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sulla stampa
a cura di P.C. - 22 settembre 2003


"La Destra sta distruggendo l'Italia"
Fassino alla Festa Nazionale dell'Unità
Ninni Andriolo su
l'Unità

"Insieme" nel centrosinistra, "insieme" nell'Ulivo, "insieme" nei Ds. "Insieme si vince", ricorda lo slogan che spezza di bianco il rosso che fa da sfondo al grande palco dell'Arena. "Insieme". Perché "tocca a noi", all'opposizione, prendere nelle mani il destino di un Paese "bloccato" da un governo "che non ce la fa" e che "stringe la morsa sull'informazione" creando una vera e propria "emergenza democratica". La destra "ha fallito". Ha causato all'Italia "danni, morali e materiali" enormi. E il centrosinistra può e deve "sfidare" gli "apprendisti stregoni" della maggioranza partendo dal progetto e dai programmi. Dettando l'elenco delle riforme da mettere in agenda e riorganizzando contemporaneamente il proprio campo. E il primo passo da compiere è quello della lista unitaria proposta da Prodi, ma lo sbocco deve essere la creazione "di un soggetto politico riformista" che aggreghi un terzo dell'elettorato e metta "la forza dei Ds al servizio di un progetto più grande". Per questo, spiega Piero Fassino, serve un referendum che faccia esprimere il popolo della Quercia. Così - e senza pensare a illusorie "spallate elettorali" - si prepara l'alternativa a Berlusconi e si può vincere.

"La morsa sull'informazione" si stringe a mano a mano che diventa più evidente "il fallimento di questo governo", come dimostra anche la legge Gasparri "che rafforza Mediaset e penalizza la Rai". Fassino parla di una vera e propria "emergenza democratica". Per rispondere, afferma, è necessario "un salto di qualità" nella battaglia condotta nel Parlamento e nel Paese. Anche per questo serve la convocazione degli "Stati generali dell'informazione", al più presto. La destra non ce la fa, ripete Fassino e nel Paese "si è aperta una fase nuova", come dimostrano i risultati delle amministrative. "Si registra un'evidente crisi politica che non diventa crisi di governo perché la destra gode di favorevoli rapporti di f orza in Parlamento". E a questo punto il centrosinistra e l'Ulivo devono "prendere in mano la bandiera degli interessi nazionali e offrire al Paese una prospettiva". L'obiettivo è quello di elaborare "una proposta che saldi modernità e uguaglianza" e che "riorganizzi e unisca il campo dell'opposizione". E il segretario dei Ds batte sul tasto del "nuovo soggetto politico progressista e riformista".
"La proposta di Prodi non può essere lasciata cadere - afferma Fassino - Anzi, sollecita a dare una risposta che non si esaurisca soltanto nel passaggio elettorale" per il rinnovo del Parlamento europeo. Sì alla lista unitaria, quindi, "primo passo di un a riorganizzazione del centrosinistra". Ed è su questa proposta che dovrà dire la sua il popolo della Quercia. Fassino rilancia l'idea di un referendum che dia la parola "a tutti i nostri iscritti". È la prima volta che si ricorre ad uno "strumento di democrazia diretto previsto dallo statuto", ricorda. Con il referendum , aggiunge, "si darà la prova di che cosa sia un grande partito democratico in un panorama politico che vede il principale partito di governo retto dall'ideologia dell'uomo solo al co mando che graziosamente nomina una pletora di vassalli, valvassori e valvassini". Unire i riformisti dell'Ulivo, quindi. Non soltanto per le elezioni. Perché "se ci si torna a dividere il giorno successivo al voto gli italiani non capirebbero". E non basta "una spallata elettorale per mettere in campo una nuova guida". Serve, invece, "un soggetto politico forte in grado di guidare un'alleanza di centrosinistra larga che vada dal centro moderato a Rifondazione Comunista".
Alla fine, il segretario dei Ds rivolge un appello al popolo della Quercia. Oggi non siamo più "né incerti, né smarriti" come nel 2001, ricorda. E proprio per questo "abbiamo il dovere di metterci alla testa di questa fase nuova con Romano Prodi e con i nostri alleati" diventando "lievito per l'intera alleanza". E la sfida si può vincere. Si può tornare a governare il Paese. E si possono riconquistare città simbolo della storia della sinistra. " A Bologna vogliamo che torni il centrosinistra - conclude Fassino - E voglio ringraziare Cofferati per avere messo la sua intelligenza, la sua passione, il suo carisma a servizio di questo grande obiettivo". L'Arena applaude, scandendo i nomi del leader dei Ds e dell'ex leader della Cgil, mentre gli altoparlanti rimandano le note dell'Internazionale e i maxischermi le immagini delle bandiere e dei mille volti del popolo della Quercia.


