
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 30 agosto 2003
Massacri di pace
apertura de il Manifesto
Carneficina nella città santa sciita di Najaf, la peggiore dalla conquista dell'Iraq. Un'autobomba, la terza in pochi giorni, esplode al termine della preghiera del venerdì: oltre ottanta morti e centinaia di feriti. Tra le vittime il «grande ayatollah» Mohammed Baquer al Hakim, leader degli sciiti iracheni E poi l'attacco a un convoglio Usa, un'esplosione nei pressi della base britannica a Bassora, colpi anticarro contro una base bulgara. Mentre l'Iraq sembra sempre di più il Libano, a Londra per il «caso Kelly» si dimette Alastair Campbell, potente portavoce di Blair. Che crolla nei sondaggi.
Massacro a Najaf, la città santa degli sciiti
Autobomba alla moschea di Ali provoca più di cento morti, tra le vittime il «grande ayatollah» Al Hakim
Andrea Nicastro sul Corriere della Sera
NAJAF - Una marea di tuniche bianche riempie la strada. Le carcasse delle auto distrutte dall'attentato fumano ancora. In ginocchio sui gradini che portano alla grande moschea-mausoleo dell'imam Ali, genero del Profeta Maometto, un uomo si batte il capo con un frammento dell'altissimo muro di cinta danneggiato dall'esplosione. Colpisce ritmico, indifferente, mentre recita prega per l'offesa arrecata a questo luogo santo: il braccio si distende all'indietro, sale in alto e cade sopra la fronte. «Perdona Ali, perdona Ali». Il sangue ormai gli scende su tutta la faccia.
Il leader del partito religioso filo-iraniano, il Consiglio Superiore per la Rivoluzione Islamica in Iraq, è stato ucciso due ore fa. Alle 13 ora italiana a Najaf, la città sacra degli sciiti, sede di un'importantissima scuola coranica, proprio al termine della grande preghiera del venerdì. Era Mohammed Baker Al Hakim, 64 anni. Anzi il «grande ayatollah Al Hakim», come ripetono gli altoparlanti della moschea. L'ultimo dei suoi fratelli minori (gli altri cinque erano stati fatti assassinare da Saddam Hussein nel corso di 30 anni) fa parte del piccolo governo iracheno voluto dagli americani. Nell'attentato sono morte più di 100 persone, una parte del seguito dell'ayatollah, ma anche dei passanti. Questo assalto assomiglia a quello di pochi giorni fa contro la sede dell'Onu a Bagdad, in cui morì Sergio Vieira de Mello. In tutt'e due i casi è stata adoperata la tecnica dell'autobomba, probabilmente con un autista kamikaze a bordo. Allora come ieri è stato tolto di mezzo qualcuno che aveva deciso di aiutare e non ostacolare gli sforzi di ricostruzione americana.
In città la rabbia e il sangue che vengono dalla piazza dell'attentato sembrano aver invaso ogni vicolo. La polizia irachena ha chiuso l'enorme rotatoria che avvolge la moschea dell'imam Ali, ma è inutile, nessun'auto può passare attraverso la marea umana di tuniche bianche, di turbanti, di studenti delle scuole coraniche che vanno verso la cupola d'oro della moschea. Gridano, piangono, si battono il petto. E il loro giudizio è senza appello. «Al Hakim è con Allah. Morte al Baath», il partito di Saddam.
La moschea era ancora stracolma di fedeli quando Al Hakim è uscito da una porta riservata. Quattro Land Cruiser bianche lo stavano aspettando con il motore acceso. Nel suo discorso durante la preghiera, Al Hakim aveva condannato chi spara ai soldati Usa.
«Prima pacifichiamo il Paese, solo dopo potremo mandar via gli stranieri e portare l'Iraq sulla strada dell'Islam», ripeteva. Il tempo di immettersi sulla piazza e un'auto, secondo alcuni testimoni, si sarebbe lanciata contromano sul convoglio. A giudicare dai rottami, si direbbe una Chevrolet.
L'esplosione ha investito in pieno la jeep dell' ayatollah , ha dato fuoco ad altre otto vetture, compresa una della polizia che forse faceva da scorta, ha intaccato il muro di cinta della moschea e sgretolato il porticato di fronte, dove c'erano i lavandini per le abluzioni dei fedeli, un negozio di tappeti e uno di immagini sacre. Sull'asfalto bagnato dai pompieri ci sono le mattonelle di terracotta usate per le genuflessioni rituali.
