
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 settembre 2003
Scontro
Ciampi resiste sulla Resistenza
apertura de il Manifesto
Il capo dello stato continua a correggere il premier E Casini e Rognoni fanno insieme l'elogio della magistratura
Per il terzo giorno consecutivo il presidente della Repubblica torna a esaltare i valori della Resistenza. Succede per i tanti anniversari di battaglie partigiane e per il ricordo dell'orrore nazifascista, in questo sessantesimo del settembre `43 (ieri il capo dello stato era a Boves, in Piemonte, dove ci fu una delle prime stragi naziste). Ma succede soprattutto perché Ciampi intende prendere le distanze dalle idee di Berlusconi sulla dittatura bonaria e il confino come vacanza. Così ogni volta che parla di Liberazione e di Costituzione, il messaggio di Ciampi non può che suonare come un freno alle capacità revisioniste e alle volontà riformatrici del presidente del Consiglio. Particolarmente esplicito è stato ieri il capo dello stato: «I giovani sono consapevoli che senza la Resistenza e senza il risorgimento questo paese sarebbe peggiore. La Resistenza è stato il modo in cui il nostro popolo ha conservato l'onore e il rispetto di se stesso. Noi non dimenticheremo mai coloro che furono vittime della sopraffazione nazista». Parole che sciaguratamente non faranno piacere al cavalier Berlusconi, così come non gli giungeranno gradite le opinioni espresse ieri ad Agrigento dal suo alleato Pierferdinando Casini, che ha elogiato il coraggio dei giudici ricordando il sacrificio di Rosario Livatino. E con il presidente della Camera, in difesa della «legittimità costituzionale» del potere della magistratura è tornato a farsi sentire anche il vicepresidente del Csm Virginio Rognoni.
L'abbraccio di Porta Pia
buongiorno di Massimo Gramellini su La Stampa
OGGI, come è noto, è il 20 settembre. Ma è il 20 settembre a non essere più molto noto agli italiani. Basta una gita fra gli ingorghi d'auto che circondano la statua del bersagliere a Porta Pia per ricevere le risposte più incredibili. Il nome di una strada. Il compleanno della Loren (vero, auguri). Una canzone di Battisti (no, quella è il 29). Persino «l'abbraccio di Porta Pia», che sembra presa di peso da un programma di Bonolis. La breccia, la breccia. Ma chi se la ricorda più? Massoni e radicali, gli unici a organizzare ogni anno uno straccio di commemorazione. Eppure il 20 settembre 1870, la data preferita da Montanelli, è il culmine del Risorgimento, il cardine dello Stato italiano, il sogno (per qualcuno l'incubo) di Roma Capitale: possibile che di queste cose ormai si occupi solo Bossi, e per coprirle di fango?
Bossi: "Roma Capitale? Un errore fatto dai Savoia e da Garibaldi"
"Per me la capitale è Milano", insiste il leader del Carroccio. Insorge Veltroni: "E' un insulto, il premier deve intervenire". Storace: "Bossi ululi pure, mi interessa quel che voterà".
su la Repubblica
ROMA - "La capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino". Umberto Bossi ridisegna la geografia istituzionale del Paese. Lo fa dalle pagine dell'edizione odierna del quotidiano La Padania, un'intervista in cui il leader della Lega e ministro per le Riforme istituzionali prende in esame, contestandolo, lo schema di modifica della Costituzione che riguarda le condizioni di autonomia, anche normativa, della capitale. Convinto che Roma capitale altro non sia che "la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi".
Affermazioni che non potevano passare inosservate, tanto meno agli occhi del primo cittadino di Roma: "Ora basta - ha commentato Walter Veltroni - il ministro delle Riforme istituzionali del governo italiano ignora di aver giurato su una Costituzione nella quale c'è scritto che Roma è la capitale dell'Italia". Più distaccato il governatore del Lazio, Francesco Storace: "Sul giornale del suo movimento, Bossi può ululare quanto vuole. Mi interessa di più quel che vota in consiglio dei Ministri".
"Roma era la capitale del Papa - dice Bossi nell'intervista a La Padania - ed è
incredibile come i massoni, che erano nati per ammazzare il Papa, arrivati a Roma invece di fare i fatti si sono messi a banchettare con l'oltretevere: è un banchetto che dura, ahinoi, da centocinquant'anni". "E logicamente - continua il leader leghista - con quadruplici morali e l'ipocrisia come normalità. Dovevano lasciarla a Firenze, la capitale, meglio ancora a Torino. Dovunque, ma non a Roma, dove c'è già un re: il Papa".
