
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 settembre 2003
Telekom Serbia, scontro sulla commissione
Virginia Piccolillo sul Corriere della Sera
ROMA - "Patacche" e depistaggi. La battaglia tra i Poli su Telekom Serbia torna a intorbidare il clima politico. E dopo mesi di accuse reciproche, qualcuno ne trae le conseguenze. Carlo Taormina (Fi) si dimette, o almeno dovrebbe farlo nei prossimi giorni. Lo ha annunciato ieri accusandosi, ironicamente, di essere il burattinaio dell'intera vicenda. "Mi autodenuncio per concorso in calunnia con Paoletti, Marini e Pintus" ha detto, dopo la pubblicazione di un dossier su Repubblica dal titolo "Telekom Serbia, storia di una trappola". Un articolo che mette al centro del sospetto il presidente della commissione, Enzo Trantino, per aver fatto per primo il nome di Igor Marini, durante la deposizione di Fabrizio Paoletti. Indica come possibile suggeritore Taormina: avvocato di 3 dei personaggi coinvolti a vario titolo nel caso Marini. E scatena la reazione del centrosinistra. Luciano Violante (ds) e gli altri presidenti dei gruppi dell'opposizione alla Camera in un'interpellanza urgente al ministro dell'Interno, chiedono di conoscere "i mandanti politici" di "organizzazioni dedite a costruire false prove e dossier contro forze politiche". La Margherita chiede ai presidenti di Camera e Senato di intervenire. Marco Rizzo (Pdci) vuole le dimissioni di Trantino. Il leader ds Piero Fassino evidenzia il carattere "torbido e oscuro" assunto dall'attività della commissione. E Massimo D'Alema invita la commissione a indagare "sull'unica cosa su cui vale la pena farlo: chi ha montato questa vicenda". Taormina si offre volontario: "Il puparo sono io". Ma l'annuncio delle sue dimissioni non convince molti, neanche nel centrodestra. Se, tra gli altri, il coordinatore di Forza italia, Sandro Bondi gli offre solidarietà sottolineando come il giornale di Piazza Indipendenza "prima ha scoperto lo scandalo e ora lo copre" e Giuseppe Consolo (An) accusa l'opposizione di sollevare "un polverone" per distrarre dal "vero scandalo dell'acquisizione Telekom", lo stesso Trantino è convinto che quella di Taormina sia una "provocazione" destinata ad esaurirsi presto. Ci tiene invece a smentire che il nome di Marini sia stato fatto ad arte, per dare il via alle rivelazioni che mesi dopo hanno coinvolto, come presunti percettori di tangenti, Prodi, Fassino, Dini, Mastella, Veltroni e Rutelli. "Il nome di Marini - spiega Trantino - arriva alla nostra attenzione insieme ad altri 17 nomi individuati dai nostri consulenti perché o collaboratori, o contigui, o coinvolti in altre vicende giudiziarie con Paoletti".
Effetto boomerang
Mario Ajello su Il Messaggero
Ma come, doveva essere una specie di battaglia di Trafalgar, quella ingaggiata dalla commissione Telekom-Serbia, e invece si rivela un piccolo agguato di portineria a colpi di sgambetti e di pestoni? Insomma se è vero ciò che sta emergendo sulle presunte bufale ai danni di Mortadella Prodi, Cicogna Fassino e Ranocchia Dini la commissione Telekom-Serbia andrebbe ribattezzata Compagnia Effetto Boomerang o Squadriglia dei Pifferi della Montagna: quelli che andavano per suonare e furono suonati.
Più che di una tragedia o di una farsa, tocca parlare di un ennesimo caso di irresponsabilità ammessa in qualche modo perfino da colui che in questa vicenda di accuse al centrosinistra aveva messo tutto se stesso (l'avvocato Taormina) per poi fallire però al momento supremo, come quei cavalli da corsa che rompono al traguardo, trasformando il trotto in una mesta andatura zoppicante, anzi peggio: in un auto-azzoppamento. Il fatto è che la commissione, ora accusata di produrre falsi e raggiri fino al rischio di sgonfiarsi come un muscolo malamente dopato, ha avuto la possibilità di accertare una serie di fatti poco chiari, già documentati nel febbraio 2001 su Repubblica, di fronte ai quali il governo di centrosinistra allora in carica mostrava imbarazzo o sottovalutazione. E invece, sull'esigenza anche morale di verificare certi accadimenti, ha avuto il sopravvento la logica politica. Fino al progressivo abbandono della ricerca dei dati di fatto in favore dell'idea di un tornaconto di parte da incassare al momento opportuno (più o meno alla vigilia delle prossime elezioni europee o politiche), anche tramite un'efficace campagna mediatica con un doppio scopo: imprigionare l'Ulivo non solo dal punto di vista politico ma anche penale.
