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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 28 agosto 2003


Il sorpasso
Più morti in «pace» che in guerra. Con l'uccisione di un soldato nell'attacco a un convoglio blindato, salgono a 140 le vittime americane nei quattro mesi del «dopoguerra» contro le 138 nelle sei settimane di conflitto. E il consenso di Bush precipita nel pantano iracheno
apertura de
il Manifesto


Il numero dei soldati americani caduti dopo la «fine delle ostilità» ha superato quello dei morti in guerra. Ieri una bomba esplosa al passaggio di un convoglio americano sulla strada per Najaf ha ucciso un soldato Usa e ne ha feriti altri due, e solo l'intervento degli elicotteri ha salvato il resto del convoglio dall'attacco, mentre un altro soldato è morto in un incidente. E' la vittima americana numero 140 dal primo maggio scorso, cioè da quando il presidente Bush ha dichiarato conclusa la fase di «major combat». In sei settimane di guerra gli Usa avevano perso 138 soldati. Il Bush che aveva dichiarato conclusi i combattimenti era un presidente che sfiorava le sue massime percentuali nei sondaggi, vincitore di una guerra che sembrava davvero lampo, condotta in base a prove della pericolosità del nemico definite schiaccianti. Quello che ieri ha lasciato il ranch texano di Crawford per imbarcarsi in un urgente giro di raccolta fondi elettorale è invece un presidente in crisi di gradimento, messo in croce dallo stillicidio quotidiano dei marines uccisi in Iraq più ancora che dalle introvabili «smoking gun», le pistole fumanti delle armi di distruzione di massa, che in quattro mesi di controllo americano del paese non sono state ancora trovate.

L'Iraq è una rischiosa polveriera per i 140mila militari americani in Iraq e i 20mila tra britannici e di altri paesi, e tra gli ostacoli che le truppe incontrano ci sono anche le loro stesse cluster bomb: un funzionario del Pentagono ha dichiarato al Wall Street Journal che le micidiali piccole mine di cui sono composte le cluster bomb, a parte fare strage di civili, «stanno creando zone inaccessibili anche a noi. Non avevamo considerato questo problema».

E la guerra, o la crisi della guerra, è diventata un tema centrale anche nella politica americana. Attaccato da molti lati, Bush sembra aver deciso di non inviare altre truppe in Iraq ma di chiedere altri tre miliardi di dollari per la campagna irachena. Il principale avversario di Bush tra i democratici sembra essere diventato l'ex governatore del Vermont Howard Dean, avversario della guerra in Iraq e autore di una raccolta fondi da record. Dean lo ha attaccato direttamente durante un comizio tenuto a pochi chilometri dal ranch texano: «Bush è tutto cappello e niente bestiame», ha detto l'emergente democratico.


