
sulla stampa
a cura di G.C. - 25 settembre 2003
Le regole infrante nel tempio finanziario
Federico Rampini su la Repubblica
"Il controverso umorismo del primo ministro italiano ieri ha colpito ancora, quando ha vantato le seducenti segretarie italiane per attirare i potenziali investitori americani". Così sugli schermi dei computer di tutto il mondo s'apriva ieri il notiziario dell'agenzia d'informazione finanziaria Reuters, strumento di lavoro quotidiano degli investitori: neppure l'asettica Reuters riusciva a trattenere lo sconcerto di fronte alla prestazione di Berlusconi a Wall Street.
L'Italia è davvero "il paese più americano d'Europa", come ha sostenuto il presidente di turno dell'Unione europea sfoggiando l'ossequio del vassallo? Di certo l'Italia ha un premier che in America non è mai vissuto e dell'America visibilmente non sa nulla, neanche come vi si sta a tavola. Cominciando con la battuta sessista, sgradita a tutte le orecchie americane e in particolare a quelle delle imprenditrici e investitrici sempre più numerose, Berlusconi è riuscito in pochi minuti a violare il galateo, a infrangere le regole, a offendere i valori in cui crede questo paese (anche quando è governato dalla destra).
È stato un exploit. Era difficile dirne così tante così grosse in così poco tempo. Ha esordito - "credo che sia un buon argomento" - affermando che l'Italia è un paese straordinario per fare investimenti visto che il presidente del Consiglio ci ha investito tutti i suoi soldi. E' riuscito così a ricordare subito ai suoi interlocutori quell'immenso conflitto d'interessi irrisolto che tradotto in America appare inverosimile: l'uomo più ricco del paese, che possiede metà delle televisioni e controlla l'altra metà, alla testa del potere esecutivo. Bill Gates più Rupert Murdoch più Ted Turner più la General Electric più Walt Disney più George Bush, in una persona sola. Lo ha detto a New York, dove hanno messo in croce per mesi Bloomberg perché trovasse una soluzione rigorosa al suo conflitto d'interessi: un signore che con la sua agenzia di stampa non arriva all'1% del mercato dell'informazione, e dopotutto fa solo il sindaco.
Ha ribadito il suo disprezzo per i giudici del suo paese, "comunisti", pericolosi per "la libertà e la democrazia". Lo ha fatto sulla piazza finanziaria dove in questo momento imperversa un giudice - il procuratore generale di New York Eliot Spitzer - che sta conducendo un'operazione Mani Pulite contro i vertici delle più grandi banche americane coinvolti negli scandali finanziari. Nella sua crociata moralizzatrice, in difesa dello Stato di diritto, delle regole del mercato, degli interessi degli investitori, il procuratore Spitzer gode dell'appoggio totale dei funzionari del Dipartimento di Giustizia federale, cioè dell'Amministrazione Bush. Nessun capitalista americano ha osato criticare la sua azione, né sottrarsi al suo giudizio.
Molte condanne sono già state applicate, dopo indagini e processi durati meno di due anni. Questo è un paese dove la sacralità della magistratura è tale che un candidato con la maggioranza dei voti, Al Gore, ha rinunciato alla Casa Bianca pur di non mettere in discussione l'autorità della Corte Suprema. Dove un presidente ha subito l'impeachment per aver "rifiutato prove e informazioni agli inquirenti e interferito con l'azione della giustizia" (Atto d'impeachment di Richard Nixon, votato dalla Camera dei Rappresentanti il 20 agosto 1974).
Berlusconi è venuto nella sofisticata New York a descrivere un'Italia liberata dai comunisti.
Berlusconi ha parlato a investitori americani che si muovono a loro agio nell'economia globale ed anche nel grande mercato unico europeo; industriali e banchieri che conoscono bene opportunità e difetti dell'economia italiana, e investono da noi assai meno che in Inghilterra, Francia e Germania, nonostante oltre due anni di governo di destra. Le ragioni sono molteplici e tutte hanno a che vedere con logiche di mercato: le uniche che Wall Street trova seducenti. La pressione fiscale e la flessibilità del lavoro possono contribuire senza dubbio a rendere un paese più attraente, ma non spiegano la netta preferenza delle multinazionali Usa per paesi ad alta imposizione e rigidità del lavoro come la Francia e la Germania. Si vede che loro hanno qualcosa che noi non abbiamo. Più che alle gambe delle segretarie Berlusconi dovrebbe guardare in altra direzione: la qualità delle infrastrutture di trasporto e comunicazione, le università, gli investimenti in ricerca.