In questo plot Igor Marini doveva essere il pastorello che aveva bussato alla porta della commissione per raccontare certi episodi con tanto di riscontri cartacei. E tutti (a cominciare dal centrosinistra, snobbisticamente superiore a questi fanghi) ad aspettare: che cosa dirà il conte Igor? Da dove vengono questo qui e il suo compare avvocato Paoletti? Intanto però da più parti, anche non politicamente interessate, non si può non vedere che la vicenda Telekom-Serbia ha un suo ubi consistam e pone effettivamente questioni di politica interna e internazionale che chiamano in causa l'Ulivo. E tuttavia la commissione d'inchiesta alla strada lunga dell'accertamento dei fatti sembrerebbe preferire la scorciatoia della creazione dei testimoni d'accusa. Non si imbatte nel conte Igor ma, almeno così sembra, lo crea. Travestendo, per mesi e mesi, una bufala da aquila. Invano.
Chi sono i registi della calunnia
Giuseppe D'avanzo su la Repubblica
Perché la Casa delle Libertà, ovvero una maggioranza ampia, un governo forte sostenuto da un importante consenso popolare, decide di giocare la partita di Telekom Serbia con i figuri più torbidi del più recente passato: spioni, falsi spioni, neofascisti, mafiosi, truffatori, tutto il peggiore bestiario del sottobosco italiano? La domanda più essenziale, oggi, appare questa.
I fatti sono alquanto chiari. C'è l'acquisizione del 29 per cento della telefonia serba da parte di Stet/Telecom Italia. L'affare, avviato durante il governo del centro-destra (1994), viene condotto dal governo del centro-sinistra in modo obliquo, e concluso peggio. Secretato il Closing memorandum. Le mediazioni miliardarie non trovano una ragione accettabile. Confonde ancora di più la trattativa l'apparente, assoluta indifferenza del governo (azionista di riferimento del monopolista della telefonia italiana) dinanzi a un affare che di fatto "salva" Slobodan Milosevic dalla spallata dell'opposizione.
Una coalizione di governo, consapevole della sua forza e anche dei suoi doveri istituzionali, avrebbe dovuto e voluto fare luce sull'affare con equilibrio e misura senza smarrire la determinazione. Accade invece che la Commissione, fin dai suoi primi passi, sia presa in ostaggio da un pugno di avvocati, parlamentari, magistrati, ufficiali di polizia giudiziaria che non sembrano punto interessati ad accertare la verità. Appaiono soprattutto desiderosi di mettere in moto una macchina diffamatoria capace di stritolare la credibilità e il buon nome degli avversari politici, il presidente della Commissione europea Romano Prodi, il leader del maggior partito di opposizione Piero Fassino, l'ex-presidente del Consiglio Lamberto Dini che deve pagarla per aver tradito il Polo nel 1995.
L'ordito della trama si può vedere a occhio nudo. E' un disegno che è ragionevole pensare programmato a tavolino. Quel che accade poi lo si può raccontare così. La commissione Telekom ha a disposizione un numero di consulenti che il presidente Enzo Trantino definisce con una formula istituzionalmente stravagante "intelligence", una squadra di tecnici (magistrati/ poliziotti/ carabinieri/ avvocati) che raccolgono informazioni utili a muovere le indagini contro le vittime designate. Bisogna dire chi fa parte di quell'intelligence. Ci sono due magistrati che hanno lavorato con il procuratore di Napoli Agostino Cordova; un funzionario della polizia di Stato che ha lavorato con i due magistrati; la moglie (magistrato) di un avvocato che lavora nello studio di Carlo Taormina; c'è un avvocato di Silvio Berlusconi. E' questo gruppo che, a sentire il presidente Enzo Trantino, traccia il sentiero dell'indagine.