Quello delle norme di Roma "non è un diritto di serie C", ma "il diritto che interessa a noi - precisa Bossi - è la Padania, la sua libertà, i suoi soldi che vengono dal lavoro, e che sono sistematicamente derubati dal potere romano". Compito della Padania, dunque, è quello di "mettere i paletti alla fanfaronaglia centralista di chi sta in cima e di chi sta a mezza tacca".
La proposta di Milano capitale e la storia alla rovescia
Giorgio Bocca su la Repubblica
NELLA politica italiana già per suo conto scombinata e priva di stile il senatore Bossi introduce ogni tanto qualche battuta di schietta insensatezza plebea. Prima Roma ladrona, adesso Roma non più capitale a favore di Milano. A lui non importa che Roma sia stata per generazioni di risorgimentali, il sogno di una Italia unita dopo i secoli delle dominazioni straniere, la capitale millenaria del paese chiamato Italia, tale pensata dal Mommsen e da tutti gli stranieri che in lei si riconoscevano cittadini del mondo.
Non gli importa che una Italia senza Roma capitale sia stata impensabile persino dai Savoia, re montanari, che sia l'unica per cui si possano pronunciare benedizioni urbis et orbi senza cadere nel ridicolo, che sia a capo delle strade romee e di quelle consolari che fecero delle province il Paese dove il sì suona. Ridiscutere Roma capitale è una volgarità politica ma il mistero Bossi è proprio questo, che gli sia concesso di ripeterle queste imbecillità, che abbiano una risonanza. Non c'è italiano, salvo il senatur, che ignori che Milano è stata capitale per breve periodo dopo la riforma di Diocleziano mentre Roma lo è stata per millenni: dell'Impero dei Cesari e poi della Chiesa, dei Sacri romani imperi di sovrani germanici dalla barba bionda che scendevano in San Pietro per farsi incoronare.
Mio Dio c'è da arrossire a fare discorsi simili. A ricordare che Milano è padana, cisalpina, mentre Roma è il centro anche geografico del Paese, che Roma è una città bellissima mentre la Milano bella rischia di farsi ingoiare, nascondere dentro il vetro cemento degli uffici. Milano non è stata capace in questi anni neppure di diventare una degna capitale regionale, è una città a fisarmonica provinciale che ogni giorno raddoppia la sua popolazione e in quelli di festa viene invasa da moltitudini che danno l'assalto alle boutique della moda che hanno cacciato dal centro ogni altro negozio.
Il nostro demagogo tiene nonostante le sconfitte elettorali, resiste alla voracità di Berlusconi. Riesce a inventare un ricatto dopo l'altro perché c'è nella Padania leghista e non leghista nella Padania di quelli che "fanno e non parlano", una consonanza con l'ostilità berlusconiana verso la politica, dunque verso la capitale della politica, con il rapporto pendolare dei manager con valigetta squadrata che vanno nella capitale per tenersi buona la burocrazia, andata e ritorno in giornata, come faceva il professor Valletta che faceva il giro delle sette chiese ministeriali lasciando in ciascuna una busta rigonfia di banconote. Roma è ladrona nella misura in cui vi accorrono i ladroni di tutte le province italiane, ma almeno è bellissima e accogliente.
EX DEPORTATI
Più di 500 le firme all'appello dell'Aned
brevissime del Corriere
ROMA - Oltre 500 tra intellettuali e semplici cittadini hanno firmato l'appello dell'Aned, l'associazione degli ex deportati, che ha criticato l'incontro di Silvio Berlusconi con le comunità ebraiche italiane. Le frasi del premier su Mussolini, secondo l'Aned, hanno infatti leso i «valori generali della democrazia che riguardano tutti i cittadini» e non dunque solo gli ebrei. «L'uso strumentale dell'ebraismo per ottenerne l'indulgenza - si legge nell'appello, sottoscritto tra gli altri anche da Aldo Aniasi, Vittorio Foa, Corrado Augias, Miriam Mafai, Mario Pirani, Gad Lerner, Elvira Sellerio, Roberto Vacca, Gianni Vattimo - appare offensivo sia per la verità storica che per le sofferenze degli ebrei e di tutti gli italiani negli anni della dittatura fascista».
