
sulla stampa
a cura di P.C. - 12 agosto 2003
Ora Pera e Casini devono agire
Nicola Tranfaglia su l'Unità
Chiunque conosca, per mestiere o per passione o per entrambe, la storia d'Italia sa che, nello Stato liberale come in quello repubblicano, ci sono state numerose Commissioni d'inchiesta parlamentari su grandi problemi nazionali (la miseria, il brigantaggio, la mafia) e che queste Commissioni sono sempre nate per impulso dei partiti che erano all'opposizione e che chiedevano ai governi e alle maggioranze al potere di far luce su problemi politici, sociali ed economici e di rispondere l'opinione pubblica nazionale su questioni di grande importanza.
A volte ci vollero molti anni perché la maggioranza accettasse la richiesta dell'opposizione e dicesse pienamente di sì all'istituzione della Commissione: basta ricordare la storia dell'Antimafia che venne istituita soltanto nel 1963 quando il centrosinistra succedette con molte difficoltà al centrismo democristiano.
E dopo che si erano portate dai governi centristi le più incredibili ragioni per opporsi alla Commissione, come quella che la mafia era legata al clima caldo della Sicilia o che i giudici siciliani si sarebbero offesi di fronte alla Commissione per la scarsa fiducia in loro.
Per la prima volta nella nostra Storia in questa legislatura, la cosiddetta Casa delle Libertà ha deciso di utilizzare le Commissioni parlamentari d'inchiesta da maggioranza piuttosto che da opposizione per obiettivi differenti e in un certo senso opposti rispetto a quelli che erano stati in passato gli obiettivi dell'istituzione che peraltro correttamente usata aveva a volte aperto scorci e lampi di verità grazie al controllo esercitato dall'opposizione durante i lavori: penso, per fare qualche esempio, alla Commissione istituita sul caso Sindona o a quella sulla P2 importante anche per le relazioni di minoranza che misero in luce aspetti ignorati dalla maggioranza della Commissione. E si potrebbe continuare con molti altri esempi.
Dal 2001 a questa parte, invece, il governo Berlusconi e la maggioranza che lo sostiene avevano deciso di usare le Commissioni d'inchiesta come una clava da scagliare contro il centrosinistra o per rovesciare fango, accuse non dimostrate contro i suoi maggiori leader o per arruolare improbabili testimoni disposti a qualsiasi rivelazione per propri obiettivi individuali o ancora per acquisire documenti segreti della magistratura altrimenti irraggiungibili, mettendo completamente da parte ogni interesse per l'acquisizione di risultati utili all'opinione pubblica e in generale agli italiani ma perseguendo in questa azione obiettivi strettamente privatistici, magari limitati agli interessi del leader e dei suoi famigli.
Da questo punto di vista è ormai necessario che Pera e Casini, che più volte hanno ammonito le forze politiche ad abbassare i toni e a tentare di riprendere il dialogo in forme civili, facciano seguire alle parole comportamenti coerenti e tali da riportare le Commissioni al loro effettivo ruolo istituzionale e la maggioranza parlamentare a un uso conforme all'istituzione dell'una o dell'altra Commissione.
Il che significa far rispettare con la lettera anche lo spirito e le leggi istitutive delle Commissioni, assicurarsi che le richieste legittime di audire testimoni o di visionare documenti espressi dall'opposizione non siano sistematicamente rigettate dalla maggioranza, che le proroghe accordate alle Commissioni siano utilizzate per perseguire gli obiettivi di legge non per reiterare le mere azioni propagandistiche e così via. Se questo non avverrà nelle prossime settimane, a ripresa dei lavori, il governo continuerà a varare nuove Commissioni con obiettivi simili e a loro volta i presidenti delle Camere non agiranno, alle opposizioni si porrà ancora una volta, e con maggior peso, la scelta su che fare di fronte a un uso illegittimo e anticostituzionale di un istituto che per tanto tempo ha avuto un ruolo positivo, o almeno problematico nella storia dell'Italia liberale e di quella repubblicana.
Prodi: lo so, vogliono fermarmi
Ma non hanno niente in mano
Francesco Alberti sul Corriere della Sera
CERREDOLO (Reggio Emilia) - "Attento Romano, questi vanno forte, non farti staccare...". Un ringhio: "Piuttosto ci resto secco...". Secco per la verità lo è, il Prodi in versione pedale: dieci chili persi nelle ultime settimane, "pane e pasta al minimo anche se la vera sofferenza è rinunciare al vino". Abbronzatura da perfetto ciclista, cioè a scacchiera. "Mi sento che è una meraviglia".
