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a cura di G.C. - 29 settembre 2003
Sotto la pioggia nella notte più scura
Vincenzo Cerami su la Repubblica
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Ho visto automobili dai fari abbacinanti che si aprivano varchi nel nero tra i vecchi palazzi, mentre imboccavano strade contromano, o passavano pericolosamente sotto i semafori spenti senza neanche rallentare. Ho visto frotte di cittadini che tornavano a casa camminando come ciechi, facendo bene attenzione a dove poggiavano i piedi. I ragazzi in moto si trovavano davanti, all'improvviso, pedoni smarriti e spaventati, come sbucati dai muri. I nottambuli d'Italia, nella notte tra sabato e domenica, con gli occhi un po' carichi di stanchezza, hanno repentinamente spinto i freni perché sono entrati dentro una grande bolla oscura.
La tenebra era così assoluta che qualcuno può aver pensato che gli si fosse all'improvviso annebbiata la vista. Dal nord al sud dello stivale, tutto nero. Roma, poi, è stata beffata dal destino: proprio nel pieno della "notte bianca" è esplosa la notte più buia della sua storia, sotto una pioggia inattesa, presaga. Le radio delle auto hanno sparso presto la voce tra tutti quelli, ed erano ancora tantissimi, che volevano tirare mattina o se ne tornavano tranquillamente a casa: blackout in tutta Italia. Erano passate da poco le tre. Senza lampioni la pioggia cadeva dal nulla, nel tutto nero la città non aveva altezza. Qualche sirena lontana, l'allarme dei negozi chiusi e agli angoli il vociare allibito dei barcollanti.
Non era mai successo: un attentato terroristico, un oscuramento voluto da chi sa quali autorità, un guasto grave da qualche parte? Fermi i treni e le metropolitane; bloccati i portoni e i cancelli elettrici, le sbarre delle autostrade, le pompe idriche; paralizzati tutti i frigidaire e i congelatori; gran parte dei telefoni fuori uso. Intorno alle radioline, nei bivacchi, si aspettavano notizie, suggerimenti. Ma per molto tempo a quel buio ha fatto compagnia il silenzio. Mi viene in mente un verso di Keats: darkling I listen ("Nel buio io ascolto"). E penso anche al vagabondare nell'oscurità dello spazio eterno meravigliosamente descritto nel Darkness di Byron.
La società del benessere portata via da un soffio. E nei pensieri ecco le immagini del cibo che va in putrefazione, degli scarichi che non funzionano più, degli ascensori trasformati in prigioni. Qualcuno, senza troppo pensare, un po' delirando, ha pronunciato la parola Apocalisse. Poi però, con il passare delle ore, quando è arrivata la rassegnazione, visto che la luce non tornava più, si è cercata una soluzione: tornare a casa muro muro, aspettare un improbabile autobus o trovarsi un angoletto in attesa del sole.
Così si annuncia il medioevo prossimo venturo
Roberto Vacca su Il Messaggero
"La legge della domanda e dell'offerta funziona come per magia e definisce in modo rapido e pragmatico i prezzi di ogni bene e le quantità che ne vengono scambiate. Quindi il governo non fissi i prezzi. Eliminiamo la regolazione dei prezzi dell'energia, dei telefoni e dei trasporti. Ci penserà la mano invisibile del mercato a stabilire prezzi e quantità. Vendiamo ai privati le imprese pubbliche: tutto andrà meglio e gli utenti ci guadagneranno".
Queste affermazioni suonano plausibili ma non lo sono. Solo gli ingenui le accettano. Sui prezzi influiscono monopoli, oligopoli e lobby. Su quantità e qualità prodotte influiscono fattori di ogni tipo, interessi, abitudini, eventi casuali.
Seguendo gli indirizzi che cito all'inizio in Inghilterra hanno privatizzato le Ferrovie, in conseguenza i prezzi sono saliti. Società diverse offrono treni fra le stesse città a prezzi e orari diversi con tempi lunghi e comfort scarso.
In Italia stiamo smembrando l'Enel. Taluno sostiene che venderla a pezzi a privati fornirà soldi allo Stato che ne ha bisogno: un buon affare! Ma il sistema elettrico non può essere considerato come un bene di cui valutare solo il valore di mercato. Un sistema ha valore se funziona.
