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a cura di G.C. - 30 settembre 2003
Pensioni, Berlusconi in tv "Riforma utile e necessaria"
Redazione de la Repubblica
ROMA - Quella delle pensioni è una riforma "giusta e necessaria", e quella presa dal governo è una "decisione importante" per garantire "le pensioni di tutti, il benessere degli anziani, e dei giovani di oggi, quando saranno anziani". Silvio Berlusconi sente il bisogno di affrontare il tema della riforma previdenziale e lo fa alle 20.30, in diretta televisiva sulle tre reti Rai unificate. Sette minuti di intervento, aperto da un informale e rassicurante "Care amiche, cari amici" , nel quale il premier ha spiegato le ragioni che hanno motivato la riforma, "necessaria" e "giusta", e che si è concluso con un appello agli italiani: "Continuate a sostenerci con la vostra fiducia".
"Siamo sempre stati convinti" , ha detto Berlusconi, della necessità di garantire una pensione a tutti, "tanto che abbiamo aumentato le pensioni sociali a 516 euro al mese. Tuttavia il sistema ereditato dal passato presenta seri problemi per due ragioni. La prima è che oggi siamo 58 milioni di persone, ma tra vent'anni saremo molti di meno. E tra di noi - ha aggiunto - ci saranno molti più anziani. La seconda ragione è che, fortunatamente, viviamo molto più a lungo dei nostri padri, in condizioni di salute migliore. La vita media oggi si estende oltre gli ottanta anni: questo è l'effetto del progresso scientifico ed economico, una cosa splendida, una grande conquista della nostra civiltà".
Tutto questo, però, ha proseguito il presidente del Consiglio, significa che "chi lavora dovrà contribuire per la pensione di un numero sempre più alto di anziani, una vita media più lunga significa che lo Stato dovrà pagare a ciascuno la pensione per un numero maggiore di anni. E allora - ha spiegato - dobbiamo sapere che il sistema attuale è stato concepito più di mezzo secolo fa. Oggi la realtà è diversa".
La spesa per pagare le pensioni, ha precisato il presidente del Consiglio, "è cresciuta e crescerà in maniera continuativa fino al 2030. Questa non è una situazione sostenibile. Dal punto di vista economico, perché fino al 2030 lo Stato si vedrebbe caricato di una spesa eccessiva e crescente. Mancherebbero i soldi per pagare la sanità, le scuole, le forze dell'ordine, lo Stato dovrebbe aumentare le tasse e resterebbero meno soldi nelle tasche di tutti".
La situazione - ha continuato Berlusconi - sarebbe inaccettabile anche dal punto di vista sociale, perché le pensioni dopo il 2030 si abbasserebbero troppo per garantire una vecchiaia decorosa e serena. A qualcuno può sembrare che il 2030 sia una data lontana, ma qualsiasi famiglia, quando compra una casa, fa progetti a lungo termine. E se una famiglia pensa almeno al prossimo mezzo secolo, perché non dovrebbe farlo lo Stato, che è la famiglia di tutti gli italiani?".
Per il premier, quindi, la conclusione è semplice: "Se si lascia che le cose vadano avanti così, lo Stato non ce la farà più a pagare la previdenza e gli anziani non potranno più vivere con le loro pensioni. Questi sono i fatti, e chi dice il contrario vi sta ingannando".
Poi, il presidente del Consiglio entra nel merito: "Da ora fino al 2008 chi ha già maturato il diritto ad andare in pensione potrà farlo con le stesse regole di oggi, non ci saranno cambiamenti o cattive sorprese. Solo a partire dal 2008, il periodo di versamenti di contributi per accedere alla pensione sarà di quarant'anni, ma tutti gli uomini avranno il diritto di andare in pensione a 65 anni, e le donne a 60".
Una riforma che offre anche, secondo il premier, una "opportunità straordinaria: un aumento di stipendio del 32 per cento se deciderà di continuare a lavorare. Una decisione, questa, che non sarà da considerare un obbligo, ma solo una libera scelta di ciascuno. Sappiamo che molti cittadini in età di pensione vorrebbero restare in attività, non essere messi da parte. Ebbene, con questa riforma potranno realizzare il loro desiderio, ma anche guadagnare di più". Una riforma, ha insistito il premier, "giusta e necessaria" che "permetterà a tutti di vivere nella sicurezza e nel benessere".
