prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 26 settembre 2003


Telekom Serbia: storia di una trappola
Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Quel che segue è la storia di una trappola. Dei suoi protagonisti, delle coincidenze che vi si rintracciano, dei percorsi seguiti per costruire la diffamazione contro Prodi, Fassino, Dini trascinati dinanzi all'opinione pubblica come corrotti dall'"affare Telekom". È una storia che, se non fosse penosa, sarebbe grottesca perché, seguendone i fili, ci si potrà finalmente rendere conto di come (e in base a che cosa) esponenti della maggioranza di ritorno da Villa Certosa, residenza estiva del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (una coincidenza, senza dubbio), hanno potuto suggerire il coinvolgimento nell'affare del capo dello Stato. È una storia che sarebbe incredibile se non la si potesse documentare con le parole del presidente della Commissione d'inchiesta, Enzo Trantino, ritenuto "un gentiluomo". Una formula convenzionale che in Italia indica una persona dabbene e candida fino all'ingenuità. Vedremo se Trantino è l'uno o l'altro. O l'uno e l'altro.
La possibilità di mettere le mani su qualche brandello di verità muore presto in "Commissione Telekom". 8 gennaio 2003. Un "anonimo" indica alla Commissione di cambiare strada. "La pista da seguire non è quella dei mediatori Vitali/Maslovaric. Per trovare i politici, andate prima in Gran Bretagna e poi a San Marino...". Già nell'inchiesta di Repubblica (febbraio 2001), le mediazioni appaiono il modo - forse il solo - per sbrogliare l'intrico dell'acquisizione del 29 per cento della telefonia serba da parte di Telecom Italia. È una strada promettente che chiede la volontà del parlamento di fare luce, senza pregiudizi: è proprio l'ingrediente che manca per fare buona la minestra. Il fatto è che alla Commissione di Enzo Trantino, An, non interessa ricomporre il mosaico dell'affare italo-serbo con la fondatezza di fatti accertati con equilibrio. L'obiettivo della maggioranza e della Commissione è un altro: far girare le ruote di una trappola politico-mediatica, capace di distruggere immagine e credibilità del presidente della Commissione europea; del leader del maggior partito d'opposizione; dell'ex ministro degli esteri.
1-(Dove si dà conto di qualche bugia di Enzo Trantino e di un misterioso elenco di nomi)
Enzo Trantino appare pacato, a incontrarlo in veste ufficiale. Conversare con lui è anche piacevole, se si sa dimenticare l'eloquio retorico di cui l'uomo si autocompiace. Repubblica lo intervista il 21 maggio 2003. Il "presidente gentiluomo" ha voglia di dire, di spiegare. Ben venga. Sostiene che non è stato "un unico anonimo" a indirizzare i lavori di indagine della Commissione verso Igor Marini e dunque contro Prodi, Fassino e Dini. Dice che gli anonimi sono due: "È bene spiegare che i due anonimi ricevuti dalla Commissione parlavano dell'avvocato Fabrizio Paoletti e non di Marini. È stato l'avvocato Fabrizio Paoletti a farci il nome di Marini".
"I due anonimi...". "È stato l'avvocato Fabrizio Paoletti a farci il nome di Marini": sono due affermazioni che non corrispondono al vero. Quando Enzo Trantino si muove, ha in mano soltanto un anonimo (tra un po' vedremo anche chi lo ha spedito). È l'anonimo che giunge a Palazzo San Macuto, sede della Commissione, l'8 gennaio 2003. Invita i parlamentari ad allontanarsi dai "mediatori", dunque dalla sola traccia a disposizione della Commissione. All'anonimo è allegato la "prova" del percorso di quella tangente: il prospetto di un impegno di pagamento, attraverso lo Ior, di 36 tranches da 512 mila dollari su conti della Cassa di Risparmio di San Marino. Il prospetto è firmato dall'avvocato Paoletti.
Sono accuse di carta che risultano molto convincenti per il "presidente gentiluomo". Senza attendere il secondo anonimo (che arriverà soltanto il 4 febbraio, sette giorni prima del terzo, 11 febbraio), convoca Fabrizio Paoletti. Con urgenza. L'avvocato è interrogato il 14 gennaio. Il canovaccio della grande trappola è in questo interrogatorio. Nero su bianco. Pubblico e accessibile a tutti nel sito www. parlamento. it. Sono 17 pagine di botta e risposta che svelano la trama con le parole di chi è chiamato a condurla. Vediamo.
Se si tiene conto delle sue parole, Enzo Trantino non sa (è il 14 gennaio) chi è Igor Marini. Ne ignora l'esistenza e d'altronde il cacciaballe che lavora ancora come facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia apparirà al proscenio di San Macuto soltanto il 7 di maggio, quattro mesi dopo. E il pm romano, che di Marini si è occupato e su di lui indaga in quel momento, Beatrice Barborini, sarà ascoltata in commissione solo il 12 febbraio, un mese dopo l'interrogatorio di Paoletti.
Trantino mette le mani avanti: è stato Paoletti a fare il nome di Marini. Non è così. Quel 14 gennaio, a un Paoletti frastornato, viene mostrato il prospetto allegato all'anonimo dell'8 gennaio. Paoletti riconosce la carta, ne spiega la falsità, nega di avere conti a San Marino. Non fa nomi. Il presidente Trantino allora lo interrompe e gli chiede: "Lei conosce Marini Igor"? (pagina 29 della trascrizione ufficiale della seduta del 14 gennaio). Non è dunque Paoletti a fare quel nome, ma Trantino. Perché? Come fa il presidente a sapere, già il 14 gennaio, il nome che sarà "uomo chiave" o "uomo boomerang" dell'affare? Per quale divinazione Trantino conosce l'esistenza di "Marini Igor"?

