
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 agosto 2003
Il calvario americano sul fronte di Bagdad
Vittorio Zucconi su la Repubblica
CON la facile vigliaccheria del terrorismo, che colpisce bersagli "morbidi" e poi lascia alle vittime la fatica di trovare il movente tra le bare, i signori del caos hanno colpito il simbolo della pace a Bagdad, gli inviati dell'Onu, gli impiegati iracheni e il capo missione, il brasiliano Sergio de Mello. "Non ci distoglieranno dall'obbiettivo di costruire un Iraq libero e democratico, non riporteranno quel popolo ai tempi della tortura e delle fosse comuni, la nostra volontà non può essere scossa", risponde Bush costretto a interrompere una partita a golf e a indossare il completo blu di ordinanza, in queste sue ferie di lavoro tormentate da misteriosi oscuramenti e ora da due stragi simultanee a Bagdad e a Gerusalemme, e le sue sono parole giuste quanto ovvie. La notizia vera è che non era mai accaduto, neppure in Medio Oriente, che un edificio civile con la bandiera blu delle Nazioni Unite diventasse bersaglio di un attentato selvaggio come questo. La guerra in Iraq ha fatto un altro scatto in avanti. E il cammino della road map verso la pace ne ha fatto uno indietro. Ha ragione quindi Kofi Annan quando dice che ieri è stata oltrepassata un'altra "linea rossa" nella escalation. Ma se è difficile capire chi muova questi assalti, oltre le banalità ormai improponibili dei "resti del regime" e della caccia superstiziosa al simulacro di Saddam, l'intenzione di chi ha finora ucciso 312 militari alleati (Cnn) e ieri ha devastato il quartiere generale Onu nella capitale è evidente: contrastare l'ottimismo ufficiale di Bush e del proconsole Bremer e dimostrare che le "cose" in Iraq non vanno un po' meglio, ma un po' peggio, ogni giorno.
L'autobomba di ieri, come il tiro al piccione quotidiano su militari e cittadini, sono il controcanto della guerriglia irachena a ogni tentativo di raccontare all'opinione americana la storia rassicurante di un malato certo grave, ma in via di miglioramento. La formula adottata dalla Casa Bianca e assimilata anche dai sostenitori più onesti e perciò più preoccupati, della guerra, è quella del mezzo bicchiere pieno. Si considera il male come un prezzo necessario da pagare per smuovere la stagnazione teocratica e oscurantista che ha afferrato il mondo arabo e si cercano le buone notizie tra la macerie e le body bags. L'ultima buona notizia era stato il riluttante riconoscimento offerto dal Palazzo di Vetro al consiglio di governo insediato dal governatore americano. E infatti, nel giro di poche ore, la guerriglia ha demolito proprio il quartier generale dell'Onu a Bagdad.
Il camion bomba contro il "Canal Hotel" di Bagdad è già il segno di una intelligenza canagliesca e coerente. Il controcanto dei signori del disordine scatta infatti sempre puntuale. La tragedia è l'acqua che scarseggia, nei 50 gradi di aridità? Appena un filo d'acqua torna a scorrere nelle cucine, una bomba fa saltare l'acquedotto principale. Il petrolio promette 7 milioni di dollari al giorno per la ricostruzione e per le compagnie petrolifere americane? E infatti i sabotatori fanno saltare l'oleodotto nel nord.
Come ripete da mesi Thomas Friedman, e ha raccontato per questo giornale Vargas Llosa da Bagdad, la vera guerra è in corso adesso, ed è cominciata con l'ingresso troppo facile della Terza Divisione nella capitale abbandonata. Ma in questa guerra, che ormai anche la senatrice repubblicana Kay Hutchinson, sorpresa ieri in visita all'Iraq vede in piena escalation, Bush e i consiglieri fino a ieri tanto superbi, non hanno una strategia che non sia l'ottimismo, e non hanno armi, che non sia la spremitura di truppe stanche, sempre rifiutando di tornare all'Onu per chiedere la legittimazione internazionale alla guerra.