L'ipotesi di una guerra intestina alle varie fazioni sciite è tutt'altro da scartare, ma a Najaf ieri nessuno ci pensava. Il pensiero era solo per lui, il tiranno invisibile. «Morte a Saddam. Morte a Saddam».
L'ultimo incontro: temo per la mia vita
Paolo Conti sul Corriere della Sera
«Tutti noi vogliamo tornare in Iraq al più presto possibile. È il nostro unico desiderio. Ma ci preoccupa la totale insicurezza. Non c'è più controllo del territorio, né a Bagdad né a Najaf», diceva al Corriere l'ayatollah Al Hakim in aprile. Poco dopo la caduta di Saddam, per la precisione la mattina del 13 aprile, il grande ayatollah Seyyed Mohammed Baker Al Hakim, punta di diamante dell'opposizione sciita al regime che aveva fatto di tutto per vedere la fine di quell'uomo, già progettava il rientro in patria, nella sua amata Najaf, dopo l'esilio cominciato nel lontano 1989. Lo fece capire chiaramente, quel giorno : anche lui temeva per la sua vita, una volta rientrato in Iraq.
Qualcuno in quelle ore aveva scritto in Occidente che il clan degli Al Hakim aveva contribuito ad armare la mano che avrebbe ammazzato a coltellate, proprio nel Mausoleo di Ali a Najaf, il clerico filo-occidentale Abdul Majid Khoei, tornato da quella Londra che tanto lo sosteneva politicamente. Ma Al Hakim precisò: «Sono molto addolorato per quegli avvenimenti. Perciò ho appena pregato». Impossibile non credere alla smentita, visto che aveva tirato in ballo il Misericordioso.
Lo avevo incontrato a Teheran in due diverse occasioni e con differenti atmosfere politiche. La prima volta il 23 febbraio, con un Saddam ancora al potere, e appunto il 13 aprile dopo la caduta di Bagdad. Il Grande Ayatollah riceveva nella sua villa-fortezza nel cuore di Teheran protetto da uomini della polizia, da gruppi di pasdaran iraniani e da personale dell'Armata di Badr, l'esercito sciita iracheno di fatto controllato dalla dinastia degli Al Hakim. Pistole e kalashnikov si sprecavano. Entrare nella villa, guardata a vista da due torrette blindate sulla strada, era un rito e un'impresa: accurata perquisizione personale, consegna preventiva di telefonini, macchine fotografiche e registratori. Le truppe delle tv avevano l'obbligo di consegnare le telecamere sei ore prima: era il segno del terrore degli attentati.
Terrore motivato: cinque fratelli e sette nipoti del Grande Ayatollah erano stati massacrati dal regime di Saddam e tutti temevano l'ennesimo attacco anche in terra iraniana.
Quel giorno di febbraio Baker dimostrò non poca preveggenza nella sua analisi politica: «Sarà una guerra breve, Saddam cadrà sicuramente, non ha più l'appoggio della popolazione». Promise con altrettanta chiarezza una dura resistenza da parte della «sua» armata da 100 mila uomini nel caso di una lunga occupazione e profetizzò, scandendo le parole: «L'Iraq sa come governarsi, un potere in mano agli Usa sarebbe una violenza. L'America potrebbe fronteggiare una rivolta ed essere poi costretta al ritiro. La storia lo insegna, capitò lo stesso agli inglesi dopo la prima guerra mondiale».
Il rito delle preghiere era rigorosamente rispettato e si svolgeva sui tappeti del salone attiguo a quello dei ricevimenti al cospetto delle foto di tutti gli Al Hakim martirizzati dal regime di Bagdad. Baker li scrutava uno per uno e poi si rivolgeva verso la Mecca. E lasciava che i visitatori occidentali assistessero. Aveva una spiccata simpatia per Giovanni Paolo II («Un grande leader spirituale»).