Lista unica, un sì per acclamazione
Monica Guerzoni sul
Corriere della Sera

BOLOGNA - L'auspicio non è dei migliori. Piero Fassino è fermo davanti all'arena infuocata della Festa dell'Unità, un minuto prima di salire sul palco per il discorso di chiusura sulle note di La vita è bella .
Cesare Salvi gli stringe la mano, "ciao, Piero", ma il segretario ds serra le labbra. Un silenzio che dice il gelo con la corrente Socialismo 2000 , che contro la proposta di un referendum tra i tesserati - lista sì, lista no - è arrivato a minacciare la protesta di piazza. E invece, la base ha detto sì. Fassino chiude il suo discorso con la voce roca e le dita a "v" in segno di vittoria, più applausi che pugni alzati sulle note dell' Internazionale . In 29 pagine la doppia sfida del segretario: al centrodestra perché faccia le riforme e all'opposizione perché diventi alternativa di governo.
Il referendum si farà, anche se il leader del Correntone, Fabio Mussi, insiste che "consultare gli iscritti non è l'unica via". Sarà il direttivo di domani ad avviare la discussione sul come e sul quando, ma intanto il plebiscito dei militanti dell'ultima festa nazionale bolognese (la prossima sarà a Genova) consente a Fassino di rilanciare la proposta di Prodi, primo passo verso "un nuovo soggetto politico progressista e riformista". Non un partito unico, ma un soggetto federativo che sappia strappare consensi al centrodestra e parlare ai movimenti. E che, grazie a un'alleanza larga, dal centro moderato a Rifondazione, sia in grado di rappresentare "almeno un terzo dell'elettorato".
E lo sconcerto di chi trova folle sciogliersi in una forza unitaria proprio ora che il partito riprende fiato? "Quando decisi di candidarmi a segretario dei Ds molti mi considerarono il liquidatore di un'azienda sull'orlo del fallimento" ricorda Fassino, ma il 2001 della sconfitta e delle Torri gemelle è lontano e il segretario può lanciarsi in una metafora botanica: "Le foglie della vecchia Quercia, che erano parse a molti precocemente appassite, sono tornate verdi e la linfa è tornata a scorrere dalle radici su per i rami". Proprio ora che i Ds sono forti si può rischiare. Ma adagio, adagio: nessuno dovrà sciogliersi, nessuno dovrà rinunciare alla propria storia. E una volta a Strasburgo... "Una forma federativa può permettere a ciascuno di mantenere le proprie affiliazioni internazionali", il che vuol dire che i Ds non lasceranno il Pse, né la Margherita dovrà entrarvi. Quanto al gruppo unico immaginato da Prodi è il traguardo giusto, ma serve gradualità.
Sul palco, sotto il grande striscione "Insieme si vince" applaudono Violante, Angius, Bersani, Melandri, Berlinguer, Epifani, Cofferati. E anche Massimo D'Alema annuisce più volte. "Al momento opportuno Prodi deciderà per il meglio, sulla base del calendario istituzionale" aveva detto prima del discorso il presidente dei Ds. Il palco è gremito, mancano solo Veltroni e Bassolino e il presidente del gruppo del Pse, Bàron Crespo, che ha dato forfait per festeggiare gli 80 anni di Peres. Fassino cita Prodi, Biagi, Dossetti, Schröder, Foa, Berlinguer e Ciampi, ricorda Falcone, Borsellino e Anna Lindh, il ministro svedese ucciso pochi giorni fa. Poi chiede al centrosinistra un salto di qualità. "La spallata non basta", dice alludendo alla chiamata alle armi di Fausto Bertinotti. "Il Paese ci chiede di costruire una proposta alternativa di governo, una via d'uscita politica al fallimento del berlusconismo" alza il tono il segretario elencando "danni morali e materiali" che il governo avrebbe già inflitto all'Italia: dalla depenalizzazione del falso in bilancio alla "apparente regolamentazione del conflitto di interessi", dal calo delle entrate fiscali al condono edilizio. E se Fassino ha "sentito il dovere" di reagire contro la commissione Telekom Serbia, "strumento per colpire, come con una clava, gli avversari politici", è perché il governo ha "inquinato la coscienza civile".
La destra non ce la fa, tuona Fassino. E ora tocca all'Ulivo "prendere in mano la bandiera degli interessi nazionali", come nel Dopoguerra, come ai tempi della ricostruzione. "Le riforme, signori della destra, dovete dimostrare di saperle fare adesso. E siccome non ne siete capaci ve le indichiamo noi".


Legge Gasparri blindata
"Sarà un voto di fiducia"
Mario Calabresi su
la Repubblica

ROMA - "Il percorso della Gasparri ormai è in discesa, gli ostacoli sul percorso sono stati tutti vagliati e rimossi. Ormai possiamo solo farci male da soli". C'è ottimismo tra i fedelissimi del Cavaliere, la nuova legge di riforma del sistema radiotelevisivo viene considerata cosa fatta: sarà approvata entro due settimane.
Mentre l'opposizione si prepara alla battaglia e ancora spera nel malessere dei centristi di Follini, si galvanizza per le critiche serrate degli editori e guarda con speranza al Quirinale, nel quartier generale di Forza Italia già si canta vittoria. Ogni passaggio parlamentare è stato studiato nei minimi dettagli, la diplomazia di Palazzo Chigi si è fatta carico di sciogliere i nodi più delicati e si ostenta sicurezza perfino sulla firma del presidente della Repubblica.
La strategia dello staff del Cavaliere ha concentrato le sue attenzioni prima di tutto sull'Udc. Il disagio dei centristi è noto da mesi. Alcuni suoi esponenti, a partire da Bruno Tabacci, hanno raccolto le perplessità degli editori, hanno ascoltato la parte più dialogante dell'Ulivo e lavoravano ad una modifica del testo. L'ufficio politico dell'Udc, che si riunirà dopodomani, poteva essere la sede dove presentare ufficialmente un cahier de doléances. Invece - ammettono ormai i vertici del partito - sarà il luogo della discussione ma anche del via libera definitivo al testo attuale. "Lì - si dicono convinti anche i forzisti - si chiuderà ogni partita" .
"La sfida è troppo alta per permettere distinguo", allargano le braccia i moderati del centrodestra. Il treno della Gasparri ormai è lanciato, la velocità imposta da Forza Italia non permette cambi di binario, né frenate dell'ultimo momento. Il prezzo sarebbe il deragliamento di tutta la maggioranza. La debolezza e le fibrillazioni che minano ormai da mesi il centrodestra obbligano tutti alla compattezza: una spallata o una furbizia sarebbe letale per il governo.
E' per questo che ai centristi è stato recapitato un messaggio chiarissimo: "Il voto sulla Gasparri è un voto di fiducia". Raccontano che sia stato il premier in persona a ricordarlo agli alleati. E Marco Follini lo ripeterà mercoledì ai suoi compagni di partito.
Anche perché, sottolineano gli uomini di Berlusconi, nei prossimi giorni verranno date risposte soddisfacenti agli editori, così da far cadere possibili sponde esterne al Palazzo: "Quella degli editori è stata l'opposizione più dura e problematica, per questo troveranno in Finanziaria i provvedimenti che chiedevano, a partire proprio dalla pubblicità. Speriamo così di superare la loro contrarietà".