L'ostinazione ideologica e arrogante di questa Casa Bianca, nel respingere il ritorno al multilateralismo per non pagare un piccolo pedaggio di prestigio, appare sempre più autolesionista, visto che in Iraq non è in gioco soltanto la rielezione di Bush nel 2004, che è affare di Bush, ma il futuro dei rapporti tra l'Occidente e l'Oriente, che è affar nostro. L'impressione che si rinnova ogni mattina al momento di sintonizzare le tv sul tavolo del breakfast, è che questa amministrazione stia di fronte al calvario iracheno come sta di fronte al blackout che ha inghiottito 50 milioni di americani, annaspando in preda al dilettantismo civile, dopo tanto show di professionismo militare. Quanto più chiara si fa la strategia dei signori del disordine, tanto più vaga si fa quella dei portatori del "nuovo ordine" costretti a inseguirli. Ha osservato James Rubin, ex assistente segretario di Stato fino al 1998: "Era così difficile prevedere che la guerriglia avrebbe colpito l'Onu a Bagdad, dopo il riconoscimento dato al consiglio di governo insediato da noi americani?". Doveva esserlo, perché a guardia di quel palazzo c'erano due fantaccini armati di fucile automatico M16, nonostante Sergio Vieira de Mello, il capo missione ucciso, avesse da tempo implorato il Central Command di proteggerlo meglio.
Cimitero iracheno
Roberto Zanini su il Manifesto
L'Onu non era è stata creata per portarci in paradiso ma per salvarci dall'inferno. Lo diceva Churchill ed è stato vero per molto tempo. Oggi quell'inferno ha inghiottito anche l'Onu. Non è stato difficile, perché era già morta. L'autobomba lanciata contro il suo quartier generale a Baghdad ha officiato, nel sangue, un funerale. L'inviato speciale delle Nazioni unite Sergio Vieira De Mello è la vittima di un atto terroristico e di una guerra. L'attentato che ha ucciso lui e altre decine di persone è un atto di barbarie come sono tutti gli atti di guerra. Per chi ne viene colpito l'autobomba e il missile non sono così diversi.
Il terrore e la cosiddetta guerra al terrore sono ormai inestricabili e non poteva andare diversamente. L'Onu avrebbe dovuto impedirlo, per mesi l'ha fatto, immense manifestazioni in tutto il mondo hanno preso parte allo sforzo. Poi la guerra all'Iraq è cominciata e le Nazioni unite sono finite. Quando Vieira De Mello è arrivato a Baghdad non era il rappresentante dell'unica istituzione «terza» sulla Terra, il luogo in cui i paesi vanno a praticare la politica nel tentativo di non continuarla con altri mezzi. Era l'inviato speciale di un'organizzazione che aveva appena cancellato l'embargo e fatto del petrolio iracheno vietato un petrolio americano permesso. Un'organizzazione che aveva dichiarato «benvenuto» il governo insediato e sorvegliato dalla potenza occupante. Non era l'Onu «di prima», era l'Onu irrimediabilmente «di poi».
L'attentato di Baghdad è il più clamoroso fatto di sangue mai compiuto contro le Nazioni unite da oltre quarant'anni, dalla morte in un «incidente» del segretario generale Dag Hammarskjold. Ma quello fu un affare di servizi segreti occidentali e di razzisti bianchi africani, così pulito che anche oggi è ufficialmente catalogato come sciagura aerea, mentre questo ha le sembianze di un lurido, evidente, rumoroso atto di terrore. «Quella» Onu venne colpita per aver cercato di mettersi in mezzo tra le potenze coloniali e le loro ex colonie. «Questa», probabilmente, per aver smesso di farlo.
Gli Stati uniti hanno fortemente cercato la guerra in Iraq. Per farla non hanno esitato a distruggere l'Onu - o forse distruggere l'Onu era lo scopo e la guerra il mezzo. Il conflitto è stato dichiarato concluso ma l'Iraq è un pantano in cui agli assalti quotidiani ai soldati si affiancano ora i massacri collettivi delle autobombe. Kofi Annan sconvolto chiede di trovare e punire i colpevoli, che saranno cercati e puniti dall'unico potere disponibile sul mercato, quello d'occupazione. In Italia si dice che è necessario stabilizzare l'Iraq, ma è la stabilità di un cimitero.
