
sulla stampa
a cura di P.C. - 14 agosto 2003
Grecia, terremoto a Corfù
Alcuni italiani tra i feriti
su la Repubblica
ATENE - Un forte terremoto, di magnitudo 6,4 della scala Richter, ha colpito stamani le isole greche del mar Ionio. Secondo le notizie fornite da organi di informazione, 30 persone sono rimaste ferite, ma solo due in modo grave. La zona in questo periodo è affollata di turisti, anche italiani: stando alle stesse fonti, sono sette i nostri connazionali giunti negli ospedali, ma nessuno di loro è gravemente ferito.
Il sisma è stato avvertito alle 8.15 locali (le 7.15 in Italia). Secondo quanto precisato dall'Istituto geofisico di Atene, l'epicentro della scossa è stato localizzato 290 km a nord-ovest della capitale nel fondale marino, a una profondità di 14 chilometri. E' stato chiaramente sentito a Corfù, e sull'isola di Leucade, ma anche a Cefalonia, in tutto l'ovest della Grecia e sulla costa jonica della Calabria.
Due gruppi di italiani coinvolti si trovano a Leucade. Quattro sono stati investiti dalla scossa sismica nella località di Eugemnos mentre scalavano una parete rocciosa. Due di loro sono stati sbalzati a terra dalla scossa: avrebbero entrambi una gamba fratturata. L'altro gruppo, composto da tre persone, è stato colpito dai sassi franati da una collina in una spiaggia di una località non ancora precisata.
Gli albergatori della zona parlano però di danni minimi: "Abbiamo sentito una forte scossa, ma non ci risulta che ci siano gravi problemi, le costruzioni sono nuove e hanno resistito bene al sisma" risponde al telefono l'addetto alla reception dell'hotel Odeon, a Leucade.
Anche secondo il sindaco, Iorgos Grigoris, nell'isola "ci sono feriti, ma non sono gravi". I danni più ingenti, almeno per il momento, sarebbero a delle vecchie case disabitate: "Una o due costruzioni sono state danneggiate e anche alcune strade", ha aggiunto il sindaco. L'elettricità e l'erogazione di acqua potabile sono interrotte in gran parte dell'isola.
A Corfù la situazione sembra tranquilla. Lo conferma un'impiegata dell'hotel Palace, raggiunta per telefono: "Tutto ok. La paura è durata solo pochi minuti. I nostri ospiti, compresi gli italiani, stanno tutti bene. Adesso sono in spiaggia".
Ci sono state molte scosse di assestamento. Il primo ministro greco Costas Simitis ha inviato soccorsi militari a Leucade per aiutare la popolazione e ha raccomandato di non fermarsi in luoghi chiusi: ci potrebbero essere ulteriori scosse.
La Grecia si trova in una zona altamente sismica: è posizionata su molte faglie tettoniche, come quella che inizia nell'est della Turchia e si spinge fino al centro del territorio ellenico.
Quello di oggi è il sisma più forte avvenuto nell'area dal 1995 a questa parte, in una regione a forte rischio sismico. L'ultimo terremoto colpì la zona di Larissa e l'isola di Evia, ma non ci furono conseguenze.
Gravissimo fu invece il bilancio del sisma che nel 1953 colpì Cefalonia: allora le vittime furono 476 e gran parte dell'isola fu rasa al suolo.
Il Csm: allarme sull'aggressione ai giudici
La Lega: "S'indaghi pure su di loro"
Vittorio Locatelli su l'Unità
Cresce ancora la tensione sulla Giustizia. Mercoledì tutti i consiglieri togati del Consiglio superiore della Magistratura e i due laici Luigi Berlinguer (Ds) e Gianfranco Schietroma (Sdi), hanno sottoscritto una dichiarazione contro la proposta Bondi sulla commissione d'inchiesta. Nel mare di polemiche il culmine dell'attacco è arrivato dal leghista Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, che ha trovato "un motivo in più per approvare la commissione". Non solo, Calderoli vorrebbe che si valutasse "se ricorrono o meno gli estremi previsti dall'articolo 289 del codice penale sull'attentato contro gli organi costituzionali" e ha proposto che la commissione estenda "l'indagine anche sull'attività degli ultimi anni proprio al Csm. Oltre alla separazione delle carriere si preveda anche nelle riforme la revoca del potere disciplinare del Csm e gli esiti dell'inchiesta confermeranno questa necessità".