L´altra America rialza la testa
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON - DAL profondo della storia americana scossa da un altro immenso dilemma militare e politico (ieri altri due soldati uccisi in combattimento, siamo a 142 nel tempo della pace incompiuta), comincia a riaffiorare puntuale la linea di frattura storica che sempre si muove nei momenti difficili e segnala un possibile, radicale cambio di clima. Non sono la banalità dei dissensi tra falchi e colombe o i battibecchi tra le parrocchie di maîtres à penser, ma è la faglia fondamentale fra l´anima "pragmatista" e l´anima "idealista" degli Stati Uniti d´America, che l´intervento in Iraq ha riaperto.
Per due anni ormai quasi esatti, sulla carica emotiva enorme del´11 settembre, ha dominato in maniera comprensibile e schiacciante l´anima "idealista", quella cultura, antica e radicata del "destino manifesto" (annessione del Texas nell´800), del «rendere il mondo sicuro per la democrazia» (Woodrow Wilson nel 1915), del «pagare ogni prezzo e portare ogni peso» (Kennedy 1961). Ma arrivati al 120° giorno di un´occupazione incompetente e vacillante, un tempo che la comunicazione globale istantanea rende già lungo, ecco che l´anima "pragmatista" ricompare, nei sondaggi sempre più perplessi, nella perdita di tensione e di mobilitazione.
La trasformazione politica della intera cultura e della storia araba e musulmana secondo i nostri modelli e la costruzione civile e materiale dell´Iraq da zero (non "ricostruzione" come fu in Italia, Germania o Giappone) costeranno somme mostruose, 1 miliardo alla settimana per la truppa, 16 miliardi di dollari per rendere bevibile l´acqua, 2 miliardi per ridare elettricità, avverte il proconsole Paul Bremer che ancora ieri pubblicava ottimistici libri dei sogni per ordine dei suoi boss, anni di impegno e di fatica per insegnare come si elegge un consiglio comunale o come si organizza un tribunale civile.
Finalmente, dopo tante bugie, si intravedono tutta l´enormità e la presunzione ideologico-idealista di questo impegno non solo di nation building, ma di world building. Infatti arrivano subito, dai Kristol, dai Kagan e dai teorici della vecchia destra oggi ribattezzata nuova che sente muoversi la terra sotto i piedi, appelli nervosi a non mollare, a stanziare più soldi ignorando il canyon dei 480 miliardi di deficit fiscale già spalancati dalla recessione e dalla detassazione, a moltiplicare "gli stivali sul terreno" come dicono i generali, a cercare altri obbiettivi, perché questo non basta. Sono tutti sintomi sicuri che l´occupazione sta andando male, fino a indurre lo stesso Bush a una promessa non richiesta che suona come una confessione di incertezza: «Noi non ci ritireremo».
L´idealismo della "eccezionalità" americana e dunque della sua missione provvidenziale anche se condotta a cannonate o a suon di golpe, è sempre stata la matrice nobile e spirituale dell´interventismo, molto più dei profitti delle multinazionali, che pure tanto abbagliano l´antiamericanismo. E nessuna delle due anime, attraverso la storia, ha mai trovato un ospite permanente negli schieramenti partitici. Democratici e Repubblicani, nel XX secolo, si sono alternati nella parte dell´isolazionista cinico e poi dell´idealista ottimista, assumendo a turno l´anima opposta, appena l´altro si cacciava nei guai.
Questo spiega perché, in questi giorni, mentre la sabbia dell´estate araba promette di diventare fango, la confusione e l´incompetenza dimostrate nel combattere per la pace stiano riesumando gli zombie del partito Democratico, senza bussola, senza leader, senza programmi e senza anima. Il pasticcio iracheno sta trapiantando un´anima, quella pragmatica, nel corpo esangue dei democratici. Con l´emergere inaspettato del candidato che tutti dicono non può vincere e verosimilmente non vincerà, di quel Howard Dean del Vermont che intanto guida tutti i sondaggi e tutte le raccolte di elemosine elettorali tranne Bush, gli "idealisti" della sinistra si scoprono di nuovo "pragmatisti". Chiedono quanto costerà l´avventura, quanto durerà, quanti morti e quanti nemici tra le nazioni procurerà.
Domandano di abbassare la cresta e tornare all´Onu, per internazionalizzare la missione e dunque distribuire, cinicamente, pragmaticamente, i problemi e i costi anche sui contribuenti europei.



Usa, un deficit record la guerra costa troppo
Ricostruzione, esercito: buco da 480 miliardi di dollari
(m.m.) su
la Repubblica

NEW YORK - Altri due soldati morti, instabilità dovunque. L´avventura irachena ha tempi e costi che nessuno riesce neppure più a calcolare, per cui nessuna previsione è «esagerata», dice il governatore mandato da Washington, Paul Bremer. Nel giorno in cui i militari uccisi salgono a 281 - 142 dopo la «fine» della guerra - gli Usa tentano una nuova chance per uscire dal labirinto. «Si sta esplorando la possibilità di costituire una forza multinazionale sotto l´egida dell´Onu a condizione che un generale americano sia il comandante», ha annunciato Richard Armitage.
E´ il tentativo, che viene da uno dei capi dei neoconservatori, l´ala più dura nel governo Bush, di superare l´impasse su una forza multinazionale che alleggerisca gli sforzi dei 150 mila angloamericani. Kofi Annan non ha chiuso all´ipotesi di trasferire la missione sotto le bandiere Onu e l´America potrebbe mantenere il comando in quanto maggior fornitrice di truppe. Il problema è però trovare altre nazioni che inviino soldati. Washington lo chiede finora senza esito, moltiplicando le pressioni.