La guerra nella guerra
Siegmund Ginzberg su l'Unità
Poco prima che i missili cominciassero a piovere su Baghdad, tre esponenti dell'opposizione irachena in esilio erano stati invitati ad un incontro all'Ufficio ovale della Casa Bianca con George W. Bush. Raccontarono poi ai loro intimi che la cosa più imbarazzante nella conversazione col loro futuro «liberatore» era stata la curiosità con cui il loro interlocutore si era fatto spiegare come gli iracheni si dividessero in islamici sciiti e sunniti, e in quale proporzione.
Avessero fatto meglio i propri compiti prima di avventurarsi in Iraq, forse sarebbero meglio preparati al tipo di trappola, anzi labirinto esplosivo che li attendeva a Najaf.
L'autobomba che ha dilaniato nella moschea dell'Imam Ali, all'uscita dalla preghiera del venerdì, l'ayatollah Mohammed Baqer al-Hakim e oltre ottanta persone potrebbe rivelarsi il detonatore di una ben più immane polveriera, più difficile da stabilizzare di qualsiasi altro aspetto di un'occupazione e ricostruzione che si conferma molto più complessa, fragile e problematica di quanto fossero la guerra e la cacciata dal potere di Saddam Hussein. Con ripercussioni più gravi della guerriglia contro le truppe americane e i sabotaggi, persino dell'attentato che è costato la vita al rappresentante dell'Onu a Baghdad. Perché tocca uno dei nodi più delicati e sensibili dell'immane puzzle iracheno, e soprattutto, uno che non si può risolvere nemmeno mandandoci più soldati e più soldi.
Mohammed Baqer al-Hakim, leader dello Sciri (Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq), era un ayatollah che aveva trascorso 23 anni in esilio in Iran, addestrandovi sotto la protezione dei colleghi iraniani un numeroso esercito personale. Era tornato a Najaf, dopo la caduta del regime spingendo per una collaborazione critica con gli Usa. Si era fatto notare, nei giorni della guerra, emettendo una fatwa (decreto religioso) in cui invitava gli sciiti ad non opporsi ai marines. Pur diffidando di lui come troppo filoiraniano, gli avevano lasciato l'esercito privato. Lo scorso maggio era volato in America, accolto al Pentagono. Suo fratello Abdel Aziz al Hakim, anche lui ayatollah, è l'esponente sciita più in vista del governo ad interim a Baghdad, lo presiede. Appena domenica scorsa un'altra bomba era scoppiata contro la residenza di suo zio Mohammed Saed al Hakim, uno dei più influenti ayatollah supremi sciiti. Molti avevano attribuito la responsabilità degli attentati alla fazione sciita rivale, estremista e decisamente anti-Usa, del poco più che trentenne Muqtada al-Sadr, anche lui figlio di un famosissimo ayatollah fatto uccidere da Saddam. Lo stesso leader duro in ascesa i cui sostenitori avrebbero massacrato, il giorno dopo la presa di Baghdad, facendolo a pezzi con scuri e coltelli, l'ayatollah Abdul Majid al Kohei, un altro moderato, appena rientrato al seguito dei «liberatori» da un lungo esilio a Londra. Sarebbe un altro episodio della violentissima lotta per la supremazia tra gli sciiti, e in sostanza sul grado di «cooperazione» con gli americani, in cui sono impegnate le diverse fazioni. Gli analisti individuano tre componenti principali: il fronte considerato sostenuto dall'Iran, che comprende lo Sciri del leader assassinato, la Dawah ed Ezbollah (che hanno anche loro una rappresentanza nel governo ad interim); quello oltranzista dei Sadr; e il gruppo maggioritario, ancora in bilico tra cooperazione e opposizione violenta, che si richiama al grande ayatollah Ali Sistani. Dal punto di vista religioso, Sistani è quello che ha più credenziali. È anche lui di origine iraniana, ma con rapporti molto più freddi con chi è al potere a Teheran (ha appena invitato a Najaf l'ayatollah moderato Ali Montazeri, nemico storico, da posizioni moderate, di Khomeini).
Dopo i primi maldestri tentativi del suo predecessore Jay Garner, di promuovere gli sciiti graditi al Pentagono e ai neo-cons come Ahmed Chalabi, il nuovo proconsole Usa a Baghdad Paul Bremer si era sinora grosso modo attenuto al più prudente principio di «non mettere le dita tra sciita e sciita», lasciare che se la vedessero tra di loro. Non ci sono soldati americani a Najaf. Ma ora gli rimproverano di aver esagerato, che il principio di non ingerenza non andava inteso nel senso di non proteggere quelli più a rischio. Chalabi ha dichiarato che quel che è successo è colpa degli americani che non avevano fatto nulla per garantire un minimo di sicurezza nelle città sante dello sciismo iracheno.