Immediata la replica dei consiglieri togati del Csm: "È bene che passi il caldo ferragostano - ha detto Luigi Riello, di Unicost - e ritorni un minimo di ragionevolezza. Siamo preoccupati del clima di scontro istituzionale che assolutamente non vogliamo". Ernesto Aghina, del Movimento per la Giustizia è all'estero ma "so che in Italia fa molto caldo" ha detto, sperando che l'uscita di Calderoli dipenda da questo. "Alcuni hanno parlato di termini minacciosi nei confronti del Parlamento - ha detto Giuseppe Salmè, di Magistratura democratica -. Ma ci siamo limitati a richiamare la Costituzione alla quale abbiamo prestato giuramento". Per Wladimiro De Nunzio, di Unicost, il documento "non fa che ribadire le competenze delle varie istituzioni".
Nel documento i membri del Csm lamentano le "generiche accuse di parzialità e di politicizzazione" ai giudici milanesi dopo le motivazioni della sentenza Imi-Sir/Lodo Mondadori e le mettono "in connessione" con la presa di posizione di Bondi, della quale denunciano la "gravità" perché "mette in pericolo gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione". Le parole di Bondi sulla "associazione a delinquere a fini eversivi" nella magistratura, per i consiglieri del Csm pongono "la necessità di valutare quali iniziative il Consiglio possa adottare per adempiere al dovere costituzionale di tutela dell'indipendente esercizio della giurisdizione".
Il coordinatore della segreteria dei Ds, Vannito Chiti si è detto "d'accordo con le valutazioni del Csm che ha fatto il proprio dovere di difesa del ruolo e dell'autonomia della magistratura" mentre il capogruppo della Quercia in commissione Giustizia al Senato, Guido Calvi ritiene che "il Csm, nell'assoluto e rigoroso rispetto dei poteri a lui riservati dalla Costituzione, ha espresso una valutazione non sui poteri sovrani e intangibili del Parlamento" ma "sulle proposte di alcuni esponenti politici del centrodestra". A Calderoli ha risposto il senatore della Margherita Nando Dalla Chiesa: "A questo livello di destabilizzazione istituzionale non ci aveva portato neanche il terrorismo. Se vogliamo caricare ulteriormente i compiti della Commissione, affidiamole l'incarico di ricostruire l'origine delle fortune del presidente del Consiglio, delle complicità politiche e delle complicità giudiziarie". Per il capogruppo della Margherita alla Camera, Pierluigi Castagnetti "l'intervento di Calderoli conferma che la maggioranza intende mettere in discussione l'indipendenza della magistratura come organo della Repubblica. Se sono disponibili ad accogliere un appello diciamo alla maggioranza: Fermatevi!". Il Verde Paolo Cento chiede "ai presidenti di Camera e Senato di valutare se l'emergenza istituzionale cui siamo di fronte richieda l'immediata apertura straordinaria del Parlamento". Anche per il senatore del Pdci, Gianfranco Pagliarulo, i membri del Csm hanno "pienamente ragione. L'obiettivo della maggioranza è mettere sotto inchiesta l'autorità giudiziaria da parte di una struttura che, secondo la Costituzione, ha gli stessi poteri e limitazioni dell'autorità giudiziaria. Ciò vuol dire sostituirsi al Csm presieduto dal presidente della Repubblica".
L'ideatore della Commissione d'inchiesta, Sandro Bondi, e il vicecapogruppo di Fi alla Camera, Fabrizio Cicchitto, sostengono che "l'intervento di una parte del Csm è una grave violazione delle regole costituzionali". Il sottosegretario alla Giustizia dell'Udc, Michele Vietti parla di "interferenze esterne rispetto alla libera dialettica parlamentare" e il portavoce di An Mario Landolfi accusa i firmatari del documento di "voler entrare a gamba tesa in un dibattito interno alle forze politiche e parlamentari". Tesi confutata da Pierluigi Mantini, della Margherita: "Non è un atto illegittimo poiché esprime una preoccupazione: quella che ancora una volta si voglia comprimere l'autonomia della giurisdizione" e per il responsabile Giustizia della Margherita, Giuseppe Fanfani, "ancora una volta il Csm dimostra serietà e obiettività di giudizio, tanto più apprezzabili se paragonati alle sconcertanti reazioni della Cdl".
Sindaci, risposta a Sirchia
Serve aiuto, non appelli"
Marco Trabucco su la Repubblica
TORINO - "Non è mia abitudine dire "piove, governo ladro". Non vorrei però che fosse il ministro Sirchia a mettersi la coscienza a posto dicendo: "fa caldo, sindaci ladri", dando la responsabilità delle morti di questi giorni agli 8 mila sindaci italiani. Mi dispiace anzi che in una situazione così delicata, si segua la logica dello scaricabarile. Non serve a nessuno". Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, la città forse più colpita dalle drammatiche conseguenze del caldo torrido di questi giorni, risponde alle velate accuse del ministro della sanità che, ieri, aveva detto, sulle tante morti: "È una emergenza che si poteva prevedere, gli anziani sono stati lasciati troppo soli da chi doveva assisterli".