Il fantasma di Saddam
Bernardo Valli su la Repubblica
POCHE ore prima che saltasse per aria il palazzo dell´Onu, e morisse tra le macerie con altri il bravo Sergio Vieira de Mello, il governatore americano dell´Iraq ha fatto una sorprendente dichiarazione a Hal-Hayat, un giornale di Dubai. Ha detto che soltanto la cattura o l´uccisione di Saddam Hussein segnerà la vera fine del suo regime. Dunque, per Paul Bremer, massima autorità della superpotenza occupante, il regime iracheno contro il quale George W. Bush ha mandato le sue invincibili legioni sopravvive ancora, più di quattro mesi dopo la conquista di Bagdad. E sopravviverà, sempre secondo Bremer, fin che il suo capo non sarà abbattuto. Fino a quando non comparirà sui teleschermi di tutto il mondo con le manette ai polsi o il suo cadavere non sarà esibito come una prova irrefutabile della estinzione del suo potere.
Se questa è la convinzione dell´inviato di Bush, figurarsi quel che passa per milioni di cervelli iracheni, ogni volta che viene ucciso un marine o esplode una bomba.
Gli attentati, i cadaveri avvertono quotidianamente che il regime non è finito, che si muove nella clandestinità e che a guidarlo c´è sempre lui, Saddam: il raìs che un tempo scrutava il paese con i suoi poliziotti onnipresenti e le innumerevoli statue di marmo e di bronzo che presidiavano le piazze: e che adesso continua a sorvegliarlo da qualche introvabile labirinto, beffandosi dei superman americani, muovendo il regime underground con la stessa delirante lucidità e spietatezza di quando officiava nei suoi palazzi.
Ferito il mese scorso dall´uccisione dei figli, dalla vista dei loro corpi straziati, esibiti come trofei di guerra, Saddam ha voluto rispondere al sangue col sangue?
Il raìs è sempre stato un misto di sottigliezza e di brutalità. E, dunque, se l´attentato porta la sua firma, si tratta di un ben calcolato avvertimento all´Onu. All´Onu che ha riconosciuto l´occupazione anglo-americana, e che si lascia sempre più coinvolgere nell´avventura. Il brasiliano Vieira de Mello, l´inviato del segretario generale, poteva essere l´espressione di questo nuovo zelo in favore di Bush. Per questo è stato preso di mira? Ma c´è anche un´altra spiegazione.
Colpendo i rappresentanti dell´Onu si è voluto dimostrare che gli americani sono degli occupanti inetti. Non garantiscono l´ordine pubblico, non sono in grado di assicurare alla popolazione l´acqua e l´energia elettrica, non sono neppure capaci di proteggere i loro ospiti. La sicurezza della gente delle Nazioni Unite non era forse compito delle truppe americane? La strage di ieri voleva forse dimostrare la loro inefficienza. Non è escluso che fosse un indiretto, sanguinoso insulto dell´invisibile Saddam a George W. Bush.
Non pochi iracheni la pensano senz´altro cosi. Ma non credo che una guerriglia mandi messaggi tanto chiari ogni volta che compie un´azione. Gli obiettivi non possono essere sempre scelti con tanta cura. E quel che accade a Bagdad assomiglia sempre più a quella battaglia che il raìs aveva promesso agli americani e che non riuscì a promuovere, poiché la capitale cadde nelle mani degli invasori senza difendersi. Nella battaglia in corso si colpisce dove si può. In aprile Saddam aveva promesso una resistenza strada per strada, casa per casa. Aveva sfidato i reparti corazzati ad entrare a Bagdad dove avrebbero perduto la loro superiorità, in uno scontro urbano che li avrebbe privati dell´appoggio aereo e resi vulnerabili anche di fronte ad armi anticarro rudimentali, inefficaci in campo aperto. La metropoli sarebbe stata per gli americani la giungla irachena. Ma non ci fu resistenza. Saddam aveva fatto uno dei suoi soliti tragici bluff? Oppure era stato tradito dai suoi generali, fattisi corrompere dagli americani? Sono state date tante versioni.