"Dai Romano..." grida la fornaia di Cerredolo. Scalpita l'allegra brigata di amici pedalatori. Ma vatti a fidare degli amici. Al terzo chilometro, con il presidente Ue ancora alla ricerca del ritmo, parte uno, poi un altro ancora. "E questi dove vanno? " sibila l'ex premier. Per tornanti, presidente. "Eh no, l'Europa non molla...": in piedi sui pedali, caschetto di traverso. "Craak, craak...": salta la catena presidenziale. "Okay, lasciamo perdere l'Europa...".
Appennino reggiano-modenese. Boschi, calanchi e il giallo della siccità. Cerredolo, Montefiorino, Madonna di Pietravolta: 75 chilometri di pedalate, un dislivello di quasi 1400 metri. Festa di compleanno con sudore: sono 64. "L'importante è sapere che la vita è sofferenza..." ansima l'uomo dell'Ulivo all'ennesimo tornante, sotto i cazzotti del sole. Nessuno gli crede. La sofferenza sarà a Bruxelles, probabilmente a Roma. Non certo qui, tra i monti di casa: sette giorni di ferie, sette pedalate, le serate con gli amici, la tribù dei parenti, la moglie Flavia e la tavola sempre apparecchiata.
Il cellulare è nell'auto della scorta, forno a quattro ruote all'interno del quale boccheggiano gli angeli custodi del Professore. Quando squilla, Prodi si ferma e si rabbuia. "Grane?" gli chiede un amico. "No, però c'è sempre qualcosa che ti riporta alla realtà...". Può bastare anche il saluto di una signora, alla fontana di Montefiorino. Voleva solo essere affettuosa, però tocca una ferita aperta: "Presidente non molli, quella roba della Telekom Serbia sono bugie, noi lo sappiamo, non si preoccupi...". Prodi la abbraccia: "Grazie, grazie, stia tranquilla non sarà quella robaccia a fermarmi...". Riparte. Si sfoga: "La gente percepisce quasi epidermicamente le falsità. Si rende conto che quello che mi stanno gettando addosso sono accuse del tutto strumentali...".
Farneta, Ceresolo, Romanoro. Grappoli di case che il Professore conosce da quando aveva i calzoni corti. L'amico Alberto Ponchielli, titolare dell'"Atala", prova a distrarlo: "Dai Romano, che gli altri se ne vanno...". Ancora un momento: perché la bici sarà anche uno scarica-stress, "ma questa storia è veramente una schifezza". Pedala, sbuffa, ragiona, il Professore: "Se sperano di trascinare la faccenda fino alle elezioni, sbagliano i loro calcoli. Manca ancora tanto, troppo, al voto. Dovranno tirare fuori qualcosa di concreto. E sarà lì, allora, che cascherà tutto, perché non hanno niente in mano. E noi non staremo a guardare, reagiremo, non starò nel mirino...".
"Dai, Romano" lo incalza l'inseparabile compagno di pedalate, Giorgio Cimurri. L'ex premier aumenta il ritmo, la salita è piuttosto impegnativa. Il fratello Vittorio, presidente della Provincia di Bologna, è leggermente staccato, "ma si rifarà in discesa, lui è un maestro delle traiettorie" lo difende il Professore. Che adesso ha voglia di distrarsi e sottopone ad un interrogatorio di terzo grado uno che in bicicletta ci va davvero: Paolo Bettini, numero uno della classifica mondiale, campione d'Italia e leader della Coppa del Mondo. "Come ti alleni? Cosa mangi? Riuscirai a mantenere la forma fino al mondiale di ottobre in Canada? Ma che è successo al Tour de France?": Bettini racconta, sorride, nemmeno suda. Si sale. Alla prima sosta, tra le mani del campione si materializza una bottiglia di olio, frantoio Bettini. Per il Prof è un assist fin troppo facile: "Olio politicamente corretto, come il mio Ulivo...".