La stragrande maggioranza della popolazione irachena, il 60% è sciita. Lo divennero nel XIX secolo, man mano che le tribù nomadi arabe si sedentarizzavano e si convertivano da sunniti a sciiti. Ma per gran parte del secolo scorso il potere politico è stato monopolio dei sunniti, benché siano solo il 17 per cento. Era stata questa la scelta dei britannici, che non si fidavano degli sciiti considerati troppo «estremisti», sino a Saddam Hussein e al suo particolare clan tribale, minoranza della minoranza sunnita. C'è anche un problema di risentimenti e timori di essere travolti da parte della minoranza sunnita. Ma impallidisce di fronte al fatto che gli sciiti sono anche loro divisi in decine di fazioni contrapposte che si contendono la supremazia nel dopo Saddam, con più asprezza di quanto si scontrino avversari e nostalgici del regime, arabi e curdi, curdi e turcomanni, arabi e cristiani, o le 152 tribù principali e gli oltre 2.000 sotto-clan in cui si dividono gli arabi. Tirar fuori una democrazia in Iraq senza gli sciiti è una contraddizione in termini. C'è chi sostiene che costruirla fondandola, come sarebbe ovvio, sugli sciiti sarebbe stato molto difficile anche se a Washington avessero fatto meglio i compiti prima di far la guerra. Figurarsi a questo punto.
Non resta che l'Onu
Igor Man su La Stampa
LA strage di Najaf è una tragedia politica. Questo Venerdì di sangue consumatosi nello spazio sacro che abbraccia la Moschea dedicata al profeta (sciita) Ali, rischia di aprire un buco nero nella vicenda bellica fortissimamente voluta da Bush, giusta la sua dottrina della «guerra preventiva». Guerra che, nelle intenzioni del presidente, con la sconfitta (annunciata) di Saddam Hussein avrebbe cambiato i connotati culturali dell'Iraq trasformando un paese oppresso dalla dittatura del Terrore in un laboratorio democratico. Il Tiranno è stato abbattuto; i suoi paranoici figliuoli sono stati fatti fuori con una procedura discutibile ma certamente efficace; il partito unico, quel Baath che si vuole socialista, è stato sciolto, l'esercito cancellato: in teoria s'erano stabiliti, a tempo di record, i presupposti del graduale passaggio dalla dittatura alla democrazia.
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Paradossalmente il problema non è Saddam bensì il popolo iracheno nel suo insieme. Odiava Saddam ma lo rispettava. Non odia (forse) gli americani ma li sconsidera perché la libertà che han portato si coniuga, ahimè, col mancato lavoro, col deficit dei servizi, col caos. In codesto caos galleggia il governo provvisorio, una «minestra del convento» dove in teoria tutti sono rappresentati ma in fatto non rappresentano nessuno.
Con una eccezione: l'ayatollah Mohammad Baqir al-Hakim, il capo riconosciuto e rispettato della Rivoluzione islamica in Iraq (Asrii), leader spirituale degli sciiti che sono il 63 per cento della popolazione. Ebbene, l'autobomba di Najaf lo ha ucciso. Era lui il bersaglio da colpire.
Perché? Forse perché dopo anni di «incomprensioni», fra di lui e gli americani s'era stabilita una buona intesa? Troppo facile. Perché la fazione diciamo oltranzista dello sciismo iracheno, quella che fa capo al carismatico (secondo i parametri locali) Moqtada Sadr, giovine rampollo del famoso ayatollah Sayd Mohammed Baqr al-Sadr assassinato da Saddam, perché appunto gli oltranzisti lo giudicano un pericoloso «concorrente»? Probabile.
Abbiamo già scritto che l'Iraq non è la Somalia. Forse siamo stati precipitosi. Il caos iracheno infatti, dopo la strage di ieri potrebbe degenerare in uno scontro fra «signori della guerra» di matrice sciita, di matrice sunnita. Saddam riusciva a tenere a bada tribù e confessioni religiose. Non senza difficoltà ma con un'arma vietata agli americani, a chiunque andasse laggiù a dargli una mano: il Terrore. Periodicamente in alternanza con la corruzione.