Subito dopo il black-out di ieri qualcuno ha dichiarato pubblicamente: "Non ha funzionato il sistema di salvaguardia". Ma non è vero: non esiste un sistema di salvaguardia. Altri hanno detto: "Inspiegabile che la perturbazione originata al confine con la Francia abbia causato questo sconcerto. Alle tre di notte la potenza assorbita era scarsa: molto più bassa del potenziale produttivo italiano", e dalla Francia ricevevamo non più di 6 gW, circa un quarto del totale. Questi numeri sono giusti, ma il ragionamento è sbagliato. Il problema non è solo quello di fornire potenza adeguata: è la resilienza della rete.
Resilienza è parola rara che solo certi tecnici capiscono, invece dovrebbero conoscerla tutti. E' la caratteristica di una struttura di resistere a un colpo improvviso e violento, non solo a un carico applicato gradualmente. Nel caso delle reti elettriche resilienza significa stabilità rispetto alle perturbazioni. Vediamo in che consiste.
Perché tante centrali in Italia e in Europa funzionino insieme (interconnesse in parallelo) devono stare in perfetto sincronismo (con la precisione di oltre un cinquantesimo di secondo). Le perturbazioni (come l'incidente che sembra si sia verificato in Francia alle tre del mattino di ieri) producono grossi sbalzi di tensione e di frequenza. Questi si sono propagati sulla rete e hanno fatto entrare in azione le protezioni installate in molte centrali. Per evitare irregolarità peggiori queste apparecchiature di protezione fermano le centrali che perdono il parallelo. Ciascuna può essere rimessa in funzione solo se la rete è alimentata. Sennò occorre connetterla a una rete locale azionando manualmente gli interruttori, farla ripartire e poi rimetterla in parallelo. Sono operazioni lente il che spiega perché dal black-out si esca gradualmente e lentamente. Per evitare questi sconcerti occorre progettare in modo oculato i parametri delle grandi reti perché le oscillazioni e le perturbazioni si smorzino. Occorre anche riprogettare i tempi di attivazione delle protezioni affinché non propaghino le anomalie.
Un mese fa sostenevo su queste pagine che la situazione italiana era meno preoccupante di quella Usa: "Forse in Europa siamo più consci delle imperfezioni della nostra tecnologia e della scarsa applicazione dei regolamenti e prescrizioni tecniche, quindi siamo più cauti nell'uso di sistemi automatici e predisponiamo sicurezze più semplici ed efficaci insite nei sistemi". Ero troppo ottimista. Pare che anche noi corriamo rischi gravi di instabilità dovuti alla carenze delle rete (servono più linee), della produzione (servono più centrali), e della ri-ingegnerizzazione del sistema e delle sue protezioni.
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Come sostenevo 33 anni fa, la crescente complessità dei grandi sistemi tecnologici potrà causare un Medioevo prossimo venturo se non sarà accompagnata da migliore competenza nella progettazione e nella gestione della tecnologia.
E il manager disse: da noi non potrà succedere mai
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
"L'effetto domino? In Italia è praticamente impossibile". Andrea Bollino, il presidente della società che gestisce la rete elettrica, si morderà per sempre la lingua ricordando la gagliarda stupidaggine che gli scappò dopo il blackout negli Stati Uniti e in Canada. A dargli tanta baldanza, spiegò, era il fatto che da noi "la gestione della rete è centralizzata" e la qualità degli impianti di distribuzione è "sicuramente superiore". Al Carosello sarebbe stato fulminato: cala cala Trinchetto! Il tragicomico autogoal dell'"esperto", che ieri ha passato la giornata a spiegare su tutte le tivù come l'impossibile abbia potuto diventare possibile, non sarà però l'unica sentenza a rimanere scolpita nel marmo commemorativo di questa giornata nera. L'infarto del nostro sistema energetico, infatti, è stato accompagnato da un tale crepitio di accuse reciproche tra il governo e le opposizioni che se i decibel producessero watt avremmo trovato l'energia alternativa.