Il tema delle spese per la ricostruzione del paese e per il mantenimento della fporza militare è divenuto centrale nella vita politica americana. «Occorreranno diverse decine di miliardi di dollari per ricostruire l´Iraq»; ha spiegato Paul Bremer, amministratore sa a Bagdad. E l´ufficio del congresso americano che si occupa del disavanzo pubblico ha fatto sapere che il deficit statale, per il 2004, è stimato attorno alla cifra record di 480 miliardi di dollari.
Il clima difficilissimo in Iraq si fa sentire su tutti. Dopo la World Bank che stava studiando i piani di ricostruzione, anche la Oxfam, organizzazione non governativa britannica impegnata in attività di risanamento idrico, ha ritirato il proprio staff dal Paese, in cui persino la Croce Rossa ha fortemente ridimensionato la propria presenza. E mentre i muri di Bagdad venivano tappezzati dagli Usa con manifesti di Saddam Hussein e i 25 milioni di dollari di taglia, l´ayatollah Mohammed Baqir al Hakim, capo spirituale degli sciiti, ammoniva che «i nemici devono presto lasciare l´Iraq».


Tornando da Gerusalemme
«Ogni popolo guardi il dolore dell'altro E la pace sarà vicina»
Carlo Maria Martini* sul
Corriere della Sera

Torno da Gerusalemme avendo ancora negli orecchi il suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze dopo il terribile attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto dentro di me non è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si estende a tutti gli atti di
violenza, da qualunque parte provengano. È una parola più profonda e radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo: non fabbricarti idoli! Questa parola risuona nella Bibbia a partire dalle prime parole del Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla Genesi all'Apocalisse.
È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui.
Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler «usare» la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.
Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo. Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.
Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice tante volte la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex - terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: "non vedevamo più il
volto degli altri".
Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine
distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7).
Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata
nell'immagine sfigurata dell'uomo.
Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte allusione il Papa Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza. È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace. Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche, per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo mondo che
si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro
contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.
Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per
dividere le parti contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.
Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace.
Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi.
Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.

*cardinale


Arafat: "Ripristiniamo la tregua"
Il presidente dell'Anp esorta i gruppi militanti a ripristinare la tregua con Israele. Il governo Sharon: occorrono garanzie, prima va debellato il terrorismo. Hamas: parole pericolose.
documentazione di Giulia Crivelli su
Il Sole 24 Ore

Il presidente palestinese Yasser Arafat ha emesso oggi un comunicato nel
quale esorta i gruppi militanti a ripristinare la tregua con Israele.

"Posso ancora controllare i militanti"
In una intervista concessa oggi alla Reuters, il presidente palestinese ha
ricordato che già in passato ha saputo ordinare gli arresti di esponenti di
Hamas e di altri gruppi militanti.

La notizia data dall'agenzia Reuters (in inglese)

Il sito dell'agenzia stampa palestinese Wafa (che riporta a sua volta le
parole di Arafat, in arabo, inglese e francese)
È disposto a farlo di nuovo, ha ribadito, ma non in presenza di ripetuti
attacchi israeliani. «Non sono disposto ad alimentare una guerra civile fra
i palestinesi - ha detto il Rais. - Sono disposto a far rispettare la legge,
a condizione che Israele cessi i propri attacchi».

Il fallimento della tregua è "di Israele"
Nell'intervista Arafat ha imputato ad Israele la responsabilità del crollo
della tregua estiva. «Noi siamo impegnati alla pace, Israele no» ha
affermato. Dal tono dell'intervista è apparso evidente ad alcuni
commentatori che Arafat si presenta come l'unico esponente palestinese in
grado di riportare l'ordine nei Territori. Ma da Israele giungono già
reazioni gelide. Fonti politiche israeliane, citate da radio Gerusalemme, lo
hanno implicitamente messo in guardia dall'intralciare il lavoro del governo
di Abu Mazen. «Se Abu Mazen dovesse cadere nei prossimi giorni mediante un
voto di sfiducia al parlamento di Ramallah - hanno detto queste fonti -
Israele non negozierà con alcun governo in cui siano Arafat o i suoi
emissari diretti a dare il tono».