Dicono qualcosa queste coincidenze? Forse soltanto che, nella Commissione Telekom, c'è qualche (possibile) trait d'union tra le vite disperate, così uguali e così lontane, che si sono improvvisamente affollate a San Macuto, pronte a trasformare un virtuale e truffaldino falso finanziario in una calunnia politica. Sono ora espliciti i traffici di Antonio Volpe, sgonfiate le panzane di Marini, più chiare le mosse oblique del presidente Enzo Trantino. E' allo scoperto il network di contatti di Carlo Taormina, al centro di un sistema che tocca in basso, molto in basso, un tipaccio come Renato D'Andria e in alto, molto in alto, addirittura il presidente del Consiglio. La Grande Trappola svela la sua trama, i manovali, i manovratori. C'è ancora filo da tessere. Chi sono i burattinai, e quali saranno ora le loro mosse?
(hanno collaborato Ettore Boffano e Alberto Custodero)



Modigliani, un economista contro il fascismo
Oreste Pivetta su
l'Unità

Abbiamo visto tutti qualche giorno fa la sua lettera (insieme con altri studiosi e altri premi Nobel, Paul Samuelson e Robert Solow), una lettera semplice per spiegare per quali motivi sembrava inopportuno che una lega americana contro la discriminazione razziale premiasse Berlusconi. Nella lettera stava scritto: "Mussolini è stato responsabile della morte di molti oppositori politici, di molti partigiani, di molti ebrei. Il dittatore perseguitò il popolo ebraico con le Leggi Razziali e fu responsabile, durante il conflitto mondiale, della deportazione di almeno settemila ebrei".
Una nota storica che però toccava da vicino, anzi intimamente e drammaticamente, la sua esistenza: Franco Modigliani, ebreo, aveva provato su di sè il peso di quella dittatura, a ventun anni, appena laureato in giurisprudenza, era stato costretto, con la moglie, Serena Calabi, appena sposata, a emigrare negli Stati Uniti. Un esilio, un rifugio e poi soprattutto il luogo della sua formazione culturale, dell'insegnamento, anche del successo fino al premio Nobel nel 1985 e della popolarità. Ma ancora in questi giorni Modigliani raccontava lo strazio di quella partenza e del viaggio e testimoniava comunque nel ricordo l'amore per l'Italia, anzi "l'immenso amore", che lo spingeva a seguire le vicende di un paese che aveva abbandonato sei decenni fa. A proposito di popolarità, molti ricorderanno il suo viso simpatico, bonario, il fisico asciutto, la sua parlata italiana che tradiva la lunga frequentazione americana e soprattutto quel dire chiaro di problemi enormi, la grande economia svelata al pubblico, i giudizi netti, taglienti, le argomentazioni precise e rapide.
A proposito di popolarità molti lo ricorderanno in televisione, persino in trasmissioni quasi di varietà: non si tradiva, era sempre il professore del Mit, premio Nobel, il professore che sapeva comunicare con tutti, senza trascurare la sua scienza e il bisogno di spiegare a tutti, quasi un bisogno morale di sperimentare le grandi leggi o le grandi teorie economiche, di svelare le congiunture e le tendenze nella concretezza spesso drammatica del vivere quotidiano. Gli era capitato, anche per questo, di considerare e criticare momenti diversi della politica italiana. Gli era capitato di criticare tante scelte di Berlusconi e del suo governo. Non solo pochi giorni fa con quella lettera al New York Times, rispresa dai giornali di tutto il mondo. Proprio all'Unità, appena rinata, alla vigilia del voto, nel maggio di due anni fa aveva scritto, quasi prevedendo che cosa prima o poi presentato al nostro orizzonte: "Credo che la democrazia in Italia sarebbe davvero in pericolo... Dall'indipendenza della magistratura alla libertà di stampa non credo che i valori democratici facciano parte della cultura del candidato premier del centrodestra. Anzi... Resto molto scettico sulla sua capacità di dire qualcosa e persino di capire che cosa l'espressione “conflitto di interessi” significhi. E cioè rinunciare a qualunque intervento, decisione, presenza rispetto alle proprie aziende o ai propri investimenti. Bene: non vedo come una persona che possiede mezza Italia possa risolvere in maniera vera, e non con una buffonata, questa che è essenzialmente una questione morale. Di una legge non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno...". Appunto.