L'unico a rimanere muto, colpito da blackout orale, è stato Silvio Berlusconi. Ma gli altri, colpiti da una scossa polemica, sono saltati su gli uni contro gli altri inondando le agenzie di dichiarazioni bellicosissime. Di qua Antonio Marzano attacca dicendo che è tutta colpa delle sinistre che si mettono di traverso al suo piano: "Se non costruiamo le centrali che io ho autorizzato per 12.000 megawatt (e contro queste autorizzazioni stanno arrivando ricorsi al Tar), se non facciamo passare il disegno di legge in Parlamento che io ho presentato e che ha avuto quasi 600 emendamenti alla Camera, se non capiamo tutti che è interesse generale di tutti fare le nuove centrali...". Di là Enrico Letta gli risponde che di quei 600 emendamenti "la metà è stata presentata da esponenti della stessa maggioranza" e che quel disegno di legge sull'energia elettrica "è fermo in Parlamento da ben 18 mesi per le liti interne alla maggioranza, per lo scontro continuo tra il ministro Marzano e il ministro Tremonti e per i continui braccio di ferro con la Lega sul ruolo degli enti locali".
Di qua Giuliano Urbani se la prende coi governi del passato colpevoli d'"aver rinviato per dieci anni scelte coraggiose su come produrre energia da soli". Di là Pieluigi Castagnetti ironizza: "Questo governo sarà pure sfortunato, ma è pure incapace di assicurare i più elementari servizi ai cittadini. Hanno già cominciato a dire che la colpa è dei governi precedenti, ma durante i governi precedenti queste cose non sono mai successe".
Di qua Roberto Castelli sospira che "l'Italia negli anni '80 ha completamente abbandonato qualsiasi politica energetica" e che oggi "paghiamo le conseguenze" di errori fatti negli anni Ottanta "per bassi calcoli politici". Di là Franco Monaco ricorda che "maggioranza e governo hanno 150 deputati e senatori in più dell'opposizione ma avevano il loro da fare su altre priorità: rogatorie, Cirami, falso in bilancio, lodo Schifani, tutte leggi varate in poche ore. L'energia giustamente può attendere".
Sinceramente: ce lo meritiamo questo scaricabarile? O non avrà piuttosto ragione Bruno Tabacci, presidente della commissione attività produttive, a ridere sarcastico di tutte queste "caste vergini" che sull'uno e sull'altro fronte alimentano "l'ipocrisia collettiva" che ha spinto l'Italia alla deriva energetica fino al punto di essere il Paese più esposto, col suo 17 per cento, alla dipendenza dagli altri? Sono proprio sicuri, a destra e a sinistra, di potere scagliare la prima pietra? La conoscono tutti la verità sui ritardi nelle infrastrutture del Paese.
E sanno che il passante largo di Mestre vedeva contro a Mirano tutti (tutti) i candidati alla carica di sindaco, da destra a sinistra. Sanno che i primi cittadini che si opposero alla Pedemontana ulivista furono premiati dal Polo con l'elezione al Parlamento. Sanno che il pedaggio pagato agli ambientalisti dai governi ulivisti ha intralciato una serie di opere come la variante di valico sull'Appennino tosco-emiliano col tifo di una parte del Polo sotto sotto soddisfatto per la prova di inefficienza.
Sanno, in estrema sintesi, che ogni partito e ogni schieramento, in questi anni, ha deciso volta per volta, a livello nazionale e locale, a seconda dei rapporti con gli alleati più riottosi, delle convenienze momentanee, degli orientamenti degli elettori individuati dai sondaggi. Senza mai una visione dell'interesse collettivo che andasse oltre le (legittime) battaglie politiche.
Vogliamo tornare al nucleare? Prego: si apra un dibattito. Serrato. Aspro. Duro. Ma serio. Evitando, per favore, le ipocrisie intraviste in mille dichiarazioni di ieri. Contro il nucleare, allora, con l'eccezione del partito repubblicano e di quello liberale, c'erano tutti. Compresi quelli che oggi fanno la predica. Da Comunione e Liberazione al Partito Socialista, dalla Dc al Pci, dalla Lega (che attaccò sui muri del Nord un manifesto che diceva: "No al cancro nucleare!") al Msi. Basti ricordare come, all'occupazione della centrale di Latina, spiccasse nell'ottobre 1986 un giovanotto che sarebbe diventato l'uomo forte di An al governo, Gianni Alemanno. Per carità: cambiare opinione non è solo legittimo ma talvolta può essere perfino doveroso.