Nella riunione dei forzisti, e poi nei vertici tra i leader, una domanda è tornata continuamente: e il Colle? Cosa farà Carlo Azeglio Ciampi? Le perplessità trapelate dal Quirinale durante l'estate dovrebbero consigliare prudenza e attenzione. Gli uomini più vicini a Silvio Berlusconi ammettono di aver raccolto all'inizio dell'estate chiari segnali di preoccupazione ma sono certi di aver costruito una legge in grado di reggere alle obiezioni e di rispondere alle richieste della Corte costituzionale. In Forza Italia parlano di una svolta: "E' tutto in ordine: non ci dovrebbero essere problemi", sottolineano, spiegando che al Senato "molte cose sono state riscritte", che il testo ora ha le carte in regola per passare il vaglio del Presidente.
"Insomma, non ci sono più ostacoli insormontabili", conclude un illustre esponente di Forza Italia, che considera già incassato un risultato positivo.
A macchiare la soddisfazione, ci ha pensato però Lucia Annunziata, con la sua denuncia di uno "scambio" tra il via libera dei centristi e un pacchetto di nomine a loro gradite. La presidente dell'azienda di viale Mazzini, pronta a dare le dimissioni il giorno dopo la firma della Gasparri per tornare a fare la giornalista, sabato ha alzato la voce. Aveva preparato la mossa da almeno una settimana, scrivendo al Cda, incontrando a pranzo il direttore generale Cattaneo e poi girando agli altri consiglieri una richiesta di sospensione delle nomine nei telegiornali regionali avanzata da Claudio Petruccioli, il presidente della della commissione di Vigilanza. Annunziata è convinta di aver stoppato un blitz, così come fece a fine luglio con il piano d'acquisto delle frequenze.



L'accordone
Augusto Minzolini su
La Stampa

New York - Erano mesi che Silvio Berlusconi non parlava bene dei suoi alleati o, comunque, che inveiva contro gli "ingrati", gli "infidi", i "fratelli coltelli" che negli ultimi mesi hanno fatto rischiare alla maggioranza - almeno a parole - più volte l'infarto. E, invece, ieri prima di prendere l'aereo che lo avrebbe portato a New York per l'assemblea annuale dell'Onu, il Cavaliere è tornato ad assaporare un po' di tranquillità e a dispensare giudizi meno ruvidi verso i suoi partner. "Certo per rendersi conto dell'errore che stavano facendo hanno dovuto sporgersi sull'orlo del precipizio - ha osservato con qualche collaboratore di vecchia data - ma penso che questa volta lo abbiano capito: a nessuno giova mandare all'aria la coalizione e magari contribuire a una sconfitta elettorale. Anche perché tutti i giochi si faranno nella prossima legislatura. Io, infatti, penso che questa coalizione per avere qualche chance di vittoria nelle prossime politiche ha ancora bisogno di essere guidata da me. E anche la scadenza del Quirinale, che mette in subbuglio molti, è roba della prossima legislatura".
Insomma, per il premier tutti sembrano avere capito che la polemica continua e lo scontro perenne sono i sintomi gravi di quella sindrome masochistica che nella scorsa legislatura perse il centro-sinistra. Così prima di rituffarsi nella politica internazionale che lo appassiona più di ogni altra cosa, sorvolando l'Atlantico Berlusconi ha ritirato fuori dal repertorio frasi che aveva dimenticato da tempo: Casini è tornato ad essere l'amico che "non lo ha mai tradito dal '94", Fini "il primo compagno d'avventura", Bossi il simpaticone che un giorno vuole spostare la capitale da Roma a Milano, mettendolo in ambasce, ma che un altro lo paragona addirittura a Mosè.
Qualcuno si chiederà di come il Cavaliere possa fidarsi dato che si tratta solo di parole o di promesse. Ma l'uomo è pragamatico e il suo ottimismo, almeno questa volta, nasce da dei dati inoppugnabili. Nel giro di due settimane, infatti, prima il Consiglio dei ministri ha varato un progetto di riforme istituzionali che per alcuni sarà generico, per altri sbagliato, ma che comunque c'è. Poi è stata la volta di Finanziaria e pensioni. La nuova atmosfera ha favorito anche una mezza intesa sul disegno di legge Gasparri sulle Tv che, naturalmente, si è portata dietro un'altra ondata di nomine Rai, la solita grattata di parmigiano che accompagna ogni accordo politico dalla nascita della nostra Repubblica.