Tra tanta America e tanti onori, continuava a stargli a cuore l'Italia, seguiva il dibattito politico e economico in Italia, interveniva secondo (lo ha fatto ancora sull'Unità, di recente, ad esempio in tema di pensioni e di liquidazioni) un'idea che assegnava la priorità agli obiettivi di piena occupazione e di promozione del lavoro e dei lavoratori, senza dimenticare l'imperativo di un sistema competitivo ed efficiente per garantire realistiche prospettive di crescita.
Di questo parlava e scriveva in modo schietto, perché non era uomo da compromesso, senza temere reazioni. Che ci furono con il tono insultante di alcuni portavoce del centrodestra.
Ha scritto moltissimo e molti suoi libri sono stati pubblicati anche in Italia: uno dei più vicini, il più autobiografico, Avventure di un economista: la mia vita, le mie idee, la nostra epoca (Laterza, 1999). Di quest'epoca disse: "Un'epoca affascinante, in cui le cose si muovono così presto, al di là di ogni immaginazione. Mi secca di essere così vecchio. Ma forse avrò modo di vedere ancora molte cose. Sono ottimista: come non credo allo scienziato malvagio che studia il modo di rovinare il mondo, così credo che più gli strumenti innovatrivi sono potenti, più forte è l'incentivo a usarli in modo appropriato. L'umanità in fondo non si è ancora distrutta con la bomba atomica né pare abbia l'intenzione di farlo. Bisognerà certo tenere gli occhi aperti...".


Prodi rifiuta di sacrificare i suoi commissari
Giuseppe Sarcina sul
Corriere della Sera

STRASBURGO - La tesi di Romano Prodi, "niente dimissioni per lo scandalo Eurostat", convince, almeno per il momento, i principali partiti del Parlamento europeo. I due commissari al centro di polemiche e speculazioni politiche, cioè Pedro Solbes (Affari economici e monetari) e Neil Kinnock (vice presidente, responsabile per la riforma) restano al loro posto. Sul banco degli "indiziati" c'è, per ora, solo il direttore generale dell'Istituto di statistica europeo, Yves Franchet. I rapporti letti da Prodi descrivono una rete di fondi neri, doppia contabilità, false fatturazioni, per importi stimati tra i 4 e 5 milioni di euro.
Caso chiuso, quindi? Non ancora. Il presidente del Parlamento, Pat Cox, riporta gli umori diffusi a Strasburgo: "Aspettiamo le conclusioni degli accertamenti per fine ottobre, ne vogliamo discutere ancora con la Commissione. Siamo pronti ad assumere qualunque decisione. Andremo dovunque vorremo andare. Se ci sono le prove".
PRODI E I "CADAVERI" - Prodi si è presentato davanti ai componenti della Commissione per il controllo del bilancio (Cocobu) e ai capigruppo dei partiti con un discorso di 17 cartelle e una strategia piuttosto chiara.
Nei primi dieci minuti si è come "sdraiato" davanti alla sovranità del Parlamento. Una specie di "atto di dolore": "Il sentimento più forte che provo e che condivido con ciascuno di voi è di tristezza". Poi, però, davanti ai giornalisti il presidente della Commissione si impenna: "Secondo alcuni se oggi avessi licenziato un commissario sarei un grande statista. Se ne avessi mandati via tre sarei un eroe. Ma io mi baso sui fatti. Non ho mai fatto carriera salendo sui cadaveri degli altri".
L'intera analisi di Prodi scorre tra questi due binari: "la modestia", cioè "la necessità di imparare la lezione", e "l'orgoglio", vale a dire la rivendicazione dell'opera di moralizzazione comunque realizzata negli ultimi anni.
LA TELEFONATA CON I POPOLARI - In realtà in mattinata Prodi si è coperto le spalle con una lunga telefonata con il capogruppo dei Popolari, Hans Gert Pöttering. Il rappresentante della formazione più numerosa nell'emiciclo di Strasburgo ha spianato un'autostrada a tre corsie per Prodi. I due hanno concordato sulla "lettura politica" da dare ai tre documenti diffusi l'altra notte: il rapporto compilato dai servizi interni della Commissione ("audit interinale"); quello predisposto della "task force" di esperti costituita nel luglio del 2003 e, infine, la sintesi delle indagini realizzate dall'Olaf (l'Ufficio anti-frode della Commissione) su cinque casi di malversazione. Lo stesso Pöttering ha poi riferito ai giornalisti di aver rassicurato Prodi su un punto: il gruppo dei Popolari europei pretende "l'impegno a riformare a fondo i meccanismi di controllo". Ma non ritiene vi sia "materia sufficiente" per "chiedere la testa di qualcuno". "In fondo sono un democristiano, il sangue non mi piace", ha scherzato il capogruppo tedesco. E in fondo anche Prodi ha avuto una lunga consuetudine con la cultura e la mentalità "democristiane". In ogni caso i due si sono trovati d'accordo praticamente su tutto.