Troppe. Tutte non verificabili. Quel che salta adesso agli occhi è che Bagdad sta diventando sul serio la giungla irachena per gli americani. La minaccia di Saddam si realizza più di cento giorni dopo.
L´attentato all´Onu sarebbe stato compiuto da un kamikaze. È inquietante. Non assomiglia al regime iracheno, che non ha mai contato nei suoi ranghi fanatici religiosi pronti al sacrificio. Il Baath è per tradizione un partito laico, mangiapreti. E anche se negli ultimi anni Saddam si esibiva nelle moschee, e proclamava la jihad, non è mai diventato un integralista. Si vedeva lontano un miglio che la sua religiosità era strumentale. Ma l´Iraq è da settimane la meta di coloro che vogliono colpire l´America. E tra questi si distinguono i terroristi islamici. Per loro è un´occasione unica. L´America non è più un obiettivo remoto, si è avvicinata, è a portata di mano.
È sulle rive del Tigri e dell´Eufrate. In un paese che essa non riesce a controllare. Può dare l´impressione di essere caduta in una trappola, in un´imboscata, quindi attira terroristi. Gli uomini di Osama bin Laden sono arrivati in Mesopotamia? Non è escluso.
Terrorismo cieco
Boris Biancheri su La Stampa
ANCHE se l'Iraq ci ha abituato, dopo la fine della guerra guerreggiata, all'annuncio quotidiano di attentati, imboscate e assalti contro persone e cose, in una spirale di progressiva degenerazione dello Stato e della società, l'attacco di ieri al quartier generale dell'Onu a Baghdad, cui si aggiunge un sanguinoso assalto a Gerusalemme, impone un riesame delle riflessioni fatte sinora sullo stato delle cose in Iraq e nel mondo.
Fin dall'inizio della crisi irachena un anno e mezzo fa, le Nazioni Unite si sono configurate come pienamente autonome da Washington e poi addirittura in conflitto con la politica americana. Basta ricordare la prudenza di Hans Blix e di El Baradei nel gestire le ispezioni delle Nazioni Unite per il disarmo o ripensare ai giorni drammatici del dissidio tra Washington, Londra, Parigi e Mosca nel Consiglio di sicurezza con la conseguente paralisi di quest'organo e con l'intervento militare angloamericano al di fuori della legalità societaria.
Ancor oggi, malgrado il lento e modesto re-inserimento compiuto dall'Onu sulla scena irachena con la riluttante acquiescenza di Washington, l'Onu non ha in Iraq alcun potere effettivo. Per parte sua, il rappresentante delle Nazioni Unite a Baghdad, il brasiliano Viera de Mello, morto nell'attentato, si era attenuto nel breve tempo trascorso a una linea di grande prudenza. Era d''altronde una personalità di notevole esperienza, che Kofi Annan aveva distolto temporaneamente dall'incarico di alto commissario per i diritti umani proprio per la stima di cui godeva tra i Paesi in via di sviluppo e tra quelli islamici in particolare. La sua convivenza con la presidenza libica della Commissione per i diritti umani a Ginevra, era stata un modello di abilità politica.
Che cosa ha spinto gli attentatori a colpire il più che altro simbolico centro delle Nazioni Unite di Baghdad? Chi sono e che obiettivi si prefiggono? In attesa di elementi di fatto o di rivendicazioni (che per altro in Iraq sono state rare e poco attendibili) ci si può solo porre degli interrogativi.
Se il gesto appartenesse alla galassia della crescente insorgenza antiamericana, si tratterebbe di una ben strana strategia quella di colpire la sola, realistica alternativa alla gestione statunitense della transizione. Si tratterebbe in tal caso di un qualche fedelissimo di Saddam che combatte l'Onu non per ciò che fa ora ma per ciò che fece al tempo della prima guerra del Golfo e delle sanzioni.