"La verità - aveva spiegato Casini ai suoi interlocutori - è che se questa maggioranza va in mille pezzi, nessuno avrà più la capacità di rimetterla insieme per inventarsi qualcos'altro. Né io, né Fini, né Bossi. E non potendo tirare la corda fino a romperla è inutile stressare la coalizione, danneggiandola".
Discorsi che tradotti in linea politica dimostravano che la strategia di Casini si andava modificando profondamente: in poche parole il leader dell'Udc piano piano ha capito che il suo futuro politico, anche le sue ambizioni, sono legate per il momento alla tenuta di questa coalizione; che lo schema, semmai c'è mai stato, di riunire tutti i democristiani e ristrutturare centro-destra e centro-sinistra non è realizzabile oggi ma in un futuro non certo vicino, e che in ogni caso per lui è fondamentale avere un rapporto leale con il Cavaliere e con l'attuale maggioranza per non disorientare il suo elettorato e, soprattutto, per candidarsi ad essere uno dei possibili eredi (anzi, uno dei più probabili) del "dopo Berlusconi". Eh sì, perché un altro dato da non trascurare e che sta concorrendo a riarmonizzare i rapporti nel centro-destra è che le prossime elezioni saranno le ultime per il Cavaliere: sia che le vinca per andare al Quirinale, sia che decida di rimanere a palazzo Chigi, sia che le perda. Lo confida il premier agli amici più cari, lo sanno tutti dentro Forza Italia, come fuori. Per cui chi vuole rimanere sull'asse ereditario non può certo congiurargli contro un giorno sì e un giorno no.



Fazio: "Sulle pensioni solo un primo passo"
Rossella Lama su
Il Messaggero

DUBAI "Non credo che veniate a dire che questa è la riforma delle pensioni. Questo è solo il primo passo". Giulio Tremonti tutto avrebbe voluto sentirsi dire dal governatore Fazio tranne che questo. Ma forse gli fa gioco, perché la Banca d'Italia che sostiene che è ancora troppo poco, e che bisogna alzare anche l'età pensionabile, in fondo lo rafforza rispetto ai sindacati e alle residue resistenze all'interno della sua maggioranza. Dietrologie a parte, l'argomento pensioni non è stato l'unico su cui, il ministro dell'Economia e il governatore non si sono trovati sulla stessa lunghezza d'onda. Il tutto si è consumato nel corso di una conferenza stampa che hanno tenuto ieri a Dubai, a margine dei lavori dell'Fmi.
"La riforma delle pensioni sarà varata venerdì insieme alla Finanziaria dal Consiglio dei ministri", dice Tremonti. L'obiettivo è portare a 40 anni i contributi dal 2008". Tremonti va avanti dritto. "Per otto anni Prodi e D'Alema hanno detto che c'era bisogno delle riforme e non sono stati capaci di farle". A questo punto Fazio entra a gamba tesa, con la frase che dicevamo all'inizio, tanto che Tremonti gli chiede: "ma non sei d'accordo sui 40 anni di contributi?". Ecco la risposta: "Si. Va bene alzare a 40 anni il minimo contributivo. Ma i sessantacinque anni di età di oggi non sono più quelli di vent'anni anni fa. E poi noi la riforma dobbiamo ancora vederla. Sarà certamente un primo passo, e quanto importante lo decideremo".
Silenzio. In corner il governatore butta lì un riconoscimento all'impegno del governo: "E' importante proseguire sulla strada delle riforme, e quella previdenziale è uno dei cardini, perchè modifica le aspettative , aumenta la fiducia, e col tempo porta anche risparmi". Ma a Tremonti non basta. "Non è solo un fatto di aspettative. Partono subito gli incentivi che tratterranno un po' di gente al lavoro. E il secondo pilastro, quello della previdenza integrativa. Questa è una riforma strutturale che produce effetti economici, radicalmente sufficiente per eliminare la gobba della riforma Dini, e rendere sostenibile la spesa per i prossimi trent'anni".
Nella Finanziaria ci saranno due sorprese "che marcheranno la svolta", ha anche annunciato Tremonti. "Due sorprese di alto valore simbolico nel campo della ricerca e dello sviluppo, che daranno risultati concreti". Quali siano non siamo riusciti a farcelo dire. Bisognerà aspettare venerdì.
La conferenza stampa era partita con Tremonti ottimista sulla crescita economica. "Per la prima volta da due anni il quadro si presenta positivo. Ci sono segnali di ripresa economica, ma bisogna fare di più". Con l'Agenda per la crescita, documento che è stato allegato al comunicato finale del G7, l'Italia, come gli altri partner si è impegnata a fare dei ”compiti a casa”: la riforma delle pensioni. Poi entro dicembre la Ue varerà il Piano di infrastrutture europeo. "Per noi l'alta velocità è importantissima. Dal Piano pensiamo di ottenere un dividendo".
Il discorso va avanti senza intoppi finché Tremonti non arriva al capitoli Cina. "In Europa è iniziata anche su nostra iniziativa una discussione generale. La Ue ha troppe regole, i nostri concorrenti nessuna". Ma al governatore questa chiave di lettura della perdita di quota dell'export italiano pare riduttiva. Non è questione di regole, né di cambio tenuto da Pechino artificialmente basso, con chiari guadagni competitivi, come dice Tremonti. "Francia e Germania che si trovano nella nostra stessa situazione continuano ad esportare. Noi no", dice Fazio. "Certo- gli ribatte Tremonti- noi siamo stati investiti per primi perché abbiamo prodotti a bassa tecnologia. Ma prima o poi toccherà anche agli altri".
Ecco che siamo arrivati al punto. "E' quello che ho detto nelle considerazioni finali il 31 maggio, che il problema del declino dell'Italia sta nel fatto che gli imprenditori non investono", chiosa il governatore. Alla fine su una cosa si sono trovati d'accordo: che la riforma delle pensioni doveva essere fatta prima. "Se l'avessimo fatta cinque anni fa, oggi ne raccoglieremmo i benefici". Parola di Fazio, sottoscritta dal ministro.