Poi, il paragone con "altri Paesi europei, molti, che hanno riformato i loro sistemi previdenziali per le stesse ragioni che hanno motivato il nostro progetto. E a farlo sono stati sia i goveri del centrodestra che quelli del centrosinistra. Ed anche questo dimostra che una riforma così fatta è utile e necessaria. Chi si ostina a negare questa verità - ha ripetuto il presidente del Consiglio - non rende un buon servizio al Paese".
Attacco ai diritti
Rinaldo Gianola su l'Unità
Care amiche, cari amici, vi sto truffando. Berlusconi invade le case degli italiani all'ora di cena per annunciare l'ultimo imbroglio, quello sulle pensioni. Parla come un padre di famiglia che deve far quadrare i conti, come se i soldi delle pensioni fossero una sua concessione e non quelli dei lavoratori. Sostiene l'ineluttabilità della "riforma", perchè altrimenti salta tutto e i pensionati di oggi e di domani (i giovani, che oggi sono precari o disoccupati) non potranno, nel 2030, avere la certezza del reddito.
Lui, Berlusconi, può farla la "riforma" quella vera, perché possiede poteri taumargici, è "Unto dal signore" e sostiene di avere la fiducia degli italiani. Di più, ai telespettatori promette che dal 2008, potranno certo andare in pensione con 40 anni di contributi (un sacrificio, ma cosa non si farebbe per accontentare il premier?), ma se qualcuno arrivato a 65 anni volesse continuare a lavorare allora ci sarebbe anche un premio del 32% sulla retribuzione. Ragazzi, questo è il Nirvana, perché nessuno ci ha pensato prima?
Ci voleva un abile piazzista come Berlusconi per vendere un prodotto così difficile come l'attacco alla previdenza, uno scoglio su cui si era infranto il suo primo governo nel 1994. Ma il premier ci riprova, è convinto che sia cambiata l'aria, che la ventata neoliberista che spira in Europa, dove le pensioni sembrano essere la sola vera emergenza, gli possa garantire appoggi importanti. La strategia di Berlusconi e Tremonti è chiara: constatato il fallimento delle loro promesse elettorali (vi ricordate? boom economico, meno tasse, più lavoro...), preoccupati per lo sfondamento del 3% del rapporto debito-Pil, estraggono dalla tasca la ricetta magica delle pensioni. Così si sparigliano le carte in tavola. Con questa "riforma" il ministro Tremonti si presenterà la prossima settimana al vertice dei ministri finanziari europei e potrà gonfiarsi il petto: "Avete visto, faccio la riforma e i sindacati mi attaccano con lo sciopero generale". Chi è stato vicino in questi giorni a Berlusconi e a Tremonti racconta che il vertice del governo ha cercato lo scontro con i lavoratori, convinto che si possa fare un atto di forza. Se Raffarin in Francia ha colpito le pensioni degli statali, se il socialdemocratico Schröder in Germania ha tagliato la sanità, allora, ha pensato Berlusconi, perché non posso provarci anch'io? E la concertazione, il consenso delle parti sociali? Aria fritta, c'è solo un "tavolino" che dura dal mercoledì al venerdì su cui Cgil, Cisl e Uil potranno esprimere il loro dissenso. Ma è tutto una fregatura, una farsa, fin dall'inizio della legislatura. Tanto che ieri sono stati i moderati Angeletti e Pezzotta i primi a parlare di siopero e non il "massimalista" Epifani. Per il governo questa è una scommessa pericolosa. Primo perché non sono paragonabili gli interventi fatti in Francia e in Germania (Paesi dove la spesa pensionistica e sanitaria è di gran lunga superiore alla nostra) con la manomissione della previdenza; secondo perché, nonostante la sistematica occupazione da parte di Berlusconi dei mezzi di comunicazione e il conformismo trionfante, permane nei sindacati e nella sinistra la capacità di aggregare e mobilitare ampi strati della società italiana, milioni di cittadini che non possono tollerare di apprendere che saranno tagliati i loro diritti, come quello di andare in pensione, da una comunicazione televisiva del premier.
Blackout sulle regole Rai
Redazione de il Manifesto
O Silvio Berlusconi ha violato la legge che regola l'uso della diretta tv a reti unificate per messaggi urgenti alla nazione oppure c'è stato un eccesso di zelo a viale Mazzini. Che poi è quel che da a intendere palazzo Chigi con una nota. All'annuncio del messaggio, è il presidente della commissione di Vigilanza Claudio Petruccioli a lamentare il fatto di non essere stato informato come prevede la legge in caso di "urgenza". E anche la presidente della Rai Lucia Annunziata fa sapere di non essere stata informata del messaggio a reti unificate che ieri sera ha fatto irruzione su tutti gli schermi.