L'"intelligence", a questo punto, aggancia la compagnia di massoni, carabinieri infedeli, poliziotti corrotti, mafiosi, truffatori, spie vere e presunte - alcuni dei quali vecchie conoscenze di Carlo Taormina che li ha difesi - a una provvidenziale lettera anonima inviata da un tale che si definisce fin da gennaio "amico della commissione e delle istituzioni". L'intelligence, diciamo così, non spiega alla commissione che la combriccola inviata a sedere a San Macuto aveva in animo appena due anni fa di "interferire (sono parole di Agostino Cordova) sulla vita politica italiana con pressioni esercitate su singoli elementi, consapevoli o inconsapevoli". E' esattamente quel che accade, questa volta, addirittura con il timbro di una commissione parlamentare dove l'opposizione appare purtroppo pigra, distratta, intimorita, paralizzata.
La ruota della diffamazione può ora cominciare a girare sempre più velocemente spinta dagli organi di stampa e televisivi controllati direttamente o indirettamente dal Cavaliere e da una campagna politica che giunge a chiamare in causa con la voce dell'avvocato Carlo Taormina e del coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi addirittura il presidente della Repubblica.
Ora qualche domanda è legittima. E' sufficientemente chiaro chi sono i "manovratori" in loco della trama, ma chi sono e dove sono i registi dell'operazione? E' possibile che una macchina di calunnia politica si organizzi con questa meticolosità (richiede conoscenza di atti istruttori, sapienza investigativa, dominio delle connessioni di un sistema criminale, spregiudicatezza politica) senza che ci sia chi ha autorizzato a metterla insieme, garantendo sostegno ai manovratori e impunità ai manovrati? Si può pensare che si muova contro la più alta carica dello Stato un attacco così infamante (e infamante perché se ne conoscono le fondamenta fangose) senza un avallo, un placet di chi guida la maggioranza del governo? Non servono tartuferie.
In fondo, l'operazione che si è organizzata in Commissione Telekom puntava a creare una simmetria tra quanto accadeva a Berlusconi e Previti a Milano e quanto doveva invece stritolare Prodi e Fassino a Roma. Questa simmetria non sarebbe stata soddisfatta da un'accusa di responsabilità politica (Prodi e Fassino hanno finanziato un dittatore con i denari dello Stato). Era necessaria una responsabilità penale. Sono corrotti! Hanno intascato centinaia di milioni di dollari! Questa accusa di corruzione avrebbe bilanciato e azzerato le responsabilità accertate contro Previti come il ruolo di Berlusconi, se il suo Parlamento non avesse approvato una legge ad hoc.
E' in questo passaggio l'inquietante significato politico di questa brutta storia come la risposta al perché la Casa delle libertà ha giocato così la partita Telekom. Un governo forte e una maggioranza ampia rinunciano a governare i problemi del Paese per organizzare costantemente l'aggressione violenta degli avversari politici e di tutti coloro che disturbano l'uomo al volante. Una vocazione alla violenza si rintraccia nel modo con cui la maggioranza ha condotto la Commissione. I più aggressivi, i più spregiudicati nel metodo e nelle volontà sembrano avere l'ascolto più attento di chi quella maggioranza guida. Questa abitudine all'agguato diffamatorio, al falso, al dossier velenoso e al ricatto riporta il Paese al tempo oscuro in cui l'Italia scoprì che una consorteria massonica, raccolta nella loggia Propaganda2, si era infiltrata negli snodi essenziali delle istituzioni. Gli stessi metodi, gli stessi avanzi di quell'epoca sono al lavoro, chiamati alla ribalta da chi avrebbe bisogno soltanto di credere in se stesso per governare e invece soffoca il Paese condizionando la vita politica italiana con la violenza della calunnia.