DOCUMENTO DI ASSOCIAZIONI E SINDACATI
Biagi firma un appello per modificare il ddl Gasparri
brevissime del Corriere
Enzo Biagi è il primo firmatario di un appello di quaranta tra associazioni, movimenti e sindacati per modificare il ddl Gasparri. Il comitato promotore, che comprende tra gli altri Fnsi, Cgil e Art.21, ha aperto le sottoscrizioni anche ai singoli cittadini. Ringraziando Biagi, il comitato sottolinea l'importanza dell'adesione «di un grande giornalista le cui capacità professionali sono indiscusse, anche se il servizio pubblico ha deciso di cancellare dal video un programma di successo come "Il Fatto"». A pochi giorni dalla presentazione dell'appello si registrano numerose adesioni alla richiesta di modifica del decreto.Tra le altre anche quella dell'Associazione amici di Raitre, «costituita dagli ascoltatori di un programma radiofonico di alta qualità "normalizzato" dall'attuale dirigenza della Rai». Nei prossimi giorni sono previsti incontri tra il comitato, i gruppi parlamentari della Camera, i partiti e altre associazioni. Sono in programma iniziative anche a livello europeo.
Affare Telekom, il "conte" Marini pagato e protetto dallo Stato
sommari de l'Unità
Lo ha detto lo stesso Igor Marini, supertestimone di Telekom Serbia, al giudice svizzero: sono nel programma di protezione italiano, prendo uno stipendio e sono protetto. Un rivelazione esplosiva, sulla quale il senatore Massino Brutti dei Ds vuole spiegazioni dal Ministero dell'Interno. Che nega, ma non può escludere sia nel libro paga di qualche apparato di sicurezza italiano
L'Onu a Israele: no all'espulsione di Arafat
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
Un pronunciamento che non avrà ricadute concrete e che tuttavia rappresenta un successo politico per i palestinesi e per Yasser Arafat. Le Nazioni Unite hanno chiesto a Israele la revoca della decisione di principio di espellere il presidente dell'Anp. L'Assemblea Generale ha approvato con 133 voti a favore, 4 contro (tra i quali gli Usa) e 15 astenuti, una risoluzione presentata dai Paesi del Gruppo Arabo. La risoluzione è stata approvata dopo che, a nome dell'Unione europea, l'ambasciatore italiano all'Onu Marcello Spatafora ha proposto un emendamento che «condanna gli attentati suicidi e la loro recente intensificazione» da parte di terroristi palestinesi e «deplora gli assassini extragiudiziari e la loro recente escalation» da parte di Israele.
Fuori dall'ufficialità, fonti diplomatiche americane al Palazzo di Vetro non hanno nascosto il disappunto per l'orientamento assunto dall'Unione Europea: «La questione cruciale non era emendare la bozza dei Paesi arabi, ma di non legittimare con un pronunciamento politico un leader come Arafat che ha lavorato per affossare ogni iniziativa di pace», si lascia andare una fonte Usa. Immediata, e di segno opposto, è la reazione dei diretti interessati. Israele considera «senza significato» la risoluzione adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiara Ranaan Gissin, portavoce del primo ministro israeliano Ariel Sharon.
Al disappunto israeliano fa da contraltare la soddisfazione palestinese. La vastità del pronunciamento rappresenta una chiara condanna politica operata dalla Comunità internazionale nei confronti della prova di forza minacciata da Israele contro il presidente Arafat», ribatte il negoziatore capo dell'Anp, Saeb Erekat. «Evidentemente per la stragrande maggioranza degli Stati al mondo Arafat è il legittimo presidente del popolo palestinese e come tale va trattato», gli fa eco da Ramallah Nabil Abu Rudeina, portavoce di Arafat.
Il voto europeo all'Assemblea Generale segna anche un altro fronte di polemica tra Gerusalemme e l'Ue. Un fronte che investe l'Italia e il presidente del Consiglio Berlusconi. Al centro del contenzioso è la realizzazione del Piano Marshall per la Palestina: un investimento di cinque miliardi di euro per un Piano quinquennale che possa dare un contributo concreto alla definizione di un «nuovo volto» per il Medio Oriente. Un «volto di pace». Un Piano che oggi il ministro Tremonti porterà a Dubai, in occasione di una riunione dei ministri finanziari del G8. Sul varo del Piano pesa come un macigno il no del governo Sharon che, senza mezzi termini, ha fatto sapere che i cinque miliardi di euro sarebbero equamente ripartiti tra le casse personali di Arafat e le varie organizzazioni del terrore.
