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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 25 agosto 2003


Quarantuno morti a Bombay. Tre attentati nella guerra hindu-musulmani
su
l'Unità

Sempre più i contorni di una strage. I primi lanci di agenzia parlavano di tre morti, poi di dieci, quindici. Ora sarebbero almeno 40 le persone uccise (e almeno un centinaio i feriti) nelle esplosioni nel centro di Bombay. Si tratta di tre bombe fatte saltare quasi simultaneamente.
Gli attentati ancora non sono stati rivendicati. Ma gli obiettivi possono aiutare a capire che sullo sfondo c'è la drammatica guerra interreligiosa, fra hindu e musulmani. La prima bomba, infatti, è stata fatta scoppiare a due passi dal tempio hindu di Mumba Devi. Un'altra vicino al monumento che tutti chiamano “Gateway of India” (Porta dell'India).
Di più. C'è da ricordare che pochi minuti prima della serie di esplosioni, l'Alta Corte dello Stato dell'Uttar Pradesh aveva distribuito un rapporto sui risultati dei lavori di una equipe di archeologi sul contestato sito di Ayodhya. Gli archeologi riferiscono di aver trovato i resti di un tempio hindu, risalente al decimo o all'undicesimo secolo, sul luogo dove fino al 1992 c'era una moschea. Il tempio musulmano fu allora distrutto da una folla di estremisti hindu, provocando una serie di violenze interreligiose in tutto il paese con un bilancio di oltre duemila morti.
Il rapporto era stato consegnato venerdì alla Corte, ma solo oggi è stato distribuito alle parti. Gli esponenti hindu hanno accolto con favore la notizia, affermando che rafforza la loro richiesta di costruire un nuovo tempio sul sito della moschea distrutta. Ma l'avvocato che rappresenta i musulmani, accusa gli archeologi di aver mal interpretato i ritrovamenti su pressione del partito Hindu Bharatiya Janata, oggi al governo, e ha preannunciato un ricorso.


Bomba nella città santa per assassinare ayatollah sciita in Iraq
Lotta di potere a Najaf. Il leader religioso si è salvato.
La Croce Rossa: «Ci ritiriamo, siamo un bersaglio»

Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BAGDAD - C'è mancato davvero molto poco perché le truppe americane non rimanessero coinvolte nell'ennesimo scontro etnico-religioso in Iraq. Ieri mattina il fallito attentato contro l'ayatollah Sayed Mohammed Said Hakim a Najaf ha però riacceso il tensioni che covano dentro la comunità sciita.
Hakim stava tornando verso l'ufficio dopo la preghiera nella moschea dedicata al celebre imam Alì quando un ordigno costruito artigianalmente con una bombola del gas azionata da un detonatore è scoppiato, uccidendo tre sue guardie del corpo e ferendo altre 10 persone, ma provocando all'imam solo pochi graffi al collo. «Grazie a Dio l'ayatollah è salvo. Pensiamo si tratti di un attentato ordito da elementi sunniti del vecchio partito Baath che vorrebbero scatenare la guerra civile tra sciiti e sunniti», si sono affrettati a dichiarare da Teheran i circoli moderati dell'Assemblea suprema per la rivoluzione islamica, guidata dal nipote dell'ayatollah ieri nel mirino (Baker al Hakim). In realtà, a Najaf sono in molti a sospettare che Hakim potrebbe essere stato vittima di una violenta ripresa del braccio di ferro tra gli sciiti in Iraq.
Sin dall'immediato dopoguerra, già a metà aprile, è stata infatti evidente la tensione per il controllo della comunità religiosa più forte del Paese (oltre il 60 per cento dei circa 25 milioni di abitanti). Alcuni imam arrivati nelle due città sante di Najaf a Karbala dall'esilio londinese erano subito stati assassinati da elementi fondamentalisti. Poi era cresciuta la guerra di potere per influenzare la Hawza, il massimo consiglio religioso composto da 4 ayatollah: Hakim, Mohammad Rozak Alì Sistani, Mohammad Ishaq Fayyad e Bashir Najafi. Tutti personaggi che, in modo più o meno convinto, sono per il momento ancora favorevoli a sostenere gli sforzi americani per normalizzare il Paese.
Ma al loro fianco crescono correnti e figure molto più estremiste. E' il caso per esempio del giovane Moqtada Sadr, figlio di un celebre leader spirituale ucciso con altri due figli nel 1999 dalle squadracce di Saddam Hussein, che predica la necessità di fondare «un esercito islamico con 10.000 uomini armati». Sembra che alcuni suoi seguaci siano responsabili di numerose aggressioni e minacce da metà luglio a oggi, in particolare contro i fedeli di Hakim e Sistani.
Tensioni che aprono nuove incertezze sul futuro del Paese e mettono seriamente in dubbio la tesi avanzata dai portavoce americani a Bagdad, per cui le violenze si concentrerebbero quasi esclusivamente nel triangolo sunnita, compreso tra la capitale, Ramadi e Tikrit. Gli scontri degli ultimi giorni tra turcomanni e curdi nella zona di Kirkuk (Centro-Nord) vanno nello stesso senso. Tra venerdì e sabato erano segnalati una dozzina di morti. E ieri la situazione rimaneva tesissima, anche se sotto controllo, grazie alle decine di pattuglie americane chiamate a fare servizio di polizia. «Piano piano stiamo riportando la calma, anche grazie all'impiego degli oltre 50.000 poliziotti iracheni che oggi lavorano al fianco delle truppe della coalizione», affermano i portavoce Usa.
Calma solo apparente? E' la convinzione dei dirigenti della Croce Rossa internazionale che, dopo l'attentato al quartiere generale dell'Onu a Bagdad una settimana fa, ieri ha deciso di evacuare via aerea ad Amman due terzi (circa 100 operatori) del suo personale internazionale. «Sono rimasti circa 50 operatori stranieri, assieme ai 700 iracheni che ovviamente non partono», ha confermato la portavoce Nada Dumani. «Non possiamo aiutare la popolazione se noi stessi non siamo al sicuro. Purtroppo abbiamo ricevuto ripetuti avvertimenti per cui la Croce Rossa potrebbe essere un obiettivo possibile».



il Manifesto
  
apertura de il Manifesto

Finalmente a Verona, il premier passeggia per le strade e stringe mani: «Opposizione antidemocratica e illiberale» dice per spiegare la sua fuga. E poi si inventa un complotto contro di lui: «I contestatori avrebbero fatto saltare la Carmen e creato un caso internazionale»
A Verona Silvio Berlusconi tenta di recuperare la figuraccia della mancata presenza all'Arena contrabbandando la fuga per altruistico «bel gesto». I contestatori, giura, «volevano far saltare la Carmen e creare un incidente internazionale». Non assistere alla rappresentazione, si lamenta, «è stato un sacrificio che mi è pesato, tanto più che ero riuscito a convincere a venire anche la mia signora, Veronica, nota melomane». Il premier non si accontenta di descriversi con toni a metà tra il perseguitato e il campione di abnegazione.Prende di mira l'opposizione. Denuncia il complotto, l'imboscata, quasi un attentato con i fischietti al posto delle rivoltelle. «I fischi - s'infervora - sono una patologia del nostro sistema politico, che conduce una lotta politica con sistemi incivili. Il nostro comportamento è democratico, quello dell'opposizione antidemocratico e antiliberale».

Il Cavaliere non si è limitato alle parole. Si è fatto notare a passeggio in piazza delle Erbe, alla ricerca di un bagno di folla che lavasse l'onta della fuga. Ha ordinato ai suoi di esaltare quello che l'an Selva, poetico, definisce «il risultato politico e persino umano dell'incontro della riconciliazione con Schoreder». In realtà il premier italiano e il cancelliere tedesco si sono lasciati con una riappacificazione solo formale, accompagnata da un clima gelido.

Il capo del governo italiano è poi riuscito a peggiorare una situazione già poco brillante aggiungendo un paio di gaffes alla sua nutrita collezione. Prima ha definito Romano Prodi, presidente della comissione europea, «un commissario dell'Unione». Poi ha descritto come «semplice cittadino con le sue opinioni» il leghista Stefani, i cui insulti rivolti ai turisti tedeschi avevano provocato in luglio un vero incidente diplomatico. Dimenticando che, all'epoca, il «cittadino Stefani» era sottosegretario nel suo governo.


