
sulla stampa
a cura di G.C. - 24 settembre 2003
Finanziaria: il no di sindacati e imprese
Riccardo De Gennaro su la Repubblica
ROMA - Una Finanziaria che scontenta tutti, industriali e sindacati, Regioni ed enti locali. Il governo ha esposto ieri alle parti sociali (32 sigle) e alle autonomie locali le linee guida della legge finanziaria, annunciando che nel prossimo consiglio dei ministri, in programma non più venerdì ma lunedì prossimo (in extremis rispetto alla scadenza per il varo), darà il via libera - contestualmente - alla manovra economica e al maxi-emendamento alla delega previdenziale: "Sono due cose parallele, ma che si fanno insieme", ha precisato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta.
Di pensioni, ieri, non si è parlato: il governo - diviso su questo tema e vicinissimo alla spaccatura sul condono edilizio - ha infatti deciso di convocare domani, sempre a Palazzo Chigi, il "tavolo" di confronto con le parti sociali sulla previdenza.
Qui probabilmente Maroni e Tremonti ufficializzeranno, tra l'altro, quanto anticipato a Dubai dal ministro dell'Economia, cioè l'innalzamento da 35 a 40 anni dell'età contributiva per le pensioni di anzianità a partire dal 2008. Ai sindacati, che ieri hanno confermato l'ipotesi di uno sciopero generale se il governo dovesse "mettere mano, peggiorandola, alla legge Dini", il governo sottoporrà un ventaglio di soluzioni nella speranza di spaccare il fronte, ad oggi compatto, di Cgil, Cisl e Uil. Anche ieri, infatti, sono proseguiti i contatti informali tra Tremonti e il leader della Cisl, Savino Pezzotta, il quale - nell'ambito della sua organizzazione - è costretto a fare i conti con coloro che giudicano la sua linea eccessivamente moderata.
I sindacati - che non hanno ancora raggiunto una posizione unitaria sulla politica dei redditi e dunque si sono presentati all'incontro senza un documento comune - criticano merito e metodo della Finanziaria: in particolare, contestano il mancato confronto sulla costruzione della legge, limitato a un incontro, quello di ieri, dove "l'esposizione del governo è stata la più ermetica possibile e senza alcuna cifra", dice il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che giudica la Finanziaria "fortemente deludente". I sindacati sottolineano che le risorse destinate allo sviluppo sono poche e mal distribuite e che "l'invarianza della spesa pubblica sul Pil nasconde una riduzione di fatto della spesa sociale".
Anche la Confindustria manifesta forti critiche: "Non è una Finanziaria di sviluppo - dice il direttore generale, Stefano Parisi - il che per noi significa concentrare le risorse che ci sono su pochi strumenti certi". Gli industriali contestano, in particolare, la mancanza di certezze sugli investimenti pubblici, anche per quanto riguarda il futuro profilo tariffario, nonché la "confusione" sui provvedimenti a sostegno di ricerca e innovazione. "La crescita all'1,9 per cento nel 2004 è un obiettivo ambizioso, ma può essere raggiunto solo con una politica di sviluppo", aggiunge Parisi. Il quale osserva che Confindustria è molto preoccupata per il fatto che è "in discussione il rating del debito dell'Italia". Quanto alle pensioni, Parisi confida che domani "Tremonti ci presenti una riforma che funziona".
Delusi gli enti locali, che dicono tra l'altro un fermo "no" al condono edilizio.
Il governo al mercato delle riforme
Roberto Pizzuti su il Manifesto
Le proposte del governo sulle pensioni sono un'esemplare applicazione della filosofia furbesca che da tempo caratterizza la politica economica: rimandare al futuro e dunque ad altre responsabilità oneri attuali e viceversa si tenta di anticipare a oggi possibili benefici futuri. In questo caso oggi si vuole decidere che, a partire dal 2008, cioè dalla prossima legislatura, si procederà a un drastico aumento dell'età di pensionamento che riguarderà lavoratori per i quali il ritiro dall'attività è comunque ancora lontano. Questa decisione, che con enfasi tanto strumentale, quanto immotivata, viene definita una riforma strutturale, viene proposta come merce di scambio per ottenere oggi un allentamento dei vincoli del patto di stabilità. L'obiettivo è sempre quello di fare cassa con le pensioni, ma in un modo artatamente involuto e scaricare gli oneri sulle generazioni e sulle maggioranze politiche future.
