
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 22 agosto 2003
Catturato Alì il Chimico, massacrò i curdi
Era stato dato per morto in aprile. Il generale Abizaid: terrorismo minaccia principale in Iraq
Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera
BAGDAD - Questa volta è il re di picche a cadere nelle mani delle forze speciali americane. Il quartier generale Usa a Bagdad conferma la cattura del 62enne Alì Hassan Al-Majid, meglio noto come «Alì il Chimico», a causa della crudeltà con cui utilizzò i gas più letali degli arsenali iracheni per massacrare le popolazioni curde negli anni Ottanta. Era il numero cinque del mazzo di carte diffuso dall'esercito americano quattro mesi fa con i volti dei 55 super-ricercati più legati a Saddam Hussein e responsabili dei crimini peggiori in un quarto di secolo di dittatura.
«Hanno preso Alì Chimawi!», esclama la gente a Bagdad stupita ed eccitata. Perché Al-Majid era il volto implacabile del regime, pronto a massacrare familiari e amici se fosse stato necessario. Difficile immaginarlo in carcere. «Pensavamo che piuttosto sarebbe morto combattendo, come hanno fatto i due figli di Saddam, Uday e Qusay», dicono in tanti ancora stupiti per il fatto che un altro «macellaio di Saddam», l'ex vice presidente Taha Yassin Ramadan, tre giorni fa si era lasciato prendere a Mosul senza reagire. Il video amatoriale trasmesso all'infinito dalle tv arabe, dove si vede un gruppo di guerriglieri curdi legare e imbavagliare un Ramadan stanco, ingrassato e spaventato è tutt'ora il grande tema di discussione nei caffè della capitale.
La cattura di Al-Majid costituisce un altro duro colpo contro ciò che resta della vecchia nomenklatura alla macchia. Anche se la guerriglia anti-americana continua a colpire. L'altra notte un soldato è stato ucciso e due sono rimasti feriti in un attentato nella regione di Bagdad. «Il terrorismo è diventato la minaccia numero uno in Iraq», ha commentato il generale John Abizaid, capo del Comando centrale Usa.
Ma la partita continua. Adesso assieme a Saddam Hussein mancano all'appello solo 15 «carte». «Li prendiamo con l'effetto domino. Quando ne troviamo uno anche i nascondigli degli altri sono più vicini. La cattura di Saddam è un po' più vicina», commentavano ieri i portavoce americani a Bagdad, ripetendo una formula ormai di rito. Ma non è noto dove e come Al-Majid sia stato preso. I portavoce si limitano a specificare che il prigioniero è nelle loro mani «da qualche giorno». Certo è che ora lo faranno parlare. Chi lo interrogherà non cercherà soltanto di capire dove possa trovarsi Saddam, soprattutto si vorrà sapere che ne è stato delle armi di distruzione di massa e conoscere un po' meglio la storia segreta del regime.
«Alì il Chimico» è tra gli uomini che meglio può raccontarla. Cugino di Saddam, è strettamente legato alla cerchia più intima della famiglia del dittatore e delle tribù nella regione di Tikrit, che ne costituirono la roccaforte principale. Il suo nome divenne sinonimo di terrore al tempo della «Anfal», come venne chiamata nel 1987-88 la campagna di sterminio contro le tribù curde in rivolta nelle regioni settentrionali del Paese. Il conto dei morti non è mai stato confermato, ma pare siano state uccise tra le 70.000 e 100.000 persone. Un massacro culminato con i 5.000 morti (per lo più civili) nel piccolo villaggio di Halabja.
Il 3 aprile i comandi americani annunciavano che Al-Majid era morto durante un bombardamento in una zona fortificata di Bassora. Ma il suo cadavere non era mai stato mostrato ai giornalisti, sollevando forti sospetti sulla veridicità dell'informazione, tanto che circa un mese dopo il Pentagono rendeva noto un comunicato in cui si affermava di non sapere se fosse vivo o morto. Adesso ogni dubbio appare fugato.
Alì
jena su il Manifesto
Hanno ucciso Alì il chimico il 19 marzo, lo hanno riucciso il 5 aprile e lo hanno arrestato ieri. So' forti gli americani.