Il Cavaliere, le pensioni e lo strappo d'agosto
Giulio Anselmi su
la Repubblica

SEMBRA di essere tornati indietro di un anno. Tredici mesi fa, il presidente del Consiglio Berlusconi aveva proclamato, proprio come ieri, l'urgenza di una riforma delle pensioni: un fatto "ineludibile", aveva detto allora, da attuarsi attraverso disincentivi per chi decide di lasciare il lavoro prima dei 65 anni.

Malgrado il premier fosse stato assai cauto nella sua presa di posizione, si erano sollevati contro di lui parte del governo e della maggioranza, oltre, naturalmente ai sindacati. Poche ore fa, in un'intervista a Libero, quotidiano amico, Berlusconi è tornato sullo stesso tema, parlando di innalzamento di cinque anni dei trattamenti di anzianità attualmente praticati. E si è riproposto l'identico scenario: An e Lega hanno per l'ennesima volta preso le distanze. Critici, naturalmente, i sindacati.

Appare francamente assai curioso che il tema più delicato della politica economica, la riforma delle pensioni nel quadro di una revisione della complessiva architettura dello stato sociale, venga affrontato in maniera estemporanea. Tanto più se si ricorda che, all'inizio dell'estate, proprio sul tema delle pensioni, era naufragato il tentativo del ministro Tremonti di varare un credibile documento di programmazione economica e finanziaria, primo passo per un governo dei conti pubblici. E che a giugno lo stesso Berlusconi era stato costretto a una precipitosa marcia indietro, dopo aver dichiarato a Evian, a margine dei lavori del G8, "interverremo con disincentivi".

Anche allora il ministro Maroni e i sindacati lo avevano stoppato a piè fermo, ricordando che la legge-delega all'esame del Parlamento prevede soltanto incentivi per chi vuole continuare a lavorare.

Ma la sortita di Berlusconi sorprende ancor più se si pensa che il Grande Comunicatore, poco dopo Ferragosto, si era lasciato andare a qualche sfogo sulla necessità di ritrovare la coesione perduta, soprattutto in materia di riforme e finanziaria, e sull'urgenza di far conoscere bene l'attività del governo. "La comunicazione è insufficiente", aveva detto, "ora mi impegnerò io". Il Cavaliere è forse fuori forma, come più d'uno ha ironizzato. Però non può ignorare che se l'esecutivo è in caduta di popolarità, soprattutto sulla politica economica, deve addebitarlo ad un'assenza di linea, e a una serie di strappi e sbandamenti che ne riducono pesantemente la credibilità.

Berlusconi ha certamente ragione quando sottolinea l'urgenza di intervenire sulla previdenza, ma deve aver chiaro che una riforma può essere fatta solo evitando lo scontro e convincendo della sua necessità strati sempre più ampi della popolazione: provarci in modo pasticciato e improvvisato è controproducente. La politica degli slogan e dello strappo continuo produce solo un allontanamento degli obiettivi.

Che senso ha annunciare "porrò condizioni fortissime ad An e Lega" se non quello di provocare immediate reazioni dei partiti chiamati in causa, innescando una nuova fibrillazione in una maggioranza rissosa e divisa, appena sedata dalle ferie ferragostane?
In questa giornata l'appello bipartisan del presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, rivolto al Polo perché non si occupi solo di giustizia e al centrosinistra perché non faccia solo dell'antiberlusconismo, si staglia sul fondale delle chiacchiere domenicali per la condivisibile concretezza della sua conclusione: il governo produca fatti.