Una riforma strutturale dovrebbe avere ben altre caratteristiche di organicità e, ciò che più conta, dovrebbe intervenire coerentemente sulle esigenze sociali cui si deve corrispondere. L'invecchiamento della popolazione è un problema reale, ma se il sistema economico cresce poco e lascia molta forza lavoro disoccupata, l'aumento del rapporto tra anziani e popolazione attiva è ininfluente. Se nel ciclo produttivo scarseggiano gli investimenti innovativi e si verificano bassi aumenti di produttività, di competitività e di crescita, l'aumento del rapporto tra spesa pensionistica e Pil sarà una conseguenza non una causa delle condizioni critiche del sistema economico. In una prospettiva di crescita economica adeguata è ragionevole che l'aumento della vita media e l'auspicabile miglioramento delle condizioni di lavoro possono essere accompagnati da uno spontaneo aumento dell'età media di pensionamento.
E' presumibile invece che si metta al primo posto del dibattito economico e sociale l'aumento e per di più obbligatorio dell'età di pensionamento in una situazione nella quale la disoccupazione è elevata, le imprese si disfano dei dipendenti già quando superano i cinquant'anni e infine mancano sufficienti sostegni al reddito dei disoccupati.
Nella situazione attuale, se un dipendente rimandasse il pensionamento a fronte di una persona trattenuta in attività, si avrebbero un giovane disoccupato in più e un pensionato in meno. La disoccupazione aumenterebbe e le complessive disponibilità di reddito di lavoratori e pensionati per sostenere la domanda, diminuirebbero. Peggiorerebbero quindi le cause della prolungata congiuntura negativa che stiamo attraversando.
Viene invece riproposta la decontribuzione, cioè un alleggerimento del costo del lavoro a favore delle imprese che viene trasferito a carico della collettività. Si persevera insomma in una politica economica che punta essenzialmente alla riduzione dei costi e alla competitività di prezzo (per poi chiedere misure protezionistiche contro i bassi salari dei lavoratori cinesi), anziché stimolare investimenti innovativi che favorirebbero la più efficace competitività tecnologica e qualitativa. In una prospettiva inevitabilmente non lontana la decontribuzione ridurrà ulteriormente le prestazioni del sistema pubblico aumentando il bisogno di strumenti assicurativi alternativi, cioè privati, che però sono più costosi e insicuri. E inoltre dirottando i flussi del Tfr verso la pensione complementare si avrà l'effetto di sottrarre le risorse ai lavoratori e alle imprese per impiegarle in investimenti che necessariamente andranno verso mercati finanziari stranieri più sviluppati dei nostri. Già oggi solo il 16% degli impieghi dei fondi pensione privati è diretto a finanziare imprese nazionali.
Legge tv: primo sì ma spuntano i franchi tiratori
Roberto Zuccolini sul Corriere della Sera
ROMA - La prima battaglia è stata vinta dalla maggioranza. Come previsto. Ma lascia sul campo qualche "ferito" nella stessa Casa delle Libertà. Perché alla Camera le pregiudiziali di costituzionalità, presentate dal centro sinistra contro la legge Gasparri, sono passate con un margine più ristretto del previsto. E perché si sono registrati molti assenti, oltre ad un gruppetto di franchi tiratori mentre la Lega ha minacciato il voto contrario se una sede Rai non dovesse trasferirsi in gran fretta a Milano. E da qui all'approvazione ci saranno ancora molti voti segreti, forse trenta. Insomma, la legge sul riassetto del sistema radiotelevisivo sta offrendo ancora un bel po' di fibrillazione nelle file del centro destra. E per oggi è atteso un importante ufficio politico dell'Udc, critico nei confronti della nuova normativa, anche se orientato nel suo complesso a non ostacolarne l'approvazione. Alla Camera la maggioranza ha incassato 285 voti e l'opposizione 257. I deputati del centro sinistra e di Rifondazione presenti in aula erano però 243, dato che fa emergere un gruppetto non indifferente di franchi tiratori: 14 ai quali va aggiunto un astenuto nelle file di An. La controprova sta nel fatto che i deputati della Casa delle Libertà erano 300 e hanno quindi incassato 15 voti in meno. Senza contare che nella stessa maggioranza si sono registrate ben 49 assenze. L'Udc ripete ormai da giorni che almeno sulla costituzionalità della legge non nutre alcun dubbio. Ma è molto probabile che un certo numero di franchi tiratori provenga dalle sue file, ai quali vanno aggiunti i mal di pancia di An sull'azione del governo in generale e quelli della Lega.