RIMANDATI A OTTOBRE - La reazione dei partiti è stata di sostanziale apertura di credito a Prodi. Nel corso dell'audizione solo il leader dell'Edd, il partito degli "euroscettici", il danese Jens Peter Bonde, si è alzato per chiedere le dimissioni di Solbes. Poi, in serata, anche i comunisti e il capogruppo dei liberali Graham Watson hanno sollecitato il Commissario spagnolo a lasciare il suo posto. Tutti gli altri, cioè la grande maggioranza del Parlamento, dai Popolari ai Verdi, hanno concesso una sostanziale apertura di credito a Prodi, chiarendo comunque che, prima di tirare le somme. bisogna attendere la conclusione delle indagini condotte dalla "task force" e dall'Olaf, prevista per fine ottobre. Esemplare, da questo punto di vista, il commento di Enrique Baron Crespo, leader dei socialisti: i Commissari saranno toccati "solo se verrà dimostrata la loro incapacità a esercitare la loro responsabilità politica".


Alleati furiosi, salta il vertice di maggioranza
Amedeo Cortese su
Il Messaggero

ROMA Doveva essere la giornata dei vertici del centro-destra, non se ne è fatto nessuno. Saltati. Svaniti. Rinviati. Si dovevano riunire prima i capigruppo di maggioranza con i tecnici per mettere a punto proposte e mediazioni su pensioni e quant'altro, ma non si è fatto. Di seguito, dovevano riunirsi in serata i leader della Casa delle libertà assieme a Silvio Berlusconi. Ma di nuovo non se ne è fatto nulla, tutto saltato.
Nel primo pomeriggio, le agenzie di stampa dettano un secco comunicato da via Due Macelli, sede dell'Udc, che annuncia: "L'Udc non parteciperà al vertice di maggioranza". Passa qualche ora e che ti fa Alleanza nazionale? Emette un altrettanto secco comunicato e annuncia: "An non partecipa al vertice di maggioranza". Con un'aggiunta sottile: non ci va l'Udc, quindi senza uno dei componenti di maggioranza che vertice di maggioranza è?
Il motivo di tanta disaffezione per i vertice ha un nome e un cognome: Umberto Bossi. Lette e apprese le ultimissime esternazioni del leader leghista che come al solito colpivano in tante direzioni e comunque tali da far male a questo o a quel partner, scambiate le prime telefonate e i primi pareri, Udc e An decidevano di passare al contrattacco.
Il comunicato del partito di Marco Follini confermava che la decisione era maturata dopo le dichiarazioni del leader della Lega Bossi a Radio Padania. In più si rendeva noto che in via Due Macelli avrebbe suscitato particolare sconcerto la dichiarazione di Bossi secondo cui comunisti, democristiani, socialisti e sindacati hanno portato il Paese al fallimento e all'esplosione del debito pubblico. Da Genova dove si trovava, Follini confermava il no al vertice ma ribadiva che il suo partito "si muove sempre con spirito costruttivo": "Noi siamo un partito che cerca di costruire, non ci appassionano le polemiche, anche se qualche volta siamo tirati per i capelli. La nostra cifra non è quella della rissa. A me preme sottolineare che c'è una finanziaria in dirittura di arrivo e troverà in consiglio dei ministri e in Parlamento il sostegno e il consenso del nostro partito". Ce n'era già abbastanza per provocare, come minimo, una qualche presa di posizione di palazzo Chigi, un qualche aggiustamento, una qualche mediazione. Berlusconi, invece, si affrettava a coprire Bossi: "Dovete capirlo, lui parla così al suo popolo, ma poi rispetta i patti". Ecco allora che scende in campo il partito di Gianfranco Fini che spalleggia l'alleato centrista: "Se al vertice non partecipa un partito della maggioranza, non c'è neanche un vertice di maggioranza", spiegava alla Catalano il ministro Altero Matteoli. Finalmente, in serata, palazzo Chigi si muoveva ma non poteva che prendere atto dell'impossibilità di tenere il vertice causa disaffezione degli alleati.
E l'opposizione? Vista la confusione nel campo di Agramante della maggioranza, alcuni si sono interrogati se non fosse il caso di presentare una mozione di sfiducia contro Bossi. Ma come al solito si è fatto presente che una mozione di sfiducia ha come effetto quello di ricompattare gli altri. Dunque? La trovata l'ha avuta Pierluigi Castagnetti, capogruppo della Margherita alla Camera, che si è rivolto alla maggioranza e ha proposto: "Se presentate voi una mozione di sfiducia individuale contro Bossi, il centrosinistra è pronto a votarla".


