
sulla stampa
a cura di G.C. - 23 settembre 2003
Finanziaria: passa il condono pesante
Enzo Cirillo e Roberto Petrini su la Repubblica
ROMA - Tre miliardi di euro, che potrebbero diventare quattro qualora venisse esteso anche agli abusi commessi su terreni demaniali, il progetto di sanatoria edilizia che il governo presenterà venerdì mattina per decreto insieme alla legge Finanziaria 2004. Oggi giornata decisiva con il vertice con parti sociali e enti locali.
È passata dunque la scelta del condono "pesante". La logica del Tesoro di fare cassa ad ogni costo è passata con buona pace delle smentite delle vigilia che volevano il governo impegnato ad elaborare un provvedimento leggero destinato a sanare solo abusivismo di necessità e piccole infrazioni. La manovra sarà quindi vasta e destinata ad avere effetti pesanti sul territorio. Manca il testo definitivo al quale i tecnici stanno ancora lavorando, ma nelle tabelle e nei conteggi della Finanziaria i calcoli sono già stati fatti e registrati. Un terzo delle una tantum previste dalla manovra quindi verranno proprio dalla legalizzazione di "mattone-selvaggio".
Da un punto di vista normativo nel testo definitivo del decreto sulla sanatoria i responsabili dell'Ambiente Altero Matteoli delle Infrastrutture Pietro Lunardi e quello per le Politiche agricole Gianni Alemanno hanno chiesto ed ottenuto la fissazione di precisi paletti blocca-scempi. Matteoli ha chiesto di non toccare parchi e aree protette. Lunardi ha sollecitato l'estensione della sanatoria alle aree marittime comprese nella cosiddetta "dividente". E per chi ha costruito o avviato attività commerciali sugli arenili pubblici sono in arrivo concessioni più pesanti ed il pagamento pieno di tutte le spese che lo Stato dovrà sostenere per l'urbanizzazione delle aree aggredite dalla speculazione. Alemanno infine ha chiesto di lasciare fuori della sanatoria le aree "di particolare pregio agricolo".
Concordato preventivo. Il pacchetto condonistico, contenuto nel decreto, si integra anche con il lancio del concordato preventivo: la norma, approvata già nell'ambito della legge delega, deve essere semplicemente messa in funzione. Si prevede di ricavare dal nuovo patto tra lavoratori autonomi, commercianti e artigiani un miliardo di euro: in sostanza la base imponibile degli studi di settore si eleverà del 2-3 per cento. Per incentivare i commercianti ad aderire viene ribadito che chi firmerà questo nuovo patto con il fisco potrà dire addio allo scontrino fiscale.
Tombale 2002. Sempre in ballo la riapertura del condono fiscale tombale anche al 2002: non è escluso che entri nel decretone ma potrebbe essere oggetto anche di un emendamento alla Finanziaria. Saranno sicuramente interessati i lavoratori autonomi che aderiranno al concordato preventivo e che potranno sanare in questo modo il 2002 ma la riapertura interesserà anche gli altri contribuenti. Il gettito è sempre valutato i 2-2,5 miliardi di euro anche perché la penale per partecipare alla sanatoria sarà elevata.
Legge Gasparri: finale di partita
Matteo Bartocci su il Manifesto
Alla fine l'Udc è costretta ad alzare bandiera bianca, come ammette il suo segretario Marco Follini: "Sulla legge Gasparri sono ben noti i dubbi miei e del mio partito. Ma sono dubbi sul merito del provvedimento e non sulla sua costituzionalità. Credo che alla fine il partito sceglierà di rispettare il vincolo di coalizione, anche se io stesso avrei scritto in maniera diversa la legge". La moral suasion esercitata dal patron di Mediaset, alias il presidente del consiglio, ha quindi sortito in pieno i suoi effetti: la Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo arriverà blindata all'ultimo passaggio parlamentare prima di diventare legge dello stato. Per tutto il giorno, infatti, i dubbi dei centristi si erano fermati al bivio tra lealtà e convinzione. Una strada che nel corso della giornata si è fatta sempre più stretta. Se l'ufficio politico dei centristi, che si riunirà domani, decidesse di non presentare emendamenti, allora nessun singolo parlamentare andrà contro questa decisione. E la lealtà vincerà sulla 'faccia'. Come dice l'on. Pippo Gianni, se gli emendamenti miei e dell'Udc "provocassero una crisi di rapporti con il resto della coalizione, sarei il primo a chiedere al segretario di non presentarli". Eppure i testi con le modifiche centriste erano pronti da lunedì scorso. Ma rimarranno nei cassetti. L'Udc, vero ago della bilancia della partita, è tornata nei ranghi e già circolano, smentite, le voci sulle merci di scambio più diverse, dalle nomine Rai ai sostegni per la famiglia e il Mezzogiorno in finanziaria. Il premier ha posto la sua "silenziosa" questione di fiducia alla maggioranza e ha così chiuso la partita, abbattendo ogni ostacolo alla legge che più di ogni altra gli sta a cuore. Chi oserebbe sfidare a viso aperto Re Silvio sul terreno a lui più congeniale, antenne e raccolta pubblicitaria?