Sirchia si riferiva esplicitamente ai Comuni. l'assistenza agli anziani in difficoltà è un vostro punto debole?
"Sono sicuro che la gran parte dei sindaci italiani stia facendo il possibile per affrontare una situazione che, peraltro, è probabilmente meno drammatica di quanto sta emergendo in questi giorni".
Meno drammatica? Venti morti per il caldo a Torino, in un giorno sono normali?
"No, non lo sono. I numeri dicono che in questi primi tredici giorni di agosto a Torino c'è stato un aumento di decessi: dai 282 del 2002 siamo passati ai 410 di quest'anno. È evidente l'effetto del caldo che, come avviene d'inverno con il freddo e l'influenza, fa peggiorare chi già soffre di patologie a rischio. Ma il numero di morti complessivo non è superiore a quello di mesi come febbraio o marzo. E, sempre nei primi 13 giorni di agosto, sono diminuiti i morti finiti all'obitorio, 12, rispetto ai 18 dello scorso anno. Lì finisce chi viene trovato morto, solo in casa. Non è vero quindi che ci sono più casi di abbandono, da parte delle famiglie o dell'assistenza pubblica".
Sirchia chiede ai comuni di migliorare quella che chiama "l'assistenza di prossimità", l'unica, dice, che in queste situazioni serva davvero.
"Anche su questo tema spero che il ministro, e tutto il governo, si vogliano prendere le loro responsabilità. E che rivedano il meccanismo con cui vengono date le risorse ai Comuni per l'assistenza. Come sindaco, mi sento la coscienza a posto: spendiamo ogni anno circa 40 milioni di euro per l'assistenza agli anziani. Di questi, 20 milioni sono destinati ai non autosufficienti. Certo si potrebbe fare meglio, ma il Comune di Torino ogni anno, in particolare d'estate, fa un grande sforzo per rispondere a queste esigenze. Abbiamo un servizio, "Pronto estate", gestito da volontari che si occupano delle piccole esigenze, la spesa quotidiana, le commissioni in Posta, in farmacia, di chi magari non se la sente di uscire. Ci sono 1200 persone collegate al Telesoccorso. Non abbiamo certo aspettato la lettera di giugno di Sirchia per ricordarci dei loro problemi. Se il ministro vuole dimostrarci di aver davvero a cuore la situazione deve darci più risorse, non mandarci lettere di raccomandazioni".
Dove servirebbero più soldi?
"Proprio per l'assistenza domiciliare. Oggi a chi è in casa di cura è riconosciuta una quota sanitaria e quindi lo Stato, attraverso le Regioni, si fa carico, in tutto o in parte, della spesa. L'assistenza domiciliare è invece considerata spesa sociale, e quindi sono i Comuni che devono pagare tutto. A Torino circa due terzi dei 6500 anziani non autosufficienti sono seguiti così. In parte con operatori specializzati che vanno a casa loro, in parte con assegni di cura, con cui si pagano una badante, in parte con affidamenti a famiglie o volontari. Se a questa spesa contribuisse lo Stato, come chiediamo da tempo, si potrebbe evidentemente migliorare e incrementare il servizio".
Fiat, un turnover infinito
Loris Campetti su il Manifesto
Solo i cretini non cambiano mai idea, dicono quasi tutti e dev'essere sicuramente vero. Ma è difficile sostenere che il tasso d'intelligenza sia direttamente proporzionale alla rapidità e alla frequenza con cui si cambia idea. Chissà se la stessa considerazione si può applicare al caso Fiat: in nove mesi sono cambiati due presidenti (da Fresco a Umberto Agnelli), ben quattro amministratori delegati (Cantarella, Galateri, Barberis e Morchio), per non parlare dei piani di salvataggio e rilancio (cioè di riduzione della produzione, degli organici e degli stabilimenti). E ora il turnover riparte anche alla guida dell'auto. Come avevamo anticipato nei giorni scorsi sul Manifesto, prende sempre più corpo l'ipotesi che il presidente - da 48 ore ex-presidente - di Ford Europa, Martin Leach, possa in tempi rapidi scalzare Giancarlo Boschetti dalla poltrona di amministratore delegato di Fiat Auto. L'ipotesi si è quasi trasformata in notizia nel momento in cui Leach ha annunciato le sue dimissioni dalla Ford, motivate con l'intenzione di "perseguire nuove opportunità". E chi conosce Leach, apprezzato pilota e appassionato delle quatro ruote, sostiene che difficilmente l'uomo che ha rilanciato il prodotto alla Mazda possa "perseguire nuove opportunità" nel settore agroalimentare. Anche a Piazzaffari si pensa che l'approdo sarà il Lingotto. E il titolo Fiat respira. Sicuramente Leach è - se sarà - un buon acquisto per Fiat Auto, che lascerebbe pensare che l'amministratore delegato Giuseppe Morchio abbia davvero l'intenzione di salvare e rilanciare il core business del Lingotto. Magari per renderlo più appetibile sul mercato e convincere la riluttante General Motors a modificare il suo atteggiamento verso il put, e cioè il "dovere" di acquistare a partire dal prossimo anno l'intera Fiat Auto di cui oggi detiene il 10% (era il 20% nel 2000, al momento dell'accordo tra le due società, poi il valore si è dimezzato grazie alla mancata partecipazione degli americani alla ricapitalizzazione).