Prima di fare predicozzi, però, possiamo chiedere ai pentiti di pronunciare la frase magica "ho cambiato idea"?
Una notte unica, tra ebbrezza e delirio
Wanda Marra su l'Unità
Sono le 3 e 25 in punto, Roma è illuminata a giorno, le strade sono piene, riempite da tutti quelli che stanno festeggiando la Notte Bianca. D'un tratto si spenge il Colosseo. Precipitano nell'oscurità i Fori Imperiali, al Vittoriano resta accesa solo la fiammella dell'Altare della Patria. La gente è disorientata, non capisce bene cosa stia succedendo. Per un po', nessuno abbandona il centro, aspettando il ritorno della luce. Anche se sta piovendo già da circa un'ora, in moltissimi sono decisi a non rinunciare a questa sorta di Capodanno estivo, atteso e preparato da giorni.
Un po' di fischi, qualche applauso, svariate imprecazioni: nelle strade, l'ipotesi portata avanti con più forza, è che si tratti di un problema derivato dall'illuminazione sfarzosa e scenografica dell'intera città. Insomma, colpa della stessa Notte Bianca, che ha portato in strada un milione di romani e della Giunta comunale che l'ha organizzata e fortemente voluta.
Passano i minuti: le 3 e 45, le 4, le 4 e 30: la luce non torna e i festanti si incamminano verso casa, affrontando la pioggia sempre più battente, la mancanza di illuminazione per le strade, i semafori rotti. Tra la folla serpeggia una certa preoccupazione. Soprattutto tra chi è rimasto intrappolato nella metropolitana, o aveva contato di prendere un tram. Intanto, col trascorrere delle ore, grazie all'aiuto di radio di fortuna, diventa chiaro che non si è trattato di un problema solo romano, che l'Italia intera è rimasta al buio.
Certo, la coincidenza è curiosa: fa riflettere che proprio in una nottata progettata in pompa magna, pubblicizzata per settimane, e accolta con un entusiasmo senza precedenti, il black out colga un milione di persone fuori di casa. Quel che è certo, comunque, è che da Bianca la Notte è diventata immediatamente più nera che mai. E le ore precedenti, in qualche modo sembrano uno strano prologo a questo inedito epilogo.
Ma in realtà, la notte della Capitale è stata effettivamente un evento, con una partecipazione massiccia, al di là anche delle previsioni.
Tutto era iniziato al calar del sole: già dal tramonto a Roma si respira un'atmosfera di attesa trepidante. Gente ovunque, palazzi aperti, traffico impazzito. Uno dei punti di partenza più scontati è il Campidoglio, dove è previsto più di un evento. E in molti, infatti, si sono dati appuntamento sulla Terrazza Caffarelli, dove è prevista una degustazione di prosciutto. Alle 20 e 15 c'è già il pienone: scalinata verso l'Arce che si percorre a passo d'uomo, fila interminabile davanti ai Musei Capitolini, gente che continua a arrivare sulla suddetta terrazza. Il prosciutto promesso arriva alle 21 e 30, invece che alle 20.00, e per afferrarlo, bisogna fare a botte. Per chi c'è, è un'avvisaglia di quello che accadrà nelle ore successive: forse è inutile decidere cosa fare programma alla mano minuto per minuto, ma è più verosimile entrare dove è possibile e lasciarsi portare.
Ed effettivamente, è proprio così: per il Concerto di Piovani, previsto sulla Piazza del Campidoglio, c'è la ressa; idem per ammirare l'installazione di Studio Azzurro delle Oche sulle scale. E a Piazza Venezia c'è più gente di quanto si possa immaginare. Così è impossibile entrare all'Ambasciata Francese, a Palazzo Braschi, al Colosseo, alle Scuderie del quirinale e nella maggioranza dei posti. Ovunque, file per ore e ore. Però, lo spettacolo che offre Roma, è unico, irripetibile, emozionante: mai vista tanta gente camminare per le strade di notte, mai visto tanto entusiasmo per un'iniziativa cittadina, mai respirata questa strana atmosfera che trasforma luoghi arcinoti.