Bagdad, il tormento delle epurazioni per esorcizzare i fantasmi del regime
Nel gioco delle vendette trasversali uccisi anche 6 professori universitari
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

BAGDAD - Chi ha ucciso il professor Mohammad al Rawi? Si muore in tanti modi quest'estate a Bagdad, per vendetta degli Ali Baba, i predoni della borsa nera, per una pallottola vagante sparata da un soldato della Coalizione, in un attentato della Jihad islamica. Ma identificare il killer entrato nello studio medico del professor al Rawi il 27 luglio, spacciandosi per un «vecchio paziente» e superando i dinieghi dei familiari, risolverebbe il giallo politico più misterioso della capitale in guerra. Al Rawi, docente di medicina e rettore dell'Università di Bagdad era, racconta la caporedattrice del quotidiano al Azzawi , signora Nada Shawkett, «un uomo dolcissimo, gentile, un apostolo che si dedicava all'insegnamento e ai suoi pazienti».
Era però membro del Baath, un gerarca del partito di Saddam Hussein: Nada si stringe nelle spalle, triste: «Altrimenti come avrebbe ottenuto quel posto? Guardi, anche io lavoravo al giornale del regime, Al Jamurya , la repubblica. Mi dettavano gli articoli, virgole comprese. Quando è stato fondato un giornale libero, Al Azzawi , il mio vecchio direttore Saad al Bazzaz, un dissidente, mi ha dato da lavorare e sa perché? Perché, da iracheno, sapeva quel che gli americani del governatore Paul Bremer non capiscono: sotto Saddam anche le brave persone dovevano chinare il capo».
Al capo ha mirato il giustiziere di al Rawi, freddandolo con un colpo di rivoltella alla tempia. Dopo il rettore la faida ha eliminato altri cinque docenti universitari, Hussam al Assad, Zahida al Ezawi, Ayoob al Hadithi, Latif al Meshadani e Sabah Mahmood. Dozzine di altri hanno ricevuto minacce, una lista di proscrizione è stata diffusa su Internet e nelle caselle postali sono state recapitate pallottole. Perché? C'è chi parla di vendetta islamica, e indica nel partito Dawa i mandanti. Chi invece di studenti furiosi perché le purghe contro i gerarchi sono tiepide, lasciando in carica i vecchi arnesi del regime. Altri, nel caldo di Bagdad, mormorano di risentimenti accademici, lavati con il sangue in una città in cui un killer costa 50 euro l'ora.
Gli studenti islamici non rimpiangono al Rawi, «era solo un barone» denuncia Nidal, occhi di fuoco e retorica secca. Il sociologo Munqith Daghir rabbrividisce: «Il processo di purga del Baath sta diventando una tragedia: 436 docenti licenziati, solo perché cattedratici. Mio figlio, alla facoltà di farmacia, dovrà laurearsi con gli assistenti. Cacciano anche gli ingegneri idraulici e i campi vanno in secca. Chieda in giro cosa vuol dire finire nelle liste di proscrizione».
Paul Bremer ha imposto un metodo semplice: tutti i funzionari devono presentare il cedolino dello stipendio. Chiunque supera il IV livello, indispensabile per entrare a far parte dei quadri del regime, viene cacciato. Altri ministri hanno cercato di persuadere Bremer che la linea dura rischia di privare la coalizione di tecnici e seminare risentimento nella società: «Un dirigente ha nove figli, come si fa a metterlo su una strada?». Nulla da fare, i Baath restano fuori.

A Bagdad nessuno pronuncia mai il nome «Saddam Hussein». Tutti, dissidenti e gerarchi, gente del popolo e intellettuali, usano la formula «il regime passato», come in un verso rassegnato di Eduardo De Filippo. Tutti, o quasi, ammettono che «il regime passato aveva le sue colpe», «ogni giorno scaviamo una nuova fossa comune», ma anche i più filo-occidentali non nascondono l'orgoglio per le conquiste dell'Iraq. «Non ha visitato il palazzo presidenziale? Deve assolutamente farlo!», implora un funzionario in pensione, con la preoccupazione del milanese che vedesse il turista partire senza aver messo piede in Duomo. Al Rawi era espressione di questo ceto, in tasca la tessera del partito, ma attento alla salute dei cittadini.