Una maggioranza in stato di crisi
Massimo Giannini su la Repubblica
Con un compromesso tardivo e pasticciato sulla Finanziaria e sulle pensioni, quello che doveva essere "un esecutivo di legislatura" dichiara virtualmente il suo "stato di crisi". È una crisi in senso politico: il centrodestra non è più una coalizione, ma un cartello di partiti che hanno culture inconciliabili e obiettivi incompatibili. Non è ancora una crisi in senso tecnico: c'è una maggioranza parlamentare, c'è un primo ministro in carica. Ma da oggi in poi diventa evidente che ogni momento e ogni pretesto può essere fatale, per trasformare la dissoluzione politica dell'alleanza nella caduta effettiva del governo.
"Il quadro politico è stabilissimo", assicura Umberto Bossi dopo aver detto "Roma è marcia" e "i democristiani andavano fucilati". "Oggi c'è stato un chiarimento positivo su tutto", garantisce Silvio Berlusconi dopo aver coperto per l'ennesima volta le mattane della Lega e accusato di disfattismo An e Udc.
Il chiarimento tra i leader, a Palazzo Chigi, non c'è stato ieri e non ci sarà domani. Per questo la crisi politica è sostanzialmente aperta. Nel Polo si è aperta ormai una faglia, strutturale e profonda. Da una parte c'è la Lega, sempre più anti-sistemica, anti-europeista e secessionista. Il suo capo si allontana perché, con lo sguardo già proiettato alle europee e alle amministrative della prossima primavera, capisce che sta pagando un prezzo troppo alto al vincolo di maggioranza: perde le regionali a Trieste, arretra nel Triveneto, non incassa la devolution e non dimentica mai che nel '96, quando corse al voto da sola, la Lega ottenne il 10,1% al proporzionale, contro il 3,9% del 2001.
Dall'altra parte ci sono An e Udc, sempre più umiliati e "invisibili", a dispetto di un'ostinata moderazione, di un apprezzabile senso dello Stato unitario e di uno stoico quanto a questo punto autolesionistico "spirito di coalizione". In mezzo c'è Forza Italia, il partito personale del premier che non media, non fa sintesi e si limita a inseguire le irresponsabili fughe in avanti delle truppe padane.
A Gianfranco Fini e Marco Follini che gli dicono "ora basta, o noi o il Senatùr", il Cavaliere risponde a brutto muso. Non sbaglia Bossi a gettare fango sugli alleati, ma sbagliano loro a drammatizzare. Nel vittorioso bilancio elettorale del 2001, non sembrano poi così necessari quei 4 milioni 459 mila voti iscritti in quota ad An al proporzionale né quel milione 193 mila voti ottenuti dal Biancofiore, ma contano molto di più quel milione e 461 mila voti rastrellati al Nord dalla Lega. "Senza le camice verdi non c'è più la Casa delle Libertà": questo è il chiodo fisso piantato nella testa di Berlusconi, dopo il primo "divorzio" con i lumbard pagato con la sconfitta nel '96.
Scottato da quell'esperienza, il premier adatta alla politica il principio che Enrico Cuccia applicò alla finanza: i voti non si contano, ma si "pesano". Quello leghista, comunque, "pesa" più degli altri. Da allora il Cavaliere, nei rapporti con il Senatùr, non è mai più guarito da quella che Fini chiama "la sindrome del figliol prodigo". Basta che Umberto strepiti, e Silvio è sempre pronto a uccidere il vitello più grasso.
In questo clima An e Udc non escludono più nulla, in una gamma di opzioni che vanno dalle imboscate parlamentari all'appoggio esterno. Di sicuro, al governo sembrano ormai destinati a garantire una tenuta minima, di breve periodo e di corto respiro strategico. Lunedì il Consiglio dei ministri varerà la Legge Finanziaria più scarna e modesta degli ultimi dieci anni. La infiocchetterà con un documento sulla riforma delle pensioni, "strutturale anche se non attuale", come promette Giulio Tremonti con l'ennesimo gioco di prestigio lessicale: entrerà in vigore solo nel 2008, quando ci sarà un altro governo e, auspicabilmente, un'altra Italia.