"Americani, venite a morire in Italia: il mio governo ha abolito le imposte sulle successioni". Può darsi che Berlusconi gli abbia dato voglia di venire da noi a morir dal ridere. Da domani: occhio alle statistiche sui nuovi investimenti esteri.
Il giudice nemico
Giulio Anselmi su la Repubblica
È il classico provvedimento che va letto tra le righe, sfrondandolo di ovvietà e retorica, per capire a cosa effettivamente mira. La premessa della riforma dell'ordinamento giudiziario, a cui la commissione giustizia del Senato ha dato ieri il primo via libera, è infatti in linea di principio condivisibile: i giudici, come dice la Costituzione, non devono essere iscritti a partiti politici e non devono svolgere una diretta attività politica.
Ma l'emendamento della maggioranza al disegno di legge Castelli va ben oltre una stretta applicazione dell'art. 98 della Carta costituzionale, come sarebbe giusto visto che si tratta di porre dei limiti, in virtù dell'ufficio ricoperto, alla libertà di un'intera categoria di cittadini: prevede infatti sanzioni per i magistrati che partecipano a manifestazioni apertamente politiche (e già questo è opinabile, anche se io penso che giudici e pubblici ministeri farebbero bene ad astenersi, per esempio, da manifestazioni no global, come invece accadde a Napoli); ma soprattutto vieta loro di essere iscritti a movimenti, associazioni od enti "che perseguono finalità politica o svolgono attività di questa natura". Ora, a parte la difficoltà di stabilire cosa significhi "finalità politica" o "natura politica" è evidente che, per questa via, i magistrati subiscono un'inaccettabile limitazione ma, soprattutto, sono sempre sottoposti alla mannaia di una sanzione. Prendiamo il caso di un giudice iscritto a Lega ambiente o al Wwf e immaginiamo che queste associazioni critichino un provvedimento del governo in materia di condono edilizio: il magistrato ha "fatto politica" ed è passibile di punizione, esposto alle vendette del ministro Castelli di turno.
Ma più di questi "illeciti disciplinari" meritano attenzione quelli previsti nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali: qui, tra una serie di ovvietà (per cui chi giudica non può arrecare illegittimamente danni o vantaggi alle parti e dev'essere educato con gli avvocati, i testimoni e i colleghi), si annida il più pericoloso attacco che sia mai stato sferrato all'indipendenza della giustizia in Italia. È infatti decisa la censura del Consiglio superiore alle motivazioni "palesemente e inequivocabilmente" politiche e a quelle di "contenuto creativo". Un giurista spiegherebbe che il magistrato non può applicare la legge senza interpretarla e che, anzi, un luminare come Costantino Mortati assicurava che, tra le fonti del diritto, la prima è l'interpretazione.
Il rimedio contro i vizi della sentenza va cercato nell'appello e nella cassazione e non in interventi disciplinari esterni, che evidentemente condizionano il giudicante. A meno che sia questo il vero obiettivo del legislatore: mettere il giudice in condizione di essere punito se le argomentazioni con cui spiega la sentenza non dovessero piacere alla Politica.
E fu definita "creativa", due estati fa, quando il nuovo governo cercò di neutralizzare i documenti in arrivo dalla Svizzera per il processo Imi-Sir con una delle tante leggi su misura, quella sulle rogatorie, la decisione del tribunale di Milano: i magistrati milanesi ritennero di poter usare ugualmente le carte elvetiche in attuazione delle convenzioni internazionali, in base alle quali, con la trasmissione, il ministro di Berna ne confermava l'autenticità. Contro quel caso di interpretazione giurisdizionale il Polo si scatenò al Senato.
Questo è il punto. L'attuale maggioranza ritiene che la magistratura non sia un potere dello Stato, ma un nemico da abbattere con qualsiasi mezzo, anche a costo di intromissioni nell'operato dei tribunali che, in base alla Costituzione e alla separazione dei poteri, è e deve rimanere esclusivamente nell'ordine giudiziario. Questo è un fondamento dello stato di diritto che non può essere scalfito né aggirato con la furbizia di assegnare al Csm in via disciplinare una supervisione che si assomma e si interseca col procedere naturale dei gradi di giudizio. Ma il partito del premier lo aveva annunciato, in risposta al processo di Milano che aveva condannato Previti: interveniamo sui magistrati.