Il governo Sharon: "Prima occorre debellare il terrorismo"
Immediata la replica del governo Sharon: prima di prendere in considerazione
il cessate il fuoco evocato da Arafat, Israele vuole constatare che i gruppi
armati palestinesi siano stati effettivamente disarmati. Il vicedirettore
generale del ministero degli Esteri israeliano, Gideon Meir ha spiegato che
«la posizione di Israele non è mutata. Fin dal primo giorno del cessate il
fuoco, il ministro degli esteri Silvan Shalom ha avvertito che si trattava
di una bomba ad orologeria, cosa che è risultata vera». «I palestinesi
devono realizzare quanto previsto nel primo capitolo dal Tracciato di pace -
ha proseguito il diplomatico - e devono dunque disarmare i gruppi
terroristici. Che scelgano dunque: o la pace con Israele o la pace con le
organizzazioni terroristiche». Le dichiarazioni di Meir sono riportate da
Ynet, il sito online di Yediot Ahronot.

Rantissi (Hamas) critica Arafat
Ma immediata è stata anche la reazione di Abdel Aziz Rantissi, uno dei
principali dirigenti politici di Hamas, che ha definito «pericolose» le
parole usate dal presidente dell'Autorità palestinese Yasser Arafat per
esprimere la sua disponibilità a prendere misure contro i movimenti radicali
islamici palestinesi. In un'intervista telefonica con la tv qatariota Al
Jazeera, Rantissi ha affermato che Arafat ha di fatto detto al premier
israeliano Ariel Sharon che i palestinesi «sono pronti a uccidersi l'un
l'altro». «Una frase del genere significa far capire a Sharon che le sue
uccisioni di palestinesi hanno dato frutti. Ecco perchè dico che sono parole
pericolose, veramente pericolose».


«Quella roba lì» non è migliorabile
A proposito del premierato nato in Cadore
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Per il ministro delle Riforme, Bossi, la riforma dello Stato e del governo sono «quella roba lì». In concreto quella roba lì sono le riforme delineate nei giorni scorsi in Cadore da quattro autoproclamati Saggi. Ma si tratta di roba, o di robaccia? Di primo acchito mi è sembrata robaccia. Però Angelo Panebianco ne scrive (il 25 agosto) che «il progetto in sé non è malvagio», e così scrivendo mi ha messo in crisi. Robaccia o non robaccia? Pensa e ripensa, non sono riuscito a cambiare idea. Mi dispiace. I temi in discussione sono cinque: premierato, a chi spetta sciogliere le Camere, devolution (a Bossi quella «roba lì» piace in inglese), riforma della Corte costituzionale, Senato delle regioni. Sono temi ponderosi: ma niente paura.

La nozione di premierato indica un capo del governo forte in grado di imporsi ai suoi ministri e anche a un Parlamento recalcitrante. Per esempio, se Berlusconi divenisse un premier cosiffatto, potrebbe tranquillamente convocare Bossi dicendogli «levati dai piedi» (in verità lo potrebbe fare
anche senza premierato), e potrebbe altresì dire al Parlamento di sostenerlo alla bulgara (esattamente come già avviene quando lui lo ordina). Ma anche se Berlusconi non ha bisogno di rinforzi di potere - ha già, di fatto, più potere di qualsiasi premier al mondo - in linea di principio resta vero che il premierato sarebbe «roba buona» se fosse un premierato ben capito e ben
congegnato. Già, ben congegnato.
Per creare un premierato «forte» le proposte sono tre: 1) indicare il nome del premier designato sulla scheda di voto, 2) proteggerlo con norme anti-ribaltone, 3) attribuire al premier il potere di sciogliere il Parlamento. La prima proposta equivale a creare una elezione diretta del
premier; e non è affatto vero che sia ispirata dall'esperienza inglese o tedesca. No, qui la ninfa Egeria è il già strafallito «modello israeliano».
La seconda proposta è un inedito esclusivamente casereccio (non esiste in nessun altro Paese).

La terza proposta è invece una trovata recente. E qui l'obiezione è che togliere il potere di
scioglimento delle Camere al capo dello Stato per passarlo al capo del governo squilibra pericolosamente gli equilibri costituzionali, e cioè il costituzionalismo come sistema di freni e contrappesi. Né convince la risposta che anche il capo dello Stato sarà rinforzato. Come? Togliere cento per aggiungere dieci non lo rinforza di certo.
Panebianco invita l'opposizione a cercare punti di accordo con il governo. Giusto. Ma, ribatte Stefano Passigli (Ds), «su un premier che è figura inesistente in qualsiasi sistema istituzionale, su un sistema che non è né parlamentare né presidenziale, su una figura di premier che grazie al potere di scioglimento ha una sorta di potere senza limiti», su queste basi, non c'è punto di incontro possibile. La robaccia non può essere migliorata. Deve essere buttata via.