E infatti ieri in aula è stato proprio il Carroccio a preoccupare la maggioranza. Perché, un po' a sorpresa, il capogruppo Alessandro Cè, ha lanciato un vero e proprio affondo contro chi, nella maggioranza, frenerebbe il trasferimento di una rete Rai al Nord: "Non è possibile pensare ad una riforma del sistema radiotelevisivo senza un pluralismo territoriale".
Da An interviene subito Ignazio La Russa: "Non credo che un partito della maggioranza possa porre aut-aut". E subito dopo il ministro Gasparri tende a minimizzare la richiesta della Lega: "La questione è già stata discussa in altre sedi e risolta. Ora c'è la legge da approvare e la Lega condividerà il suo percorso fino alla fine". Nel frattempo alla Rai il direttore generale Flavio Cattaneo continua a sfornare nomine nei Tgr e da "ambienti vicini" dalla Presidenza dell'azienda arriva questo commento: "Il timore espresso da Lucia Annunziata sui voti di scambio si è avverato due volte in un solo giorno: con le nuove nomine fatte di corsa e con la chiarissima richiesta di Cè alla Camera". Resta comunque aperto per la maggioranza anche un altro fronte, quello dell'Udc. Il partito di Marco Follini, almeno ufficialmente, finora non ha creato problemi tanto da venire elogiato dallo stesso Gasparri: "Si è comportata lealmente". Anche perché sui 400 emendamenti presentati nessuno ha la firma di un suo deputato. Ma il capogruppo Volontè avverte che "c'è ancora tempo" per proporre cambiamenti alla legge, prima della votazione sui suoi articoli la prossima settimana. E anche se l'ufficio politico di oggi dovrebbe confermare la scelta del partito di non presentare emendamenti (per non creare di fatto una crisi politica) il nuovo affondo della Lega riapre comunque i giochi di quella parte dell'Udc che non riesce a digerire la nuova normativa. Non a caso Bruno Tabacci chiama in causa il Carroccio per dire che "a questo punto" i giochi sugli emendamenti sono riaperti. Intanto, da Strasburgo, il presidente del Parlamento Pat Cox definisce "legittima e corretta" la richiesta della Commissione per le libertà pubbliche di redigere una rapporto sui rischi di violazione dei "diritti fondamentali di libertà, di espressione e di informazione in Italia".
L'"incidente" nella Quercia e lo scivolamento a sinistra
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Il sospetto che Massimo D'Alema volesse far saltare la lista unica europea è durato poco. Il presidente dei Ds ha smentito con fastidio di avere detto nella riunione del proprio partito che "il centro non c'è più": frase che, in questi termini, avrebbe graffiato la pelle oggi delicatissima della Margherita. "Mi hanno attribuito delle dichiarazioni per farci litigare", si è affrettato a precisare D'Alema, incontrando ieri sera Francesco Rutelli in Parlamento. Era chiaro, infatti, che un giudizio così liquidatorio colpisse in primo luogo l'ex sindaco di Roma, portavoce dei centristi all'opposizione. Il problema è che gli ignoti provocatori (o provocatrici) abitano dentro il partito diessino. Probabilmente, volevano in un solo colpo logorare D'Alema e la lista voluta da Romano Prodi alle Europee del 2004 come test del proprio potere. E comunque, sapevano di mettere a nudo le frustrazioni e le inquietudini di una componente spaventata dalla prospettiva di essere omologata dai Ds.