Si perde in questo modo una grande occasione: perché è evidente che, a sinistra come a destra, la compromissione tra magistratura e politica è un serio problema nazionale. Non dovrebbe accadere che magistrati vengano eletti sindaci o deputati o senatori e tornino poi a giudicare, (con che credibilità?), i concittadini. Ma non è certo brandendo una scimitarra sull'intero ordine giudiziario e intromettendosi nelle sue prerogative che il potere legislativo scioglie il nodo aggrovigliatosi nei decenni.
D'altra parte non era evidentemente questa la preoccupazione principale del relatore del provvedimento, Luigi Bobbio di An, d'altronde anch'egli magistrato. Bobbio si è accontentato di dire che, coll'approvazione del disegno di legge, vincono i cittadini: chissà quali, forse quelli che attendono da un decennio una sentenza civile o quelli in carcere in attesa di giudizio. Ma ho fatto dell'ingenua demagogia: il provvedimento di cui Bobbio mena gran vanto non doveva migliorare la giustizia. Doveva mettere a posto i magistrati.
La sfida della lista unica
Massimo D'Alema su il Messaggero
Alle polemiche con i giornali, mio malgrado, sono abituato. E' un ambito nel quale godo persino di una certa fama. Il che, negli anni, mi ha causato un numero elevato di fastidi e alcune cause legali. Non nascondo che eviterei volentieri sia gli uni che le altre. Ma, come si dice, la questione non dipende da me. Anche perché non sempre la deformazione o l'interpretazione sbagliata di una frase dipendono soltanto dal cronista. Talvolta il danno si produce per un suggerimento malizioso. Un'imbeccata maligna. Con i danni che ne possono derivare e il bisogno conseguente di chiarire a fin di bene ciò che si riteneva d'aver già chiarito in precedenza. Siccome, ripeto, in situazioni del genere capita d'imbattersi, conviene aver pazienza e approfittare dell'equivoco per sgombrare il campo da dubbi e sospetti. Dunque, secondo la ricostruzione di alcuni, nel corso di una riunione riservata avrei accusato la Margherita e il suo gruppo dirigente d'aver fallito la sfida all'origine della nascita di quel partito, vale a dire ricostruire la gamba di centro dell'Ulivo sì da equilibrare, in una logica di competizione, il ruolo preponderante della sinistra riformista. L'insinuazione, a parte il fatto d'esser falsa, è particolarmente velenosa poiché allude all'idea che qualcuno intenda la proposta avanzata da Romano Prodi di una lista unitaria del centrosinistra alle elezioni europee come occasione e pretesto di una rinnovata egemonia dei Ds sulle altre componenti della coalizione.
Insomma un tentativo di assimilazione l'idea dell'unità come reclutamento con buona pace della premessa fin qui sbandierata di un percorso condiviso e rispettoso delle identità di ciascuno. Torno sull'argomento non tanto per bisogno di chiarezza, ma perché lo considero davvero centrale ai fini del successo dell'operazione.
Ridotta all'osso la questione si riassume in questo. Non ha alcun senso leggere il tentativo in atto la sollecitazione di Prodi e le reazioni da essa innescate usando lo stesso impianto d'analisi e gli stessi parametri del 1996. Semplicemente, se si sceglie quella via non si coglie il vero, principale elemento di novità che abbiamo davanti. E che coincide esattamente col superamento di una concezione rigida del centrosinistra e dei ruoli da ciascuno ricoperti al suo interno. Nel '96, l'atto di nascita dell'Ulivo, in questo senso, apparve chiaro a tutti. La sinistra riformista, all'epoca rappresentata principalmente dal Pds, scelse l'alleanza strategica con un centro democratico che si esprimeva ancora, in forma prevalente, nel popolarismo di matrice sturziana. Non era una novità di poco conto. Tutt'altro. E non a caso sortì la vittoria elettorale del centrosinistra e la prima severa sconfitta di Berlusconi. Cosa è mutato da allora? Molte, moltissime cose sono cambiate. L'Ulivo ha governato, e bene, una fase decisiva di aggancio dell'Italia all'Europa. Raggiunto quel traguardo, esso è caduto malamente di sella senza riuscire a ritrovare il bandolo di un progetto comune e di un'offerta politica ritenuta convincente da una maggioranza degli italiani. Causa questa non ultima della sconfitta nel 2001. Ma soprattutto è cambiato qualcosa, in profondità, nella geografia politica dell'Italia e dell'Europa. Qualcosa che ha messo in movimento le famiglie politiche tradizionali, scombinato i recinti delle appartenenze classiche e rimescolato i soggetti politici, come testimoniano le scelte più recenti del Ppe o lo stesso dibattito in casa socialista.