Che fare? Non resta che ricominciare da capo. Ricorrendo alla vecchia collaudata Onu coi suoi eroici Caschi Blu. «L'Onu è una finzione», dicono. Ma quando si decide di far mostra di credere il contrario, la finzione finisce col tradursi in un «qualcosa» che conviene a tutti. La politica, persino quella planetaria, è fatta anche di fatti formali. Di convenzioni. O l'Onu o il caos, dunque? Forse.
Il Wto approva l'accordo sui farmaci salvavita
su l'Unità
I 146 Paesi membri dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) hanno formalmente approvato a Ginevra l'accordo sui farmaci salvavita.
L'intesa sui farmaci approvata dopo innumerevoli rinvii e colpi di scena, mira ad agevolare le importazioni, da parte dei paesi poveri privi di industria farmaceutica, di farmaci generici a buon mercato grazie a specifiche deroghe al diritto sui brevetti.
«È un accordo storico per la Wto», si è rallegrato il direttore generale dell'organizzazione Supachai Panitchpakdi. «L'ultimo pezzo del puzzle è andato a posto. L'intesa - ha aggiunto - costituisce una prova del fatto che la Wto può anche gestire questioni umanitarie e non solo commerciali. È stato difficile. Il fatto che i membri della Wto abbiano raggiunto un compromesso su questa complessa questione è la prova della loro volontà».
L'intesa sopraggiunge a pochi giorni dalla conferenza ministeriale della Wto in programma a Cancun (Messico) dal 10 al 14 settembre.
Ma c'è chi non fa salti di gioia. Come i Medici Senza Frontiere e l'Oxfam, organizzazione internazionale di assistenza umanitaria, secondo i quali l'accordo non costituisce una risposta adeguata al problema dell'accesso dei medicinali a buon mercato per i paesi poveri.
«La decisione odierna mira a rassicurare gli interessi dell'industria farmaceutica statunitense e occidentale - ha affermato Ellen 't Hoen dei Medici senza frontiere - Purtroppo non favorisce gli ammalati poveri. Le regole sui brevetti continueranno a fissare i prezzi delle medicine».
L'obiettivo iniziale delle trattative era di facilitare l'accesso ai generici ai paesi poveri, ricordano Oxfam e Msf in un comunicato pubblicato a Ginevra, «ma l'intesa ha aggiunto nuovi ostacoli legali, economici e politici».
La rivoluzione copernicana
il patto tra Prodi e D'Alema
Massimo Giannini su la Repubblica
"SUBITO il Partito riformista europeo". Dissolti in un tardo pomeriggio d'agosto cinque anni d'incomprensioni pubbliche e di rancori privati, Romano Prodi e Massimo D'Alema si sono incontrati a Roma. E hanno deciso, finalmente insieme, di azzardare un'autentica "rivoluzione copernicana" nel centrosinistra. Destinata, in caso di successo, a cambiare radicalmente il quadro politico. Non la lista unitaria delle sigle uliviste per le prossime europee. Molto di più: un partito unico, la casa comune di tutti i riformisti. Una sola, grande forza politica da far nascere adesso, e capace di aggregare almeno il 35-40% dei consensi elettorali.
Due ore. Sono bastate due ore di colloquio, tra il presidente della Comissione Ue e il presidente dei Ds, per ritrovare una sintonia politica e una simpatia umana che gli scontri e le asprezze del passato sembravano aver incrinato in modo irreparabile. Non è stato così. "Sono molto contento - ha detto D'Alema, appena uscito dal faccia a faccia - perché è stato un colloquio corretto e cordiale...". "Di più - ha commentato Prodi, ragionando con i suoi collaboratori di Bruxelles - è stato un colloquio veramente cooperativo".