Rovolo. Riccovolto. Là davanti, sul tornante più alto, Davide Cassani, voce Rai del ciclismo e professionista dall'albo d'oro di spessore, tiene alto il ritmo assieme a Rino Civardi, top manager della Mapei, squadrone che ha scritto più di una pagina del ciclismo mondiale. Prodi si diverte. E' sereno. "Tensioni? Le sentivo di più da giovane, adesso è diverso". Responsabilità, allora. "Quelle sì, enormi...". La mole del Cusna all'orizzonte. "Che aria, che pulizia..." mormora. Anche se ogni tanto il pensiero precipita a valle, là dove sono i problemi. Una sola volta nomina Silvio Berlusconi, lo sfidante battuto nel '96, che ora lo aspetta. Racconta: "Quando in luglio ho fatto in bici la Maratona delle Dolomiti, tanta gente mi ha riconosciuto. Bello, bellissimo. Stavo raggiungendo la vetta del Pordoi, quando due toscani mi hanno gridato "Romano, tu sei qui a pedalare e a soffrire, ma tanto il Cavaliere ci arriva prima in cima: lui usa l'elicottero...". Ecco, mi ha colpito perché, scherzando, hanno colto una differenza tra me e lui".
Gruppo inchiodato al bivio di Fontanaluccia. Fausto Giovanelli, senatore diessino che tra questi monti c'è nato, ha un attimo di esitazione. Di qua o di là? Prodi lo prende in giro: "E pensare che qui ti hanno anche votato...". Okay, a destra. Bettini, sempre meno sudato, mormora: "Però il presidente è messo bene in bici...". Cimurri non aspettava altro: "Da ragazzo, si è classificato dodicesimo in una cronometro vinta da Adorni". Il Professore non sente: gongolerebbe. La discesa è vicina. Il gruppo riprende voce. Non si sa come, il discorso scivola sul "Corridoio 5", progetto ferroviario che dovrebbe collegare la Francia all'Est europeo, passando per la Pianura padana. "Il problema - dice il presidente Ue - non è tanto la Slovenia e la sua carenza di fondi: li possiamo aiutare, credo che il Triveneto abbia tutto l'interesse. Lo scoglio, semmai, è la Francia. Tra Chirac e Schröder c'è facilità di dialogo. L'Italia? La politica internazionale è dura. Si raccoglie quello che si semina...". Giù, verso Cerredolo. Non prima di un piatto di tortelli in trattoria.
Davanti a Prodi, si materializzano sindaco e vicesindaco di Toano: il primo della Margherita, l'altro dei Ds. Sembrano andare d'amore e d'accordo. Il Professore vede l'Ulivo che sogna. Ma forse è la fatica.
Cittadini non sudditi
Lo sdegno degli inglesi per le bugie di Blair
Maurizio Viroli su La Stampa
Gli inglesi, ci dicono i sondaggi d'opinione, non perdonano a Blair di aver mentito sul caso Kelly-BBC e sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Ritengono che "non si può più credere a una sola parola detta da Blair". Per questa ragione una larga percentuale dell'opinione pubblica lo giudica indegno di governare.
Sarei felice di essere smentito, ma credo che la maggioranza degli italiani, anche nel caso che potesse toccare con mano che i governanti hanno mentito, reagirebbe in maniera molto diversa: alcuni con indifferenza ("dov'è il problema?"); altri con rassegnazione ("i politici da che mondo è mondo mentono"); altri ancora con sdegno, ma in senso inverso ("come si permettono di dire che mente?"). Citerebbero subito Machiavelli, senza capirlo; correrebbero a leggere Della dissimulazione onesta di Torquato Diaccetto.
La ragione per cui i popoli di solida tradizione liberale provano sdegno di fronte alla menzogna dei politici non è che sono dei puritani legnosi, ma che considerano il rapporto con i governanti una questione di fiducia (trust). Pensano, in altre parole, che il potere di governare appartiene ai cittadini che lo affidano, a condizioni precise, a persone di cui si fidano. Se i governanti mentono, tradiscono la fiducia che i cittadini hanno riposto in loro. La reazione non può che essere lo sdegno, e con lo sdegno la conclusione che essi non possono più gestire un potere tanto grande e importante.
La fiducia dei cittadini, nei regimi liberali, è ragionata e condizionata. La fedeltà emotiva e cieca è propria del credente, del suddito del regime totalitario e dei regimi teocratici. Questa distinzione sfugge, credo, a Francesco Alberoni, quando sul Corriere della Sera di ieri scrive che "è solo il popolo ad essere fedele", che "è il popolo la vera fonte della fede, della lealtà, della solidarietà", e cita quale esempio decisivo la comunità islamica.