Di fronte a un tale rivolgimento è del tutto evidente che non regge più lo schema del decennio passato. L'idea di una cultura socialista confinata nel proprio campo e di un centro votato a temperare l'eccessiva radicalità dell'ala sinistra dell'alleanza. La verità è che il processo politico avviato, non solo in Italia, muove sempre più nel senso di rafforzare i caratteri peculiari e la forza attrattiva di un centrosinistra percepito come nuovo soggetto politico.
Come altro decifrare quella insistita domanda di unità che sale dal basso e che stimola da mesi i vertici dell'Ulivo a trovare il senso e le ragioni di una missione comune? E lasciando pure perdere il fatto che da tempo i laburisti britannici amino definire se stessi come forza di center-left (di centrosinistra) o che addirittura il cancelliere Schroeder abbia battezzato l'Spd come neue zentrum (nuovo centro), il punto è cogliere la forza di un progetto in grado, nello scenario sin qui frammentato dell'Ulivo, di rappresentare, per programma e consenso, la vera alternativa possibile a una destra pericolosa e confusa. So che non conviene mai costruire castelli di sabbia sulle cifre dei sondaggi. Ma qualcosa vorrà dire se istituti diversi segnalano, proiezioni alla mano, le notevoli potenzialità espansive di una lista unitaria del centrosinistra. E dunque, appare per lo meno discutibile l'atteggiamento di chi considera prematuri i tempi di una scommessa che, forse, avremmo già dovuto giocare.
L'Ulivo litiga sul referendum
I socialisti contro Di Pietro
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera
ROMA - Archiviato lo scontro tra Ds e Margherita per una frase, poi smentita, di Massimo D'Alema, posta la prima pietra per costruire il "polo delle opposizioni" caro a Bertinotti, nel centrosinistra esplode la bomba Antonio Di Pietro. "Se entra nella lista unitaria, noi usciamo" è l'ultimatum dello Sdi, deciso a non partire per l'Europa al fianco dell'ex eroe di Mani pulite. Argomento del contendere: il referendum per l'abrogazione del Lodo Schifani, la legge che sospende i processi per le alte cariche. Se la foto di gruppo di martedì sera - quando per la prima volta dal 2001 i vertici dell'Ulivo si sono incontrati con Bertinotti e Di Pietro - non è ancora in pezzi è grazie alla "clausola antirottura" avanzata da Bertinotti: il fallimento della trattativa sul referendum non guasterà i rapporti nell'opposizione, che l'ultimo sabato di ottobre potrebbe scendere in piazza per la grande manifestazione lanciata dal leader di Rifondazione.
Alle 9 e 30 "con il sole o con la pioggia" Di Pietro depositerà in Cassazione un milione di firme per la consultazione popolare e alle 11 darà il via alla campagna. Al fianco di Di Pietro, che ha l'appoggio "esterno" dei Verdi, i vertici del Pdci: "Da oggi cambia tutto - attacca Marco Rizzo - Voglio vedere come un partito dell'opposizione possa votare contro l'abrogazione della legge più ingiusta fatta da governo". Di Pietro invita l'Ulivo a presentare insieme le firme ma Ds, Sdi e Margherita declinano: troppo rischioso il referendum, troppo lontano il quorum. I Ds provano a fermare in extremis il viaggio dei cento scatoloni zeppi di autografi. Un vertice dei capigruppo con Di Pietro va a vuoto nonostante la mediazione di Violante, Rizzo e Pecoraro Scanio. E alle 18, nella sede della Quercia, Piero Fassino chiede a Di Pietro di "congelare" le firme in attesa che la Consulta si pronunci: se il ricorso sarà respinto l'opposizione si rimetterà all'opera. Di Pietro non sbatte la porta, ma solo perché spera ancora in un posto nel listone europeo. Offre all'Ulivo il suo "appoggio unilaterale", ma nulla più: "Proposta indecente, non tradirò un milione di cittadini per qualche posto a tavola". Voci dal fronte opposto dicono che la "proposta indecente" l'avrebbe fatta Di Pietro all'Ulivo: le firme in cambio del sì all'ingresso nella lista Prodi. La Margherita non nasconde il disagio per l'abbraccio con Di Pietro e chiede che il referendum resti fuori dall'agenda della "nuova opposizione". Lo Sdi denuncia il "ricatto", definisce Di Pietro un "formidabile repellente" di elettori ex socialisti ed ex dc. "Ci siamo inventati e costruiti il nostro Bossi, ora liberiamocene" gela le trattative Ugo Intini.