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Tremonti senza luce vede solo condoni
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Parte al buio la maratona di Finanziaria e pensioni. Non solo per mancanza di energia elettrica. Sul fronte sindacale lo sciopero sembra ormai inevitabile, nonostante gli appelli al dialogo del governo. In più nella maggioranza si continua a litigare, visto che ogni giorno spunta un nuovo "scippo" di Giulio Tremonti.
L'ultimo, dopo quello sul bonus per i figli (riservato solo ai secondi e terzi), riguarda il condono edilizio. Come previsto, sarà maxi, che piaccia o no ad Altero Matteoli. Per incassare più di tre miliardi di euro il Tesoro concede la sanatoria anche alle nuove costruzioni e agli immobili edificati su aree a vincolo relativo (su cui decideranno però gli enti locali): restano fuori solo le zone a vincolo assoluto. Proprio come chiedeva Tremonti.
A questo punto non si capisce bene cosa abbiano ottenuto centristi e An da una parte, o la Lega dall'altra. Di fatto i tre provvedimenti che oggi approderanno al consiglio dei ministri (maxi-emendamento alla delega previdenziale, Finanziaria e "decretone" con condono e forse incentivi sulle pensioni) sono stati tutti "cucinati" nelle stanze di Via Venti Settembre: nessuna collegialità. Si vedrà presto se in Parlamento i veti incrociati fermeranno il Superministro dell'Economia, che in questi giorni più volte ha minacciato le dimissioni. Ma se scricchiola la poltrona del Tesoro scricchiola l'intero esecutivo, rischio troppo grande durante il semestre di presidenza Ue. Così Tremonti è riuscito a "marciare" sulla coalizione.
Oggi una lunga serie di bracci di ferro attende il governo. Alle 12,30 dovrà scoprire le carte sulle pensioni con le confederazioni sindacali. I nodi sono ancora tutti stretti, a cominciare dall'innalzamento dell'età di pensionamento (65 anni per gli uomini, 60 per le donne) per finire con la decontribuzione per i neo-assunti, passando per l'obbligo di 40 anni di anzianità dal 2008. Una ricetta che di fatto colpisce il cuore della legge Dini, sostituendo rigidità alle flessibilità individuate nella riforma attualmente in vigore. Dopo il sindacato sarà la volta di Confindustria. Anche qui il clima non si preannuncia favorevole. Pare che in Viale dell'Astronomia serpeggi un malumore diffuso. Il governo si prepara a chiedere il ritiro della decontribuzione per calmare un po' i sindacati.
Così Antonio D'Amato perderebbe l'unico vero motivo per cui chiede una riforma previdenziale. Ma sarà difficile per lui dire di no a un governo amico, soprattutto se sul piatto ci sono i 40 anni di contributi per tutti: è quello che D'Amato voleva. Ma la rabbia degli industriali non si ferma qui. Il Mezzogiorno esce a pezzettini dalla Finanziaria firmata Tremonti. La 488 viene saccheggiata, la Tecno-Tremonti favorirà le imprese del nord, al piano idrico per il sud non andranno che 100 milioni di euro. Una miseria, viste le condizioni della rete nel Mezzogiorno. A uscire sconfitto è proprio l'elettorato di riferimento di D'Amato, che è salito al vertice confindustriale sulla spinta delle imprese meridionali. Per questo si prevede un clima teso anche al secondo appuntamento.
Si arriva così al consiglio dei ministri, dove i colleghi di governo non saranno teneri con il guardiano dei conti. A rasserenare la seduta ci penserà forse Silvio Berlusconi, nel giorno del suo compleanno. Ma i litigi da Palazzo Chigi passeranno poi subito a Palazzo Madama (con la Finanziaria e la delega previdenziale) e a Montecitorio (con il decretone sul condono edilizio).
La Lega: subito una verifica di governo
R. Zuc. sul Corriere della Sera
ROMA - Il braccio di ferro nella maggioranza non si arresta neanche nel giorno del blackout: da una parte la Lega, sostenuta per lo più da Forza Italia, dall'altra l'Udc e An sempre più preoccupati per il crescendo dei toni scelto da Umberto Bossi.