La parabola di Andreotti, cinquant'anni a giudizio
Adesso allo statista democristiano rimane l'ultima scelta: se accettare la «liberazione» dall'imputazione o riaprire la battaglia per cancellare l'ultima macchia
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
In fondo, il processo che ha subito a Palermo è stato anche un processo al Novecento. Più esattamente alla seconda metà, di cui Giulio Andreotti è stato indiscusso protagonista. Così, quei tre giudici siciliani che il 2 maggio scorso hanno «liberato» il senatore a vita dall'accusa di associazione mafiosa hanno analizzato e giudicato pure un lungo tratto di storia italiana, una politica, una visione del mondo. Non tanto per il vizio di rubare il lavoro a studiosi e cattedratici, come ogni tanto lamenta qualcuno, ma per la peculiarità dell'imputato che avevano di fronte; «un personaggio che non è esagerato definire storico nella vita del paese dall'ultimo dopoguerra in poi», hanno scritto nella loro sentenza.
Con la quale hanno fatto cadere un'imputazione tanto grave e infamante per Andreotti, senza però assolverlo del tutto. Nel verdetto d'appello, infatti, l'ex-presidente del Consiglio viene riconosciuto colpevole di connivenze e collusioni con la mafia almeno fino al 1980 (ma per quel periodo il reato è ormai prescritto), mentre l'assoluzione scatta per il periodo successivo al 1982.
Questo ha stabilito la corte d'appello di Palermo, «in parziale riforma», come si dice, della sentenza di primo grado che aveva considerato insufficienti e contraddittorie tutte le prove a carico dell'uomo politico, comprese quelle fino al 1980.
I giudici d'appello invece no. Per loro, Giulio Andreotti «ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani (primo fra tutti Salvo Lima, ndr ) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi (in particolare Stefano Bontade, il capomafia spazzato via dalla guerra scatenata da Riina dentro Cosa Nostra nel 1981, ndr ) e ha, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss, palesando agli stessi una disponibilità non meramente fittizia».
Tutto questo, aggiunge la corte, «non può interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indica una vera e propria partecipazione all'associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo».
Fino all'inizio degli anni Ottanta, appunto. Perché dopo - a partire dall'omicidio dell'esponente democristiano Piersanti Mattarella, presidente della regione siciliana, ucciso il 6 gennaio 1980 - lo stesso Andreotti s'è profuso in un «progressivo e autentico impegno nella lotta contro la mafia, che ha in definitiva compromesso la incolumità dei suoi amici e perfino messo a repentaglio quella sua e dei suoi familiari».
Una sorta di «riscatto» di cui «la Storia» gli dovrà dare atto, come scrivono gli stessi giudici. Ma per il periodo precedente, al contrario, risulta provato che il sette volte volte presidente del Consiglio, anche mentre era capo del governo, «ha effettivamente coltivato relazioni amichevoli con i vertici della fazione "moderata" di Cosa Nostra» come Bontade e e Tano Badalamenti.
Una brutta macchia, non c'è che dire. Per questo, nella quiete della vacanza sul promontorio del Circeo, Giulio Andreotti è costretto a riflettere su come sciogliere l'ultimo dubbio, dopo dieci anni di inchieste e di processi: arrendersi e incassare la «liberazione» da quelle faticose e penose accuse, oppure continuare la battaglia giudiziaria per tentare di cancellare anche quella macchia? E' quasi certo che la Procura generale non presenterà ricorso in Cassazione, ritenendosi soddisfatta di un verdetto che non ha sbugiardato il lavoro dell'accusa. Anzi. Tutto, dunque, è nelle mani dell'imputato.
Che, se non continuerà a combattere nelle aule di giustizia farà diventare definitivo un verdetto di mezza colpevolezza prescritta, nel quale è sancito che fino al 1980 (e dunque per circa trent'anni della sua carriera politica) ha dato una consapevole mano alla mafia.
Secondo i giudici, Giulio Andreotti discusse in segreto con i capimafia «la delicatissima questione Mattarella», dopo che l'esponente democristiano aveva mutato atteggiamento nei confronti di Cosa Nostra avviando «un'azione di rinnovamento del partito in Sicilia, andando contro gli interessi della mafia». Ma non riuscì a farsi ascoltare, e il presidente della regione venne assassinato. Dopo l'omicidio Andreotti tornò a Palermo per incontrare i boss e parlare anche di quel delitto; un faccia a faccia nel quale i capi di Cosa Nostra avevano «la sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati
Una storia che sarà scritta dagli storici, i quali si nutrono - da sempre - anche di atti giudiziari come questo. All'imputato Andreotti Giulio la scelta di consegnarlo ai posteri come atto irrevocabile, oppure di continuare il processo a un pezzo di Novecento italiano.