La battaglia, durissima, inizia oggi nell'aula di Montecitorio, con la votazione delle pregiudiziali di costituzionalità presentate dal centrosinistra. Un passaggio tecnico che, dati i numeri, può dirsi già superato a favore della legge ideata dal ministro delle comunicazioni. Giovedì prossimo la conferenza dei capigruppo deciderà il calendario per la sua discussione. Con ogni probabilità si inizierà la settimana prossima. Il relatore del provvedimento, il forzista Paolo Romani si dice tranquillo: "Ho l'impressione che nella maggioranza ci sia un'intesa di massima. Credo quindi che la legge sarà approvata entro i primi di ottobre".
Meno di due settimane per una legge che stravolgerà il già fragile sistema della comunicazione e dell'informazione. I punti critici del riassetto targato Cdl sono stati rilevati più volte da istituzioni europee, autorità di controllo, editori e sindacati (e in passato erano un cavallo di battaglia dell'Udc). Su tutti, la soglia antitrust altissima e la questione delle telepromozioni. A nulla sono valsi gli appelli provenienti dalle parti più disparate, ultimo ma non ultimo quello lanciato ieri dal presidente dei vescovi italiani card. Camillo Ruini: "Non possiamo non essere preoccupati per il clima di accesi contrasti in cui procede l'esame della legge sul riassetto del sistema radiotv, che non dovrebbe in alcun caso essere ridotto a terreno di scontro di interessi politici ed economici, ma indirizzare invece i progressi tecnologici al miglioramento qualitativo dei programmi e all'incremento del pluralismo". Parole che suonano come una scomunica dell'operato delle destre ma che il governo si affretta a neutralizzare così: "Condividiamo in pieno le preoccupazioni del card. Ruini e abbiamo accolto tutte le indicazioni che ci sono pervenute dalle organizzazioni che hanno a cuore l'uso corretto della televisione", dice il sottosegretario Giancarlo Innocenzi. Già la televisione... Innocenzi infatti omette la dura opposizione della Federazione italiana editori di giornali. Proprio la Fieg con un gesto senza precedenti pubblica oggi un appello su tutti i quotidiani (ma dimentica di farlo sul manifesto) per chiedere modifiche al provvedimento. "Accendiamo la tv, senza spegnere la stampa", dicono gli editori italiani che confermano la "necessità di difendere il pluralismo quale fondamentale patrimonio di democrazia". La parola, ora, passa alla politica.
Ue, Italia sotto inchiesta: "Libertà d'informazione a rischio"
Andrea Bonanni su la Repubblica
STRASBURGO - Il Parlamento europeo, nel corso di una seduta a porte chiuse dei coordinatori della Commissione Libertà pubbliche, ha deciso ieri sera di avviare un'inchiesta sui "rischi di gravi violazioni dei diritti fondamentali di libertà, di espressione e di informazione in Italia". Si tratta di un passo senza precedenti nella storia comunitaria. Per la prima volta viene avviata la procedura prevista dall'articolo 7 del Trattato dell'Unione europea che potrebbe portare ad una serie di sanzioni contro il Paese il cui governo si fosse reso responsabile di violazioni dei principi democratici fondamentali su cui si basa l'Ue. Le sanzioni possono arrivare fino alla sospensione del diritto di voto del Paese incriminato.