L'episodio è comunque istruttivo. Lascia affiorare lo scontro sordo in atto nelle file dell'opposizione. E' un braccio di ferro fra chi non vuole sacrificare l'identità dei singoli partiti; e chi ritiene invece che sia un processo inevitabile per arrivare ad un simulacro di unità. Di certo, lo sfondo è profondamente mutato rispetto al 1996, quando si teorizzava l'alleanza fra due mondi diversi. "Ho solo detto", si è infatti giustificato D'Alema, "che una visione schematica del rapporto fra centro e sinistra non funziona più". Il ragionamento è difficilmente contestabile. Non ci sono compiti preassegnati per cui la Margherita "coltiva" l'elettorato moderato, e i Ds il resto.
Sul piano strategico, è una tendenza che fa scivolare l'opposizione nell'orbita della sinistra. Non per nulla, ormai nessuno pensa più di aderire al Ppe, a livello europeo: neppure gli ex popolari. "I popolari non esistono più, in quanto tali. Sopravvivono come testimonianza di un'identità. Ma ormai sono parte della Margherita", spiega Arturo Parisi, teorico dell'Ulivo e, adesso, di un centrosinistra che non fa più a pugni con la versione dalemiana. Le sue parole rappresentano una pietra tombale su un mondo considerato anacronistico. E confermano la sensazione che il progetto di lista unica sia destinato a travolgere le ultime resistenze interne.
"E' l'elettorato a volerlo", insiste Parisi. Sarà anche vero che Prodi ha lanciato l'idea come riconoscimento della propria influenza sulla coalizione che lo rivuole a Palazzo Chigi. Ma puntando sull'obiettivo, si sostiene, ha intercettato una voglia di unità che gli apparati dei singoli partiti faticano ad arginare: almeno sul versante antiberlusconiano. E' l'omaggio dovuto ad un elettorato che, scommettono i tifosi della lista unica, si starebbe polarizzando; e rifiuterebbe le posizioni distinte e concorrenziali nei due schieramenti. Si tratta di una scommessa coraggiosa, ai limiti dell'azzardo. Soltanto i risultati delle Europee potranno dire se è stato un atto di lungimiranza, o un esperimento suicida.
La rotta di Fini e dell'Udc
A. CO. su il Manifesto
Non è passata una settimana da quando l'asse di ferro An-Udc reclamava stanziamenti imponenti a favore delle famiglie e del mezzogiorno nella finanziaria, a siglare quella svolta in politica economica alla quale miravano da mesi, più precisamente dal giorno dopo la sconfitta nelle elezioni amministrative. Hanno puntato i piedi, alzato la voce, battuto i pugni sul tavolo. Ma alla fine hanno ottenuto solo qualche briciola. Non sono passati dieci giorni da quando le stesse forze insorgevano contro l'ipotesi di condono edilizio, dichiarandosi pronte allo scontro duro se la sanatoria non fosse stata di dimensioni limitatissime. Il condono è ancora da definire nei particolari, promette tuttavia di rivelarsi una vera e propria amnistia generale. Saranno escluse solo le regge.
Non è passato un mese da quando i centristi di Follini e Casini minacciavano emendamenti deflagranti contro la nuova legge sulle tv scritta su misura per il cavalier Berlusconi e firmata dal ministro Gasparri. Di quegli emendamenti non ci sarà più traccia. L'Udc voterà la Gasparri, però turandosi il naso.
Di mesi ne sono passati invece quasi tre dai giorni caldi della verifica, quando ancora An e l'Udc intimavano l'altolà al ministro dell'economia Tremonti, ai suoi alleati leghisti, al suo alto protettore che siede a palazzo Chigi. Volevano "la collegialità" e la hanno ottenuta, ma solo a parole. L'onnipotente superministro resta nei fatti onnipotente, come la vicenda della manovra sta dimostrando. Se incontra qualche freno (ad esempio sulla riforma delle pensioni) quello arriva dal nord, dai ricatti di Bossi e Maroni, certo non dagli strilli di Fini e Follini.
Rischia di concludersi allo stesso modo anche il braccio di ferro che, sia pur sottotraccia rispetto al dibatttito identico che si sta svolgendo nell'Ulivo, è in corso nel centrodestra sulla lista unica per le prossime elezioni europee. Bombardata e quasi ridicolizzata all'inizio, quando fu lanciata dal portavoce forzista Bondi, la richiesta berlusconiana di presentarsi uniti alle europee conquista quotidianamente posizioni nelle riottose file di An e dell'Udc.