La legge contesa è la Mammì del 1990, che ricalca la disciplina del `75. Nell'articolo 22 della legge 103 del `75, si legge che: "La società concessionaria è tenuta a trasmettere i comunicati e le dichiarazioni ufficiali del presidente della Repubblica, dei presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, del presidente del Consiglio dei ministri e del presidente della Corte costituzionale su richiesta degli organi medesimi, facendo precedere e seguire alle trasmissioni l'esplicita menzione della provenienza dei comunicati e delle dichiarazioni". Al secondo comma, aggiunge: "Per gravi e urgenti necessità pubbliche, la richiesta del presidente del Consiglio dei ministri, ha effetto immediato". E al terzo comma: "In questo caso, egli è tenuto a darne contemporanea comunicazione alla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi". La successiva disciplina prevede che si possano "chiedere ai concessionari privati o alla concessionaria pubblica la trasmissione gratuita di brevi comunicati. Detti comunicati debbono essere trasmessi immediatamente". Questo, "fatte salve le disposizioni di cui all'articolo 22, primo comma, della legge 14 aprile `75 n 103". Che è il testo a cui si richiama anche il governo: "In merito alla dichiarazione del senatore Claudio Petruccioli, secondo la quale il presidente del consiglio sarebbe obbligato a dare comunicazione alla commissione di Vigilanza sui servizi radiotelevisivi della richiesta della trasmissione televisiva, la presidenza del consiglio dei ministri chiarisce che la richiesta è avvenuta ai sensi della prima parte dell'articolo 22 della legge 14 aprile 1975, numero 103, trattandosi di comunicato non relativo a gravi ed urgenti necessità ed essendo indicata solo come possibile e non come immediata la trasmissione in ora serale". Allora perché il messaggio del cavaliere è andato in diretta tv a reti unificate nell'ora di massimo ascolto?
Pensioni, si va verso lo sciopero generale
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - Rottura tra governo e sindacati sulle pensioni. Cgil, Cisl e Uil hanno infatti respinto il contenuto della riforma che verrà varata in parte al'interno della legge Finanziaria e in parte sotto forma di emendamenti all'apposito disegno di legge delega. E da parte sindacale non si escludono clamorose forme di protesta: "Credo che sabato mattina decideremo lo sciopero generale" ha dichiarato il leader della Uil, Luigi Angeletti.
IL PROGETTO DEL GOVERNO - Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ha chiesto ai sindacati "senso di responsabilità".
Il premier, nell'incontro con i vertici di Cgil, Cisl e Uil, ha sottolineato che la riforma previdenziale è "ineludibile a causa del debito pubblico accumulato nel corso degli anni". Dal 2008 si potrà andare in pensione solo con 40 anni di contributi, oppure con 65 anni di età (60 per le donne), senza gradualità. Questa la proposta delgoverno illustrata ai sindacati, con i quali, comunque, da domani partirà un tavolo di confronto su tutte le misure previste nell'ipotesi di riforma. Dal 2004 al 2007 si potrà continuare ad andare in pensione con le attuali regole. Fino al 2007, poi, sarà possibile rinviare la pensione avendo comunque la certificazione dei diritti fino ad allora acquisiti. Il bonus di incentivi proposto dal governo, "sarà per due anni", come già previsto per altro dalla delega previdenziale presente in Parlamento. Rispetto al testo della delega, che non precisava l'ammontare del bonus, il governo ha annunciato nei giorni scorsi che si tratterà del 32,7%, cioè dell'intero ammontare dei contributi.
Il governo ha poi confermato di voler incidere sulle pensioni d'oro e sulle invalidità perché vi sono molti squilibri fra le varie regioni.