Quest'Europa s'ha da fare
Barbara Spinelli su
La Stampa

Mentre gli europei sono presi dal grande malcontento d'autunno - l'euro non piace alla Svezia, la Convenzione è giudicata troppo ardita dallo spagnolo Aznar e dall'inglese Blair, l'anelata costituzione finirà col fallire perché non tutti la ratificheranno - c'è qualcuno che crede con tutte le proprie energie nel loro avvenire, nella loro insopprimibile volontà d'unirsi, nella loro forza non solo economica ma anche politica e militare. Questo qualcuno non è amico dell'Europa: vuole anzi ostacolarla, proprio perché la ritiene una potenza in stato nascente, dunque rivale. Propone addirittura un piano di battaglia in sei punti, interamente congegnato all'insegna del famoso ultimatum che i bravi decisero di lanciare, in tono solenne di comando, a Don Abbondio: "Questo matrimonio europeo non s'ha da fare, né domani, né mai!".
Il nemico in questione abita negli Stati Uniti, è particolarmente influente sulle politiche americane, e basta sfogliare il penultimo numero di The Weekly Standard per conoscerne le sembianze. Il settimanale, che esprime le opinioni dei neo-conservatori, ha notevole peso sul Presidente Bush e guida non pochi suoi orientamenti.
Questa volta lo mette in guardia contro l'Europa, che silenziosamente e surrettiziamente si sta unendo, e lo invita ad abbandonare il vecchio pregiudizio favorevole che gli Usa nutrono verso l'integrazione europea. Sulla copertina c'è il piano di battaglia - Contro l'Europa Unita - e l'articolista, Gerard Baker del Financial Times, non sembra aver dubbi su chi alla lunga vincerà, nel duello fra europei tiepidi come Blair ed europei forti come Chirac o Schröder.
C'è il rischio che vincano i federalisti o comunque i fautori di un'Unione più stretta - questa la conclusione - perché mai l'Europa è stata tanto determinata, nel suo desiderio d'unirsi. "In quest'estate turbolenta gli Stati Uniti non erano i soli a cimentarsi nel nation building", scrive il settimanale evocando la ricostruzione dell'Iraq: "Mentre le truppe Usa battagliavano contro gli insorti nelle strade e nei deserti dell'Iraq, gli europei si accingevano, nei loro bistrò e nelle loro ville provenzali, a portare gli ultimi ritocchi al loro progetto d'unione: un progetto non meno considerevole della liberazione di Baghdad".
Forse, se leggessero The Weekly Standard, i politici europei perderebbero quello che attualmente li consuma: la sfiducia ostinata in se stessi, l'incredulità verso le proprie risorse, e quello speciale rifiuto di muoversi che è tipico dei cinici, e che nasce dalla paura di non arrivare, di non poter sopravvivere a parziali insuccessi. Ci sono forze niente affatto secondarie in America che vedono scaturire una potenza - dall'Europa - che l'Europa nemmeno sospetta. E che già si apprestano ad affrontare questa potenza, a resisterle: chissà se ne hanno avuto qualche sentore i tre leader europei che ieri si sono incontrati a Berlino per superare - questo era l'ordine del giorno - i dissidi scoppiati tra vecchio e nuovo continente sull'Iraq.
Chissà se Chirac, Blair, Schröder hanno dedicato la loro attenzione a quello che Weekly Standard ha visto emergere quest'anno, durante una delle più gravi crisi d'Occidente: il nation-building dell'Unione, il formarsi della Nazione Europea.



Dialogo tra i poli?
Quali riforme nell'era del fattore B
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

Con fatica i "saggi" del Polo hanno prodotto un testo che riforma trentadue articoli della seconda parte della nostra Costituzione: poiché le principali mediazioni politiche tra le anime del centro-destra le avevano già fatte i nostri saggi, martedì scorso il Consiglio dei ministri ha rapidamente trasfuso la proposta in un testo provvisorio di disegno di legge (ddl) che sarà sottoposto questa settimana alla Conferenza Stato- Regioni. Con le modifiche proposte dalle Regioni e accettate dal governo, in tempi brevi il ddl dovrebbe essere presentato alle Camere, dove avrà inizio la lunga procedura prevista per le revisioni costituzionali: doppia lettura con un intervallo di almeno tre mesi fra l'una e l'altra, possibili ritorni da una Camera all'altra finché entrambe non convergono su un testo identico, eventuale referendum approvativo. Se questo verrà indetto, ed è quasi certo che lo sarà se il ddl arriverà al termine del suo iter parlamentare, la legge sarà promulgata qualora la maggioranza dei voti validi si sia espressa per il sì.
I cittadini possono dunque aspettarsi, per quanto resta del 2003 e per buona parte del 2004, o forse tutto e di più, un nuovo fronte di dibattito politico, come già era avvenuto ai tempi della Commissione bicamerale: un fronte dove si alterneranno avanzate e ritirate, polemiche tra maggioranza e opposizione e polemiche interne a entrambi gli schieramenti, discussioni tecniche raffinate e plateali colpi di scena politici. Insomma, un "tormentone".