Ma se questa è la percezione esterna, nel palazzo del Lingotto il clima è molto più guardingo. Ogni cambiamento presuppone una ristrutturazione interna, un nuovo piano, un nuovo organigramma. Chi punta sul decentramento e l'autonomia (dei marchi e in altri settori, compreso il commerciale e gli acquisti) e chi riaccentra tutto. Del diman non v'è certezza. E i sospettosi in casa Fiat, abituati a vederne di tutti i colori - soprattutto da quando, a dicembre del 2001, la crisi è esplosa ufficialmente - non nascondono che la furbata di Leach sia stata d'aver anticipato della lettera di licenziamento della Ford con una lettera di dimissioni: la Ford Europa naviga in pessime acque, e se è vero che il pesce comincia a puzzare dalla testa qualche responsabilità sulla crisi dovrà pur averla il presidente. Qualche maligno commentatore (per esempio sul Financial Times) è arrivato a sostenere che l'approdo torinese di Leach è verosimile, essendo l'unico manager ad aver realizzato una performance peggiore di quella di Boschetti (la copia di Ft gira clandestinamente al Lingotto e a Mirafiori). E poi, se arriverà alla Fiat, Leach arriverà da solo? Fresco venne da solo a Torino, e s'è visto quel che ha combinato. In sostanza, quale mandato e quale autonomia avrà da Umberto Agnelli e Morchio il nuovo a.d. dell'Auto? E se il mandato fosse, ancora una volta, quello di tagliare teste a tutti i livelli della gerarchia? In realtà, l'autonomia di chiunque al Lingotto è limitata. E non soltanto dalla famiglia Agnelli e da Morchio. Si mormora che il feeling tra il presidente Umberto e il cavalier Silvio sia basato su uno scambio: da palazzo Chigi un sostegno in svariate forme a un Lingotto normalizzato e allineato dopo la morte del patriarca Gianni, da Torino nessuna grana, almeno durante il semestre italiano in Europa.
Intanto i lavoratori della Fiat sono in ferie e difficilmente si saranno eccitati per le voci sui possibili cambiamenti al vertice dell'Auto (che sarebbero comunque preceduti da una fase di affiancamento tra Boschetti - a cui mancano 15 mesi per maturare la pensione - e Leach). I lavoratori restano fermi al piano Morchio e ai tagli che esso prevede. In particolare, le tute blu (e ormai d'ogni colore) targate Mirafiori, temono sorprese ancora peggiori di quelle contenute nel piano. Infatti si vocifera con sempre maggiore insistenza che la nuova Punto, il modello che dovrebbe segnare la svolta Fiat, molto probabilmente sarà prodotta a Melfi e a nello stabilimento siciliano di Termini Imerese (a proposito del feeling Umberto-Silvio). A quel punto, che ci resterebbe a fare Mirafiori, un gigante a cui è stato tolto tutto il sangue? Ma prima della nuova Punto sono in arrivo altri modelli. Il 1° settembre a Lisbona è la volta della Gingo, pardon della Panda. Dicono i soliti sospettosi del Lingotto: passi sbagliare un modello, come è capitato con la Stilo, ma sbagliare addirittura il nome (Gingo richiamava troppo la Twingo) non lascia ben sperare per il futuro.