La maggioranza-caos partorisce sanatorie edilizie e stangate ai pensionati
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Alla fine si fa tutto come vuole Giulio Tremonti. Con una impacciata marcia indietro Umberto Bossi subisce le pensioni assieme alla Finanziaria, i 40 anni di contributi per tutti (l'esclusione dei giovanissimi ventilata ieri da alcune voci era considerata poco rilevante anche prima dell'ultima bagarre), l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni, cioè di otto-anni-otto (che nella ipotetica trattativa possono calare a 5, cioè 62 anni) rispetto alle attuali regole dell'anzianità. Sul fronte della Finanziaria, poi, si prepara un condono edilizio (che la Lega non voleva e An voleva mini) che stavolta viene definito "medio", cioè di 2,5 miliardi in entrata (già uno scempio), ma in uscita si può arrivare ai 3,5 paventati finora. Questa è la sostanza scaturita da una giornata di vertici interminabili a Palazzo Chigi a cui soltanto i leghisti non hanno partecipato. Quanto al resto, è puro teatrino. E sorge persino il dubbio che anche quello dell'altroieri sia stato teatrino, almeno sui temi previdenziali.
Per offrire una "foglia di fico" agli alleati Silvio Berlusconi ottiene che l'emendamento alla delega sulle pensioni sia presentato alle parti sociali alle 12,30 di lunedì (più tardi alla Confindustria) e che poi entri per un esame preliminare nel consiglio dei ministri (convocato alle 16,30) che varerà in un sol colpo Finanziaria e decretone su condoni e sanatorie varie. Sul testo della riforma previdenziale si aprirà quindi una "trattativa" (si fa per dire) fino al 3 ottobre, quando l'emendamento sarà varato da un nuovo consiglio dei ministri. "La riforma è ineludibile - dichiara in serata il premier - ma il governo è aperto al confronto". "Ma quale confronto, se si discute solo fino a venerdì?", ci si chiede negli ambienti sindacali. Senza contare che la "formula Tremonti" con tanto di curva previdenziale è stata già presentata in tutti i consessi internazionali come cosa fatta.
Stando ad indiscrezioni, ci sarebbe stato un fitto scambio di telefonate tra il Palazzo e Cisl e Uil (silenzio totale in Cgil) da una parte e Confindustria dall'altra.
Tornando alla partita pensioni, il clima deve essere molto teso tra le parti sociali, vista la convocazione in due tempi scelta dall'esecutivo. A meno che Maroni & Co. (cioè Maurizio Sacconi) non stiano giocando su più tavoli: dunque un incontro unico anche con Confindustria non sarebbe auspicabile. Quanto all'escamotage del doppio consiglio dei ministri, il sindacato non mangia la foglia. "Se mi chiamano ci vado - dichiara Savino Pezzotta - Ma ormai a cosa serve un incontro? La fiducia è stata tradita". Insomma, lo sciopero generale si fa sempre più vicino. Ma a quanto dicono i bene informati nel Palazzo di Via Venti Settembre, Tremonti non temerebbe affatto la protesta. Anzi, gli farebbe gioco per convincere ancora di più gli osservatori internazionali che la sua riforma è davvero incisiva e strutturale. Una mossa così si addice al temperamento del superministro, ma è difficile che possa andar giù a Berlusconi durante il semestre, e soprattutto ai suoi alleati. Dunque, lo sciopero resta un'incognita pesante sul cammino della delega.
Opposizione contro il senatur. Ma le vittime sono An e Udc
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Vade retro, Bossi. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, diessino, annuncia che non parteciperà più a riunioni con il ministro leghista per le riforme istituzionali. Esponenti dell'Udeur propongono una mozione di sfiducia per farlo dimettere. Gli amanti della metafora del "pitbull", lo avvertono che certi cani violenti a volte vengono abbattuti. Rispunta dal passato perfino l'ex presidente Emilio Colombo, posando un mazzo di parole orgogliose sulla tomba della Dc. E così, con un paio di battutacce ben assestate, Umberto Bossi è riuscito a farsi detestare quanto Silvio Berlusconi. La seconda icona negativa del centrodestra è lui, il "barbaro". E quasi scavalca il leader come bersaglio. Si tratta di una vittoria non da poco. Il capo dei "lumbard" voleva rilegittimarsi agli occhi del proprio elettorato, con la provocazione scientifica delle "fucilazioni" e della polemica antiromana; e c'è riuscito. Ma, quasi di rimbalzo, nel centrosinistra, basta attaccare lui per essere dalla parte giusta. Bossi svolge quasi una funzione sociale. E' l'avversario-alibi che proietta un'aura di "politically correct", come dicono gli anglofili, sugli avversari indignati. Eppure, l'impressione è che tutto questo non scalfisca più di tanto né lui, né Palazzo Chigi. Anzi.