Quanto alla motivazione centrale del potere di scioglimento, essa era e rimane quella di conferire al Primo ministro un forte potere di coesione sulla sua maggioranza, lo stesso che ispira le forme di governo che attualmente hanno gli enti sub-nazionali, dalle Regioni ai Comuni: prima di fare un ribaltone, consiglieri comunali, provinciali o regionali (e, perché no, in futuro gli stessi parlamentari) ci devono pensare due volte, perché o vanno a casa anche loro o rischiano di andarci.
A che cosa è dovuto questo mutamento di opinione? (mi riferisco ai politici: Giovanni Sartori la sua opinione negativa, fondata su ragioni di sistema che ora non posso discutere, non l'ha mai cambiata) Ovviamente è dovuta al fattore B, alla presenza come capo del governo di Silvio Berlusconi: ad una persona che già gode di poteri extra-istituzionali così anomali, volete forse dare anche dei maggiori poteri istituzionali? Non pochi dei politici del centrosinistra, primo fra tutti Massimo D'Alema, non hanno mutato opinione. A quelli che l'hanno mutata, vorrei solo dire una cosa: si tratta di un mutamento più che legittimo, se viene onestamente dichiarato, se non viene rivestito di argomentazioni costituzionali e politologiche di cui ci si era scordati quando il capo del governo era di centrosinistra. E infatti, un onesto liberale di centrodestra, Mario Segni, lo dice con chiarezza nell'intervista di sabato scorso a questo giornale: io, sostenitore della tesi del Premier come "sindaco d'Italia", ovviamente approvo la concessione dei poteri di scioglimento, ma prima Berlusconi deve spogliarsi di almeno uno di quei poteri che pudicamente ho definito più sopra come extra-istituzionali: dia una prova di buona volontà rimettendo in discussione la legge Gasparri, che di fatto congela il duopolio televisivo.
Questo è solo un esempio, anche se l'esempio più significativo, dei problemi che l'opposizione incontra a discutere di riforme istituzionali con il centrodestra. Ed è anche un esempio delle difficoltà che i cittadini incontreranno a seguire questa discussione. In essa si mischieranno sofisticate argomentazioni giuridiche circa la coerenza sistematica della riforma, digressioni storiche sull'esperienza del nostro e di altri Paesi, approfonditi confronti politologici sulle forme di governo e la loro efficacia, e, insieme, giudizi e pregiudizi, preoccupazioni e paure, interessi e convenienze, legati alla situazione contingente dell'Italia di oggi, dominando su tutti quelli legati al fattore B. Se il nostro ipotetico concittadino manterrà la sua partecipazione al dibattito, se l'interesse per un processo decisionale da cui dipende l'evoluzione del nostro Paese verso una società più civile o più incivile farà premio sulla noia del tormentone, forse, di questo cittadino appassionato e virtuoso, potrà essere detto ciò che il nostro beneamato presidente del Consiglio ha detto dei giudici "devono essere disturbati mentalmente".


Riforme, i confini della democrazia
Franco Bassanini su
l'Unità

Domani sera il coordinamento dell'Ulivo discuterà del progetto di riforma della seconda parte della Costituzione approvato dal governo sulla base della bozza dei cosiddetti quattro saggi del Cadore. Apparentemente, dovrebbe trattarsi di una discussione semplice e dall'esito scontato, almeno per quanto riguarda il merito del problema. Da qui vorrei partire, lasciando alla fine la questione più controversa: se esistono o meno le condizioni per un confronto tra maggioranza e opposizione sulle riforme costituzionali e l'ammodernamento delle istituzioni.
Nel merito, la posizione dell'Ulivo è stata definita, meno di un anno fa, da due documenti approvati all'unanimità dallo stesso coordinamento dell'Ulivo e dai capigruppo del centrosinistra. Ed è stata ribadita, per quanto concerne i Ds, da una chiarissima relazione di Fassino approvata all'unanimità dal Direttivo Ds e dal documento conclusivo della Conferenza programmatica di Milano.
Documenti politici, beninteso; ma sufficientemente dettagliati e precisi da potere rappresentare un parametro sicuro per valutare ciò che, per l'Ulivo, è trattabile e ciò che appare inaccettabile o addirittura non negoziabile nel progetto del Governo Berlusconi.

Le condizioni sono: nessun ulteriore rafforzamento dei poteri del governo e del primo ministro, senza avere, contestualmente, risolto i problemi del pluralismo dell'informazione, del conflitto di interessi, dello statuto dell'opposizione, dell'adeguamento del sistema delle garanzie costituzionali al bipolarismo maggioritario. Il nostro sistema costituzionale, comparato con le altre democrazie europee, presenta infatti anomalie rilevanti, innanzitutto sui terreni or ora ricordati. La legge elettorale maggioritaria e le riforme degli anni novanta hanno già dato agli esecutivi (governo nazionale, ma anche governi regionali e locali) poteri e strumenti più forti per governare; ma non hanno introdotto quei checks and balances, quei contrappesi che, nelle altre democrazie liberali, valgono a garantire il pluralismo costituzionale e la democraticità del sistema.

Qui, le questioni poste ieri nel suo editoriale dal direttore di questo giornale, Furio Colombo, devono essere considerate. Se la maggioranza fa sul serio, deve concorrere a creare le condizioni e il clima per un confronto sulle riforme utile e costruttivo. Deve innanzitutto, riportare la dialettica tra maggioranza e opposizione (normale in ogni democrazia) entro i limiti della civiltà e del rispetto reciproco: la maggioranza ha bensì il diritto di pretendere che l'opposizione non ne contesti la legittimazione a governare (ma quando mai l'Ulivo lo ha fatto?); ma l'opposizione ha il diritto di pretendere che cessino le continue aggressioni (Telekom-Serbia) e la criminalizzazione del dissenso politico come lesa maestà. Inoltre: può essere - come autorevolmente mi è stato detto - che la maggioranza abbia solo "dimenticato" di affrontare il tema delle garanzie costituzionali, dei contrappesi istituzionali e del pluralismo dell'informazione (dimenticanza comunque singolare e emblematica, vista che questa era - ad ogni evidenza - la prima questione da trattare). Ma se è così, la maggioranza ha il modo di dimostrare le sue buone intenzioni: riaprire un confronto sulla legge Gasparri, per riscriverla secondo le indicazioni del messaggio alle Camere del Presidente Ciampi (magari cominciando con il ripristino dell'emendamento Giulietti); correggere la legge Frattini sul conflitto di interessi, adottando la regola quasi universale della separazione tra cariche elettive e proprietà dei media; fermare gli attacchi alla indipendenza della magistratura e i tentativi di sottoporla al controllo del potere politico. Provocazioni? No, normali dimostrazioni di buona fede e di coerenza. Così come sarebbe lecito chiedere che il dibattito sul completamento della riforma federale non si accompagni con un ennesimo taglio alla finanza regionale e locale, ma veda invece il governo impegnato nella attuazione di quelle disposizioni costituzionali sul federalismo fiscale che il progetto del governo - opportunamente - non rimette in discussione: a che servirebbe infatti completare il disegno dell'Italia federale se, nel frattempo, il governo condanna alla bancarotta Comuni, Province e Regioni? Questo - pare a me - converrebbe fare. Ributtare, con determinazione e con coerenza, la palla nell'area dell'avversario, non lasciargli campo libero per giocare da solo.