Chi applaude alla morte di al Rawi e chi lo piange. Chi impreca torturandosi sotto il sole per un litro di super contro gli americani e chi contro i ladri Ali Baba... C'è di tutto a Bagdad. Un cronista straniero viene accompagnato all'Ufficio per i Diritti Civili da un anziano traduttore, al «tempo del passato regime» impiegato del Ministero dell'Informazione, centro di spionaggio per Saddam. All'ingresso, l'ex dirigente si imbatte, tra baci, abbracci, «ti ricordi?» nostalgici, in quattro sue impiegate e scoppiano insieme a ridere: «Vi occupate di diritti umani eh, chi l'avrebbe detto una volta?». «Eh sì. Adesso siamo per la libertà, ma a stipendio dimezzato».
«Siamo un Paese malato, un Paese che ha subito la corruzione morale di tre decenni di dittatura e secoli di sangue. Noi non eliminiamo i nostri leader in golpe indolori, come in Egitto, noi li sgozziamo, sventriamo, dobbiamo vederne il sangue, le viscere», spiega pacato il critico letterario Salah al Mukhtar.

Ogni individuo nasconde una ferita del passato regime, ogni famiglia, ogni gruppo etnico. E il tentativo di far nascere una società civile su queste cicatrici sembra impossibile e straordinario. «I nuovi agenti penitenziari che hanno passato l'esame di riqualificazione sono pregati di recarsi al Comando domani alle ore 7. Portare con sé un quaderno, una torcia elettrica e una penna o matita. Per cortesia niente armi da fuoco». All'esame finale dei nuovi poliziotti, 30.000 in addestramento, ne mancano almeno 40.000, i soldati fanno sfilare le reclute e ricordano: «Adesso i cittadini hanno diritti. Non potete più pestarli. Capito?». Per strada un poliziotto prende a calci uno scugnizzo intraprendente, e un soldato americano, afroamericano, salta giù dal carro armato e lo ferma: «Basta così».
Un ministro della coalizione, garbato e colto gentiluomo, convoca un funzionario iracheno, esponendogli un progetto e chiedendo: «Mi dica per cortesia il suo parere in proposito». L'uomo balbetta, arrossisce, si confonde: «Il mio parere? In trent'anni di lavoro nessuno me l'aveva chiesto!».

I due Iraq, quello devastato dal «regime precedente» e quello che ancora non sa nascere dopo la caduta di Saddam, convivono in modo assurdo al vecchio comando del Mukhabarat, la polizia segreta del regime. La palazzina, dove si entrava solo per morire o essere torturati, è guardata a vista da un ragazzino dell'Alleanza Monarchica, armato di mitragliatore. L'ufficio è devastato dalle bombe dell'aviazione e la polvere cancerogena di asbesto cade mortale sui dossier che si disseccano al vento: sono gli elenchi dei curdi schedati, giustiziati, seviziati, incarcerati.

In un angolo due soldati americani ripassano al computer lo spot di propaganda per la loro Divisione, concluso da due foto, militi in bianco e nero che nel 1945 sventolano una bandiera nazista conquistata a Berlino e militi a colori che, nel 2003, sventolano un vessillo iracheno preso a Bagdad. «Vedi? Ci considerano nazisti»: la gaffe offende gli iracheni presenti, che sbirciano di soppiatto il video e mormorano scontenti. Basta poco a rovinare gli sforzi del maggiore Walden. «Ci voleva una foto del passato regime, non la bandiera di cui noi iracheni siamo fieri».
Solo un uomo potrebbe risolvere la matassa feroce di aspirazioni e odio. Un uomo che nessun iracheno ha mai visto in volto, e che regola la vita di 25 milioni di ex sudditi del «passato regime»: Paul Bremer III, il governatore Usa. A lui tocca riportare la pace, la democrazia, il petrolio, l'ordine e perfino catturare i killer di al Rawi, «che peserà sulla nostra storia quanto sulla vostra l'omicidio del filosofo Giovanni Gentile», pronostica solenne un amico iracheno.