Serafico, quasi beffardo, ieri Bossi ha finto stupore per il putiferio provocato il giorno prima. "Non esistono tensioni" ha detto. "Il quadro politico è quanto di più stabile ci sia". Magari esagerava; ma intanto si sta raggiungendo un accordo sulle pensioni. Così, a fare le spese della polemica non sembrano né la Lega, né Berlusconi. Paradossalmente, in imbarazzo finiscono per trovarsi gli alleati maltrattati dal capo padano. Basta mettere in fila le ironie del centrosinistra sulla scarsa reattività dei partiti di Marco Follini e di Gianfranco Fini, Udc e An. Clemente Mastella, segretario dell'Udeur, ieri grondava delusione per la mancanza di "più maschie reazioni" agli insulti di Bossi.
Ma la prudenza di Udc e An ha poco a che fare con la mascolinità. Fotografa invece una difficoltà politica evidente: è inutile rispondere alle fucilate di Bossi, se il presidente del Consiglio e il grosso di FI lo proteggono. Così, anche un esponente di An aggressivo come Francesco Storace, governatore del Lazio, può solo lamentarsi: "Il presidente del Consiglio ha fatto una dichiarazione che non mi è piaciuta affatto, dicendo che Bossi ha parlato al suo popolo". E' una lamentela destinata a rimanere senza sbocchi concreti. L'asse Palazzo Chigi-Lega non mostra incrinature. E i leghisti ne approfittano. "Il partito di Fini sembra il gregario dell'Udc" graffia Marco Cè, capogruppo alla Camera. E intanto accarezza Berlusconi, "l'uomo del cambiamento".
"Il centrodestra ha deluso la Chiesa. L'Ulivo può riconquistarla"
Massimo Franco sul Corriere della Sera
ROMA - Parla di Giovanni Paolo II chiamandolo "Sua Santità". Sostiene di essere stato "quello, fra i duecentoventi membri della Convenzione per la Costituzione europea, ad avere fatto di più per inserire il riferimento all'ispirazione cristiana nella Costituzione: più ancora di Gianfranco Fini, certo, ma solo per il mio ruolo, e perché il mio appoggio era più inaspettato. E con piena coscienza delle gerarchie". Vede una Cei che sta prendendo le distanze dal governo di Silvio Berlusconi, e se ne rallegra. Svela di avere perfino tentato la creazione di un partito insieme con Mino Martinazzoli, quando Dc e Psi si squagliarono. Ma ammette che a sinistra, le sue posizioni sulla bioetica e sulla famiglia sono ancora minoritarie. Giuliano Amato, 65 anni, socialista, ex presidente del Consiglio e attuale numero due della Convenzione europea, non smentisce la fama di "laico atipico". Ha appena finito di presentare un libro del vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, dedicato alla pace. E in questa intervista spiega le difficoltà della sinistra a parlare all'universo cattolico.
Ha visto, professor Amato? Il cardinale Camillo Ruini ha bacchettato il governo, ma all'opposizione non ha dedicato un cenno. E' la conferma di una difficoltà a dialogare?
"Considero positivo il silenzio su di noi. Quella di Ruini è stata la prima presa di distanza esplicita fatta dal presidente della Conferenza episcopale italiana rispetto al governo Berlusconi".
Lei è tra quanti ritengono che la Chiesa non ami la sinistra e sia stata attratta dal berlusconismo?
"Credo che la tentazione nelle gerarchie ci sia stata, almeno per un certo periodo. E la cosa mi ha sorpreso un po': non avevo capito certi nessi. Ma ho l'impressione che adesso sia cominciato un significativo smarcamento".
Che cosa ha pesato, storicamente, sui rapporti fra sinistra e vertici ecclesiastici?