Più probabile, e più preoccupante, è l'ipotesi che - in un'Iraq che come l'Afghanistan al tempo dell'occupazione sovietica sta diventando il luogo dove affluisce ogni terrorismo di matrice islamica, mercenario o esaltato, autonomo o organizzato - l'Onu venga identificata con l'Occidente, anzi con chiunque abbia una parvenza di potere. Che l'attentato sia dunque un gesto estremo, irrazionale, rivolto forse anche contro quei regimi arabi moderati, come Arabia Saudita o Egitto, che stanno intensificando la sicurezza al proprio interno.
Iraq, inferno dopo la guerra:
da maggio decine di attacchi
su la Repubblica
ROMA - L'autobomba esplosa oggi al quartier generale dell'Onu a Bagdad rappresenta solo l'ultimo episodio di violenza accaduto in Iraq dal primo maggio, giorno in cui il presidente Usa George W. Bush annunciò la fine delle ostilità.
Nei 112 giorni passati dalla conclusione "ufficiale" del conflitto, sono morti almeno 128 soldati della coalizione, tra cui 61 per fuoco nemico, mentre un conto esatto dei civili e dei guerriglieri iracheni uccisi è impossibile, ed è comunque largamente superiore a quello dei caduti americani e britannici.
Ecco un riepilogo degli episodi più gravi.
2 maggio - A Madain, località alla periferia di Baghdad, due chiatte prese d'assalto da oltre 400 persone si incendiano causando decine di vittime. La folla cercava di impossessarsi del petrolio contenuto nelle cisterne.
13 maggio - Nove bambini iracheni muoiono nell'esplosione di un ordigno con cui giocavano nella provincia di Missan, nel sud del Paese.
18 MAG - Almeno una decina di persone restano uccise in scontri tra arabi e curdi nella città di Kirkuk, nel nord dell'Iraq.
20 maggio - I giornali americani riferiscono delle centinaia di omicidi di dirigenti del partito Baath compiuti nelle ultime settimane per regolare vecchi conti personali.
27 maggio - A Falluja, militari Usa in servizio ad un posto di blocco vengono attaccati a colpi di armi leggere e granate. Due soldati americani restano uccisi e altri nove feriti.
14 giugno - 110 iracheni rimangono uccisi in 24 ore in scontri con militari Usa nell'ambito dell'operazione 'Penisola'.
24 giugno - Due imboscate contro le truppe britanniche a nord di Bassora. Sono uccisi sei soldati, sette vengono feriti.
22 luglio - Con un raid a Mossul, l'esercito americano uccide i due figli maggiori di Saddam, Uday e Qusay Hussein, dopo un lungo combattimento con gli uomini asseragliati nella casa dove si erano rifugiati.
7 agosto - Un'autobomba esplode davanti all'ambasciata giordana a Baghdad, causando la morte di 17 persone.
Obbligati a non mollare
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Lo hanno detto in molti, da quando alla spirale dei massacri si è contrapposta l'opzione politica della road map : tra israeliani e palestinesi occorre fare come suggeriva il premier assassinato Yitzhak Rabin, bisogna negoziare come se il terrorismo non esistesse e combattere il terrorismo come se il negoziato non ci fosse. L'ennesima strage di Gerusalemme conferma nel modo più atroce quanta grandezza di visione ma anche quanto umano eccesso di ottimismo vi fosse in quell'equazione. Israeliani e palestinesi, infatti, stavano negoziando. Con alti e bassi, con inevitabili battute d'arresto, ma il dialogo tra Ariel Sharon e Abu Mazen, spinto dall'America e incoraggiato dall'intera comunità internazionale, procedeva lungo la rotta indicata. A tal punto che tra le parti si era giunti a un passaggio cruciale: la restituzione al controllo palestinese delle città di Gerico e di Qalqilya, e poi anche di Ramallah e di Tulkarem.