NUOVO AFFONDO DELLA LEGA - Anche ieri la Lega ha lanciato un nuovo affondo contro gli alleati. Questa volta con il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli: "Bossi deve chiedere un'immediata verifica di governo". Una mossa in contropiede dato che nei giorni scorsi sono stati i centristi e An a sollecitare un intervento di Silvio Berlusconi. Calderoli non è certo tenero nei confronti dei partner di governo. Si parla di "dichiarazioni comico-farneticanti di alcuni dei cosiddetti alleati, che fra l'altro sono quelli che hanno fermato la devoluzione e il federalismo". E, a differenza di An e Udc, che nonostante "la gravità della situazione" finora hanno rinviato "l'esame definitivo" alla fine del semestre europeo, il senatore leghista chiede a Bossi di "non aspettare gennaio perché c'è la necessità di comprendere subito che tipo di governo vuole essere questo". Parola d'ordine: "Chiarezza e subito". Addirittura "prima della Finanziaria". Con la domanda seguente: "Questo è il governo del cambiamento federalista o è un governo che riprende la vecchia strada dell'assistenzialismo?".
Il Carroccio non sembra quindi intenzionato ad abbassare i toni tanto che anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli interviene nuovamente a difesa di Umberto Bossi: "Non capisco qual è lo scandalo della proposta di Milano come sede del Senato federale. Potrebbero solo dire - rivolto agli alleati - che non sono d'accordo. Invece si stracciano sempre le vesti in modo strumentale". Ma la Lega continua ad avere preziosi appoggi nelle file di Forza Italia. Scende in campo, a suo sostegno, anche il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani: "Con la Lega abbiamo fatto un accordo non solo per vincere e governare, ma anche per mettere mano al federalismo con l'obiettivo di riparare agli errori commessi dal centrosinistra approvando da solo quell'irresponsabile riforma del Titolo V della Costituzione". E aggiunge: "A corteggiare la Lega ci abbiamo provato tanto noi quanto D'Alema. Ma alla fine Bossi ha scelto noi".
GASPARRI AL CONTRATTACCO - Di tutt'altro tono l'intervento del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri. Il giorno prima l'esponente di An aveva frenato di fronte all'offensiva antileghista scatenata da alcune correnti del suo partito, Destra sociale (Storace, Alemanno) e Nuova Alleanza (Urso, Matteoli) sostenendo l'impossibilità di un'uscita del Carroccio dal governo. Ora invece sceglie anche lui di andare all'attacco: "Credo che la maggioranza debba decidere se marciare coesa, senza insulti e senza divisioni, proseguendo con responsabilità di governo al servizio della nazione, o se i particolarismi e le frizioni debbano portare ad un epilogo di questa esperienza di governo". E avverte: "Ognuno ha i numeri decisivi, anche An. Se si continuasse così è chiaro che le conseguenze sarebbero inevitabili".
"Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io"
Concita De Gregorio su la Repubblica
AREZZO - Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright. "Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza. Tutto in quelle carte sequestrate qui a villa Wanda ventidue anni fa: 962 affiliati alla Loggia. C'erano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. C'era l'attuale presidente del Consiglio, il suo nuovo braccio destro al partito Cicchitto: allora erano socialisti.
Chi ha condiviso quel progetto è oggi alla guida del paese. "Se le radici sono buone la pianta germoglia. Ma questo è un fatto che non ha più niente a che vedere con me". Niente, certo. Difatti quando parla di Berlusconi e di Cicchitto, di Fini di Costanzo e di Cossiga lo fa con la benevolenza lieve che si riserva ai ricordi di una stagione propizia. Sempre con una frase, però, con una parola che li fissa senza errore ad un'origine precisa della storia.