La decisione, già di per sé clamorosa, è resa ancora più bruciante dal fatto che proprio il governo italiano messo sotto inchiesta esercita in questo semestre la presidenza di turno dell'Unione europea. L'articolo 7, approvato dal Trattato di Nizza in seguito al caso Haider, attribuisce il diritto di far partire la procedura di messa in mora di un Paese per comportamento antidemocratico sia al Parlamento europeo, sia alla Commissione, sia ad un terzo degli stati membri. Già in passato il Parlamento aveva ripetutamente criticato l'Italia per l'eccessiva concentrazione dei media nelle mani del capo del governo e per la mancata risoluzione del conflitto di interessi. Ma è la prima volta che, dalla condanna politica, si passa ad una indagine formale.
Dall'avvio della procedura deciso ieri ad una eventuale conclusione di sanzioni sulla base dell'articolo 7 dei Trattati, la strada è però molto lunga
La procedura avviata ieri parte dalla constatazione di una possibile violazione in Italia dell'articolo 6 del Trattato dell'Unione che dice: "L'Unione è fondata sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto che sono comuni agli Stati membri".
Il 4 settembre, per la seconda volta il Parlamento europeo aveva approvato il rapporto annuale sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione per il 2002 muovendo gravi accuse all'Italia. In particolare aveva dichiarato di deplorare "che in Italia rimanga una situazione di concentrazione mediatica nelle mani del Presidente del Consiglio senza che venga adottata una normativa sul conflitto di interessi".
L'anno scorso rilievi analoghi erano stati mossi all'Italia nella relazione sui diritti fondamentali per il 2001. E' stato in seguito a queste prese di posizione che un nutrito gruppo di deputati socialisti, dell'estrema sinistra, verdi e liberali avevano chiesto l'avvio della procedura prevista dall'articolo 7. La richiesta è stata trasmessa alla Commissione Libertà pubbliche i cui coordinatori ieri hanno scelto di far propria l'iniziativa.
La decisione è stata adottata con il solo voto contrario del rappresentante del Ppe, l'austriaco Pirker, spalleggiato dal vicepresidente Santini, di Forza Italia. A favore si sono pronunciati l'italiano Di Lello, sinistra unitaria, la socialista Teron, il radicale Turco, la liberale Boogerd e la verde Sorensen.
Ruini richiama i politici
Redazione de la Repubblica
ROMA - Il Vaticano fa sentire tutto il suo peso e attraverso il cardinale Camillo Ruini entra nel vivo del dibattito politico italiano. Una condanna al clima rissoso e polemico che coinvolge il Parlamento. Un appello a sospendere l'atteggiamento che accusa i magistrati di fare politica. Un monito affinché il disegno di legge Gasparri di riforma del sistema televisivo non soffochi il pluralismo.
E, oltre a questi temi di stretta attualità politica, ancora la condanna delle unioni gay e delle coppie di fatto, la polemica con l'Europa che ha deciso di non inserire nella bozza della Costituzione il riferimento alle radici cristiane, la legge sulla procreazione assistita e le misure per affrontare la disoccupazione. E ancora: immigrazione, opere pubbliche, scuole private. Un discorso che non lascia indietro nulla, quello del presidente della Cei all'apertura del Consiglio permanente dei vescovi a Roma.
Politica sotto accusa. Ruini incomincia prendendosela direttamente con i politici. "Almeno sul piano dei comportamenti e rapporti politici - osserva il porporato - sembra necessaria una svolta netta, per porre un limite alle esternazioni e alle polemiche reciprocamente delegittimanti. E' parimenti sempre più avvertita l'esigenza di tenere al riparo le attività istituzionali e le iniziative giudiziarie dai sospetti, da molto tempo diffusi, che esse siano utilizzate come strumenti di lotta politica".
E ciò per "concentrarsi sui molti problemi che l'Italia ha davanti", e tra questi sulle "riforme istituzionali". Su queste in particolare il presidente dei vescovi italiani chiede che "il confronto parlamentare si svolga senza forzature o chiusure preconcette" per approdare a "risultati il più possibile condivisi e soprattutto conformi alle necessità del Paese e capaci di avviare a soluzione alcuni nodi che da tempo intralciano il suo cammino".
La riforma televisiva. Poi il presidente dei vescovi italiani si dice preoccupato per il "clima di accesi contrasti" sul ddl Gasparri, un testo che "non dovrebbe in alcun caso essere ridotto a terreno di scontro di interessi politici ed economici", ma che dovrebbe portare a migliorare la qualità dei programmi e all'incremento del pluralismo. Ruini sottolinea come un ambito di "grandissima importanza per la formazione delle fasce giovanili, ma anche per l'evolversi della mentalità e degli stili di vita dell'intera popolazione è quello della comunicazione di massa".