Schröder contro la crisi
Taglia tasse e welfare
Marika de Feo sul Corriere della Sera
BERLINO - In affanno da tre anni. E con i primi sei mesi del 2003 con un prodotto lordo "che non è cresciuto" - come ha avvertito ieri il ministro dell'Economia Wolfgang Clement - se non è addirittura calato. La Germania in crisi corre ai ripari e vara quel che il cancelliere Gerhard Schröder ha chiamato ieri "il maggior cambiamento nella storia sociale della Repubblica federale". Vale a dire un taglio al welfare e allo stesso tempo alle tasse. Una manovra definita dal Cancelliere un passo "necessario per il risanamento della nostra economia", e il recupero della competitività della Germania. Una serie di riforme che puntano a ridurre la disoccupazione, abbattere i costi dei sussidi sociali, incentivare il ritorno al lavoro, e introdurre notevoli sgravi fiscali lasciando in media mille euro in più nelle tasche di ogni lavoratore. La complessa manovra (tre riforme più due allegati alla Finanziaria 2004) è stata varata ieri nella prima riunione di governo dopo la breve pausa estiva. A illustrare le circa 2 mila pagine di cui si compone la fitta serie di provvedimenti è stato lo stesso cancelliere. Si è presentato davanti ai giornalisti da solo, in maniche di camicia e cravatta regimental blu-rosso-azzurra, una abbronzatura moderata, gli angoli della bocca ancora rivolti in giù, ma lo sguardo fiducioso. Ed è proprio "di fiducia" il messaggio lanciato per il successo della manovra, invitando direttamente l'opposizione cristiano-democratica e cristiano-sociale ad abbandonare "l'atteggiamento di blocco" dimostrato finora.
Anche perché l'approvazione dei progetti dipende dalla Camera Alta, il Bundesrat, nella quale l'opposizione ha la maggioranza. Un'opposizione che ha già segnalato il suo completo "sgradimento" per i progetti. Immediata è stata infatti la dura risposta della presidentessa dei cristiano-democratici Angela Merkel che ha definito i progetti un'"amara delusione". I cittadini si attendevano "proposte conclusive" e comunque - ha proseguito Merkel - non si dà risposta ai problemi della disoccupazione e alla tenuta dei conti pubblici.
Schröder dovrà quindi vedersela in Parlamento con le opposizioni, ma anche con un'opinione pubblica sospettosa. Tanto sospettosa che gli ultimi sondaggi darebbero una Spd, il partito del cancelliere, al 30% contro un'opposizione che avrebbe raggiunto il 45%. Inoltre, il settimanale Der Spiegel riporta un sondaggio dell'istituto Forsa nel quale si rivela che nella maggioranza della popolazione manca la fiducia che le attuali riforme stimolino l'economia. Soprattutto dopo quello che il settimanale ha definito un autentico flop: l'introduzione dei due primi provvedimenti Hartz I e II che non sono riusciti a ridurre la disoccupazione.
I consumi confermano la ripresa Usa
Marco Valsania su Il Sole 24 Ore
NEW YORK - I consumi americani hanno accelerato il passo e, all'indomani della scelta della Federal Reserve di mantenere basso il costo del denaro, hanno alimentato le speranze di un miglioramento della ripresa economica nella seconda metà dell'anno. Le vendite al dettaglio sono aumentate dell'1,4% in luglio, raggiungendo i 317,19 miliardi di dollari e battendo pronostici di un più modesto incremento dell'1 per cento. La Fed, nel comunicato che ha chiuso il suo vertice di martedì, ha sottolineato proprio la tenuta dei consumi tra gli elementi più incoraggianti per l'espansione. Ma la Banca centrale ha anche messo in chiaro di voler tenere ai livelli minimi da oltre 40 anni i tassi d'interesse ancora per mesi - "per un considerevole periodo di tempo" recita il testo - con l'obiettivo di spingere la ripresa del tutto fuori dal tunnel di debolezza che sta ancora attraversando. Una chiarificazione dell'outlook volta ad assicurare mercati e operatori che la Banca centrale teme al momento ancora la deflazione piuttosto dell'inflazione e che non sottovaluta i rischi di ricadute in crisi. La Fed, tra le preoccupazioni, ha inoltre citato la continua fragilità del mercato del lavoro. Nelle analisi della presa di posizione della Fed, numerosi analisti hanno intravisto una strategia di politica monetaria che potrebbe considerare eventuali rialzi dei tassi non prima della metà dell'anno prossimo. Le vendite al dettaglio, caratterizzate anche da significative revisioni al rialzo dei mesi di maggio e giugno, hanno offerto nuove dimostrazioni di una ripresa che promette di consolidarsi, pur senza poter ancora