Woody il genio rassegnato
Lietta Tornabuoni su
La Stampa del 27 agosto

WOODY Allen è arrivato per inaugurare stasera la sessantesima Mostra del cinema con la moglie-ragazza asiatica, due figli piccoli, due bambinaie, quintali di bagagli: come per continuare a smentire con un'immagine domestico-famigliare ogni vecchio scandalo ormai dimenticato. Fa piacere vederlo, ma fa pure un poco pena saperlo costretto, a sessantotto anni, per soldi, a fare qualcosa che ha detestato ed evitato per tutta la vita: presentarsi ai festival, mostrarsi alle televisioni, affrontare le domande dei reporter, esibirsi al pubblico, fare pubblicità al nuovo film, che
stavolta è intitolato «Anything Else».

…ma a questo strano eroe del nostro tempo dobbiamo molta gratitudine.

Con i suoi film incantevoli, divertenti e intelligenti, spiritosi, ha insegnato tante cose: a conoscere una New York che non c'è più, ad apprezzare quel mix di autobiografia e autoparodia che è la chiave della cultura contemporanea, a riconoscere l'intellettuale metropolitano. Sempre ridendo, sempre inseguendo la bellezza della vita: «Io e Annie», quattro Oscar di sofisticazione e di ridicolaggine; «Interiors», la deformazione delle emozioni; «Zelig», apologo esemplare sul conformismo; «Ombre e nebbia», parabola sull'intolleranza crescente; «Mariti e mogli», la fatale
crisi della coppia; «Celebrity», come la celebrità genera mostri nella decaduta cultura occidentale. E' di oltre trent'anni fa «Il dittatore dello Stato Libero di Bananas», che ancora serve ai nostri vignettisti politici. E ' geniale in «Harry a pezzi» l'invenzione di Woody Allen che interpreta la
condizione in cui tanto spesso con angoscia ci ritroviamo: l'essere sfocato, senza contorni definiti, impreciso, smarrito, incerto del mondo e di se stesso.


Israele secondo Oliver Stone
Wanda Marra su
l'Unità

C'e' un "dentro" e un "fuori" nello straordinario documentario che Oliver Stone ha realizzato sul conflitto isreaelo-palestinese, proiettato per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia ieri notte. Da una parte le stanze della politica, della tecnologia, dei servizi segreti, degli eserciti
ufficiali, dall'altra i nascondigli dei combattenti, il quartier generale di Arafat, i kamikaze. Persona non grata, girato nel marzo 2002 nei cinque giorni immediatamente precedenti all'assedio del quartier generale di Arafat, tra Gerusalemme e Ramallah, si compone essenzialmente di una serie
di interviste: con i tre ex Primi Ministri israeliani, Shimon Peres, Ehud Barak e Benjamin Netanhayu, con il portavoce di Hamas, Hasan Yoseph e alcuni combattenti mascherati della Brigata Al Aqsa. E poi, c'e' un'intervista mancata: quella a Yasser Arafat, che il regista e la sua troupe inseguono
inutilmente, senza mai riuscire a parlarci. Ai dialoghi si sovrappongono le immagini degli attentati dei kamikaze e delle incursioni israeliane, insieme a scene di vita quotidiana e filmati di repertorio di vecchi telegiornali.
Il risultato e' un documentario appassionante e complesso, che ha il ritmo di un film e la profondita' di un'inchiesta.
Il regista parte dal tentativo di capire meglio la situazione e cosi' racconta i fatti, cerca le motivazioni storiche del conflitto…