Anche la forma conta, nei rapporti sempre troppo velenosi del centrosinistra di questi anni. Ma in questo caso, conta ancora di più la sostanza politica. Perché i due hanno convenuto su un'esigenza comune e condivisa: imprimere una svolta allo stentato cammino ulivista di questi mesi. Tutti pensavano che al centro del tavolo, nel dibattito interno alla coalizione, ci fosse la proposta lanciata proprio da Prodi, nel mese di luglio: una lista unitaria per le europee, che raggruppasse sotto lo stesso simbolo tutte le sigle dell'alleanza, e che riproducesse una forza centripeta verso i partiti e una forza attrattiva verso gli elettori, sulla scia dell'esperienza dell'Ulivo del '96. Rutelli l'aveva rilanciata, Amato l'aveva caldeggiata, le forze minori l'avevano respinta. Ma questo, in fondo sembrava il tema. E invece era un altro.
Il tema vero, anche se "coperto" vista la sua delicatezza, era un altro: aprire subito un "cantiere", per dar vita al Partito riformista europeo. Mettere insieme i Ds, la Margherita, lo Sdi, e tutti quelli che decidono di starci, dentro una sola "casa comune" del centrosinistra. Riformista, europeista, e soprattutto in grado di sfilare il governo del Paese alla Casa delle Libertà. Prodi e D'Alema ci ragionavano da tempo. E le rispettive diplomazie, in questi mesi, avevano lavorato segretamente. Attraverso incontri discreti e telefonate riservate avevano istruito la "pratica". Avevano preparato l'incontro di ieri. Così, quando il presidente della Commissione Ue e il presidente della Quercia si sono seduti uno di fronte all'altro, sapevano esattamente qual'era il "piatto forte" nel menù del giorno.
"Caro Romano - ha esordito D'Alema - io voglio che sia chiara una cosa. Io non ho cariche operative, non tratto su liste, non sto qui a negoziare nulla. Queste cose spettano a Fassino, non a me. A me interessa solo una cosa: far sì che il centrosinistra, stavolta unito per davvero, torni al governo, e che tu ne sia il leader". "Caro Massimo - gli ha risposto Prodi - su questo obiettivo non possiamo che essere d'accordo. E' anche per questo che ho voluto smuovere le acque per primo, con la proposta sulla lista unitaria...".
Ma a quel punto, è emersa una valutazione unanime. "La proposta è servita, ma come hai visto sono venuti fuori i soliti distinguo...", ha detto il leader diessino. "A questo punto - ha convenuto il Professore - serve una spinta ulteriore, una motivazione molto più forte". E questa "spinta ulteriore" non può che essere "un solo, grande partito riformista". "Perché vedi - è stata la riflessione ulteriore di D'Alema - tentare una forzatura solo per mettere in piedi un altro "cartello elettorale" per le europee di giugno 2004 non conviene a noi, e non basta a riscaldare il cuore della nostra gente. Per questo, stavolta, serve davvero un traguardo più ambizioso: uniamo le forze, e facciamo un partito unico...". Prodi ha dato via libera, convinto: "Sono perfettamente d'accordo: è chiaro, non dobbiamo e non possiamo nasconderci le difficoltà, che ci sono e che ci saranno...".
Quello che importa, è che c'è piena intesa sulla questione di fondo: bisogna tentare. E bisogna farlo subito. Il dado finale l'ha tratto D'Alema: "Dobbiamo avere chiaro l'obiettivo finale: se ci mettiamo assieme, e se riusciamo a farlo coinvolgendo anche altri alleati, possiamo puntare a un partito che parte dal 35-40%. Su questa base, con la forza gravitazionale di una formazione politica finalmente unitaria nei programmi e negli organigrammi, possiamo veramente battere Berlusconi...".
Nonostante le ruggini del passato, ci avevano già provato più di una volta, a mettere insieme il centro e la sinistra. Nel giugno del '99, con D'Alema a Palazzo Chigi, Romano lanciò la proposta proprio su questo giornale: "Ho proposto ai leader dei Ds la formazione di un soggetto politico unitario: sono stato respinto, ma non rinuncio...". Il giorno dopo arrivò la risposta di Massimo: "Se i democratici vogliono noi siamo pronti, ma sia chiaro che la nostra casa è il socialismo europeo...". Non se ne fece niente. Caduto Prodi, se ne andò poco dopo anche D'Alema. Un anno e mezzo più tardi il Polo vince le elezioni, e l'Ulivo andò in pezzi.