Un Carroccio a rotta di Polo
Andrea Colombo su
il Manifesto

Il pitbull padano si scatena. Non abbaia, azzanna e di brutta. Dilania così il vertice di maggioranza fissato per la serata, quello che avrebbe dovuto ricucire le troppe divisioni che ancora impediscono di definire la finanziaria. Dopo gli attacchi del senatur, prima l'Udc, poi An annunciano che non parteciperanno al summit. Alla fine Berlusconi non può fare altro che prendere atto della situazione e rinviare l'appuntamento a data da destinarsi. Umberto Bossi apre le ostilità al mattino. Si produce di fronte ai microfoni di Radio Padania ed esordisce riaprendo un capitolo che ogni giorno sembra chiuso e non lo è mai, quello della riforma delle pensioni. "Fino al 2008 non si toccano", ripete, e sin qui sembra solo propaganda. Ma il senatur non si ferma. Se la prende con "la gente del nord", che è "imbecille" perché ancora si fida "dei dc, dei socialisti e dei comunisti, dei partiti che hanno fatto fallire il paese invece di spazzarli via a calci in culo". "Andavano fucilati", conclude categorico. Ma non è detta l'ultima: "Non ci sono molte vie... quattro fucilate di quelle giuste a questi delinquenti disgraziati...".
Il succo è tutto qui, ma il feroce padano condisce le contumelie con la riproposizione delle sue più recenti proposte: capitale e senato federale a Milano, "perché ci vogliono anche degli atti di visibilità". Le parole di Bossi sembrano deliranti, ma a guardar bene una logica precisa invece c'è. Il capo del Carroccio batte sempre sulo stesso tasto: sul debito pubblico che è il vero argomento forte della sua sparata. I partiti che vorrebbe fucilare sono quelli che hanno "portato il paese al disastro" creando "un debito enorme". Lo spostamento della capitale servirebbe a "ripartire ex novo" dopo il fallimento. In concreto, l'animale politico Umberto Bossi si rende conto che la popolarità del governo di cui fa parte è in picchiata prima di tutto per la mancanza di fondi. Sa che risollevarne le sorti non sarà facile e tenta di salvarsi dal disastro collettivo a modo suo: attaccando tutti, anche gli alleati, tornando ai toni barricadieri delle origini, alla contrapposizione dura tra nord e sud.

Dagli spalti dell'opposizione continuano ad arrivare bordate severissime. Colpiscono Bossi ma anche Berlusconi che, per Massimo d'Alema, "o lo caccia o è corresponsabile". Chiedono in coro le dimissioni del capo leghista da ministro per le riforme. Invocano l'intervento di Ciampi.
Gli ufficiali del centrodestra per una volta quasi non rispondono, appaiono e probabilmente sono tramortiti. La finanziaria non c'è ancora, la riforma delle pensioni neppure. Non c'è il vertice che avrebbe dovuto mettere a punto entrambe. E soprattutto non c'è più la maggioranza.


Le spine della maggioranza
Il premier ora teme agguati sulla legge tv
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA -
Finora gli accordi di maggioranza sono serviti a Bossi per poterli sconfessare, finora ogni vertice ha avuto bisogno di ulteriori vertici per ricostruire ciò che il leader della Lega si era premurato di distruggere. Se così stanno le cose, non si capisce come mai Berlusconi era così preoccupato ieri dopo l'attacco del Senatùr contro i partiti della prima Repubblica. Non si capisce come mai si è prodigato più di ogni altra occasione per ricucire l'ennesimo strappo nell'alleanza.
Eppure al termine della sfuriata verso "quei vecchi dc che andavano fucilati", il capo del Carroccio ha ammesso che il debito pubblico ereditato "ci obbliga a fare certe cose" e, dunque, la riforma delle pensioni sarà varata, così come il condono edilizio. Ma non è l'iter della Finanziaria a tenere in ansia il premier, quanto le sorti della riforma televisiva. Le tensioni che attraversano la Casa delle Libertà rischiano di scaricarsi sul ddl Gasparri, e le numerose votazioni a scrutinio segreto previste alla Camera potrebbero trasformare l'aula di Montecitorio in un angolo di Piedigrotta la notte di Capodanno.
Basterebbe un emendamento, un solo emendamento approvato, per far saltare il ruolino di marcia del governo, per costringerlo a passare ancora una volta dal Senato, ma soprattutto per scatenare una guerra nella coalizione dalle conseguenze imprevedibili. Lo sussurrano autorevoli esponenti del Polo ricordando "il segnale" giunto qualche giorno fa, quando una dozzina di franchi tiratori ha dato il benvenuto al disegno di legge caro al Cavaliere. Quel voto ha attraversato in modo "trasversale" il centrodestra, è stato l'ulteriore sintomo di una crisi nei rapporti tra alleati alla quale finora il premier non ha posto rimedio. Tanto che l'altro ieri Fini si era ripromesso di incontrarlo riservatamente per invitarlo a intervenire, "perchè sembra non esserci più nulla che tiene insieme la maggioranza". E ancora Bossi non aveva arringato il "popolo padano".