Rimanevano da concordare dettagli non trascurabili, le discussioni procedevano a rilento, ma la ben conosciuta puntualità degli stragisti non ha voluto aspettare oltre: il sangue di israeliani innocenti, adulti o bambini che fossero, avrebbe fermato l'orologio della trattativa e costretto Sharon a ritrovare la durezza. Non solo. Abu Mazen l'arrendevole avrebbe dovuto ammettere la sua impotenza di fronte al terrorismo. E George Bush l'ispiratore, già alle prese con l'Iraq in fiamme, avrebbe dovuto smettere di fingersi equidistante.
In teoria, è proprio adesso che la formula di Rabin dovrebbe entrare in azione. Ma è davvero possibile cancellare il sangue, e con il sangue la memoria, e con la memoria l'odio? I fautori della pacificazione possono davvero battere le «coalizioni» degli estremisti ben descritte dallo scrittore Amos Oz su queste colonne, e che da ognuno dei due campi si sostengono a vicenda tradendo gli auspici delle rispettive maggioranze?
Dopo il kamikaze di Gerusalemme, l'Anp interrompe i contatti con Hamas e la Jihad
sommari de l'Unità
L'Autorità Nazionale Palestinese ha troncato ogni contatto con i gruppi radicali e ha annunciato una severissima campagna repressiva in seguito all'attacco suicida di martedì sera a Gerusalemme contro un autobus carico di civili. L'attentato, che ha ucciso venti persone tra cui alcuni bambini e ne ha ferite quasi cento, è stato rivendicato sia dalla Jihad Islamica che da Hamas, nonostante le ripetute dichiarazioni di rispetto della tregua annunciata a fine giugno. «Riteniamo Hamas e la Jihad responsabili di aver compromesso i più alti interessi dell'Autorità nazionale palestinese» ha detto un portavoce del primo ministro palestinese.
Ecco il decreto, verso la B a 24
Approvato dal governo il provvedimento anti-Tar. Figc e Lega possono decidere l'allargamento del tornei anche in deroga ai regolamenti.
Uno speciale de La Gazzetta dello Sport
MILANO, 19 agosto 2003 - Dopo il vertice presso il dicastero dei Beni culturali - che ha visto impegnati il ministro Giuliano Urbani, il presidente della Federcalcio, Franco Carraro, quello della Lega, Adriano Galliani, e del Coni, Gianni Petrucci - si è concluso anche il consiglio dei ministri, che ha approvato il decreto "salvacalcio" o "anti-Tar", ossia il testo che regolamenta i rapporti fra giustizia ordinaria e sportiva, convogliando tutti i ricorsi in materia di sport al tribunale amministrativo del Lazio in prima istanza e al Consiglio di Stato in grado d'appello.
Tre giorni, meglio due e mezzo, per riuscire dalla crisi che ha investito il calcio italiano. È l'ultimatum che Urbani ha dato alla Federcalcio presentando il decreto appena approvato dal governo con cui il mondo del pallone avrà a disposizione strumenti quali la deroga ai regolamenti in vigore per far partire regolarmente i campionati, come stabilito prima dal vertice presso il dicastero dei Beni Culturali e quindi recepito nel decreto "salvacalcio": al quinto comma dell'articolo 3, infatti, è prevista la possibilità "su proposta della federazione competente, di adottare provvedimenti di carattere straordinario e transitorio - anche in deroga alle disposizioni vigenti dell'ordinamento sportivo - al fine di assicurare il regolare inizio dei campionati 2003-04".
Il decreto non è stato approvato all'unanimità. Lo ha rivelato il ministro Urbani: "Il decreto è passato a larghissima maggioranza, ma preferisco non fare i nomi di chi ha votato contro". Cioè i ministri della Lega. Particolare la posizione del presidente del Consiglio: "Berlusconi si è astenuto dalla discussione - spiega Urbani - La sua è stata una presidenza vigilante ma silenziosa. Ma come amante del calcio penso che sia stato contento di quanto fossero preparati i colleghi".