Russia, Pil crescerà del 6%
su Il Sole 24 Ore
La Russia può tranquillamente aspettarsi una crescita del Pil al 6% quest'anno se il prezzo del petrolio resterà ai livelli attuali: lo sostiene in un suo rapporto la Banca mondiale. Il rapporto afferma che la banca ha prodotto una previsione di sviluppo «con un range tra il 5,6% ed il 6,4% per il 2003. Nelle nostre stime - scrive la Banca mondiale - appare più probabile una crescita del 6%». L'economia della Russia, esportatore di petrolio, è cresciuta del 7,2% nella prima metà del 2003 e le previsioni attuali del governo vedono una crescita globale 2003 al 5,9%. Alcuni istituti privati, però sostengono che il Pil russo potrà aumentare del 7%.
Poco competitivi anche con i dazi
Economia stagnante e riforme insufficienti
Luigi Spaventa sul Corriere della Sera
Paradossalmente, chi ci ha preso è stato il ministro Bossi, con la sua stravagante proposta di introdurre dazi doganali. Non che quella proposta meriti considerazione: oltre a richiamare misure di rappresaglia, ci farebbe tornare indietro di più di mezzo secolo e ci metterebbe fuori dalla comunità internazionale. Il suo solo pregio è di individuare nella perdita di competitività la causa della men che mediocre performance della nostra economia.
Se così stanno le cose, non esiste una ricetta magica da legge finanziaria, che consenta dall'oggi all'indomani un recupero di competitività e di capacità di crescita. Misure di pompaggio temporaneo della domanda interna provocano solo un breve sussulto, seguìto da una reazione uguale e contraria (come è avvenuto con la Tremonti Bis e con le agevolazioni per la sostituzione delle auto). Soprattutto, non servono a modificare le condizioni ambientali, che hanno favorito il declino della nostra economia: calo al minimo europeo della spesa per ricerca, pubblica e privata; livello di istruzione della forza lavoro fra i più bassi e percentuale minima di laureati; costi di sistema assai elevati; nanismo delle imprese; in conseguenza, produttività totale dei fattori stagnante.
Gli interventi di riforma necessari per risolvere problemi siffatti hanno un rendimento elevato, ma differito nel tempo: l'incentivo politico ad attuarli si riduce pertanto all'avvicinarsi delle elezioni. Quanto tempo questo governo e questo Parlamento vi hanno dedicato nella prima metà della legislatura? Troppo poco, salvo a non pretendere che le molte estemporanee ma non casuali iniziative legislative in materia di giustizia siano funzionali alla crescita dell'economia.
All'attivo troviamo la riforma del diritto civile societario, forse imperfetta ma migliorabile. La riforma del mercato del lavoro deve ancora essere sperimentata nei suoi auspicabili effetti positivi: provvedimenti assunti nella legislatura precedente avevano già dato un contributo sostanziale alla flessibilità. Non troviamo all'attivo una riforma significativa della formazione (nel caso dell'università era meglio correggere quella precedente, che ricominciare daccapo, a volte malamente) né la definizione di una politica della ricerca. Né vi troviamo alcun progresso nelle liberalizzazioni, come notava Francesco Giavazzi lunedì scorso. Dubito che potrà figurarvi l'annunciata riforma del welfare : siamo lontani, mi pare, dalle indicazioni offerte in passato da Paolo Onofri e oggi da Renato Brunetta e Giuliano Cazzola.
All'inizio della seconda metà della legislatura, la lista, come si vede, è magra; e tutti dovrebbero preoccuparsene. Non sarebbe il caso di dedicare una sessione parlamentare a un confronto sul che fare, abbandonando altri temi su cui la contrapposizione è inevitabile?
Costituzione di montagna
Andrea Colombo su il Manifesto
A Lorenzago, borgo che dovrebbe dare i natali alla nuova Costituzione, i Tremonti si contano a decine. Particolare curioso ma per nulla fuori luogo. Combacia con il tono da commediola buffa che circonda l'impresa. Tra i tanti omonimi c'è anche il ministro dell'economia che di riforme s'impiccia fino a un certo punto, avendo per la testa conti d'altro tipo: più urgenti e persino più difficili da far quadrare. Si fa comunque notare in bicicletta, mentre i costituenti si scambiano pacche sulle spalle, posano per i fotografi rimpinzandosi di pane e formaggio, si chiedono pensosi se l'alto incarico sia compatibile con la partita in tv, che nessuno vuol perdersi. La Carta può attendere. La culla della seconda repubblica e mezzo sarà un albergo modesto, una stella e non di più, ma già secolare. Non si può escludere che il lustro dell'hotel venga prima o poi accresciuto da una targa, a commemorare l'evento che si sta svolgendo in questi giorni. Oggi però nessuno ci scommetterebbe un soldo. Definire «saggio» il senatore Calderoli pare già di per sé una battuta. Trovarselo di fronte in bermuda, impegnato a ripercorrere le orme di De Gasperi e Togliatti, spiega il poco credito universalmente attribuito al summit, gli articoli sui giornali attenti più all'abbigliamento dei «saggi» che non alle loro idee, il tono di sufficienza con cui l'opposizione liquida la scampagnata: un diversivo per sviare l'attenzione dai problemi seri, quelli che tormentano Tremonti.