Iniziato bene, il vertice di Palazzo Madama finisce malissimo.
Sotto la giacca
Stefania Giorgi su il Manifesto
Un immaginario maschile scomposto, caotico, isterico, volgare. E' quello che si è squadernato ieri nell'aula del senato della nostra repubblica, con i rappresentanti più "anziani" del parlamento a berciare turpiloqui da caserma fascista alle parlamentari che protestavano contro l'approvazione (blindata) della legge (mostruosa) sulla procreazione assistita. Una legge inaccettabile e inapplicabile che discrimina, sanziona e vieta: la fecondazione eterologa, il ricorso alla procreazione assistita per i/le single e gay. Nel segno del primato del diritto a nascere del concepito. Un primato che mette in discussione il diritto della donna di essere madre e minaccia direttamente l'autodeterminazione in materia procreativa. "Non aprite quella porta", aveva tuonato Carlo Giovanardi nel 1999 durante la discussione alla camera su quel testo di legge dando la stura a dichiarazioni di voto e interventi che passavano schizofrenicamente da solenni richiami a principi morali ed etici per inesistenti famigliole fogazzariane alla messa in parola di un caos primigenio di incubi e di paure. Da inimagginabili filiazioni plurime al primato del biologico nel "nome del padre" scorsero all'epoca in quell'aula fiumi di sperma e accoppiamenti contronatura (di "incroci tra uomini e bestie" aveva parlato Mantovano). Una selvaggia seduta di inconscio maschile - consultabile negli atti parlamentari - che metteva in scena misoginia e paura. Delle donne, del corpo delle donne, procreativamente così potente da dover essere arginato a ogni costo. In primo luogo impugnando il diritto del concepito come un'arma tagliente e contundente rivolta contro di loro. Contro di noi.
Le parlamentari ieri sono entrate in aula e si sono tolte le giacche per mostrare le magliette che indossavano con la scritta "nessuna legge contro il corpo delle donne". E' a quel punto che gli argini si sono rotti e la misoginia più becera e berciante si è fatta strada tra i banchi di Palazzo Madama. Certamente a causa di una pratica battagliera che bypassa commissioni e gruppi parlamentari, certamente per la trasversalità della protesta che accomuna rappresentanti dell'opposizione e della coalizione di governo, molto per la frase stampata che non domanda mediazioni. Contro le "veterofemministe" ree di aver infranto le "regole" parlamentari e aver nominato il nocciolo del problema - l'asimmetria di uomini e donne nella procreazione - sono state scagliate con violenza parole pesantissime. Una triste replica di quello che i nostri legislatori troppo spesso dimostrano di pensare quando si discutono questioni che hanno a che fare con la sfera della sessualità e della differenza sessuale, tra donne e uomini. Era accaduto durante il dibattito per la legge sull'interruzione volontaria della gravidanza e per quello sulla legge contro la violenza sessuale. E' accaduto di nuovo ieri.
Eppure è accaduto, proprio mentre, di là dell'Oceano, chi è alla guida del nostro paese e ci rappresenta all'estero invitava gli imprenditori americani a investire in Italia tirando fuori dal cappello l'ennesimo numero da "navigato" chansonnier. Un paese appetibile, depurato dai comunisti, paradisiaco per far soldi, persino morire (vista l'abolizione dell'imposta sulla successione), non prima - lascia intendere - di aver fatto sesso. Magari con le "bellissime segretarie" enumerate tra le attrattive del Belpaese.