LA RISPOSTA DEI SINDACATI - ll leader della Cisl Savino Pezzotta ha espresso infatti la sua netta contrarietà alla riforma delle pensioni avanzata dal governo. "Non sono le pensioni - ha detto Pezzotta (Cisl) nel suo intervento - la vera emergenza. Si doveva partire dallo sviluppo e non da un taglio di un punto e mezzo della spesa sociale. Dissenso pieno sul merito e sul metodo. Ci voleva un confronto di tre mesi e non di tre giorni. E che senso ha aprire tavoli se tutto è già deciso?". Le critiche sono unanimi e convergenti: "Non ci convincono le ragioni addotte a sostegno della necessità della riforma" ha aggiunto il segretario generale della Uil, Angeletti. "Se si scardina la riforma Dini non siamo d'accordo. Nè siamo d'accordo che ci sia un'emergenza pensioni", ha detto il numero uno della Cgil, Guglielmo Epifani ribadendo che a questo punto è inutile il tavolo sulla previdenza proposto dal governo da qui a venerdì prossimo.
Ecco la finanziaria e il decretone sui condoni
Paolo Andruccioli su il Manifesto
Il governo Berlusconi ha la sua finanziaria, che quest'anno sarà accompagnata da un decreto che conterrà una buona parte delle operazioni "una tantum", come il condono edilizio e le proroghe e l'allargamento dei condoni fiscali dello scorso anno, a partire dal concordato preventivo. Complessivamente la manovra sarà di 16 miliardi di euro, basata, come dice il comunicato ufficiale, su "misure una tantum e provvedimenti strutturali di riduzione delle spese correnti", tradotto: condoni e tagli. Per il rilancio dell'economia vengono destinati 5 miliardi di euro. Ma la finanziaria per il 2004 cerca di mandare anche messaggi populistici e rassicurazione, visto che si stanziano dei soldi per sostenere le famiglie con un bonus di 1000 euro per il secondo figlio (che nasca entro ottobre del 2003 o probabilmente entro il gennaio del 2004, si stanziano soldi per far ritornare in Italia i cervelli che sono scappati all'estero perché qui da noi la ricerca non si finanzia. Vengono anche confermati parecchi soldini per la guerra, o meglio, più precisamente per le missioni internazionali di pace, pari a circa 1200 milioni di euro solo per il 2004. Nel frattempo il governo liberista di Berlusconi cerca di vendere il più possibile in termini di immobili. Verrà lanciata per esempio un'operazione lease back , ovvero la vendita degli immobili degli uffici pubblici che poi dovranno riaffittarli presso i privati che avranno i capitali per acquistare. Per il 2004 è previsto che lo stato venda, a trattativa privata e anche in blocco, gli immobili adibiti ad uffici pubblici. Gli stessi edifici saranno riaffittati tramite un fondo creato con 50 milioni. Nel decreto che accompagna la finanziaria c'è il condono edilizio, che fino a ieri sera tardi è stato oggetto di trattativa all'interno della maggioranza di governo. Nel decreto ci sarà anche la trasformazione della Sace e della Cassa depositi e prestiti in spa. Oggi avremo tutti i particolari. Tra le tante novità che si possono anticipare ce ne sono alcune che se messe in relazione tra loro possono dare il senso della manovra.
Ma veniamo alla struttura portante della finanziaria e del decreto pensato per evitare una parte del dibattito parlamentare, visto che la modifica dell'approvazione della manovra di bilancio non è riuscita al governo Berlusconi, che si accontenta appunto del decretone e di avere il via libera per la modificazione strutturale delle norme sulla previdenza. Uno scambio tra riforma delle pensioni e "una tantum" che ieri il premier ha rivendicato direttamente davanti ai sindacati.
Dei 16 miliardi, 5 saranno - almeno nelle intenzioni del governo - per il rilancio dell'economia. Nella finanziaria viene varato anche un pacchetto di misure per la tutela e la valorizzazione del made in Italy, mentre il governo con la cosiddetta tecno-Tremonti permette la deduzione dalle imposte per le aziende del 10% dei costi per la ricerca e lo sviluppo, ma anche per le spese che vengono sostenute in caso di quotazione delle società in borsa. Il governo si impegna anche a sostenere le spese di pubblicità delle aziende attraverso la carta stampata. Un contributo dello stato sarà assicurato (pari a 75 euro) a chi acquisterà apparecchiature per la trasmissione o la ricezione a larga banda, (ovvero decoder) dei dati via Internet entro un limite di spesa di 30 milioni di euro. Il governo, per cercare consensi in aeree le più diverse, stanzia anche dei soldi per sostenere le associazioni del volontariato e del non profit ed è previsto perfino uno sconto del 20% per l'acquisto di ambulanze da parte delle associazioni del volontariato. Il tutto, ovviamente, in una logica di progressiva riduzione del welfare pubblico, a cominciare proprio dalle strutture del servizio sanitario nazionale.
