi da comunisti e che nessun assassino fu denunciato dal Pci. Ciò potrà un giorno serenamente essere studiato? Io spero di sì".
Finanziaria, prima fiducia: condono fiscale per il 2002, birra e sigarette più care
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - Con 327 sì, 222 no e un astenuto, la Camera ha dato il via libera al primo dei tre maxi-emendamenti presentati dal governo alla Finanziaria e sui quali ha richiesto il voto di fiducia.
Martedì, con le altre due votazioni di fiducia (una attesa intorno alle 15 e l'altra alle 20), si concluderà il passaggio del ddl alla Camera. Mercoledì è previsto il voto finale.
CONDONO E RINCARI - L'emendamento approvato lunedì sera corregge e accorpa 4 articoli della vecchia Finanziaria: contiene disposizioni in materia di entrate, tra le quali l'estensione del condono fiscale ai redditi del 2002: per sanare le irregolarità commesse lo scorso anno, i contribuenti avranno tempo fino al 16 marzo. Tra le altre novità contenute nel testo approvato oggi aumenti per sigarette, birra e superalcolici e incremento della pressione fiscale sulle transazioni immobiliari.
Bush: gli iracheni processeranno Saddam
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
Il destino dell'imputato Saddam Hussein è segnato, almeno per quanto riguarda il chi e il dove verrà giudicato. Il "processo del secolo" si terrà in Iraq e a giudicare l'ex raìs sarà una Corte irachena. A sancirlo è George W. Bush. "Saddam Hussein sarà processato con una procedura che sarà concordata con gli iracheni perché sono stati loro a subire le maggiori brutalità", afferma il presidente americano nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca. Quello a Saddam, aggiunge Bush, dovrà essere "un processo equo" in grado di passare "lo scrutinio internazionale". "Ci sarà un processo pubblico che consentirà che emergano tutte le atrocità commesse - sottolinea il presidente Usa - e che consentirà che giustizia sia fatta". Circa la possibilità che Saddam sia messo a morte, al termine del processo, Bush preferisce restare sul vago: "Ho le mie opinioni personali in materia - dice -, Saddam era un dittatore brutale, ma è importante in questo caso il punto di vista degli iracheni". È un punto delicato. Il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha detto ieri che "l'Onu è contro la pena di morte e non l'accetta nei suoi Tribunali".
Se sarà processato in un tribunale iracheno, l'ex raìs potrebbe essere condannato a morte: a ribadirlo è il presidente di turno del Consiglio di governo iracheno, lo sciita Abdel Aziz al-Hakim, in visita a Parigi. A chi gli chiedeva se, nel caso di Saddam, potrebbe essere applicata la pena di morte, Hakim ha risposto secco: "Sì, assolutamente". Hakim ha assicurato che il processo avverrà nel rispetto degli standard internazionali, alla presenza di supervisori esterni. "Ci saranno - assicura - consulenti, le autorità internazionali potranno essere presenti, le udienze saranno pubbliche e i diritti della difesa saranno rispettati". Al silenzio diplomatico delle autorità francesi, fa da contraltare l'editoriale di Le Monde, che chiede per Saddam Hussein un processo a Baghdad "davanti ad una giurisdizione Onu ad hoc", con giudici iracheni e internazionale. Per il quotidiano francese questa è la formula che "l'imperativo dell'esemplarità e l'ampiezza dei crimini richiedono". Sul destino processuale dell'ex dittatore iracheno intervengono anche le autorità iraniane. Ora che Saddam è stato preso, Teheran intende presentargli il conto e lo farà quanto prima, non appena l'ex dittatore comparirà davanti ad un Tribunale. L'Iran non ha dubbi sul fatto che Saddam Hussein debba essere giudicato da una Corte internazioanle: "Ovviamente - dichiara il portavoce del governo Abdullah Ramenzadeh - gli iracheni hanno la precedenza nel processare Saddam per i delitti da lui commessi in Iraq, ma questo non impedisce che sia in seguito giudicato da un Tribunale internazionale perché risponda anche di crimini come quelli che ha perpetrato contro il popolo iraniano". A presentare i conti (giudiziari) a Saddam è anche Gerusalemme. Secondo il ministro della Difesa Shaul Mofaz, sarebbe giustificata la partecipazione di Israele a un procedimento giudiziario contro l'ex raìs di Baghdad "anche per l'assistenza finanziaria che ha dato al terrorismo" nel corso degli anni, oltre che per gli attacchi missilistici nel 1991.