I tre leader israeliani incontrati da Stone appaiono, infatti, essenzialmente concentrati a salvaguardare le ragioni della politica («Non faremo un'offerta ad Arafat - spiega Peres - in un negoziato bisogna rispondere. Aspettare che la controparte chieda) e a ribadire le colpe dei Palestinesi e la presunta ineluttabilita' della propria posizione: «Arafat in inglese dice di volere un accordo - afferma Netanhayu - ma in arabo, invece, esorta a distruggere Israele».
Ma anche l'immagine che Stone dipinge di Arafat e' ambigua e contraddittoria. Non riesce ad ottenere un dialogo, e allora mostra immagini dei telegiornali in cui lui incita a «Combattere, combattere la guerra santa». E incontra invece alcuni combattenti della brigata di Al Fatah.
Dall'intervista con loro, la percezione di quale guerra disperata stiano combattendo i Palestinesi arriva forte e chiara. Raccontano: «Siamo persone normali, con una vita normale, un lavoro normale. Quando qualcuno si offre volontario per fare il kamikaze, noi facciamo di tutto per dissuaderlo. Ma se poi e' assolutamente convinto, lo addestriamo. Tu non immagini quanti
sono i volontari. Sono tantissimi». E ancora, spiegano la propria posizione: «Non prendiamo ordini da Arafat, ma da Israele. Tanto ci aggrediscono tanto rispondiamo. E ci distinguiamo da Hamas perche' noi non ne facciamo una questione religiosa».

E poi, di nuovo, si rientra nelle stanze del potere. Dove Peres afferma: «Vorrei insegnare ai bambini la storia del futuro, non quella del passato».
Ma non specifica di quale futuro sta parlando.


Casarini avverte i ministri Ue 'Vertice illegittimo, lo fermeremo'
A Riva del Garda i responsabili degli esteri dell'Unione discuteranno di
commercio, Costituzione europea e sicurezza
Andrea Di Nicola su
la Repubblica

ROMA - "Consideriamo illegittimo il vertice e quindi tenteremo di bloccarlo con i mezzi della disobbedienza". Non è la "Dichiarazione di guerra ai potenti della terra" della Genova pre G8 ma è comunque un bell'avviso quello che Luca Casarini spedisce ai ministri degli esteri della Ue che il 5 e 6 settembre si ritroveranno a Riva del Garda per una riunione informale nella quale si parlerà di sicurezza, Costituzione europea e si farà il punto sulla partecipazione dell'Unione al round del Wto (Organizzazione mondiale del commercio) di Cancun. Temi cari al popolo new global che proprio da Riva del Garda inaugurerà il nuovo ciclo di contestazioni al Wto e alla nuova Costituzione europea.

Lo farà nelle forme e nei modi che gli sono propri e anche a Riva si riproporranno quelle spaccature fra l'anima Disobbediente e quella più tradizionalmente non violenta che dal dopo Genova attraversano il movimento.
Il "Tavolo trentino per un'Europa sociale", propaggine locale e ufficiale del Social forum europeo mette l'accento "sulla contestazione ai contenuti della riunione". Quanto alla legittimità nulla da eccepire. "Non esiste, sono ministri degli Esteri eletti dai popoli e quindi rappresentativi", dice
Andrea Trentini con la voce di chi ha passato ore ed ore a discutere dell'argomento anche se ammette: "Discutere queste cose senza consultare i Parlamenti nazionali non è possibile".


Diversa la posizione dei Disobbedienti che Luca Casarini, entrato di diritto in una lista di proscrizione internazionale fatta dai servizi segreti messicani in occasione di Cancun e stampata in prima pagina sui più importanti giornali di Città del Messico (oltre al ribelle veneto ci sono dentro Toni Negri, giornalisti come Naomi Klein, il contadino Joseph Bovè ed altri nomi del movimento internazionale), esprime con la solita decisione.
"Il vertice - dice l'ex leader delle Tute Bianche anticipando un documento dei Disobbedienti - è illegittimo perché è parte integrante di quel meccanismo che rimette in discussione l'utilizzo di beni comuni come l'acqua, l'aria, la salute, l'istruzione. Per questo noi tenteremo di bloccare la riunione e non ci accontenteremo di contestarla".

Sulle motivazioni della contestazione non ci sono divisioni. Sia il Tavolo che i Disobbedienti sono contrari alla liberalizzazione dei servizi in discussione al Wto, sono contrari ad una Costituzione europea "al servizio di banche e potenti e che vogliono imporci dall'alto" come dice Casarini.

Il problema è come contestare. Casarini vede un modo solo: "Attraverseremo la zona bianca, quella dove il potere ti permette di contestare, attraverseremo la zona gialla, quella in cui il potere decide di volta in volta se farti parlare o meno, e poi attraverseremo la zona rossa quella più vicina agli assediati, costretti ancora una volta a riunirsi blindati".



  28 agosto 2003