La storia insegna che i popoli che credono ciecamente e totalmente si accaniscono spesso contro quegli stessi capi che avevano venerato come dei. Quando i popoli credono ai loro capi e li amano nonostante tutto vuol dire che hanno dimenticato (o non hanno mai imparato) che cosa vuol dire pensare e vivere da cittadini.
Questo non significa che i cittadini delle repubbliche democratiche non hanno fede e vivono soltanto di freddi interessi bene (o male) calcolati. Devono avere, e qualche volta hanno, fede democratica e sono leali alle istituzioni e alle persone che lo meritano. Il loro modo di essere fedeli non ha però nulla in comune con quello dei popoli che confondono il governante con un dio.
Lord Hutton e l'on. Trantino
Editoriale su il Riformista
Il leader dell'opposizione tory al governo Blair, Ian Duncan Smith, ha ieri accolto con queste parole l'avvio dell'inchiesta indipendente sul caso Kelly, lo scienziato morto suicida. che sta costando caro al premier nei sondaggi: "Lord Hutton, il giudice repsonabile del caso, ha una reputazione di indipendenza e integrità. Ho la massima fiducia nel fatto che riuscirà a stabilire le circostanze precise della morte di Kelly e il ruolo che il ministero della Difesa - o persino Downing Street - ha svolto nella diffusione del suo none ai media". Potrebbe dire lo stesso Piero Fassino, capo dell'opposizione in Italia, a proposito dell'onorevole Enzo Trantino, presidente della commissione d'inchiesta Telekom Serbia? Difficilmente potrebbe, di certo non lo dice. Dice anzi che la commissione d'inchiesta è una manovra politica di infimo ordine per gettare fango sull'opposizione e intimidirla. La differenza tra le dichiarazioni di Ian Duncan Smith e quelle di Pietro Fassino dà la misura della differenza tra una democrazia sana (dove anche nella lotta politica più furibonda ci si può fidare di autorità indipendenti e terze) e una malata (nella quale non ci si può fidare di nessuno).
Badate bene: in Gran Bretagna si sta giocando una partita che ha per posta la testa del primo ministro. Nessuno dubita che una condanna morale emessa da Lord Hutton sarebbe la fine politica di Blair. L'inchiesta è stata affidata a un Law Lord, cioè alla massima magistratura britannica, grazie a un sistema di common law che consente al potere politico di chiamare un uomo davvero super partes, non politico e non eletto, a giudicare. Durerà dalle sei alle otto settimane, un nulla rispetto ai tempi geologici delle commissioni d'inchiesta parlamentare in Italia. E, soprattutto, si basa sulla fiducia preventiva di entrambi le parti politiche. Il suo esito sarà universalmente accettato e chiuderà un capitolo della vita pubblica inglese.
In Italia, invece, le commissioni d'inchiesta sono diventate una farsa politica: la maggioranza le promuove per mettere sotto scacco l'opposizione, che dunque non riconosce loro nessuna credibilità. Si sovrappongono al lavoro della magistratura. Sono destinate a durare ad libitum. L'esito è sempre deciso da una logica di schieramento politico e sarà dunque sempre contestato dallo schieramento minoritario. Lungi dal fare luce, intorbidano. Lungi dal chiudere una pagina, ne aprono mille nuove. Nel caso della Telekom Serbia, poi, sfiorano il senso del ridicolo e gettano fango sull'italiano che ci rappresenta in Europa. Lasciamo stare: l'inchiesta all'anglosassone non fa per noi.
Le promesse tradite che frenano l'economia
Giuseppe Turani su la Repubblica
L'economia italiana è ferma, immobile, come fulminata, ma in compenso è assolutamente confusa. È di ieri la notizia che l'Istat ha revisionato (avendo scoperto di aver sbagliato) il dato sull'inflazione: ancora 2,7 per cento invece del 2,6 per cento. L'avvenimento è importante per più di un motivo. Intanto, perché c'è la scoperta che l'Istat riesce persino a sbagliare i conti sull'andamento dei prezzi. E non si tratta nemmeno di una novità, già in passato l'Istat aveva commesso errori di questo genere.