Vengono stanziate risorse anche per l'editoria, carta stampata, giornali e periodici in particolare, anche se il segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi, mette in guardia su possibili discriminazioni a scapito per esempio dei giornali locali e delle agenzie.
Vengono anche stabiliti prestiti fiduciari in favore degli studenti "meritevoli". Si prevede un fondo di 10 milioni di euro per ciascun degli anni 2003-2004. Una misura che è stata concordata direttamente con la ministra Moratti che ha fatto passare la privatizzazione generale della scuola e che ora chiede un sostegno di immagine a livello appunto di finanziamenti per i singoli. Per la scuola pubblica, dopo che è stata umiliata, vengono previste misure di immagine, come la possibilità per i docenti di acquistare un personal computer portatile da utilizzare nella didattica. Il computer non verrà pagato però dallo stato, ma ci sarà una riduzione di costo e una rateizzazione, un modo furbesco per rispettare la promessa elettorale di un computer in ogni scuola, senza però stanziare dei soldi veri per la informatizzazione delle scuole pubbliche.
Ventiquattro minuti e un errore, poi il blackout
Paolo Biondani e Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera
ROMA - Ben 24 minuti.Tanto è passato dell'interruzione della prima linea svizzera fino a quando l'Italia è rimasta al buio. Che cosa è avvenuto in quei momenti? Il giorno dopo il blackout, prende corpo l'ipotesi di un errore compiuto dal gestore italiano o dagli svizzeri di Etrans. Una mancata risposta a un avviso inviato dalla Svizzera che comunicava l'interruzione di una linea elettrica che porta energia al nostro Paese, secondo la ricostruzione elvetica. O una comunicazione parziale, ribattono gli italiani. Le versioni ufficiali continuano a essere in contraddizione. Mentre le inchieste dovranno accertare se il guasto originario possa essere stato provocato da un sabotaggio, la ricostruzione di quei 24 minuti dimostra che c'era il tempo necessario per intervenire ed evitare il disastro.
Ore 3.01 - Si interrompe la linea elettrica del Lucomagno, una delle due dorsali che portano dalla Svizzera all'Italia corrente ad altissima tensione (380 mila volt), una linea da 1.320 megawatt. La causa ufficiale del guasto è il contatto tra il grosso ramo di un abete e i vicini cavi elettrici che fa partire una scarica che provoca un incendio. L'interruzione della linea determina un aumento di pari livello della potenza di tutte le altre dorsali alpine che portano elettricità in Italia: quelle svizzere ancora in funzione, ma anche quelle francesi, slovene e austriache.
Ore 3.02 - Dalla centrale di Laufenburg, al confine con la Germania, i tecnici di Etrans (coordinatore dell'import-export di energia elettrica per buona parte dell'Europa) cercano di riattivare la linea interrotta. La procedura standard di controllo interno non porta ad alcun risultato. Secondo Etrans il fallimento di queste manovre rende chiaro che la causa è un incidente esterno.
Ore 3.11 - Un funzionario di Etrans chiama i colleghi italiani di Grtn. Comunica il problema, ma sul tenore della conversazione le versioni non concordano. "Abbiamo spiegato - assicurano gli svizzeri - che un incidente aveva interrotto la linea a 380 mila volt del Lucomagno e ordinato a quella italiana di aumentare la produzione interna della quantità necessaria a compensare interamente il mancato import. La loro reazione è stata invece troppo lenta e insufficiente". "Ci hanno chiesto di intervenire riducendo l'importazione di energia dall'estero - afferma il portavoce di Grtn Luca Dal Pozzo - spiegando che c'era un assestamento. Non hanno aggiunto altro ed è stato proprio questo a provocare i problemi. Se ci avessero detto che la situazione era grave, noi avremmo avuto tutto il tempo di provvedere. Avremmo spento temporaneamente alcune zone dell'Italia ed evitato che l'intera rete andasse in tilt". Perché non è stato fatto comunque? "Non era necessario rispetto alla situazione che ci è stata prospettata. Non potevamo immaginare che la Svizzera fosse in così seria difficoltà".
Ore 3.13 - Grtn interviene "secondo le modalità previste per guasti di lieve entità". L'importazione di energia dall'estero viene ridotta da 6.400 megawatt a 6.200 megawatt. "Troppo poco", accusano gli svizzeri. "Rispetto a quanto ci era stato comunicato - ribattono gli italiani - la quantità era più che sufficiente".