Orfano di Saddam
Marco D'Eramo su il Manifesto
Il week-end ha regalato a George W. Bush le due maggiori vittorie degli ultimi otto mesi. Sabato l'Europa si è rotta; ed erano quasi due anni che nell'amministrazione americana la parola d'ordine era: disorganize l'Unione europea (in inglese, Union è il "sindacato" e organize vuol dire "sindacalizzare"). Domenica è stata annunciata la cattura di Saddam Hussein: ed era lo scopo che lo stesso Bush si era pubblicamente prefisso. Ma delle due vittorie è la seconda quella che, almeno a medio termine, rivoluziona il quadro politico. Non parlo del balzo di popolarità nei sondaggi - che certo ci sarà -, ma i sondaggi vanno e vengono; né del rialzo a Wall Street che ieri si è rivelato meno impetuoso di quanto sperato. Né dei riflessi che la cattura potrà o non potrà avere sul voto presidenziale: novembre 2004 è lontano e il ricordo della sconfitta di Bush senior nel 1992, pur dopo il trionfo nella prima guerra del Golfo, incombe ancora oggi come un incubo su Bush il giovane. No, la cattura di Saddam Hussein è più strutturale: costituisce un momento di verità. Proprio perché domenica - e non sette mesi fa - "la missione è stata compiuta", non ci sono più alibi per nessuno. Quando a novembre la Casa bianca annunciò una nuova strategia per l'Iraq e il passaggio dei poteri al governo provvisorio iracheno entro giugno 2004, Bush avvertì che le truppe americane non si sarebbero ritirate "finché Saddam non sarà catturato".
Ora è cosa fatta, quindi da oggi in poi crescerà la pressione per accelerare il disimpegno militare, anzi è già iniziata: lo ha già chiesto il candidato per ora favorito alla nomination democratica, Howard Dean. Ma Saddam ha rappresentato un alibi per molti altri guai, dall'insicurezza quotidiana nelle città ai sabotaggi nel petrolio, al dilagare endemico della guerriglia, forse a bassa intensità, ma ad alto costo in vite umane. Con Saddam Hussein recluso, si capirà ora se la guerriglia era davvero l'ultimo colpo di coda dei nostalgici del regime o se esprime una diffusa insofferenza per l'occupazione straniera. Saddam era il capro espiatorio per l'incapacità Usa nel "fare il lavoro", nel vincere la pace con la facilità con cui avevano trionfato in guerra. Ieri tutti i grandi giornali americani dicevano: "Bene, adesso concludiamo il lavoro il prima possibile".
La cattura di Saddam costituisce quindi un fattore di verità per capire se quelli che gli americani hanno incontrato nell'instaurare una "prospera democrazia in Medio oriente", erano problemi contingenti legati all'invadente incombere del fantasma di Saddam, o erano invece strutturali, legati all'esplosiva composizione etnico-religiosa dell'Iraq, alla diffidenza per undici anni sanzioni e bombardamenti, tra il 1992 e il 2003.
A questo proposito, rimane oscura la strategia degli esperti in comunicazioni del Pentagono: mostrare Saddam come un homeless rintanato d'inverno sotto i cartoni, ha contribuito sì a dipingerlo come un boss latitante della mala mondiale (la sua foto ricordava quella di Riina dopo l'arresto). Ma nello stesso tempo appariva tanto disturbato, che viene da chiedersi come mai avesse potuto seminare il terrore per tanto e su tanti. Forse quest'immagine, da derelitto fuori di testa, ha contribuito a ridurre l'esultanza popolare. Non ci può essere giubilo per la cattura di un boss della mala, né orgoglio nell'aver catturato un simile relitto.
16 dicembre 2003