Oggi gli stessi protagonisti di allora hanno deciso di rimettere insieme quei cocci. E di farlo fino in fondo, sciogliendosi addirittura nello stesso partito. Speriamo che sia la volta buona. Per il bene del centrosinistra e dell'Italia.
Il falso di guerra
Valentino Parlato su il Manifesto
Tony Blair ha reagito alle accuse come era prevedibile reagisse: come tutti i capi politici stretti nell'angolo, usando la forza della posizione politica. Ha negato, e arrogantemente si è assunto tutte le responsabilità, anche quella di aver fatto il nome di David Kelly, che è invece del ministro della difesa. A noi italiani fa tornare alla mente il comportamento di Mussolini, in estrema difficoltà dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti: anche lui, alla Camera, si assunse tutte le responsabilità e questa assunzione di responsabilità portò a ulteriori limitazioni delle libertà nel nostro paese. Se le accuse che mi si fanno fossero vere - ha detto Blair - (ma la Bbc rifiuta fino ad ora di far marcia indietro) mi sarei dimesso e poiché non mi dimetto debbo essere considerato innocente: una logica assai stringente.
La vicenda Blair, per ora, è finita come doveva finire, ma sollecita almeno tre considerazioni aggiuntive. La prima è che non c'era nessuna ragione di fare la guerra all'Iraq se per farla si è dovuto far ricorso a falsità clamorose, del capo dei servizi John Scarlett (che ovviamente si è assunto tutte le responsabilità in attesa di una promozione) o di Tony Blair conta poco. Il falso è clamoroso e sulle armi di distruzione di massa e sui 45 minuti (neppure l'arrotondamento a un'ora) entro i quali Saddam avrebbe fatto la fine del mondo. La seconda è che la guerra - come sempre nella storia - limita libertà e democrazia nei paesi belligeranti. L'innocenza di Blair diventa un dovere patriottico, quasi come il famoso «taci il nemico ti ascolta».
La terza considerazione è che la guerra dell'Iraq, lungi dall'esser finita, continua a far vittime e non solo in Iraq. Blair ieri ha potuto far l'arrogante, sicuro di sé e del suo mandato di governo, ma è in caduta verticale di popolarità, molto di più di quanto non lo sia il suo superiore Bush. Ieri sera anche nella nostra televisione abbiamo visto le manifestazioni di Londra, e nel Labour cresce l'insofferenza.
La scuola cambia nome: il cantautore invece della vittima Br
A Roma l'istituto «Fabrizio De Andrè» al posto di «Licio Giorgieri», generale assassinato
Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera
È nata ieri una polemica, in un consiglio circoscrizionale romano, a proposito del fatto che una scuola media intitolata a Licio Giorgieri, il generale dell'Aeronautica assassinato da terroristi dell'Unione comunisti combattenti nel 1987, ha approfittato qualche tempo fa della fusione con un altro istituto per mutare il proprio nome in «Fabrizio De Andrè». Dietro la sconcertante cancellazione possiamo supporre l'intenzione di rendere più «appetibile» la scuola agli occhi delle famiglie e degli alunni. E dunque possiamo supporre una corrività a seguire le mode, un atteggiarsi giovanilistico che denunciano la sostanziale rinuncia alla propria funzione educativa. Si fatica perfino a immaginare la discussione che, magari minima, vi sarà pure stata nel consiglio d'istituto che prese la decisione, gli «argomenti» utilizzati: qualcuno avrà osato osservare che Giorgieri era «superato»? Qualcun altro avrà forse proposto Lucio Battisti?
Non è da escludere che gli insegnanti che parteciparono alla decisione di cancellare il nome di una vittima del terrorismo siano poi gli stessi che davanti agli alunni non perdono occasione di esaltare le virtù della «memoria», la necessità di non dimenticare il passato, e così via, secondo quella che rischia di diventare una nuova retorica, superficiale e falsa come tutte le retoriche.
Ma infine, se vogliamo trarre una piccola lezione da questo piccolo episodio, dovremo forse incominciare a interrogarci sulla qualità del nostro corpo docente.
E' mai possibile che in quella scuola di Roma, quando si è trattato di cambiare la denominazione, tutti gli insegnanti avessero smarrito la bussola? Che nessuno abbia detto le cose che andavano dette?
30 agosto 2003