Un condono da Silvio
Alessandro Robecchi su
il Manifesto

Preoccupazione e senso di responsabilità. Non si dica che siamo insensibili alle condizioni economiche dell'Italia, che non guardiamo con attenzione e ansia all'inesausta ricerca di soldi che il rag. Tremonti sta effettuando, che ce ne freghiamo se egli non trova qualche miliardo da dare a Buttiglione, o da elargire a Fini. Anzi, di questa triste situazione siamo talmente partecipi che pure noi, nel nostro piccolo, cerchiamo soluzioni, sondiamo possibilità e nutriamo speranze. Ma prima di tutto bisogna partire dalla realtà, dalla valutazione dell'esistente. Riguardo alle condizioni economico-finanziarie del Paese, già era triste avere le pezze al culo. Ora è tristissimo ritrovarsi senza più nemmeno il culo, una cosa oltremodo seccante, perché non ci si può neanche sedere a piangere. Del resto, dopo alcune notti insonni, non abbiamo più idee su cosa condonare per fare un po' di cassa. Il condono fiscale è stato fatto. E' andato così bene che ne vogliono fare un altro al volo. E' una buona idea: il condono fiscale annuale toglierebbe di mezzo tutta quella seccante burocrazia chiamata fisco. Il condono edilizio è praticamente cosa fatta. Il condono contributivo e alle viste, un premio a pagamento per tutti i padroni che hanno fatto lavorare in nero qualcuno. La riforma delle pensioni sta lentamente arrivando e si discute animatamente su quanto si potrebbe rapinare ai lavoratori futuri pensionati.
Ma non basta. Il creativo Tremonti non è abbastanza creativo per i tempi che corrono e serve dunque uno sforzo di fantasia ancora maggiore. E allora ecco qui. Domanda: chi potrebbe avere fondi a sufficienza per arginare la spaventosa voragine del buco economico italiano? Chi potrebbe avere tutti quei soldi che permetterebbero di ripianare un po' il deficit, pagare le pensioni, fare cassa in modo finalmente sostanzioso e risolutivo? La risposta è semplice: una sola persona in Italia ha a disposizione risorse quasi illimitate, e quella persona ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Ora la faccenda è semplice: convincere la classe politica e l'intero Paese che quel che serve è un solo, grande, immenso condono per Silvio. Tecnicamente non è difficile: Silvio ci rende quel 10-15 per cento del nostro potere d'acquisto che è sparito negli ultimi due anni. Ci rende le zucchine a un euro e mezzo anziché a sei. Ci restituisce l'inflazione surreale degli ultimi due anni, mette di tasca sua quei dieci miliardi di euro di mancati introiti fiscali che la sua politica economica ha generato. Rende i soldi stornati dalla scuola pubblica. Aggiunge soldi per la ricerca, aggiunge i soldi rapinati per la cultura e per la sanità. Insomma, in poche parole, Silvio ci rende il Paese come lo ha trovato poco più di due anni fa, se ne va, torna alle sue ville e ai suoi ozi dorati da imprenditore monopolista, e noi lo condoniamo. Un perdono in piena regola, niente cattiverie e niente vendette, per carità. Soltanto una riparazione dei danni fatti. Con lui, verrebbero automaticamente condonati i suoi amici e sodali. Tremonti, per esempio, potrebbe renderci quel "buco" (finto) che disse di aver trovato al suo arrivo al ministero, e si riprende in cambio il "buco" (vero) che lui stesso ha lasciato nei conti pubblici e nel tenore di vita degli italiani. Perdoneremmo anche lui, e persino senza rancore. Questa sì sarebbe una manovra economica, la finanziaria definitiva: paga tutto chi ha combinato questo devastante casino, cioè Silvio e i suoi soci in affari e in politica. Una manovra simile, il condono per Silvio (o da Silvio, come preferite) avrebbe anche il pregio di essere al tempo stesso una manovra una tantum (di quelle tanto care a Tremonti) e strutturale, nel senso che si metterebbe nero su bianco che nessuno potrà più farsi gli affaracci suoi rovinando l'intero Paese. Tecnicamente ci sarebbe da lavorare parecchio, mi rendo conto. E ci sarebbero anche parecchi effetti collaterali. Cioè: quantificato il danno economico che Silvio ha fatto al Paese in questi due anni di sgoverno, bisognerebbe aggiungere il danno morale e culturale inflitto agli italiani. Le loro figuracce in Europa e nel mondo, la loro vergogna davanti ai tedeschi, ai francesi, ai valori dell'antifascismo, eccetera eccetera. Una specifica commissione forse potrebbe occuparsene. Ma noi ci sentiamo oltremodo generosi, in questi tempi di crisi, e proponiamo che su tutte queste cose il condono sia praticamente gratuito. Quel che ci preme - tremontianamente - sono solo i soldi. Dunque pensiamoci: un grande, epocale condono per Silvio, che paga tutti i danni che ha fatto e - finalmente - toglie il disturbo. Sarebbe un affare per tutti, compresi i partiti non silviocentrici dell'attuale maggioranza. Niente di trucido o di violento, per carità, una semplice transizione finanziaria: Silvio ci ridà i nostri soldi, rapinati in due anni di governo, e si toglie di mezzo. Visti i conti di oggi, pare l'unico condono praticabile.