Buffa, la Costituente pocket di Lorenzago del Cadore lo è per davvero. Uno scherzo, ma di quelli sinistri. Tra una scorpacciata e l'altra, infatti, gli emissari del Cavaliere daranno davvero la spallata finale a una Costituzione che è già traballante, e non per colpa della sola destra. Ci riusciranno non perché siano davvero d'accordo, ma perché altra merce da vendere agli elettori per il 2006 non l'hanno trovata, e sanno che non la troveranno nei prossimi tre anni. Ci riusciranno, soprattutto, perché tra tutte le strategie di propaganda, la Grande Riforma è l'unica che non imponga costi proibitivi. E raggiungeranno l'obiettivo tanto più facilmente in quanto prenderli sul serio pare impossibile.
I ragazzi di Lorenzago trasformeranno l'Italia in repubblica presidenziale. Si accapiglieranno forse sulla definizione formale, «premierato forte debole o medio», presidenzialismo conclamato o meno, concordi però sulla sostanza: elezione diretta e facoltà di sciogliere le camere. Sanciranno definitivamente la separazione tra aree ricche e regioni «in via di sviluppo», ma santificando sulla carta la priorità dell'interesse nazionale, formula che non costa niente e in più serve a rabbonire il capo dello stato.
Sottobanco, i mini-costituenti baratteranno con Arcore l'arrembaggio all'autonomia della magistratura: al primo partito della coalizione qualcosa bisogna pur concedere, e in fondo non è mica colpa dell'Udc o di An se al proprietario di Forza Italia altro non interessa. Per finire ci scapperà anche una nuova legge elettorale, studiata apposta per avvantaggiare il timoniere in difficoltà. Sarà un'Italia diversa da quella che avevano immaginato i costituenti del `48. Forse gli storici la chiameranno «repubblica di Lorenzago».
Niente campionato di serie B.
La Lega il 29 agosto chiederà le dimissioni di Carraro
sommari de l'Unità
Le minacce di Carraro non solo non hanno sortito alcun effetto ma in qualche modo si sono ritorte contro di lui. La riunione di stamane di 19 squadre di serie B e di sei club di serie A s'è conclusa annunciando di fatto una nuova assemblea: Con all'ordine del giorno la «verifica» del presidente Galliani e soprattutto la «verifica» del presidente della Figc, Carraro. Insomma, la Lega ha deciso di darsi appuntamento il 29 agosto per discutere proprio le dimissioni dei vertici del calcio italiano. Intanto i diciannove club di serie B confermano che non parteciperanno al campionato.
Il doping istituzionale
Michele Serra su la Repubblica
L'unica regola è che le regole si disfano a seconda del caso e delle necessità: questa è la desolante (e angosciante) morale che sortisce dallo sguaiato compromesso che il governo ha rovesciato sul calcio italiano, annullando di fatto lo scorso campionato di serie B e sostituendo ai risultati ottenuti sul campo un inedito ibrido fatto di ricatti economici, calcoli geopolitici, cedimenti alle piazze più psicolabili, vere e proprie regalie sportive a vantaggio di cricche sgomitanti di parlamentari che vogliono farsi applaudire allo stadio.
Il commissariamento politico del calcio ha rovesciato la prassi e la logica, intanto lasciando comodamente seduti nei loro uffici gli stessi dirigenti sportivi responsabili del caos, poi concedendo asilo alle richieste più pretestuose, moltiplicando all'infinito l'effetto-Gaucci, allargando maglie che avrebbero richiesto una decisa stretta. Lo spettacolo è stato penoso: padrinati partitici (vedi il caso An-Catania) che sgomitano per ingraziarsi la claque elettorale, assurdi ripescaggi che moltiplicano i torti e i demeriti piuttosto che arginarli, e perfino amministratori seri e ineccepibili, come il sindaco di Firenze, costretti a sventolare il gonfalone per festeggiare un benefit piovuto dal cielo. Non uno, tra presidenti e sindaci e parlamentari con seggio in tribuna vip, che osi chiamarsi fuori e dire che il campo è la sola legge che conta, nello sport, e che la dignità sportiva disdegna i mezzucci, gli imbrogli, i favori.