Radici cristiane. Quindi tocca all'Europa che deve riconoscere il suo "radicamento profondo" nel cristianesimo in quel trattato con il quale è in gioco la possibilità di "esprimersi in maniera unitaria sulla scena mondiale". I vescovi italiani fanno propria la richiesta avanzata più volte dal Papa in vista della conferenza intergovernativa di Roma, e puntualizzano sull'opportunità di alcuni interventi delle istituzioni europee su temi "di grande rilievo etico e sociale", rivendicando allo stesso tempo la possibilità per la Chiesa di esprimersi su tali materie e sottolinea che il principio di "sussidiarietà richiederebbe invece di non diminuire l'autonomia e le competenze delle singole nazioni, sulla base delle loro proprie storie e culture".
La famiglia e i gay. Un richiamo per il quale Ruini porta a sostegno due esempi: il recente voto del Parlamento europeo sul riconoscimento dei rapporti non coniugali, anche tra persone dello stesso sesso, e la risoluzione nella quale si "disapprova vivamente" quanto affermato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nelle "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali", rese pubbliche il 31 luglio scorso.
L'economia e le pensioni. L'aumento del costo della vita, ancora più "preoccupante" vista la stagnazione economica in Italia e in Europa, inquieta il presidente della Cei che chiede di "tutelare i redditi effettivi delle persone e delle famiglie, specialmente di condizioni più modeste, evitando che si allarghi l'area della povertà e che si contragga la domanda di beni e servizi".
Opere pubbliche. Quando c'è la crisi finanziaria è "doveroso" realizzare soltanto le infrastrutture "davvero indispensabili" per il Paese, sottolinea Ruini.
La Uil chiede a Cisl e Cgil uno sciopero generale sulle pensioni
Felicia Masocco su l'Unità
Una comune bocciatura della politica economica del governo e un percorso di mobilitazione duro, lungo da da mettere in campo subito fino allo sciopero generale, il primo unitario dall'aprile dell'anno scorso. Questo l'armamentario con cui Cgil, Cisl e Uil si presentano martedì a Palazzo Chigi e se sentiranno confermate le notizie su pensioni e Finanziaria, su innalzamento obbligatorio dell'età pensionabile, condoni e tagli alla spesa sociale, la lotta comincerà in tempi brevi.
Il primo a rompere gli indugi è stato Luigi Angeletti che ha chiesto e ottenuto dalla direzione della Uil il mandato a proclamare lo sciopero generale da concordare con le altre due confederazioni. Nella mattinata la segreteria Cgil aveva espresso la "fortissima preoccupazione" per quanto si va profilando per il paese e per i lavoratori ed espresso l'esigenza di una mobilitazione "non episodica, non di testimonianza", ma in grado di durare e di accompagnare scandendolo a colpi di iniziative l'iter dei provvedimenti che l'esecutivo Berlusconi si appresta a varare. E la più dura delle iniziative è lo sciopero generale da valutare unitariamente. La decisione della Cisl è arrivata a tarda sera dopo una lunghissima riunione del comitato esecutivo che ha dato alla segreteria di Pezzotta il mandato unanime a "verificare con Cisl e Uil, sulla base dei risultati che emergeranno dall'incontro con il governo, la promozione delle iniziative di mobilitazione e lotta adeguate a sostenere le iniziative del sindacato". La sintesi ai leader Epifani, Pezzotta e Angeletti che potrebbero riunirsi già questa sera o al massimo domani mattina con le segreterie unitarie. Intanto già circolano date, si parla di uno sciopero da proclamare entro ottobre, o al più tardi ai primi di novembre.
Scenari che saranno confermati o smentiti (poco probabile) a Palazzo Chigi: la parola è a Tremonti, a Maroni, a Fini e a Buttiglione, saranno loro a decidere il conflitto o il confronto.