Ore 3.23 - Tra le relazioni inviate al ministero delle Attività produttive da vari enti, ce n'è una secondo la quale Grtn contatta l'Enel: "Preparatevi a staccare una parte del sistema di pompaggio per ridurre il consumo di energia". La versione ufficiale dice però che in quel momento non c'era alcun allarme, né sentore di problemi in arrivo. Dunque, perché fu chiesta questa diminuzione? "A quell'ora - assicura Dal Pozzo - non ci fu alcun contatto con l'Enel. La richiesta è successiva al blackout. Quando ci siamo resi conto che la rete era in tilt, abbiamo cercato ogni soluzione possibile per risolvere il problema in tempi brevi".
Ore 3.25 - Due linee ad altissima tensione da 400.000 volt si interrompono in Francia. "Non ci sono stati cortocircuiti - dichiara André Merlin, presidente del gestore francese Rte -, l'alimentazione in provenienza dalla Francia è stata interrotta per una messa fuori tensione dal lato italiano". In quello stesso istante l'Italia rimane al buio. "In 4 secondi - spiegano a Grtn - c'è stato un calo nell'apporto di energia pari a 6.000 megawatt e i sistemi si sono spenti. È una procedura automatica, a quel punto non c'era possibilità di effettuare un intervento manuale".
Ore 3.30 - La Protezione civile fa scattare il piano di emergenza.
L'Italia resta al buio per oltre dodici ore.
E l'Europa disse: finirete al buio
Romano Dapas su Il Messaggero
Bruxelles. Dire che l'avevano previsto con matematica certezza è forse eccessivo. Ma sta di fatto che gli esperti della Commissione europea nel settore degli approvvigionamenti energetici un blackout elettrico nella Penisola lo avevano messo in conto da parecchio tempo. Fin da dicembre 2001, l'eurocommissaria spagnola, Loyola de Palacio, responsabile per la politica energetica e dei trasporti, aveva indicato l'Italia come uno dei paesi a maggiore rischio per via del "troppo basso" livello di interconnessione e delle insufficienti capacità a produrre elettricità nostrana per mancanza di centrali e di volontà politica. E sulle debolezze del sistema italiano si soffermano numerosi documenti della Ue pubblicati tra il 2001 e quest'anno. In particolare, una nota interna del 25 agosto scorso, redatta all'indomani del blackout che aveva colpito New York e parte del Canada, denunciava il "numero insufficiente di interconnessioni in Europa", sia riguardo alla rete elettrica dei tre paesi del Benelux minacciati da "problemi di congestione", che ai "fragili allacciamenti" esistenti alle frontiere dell'Italia con la Francia e la Svizzera. Nessuna sorpresa che Loyola de Palacio abbia lanciato ieri un pressante appello all'Italia affinché aumenti gli investimenti in centrali elettriche.
"E'molto importante ha precisato che l'Italia migliori la sua interconnessione con le reti dei paesi vicini e che dia impulso alla costruzione di nuove centrali". Beninteso, spetta a ciascun paese decidere se le centrali debbano essere nucleari oppure no, ma sia la Svizzera che la Francia hanno optato per il nucleare. Dopo l'appello, anche le critiche. Nel ricordare la grande dipendenza energetica dell'Italia, la signora De Palacio ha lamentato "i problemi amministrativi" che rallentano la costruzione di centrali ed ha aggiunto: "Si rivendicano con forza le maxi-infrastrutture, ma poi si scopre dopo tre, quattro anni che tutto si è risolto in un fallimento".
Confrontata con l'emergenza Italia, l'Europa si propone di agire il più rapidamente possibile. La De Palacio ha confermato un più forte impegno dell'Esecutivo Ue a cogliere tutte le opportunità offerte dalla liberalizzazione del mercato energetico per mettere fine alla debolezza delle interconnessioni di alcuni paesi, con particolare riferimento, dopo quanto è accaduto, all'Italia ed alla Spagna che si trova anch'essa in zona rischio
L'apertura totale dei mercati del gas e dell'elettricità interverrà l'anno prossimo per le industrie e nel 2007 per l'utenza privata. Particolare curioso, dopo un iter negoziale durato più di un decennio, il pacchetto energia, comprendente due direttive e un regolamento, è stato definitivamente approvato, il 4 giugno scorso, col voto contrario dei deputati europei di Forza Italia, An e Lega. Troppo tardi e solo in seguito ad un polemico intervento della Confindustria, il governo si era reso conto che il sistema di aste previsto dalla liberalizzazione avrebbe penalizzato l'Italia con un aggravio di circa 850 milioni di euro annui.