Moneta unica c'è del dubbio in Scandinavia
Tra venti giorni gli elettori svedesi votano al referendum per l'euro: l'esito è incerto, ma la decisione avrà un peso importante sul futuro politico e sulle prospettive generali dell'Unione
Aldo Rizzo su
La Stampa

ULTIME notizie dalla Scandinavia. Ma non si tratta di notizie locali, di scarso interesse per il resto d'Europa. Sono notizie che riguardano il prossimo futuro dell'euro e che potenzialmente vanno anche oltre, investendo la prospettiva generale dell'Ue. Vediamo.
Tra venti giorni, gli elettori svedesi vanno alle urne, per dire sì o no all'ingresso della corona nella moneta comune europea, e la campagna elettorale è già accesa. Il referendum fu lanciato dal premier socialdemocratico Goran Persson alla fine dello scorso anno, nella scia della sua rielezione e di sondaggi favorevoli per la prima volta ai sostenitori dell'euro. Ma gli scandinavi, dice l'Economist, sono «contrary folk», dei bastian contrari, diremmo noi, e così nel frattempo l'elettorato svedese ha cambiato idea. Benché la campagna per il sì sia partita per tempo e si sia fatta sempre più insistente, con l'esplicito appoggio delle maggiori forze politiche, della comunità degli affari e dei media, il pronostico si è rovesciato, con dieci punti (49 a 39) in favore del no. Resta tuttavia un venti per cento d'indecisi e quindi la corsa non è finita, anche se la strada per Persson e amici è tutta in salita.

Il suo esito, quale che sia, è atteso con particolare attenzione in Danimarca, dove la situazione si è ribaltata in senso contrario a quella svedese. I danesi, che in un referendum tenuto nel settembre 2000 avevano detto no col 53 per cento, ora, secondo il più recente sondaggio, sarebbero pronti a dire sì col 54. Il primo ministro Anders Fogh Rasmussen, di centrodestra, a questo punto dice che un nuovo referendum sull'euro si terrà presto e comunque, ma a Copenaghen nessuno in realtà sottovaluta l'impatto del voto della Svezia. E non solo a Copenaghen, ma, uscendo dall'area scandinava, anche a Londra, che si troverebbe completamente isolata tra i Quindici, con grande irritazione della City, se la Svezia prima e la Danimarca dopo decidessero di porre fine alla loro autoesclusione dalla moneta comune.



Marte, ora o nel 2287
Erano 73.000 anni che il Pianeta rosso non era così ben visibile dalla Terra. La notte migliore tra il 27 e il 28 agosto. In Francia sono stati allestiti otto "planetari all'aperto".
uno speciale su
iI Sole 24 Ore

L'anticiclone di questa torrida estate 2003 sta sfibrando tutti gli europei da settimane, ma offre una grande opportunità agli appassionati di astronomia: in queste notti di afa, spesso anche insonne, alzando gli occhi al cielo è possibile vedere non solo stelle cadenti (il cui picco si è verificato domenica scorsa, la notte di San Lorenzo) ma anche, e con straordinaria nitidezza, Marte. Il pianeta rosso infatti non è mai stato così vicino alla Terra da 73.000 anni a questa parte (alcuni astronomia parlano di 60.000, ma la cifra è comunque impressionante!); da quando cioè il nostro pianeta era ancora abitato dall'uomo di Neandertal, nell'ultimo scorcio del Paleolitico medio.

La notte migliore deve ancora venire
In Italia la notte in assoluto migliore per vedere Marte sarà tra il 27 e il 28 agosto, quando il pianeta che per decenni ha acceso la fantasia di astronomi e appassionati di fantascienza (si pensi solo all'invenzione del termine "marziani", per indicare gli extraterrestri per eccellenza) sarà visibile a partire dalle 22.00 guardando verso est, facilmente riconoscibile per il colore rossastro e la luminosità particolarmente intensa, maggiore di quella di Giove. Sarà infatti a fine agosto che Marte raggiungerà la distanza minima dalla Terra, pari a quasi 56 milioni di chilometri (55,758 milioni, per la precisione), la più breve mai raggiunta da decine di migliaia di anni.