La soluzione più probabile a questo punto è una serie B a 24 squadre, con il ripescaggio delle retrocesse Catania, Salernitana e Genoa, più a rischio la posizione del Cosenza, nei guai per problemi economici. Tanto che si fa il nome della Fiorentina quale possibile quarta. La decisione definitiva di allargare la serie cadetta oltre le 20 squadre dovrà in ogni caso essere presa dal governo del calcio: il Consiglio federale in programma domani mattina a Roma dovrebbe dare le prime risposte proprio grazie alle deroghe che il decreto e la riunione al Ministero hanno introdotto.
Il comunicato ministeriale
Le reazioni: pro e contro
Le parole di Urbani
Il Napoli ricorre al Tar
Il Cosenza vuole la B
La Lega vota contro
Firenze esulta
Calcio, la serie B sarà a 24. La Lega:
«Siamo tornati ai tempi del Duce...»
Federica Fantozzi su l'Unità
Tre articoli, due brevi e uno lungo. È l'attesissimo decreto «anti-Tar» o «salva-calcio» varato dal consiglio dei ministri alla presenza di Silvio Berlusconi, rientrato apposta dalla Sardegna, e del «grande mediatore» Gianni Letta. Poco prima, si era concluso l'incontro del ministro Urbani con i vertici del calcio che ne anticipava buona parte dei contenuti.
È l'accordo che per il governo dovrebbe consentire l'inizio regolare nonché «un andamento sereno» del prossimo campionato di calcio il 31 agosto. Anche se l'accordo non c'è stato neppure a Palazzo Chigi, dove il testo è stato approvato con il no secco del Carroccio per bocca del Guardasigilli Castelli e - per il comma relativo ai poteri «straordinari» della Figc - del ministro Tremaglia in rappresentanza di An. In sostanza, è una sanatoria che prestissimo sbarcherà in Gazzetta Ufficiale e che intanto rende furibondo il legista Calderoli: «Mi sembra di essere tornato ai tempi del Duce quando Mussolini interveniva per far vincere lo scudetto alla Roma».
L'articolo «decisivo» del decreto è il terzo - cinque commi sulla giurisdizione e la disciplina transitoria - che di fatto annulla le decisioni finora prese dai Tar. Per «semplificare l'eccessivo ricorso alla giustizia amministrativa - ha spiegato Urbani - sono previsti due livelli di ricorso, entrambi centralizzati: il primo alla giustizia sportiva, il secondo di fronte al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato». La competenza a decidere sulle misure cautelari spetta dunque al Tar Lazio. Quelle già emanate vengono sospese, a meno che la parte interessata le riproponga dinanzi a quel giudice amministrativo.
Mentre l'ultimo comma dello stesso articolo consente al Coni - su proposta della Federcalcio - di «adottare provvedimenti di carattere straordinario e transitorio anche in deroga alle disposizioni vigenti dell'ordinamento sportivo al fine di assicurare il regolare inizio dei campionati 2003-2004». In altre parole, dice un sollevato Urbani, «non chiedete a me se la serie B sarà a 20 o 24 squadre». A decidere la composizione dei prossimi campionati saranno Coni e Federcalcio che si riuniscono oggi, domani e dopodomani. Sembra profilarsi all'orizzonte una serie B a 24 squadre che non scontenti nessuno: con il recupero di Catania, Genoa, Salernitana, e addirittura la Fiorentina o il Cosenza. Anche se resta aperto il problema dei contributi statali: dividerli in 20 o in 24 porterebbe a risultati di bilancio assai diversi.
Il sistema delle deroghe, però, non piace al ministro degli Italiani all'estero Tremaglia: «Non sono d'accordo nel concedere poteri straordinari alla Federcalcio. Non ho fiducia in lei e non la considero all'altezza della situazione».
Anche la Lega protesta per la concessione di «carta bianca per modificare i campionati». Ma le recriminazioni degli uomini di Bossi vanno oltre, con la richiesta (respinta) agli alleati di introdurre la competenza di un triplice Tar: del nord, del centro e del sud. E Calderoli prevede «anche la lottizzazione delle retrocessioni, un po' alla destra e un po' alla sinistra». Ironizza: «Forse avrei dovuto andare anch'io da Berlusconi con il cappello in mano per riammettere l'Atalanta in serie A...». Il riferimento è agli sforzi dei siciliani La Russa e Prestigiacomo in favore del Catania.