L'angoscia del blackout fa rinascere la lobby del nucleare
Giancarlo Mola su la Repubblica
ROMA - Ci sono quelli che "nell'87 abbiamo fatto un grave errore". Quelli che "vorrei ma non posso", quelli che invece "siamo ancora in tempo per ripartire". Non sono una lobby, non sono un partito trasversale. Ma forse potrebbero diventarlo. In ogni caso sono tornati. E all'indomani del grande blackout hanno deciso di rialzare la testa, di pronunciare la parola tabù: nucleare.
La paura del buio, la più ancestrale, ha avuto l'effetto immediato di riaprire in Italia un dibattito sepolto per oltre quindici anni sotto decine di milioni di schede: per la prima volta dal referendum del 1987 - quando l'80 per cento degli italiani bocciò le centrali atomiche - la tentazione dell'energia "sporca" è infatti di nuovo alla ribalta. E appassiona, oltre a buona parte della comunità scientifica e industriale, anche il mondo della politica.
"La sensibilità del paese è mutata e sono convinto che di nucleare si possa tornare a parlare con serenità", dice Adolfo Urso, viceministro alle Attività produttive, moderato di Alleanza nazionale. L'idea è quella di un "percorso graduale", che parte dall'emergenza di oggi e arriva in dieci-dodici anni al nuovo scenario. "Già adesso - spiega Urso - stiamo autorizzando le società elettriche italiane a lavorare sul nucleare all'estero. In tempi brevi, con il decreto Marzano, cercheremo di sbloccare anche l'accordo sull'energia atomica fra Enel e i francesi di Edf. Poi, secondo me, occorre varare un piano nazionale ultradecennale che preveda la riconversione di parte degli attuali impianti al carbone "pulito" e la costruzione delle grandi e piccole centrali. In questo quadro, accanto alle fonti alternative e rinnovabili, non vedo perché non possa esserci il nucleare".
Il progetto è chiaro. D'altronde il consenso, all'interno del governo e della maggioranza, non manca. La lista dei ministri usciti allo scoperto si allunga giorno dopo giorno. "Dobbiamo ripensare a quanto è stato deciso anni fa sul nucleare", diceva domenica Pietro Lunardi, titolare delle Infrastrutture). "Sono a favore anche se ritengo che nel nostro paese oggi manchino le condizioni", spiegava un mese fa a Erice - davanti alla platea degli studiosi riuniti per discutere di emergenze planetarie - il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi.
Della partita, nuclearisti in linea di principio anche se cauti per opportunità politica, sono poi Antonio Marzano (Attività produttive) e Rocco Buttiglione (Politiche comunitarie), che per primo aveva proposto un "approccio razionale o non emotivo". I no decisi di Gianni Alemanno ("Chi ha bocciato il nucleare forse ha salvato il paese"), e Altero Matteoli ("È un capitolo chiuso") rischiano quindi di trovarsi, nel governo, in decisa minoranza.
Il ritorno del nucleare è invocato poi dagli scienziati. "È l'anello fondamentale del sistema", dice il fisico Tullio Regge. Una posizione ampiamente condivisa, anche se con diverse sfumature. E così il premio Nobel Carlo Rubbia chiede più ricerca per rendere sicura l'energia atomica, mentre Antonino Zichichi, sempre da Erice, proclamava: "Il nucleare è l'energia del futuro".
Siamo alla svolta? No, non ancora. Nessuno è così ingenuo da pensare che gli italiani abbiano radicalmente cambiato idea, che siano pronti ad accettare le centrali nucleari alle porte di casa. Il nuclearismo del terzo millennio è per il momento una suggestione. Culturale prima ancora per politica. Serve consenso, non si può procedere a colpi di maggioranza.
"La possibilità di riaprire i giochi - aggiunge ancora Adolfo Urso - è condizionata ad un ampio accordo bipartizan. Non possiamo correre il rischio di ripartire e poi fermarci di nuovo. I costi economici e politici sarebbero elevatissimi. L'ipotesi di un'intesa globale sull'energia che comprenda anche il nucleare non può che coinvolgere anche l'opposizione. Ho la convinzione che con uomini che hanno avuto esperienze di governo come Romano Prodi, Enrico Letta e Pierluigi Bersani una discussione seria sia possibile".