esorcizzare i timori di delusioni che hanno indotto la Banca centrale a rimanere all'erta. Dalla recessione del 2001, successive speranze di accelerazione del l'espansione hanno conosciuto rinvii. "Siamo di fronte a un nuovo indicatore della schiarita in corso sugli orizzonti economici", ha detto Rick Egelton della Bank of Montreal. "I consumatori stanno spendendo - ha detto Sung Wohn Sohn, della Wells Fargo, davanti alla solidità mostrata il mese scorso dalle vendite al dettaglio -. E gli sgravi fiscali in atto stanno sicuramente aiutando questa tendenza". Tra le riduzioni delle imposte che stanno scattando in queste settimane ci sono rimborsi alle famiglie di 400 dollari per ciascun figlio a carico. Gli economisti di Lehman Brothers si sono spinti fino a migliorare i loro pronostici: il nuovo dato è "molto solido" e potrebbe portare sia ad una correzione al rialzo della crescita del secondo trimestre, finora stimata al 2,4%, che ad uno sprint dell'espansione oltre il traguardo del 4% nel terzo trimestre dell'anno. Un'altra coppia di statistiche ha offerto nelle ultime ore segnali rassicuranti: i prezzi all'importazione sono lievitati dello 0,5% in giugno e dello 0,1% una volta esclusi i prezzi del petrolio. Il dato ha minimizzato sia i pericoli di pressioni inflazionistiche che deflazionistiche. Le scorte di magazzino delle imprese, inoltre, sono aumentate dello 0,1%, una sorpresa rispetto ad attese di un calo dello 0,1%. Il processo di ricostituzione delle giacenze dà a sua volta credito ad una performance migliore delle iniziali stime del prodotto interno lordo nel trimestre aprile-giugno. Anche l'esame più ravvicinato del nuovo dato sulle vendite ha sostenuto l'ottimismo. L'incremento di luglio è stato guidato dal settore auto, che ha evidenziato un guadagno del 3,2 per cento.
Al Qaeda e il gran bazar dei missili
Guido Olimpio sul Corriere della Sera
Potremmo dire che tutto è a misura d'uomo. Il denaro che un singolo terrorista paga per comprare l'arma. Il missile che si mette sulla spalla ed è in grado di distruggere un jet passeggeri. Il commercio usato come copertura. Tutto si muove come in un bazar. Un grande bazar, con le sue leggi non scritte e i contratti sulla parola. Una sigla su un foglietto di carta presentato a Manhattan e ti porti a casa un arsenale. La cassa, perché tanto è grande il contenitore di un missile terra-aria Igla, la fanno arrivare dove vuoi. Alla periferia di New York, come ha scoperto due giorni fa l'Fbi e i servizi russi in una perfetta azione post-guerra fredda. Oppure la spediscono in Medio Oriente, dove la richiesta per i Sam non scende mai. O ancora in Cecenia, dove i ribelli li usano per distruggere gli elicotteri dell'Armata russa.
E' da oltre un anno che gli americani sono sul chi vive. Esattamente dal giugno 2002, quando all'esterno di una loro base in Arabia Saudita viene catturato un soldato di Al Qaeda. Il miliziano racconta di un piano per sparare missili Strela contro i caccia statunitensi e fa trovare un Sam-7 sepolto sotto la sabbia. Non passano neppure due mesi ed ecco un'altra traccia. L'Fbi, con una "operazione stangata" identica a quella di Newark, arresta un americano e un pachistano.
Sembra quasi un destino. Oppure è uno di quei classici tiri mancini della storia. Ma per gli americani la grana dei missili portatili è indissolubilmente legata all'avventura afgana. E se vogliamo alla nascita stessa del personaggio Osama Bin Laden. E' proprio la Cia a contribuire alla loro proliferazione. E' il 1986, i sovietici sono alle prese con i partigiani afghani riforniti di armi dagli Usa. Qualcuno fa vedere all'allora presidente Ronald Reagan un piccolo show in videocassetta. Dieci missili Stinger che abbattono altrettanti Mig. E da ex uomo di Hollywood Reagan apprezza lo spettacolo, al punto da firmare un ordine per la consegna ai mujaheddin di un certo numero di ordigni. Se ne dovrà pentire. Una parte degli Stinger vengono dirottati altrove. Gli americani li trovano sui battelli d'assalto dei pasdaran iraniani, altri restano nelle mani di alcuni signori della guerra afghani, qualche esemplare finisce nei covi di estremisti islamici. Nuovo ordine da Washington: ricomprateli, a qualsiasi prezzo. Il bazar esplode di gioia, i mercanti si fregano le mani. Sì, perché gli emissari della Cia arrivano a pagare 30 mila dollari ad arma.
Oggi l'affare continua. A tenere alta la domanda non sono più gli spioni di Langley, bensì i loro nemici, i terroristi di Al Qaeda.