Nessuno può permettersi una crisi di governo, sebbene il vicepremier abbia avvisato ieri Berlusconi che "stavolta non cederemo di un millimetro": "Credevo di esser stato chiaro a luglio". Gli sbreghi nei rapporti tra alleati sono profondi, anche l'asse tra il ministro dell'Economia e il leader del Carroccio si è ormai incrinato. Il primo gli aveva spiegato che "con la riforma delle pensioni ho già il via libera di Bruxelles", il secondo gli aveva ribattuto che "la Lega non può intestarsela", che "non può essere Maroni a metterci la faccia e la firma. Lo facesse Berlusconi". E Berlusconi in pratica lo ha fatto, annunciando da New York che "faremo ciò che serve". Piuttosto è possibile che il Consiglio dei ministri di lunedì rimandi l'approvazione del pacchetto sulla previdenza, "ma solo per compiacere i sindacati", come tiene a sottolineare un maggiorente del Polo.
La manovra economica è ancora per aria, "il rituale - racconta un esponente del governo - prevede che il varo avvenga all'ultimo momento", il 30 settembre, il giorno prima che Montecitorio inizi l'esame della riforma televisiva. Nel Polo c'è già chi scommette che "non passerà, così com'è vedrete che non passerà". A rischio non è la Finanziaria. Berlusconi lo sa.


Pezzotta scende in trincea
"Non ci stiamo più"
Luisa Grion su
la Repubblica

ROMA
- Questo non è più il governo del patto per l'Italia, "non ha più la tensione riformatrice di allora". Non dialoga con le parti, anzi "è convinto d'essere autosufficiente", di bastare a se stesso. Ed è proprio qui che si sbaglia. Savino Pezzotta, leader della Cisl, il sindacato che più di altri in passato ha trovato punti d'incontro con l'esecutivo di Berlusconi, sulle pensioni, dice "no". Un "no" secco e senza sconti.
Ha cambiato linea?
"Al contrario, siamo più coerenti che mai al nostro principio: valutare nei fatti, senza pregiudizi. Ma la stessa coesione che ci ha portato ad accordi quando altri si alzavano dal tavolo, ora ci porta a dissentire attorno ad un'idea di previdenza che non possiamo accettare. I patti sono chiari. C'è una riforma già fatta che va rispettata. C'è una verifica in programma nel 2005. Facciamola, guardiamo alle cifre e poi ciascuno si prenda le sue responsabilità. Ma quella data è fuori dalla discussione"
Da dove nasce questa intransigenza?
"Non è intransigenza, continuiamo ad essere pronti al dialogo, tant'è che siamo aperti a incentivi e Tfr, ma quello che il governo ci propone non sono semplici aggiustamenti ma lo stravolgimento di una riforma, la Dini, che funziona"
Ci sono però varie ipotesi. Non siete disposti a trattare nemmeno su un passaggio ai 40 anni di contributi morbido e non per tutti?
"No, non siamo disponibili. In realtà non trovo esista alcuna linea morbida. Nelle intenzioni dell'esecutivo c'è l'eliminazione, in un modo o nell'altro, delle pensioni di anzianità. E noi non ci stiamo"

Qualcuno però, magari anche fra i suoi, dirà che ha fatto bene la Cgil a esprimere fin dall'inizio una linea dura

"Se il riferimento è alle supposte divisioni interne alla Cisl di cui leggo sui giornali dico subito che non esistono. Quanto alla linea del dialogo che noi tenemmo aperta quando la Cgil chiudeva, direi che meno male che le cose sono andate così. Gli accordi firmati allora rendono oggi più forte tutto il sindacato: nessuno ci potrà contestare pregiudizi nei confronti di questo esecutivo".
Sarete almeno delusi, tutto sommato lei è stato anche fischiato in piazza per aver firmato quei patti
"Non lo siamo, non lo sono. I fischi fanno parte della democrazia. Quanto al governo non rispondo con la delusione, che non può essere il sentimento proprio di un sindacato autonomo. Deluso è chi s'innamora di qualcuno, io non mi sono mai innamorato di nessun governo. Valuto sui fatti e ora, appunto, i fatti parlano chiaro"
Veniamo a Bossi. Ha accusato il sindacato di essersi reso responsabile di regalie e interventi a pioggia a favore del Sud.
"Gli consiglierei di fare un corso di storia contemporanea per capire quanto il sindacato abbia fatto per questo paese, dalla difesa dei lavoratori - che lui rivendica ora solo per il Nord e che noi da sempre garantiamo a tutti - alla lotta al terrorismo. Ma gli consiglierei anche di dimettersi: con le sue parole offende il ruolo di ministro".