"Nella tradizione passata esisteva una sorta di divisione del lavoro: la sinistra marxista graduava il rapporto come dialogo fra poteri, più che fra idee e valori. E la successiva generazione di cattolici di sinistra aveva la responsabilità istituzionale di parlare con la Chiesa e farle accettare la sinistra: erano delle specie di chiavi di legittimazione".
L'impressione, però, è che non abbiano aperto molte porte.
"Infatti. I cattolici dentro la sinistra non hanno mai rappresentato presenze significative. Quando vennero da noi nel Psi Livio Labor, Gennaro Acquaviva e Luigio Covatta, carissimi amici, vennero loro e poco più. Idem nel Pci con la sinistra cristiana. D'altronde, nel Psi prevaleva un laicismo che privilegiava i diritti dell'individuo e li riteneva incompatibili con l'unità familiare. Rimanevano radici risorgimentali anticlericali. In noi era rimasto qualcosa de: "il Vaticano brucerem con dentro il Papa". I comunisti erano più attenti. Togliattianamente, avrebbero detto: e dopo che l'avete bruciato, che cosa fate?".
Non crede che, finita la Dc, la sinistra abbia pensato che la questione cattolica fosse risolta, mentre si apriva proprio in quel momento?
"Sì, questa è una osservazione giusta. Nei due atteggiamenti del Pci e del Psi, che io qui ho descritto davvero come stereotipi, c'era un passato che aveva davanti il partito cattolico incarnato dalla Dc. Poi s'è aperto un nuovo capitolo. Finiva la forza che era il centro magnetico del sistema politico, e cominciava la questione cattolica. E il problema è stato: dove si esprimono adesso certi valori, nel centrodestra o nel centrosinistra?".
Lei pensa che la difficoltà di comunicare sia un'esagerazione , pare di capire.
"Sarò partigiano, ma la sinistra italiana e la famiglia socialista europea hanno mostrato massima attenzione alla solidarietà contro l'individualismo e l'egoismo sfrenato. Non solo. Sull'intervento armato in Iraq chi è stato più vicino al Papa? Lascio la domanda aperta".
Sta dicendo che siete voi i veri alleati della Chiesa, e non il centrodestra?
"Nel centrodestra ci sono migliaia di persone perbene, ma la propensione all'individualismo è fortissima. L'idea è quella del "chi fa per sè fa per tre". La ricetta politica che si offre è: cerchiamo di tagliare le tasse, e voi vi arricchite. Non ci riescono, ma la ricetta è agli antipodi rispetto ai valori cristiani".
Veramente, esistono settori del governo appiattiti totalmente sulle richieste delle gerarchie.
"Le vedo bene, queste voci dell'ortodossia. Ma qualcuno, con una punta di cattiveria che io non ho, potrebbe dire che ci si lava la coscienza obbedendo alle gerarchie. Il loro ragionamento è: volete una legge con certi contenuti? Ve la faccio come la volete. Ma è un atteggiamento un po' filisteo. E' un rapporto di ubbidienza, non di condivisione di valori. Può pure interessare alle gerarchie, ma non dà frutti migliori".
Ma l'incapacità di parlare all'Italia moderata che si definisce centrista, non riflette in qualche modo la difficoltà a entrare in sintonia con l'Italia moderatamente cattolica?
"E' un problema diverso. Credo che l'incontro con l'elettorato moderato fosse affidato agli eredi del Partito popolare . Il problema è lì. La Margherita non ha poggiato abbastanza su quella tradizione, l'ha portata ad una fisionomia più segnata da un'idea generica di partito democratico. Siamo sinceri: nel centrosinistra l'anima popolare è stata meno percepita di quanto si pensasse".
Se fate il partito riformista non si percepirà proprio, non crede?
"Veramente sono convinto del contrario. L'opinione che ho espresso ai popolari è che il loro profilo potrà diventare visibile in un ampio partito riformista, più di quanto non sia avvenuto finora nella Margherita".