Di certo ieri Palazzo Madama e il New York Stock Exchange sono stati scambiati per uno spogliatoio maschile. Degli anni cinquanta.
L'equilibrio inafferrabile
Massimo Gaggi sul Corriere della Sera
L'Italia ha bisogno di una riforma delle pensioni della stazza di un elefante. La lunga e convulsa trattativa politica nella maggioranza ha prodotto un risultato che a molti è sembrato un topolino. Mentre il Tesoro si affannava a spiegare che non di topolino si tratta, ma almeno di leprotto - e comunque di leprotto strutturale - i sindacati hanno ripreso la loro offensiva annunciando tre mesi di agitazioni e scioperi. Bossi, con la solita agilità, ha rovesciato il tavolo sul quale aveva raggiunto l'accordo col ministro dell'Economia Tremonti e col resto della coalizione. In attesa che Berlusconi, al ritorno dagli Stati Uniti, raddrizzi il tavolo, i protagonisti di questa vicenda dovrebbero fare un supplemento di riflessione sulle misure elaborate.
Secondo il governo l'allungamento a 40 anni dell'età contributiva minima per la pensione a partire dal 2008 dovrebbe soddisfare tre delle sue esigenze più urgenti: ridurre gli oneri per lo Stato negli anni (dal 2008 al 2040) in cui, nonostante le correzioni della riforma Dini, la spesa previdenziale risulterà ancora troppo onerosa; limitare i danni in termini di consenso spiegando al cittadino-elettore che i sacrifici andranno fatti ma solo tra cinque anni; soddisfare la richiesta di misure strutturali che ci viene dalla Ue (che tiene l'Italia nel mirino per il suo elevato debito) e dalle agenzie internazionali di rating che minacciano di "declassarci", cosa che costringerebbe il Tesoro a pagare interessi più alti sui titoli di Stato.
Così facendo il governo ha rinunciato a perseguire altri due obiettivi: iniziare subito a limitare la spesa che già oggi assorbe una quota troppo elevata del reddito nazionale; ridurre l'iniquità di un sistema che offre ai lavoratori "maturi" pensioni molto generose mentre ai giovani promette più anni di lavoro per arrivare ad incassare assegni pari a meno della metà del loro stipendio.
La riforma Dini è generalmente considerata una buona riforma che ha il difetto di arrivare al necessario riequilibrio finanziario in un arco troppo lungo di anni; si è quindi sempre parlato di accelerarne gli effetti. Il nuovo meccanismo, invece, è radicalmente diverso. E' lecito, ma andrebbe spiegato: la Dini trasforma gradualmente il sistema retributivo (pensione basata sullo stipendio e non sui contributi) in un sistema contributivo (pensione pari al corrispettivo di quanto realmente versato). Per questo cerca di alzare l'età minima per la pensione solo fino a quando continua ad operare il sistema retributivo, quello più "generoso". Dopo, lascia liberi i lavoratori di ritirarsi anche con pochi anni di contributi versati, se si accontentano di una piccola pensione. Con la nuova norma, invece, aumenterà la disparità di trattamento tra gli anziani che fino al 2008 continueranno a usufruire di pensioni d'anzianità assai favorevoli e giovani che a suo tempo si ritroveranno con un assegno povero e per di più dovranno subire il vincolo dei 40 anni di contributi minimi. Un'iniquità che potrà avere anche effetti finanziari negativi se - come è prevedibile - i lavoratori che sanno di non poter arrivare comunque a 40 anni di contributi (perché entrati tardi nel mercato del lavoro o perché hanno interrotto e ripreso più volte l'attività) saranno spinti a emigrare verso attività "in nero".
Ricapitolando: le misure che erano state definite prima dell'impennata dei sindacati e del ripensamento della Lega hanno sicuramente valore strutturale, potrebbero garantire a regime risparmi consistenti anche se tuttora da verificare, ma hanno un'efficacia troppo ritardata e aumentano rigidità e gli squilibri del sistema. C'è spazio per qualche correzione? Il governo dice di no e sostiene che non vuole esasperare lo scontro sociale coi sindacati. E' facile rispondere che se Berlusconi avesse affrontato la questione due anni fa (come chiesto dagli esperti e da gran parte della stampa) anziché logorare sè stesso e i sindacati nell'inutile battaglia per l'articolo 18 (quello sui licenziamenti), oggi il nodo della previdenza sarebbe con ogni probabilità alle nostre spalle. Ieri a New York il premier ha detto una cosa vera: dopo le riforme degli ultimi anni, l'Italia ha oggi il mercato del lavoro più flessibile d'Europa. E l'articolo 18 è fermo in Parlamento. Su un binario morto.