Quel che rende Licio Gelli ancora spaventosamente potente è la memoria. Lo si capisce dopo la prima mezz'ora di conversazione, atterrisce dopo due. Il Venerabile maestro della Loggia Propaganda 2 è in grado di ricordare l'indirizzo completo di numero civico della prima casa romana di Giorgio Almirante, l'abito che indossava la sua prima moglie quel giorno che gli fece visita a Natale, i nomi dei tre figli di Attilio Piccioni e da lì ricostruire nel dettaglio il caso Montesi che vide coinvolto uno dei tre, ricorda il numero di conto corrente su cui fece quel certo bonifico un giorno di sessant'anni fa, la targa della camionetta di quando era ufficiale di collegamento col comando nazista, quante volte esattamente ha incontrato Silvio Berlusconi e in che anni in che mesi in che giorni, come si chiamava il segretario di Giovanni Leone a cui consegnò la cartella coi 58 punti del piano R, che macchina guidava, se a Roma c'era il sole quella mattina e chi incontrò prima di arrivare a destinazione, che cosa gli disse, cosa quello rispose.
Questo di ogni giorno dei suoi 84 anni di vita, attualmente archiviata in 33 faldoni al primo piano di villa Wanda, dietro a una porta invisibile a scomparsa. "Ogni sera, sempre, ho scritto un appunto del giorno. Per il momento per fortuna non mi servono, perché ricordo tutto. Però sono tranquillo, gli appunti sono lì".
Gelli è in piena attività. Riceve in tre uffici: a Pistoia, a Montecatini, a Roma. Oltre che in villa, naturalmente, ma fino ad Arezzo si spingono gli intimi. Dedica ad ogni città un giorno della settimana. A Pistoia il venerdì, di solito. A Roma viene il mercoledì, e scende ancora all'Excelsior. Le liste d'attesa per incontrarlo sono di circa dodici giorni, ma dipende. Per alcuni il rito è abbreviato. Al telefono coi suoi segretari si è pregati di chiamarlo "lo zio": "La regola numero uno è non fare mai nomi ? insiste l'ultimo di una serie di intermediari ? Lei non dica niente, né chi la manda né perché. La richiameranno. Quando poi lo incontra vedrà: è una persona squisita. Solo: non gli parli di politica". Di poesia, vorrebbe si parlasse: perché Licio Gelli da quando ha ufficialmente smesso di lavorare alla trasformazione dell'Italia in un Paese "ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia", come lui dice, "per l'esclusivo bene del popolo" ha preso a scrivere libri di poesia, ovviamente premiati di norma con coppe e medaglie, gli "amici" nel '96 lo hanno anche candidato al Nobel.
"Vorrei scivolare dolcemente nell'oblio. Vedo che il mio nome compare anche nelle parole crociate, e ne soffro. Vorrei che di me come Venerabile maestro non si parlasse più. Siamo stati sottoposti a un massacro. Pensi a Carmelo Spagnolo, procuratore generale di Roma, pensi a Stammati che tentò di uccidersi. E' stata una gogna in confronto alla quale le conseguenze di Mani Pulite sono una sciocchezza. In fondo Mani pulite è stata solo una faccenda di corna. Lei crede che la corruzione sia scomparsa? Non vede che è ovunque, peggio di prima? Prima si prendeva facciamo il 3 per cento, ora il 10. Io non ho mai fatto niente di illegale né di illecito. Sono stato assolto da tutto. Le mie mani, eccole, sono nette di oro e di sangue".
Assolto da tutto non è vero, dev'essere per questo che lo ripete tre volte e s'indurisce. Indossa un abito principe di Galles, cravatta di seta, catena d'oro al taschino, occhiali con montatura leggerissima, all'anulare la fede e un grosso anello con stemma. Questo avrebbe detto dunque a Montecatini, a quel convegno a cui l'hanno invitata e poi non è andato? Dicono che Andreotti l'abbia chiamata per dissuaderla. "E' una sciocchezza. Andreotti non è uomo da fare un gesto simile. Si vede che lei non lo conosce".
Senz'altro lei lo conosce meglio. "Se Andreotti fosse un'azione avrebbe sul mercato mondiale centinaia di compratori. E' un uomo di grandissimo valore politico". Come molti della sua generazione. "Molti, non tutti. Cossiga certamente. Non Forlani, non aveva spina dorsale. Naturalmente Almirante, eravamo molto amici, siamo stati nella Repubblica sociale insieme. L'ho finanziato due volte: la seconda per Fini. Prometteva molto, Fini. Da un paio d'anni si è come appannato". Forse un po' schiacciato dalla personalità di Berlusconi. "Può darsi. Berlusconi è un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti. Un uomo del fare. Di questo c'è bisogno in Italia: non di parole, di azioni".