Congresso Labour: il partito in rivolta contro Blair
Alfio Bernabei su l'Unità
È accusato di avere diluito e stravolto l'identità del partito laburista, di essersi staccato dalla base adottando uno stile presidenziale, di essersi sbilanciato verso l'America a danno dei rapporti con l'Europa. Anche senza dover aggiungere alla lista i gravi problemi interni, a cominciare dalla crisi dei servizi pubblici e il crollo della credibilità di governo a seguito delle mezze verità sulle vere ragioni della guerra all'Iraq, Tony Blair, l'ex corteggiatissimo "golden boy" della politica mondiale ha smesso di scintillare. Il calo di fiducia nella sua leadership lo ha catapultato sul viale del tramonto.
Domenica va a Bournemouth per aprire i lavori del congresso annuale del partito laburista. Sono in programma delle mozioni contrarie alla politica del governo, una anche sull'Iraq. Durante il suo discorso di martedì potrebbero esserci fischi. Già sabato circa duecentomila persone si raduneranno a Londra per mandargli un messaggio di protesta e chiedere il ritiro delle truppe britanniche. In gran parte si tratterà di giovani, gli elettori di domani. Con devastante tempismo il canale televisivo Channel 4 domenica manderà in onda la prima mondiale di The Deal (Il patto), l'ultimo film di Stephen Frears, (il famoso regista di Dirty Pretty Things sullo sfruttamento dell'immigrazione clandestina a Londra) incentrato sull'inesorabile ascesa al potere dell'attuale cancelliere e ministro delle finanze Gordon Brown, destinato prima o poi a prendere il posto di Blair.
È opinione quasi generale tra gli osservatori politici che ormai Blair il meglio di sé lo ha già dato. Ma che futuro c'è per il Labour, un partito che nonostante tutto rimane in testa ai sondaggi e che è destinato a vincere le prossime elezioni generali? In quale direzione deve proiettarsi? Verso destra o verso sinistra? La risposta c'è già. È un coro assordante: tutto a sinistra, con grande urgenza, e con uno stile di leadership esattamente all'opposto di quello di Blair. I rappresentanti delle sezioni regionali, i sindacati, molti deputati, indicano che bisogna recuperare identità, a cominciare dalla battaglia per la giustizia sociale, punto cardine del Labour per oltre un secolo. Dicono che bisogna mettere un freno allo spostamento a destra post Neil Kinnock che fu utilizzato dagli spin doctor blairiani per costruire l'impalcatura mediatica che permise la cruciale conquista dei voti della middle class nelle elezioni del 1997, quelle che portarono alla vittoria del Labour dopo diciotto anni al freddo. Blair ha perso il contatto con la base proprio perché si è lasciato intrappolare dalla cultura dello spin targata "New Labour" priva di un'identità precisa, troppo imbevuta di "centro". Ai laburisti è venuta a mancare una chiara direzione politica e lo spin appare solo come una cinica strategia mediatica degna del massimo scetticismo, a danno della vera fiducia politica di cui un leader ha bisogno.
Nei suoi precedenti discorsi ai congressi annuali Blair ha sempre posto molta enfasi sulla politica internazionale, vantandosi della special relationship con gli Stati Uniti (apparve lo scorso anno al fianco degli applauditissimi Bill Clinton e dell'attore Kevin Spacey), della sua determinazione di essere "nel cuore dell'Europa" e dei suoi sforzi di trovare una soluzione di pace tra Israele e la Palestina. Cosa potrà dire quest'anno? La realtà è che sta cercando di distanziarsi dal presidente George Bush e che guarda con preoccupazione alla visita che quest'ultimo compirà a Londra in novembre, già si sa, accolta da varie proteste. È chiaro che ha perso influenza nei confronti del cancelliere Schröder e del presidente Chirac, sia per via dei disaccordi sull'Iraq che per la mancata decisione di Londra di indire un referendum sull'euro. Quanto al Medio Oriente, Blair si è reso conto che gli Stati Uniti non intendono dare spazio a mediazioni britanniche. L'aspirazione che aveva di poter dire: "abbiamo fatto guerra all'Iraq, ma abbiamo anche ottenuto la pace tra Israele e la Palestina", non ha dato alcun frutto. Con la situazione in Iraq tutt'ora incandescente, questo congresso del Labour rischia di essere il più difficile per Blair da quando diventò leader del partito nove anni fa.
27 settembre 2003