Il nemico non e' il contadino ricco
Il fallimento di Cancun e i sussidi agricoli
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Il vertice di Cancun della Wto ( World Trade Organization ) è clamorosamente fallito. I new global e altri contestatori hanno gridato «vittoria», mentre la Wto grida al disastro. Non capisco la vittoria, ma nemmeno il disastro. O meglio, il disastro non è tanto nel nulla di fatto di Cancun, quanto nelle teste disastrosamente arretrate dei signori che «signoreggiano» i vertici sui destini del mondo. Prendo il caso cruciale, quello dell'agricoltura e specialmente del grano. Sull'agricoltura il punto dolente è che Stati Uniti ed Europa la sussidiano robustamente. Questi sussidi hanno sinora portato a una sovraproduzione che viene poi smaltita nel Terzo mondo a prezzi stracciati (dumping). Ma se l'accusa è che così affamiamo i loro poveri, allora questa accusa è inesatta. In realtà, a questo modo i poveri ricevono cibo sottocosto. In realtà, i contribuenti dei Paesi ricchi pagano una tassa (complessivamente di circa 300 miliardi di euro) che aiuta gli affamati del Terzo mondo a sfamarsi.
L'accusa corretta è che il nostro dumping strangola i contadini (i contadini, non i consumatori) dei Paesi poveri. Questo è vero. Pertanto il dumping deve essere impedito (e ci sono almeno due modi di impedirlo). Ma se la richiesta dei Paesi poveri è di eliminare i sussidi, allora questa richiesta è non solo improponibile ma anche stupida.
Dove vivono i signori di Cancun? Non sanno che esiste un effetto serra che riscalda il nostro pianeta, e che ne sta estremizzando il clima con effetti disastrosi anche e proprio sull'agricoltura? In Italia si prevede che la siccità di questa estate diminuirà i raccolti del 25%, e in Ucraina addirittura del 75%.
In nuce il problema è questo. Eliminare i sussidi significa, in Occidente, uccidere la propria agricoltura. Pertanto per aiutare l'agricoltura dei poveri, Europa e Usa dovrebbero affossare la loro. Perché? Un suicidio è sempre difficile da giustificare. E non può essere giustificato se si tratta di un suicidio esiziale per tutti. Perché l'agricoltura sussidiata dell'Occidente è la sola riserva alimentare (per tutti) in grado di resistere, forse, alle devastazioni climatiche. Ringraziamo che ci sia.
È bene che a Cancun non si sia concluso nulla? Sì, date le premesse di cui sopra. Però sarebbe male precipitare in un globalismo selvaggio e senza regole di scambio. E dunque dobbiamo tornare a negoziare. Ma su premesse nuove e abbandonando la autoflagellazione colpevolista nei confronti del Terzo mondo che oggi inebria il colto e l'inclita.
I Paesi ricchi sono tali per virtù e merito proprio, non perché hanno rapinato i Paesi poveri. Questi ultimi sono poveri perché malgovernati e perché sovrappopolati. In secondo luogo, è sbagliato e ingiusto sputacchiare sulle cosiddette lobby degli agricoltori e su un protezionismo agricolo dichiarato addirittura una «vergogna planetaria». I contadini non sono una lobby esattamente come non lo sono gli operai. Infine, eliminare i nostri contadini è abbandonare la campagna al dissesto idrologico. Il contadino «salva la terra».
Non ha esitato Guido Bertolaso...
brevissime del Corriere
ROMA - Non ha esitato Guido Bertolaso, capo del dipartimento della Protezione civile: «Ho visto opere idrauliche ridicole e troppe costruzioni abusive». E' corso nei luoghi del nubifragio siciliano e ha messo sotto accusa i troppi casi di abusivismo edilizio trovati lì. «La situazione non è certo delle migliori», ha detto. «Se una casa è costruita sul greto del fiume non si può chiedere ai vigili del fuoco di metterla al sicuro». Da queste frasi le polemiche. Quelle dei Verdi, per prime, con il deputato Marco Lion: «Bertolaso conferma le nostre denunce: il condono edilizio non solo sarà un regalo alla criminalità, produrrà danni all'ambiente e costerà moltissimo ai comuni, ma sarà una minaccia per la sicurezza dei cittadini». Dello stesso tono Ermete Realacci, deputato della Margherita («Quella di Bertolaso è una netta sconfessione della politica del condono del governo») alle quali ha replicato Maurizio Lupi, responsabile nazionale di Forza Italia per i Lavori pubblici: «Basta con le polemiche a tutti i costi ed evitiamo di strumentalizzare le tragedie».