Al conto, di sfuggita, va aggiunto il progetto di riforma costituzionale, che ha visto ancora una volta trionfare Bossi, capace di imporre la sua devolution eliminando con un tratto di penna quell'interesse nazionale del quale i suoi rivali avevano fatto una sorta di linea del Piave.
Perché la rotta sia completa manca ancora una voce, certo non secondaria, quella della riforma della giustizia. A ottobre arriverà in aula la commissione che dovrebbe indagare sulle trame eversive di "alcuni magistrati". In questo caso l'Udc i suoi emendamenti li ha già presentati, e sono tali da disinnescare in ampia misura quella commissione. Ma i fatti delle ultime settimane non autorizzano grandi speranze sulla tenurta dei centristi di fronte alla determinazione del premier.
E' probabile che a determinare il cedimento della fronda interna alla maggioranza sia stata soprattutto la sensazione di stare portando acqua al mulino dell'opposizione, in soldoni la paura di perdere le elezioni (paura che tocca la Lega meno di ogni altro, e proprio di qui deriva la forza di Bossi nelle trattative). Di fatto, però, Berlusconi (e con lui i suoi più stretti alleati) esce vincitore dalla prima vera crisi all'interno della sua maggioranza. Ed è facile immaginare che userà la ritrovata egemonia per imporre uno scontro estremo con l'opposizione. E' la partita che sa giocare meglio, quella che i "moderati" di An e dell'Udc volevano evitare a tutti i costi.
Telekom Serbia, la commissione inquina le inchieste
Susanna Ripamonti su l'Unità
Il tribunale del riesame di Torino usa toni sommessi, si limita a una semplice constatazione tecnica, ma in sostanza dice che l' attività della commissione parlamentare di inchiesta su Telekom Serbia inevitabilmente incide sull' indagine giudiziaria in corso a Torino. E naturalmente subito sono fioccate le reazioni politiche, più o meno indignate.
Col linguaggio un po' obsoleto della prosa giudiziaria, i giudici che hanno depositato l'ordinanza con la quale respingono la scarcerazione dell' indagato Tomas Mares scrivono testualmente: "La contemporanea attività della Commissione parlamentare di inchiesta presieduta dall' onorevole Trantino che si occupa dell' acquisto di quote della Telekom Serbia da parte della Telecom Italia e ha già proceduto ripetutamente ad audizioni anche di alcuni degli indagati, in primis il Marini e il Paoletti, determina inevitabilmente e oggettivamente riflessi e conseguenze di non poco momento anche sul materiale indiziario che mano a mano gli inquirenti stanno acquisendo o hanno già acquisito". L'anomalia della situazione è evidente: non era mai accaduto che magistratura e commissioni parlamentari di inchiesta lavorassero in parallelo. Risultato: le indagini segretate sono di fatto di dominio pubblico, le reazioni politiche condizionano il clima in cui lavora la magistratura e il lavoro della commissione si sovrappone a quello della procura torinese provocando inevitabili cortocircuiti mediatici. Un conflitto istituzionale inevitabilmente doveva esplodere.
Ma la bacchettata arriva in un momento di comprensibile nervosismo. I giudici del riesame confermano ciò che è emerso dalle indagini: Marini ha movimentato quattrini-fantasma cercando di utilizzare fondi inesistenti come garanzia per aprire linee di credito reali con le banche.
I giudici si avvalgono anche delle dichiarazioni di un testimone, W.T., definito "ben addentro per conoscenze tecniche ed esperienza nello specifico settore". Nell' ordinanza si fa riferimento anche all' "evidenza fondi" da 120 milioni di dollari custodita dalla banca Paribas a Montecarlo. Secondo Marini, era la maxi-tangente destinata ai politici del centrosinistra, ma una rogatoria a Montecarlo, ha accertato che si tratta di fondi fittizi, creati con una truffa informatica ai danni della Paribas.