"I nostri ragazzi via dall'Iraq"
Mobilitazione delle famiglie dei soldati Usa
Franco Pantarelli su il Manifesto
Le famiglie dei soldati che si organizzano per riaverli a casa; le tv che ignorano la loro protesta e si concentrano eccitatissime sull'arresto di un aspirante trafficante d'armi; gli "scudi umani", cioè i cittadini americani che a suo tempo cercarono di bloccare l'attacco con la loro presenza a Baghdad, che ricevono una multa per avere fatto un viaggio "proibito" nella capitale irachena; i cinque "grandi" delle Nazioni Unite ormai vicini a un accordo per mettere insieme capra e cavoli, cioè una sorta di riconoscimento del "governo" iracheno messo su dagli americani e una sorta di ufficializzazione della missione Onu a Baghdad. E' stata una giornata un po' nevrotica quella di ieri, negli Stati Uniti, rispetto alla guerra in Iraq che intanto ha fatto registrare altri tre morti fra i soldati americani. La strategia che "Families speak out" e altri gruppi di parenti di soldati in Iraq è quella di approfittare delle vancanze del Congresso (un periodo che deputati e senatori di solito usano per riposarsi ma anche per avere incontri con i loro elettori) per incalzare coloro che li rappresentano a Washington. "Più che attaccarli - dicono - li esorteremo a chiedere spiegazioni a chi di dovere. Per esempio: perché questa guerra era stata presentata come rapida e invece si continua a morire e si parla di tenere i nostri soldati laggiù per anni?". Quella di rivolgersi a deputati e senatori è stata una sorta di scelta obbligata, per loro, visto che i media di qui ignorano bellamente quel loro atteggiamento così antipatriottico e ieri erano tutti presi da una strana azione condotta da agenti "undercover" americani e russi che hanno portato all'arresto di un signore inglese di origine indiana, Hemet Lakhani, all'aeroporto di Newark, nel New Jersey. La sua colpa? Quella di avere acquistato un lanciamissili russo da finti "venditori" di Mosca e averlo venduto a finti "compratori" americani. Nessun terrorista "vero" è stato coinvolto nella vicenda, ma lui naturalmente è stato incriminato. Arrrestati in un laboratorio per il trattamento dei diamanti a Manhattan anche altri due suoi presunti complici e finanziatori dell'operazione, un cittadino malese musulmano, Moinuddeen Ahmed Hameed, e un cittadino ebreo-americano Yehuda Abraham. Incriminati sono stati anche due ex "scudi umani", Ryan Clancy, un negoziante di musica di Milwaukee, Wisconsin e Faith Fippinger, un'insegnante di Sarasota, Florida, per avere violato il divieto di recarsi a Baghdad e la pena è stata già stabilita: una multa di 10.000 dollari. Questo perché, come ha spiegato il portavoce del dipartimento del Tesoro, Taylor Griffin, "coloro che violano le sanzioni stabilite per legge dagli Stati Uniti devono aspettarsi che la legge venga applicata in modo equo e completo". La loro reazione: "Non intendo dare soldi al Tesoro per il priviligio di avere incontrato gente che il mio Paese si accingeva a uccidere" (Clancy) e "Se mi mettono in prigione perché non pago, ricordatevi per favore che non intendo contribuire con i miei soldi alla costruzione degli arsenali americani" (Fippinger). E ieri c'è stata anche la notizia che la nuova risoluzione dell'Onu sull'Iraq è ormai vicina, il che dovrebbe aprire la strada al contributo militare di altre Nazioni, consentendo di rimandare a casa almeno una parte delle truppe americane.
L'Argentina cancella l'impunità
Per i reati commessi dai militari
Emiliano Guanella su l'Unità
BUENOS AIRES. Insanablemente nulas. Annullate per sempre, tolte di mezzo, almeno dal punto di vista simbolico, dalla mappa politica dell'Argentina 2003 disegnata dal neopresidente Nestor Kirchner. La Camera dei Deputati ha cancellato così le due leggi del "perdono", secondo la definizione più conservatrice, o dell'"impunità", come vengono invece chiamate dagli organismi dei diritti umani e dai famigliari dei desaparecidos, con le quali a metà degli anni Ottanta il presidente Alfonsin chiuse i processi in corso sulle violazioni dei diritti umani dell'ultima dittatura militare.