Far digerire ai rappresentanti dei lavoratori l'innalzamento obbligatorio dell'età di pensione è cosa ardua, tanto quanto smentire che la riforma delle pensioni non è per far cassa. "È un'idea sbagliata", è "impensabile - ha detto Angeletti - che si possa di colpo aumentare il requisito dell'anzianità contributiva. Inoltre non tutti i lavoratori sono uguali e l'età contributiva può e deve variare, volontariamente, sulla base del tipo di lavoro svolto". Non c'è "ragione economica", per la Uil che spieghi questo intervento, le ragioni "sono politiche", si tiene conto dei "rapporti di alleanza", si snobba "il consenso dei lavoratori": "si vuole dimostrare all'europa la capacità di fare una riforma di cui non si avverte il bisogno". Non solo pensioni per la Uil, e non solo pensioni per la Cgil: "Tra tagli alla spesa sociale, mancati trasferimenti, condoni e cartolarizzazione, inflazione e mancato sviluppo ce n'è abbastanza per avviare una decisa fase di mobilitazione - spiega il segretario confederale Cgil Giuseppe Casadio -. E sarebbe irragionevole escludere un grande momento generale di sciopero".
Tre Nobel contro Berlusconi: "Quel premio è un errore"
R. Sta. su la Repubblica
Critiche all'organizzazione ebraica Adl che oggi assegnerà un riconoscimento al premier italiano
Berlusconi Statista dell'anno? Un premio sbagliato quello che l'Anti-Defamation League offrirà oggi al premier italiano a parere di tre Nobel per l'economia. In una lettera che sarà pubblicata oggi sul New York Times, Franco Modigliani, Paul A. Samuelson e Robert L. Solow, tutti professori emeriti al Massachusetts Institute of Technology (che firmano assieme ad altri quattro docenti al Mit e a Harvard), spiegano il loro dissenso nei confronti del riconoscimento che definiscono "una male per gli ebrei, per l'Italia, per gli Stati Uniti e anche per Israele".
"Oggi la Anti-Defamation League terrà una cena per il primo ministro Silvio Berlusconi per offrirgli il Distinguished Statesman Award. Ciò è scioccante per chiunque conosca la controversa storia del signor Berlusconi" inizia il documento. "Per restare alle cose recenti, Berlusconi ha fatto notizia per i suoi commenti su Benito Mussolini. "Era una dittatura assai più benevola" avrebbe detto, "Mussolini non ha ucciso nessuno, ha spedito la gente in vacanza al confino".
Questo non è vero: Mussolini è stato responsabile per le morti di molto oppositori politici, partigiani ed ebrei. Ha perseguitato gli ebrei con le sue leggi razziali e, durante la seconda guerra mondiale, si è reso responsabile della deportazione di circa 7000 ebrei che morirono nei campi nazisti".
Per tutto questo, le giustificazioni del premier non cancellano la brutta vicenda, almeno nel giudizio dei tre professori. "Berlusconi si è scusato con gli ebrei italiani per le sue affermazioni. Ma ciò non è abbastanza: non si è scusato con gli italiani in generale. Apparentemente la Anti-Defamation League sta dando il suo premio a Berlusconi per il suo supporto a Israele e al suo primo ministro Ariel Sharon. ma il supporto a Israele non dovrebbe essere sufficiente. In questo caso è un male per gli ebrei, per l'Italia, per gli Stati Uniti e anche per Israele".
Proprio ieri Abraham Foxman, il direttore dell'associazione che da 90 anni è in prima linea nella guerra contro ogni forma di anti-semitismo, aveva spiegato che Berlusconi "si è meritato con le sue coraggiose azioni" (nell'appoggio a Israele, agli Stati Uniti in Iraq e contro il terrorismo) il premio che gli sarà consegnato oggi all'Hotel Plaza di New York, alla presenza di oltre 400 invitati in rappresentanza della comunità ebraica americana e della comunità degli affari di New York.
Droghe, Fini e Casini: "Tolleranza zero"
Redazione de l'Unità
La chiamano "una svolta a 180 gradi". Ma più semplicemente è un ritorno indietro, ad una trentina di anni fa. Si parla di droga. Tema che riempie, com'è naturale, la quinta conferenza mondiale in corso a Roma. E qui, stamane, in apertura dei lavori, hanno preso la parola sia il Presidente della Camera, Casini che il vice premier, Fini. E hanno usato lo stesso, identico linguaggio: d'ora in poi, sarà tolleranza zero. Pierferdinando Casini, che comunque ha avuto il buon gusto di "non parlare come presidente della Camera", ma "da padre e da cittadino" ha chiesto che "finalmente" si cominci ad "agire con rigore". Ha usato le stesse parole di Gianfranco Fini. Che, in più, però, ha spiegato cosa intenda questo governo per rigore.