Una sgradevole rivelazione per i politici del centro destra che stavano usando come clava le dichiarazioni di Marini, per screditare tutti i leader dell'Ulivo. Il presidente Enzo Trantino (An), risponde con un "silenzio blindato". Ma a parlare ci pensa un attimo dopo il suo compagno di partito Giuseppe Consolo, che rimanda l'accusa ai giudici: "È forse con dichiarazioni di questo tipo che si può turbare un ambiente già di per sè scosso dal tifo di coloro che anzichè cercare la verità cercano motivi per supportare interessi di parte". Il senatore ds Guido Calvi si chiede: "Perchè la commissione ha cercato di seguire soggetti che hanno tentato di depistarla? Si cerca di utilizzare la commissione per attaccare strumentalmente l'opposizione. È necessario che i presidenti delle Camere cerchino di capire perchè la commissione stia andando verso una deriva istituzionale che la trasforma in strumento di provocazione politica".
La commissione Telekom Serbia prepara intanto la missione a Belgrado, dove i commissari resteranno dal 25 settembre al 3 ottobre. Al ritorno si deciderà come procedere. Trantino non esclude di sentire funzionari della Paribas, al centro della truffa ideata da Marini e soci.
Ma i colpi di scena arriveranno da Torino già nei prossimi giorni. Venerdì è previsto un nuovo interrogatorio di Marini che a questo punto dovrà chiarire se il suo fantasioso racconto è tutta farina del suo sacco o se qualche abile suggeritore lo ha imbeccato. Si tratta naturalmente di un terreno scivolosissimo: se Marini è inattendibile lo sarà anche nel momento in cui indicherà un eventuale burattinaio. Se conosce qualcosa può usare rivelazioni o silenzio come arma di ricatto. Ieri il suo legale ha tentato una maldestra difesa: "faccio solo notare che al momento Marini non risulta iscritto nel registro degli indagati per calunnia". Ma la notizia della sua inevitabile e imminente iscrizione, apparsa ieri su molti giornali, non è stata smentita dagli inquirenti.
Prezzi e rendite
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
C'è un'anomalia italiana nei dati sull'inflazione nei Paesi dell'euro. L'inflazione media europea, che è vicina al 2%, nasconde due realtà molto diverse: da un lato i Paesi con un reddito pro capite ancora sotto la media (Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda), dove l'inflazione è relativamente alta, fra il 3 e il 4%; dall'altro i Paesi più ricchi (in primis, Germania e Francia) dove l'inflazione è tra l'1 e l'1,5%. L'inflazione relativamente elevata del primo gruppo di Paesi non è sorprendente: i Paesi relativamente più poveri partono con prezzi e salari più bassi, e parte del processo di crescita comporta l'adeguamento dei prezzi a quelli dei Paesi ricchi, il che significa più inflazione finché il loro livello di reddito ha raggiunto quello dei Paesi più ricchi. La stabilità dei prezzi nell'area dell'euro va valutata guardando ai Paesi che già sono ricchi, come Francia e Germania: qui la preoccupazione è se mai l'opposto, che la bassa inflazione sia il sintomo di un'economia ancora in stagnazione.
L'Italia è ricca più o meno come Germania e Francia, cresce, o meglio non cresce, come quei due Paesi, ma ha un'inflazione da paese relativamente povero. Da che cosa dipende questa anomalia? La risposta sta nei dati sul diverso andamento dei prezzi nel settore dei servizi e in quello dei beni manufatti. Dal gennaio 2001 l'inflazione nei servizi non è mai scesa sotto il 3%, mentre nel settore dei beni manufatti il tasso di inflazione si è quasi sempre mantenuto sotto il 2%. Il dato odierno sull'aumento dei prezzi dei servizi di telefonia fissa conferma questo andamento.
L'immagine che ne emerge è quella di un Paese con due volti: un settore manifatturiero ormai perfettamente integrato nell'economia europea, dove le aziende non possono usare i listini prezzi per far fronte a un divario di produttività: se non ce la fanno a tenere la concorrenza perdono quote di mercato, come dimostrano le vicende della Fiat che ora sta tentando di recuperare terreno. Dall'altro un settore di servizi protetti dalla concorrenza esterna, dove i prezzi sono la variabile sulla quale si scaricano le inefficienze - oppure, per dirla più chiaramente, l'aumento dei prezzi - è il meccanismo attraverso il quale questo settore fa pagare ai consumatori le proprie ricche posizioni di rendita. Provate ad acquistare un'auto usata e a cercare un notaio che apponga la firma necessaria per il passaggio di proprietà a un prezzo inferiore a quello stabilito dall'Ordine.