D'Alema: lista unica già più forte dell'Ulivo
Antonio Macaluso sul
Corriere della Sera

Riassunto: Prodi propone una lista dell'Ulivo che rilanci la coalizione. Lei aderisce subito, altri anche, altri meno, altri ancora per niente. Onorevole D'Alema, sbaglio o state al classico "caro amico"?
"Niente affatto, siamo un bel po' avanti e si è messo in moto un processo che ritengo ineluttabile. D'altra parte, per dirla con una vecchia espressione, questo governo ha esaurito la sua spinta propulsiva. Guardi, il presidente del Consiglio va in America e lì i suoi racconti possono anche far ridere. Ma in Italia non ride più nessuno. Le continue esternazioni sue e di alcuni suoi ministri cominciano a urtare il sistema nervoso del Paese. Il governo diventa così fattore di disordine e provocazione. Di fronte a dichiarazioni di Bossi di gravità inaudita, se Berlusconi fosse un leader, lo manderebbe subito a casa. Ma in questa situazione, a maggior ragione, spetta a noi dimostrare al Paese di essere un valido ricambio. Basta con le punzecchiature, con chi paventa la fine della sinistra o, viceversa, l'egemonia della sinistra sul centro".
Sì, ma stiamo ai fatti: passi in avanti concreti?
"La proposta Prodi è al centro del dibattito politico del centrosinistra, raccoglie tanti consensi, prende forma e si va concretizzando. Non c'è l'unanimità ma ci sono larghi, prevalenti consensi. Anche perché ci sono grandi potenzialità elettorali: le indagini dimostrano che si andrebbe ben oltre la somma degli elettori delle varie componenti dell'Ulivo. Perché c'è la percezione di una cosa nuova, non di un'alchimia elettorale. C'è una larga parte dell'elettorato che non è orientata verso nessun partito ed è alla ricerca di qualcosa. Credo che la lista unitaria del centrosinistra potrebbe essere un catalizzatore".
Però c'è una selva di distinguo, di paletti, di paure, anche di coltellate. Giuseppe Caldarola parla di una deriva minimalista
"Non c'è nulla di drammatico. L'importante è arrivare a chiudere questo processo politico che, proprio perché importante, crea anche dubbi e paure. Se, come io credo, l'elettorato lo premierà, tutto sarà superato".
Il punto è metterlo almeno sul binario
"Il binario c'è, ci sono le discussioni democratiche normali. Io continuo a sperare che aderiscano quanti più possibile".
Anche per attuare un vero sfondamento al centro...
"Ma, vede, il problema non è solo della Margherita, perfino i Ds hanno una quota di elettori che si definiscono di centro. E in questo momento i sondaggi danno il centrosinistra al 52 per cento. Non siamo in un momento di regressione, ma di espansione. Il punto è guardare al mutamento di scenario in corso, non correre dietro alle battute. Questo è un modo sleale di fare la lotta politica. Detto questo: dieci anni dopo la nascita del centro-sinistra, quello con il trattino, è tempo di un passo avanti. In quel momento, nonostante ci fosse chi già avrebbe voluto un centrosinistra senza trattino, la forza della coalizione era proprio nel fatto che in modo visibile, autonomo, un pezzo dell'establishment, la Dc, si alleava con la sinistra. Questo era un elemento di garanzia per l'opinione pubblica. Fu importante che le singole identità fossero visibili. Ma parliamo di dieci anni fa".
Ora, va completato il processo bipolare
"Il Paese si è fortemente bipolarizzato, a differenza del sistema politico. L'elettore guarda ormai al centrosinistra e al centrodestra, assai meno ai partiti. E così è anche in Europa, ci sono due grandi schieramenti, c'è una crisi del tradizionale centrismo interclassista. Occorre una grande forza politica di centrosinistra, che si allea con altre aggregazioni. Una grande forza come questa non può nascere in Italia prescindendo dalla tradizione cattolica democratica, con un'esclusiva matrice socialista. Insomma, un grande partito non ideologico, con valori precisi, senza nuovismo campato in aria".
Come tutti i grandi progetti, anche questo ha i suoi problemi pratici: che ne sarà dei Ds? C'è bisogno di un congresso?
"Io sono colpito dal fatto che alcuni nostri compagni, pochi per la verità, vedono questa prospettiva come un lutto, la fine della sinistra. A me sembra il contrario: una grande opportunità di espansione e rinnovamento. Noi rischiamo che la spinta verso il cambiamento non venga da noi raccolta per nostra incapacità. Il centrosinistra, ancor più che nel '96, è nelle condizioni di conquistare la maggioranza del Paese".
Se nei Ds ci sono questi timori, nella Margherita ci sono timori di egemonismo della sinistra
"Ma figuriamoci: l'una e l'altra paura sono le ombre speculari del passato. E proprio la loro specularità ne mostra l'infondatezza. E comunque capisco e rispetto queste paure. Detto questo, vanno superate. Per questo Fassino parla di processo federativo, di federazione delle culture, senza prevaricazioni ideologiche. Noi a volte ci inventiamo degli ostacoli insormontabili, costruiamo delle montagne per andarci a sbattere contro. Quando una cosa si vuol fare, i problemi si risolvono".
Insomma, nessuna egemonia, spazio per tutti...
"Ma certo. Non devono scattare inutili orgogli: chi non vuole morire socialista, chi non vuole morire democristiano. Utopia per utopia, io non voglio proprio morire. Dobbiamo pensare alle soluzioni, non ai falsi assorbimenti gli uni degli altri".
Con Prodi alla testa della lista. O si sta facendo tardi?
"Ho già detto come la penso: non ci sono incompatibilità formali, al momento opportuno deciderà Prodi che fare. Io con lui ho ristabilito una forte sintonia".