Vi sentite ancora? "Che domanda impertinente
Pensa che Berlusconi abbia saputo scegliere con accortezza i suoi collaboratori? "Credo che in questa ultima fase si senta assediato. E' circondato da persone che pensano al "dopo". Non si fida, e fa bene.
E' stato giusto bonificare il partito, affidarlo a un uomo come Cicchitto. Cicchitto lo conosco bene: è bravo, preparato". Il coordinatore sarebbe Bondi in realtà. "Sì, d'accordo. Credo che anche Bondi sia preparato. E' uno che viene dalla disciplina di partito". Comunista. "Non importa. Quello che conta è la disciplina e il rispetto della gerarchia". Ha visto il progetto di riordino del sistema televisivo? "Sì, buono". E la riforma della giustizia? "Ho sentito che quel Cordova ha detto: ma questo è il piano di Gelli. E dunque?
L'avevo messo per scritto trent'anni fa cosa fosse necessario fare. Leone mi chiese un parere, gli mandai uno schema in 58 punti per il tramite del suo segretario Valentino. Pensa che chi voglia assaltare il comando consegni il piano al generale nemico, o al ministro dell'Interno? Ma comunque non è di questo che vogliamo parlare, no? Vuole anche lei avere i materiali per scrivere una mia biografia? Arriva tardi: ho già completato il lavoro con uno scrittore di gran fama". Su una poltrona è appoggiato l'ultimo libro di Roberto Gervaso. La scrive con Gervaso? "Ma no, ci vuole una persona estranea ai fatti. Se vuole le mostro lo scaffale con le opere che mi riguardano, le ho catalogate: sono 344". Certo: il burattinaio è un soggetto affascinante. "Andò così: venne Costanzo a intervistarmi per il Corriere della sera. Dopo due ore di conversazione mi chiese: lei cosa voleva fare da piccolo. E io: il burattinaio. Meglio fare il burattinaio che il burattino, non le pare?".
Sembra che ce ne siano diversi di burattinai in giro ultimamente. "Il burattinaio è sempre uno, non ce ne possono essere diversi". E adesso chi è? "Adesso? Questa è una classe politica molto modesta, mediocre. Sono tutti ricattabili". Tutti? Mettiamo: Bossi. "Bossi si è creato la sua fortezza con la Padania, ha portato 80 parlamentari è stato bravo. Ma aveva molti debiti... Per risollevare il Paese servono soldi, non proclami. Ho sentito che Berlusconi ha invitato gli americani a investire in Italia: ha fatto bene, se qualcuno abbocca?
Ma la situazione è molto seria. L'economia va malissimo, l'Europa è stata una sventura. Non abolire le barriere, bisognava: moltiplicarle. Fare la spesa è diventato un problema, il popolo è scontento. Serve un progetto preciso". Per la Rinascita del Paese. "Certo". C'è il suo: certo forse i 900 affiliati alla P2 erano pochi. "Ma cosa dice, novecento persone sono anche troppe. Ne bastano molte meno". Allora quelle che ci sono ancora bastano, tolti i pentiti. "Nessuno si è pentito. Pentiti? A chi si riferisce? Costanzo, forse. L'unico.
L'amicizia, la fedeltà ad un amico viene prima di ogni cosa". L'amicizia, sì. La rete. Cossiga l'ha citata giorni fa, in un'intervista. Ha detto: chiedete a Gelli cosa pensava di Moro. "Da Moro andai a portare le credenziali quando ero console per un paese sudamericano. Mi disse: lei viene in nome di una dittatura, l'Italia è una democrazia. Mi spiegò che la democrazia è come un piatto di fagioli: per cucinarli bisogna avere molta pazienza, disse, e io gli risposi ?stia attento che i suoi fagioli non restino senz'acqua, ministro'". Anche in questo caso tragicamente profetico, per così dire. Lei cosa avrebbe fatto, potendo, per salvare Moro? "Non avrei fatto niente. Era stato fascista in gioventù, come Fanfani del resto, ma poi era diventato troppo diverso da noi.
29 settembre 2003