Se il campionato di serie B a ventiquattro squadre è un clamoroso caso di doping istituzionale, sono però gli effetti collaterali, è la psicoantropologia del paese che ne esce a pezzi, ben al di là della vicenda sportiva. Le cronache di questi giorni sembravano una specie di remake grottesco del peggior italiume provinciale. Un titolo per tutti: "Firenze torna in B, Pisa, Livorno e Lucca insorgono", con il vecchio e logoro tessuto strapaesano rinvigorito da citazioni di commi e codicilli, appelli al Tar, e onorabilità di piazza e di contrada che si intrecciano furbamente al calcolo dei diritti della pay-tv e al calcolo (meno complicato) di quanti mesi o anni separano dal prossimo turno elettorale. E al Nord i soliti moccoli razzisti che si condensano nella brillante idea di sostituire, in serie A, l'indegna Roma ladrona con la gloriosa e retrocessa Atalanta, una trovata da avvocaticchi terroni rivendicata come insorgenza libertaria...
Leggetevi una qualunque delle (poche) interviste a Gianni Rivera pubblicate negli ultimi giorni. Sono di una durezza desolata, ma molto realistica. Sono le parole di un uomo di sport che vede il lessico fondamentale del gioco inghiottito dall'affarismo, dalla demagogia e da una specie di stupidità autolesionistica. Per appassionante paradosso, va notato che gli stessi gruppi di potere che esaltano la libera competizione, il libero mercato, i meriti individuali, varano poi questa specie di giubileo assistenziale, questo decreto salva-ultimi che mortifica i vincitori sul campo e salva la pelle agli amici degli amici. Nemmeno l'Italia democristiana era così incapace di quel minimo di pedagogia sociale. Dopo i falsi invalidi, i falsi neopromossi sono l'ultima pagina dell'eterno e immorale assistenzialismo italiano.
La regina sparì davvero senza usare alcun trucco
Gino Castaldo su la Repubblica
C'è un prima e dopo il concerto alla Bussola? Fu una boa, uno spartiacque, o un semplice segnalibro in una biografia tormentata? Quella sera alla Bussola Mina mise in scena una volta ancora i suoi sublimi trucchi di cantante, solo che al momento finale lanciò il trucco definitivo, disse addio e, voilà, scomparve dalla scena, definitivamente. Non tornò indietro neanche per raccogliere il meritato applauso. Altro che trucco, altro che la solita inattendibilità della gente di spettacolo che a ogni concerto dice che è l'ultimo e poi la stagione dopo è ancora lì a far notizia perché ci ha ripensato.
Mina no, non si è mai più fatta vedere, lasciando il pubblico a chiedersi perché. Con spavalda coerenza ha anche evitato di giustificarsi, è sparita e basta. Eppure qualche indizio ce l'abbiamo. In fondo in quel passaggio tra il prima e il dopo corre l'abisso che Mina ha scavato tra la morbosa familiarità che lega in genere un volto televisivo al pubblico, e la gelida smisurata enigmaticità dell'assenza.
Mina era stanca, stanca soprattutto di essere un bersaglio della stampa scandalistica, stanca di essere un paradigma di trasgressione o di bonaria rassicurazione per il pubblico. Stanca di non essere celebrata soprattutto per la sua straordinaria personalità canora. Ecco il trucco. Come eliminare ogni interferenza, come rendere pura, assoluta, la qualità della voce? Ovvio, sparendo. Se Mina fino al '78 era una riconosciuta interprete di valore internazionale, ma per gli italiani era soprattutto la spiritosa, eccentrica, amabile conduttrice, la partner da piccolo schermo di tutti i protagonisti dello spettacolo, dopo il '78 non c'erano più sorrisi, ammiccamenti, concessioni all'audience, dopo il '78 Mina è stata solo ed esclusivamente una voce.
La sua assenza è stata una lezione. Solo dischi, prodotti con geometrica puntualità, non spiegati, senza commenti e didascalie, solo canzoni, per anni vezzosamente divise in un doppio long playing, uno di classici rivisitati e uno di inediti. E ora? Abbiamo spesso sottolineato come negli ultimissimi anni ci sia stato un netto riavvvicinamento. Il disco con Celentano, foto affettuose e realistiche, per non parlare di un Dvd che ci consente perfino di vederla mentre canta. Del resto sono passati 25 anni. Abbastanza per perdonare l'impudenza dei media?
22 agosto 2003