L'Onu, l'Italia e la trama del direttorio
Enzo Bettiza su
La Stampa

Dalle grandi manovre appena svolte all'Onu, la quale cerca di riprendere fiato e smalto dopo la catalessi inflittale dalla guerra irachena, si possono già trarre alcune interessanti deduzioni di politica internazionale. La diplomazia e il pragmatismo, sinonimi di negoziato e di compromesso, sono tornati a rioccupare la scena e, più ancora, i retroscena: qui, dietro le quinte, i tre massimi protagonisti della crisi interoccidentale (icasticamente definita da André Glucksmann "Occidente contro Occidente") sono finalmente usciti dalle falsificanti dimensioni del "multilateralismo" e dell'"unilateralismo". Prima Chirac e Bush, nonostante il duello verbale che li ha retoricamente contrapposti al Palazzo di vetro, poi Bush e Schroeder, nonostante i 16 mesi di reciproco mutismo, sono alfine rientrati nella dimensione bilaterale che si confà di più allo stile e alle regole della politica concreta.
S'intravvedono, ora, i primi segnali di una fase nuova che sembra indurre gli americani a fare di necessità virtù, accettando una nuova risoluzione Onu sulla gestione del difficile dopoguerra in Iraq. Bush in sostanza sembra disposto a mitigare il rigore con cui Washington finora imponeva il proprio comando assoluto, militare, civile, economico, su Baghdad. L'Onu probabilmente ritroverà, come in Kosovo, un ruolo non secondario nella ricostruzione, con la presenza di una sua forza multinazionale sotto controllo militare americano. Seguiranno altre importanti misure destinate ad accelerare il flusso degli investimenti occidentali, non solo americani, e a restituire al più presto l'Iraq agli iracheni sul piano dell'autogoverno.

Non possiamo non concludere con qualche considerazione malinconica sull'Italia. Il governo Berlusconi aveva appoggiato in pieno l'azione diplomatica e l'intervento americano in Iraq. Lo stesso Berlusconi, nel suo discorso in veste di presidente europeo all'Assemblea delle Nazioni Unite, ha saputo contemperare egregiamente l'appoggio italiano alle posizioni americane con le più sfumate esigenze degli Stati dell'Ue. Poi, nelle singolari battute italiote elargite ai calvinisti di Wall Street, ha in parte degradato il discorso dello statista con le tirate del cabarettista. E lo ha fatto nel frangente meno opportuno. Cioè nel momento in cui alle spalle dell'Italia (che ai tempi dell'ambasciatore Paolo Fulci s'era battuta per democratizzare i vertici Onu) Chirac stava già ordendo la trama di un direttorio europeo ristretto - Francia Inghilterra Germania - che, se si farà, escluderà l'Italia e l'Europa dal Consiglio di sicurezza.
Wall Street concedeva all'oratore una mobilità di parola infinitamente più ampia che il rigido podio internazionale dell'Assemblea delle Nazioni Unite. Perché non utilizzare l'occasione per evocare, anziché le belle segretarie italiane, i coraggiosi ambasciatori italiani che negli Anni 90 patrocinavano per Roma e per Bruxelles un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza?


X la ministra Moratta
Massimo Gramellini su
La Stampa

Cara ministra Moratta (femminile, no?) s'ono il allievo modello di un'istituto superiore di una citta itagliana. O' letto con un po di locomozione e tantamatanta joia le sue statistike su noi studenti ke non sapremmi (plurale, giusto!) + la drammatica, la nalisi logica e l'ageometria. In certe skuole professionali a dirittura il 70%! Siamo stati eroinici, l'ò sò. Estata dura addebolire le regole, i ragionamenti e l'inmaginazione ke l'emaestre ci havevano in segnato a usare d'urante Lele Mentari.
Ci soni voluti tanti ministri e funzionari di destri e di sinistri, tanti soldi nè gati, tanti profi avviliti e subpagati, tanti programmi e videogiochi de c'è rebrati, tanti adulti maleducanti e maleducati. E qualc'osa ciel'abbiamo aggiunta purè noi. Ma all'afine ciel' habbiamo fatta!! Dora in poi funzionerà partaimm anke il c'ervello: x adeguarlo al mercato. La strazione e la inmaginazione sona già stata sostituita dai video, che facendo vedere tutto, ti allenano a non inmaginare + gnente. In somma, signora Moratta.
S'iamo pronti x le Uropa. Tanto, x battere l'Acina mica serve di sapere il teorema di Taliente o cosè un complimento oggetto. Serve l'hinglese e una skuola ke attracchi i vestimenti americani, comà spiegato ieri a Uoll Strìt il nostro capoclasse, sfornando tante belle segretarie e sempre meno komunisti (da quando s'ono diminuiti, in Italia s'ono di nuovo aumentati i bambini: e questa, m'iscusi, non sarà ageometria ma è nalisi logica.)


   26 settembre 2003