Quelle case illegali sul fiume in secca dietro il disastro di Siracusa
Felice Cavallaro sul Corriere della Sera
SIRACUSA - Nella terra degli dei è il cielo a liberare i torrenti da montagne di frigoriferi arrugginiti, da carcasse di vecchie cucine, televisori e materassi, bombole, scooter e quanto non serve più, tutto ammassato fra sterpaglie e canneti cresciuti a dismisura, ostruendo i ruscelli di un tempo perduto, ormai ridotti a discariche. E gli dei di Siracusa fanno piazza pulita. Con la violenza di un nubifragio che avrebbe creato danni, ma non sconvolto l'esistenza di un popolo, se solo quell'acqua caduta giù come non accadeva da un secolo avesse trovato gli alvei di una natura oltraggiata.
Adesso le ruspe s'arrampicano sugli argini del Cefalino e ripuliscono quel poco che la furia devastante dell'acqua non ha trascinato contro case sventrate e muri divelti. Ma ha ragione Maurizio Scollo che abita a due passi dal torrente e che ha gridato invano per anni pure al municipio perché è consigliere di An: «Dovevate pulirli prima i canali. Intervenite quando il malato è morto?». E lo grida guardando impotente la devastazione di Tivoli, la campagna cresciuta attorno al Cefalino, un budello lacerato fra gli agrumi trasformati in paludi sommerse da una magma rossastro che scivola lento e spettrale verso la baia a due passi dal giardino di pietra, Ortigia.
Potrebbe essere il paradiso questa terra del mito. Ed è diventata l'inferno. Offesa dalle case costruite quasi sul letto del fiume. Anzi, con le strade d'accesso a ville e casolari che attraversano il corso naturale delle acque. E, considerata la siccità di sempre, tutti passavano sempre da lì, magari buttando fra i canneti popolati dai topi non solo i sacchetti di spazzatura ma anche il frigo in tilt, il vecchio divano, l'armadio irrecuperabile, tutto.
c'era pure chi sporcava o chi costruiva case abusive con i muretti schiacciati sull'argine, per guadagnare spazio. O per piantare gli ulivi dove non si può. Come accade di fronte al ristorante Tivoli, al centro di un'area dove sono spariti i canali di scolo un tempo paralleli alle stradine, i solchi che un cantoniere avrebbe dovuto controllare e ripulire. Ma con l'affanno dei suoi anni, cos'è accaduto lo spiega il titolare, Sebastiano Cultrera, capelli bianchi, scarponi infangati, accorato contro i vicini: «Questa è la terra dei prepotenti».
E racconta la storia di un cantoniere che chiude gli occhi quando il proprietario ricopre quei canali con camion di terra, pianta i nuovi alberi ed allarga il confine con una rete metallica, come fosse un gard rail.
Lo stesso finimondo che ha fatto rischiare la vita all'ingegnere Fausto Renda e alla moglie, lui il posto alla Erg, la raffineria di Priolo, lei da un anno sposa felice perché fino all'altra sera avevano una villetta da cartolina, palme e pini dappertutto, aiuole fiorite, luci soffuse sul prato all'inglese coltivato fin sull'argine del Cefalino. Ma, oltre il cancello ormai lanciato un chilometro più in là, avevano visto accatastare montagne di rifiuti ed ogni protesta è stata vana. Così il fiume, tappato dalla discarica, è esploso annegando quella casa mentre i coniugi s'arrampicavano sul tetto, infine salvati dai piloti di un elicottero della polizia in zona per caso, arrivato da Palermo per una operazione rinviata. Con sollievo dell'ingegnere che ancora ricorda le proteste lanciate al vento, fra le pieghe del Cefalino dove si arriva da una strada con un bizzarro divieto di transito, un cerchio rosso con scritto «Piena del fiume».
Chi passa può rischiare d'annegare. Un modo per cristallizzare il pericolo. Senza pensare a un ponticello. O a piccoli interventi. Mentre adesso scorrono i progetti milionari per curare il malato già morto.
20 settembre 2003