Saddam, i suoi segreti in cambio dell'esilio?
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BAGDAD - Inevitabilmente torna l'attenzione sul ricercato numero uno in Iraq. L'attentato di due giorni fa a Bagdad contro un esponente del Consiglio provvisorio iracheno, il primo di questo tipo (Akila al-Hussein è ancora in gravissime condizioni), viene attribuito ai "Feddayn di Saddam". E la resa, il 19 settembre a Mossul, dell'ex ministro della Difesa, generale Sultan Hashim Ahmed (giunta dopo settimane di negoziati con i comandi americani), rilancia gli sforzi per catturare l'ex dittatore.
Saddam Hussein viene descritto allo stesso tempo come un pericolo, ancora capace di creare gravi problemi, e come un uomo braccato, con l'acqua alla gola, disperato, vicinissimo alla resa.
Quasi non passa giorno senza che i nuovi giornali iracheni, ormai oltre 150, raccontino storie fantastiche sui possibili nascondigli del raìs. Segnale che anche la paura delle vendette si fa remota e il vecchio regime è sempre più considerato come un dinosauro in via di estinzione. La settimana scorsa girava voce che Saddam fosse stato visto in un convoglio di tre vetture uguali nella cittadina di Diala, a Est di Bagdad, lungo il confine con l'Iran. Altre leggende lo vorrebbero travestito da pescatore sulle rive del Tigri.
Ieri la versione del dittatore prossimo alla fine era alimentata dai nuovi dettagli forniti dagli stessi americani: il ministro Hashim Ahmed starebbe collaborando con gli investigatori e avrebbe fornito una mappa dettagliata dei possibili nascondigli di Saddam nella regione compresa tra Tikrit e Mossul. Il tabloid britannico Sunday Mirror cita fonti dell'esercito Usa a Tikrit (regione natale di Saddam), secondo la quali sarebbe in corso da tempo una trattativa con almeno un rappresentante del dittatore. E fornisce particolari curiosi. A condurre i negoziati sarebbe a Washington il consigliere per la Sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, in Iraq sarebbe invece il comandante delle forze Usa, Ricardo Sanchez. Saddam sarebbe "disposto a rivelare nuovi dati sui suoi arsenali e i suoi conti bancari segreti all'estero". In cambio vorrebbe un lasciapassare per la Bielorussia.
La possibilità di andare in esilio nell'ex Repubblica sovietica era già trapelata lo scorso dicembre, quando una delegazione guidata da Nikolai Ivanshenko, rappresentante personale del presidente Alexander Lukashenko, era venuta a Bagdad. Allora era stato lo stesso segretario alla Difesa Usa, Donald Rumsfeld, a suggerire discretamente che Saddam potesse fuggire in Bielorussia "con tutta la famiglia". La visita poche settimane fa di Rumsfeld in Iraq aveva riacceso l'attenzione sulla possibilità di accordi dietro le quinte.
Ma appare davvero impossibile che gli americani oggi possano cercare un compromesso con Saddam. "I comandi Usa hanno avuto l'ordine di prendere tempo, cercando intanto di individuare il nascondiglio del dittatore", specifica ancora il Sunday Mirror . Addirittura si sarebbero impadroniti di una radio militare inglese modello "Racal", che era utilizzata dal mediatore per parlare con Saddam. In ogni caso la notizia è stata smentita dai comandi americani della quarta divisione di fanteria di stanza a Tikrit: "Non c'è nessun contatto con Saddam Hussein o con un suo emissario".
Gli americani e i loro alleati in Iraq restano comunque convinti che i giorni dell'ex dittatore siano contati. "Saddam non è Osama, non sa dove nascondersi all'estero. Lo prenderemo", ripete Rumsfeld. Ieri un esponente dell'Unione patriottica curda di Jalal Talabani, si è detto certo che Saddam "verrà catturato entro un mese". E ha promesso che, se lo prenderanno le loro milizie "lo terremo con noi alcune ore, lo interrogheremo, poi lo mostreremo alla nostra gente che è stata vittima dei massacri perpetrati dai suoi soldati. Quando sarà certo per tutti che Saddam non può più nuocere allora e solo allora lo consegneremo agli americani". I curdi sembrano avvantaggiati nella caccia a Saddam. Le loro milizie hanno avuto il tempo di addestrarsi sin dalla nascita delle province autonome alla fine della guerra del 1991. Conoscono bene il territorio di Mossul, dove sono stati catturati o uccisi anche una buona parte dei 55 super-ricercati (solo 15 restano "latitanti"). Ma non mancano le difficoltà di coordinamento con le truppe americane.
Dopo il vicepresidente Ramadan e il terribile Ali Hassan Majid, i miliziani dell'Unione patriottica del Kurdistan dicono di aver preso Mohammed Rashedd Dawudi, uno dei fedelissimi del dittatore, con il quale il raìs aveva contatti settimanali tramite un intermediario a Bagdad. Un ottimo aggancio per arrivare al ricercato numero uno. Ma, raccontano i curdi, i marines hanno perso tempo, gli ufficiali americani hanno fatto a gara per conquistarsi il merito dell'azione, e una buona occasione per catturare Saddam è irrimediabilmente sfumata.


   22 settembre 2003