Oppure chiedete a un immigrato filippino, che fa l'autista privato, perché non riesce ad avere la licenza necessaria per guidare un taxi. Tra le rendite difese dalla chiusura dei mercati (in questo caso europei, non italiani) ci sono anche quelle che riguardano l'agricoltura: a un cambio di 3 peso per dollaro mettere sul mercato un po' di carne argentina farebbe crollare almeno un prezzo - e aiuterebbe il governo argentino a rimborsare i titoli di qualche nostro risparmiatore.
Il "silenzio assordante sulle liberalizzazioni" come lo ha efficacemente definito Carlo Scarpa su lavoce.info è la più grande delusione di questo governo, che a parole non perde occasione per definirsi "liberista": "Nel settore dell'energia - dice Scarpa - continuiamo a essere "liberi" di acquistare il gas dall'Eni", mentre Telecom Italia copre circa l'80% del mercato italiano della telefonia fissa. Quanto alle libere professioni, Berlusconi e i suoi ministri sembrano essersi dimenticati che il loro compito dovrebbe essere quello di difendere i consumatori, non le rendite dei professionisti. Non ci rimane che sperare nella scure del Commissario europeo alla concorrenza Mario Monti: smantellare un po' di rendite in questo settore sarà ancor più difficile che ostacolare gli aiuti pubblici francesi ad Alstom.
Annan e Chirac contro gli Usa
Redazione de la Repubblica
NEW YORK - Kofi Annan che attacca a fondo la teoria della guerra preventiva ("Una sfida ai principi su cui si sono fondati la pace e la stabilità negli ultimi 58 anni"); Jacques Chirac che spara a zero sull'unilateralismo americano ("Nessuno può agire da solo" ha detto il presidente francese) e George Bush che rivendica come giusta e necessaria l'invasione dell'Iraq e chiede ai Paesi delle Nazioni Unite di partecipare alla ricostruzione del Paese. Si apre così con un confronto fra il segretario generale Kofi Annan e Chirac da una parte e il presidente degli Stati Uniti dall'altra, la 58° Assemblea generale delle Nazioni Unite.
La guerra in Iraq, le divisioni che ha scatenato pesano sull'assemblea e Kofi Annan, nel discorso di apertura, mette subito le carte in tavola. La guerra in Iraq, ha detto senza nominarla direttamente, ha stabilito il principio che uno Stato non per forza deve attendersi a una decisione della comunità internazionale, ma può agire da solo. "Qualcuno dice che quella vecchia clausola non vale più", ha ricordato il segretario generale e che uno Stato, invece di aspettare con pazienza una decisione comune, può usare "la forza preventiva" e "agire unilateralmente". Ma, "questa logica è una sfida al principio, anche se imperfetto, su cui si sono fondate pace e stabilità in questi 58 anni".
"La mia preoccupazione - ha continuato Annan - è che, se questa logica dovesse essere adottata, potrebbe stabilire un precedente con la conseguenza di una proliferazione dell'unilateralismo e dell'uso della forza fuori dalla legge o senza una giustificazione credibile".
Dopo Annan ha preso la parola George Bush. Il presidente Usa ha ripetuto che guerra era necessaria, "giustificata dalla scoperta di fosse comuni e di camere di tortura", mentre adesso "l'obiettivo primario della nostra coalizione in Iraq - ha detto Bush - deve essere quello di mettere in condizione la popolazione di avere un proprio governo, attraverso elezioni democratiche".
"I nuovi leader iracheni - ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti - stanno mostrando di avere apertura mentale e tolleranza, indispensabili per la vita democratica e anche una buona dose di coraggio. La fragile democrazia irachena ha bisogno dell'appoggio di tutti i suoi amici". "In questo momento - ha poi detto Bush - l'Iraq ha bisogno di tutto il nostro aiuto e di quello delle altre nazioni". Però gli Stati Uniti, a chi chiede di fare presto a trasferire la sovranità agli iracheni, cosa che ha fatto anche oggi il presidente francese Jacques Chirac prendendo la parola al palazzo di vetro, fanno saper che "il processo di ricostruzione deve svilupparsi seguendo i bisogni degli iracheni, senza essere affrettato o ritardato sulla base delle opinioni di altri". Mentre, sostiene Bush, "le Nazioni unite devono avere un ruolo nella costituzione di un auto governo dell'Iraq e per la realizzazione di libere e legali elezioni".