La votazione finale è arrivata lunedì notte, pochi minuti prima della mezzanotte, al termine di un dibattito durato più di sette ore. Al momento dell'annuncio ufficiale è scoppiato un lungo applauso, con le telecamere che infuocavano gli abbracci dei colleghi all'autrice del progetto, la deputata Patricia Walsh. Rappresentante del piccolo gruppo di "Izquierda Unida", poco più del due per cento raccolto alle ultime elezioni, è la figlia del giornalista Rodolfo Walsh, l'autore di "Operacion masacre", che si rifugiò subito dopo il golpe in una piccola isoletta nella foce del Rio della Plata da dove riuscì ad organizzare un'agenzia di stampa clandestina. Ad un anno esatto dal colpo di stato Walsh pubblicò una lettera aperta di condanna del regime militare: fu la sua sentenza di morte. "Oggi è il giorno della riconquista della nostra dignità nazionale", ha esclamato quasi in lacrime la figlia e per la prima volta le sue parole sono state seguite in rigoroso silenzio dall'aula. Pochi minuti dopo c'è stato spazio anche per i sostenitori ad oltranza delle leggi, da sempre vicini alla cupola militare. Come il deputato Ricardo Bussi, figlio dell'ex governatore di Tucuman Antonio Domingo Bussi, ricercato dal giudice spagnolo Garzon per gli eccidi commessi nella sua provincia durante il regime. "Nessuno può restituire i morti ai famigliari - ha detto Bussi junior - questa discussione è sterile e faziosa, priva di senso".
Maria Julia Alsogaray, un simbolo dell'epoca della cosidetta "pizza e champagne", capace di accumulato una mezza dozzina di cause per concussione e malversazione di fondi pubblici. Roba da far invidia alla Tangentopoli nostrana: Maria Julia, come amava farsi chiamare anche in incontri importanti, dava feste di compleanno per duemila invitati nel più lussuoso hotel di Buenos Aires, appariva con pelliccia di visone e gioielli sulle copertine delle riviste femminili, esibiva in programmi televisivi il risultato dei tocchi magici dei migliori chirurgi plastici dell'America Latina. Incaricata da Menem di gestire il processo di privatizzazione dell'impresa telefonica nazionale, è accusata di aver ricevuto mazzette per diversi milioni di dollari con i quali si è comprata un attico a New York e diversi appartamenti nel centro di Buenos Aires. Da ieri dorme in una cella di due metri per tre in una caserma della policia federale.
L'"effetto K", o "l'uragano Kirchner", come lo chiamano i media più vicini al governo, è arrivato anche da lei.
La vittoria di Plaza de Mayo
Aldo Rizzo su La Stampa
Le madri della Plaza de Mayo, il simbolo lungo e dolente di quella che fu tra gli Anni Settanta e Ottanta la grande tragedia dell'Argentina (e una delle più tristi e cupe del secolo intero), stanno per avere finalmente giustizia. La Camera dei deputati, con una decisione storica, ha annullato le leggi che garantivano l'impunità ai militari coinvolti in una repressione spietata e indiscriminata, che colpì anche tanti innocenti. La larga maggioranza con cui la Camera ha votato fa pensare che non sarà diverso il verdetto del Senato.
Le madri della Plaza de Mayo, chi non le ha viste, nelle immagini televisive, sfilare instancabili per anni e anni nel cuore di Buenos Aires, con in mano o appesa al collo la foto di uno o più figli scomparsi? Scomparsi, cioè "desaparecidos". Questo, in spagnolo, è infatti il nome con cui in tutto il mondo sono ricordate le vittime (almeno diecimila, ma secondo alcuni anche il doppio o il triplo) di uno dei più feroci regimi militari di tutti i tempi, che non processava, sia pure in modo sommario, i suoi avversari reali o supposti, ma li prelevava con le sue squadre speciali e li annullava in un vuoto senza storia, spesso dopo aver inflitto loro tremende torture.
Quel regime (che aveva ovviamente una serie di precedenti, in un paese e in un continente aduso a un rapporto perverso tra casta militare e potere politico, ma non di quella spietata durezza), quel regime nacque nel 1976 per porre fine a una fase d'instabilità di vario genere, acuite da un movimento rivoluzionario di estrema sinistra. Durò fino al 1983, quando cadde anche o soprattutto per effetto della sconfitta nella guerra con la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, seguita all'invasione delle isole Falkland (che gli argentini chiamano Malvinas), un classico diversivo nazionalistico rispetto alle difficoltà della politica e dell'economia reali. Fu ristabilita la democrazia, ma con una serie di patteggiamenti con la casta militare, che praticamente garantiva a generali e subalterni l'impunità. Contro questo compromesso manifestavano le madri di Plaza de Mayo, ed è questo compromesso che la Camera ha finalmente deciso di annullare.
14 agosto 2003