Il calcio del più forte
Gianni Mina' su il Manifesto
Il calcio senza limiti e senza pudore economico che proprio Silvio Berlusconi impose con il suo avvento alla presidenza del Milan, dopo aver fornito al Cavaliere, insieme alla Tv commerciale, la macchina del consenso per sostenere la sua discesa in campo nella politica, adesso gli scoppia, come un «botto» di carnevale, sotto la sedia. E il premier-operaio è costretto a varare in fretta e furia un controverso decreto legge che azzera la corsa di molti presidenti di club professionistici a risolvere, con un ricorso al Tar, i propri fallimenti tecnici e gestionali e forse, neutralizza anche la tentazione di alcuni di questi tribunali amministrativi regionali di riscrivere le classifiche dei campionati a seconda della propria fede calcistica. Di fatto, però, il decreto legge al quale il governo ha dovuto ricorrere, delegando solo al Tar del Lazio e poi, eventualmente, al consiglio di stato la possibilità di risolvere controversie non composte dall'ormai screditata giustizia sportiva, rappresenta la sconfitta di una certa idea di calcio professionistico. Una filosofia che si è venuta affermando negli ultimi quindici anni proprio con il cambio di marcia commerciale suggerito, all'universo del pallone, dal Milan del Cavaliere. Un'idea neoliberale, dominata da un business sempre più incorretto, senza più regole uguali per tutti o certe per tutti, se non il dominio del più arrogante.
Un altro compromesso era stato quella di eleggere alla Lega (la Confindustria del pallone) Adriano Galliani (amministratore delegato del Milan), proprio il dirigente che con Antonio Giraudo della Juventus spinge da tempo per un campionato europeo da far disputare ai club di maggior potenza finanziaria, lasciando il resto del movimento calcistico di casa nostra al suo destino. In questa gestione sconsiderata dove il consenso dei presidenti poveri (di A e di B) veniva comprato dai club poderosi con una congrua cifra che veniva iscritta nei bilanci della Lega sotto la voce «mutualità», era normale evidentemente per la giustizia federale comminare pene ridicole per gli scandali dei falsi passaporti o per i casi di doping che nella stagione passata hanno sfiorato Juventus Milan Inter Roma Lazio Parma. Nessuno allora ricorreva al Tar per questi insulti e per queste offese alla legalità, malgrado fosse chiaramente intaccata la credibilità degli stessi campionati. Ognuno aveva il suo scheletro nell'armadio da nascondere. L'iniziativa del disinvolto Gaucci (padrone di Perugia Catania e Sambenedettese) di rompere la clausola compromissoria (che impegna il mondo dello sport a non rivolgersi alla giustizia ordinaria) e l'insistenza di Gaucci stesso di ricorrere a vari Tar per restituire la serie B al Catania che l'aveva persa sul campo ma poteva approfittare a sorpresa di una incongruenza della giustizia federale, ha rotto evidentemente il gioco dei precari equilibri, dei compromessi, dei ricatti su cui si reggeva questo calcio.
Berlusconi ha chiuso la bocca ai Tar ma questa volta non può gioire per avere ancora sconfitto degli organi di giustizia. Una mediocre storia di poca trasparenza nella gestione del nostro calcio professionistico ha scoperchiato infatti il verminaio rappresentato dal modello di gestione del calcio scelto anni fa proprio dall'attuale presidente del consiglio dei ministri e ha fatto tremare l'unità del suo governo forse più di quanto ci si potesse aspettare, quasi come per le questioni riguardanti giustizia ed economia. E siamo anche curiosi di vedere se la Lega calcio, presieduta da Adriano Galliani, sarà capace di convincere i modesti parvenue del calcio di serie B a giocare un campionato infinito a 24 squadre come pretendono La Russa e gli alleati di governo di An.
20 agosto 2003