Ed è presto detto: "Serve la repressione". Di più, quasi prevenendo le critiche: "So che non è una parola facile da pronunciare, ma contro il crimine, il terrorismo e la droga serve proprio la repressione". Come si tradurrà questa impostazione in legge? Entro un anno, ci sarà un disegno di legge del governo di pochi articoli: e si indicherà che la punizione non riguarda solo l'abuso ma anche l'uso della droga. Come prevedeva la legge venti, tre anni fa.
La nuova normativa- ha precisato il vicepremier- è "già pronta", andrà in preconsiglio "entro ottobre" e approderà al consiglio dei ministri "entro l'anno, forse anche prima". E che il governo punti al ritorno indietro, lo dice esplicitamente Fini. Con questo disegno di legge dice vogliamo coprire il vulnus venutosi a creare col referendum radicale, che abolì la cosiddetta dose minima giornaliera.
Cosa accadrà? l'ex sottosegretario alla Giustizia, Franco Corleone, che alla battaglia contro la droga ha dedicato una vita e che attualmente presiede "Forum droghe" "Il provvedimento di legge del governo, che il vice premier Fini è tornato ad annunciare oggi, ad un assai improbabile conferenza mondiale sulla tossicodipendenza, produrrà ancora più morti, malati e detenuti".
Rettori in rivolta, ecco perché
Luciano Russi * su Il Messaggero
In italia non esiste una istituzione culturale o scientifica che si sia trasformata in modo più radicale di quanto abbia fatto l'Università. La metamorfosi è avvenuta nell'arco di un decennio (quello degli anni Novanta del secolo appena trascorso) grazie ad una legge, la 168 del 1989, che ha reso vivo e concreto il dettato costituzionale sull'autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria delle Università italiane. Di questa trasformazione, che ha avvicinato in modo sostanziale il sistema universitario alle esigenze e alle dinamiche della società italiana, si sono accorti tutti tranne: chi continua a parlare di atenei come torri d'avorio (che naturalmente non esistono più); chi continua a raccontare le gesta di qualche mafia baronale (che naturalmente continua a sopravvivere); chi continua a parlare di mortalità studentesca (che è stata perlomeno dimezzata e che continua a diminuire).
Lungi dall'essere stato sostenuto con risorse aggiuntive o con un piano finanziario adeguato, questo benedetto rinnovamento, che ha visto nel corrente anno la popolazione studentesca italiana attestarsi sui due milioni, è avvenuto a costo zero. Ancora oggi come ha ricordato recentemente perfino Umberto Agnelli nel nostro Paese la spesa pubblica è ben al di sotto della media europea. Il fanalino di coda bisogna aggiungere lo siamo però anche per i finanziamenti privati alla ricerca scientifica.
In una situazione come l'attuale, perciò, le Università italiane rischiano di imboccare una china irreversibile che le porterà sicuramente fuori competizione. I rettori lo stanno dicendo, ad alta voce almeno da un anno, con gesti simbolici clamorosi ed inediti nella storia delle istituzioni universitarie, come le dimissioni di massa del dicembre 2002 o come i continui cahiers de doléances portati all'attenzione dell'opinione pubblica. In gioco infatti non c'è solo la formazione di intere generazioni ma c'è lo sviluppo di un Paese, il nostro, che non può che basarsi su conoscenze, ricerca e innovazione.
Nessuno vuole più i vecchi finanziamenti a pioggia o le lobbies che interloquivano con il potere centrale senza sottoporsi a giudizi valutativi. Ma nessuno neppure vuole ciò che il tandem ministeriale Moratti-Tremonti ha immaginato. O, almeno, così sembra voglia.
Se è opportuno infatti proporsi un controllo della spesa pubblica, magari intervenendo su chi ha male amministrato e semmai premiando chi ha agito virtuosamente, non è altrettanto accettabile un'invasione di campo, come quella che si sta ipotizzando, effettuata tramite un controllo dirigistico da parte di un governo che non sa discernere il buono e il cattivo della politica accademica.
In conclusione: invece di un aumento dei finanziamenti per l'Università e per la ricerca (a proposito: che fine hanno fatto i promessi fondi destinati alla ricerca e provenienti dalla tassa sul fumo?), il governo ha pensato bene di mettersi a governare in prima persona le magre risorse già destinate. Oggi l'assemblea dei rettori italiani dovrà dire la sua.