Il nucleare rimane quindi la strana bestia con un grande futuro dietro le spalle. Un rimpianto per alcuni. Un incubo scacciato dal sonno per altri. Per Ermete Realacci, per esempio. Al solo sentire la parola, il presidente di Legambiente e deputato della Margherita ha uno scatto: "È assurdo, vogliono vincere le sfide del domani risvegliando i dinosauri".
Il Labour applaude la nuova stella Gordon Brown
Alfio Bernabei su l'Unità
LONDRA. Si è riferito per ben 56 volte ai "valori del Labour". Mai una sola volta si è lasciato scappare di bocca la definizione "New Labour" che identifica Tony Blair. Nel suo discorso pronunciato ieri davanti ai delegati del congresso annuale del partito laburista in corso a Bournemouth, il cancelliere e ministro delle finanze Gordon Brown ha così indicato la sua posizione politica radicata nel Labour storico che userà come piattaforma per spiccare il salto verso Downing Street e prendere il posto di Blair.
Non adesso, ma in un prossimo futuro che verrà dettato dall'andamento della crisi di fiducia che ha sommerso il premier.
Per Brown i valori del Labour sono quelli sostenuti dai "pionieri del nostro partito", con la giustizia sociale al primo posto. Ciò non vuol dire essere di meno del "New Labour" di Blair per quanto riguarda la necessità di costante modernizzazione degli obiettivi programmatici del partito o nel campo delle riforme istituzionali, ma significa il ritorno a un'onestà di intenti e di linguaggio e al possesso di "un'anima" che negli ultimi tempi sono stati offuscati dalle manipolazioni degli spin doctor di Downing Street, uno dei motivi della sfiducia che ha reso Blair così poco credibile.
Brown ha ricevuto un'ovazione di due minuti. Ha reso felici in particolar modo i sindacati, alcuni dei quali avevano promosso una manifestazione di protesta con migliaia di impiegati ed operai davanti al palazzo del congresso. Dopo aver riconosciuto i dubbi che sono nati sulla direzione del partito, Brown ha posto l'enfasi sulla necessità di continuare a migliorare i servizi pubblici con nuovi incrementi delle spese, ha annunciato l'istituzione di un fondo governativo di protezione delle pensioni e l'obbligo da parte di imprenditori di mantenere fondi pensionistici, nuovi diritti sul lavoro, specie nei riguardi della consultazione tra dipendenti e datori di lavoro, misure per alleviare l'impatto del costante aumento della disoccupazione nel settore manufatturiero, nuovi sforzi per raggiungere la piena occupazione, programmi per sradicare la povertà e attenere maggior giustizia sociale.
In campo internazionale Brown ha annunciato una nuova partnership economica transatlantica e la ricerca di un consenso pro-europeo inteso a dimostrare i benefici dell'euro, anche se ha ribadito la cautela sull'eventuale adesione alla moneta unica che ci sarà solo se verranno raggiunti i parametri di convergenza vantaggiosi al Regno Unito. Ha minimizzato la relativa difficoltà in cui si trova l'economia del Regno Unito dove la crescita auspicata è del 3,8 %, ma quella effettiva è intorno al 2,5% e non ha parlato di tasse.
Tra la sorpresa generale, riferendosi anche al fallimento del recente incontro a Cancun, Brown ha posto più volte l'enfasi sul dovere di intervenire per alleviare la povertà in Africa ed altri paesi in via di sviluppo. Ha detto che ci vuole un programma sanitario gratuito per tutti i bambini del mondo e che sull'assistenza ai poveri non bisogna più fare differenza di confini. Questi ultimi riferimenti, abbinati alla raccomandazione che il Labour deve avere "un'anima", hanno contribuito a dare l'impressione di un Brown che sta spaziando ben al di là del suo attuale ruolo di ministro delle finanze.
Ieri molti delegati al congresso hanno denunciato la decisione presa principalmente dai sindacati di non discutere nessuna mozione di condanna alla guerra in Iraq.
"È oltraggioso che non si voglia mettere al voto l'argomento che più ci ha dato da pensare" ha commentato la deputata Alice Mahon. Secondo l'ex ministro Tony Benn si tratta di un vero e proprio scandalo.
30 settembre 2003