Errori che, va detto, sono una sorta di rarità nel mondo delle statistiche. Il Pil spesso viene revisionato, ma l'inflazione, di solito, è quella che è. Se a questo poi si aggiunge che da tempo sono in corso polemiche sulla qualità dell'inflazione che l'Istat misura, il quadro sarà completo. Insomma, non solo c'è il sospetto che l'Istat non misuri la "giusta" inflazione, ma c'è anche la certezza, ormai, che spesso sbaglia persino a misurare l'inflazione che lo stesso istituto ha scelto come corretta.
Tutto questo, ovviamente, getta un'ombra pesante sulle statistiche economiche italiane. Ombra della quale non sarà facile liberarsi.
Se con l'inflazione siamo in piena nebbia, dentro una nuvola di indeterminazione e di vaghezza, con il Pil, cioè con la ricchezza prodotta dal paese, siamo dentro una sorta di mistero governativo. Come è noto, sia nel primo trimestre dell'anno che nel secondo l'economia italiana, invece di crescere, è andata indietro dello 0,1 per cento (a trimestre). E questa si chiama recessione. E qui è subito scattata una gran polemica per dire che sì è davvero recessione, ma no è solo una frenatina.
Discussioni inutili. Quello che conta è che l'economia italiana da sei mesi è paralizzata, bloccata, con una tendenza a scivolare leggermente indietro. Si può chiamarla recessione o in altro modo, quello che conta è che siamo fermi, come un'automobile che abbia finito la benzina, e non da un giorno, almeno da 180. Ma solo adesso (al secondo trimestre) il governo esce dal suo coma profondo e si avvertono i primi, timidissimi, segnali di allarme. E si che questo blocco era stato annunciato, era ben visibile già da mesi, forse addirittura dall'ottobre dello scorso anno, quando si è capito che si stava frenando e in maniera piuttosto decisa. Ma nulla si è fatto, nulla si è messo in opera.
Solo adesso si annunciano maxi programmi di opere pubbliche (sempre gli stessi) per rilanciare l'economia. Anche qui, però, tutto è vago: non si capisce quali siano i tempi e le procedure e non si capisce da dove arrivino i soldi. In realtà, si ha l'impressione che il governo consideri questa recessione (o come si vuole chiamarla) come una sorta di fenomeno naturale: non c'è niente da fare, bisogna solo aspettare che passi. Quasi un secolo di letteratura (e di pratica) economica antirecessione è come se non fosse mai esistito. Da più parti si è spiegato (anche dall'interno della maggioranza) che la situazione è grave e che servono idee nuove e interventi straordinari, ma tutto questo scivola sul governo come acqua fresca. Si è parlato addirittura della necessità di un programma straordinario da 4050 miliardi di euro per il rilancio dell'economia. Ma le vacanze e il sonno del governo continuano come se tutto filasse nel migliore dei modi.
E così, anche se è un po' triste ammetterlo, rischiamo di ritrovarci con l'inflazione più alta d'Europa e con la crescita economica più bassa. Tutto questo avendo un governo che aveva promesso di fare meraviglie in economia e di lanciare il paese verso chissà quali successi. Insomma, si sta affondando. Però in mezzo a una sorta di felicità comatosa (il governo ha un atteggiamento assolutamente imperturbabile, indifferente, sereno e ottimistico) e a una confusione da economia periferica per quanto riguarda l'inflazione, che è diventata una sorta di lotteria, con numeri diversi ogni settimana, opinabili, poco credibili e poco creduti. Insomma, il paese è fermo, ma anche il governo, per incredibile che questo possa sembrare.
Le due destre
Andrea Colombo su il Manifesto
La Casa costruita da Silvio Berlusconi si sta disfacendo. I sondaggi registrano l'emorragia di consensi, dimostrano che la crisi c'è ed è tutta interna all'elettorato che appena due anni fa regalò al Cavaliere il trionfo elettorale. I motivi del crollo, anch'essi segnalati dai sondaggi, sono due: la paralisi del governo, che non riesce a varare nessuna delle riforme promesse, e la litigiosità della coalizione, degenerata negli ultimi mesi in una sorta di rissa continua. Malattie gravi e, peggio, probabilmente incurabili. Entrambe rinviano infatti alle contraddizioni strutturali che rendono l'edificio berlusconiano fatiscente dalla nascita, nonostante l'apparenza solida. Si tratta in primo luogo del conflitto, latente sin dall'origine, tra gli interessi delle diverse fasce sociali a cui guardano i quattro partiti del centrodestra. Forza Italia e la Lega rappresentano le esigenze dell'elettorato più vicino alle trasformazioni recenti del processo produttivo: flessibile, competitivo, costitutivamente privo di ogni spinta solidarista, nemico giurato del vituperato "assistenzialismo". An e l'Udc fanno riferimento a aree della popolazione assai più tradizionali, interessate alla conservazione di diritti e garanzie acquisite, terrorizzate dalla precarietà endemica, poco disposte a barattare la promessa di una trasformazione radicale con la perdita di ogni sicurezza.