* Rettore dell'Università di Teramo
Bush esige la copertura dell'Onu
Franco Pantarelli su il Manifesto
NEW YORK. Non solo non sarà una Canossa, il discorso che oggi George Bush pronuncerà di fronte all'Assemblea generale delle Nazioni unite: non sarà neanche un esercizio di buona educazione, almeno stando alle anticipazioni che lui stesso ha fatto alla sua emittente televisiva preferita, la Fox di Murdoch, e ciò che quelli che ieri stavano ancora lavorando al suo discorso hanno confidato a qualche giornale. Si tratterà di una "chiamata all'azione", diceva prudentemente il suo portavoce ufficiale Scott McClellan, perché il presidente ritiene che i contrasti di un anno fa "devono essere messi alle nostre spalle". Ma intanto il suo capo, nell'intervista alla Fox, dava un'altra prova del suo fine istinto diplomatico e si lanciava proprio a rivangare ciò è successo un anno fa. Alle Nazioni unite, ha spiegato Bush, "metterò bene in chiaro che io ho preso la decisione giusta e che quelli che sono stati con noi hanno preso la decisione giusta". Dunque quelli che alla guerra non ci sono andati e non l'hanno appoggiata durante la nota "battaglia del voto" al Consiglio di sicurezza che poi ha costretto gli Stati uniti alla loro "guerra illegale", hanno preso la decisione sbagliata. Ma ora avranno modo di farsi perdonare, era l'antifona delle parole di Bush. Poiché "il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein", e poiché è interesse di quello stesso mondo "che la nostra azione abbia successo e che si possa andare avanti verso un Iraq sovrano, libero e democratico", loro ci devono aiutare. Dunque, siccome l'aiuto in truppe e soldi che gli americani chiedono agli altri paesi non potrà mancare perché è nell'interesse di quegli stessi altri paesi, Bush non avrà nessun bisogno di essere meno arrogante dell'altra volta, quando pose l'alternativa "l'aiuto a noi o l'irrilevanza". E pensare che proprio ieri il povero New York Times, in un editoriale di appoggio alla chiamata di Kofi Annan per una riforma capace di rendere le Nazioni unite più efficienti, non aveva mancato di rallegrasi con Bush per la sua iniziativa "benvenuta anche se tardiva" nei confronti dell'Onu, perché comunque costituiva "un riconoscimento che una politica globale può ottenere la propria legittimità solo da un appoggio multinazionale". Bush, lungi dal cercare una "legittimità" che continua a sostenere di avere già, ha invece anticipato proprio il famoso ruolo che l'Onu dovrebbe avere nella ricostruzione dell'Iraq. "Non sono sicuro", dice, che quel ruolo debba riguardare la riorganizzazione politica del paese, ma "penso che sarebbe bene avere l'apporto delle Nazioni unite nella scrittura delle costituzione dell'Iraq. Voglio dire , loro in queste cose sono bravi. E magari quando ci saranno le elezioni potrano sovrintendervi. Questo si potrebbe definire un ruolo più grande". Il suo interesse comunque, sempre stando all'intervista data alla Fox, non è tanto quello del ruolo dell'Onu quanto quello dell'aumento dei suoi paesi membri fra i partecipanti all'avventura irachena. Anzi dalle sue parole non sembra neanche essere bene al corrente della differenza fra i due concetti. "Sapete - spiega infatti confusamente ai suoi intervistatori inginocchiati - quando io penso all'Onu, cioè, io penso anche agli Stati membri dell'Onu. E naturalmente a noi piacerebbe un ruolo più grande degli Stati membri dell'Onu a partecipare in Iraq". Sì, non si capisce niente, ma non è colpa del traduttore.
Riuscirà Bush a ottenere qualcosa nonostante queste premesse? La risposta, stando all'aria che tirava ieri, sembra inopinatamente positiva.
Benevolo destino, quello dell'amministrazione Bush. Quando il mondo (la maggioranza del) era contro di essa, in casa nessuno osava dire nulla: democratici paralizzati dall'accusa di antipatriottismo e media "responsabili nei confronti delle nostre truppe". Ora che gli attacchi interni si moltiplicano (l'altro giorno Ted Kennedy ha detto che la guerra in Iraq è stata iniziata sulla base di "un inganno architettato nel Texas" e perfino i più "falchi" fra i democratici ora sono contro, non tanto per principio quanto per il modo in cui le cose sono state gestite, il "corpo internazionale" si è fatto più timido.
23 settembre 2003