Comunque, ha avvertito Bush, "alcuni paesi arabi devono smettere di finanziare e sostenere le organizzazioni terroristiche. L'America opererà con ogni paese della regione che agirà fermamente in favore della pace".
Bush ha poi chiesto una nuova risoluzione sulle armi di distruzione di massa e, a proposito del conflitto israelo-palestinese, ha ripetuto che "Israele deve lavorare per creare le condizioni che permettano la creazione di uno stato palestinese in pace", ma ha anche detto che il popolo palestinese è stato "tradito" dai suoi dirigenti e che dovrà imitare il processo democratico che si sta sviluppando in Iraq.
Ma il ragionamento Usa non piace alla Francia che, per bocca del suo capo dello Stato ha sottolineato come in Iraq sia necessario "il trasferimento della sovranità agli iracheni, che devono avere la responsabilità del loro futuro". Chirac ha rimarcato che la guerra "ha minato il sistema multilaterale" e ha lanciato un appello per un ritorno al multilateralismo. "Non ci sono alternative alle Nazioni unite", ha scandito Chirac che poi ha chiesto che Germania e Giappone entrino a far parte del Consiglio di sicurezza.
Il governo iracheno-americano vuole censurare Al Jazeera
Redazione de l'Unità
Tv censurate. Prima, durante il regime di Saddam Hussein. E ora, durante il governo insediato dagli americani. La riunione del consiglio iracheno sta per varare misure "severe e dissuasive" nei confronti delle emittenti arabe che hanno propri inviati a Baghdad: "Al Jazeera e Al Arabyia. L'annuncio di provvedimenti diretti contro i mezzi di informazione è stato dato da un membro del Consiglio, Samir Al Soumaydai. Perché questo giro di vite illiberale? Samir Al Soumaydai non l'ha spiegato nel dettaglio: s'è limitato a dire che il neogoverno iracheno ha verificato "abusi da parte di certi media arabi".
Di quali abusi parla? Questo non l'ha detto. C'è da ricordare comunque che sabato scorso, dopo l'attentato compiuto contro Aquila Al-Hashimi, una delle tre donne chiamate a far parte del Consiglio di governo, il capo della commissione sicurezza, Iyad Allaoui, aveva accusato le reti arabe di "giustificare" con i loro servizi gli attacchi contro esponenti del Consiglio. Un'accusa respinta con sdegno dai direttori di Al Jazeera e di Al Arabyia.
L'ulteriore giro di vite, le proteste internazionali che ha già suscitato, rischiano di allontanare ancora di più la soluzione politica dell'intricato puzzle iracheno. Alla vigilia di una delicata riunione dell'Onu, il segretario di Stato Colin Powell ha spiegato che gli Stati Uniti non sono d'accordo neanche con gli esponenti iracheni filoamericani su quanto tempo debba durare la tutela statunitense. Allo show televisivo del giornalista Charlie Rose, Powell ha spiegato che "i politici iracheni vogliono muoversi più rapidamente", ma gli Usa non li ritengono "pronti a governare" il paese, ed è troppo presto per concedere loro la sovranità.
E stamane il New York Times (nella versione on line) riferisce le dichiarazioni di Ahmad Chalabi, presidente del governo iracheno a interim, che si trova a New York per proporre
soluzioni alternative a quelle perseguite dagli americani. In una intervista Chalabi ha espresso gratitudine a Bush per aver liberato il Paese da Saddam Hussein, ma chiede per il governo dei 25 almeno un controllo parziale di due ministeri chiave: Finanze e Sicurezza, respingendo l'idea di altre forze militari straniere in Iraq.
Situazione difficilissima, dunque. E così sembrano lontanissimi i giorni della guerra in Iraq quando il presidente Usa e il suo fedelissimo alleato Blair vantavano successi militari. Ormai l'opinione pubblica appare sempre più convinta che l'operazione in Iraq sia stata dettata da altri motivi che non quelli dichiarati.
24 settembre 2003