Ormai i due anni sono passati, il rapporto coi sindacati è deteriorato, la Lega impazza. Tutto è più difficile, ma gli strumenti per intervenire con più efficacia ed equità esistono.
La Cia: in Iraq non c'è traccia di armi di distruzione di massa
Gabriel Bertinetto su l'Unità
Nuova frana nella montagna dei pretesti accampati da Bush e Rumsfeld per colpire l'Iraq. Ora è un ex-ispettore Onu per il disarmo, l'americano David Kay, a sostenere che di armi di sterminio, nel paese che fu di Saddam, proprio non si riesce a trovarne. L'opinione di Kay pesa, perché è uno degli esperti cui la Cia ha chiesto di stilare un rapporto sui famosi presunti arsenali per il cui smantellamento Washington scatenò la guerra a Baghdad.
"Dubitiamo che si possa trovare qualcosa sulle armi", ha affermato una fonte dell'amministrazione Usa in margine all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, riferendosi proprio alle conclusioni cui è giunto Kay. Il quale, continua la fonte, non nega che Saddam abbia avuto in passato programmi per la produzione di armi chimiche o biologiche, ma è molto scettico sull'ipotesi che ne fosse dotato al momento in cui è scattato l'attacco anglo-americano. In piena sintonia, tra l'altro, con i giudizi espressi dall'"Iraq survey group", composto di esperti inglesi, americani, australiani. Qualche speranza di dare corpo a quelli che oramai somigliano sempre più a fantasmi, gli americani la ripongono ancora nell'ex-ministro della Difesa iracheno Sultan Hashid Ahmed, consegnatosi loro alcuni giorni fa. Gli hanno concesso l'immunità proprio confidando che riveli qualche particolare importante sulle attività militari del rais.
In Iraq intanto attentati, ancora attentati.
Un presidente verso le urne
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - Non fosse stato per il cancelliere tedesco Schröder, che gli ha offerto un ramo d'ulivo subito accettato, il presidente Bush e l'America sarebbero usciti umiliati dai due giorni di discorsi e di colloqui all'Onu, il peggiore sbocco possibile per l'Iraq e per i rapporti atlantici. Al Palazzo di Vetro di New York, Bush e la Superpotenza si erano trovati sotto assedio per il loro unilateralismo e per il ricorso alla guerra preventiva. Il discorso del presidente, conciliante nel tono ma rigido nel contenuto, e soprattutto fumoso nei programmi - "un fiasco" secondo il Washington Post , un suo sostenitore - sembrava addirittura avere reso più difficile, non facilitato, un accordo sulla risoluzione Usa. La pace con la Germania e la disponibilità a un compromesso manifestata del presidente russo Putin nell'incontro con Schröder e Chirac, hanno migliorato il clima. Bush ha potuto lasciare l'Onu a testa alta, nè vincitore né sconfitto.
E' probabile che l'ottimismo manifestato dal ministro degli Esteri inglese Straw sia prematuro. Di fronte all'Assemblea generale anche Schröder ha ribadito che solo l'Onu può legittimare i poteri e la ricostruzione in Iraq. E dopo l'incontro a tre, pur professando "spirito costruttivo", il presidente francese Chirac ha sottolineato che "non esiste un'ombra di differenza tra la Francia e la Germania" e che "la Russia è assai vicina". Al Consiglio di Sicurezza, che attende una bozza profondamente riveduta e corretta della risoluzione americana, si prevede un accordo faticoso e limitato. Bush e l'America, si dice, otterranno qualche soldo e qualche truppa, ma meno di quanto sarebbe necessario. La maggioranza dei Paesi islamici, a esempio, pone due condizioni per un intervento: che lo richieda un governo iracheno e che ci sia un mandato Onu. Potrebbe fare eccezione la Turchia, che ha appena ricevuto un prestito di oltre 8 miliardi di dollari dagli Usa.