La prossima occasione tra... oltre 200 anni
Perche' Marte torni ad essere così vicino alla Terra, dopo il prossimo 28 agosto bisognerà attendere, secondo i calcoli, oltre 200 anni. Per spiegare questi lunghi intervalli bisogna ricorrere alle leggi della meccanica celeste e alle regole che controllano i movimenti delle orbite della Terra e di Marte. Mentre la prima compie una rotazione attorno al Sole in 365 giorni, a Marte occorre un periodo quasi doppio, pari a 686 giorni. Di conseguenza, perche' i due pianeti siano allineati tra i loro e con il Sole (ossia, perche' siano in opposizione) occorrono in media poco più di due anni (780 giorni). Questi incontri frequenti corrispondono alle piccole opposizioni, in cui Marte si trova alla massima distanza dal Sole (afelio). Se invece Marte si trova allineato con la Terra quando e' alla minima distanza dal Sole (perielio) si ha una grande opposizione, che si verificano a intervalli compresi fra 15 e 17 anni e soltanto una volta ogni 79 anni Marte e la Terra si ritrovano ad assumere una posizione quasi identica. I calcoli si complicano ulteriormente considerando che i due pianeti si muovono lungo orbite che hanno piani e orientamenti diversi, ed e' così facile arrivare a intervalli di tempo di migliaia di anni prima che Terra e Marte raggiungano una distanza minima come quella prevista a fine agosto.

Appuntamenti in tutta Italia
L'opposizione di Marte prevista per fine agosto e' anche un appuntamento senza precedenti per gli astrofili di tutta Italia. Per osservare il pianeta rosso, per discuterne e ricostruirne la storia delle osservazioni, sono in programma serate di osservazione e convegni, per esempio, a Milano e in altre città della Lombardia. Gli incontri sono promossi dall'Unione Astrofili Italiani (UAI), insieme al Planetario di Milano, Istituto di Fisica Applicata dell'università di Milano e Osservatorio Astronomico di Brera. All'iniziativa contribuiscono anche il Corriere della Sera, l'Agenzia Spaziale Europea (ESA), e la società Auriga. ''Marte a Milano-Storia, Scienza, Mito" e' il titolo dell'iniziativa dedicata a Marte, il grande protagonista dell'estate 2003. Sono previste quattro serate, nelle quali, oltre ad approfondire aspetti storici e scientifici, si potrà osservare in diretta il pianeta, proiettato sulla cupola del Planetario, con le immagini del telescopio di Schiaparelli. Sarà possibile inoltre osservare Marte collegandosi al sito del Corriere della Sera, al sito dell'UAI e al sito di Auriga. Nelle quattro serate si potranno inoltre utilizzare telescopi messi a disposizione dalla società Auriga e da alcuni gruppi di astrofili di Milano e dintorni; si potrà anche osservare il telescopio utilizzato da Schiaparelli oltre un secolo anni fa e recentemente ristrutturato.

Siti di astronomia (in italiano);
Il calendario degli appuntamenti a Milano
Anche in Francia tutti pazzi per il pianeta
L'anticiclone aiuta anche le stelle cadenti
Il 2 giugno è partita la missione europea
Scopo principale: cercare l'acqua
La Nasa contrattacca


L'assalto del supervirus Sobig. Bloccato in Occidente, riparte dalla Cina
ma.ca. su
l'Unità

Avevano fatto i conti, senza la Cina. Fbi e tutti i vigilantes della rete sembrano convinti d'avere sventato – alzando i «ponti levatoi» di 20 dei più importanti Internet Providers - l'attacco che l'ultima versione di Sobig (ritenuto il virus a più veloce diffusione mai apparso nel cyberspazio) doveva lanciare in questo fine settimana. Ma i segnali di scampato pericolo, accolti con un sospiro di sollievo in tutto l'Occidente, hanno raggiunto la Cina quando – per parafrasare un antico proverbio – buona parte dei buoi già era scappata. Attraverso le porte del recinto lasciate sconsideratamente aperte.
Ovvero: quando ormai – stando a cifre diffuse dal Beijing Rising Technolgy, un'impresa cinese specializzata in sicurezza – almeno un terzo dei 68 milioni di cittadini che, in Cina, hanno accesso ad Internet, già s'era arreso di fronte all'incedere dell'infezione. Secondo Zhang Jian, ingegnere del China National Computer Virus Emergency Center (recentemente formato dal Ministero per la Sicurezza Nazionale) un tale disastro si deve soprattutto alla scarsa diffusione, tra i singoli utenti di Internet, dei sistemi di protezione antivirus.
E certo è che, con una tanto massiccia presenza dell'infezione nel paese asiatico, ben difficilmente Sobig potrà venire completamente debellato a livello globale.


  25 agosto 2003