Un successo formale di Bush il mese prossimo al Palazzo di Vetro di New York non eliminerebbe comunque l'ostacolo principale all'autonomia e alla ricostruzione dell'Iraq: il suo rifiuto di delegare all'Onu la supervisione politica ed economica a Bagdad, conservando il comando militare, il più importante per la sicurezza del Paese e per la lotta al terrorismo. Per ora Bush sembra credere di avere ancora il tempo sufficiente per risolvere la crisi irachena prima delle elezioni del novembre 2004 - e in parallelo di rilanciare l'economia americana - e di venire rieletto facilmente. E' quanto gli ripetono i falchi come Donald Rumsfeld, il ministro della Difesa che al Congresso ha dipinto un Iraq in tinte rosa. Solo così si spiega la sua sordità ai sondaggi d'opinione, che lo vedono in vertiginoso calo, e che attribuiscono un vantaggio di 3 punti percentuali al capofila dei candidati democratici, il generale Wesley Clark.
E' una scommessa rischiosa. La formula riduttiva di Bush, "l'Onu può aiutare nei preparativi della Costituzione e delle elezioni", sa di resa ai neoconservatori, lo zoccolo duro del suo elettorato. Ma non è quella auspicata dal voto fluttuante né da quello moderato americano, che a causa delle perdite militari e delle enormi spese cominciano a chiedere il graduale disimpegno dall'Iraq. Il presidente e il suo guru elettorale Karl Rove sono troppo buoni politici per ignorarlo: se tra qualche mese la crisi irachena fosse ancora irrisolta, riesaminerebbero la loro strategia. Non sorprenderebbe se l'America ritornasse all'Onu disposta a delegare alcune responsabilità in cambio dell'invio di una vera forza internazionale di pace e di massicci investimenti a Bagdad. Nella sua storia recente, dal conflitto di Corea in poi, la politica estera è stata sovente una funzione di quella elettorale.
In questo quadro, il compito dell'Europa non è di dare un ultimatum alla Superpotenza, ma di indurla ad affrettare i tempi e aprirsi di più all'Onu negli imminenti negoziati, come sollecitano gli iracheni stessi.
"Basta esecuzioni mirate"
Appello di 26 piloti israeliani
Michele Giorgio su il Manifesto
GERUSALEMME. La notizia era stata annunciata, ma gli stessi refuseniks dell'esercito aspettavano dubbiosi. Ieri sera l'annuncio davvero esplosivo per il governo di Ariel Sharon e per l'opinione pubblica israeliana che ha ascoltato il comunicato dato dalla tv Canale 2. Dopo un incontro con il capo dell'aviazione militare, generale Dan Halutz, 27 piloti della riserva hanno formalmente reso noto di non essere disposti ad eseguire in futuro "esecuzioni mirate" di militanti palestinesi nei Territori. Tra loro c'è anche il generale Yiftah Spector, che è stato comandante di squadriglia nella guerra del `73. "Noi, piloti di notevole anzianità e tuttora attivi, ci rifiutiamo di compiere attacchi illegali ed immorali, come quelli che Israele conduce nei Territori". Negli ultimi due mesi Israele ha intensificato, specialmente nella striscia di Gaza, gli attacchi mirati contro dirigenti di Hamas, al punto di far fallire dopo un attacco al campo profughi di Hebron, la difficile tregua in corso. In alcuni casi di razzi hanno mancato il bersaglio e hanno ucciso passanti innocenti, come nel caso dell'assassinio mancato di Rantisi e dello sceicco Yassin. I piloti aggiungono di rifiutarsi inoltre di condurre con i propri velivoli le truppe di terra "entro i territori occupati". Ora l'iniziativa dei piloti va ad affiancarsi alla protesta degli oltre 500 riservisti delle unità di terra che da oltre un anno si rifiutano di fungere da "aguzzini" del popolo palestinese. Durissima la reazione dello stato maggiore israeliano. Il capo dell'aviazione Halutz ha dichiarato subito che i piloti "verranno giudicati per il loro rifiuto di eseguire gli ordini", aggiungendo che "si tratta soltanto di 27 su migliaia di piloti e non c'è nessun altro esercito umano come il nostro", per concludere minaccioso contro tutti i refuseniks che il rifiuto di eseguire gli ordini "è la madre di tutti i pericoli per il nostro popolo".
25 settembre 2003