Sia pure per motivi diversi, questo obiettivo non può essere condiviso né dalla Lega né da Forza Italia. Il partito di Bossi è nato come forza "rivoluzionaria" e antisistemica: la normalizzazione vagheggiata da Fini e Casini sarebbe per Bossi un suicidio politico. Il partito di Arcore, pur avendo ereditato buona parte dell'elettorato leghista dei primi anni `90, non ha mai teso a configurarsi come partito rivoluzionario. Neppure Forza Italia, però, può accettare quella stabilizzazione reclamata da mezza Casa delle libertà. A impedirlo sono i peccati originali che condizionano da sempre il primo partito italiano, e gli precludono la sua trasformazione in una "normale" forza occidentale di centrodestra.
Nato per difendere gli interessi privati di un industriale minacciato dal crollo della prima repubblica, sviluppatosi nella guerra ingaggiata contro la magistratura sempre in nome degli interessi personali del fondatore e padrone, il partito di Berlusconi è tanto irriducibile alle regole costitutive della democrazia quanto le camicie verdi padane, con le quali non a caso si ritrova puntualmente in sintonia. Della democrazia è condannato a non poter accettare i prìncipi fondamentali, la separazione e il bilanciamento dei poteri, il controllo sull'arrembaggio degli interessi privati.
E' questa contraddizione, assai più delle diatribe sulla "collegialità", che costringe la maggioranza a una fibrillazione permanente, letale sul piano dei consensi. Ed è questa contraddizione che Silvio Berlusconi è tentato di risolvere prima che sia troppo tardi. D'imperio. Obbligando chi non è d'accordo con lui ad allinearsi. O a scomparire.
Prezzi, l'Istat si corregge
A luglio inflazione più alta
Enrico Marro sul Corriere della Sera
ROMA - L'Istat corregge se stesso e dice che a luglio l'inflazione non è stata del 2,6%, come comunicato qualche giorno fa, ma del 2,7%. Nella nota diffusa ieri mattina l'Istituto di statistica presieduto da Luigi Biggeri spiega che c'era stato un errore nella "contabilizzazione dell'indice relativo alla telefonia fissa". Il caso ha innescato forti polemiche sull'attendibilità dei dati dell'Istat. In un successivo comunicato l'istituto si è difeso, ma ha anche annunciato severi provvedimenti interni: "L'errore commesso non pregiudica la validità dell'impianto metodologico generale delle rilevazioni dei prezzi, che è stato progettato nel rispetto degli standard qualitativi e scientifici stabiliti dalle istituzioni internazionali".
I commercianti danno la colpa al caldo, che, secondo il presidente della Confesercenti Marco Venturi, ha fatto "aumentare la domanda di frutta e ortaggi". I consumatori sono invece allarmati per gli annunciati aumenti delle tariffe autostradali e ferroviarie e confermano lo "sciopero della spesa" per il 16 settembre. Anche nel governo si leva qualche voce critica. Dice il viceministro delle Attività produttive Adolfo Urso (An): "Anche noi dovremo fare la nostra parte ed evitare o comunque rinviare ogni aumento delle tariffe, in particolar modo nel settore dei trasporti che ha una immediata e diretta incidenza nei comparti produttivi". Urso continua tuttavia a credere in una "riduzione dell'inflazione nell'ultima parte dell'anno".
I sindacati se la prendono con l'Istat e il governo. "Per l'istituto di statistica sbagliare sta diventando una tradizione", attacca il leader dell'Ugl, Stefano Cetica. "L'inflazione italiana - aggiunge Marigia Maulucci (Cgil) - è a un passo dal doppio dell'inflazione europea". Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, sottolinea invece che "questo dato mette in discussione l'inflazione programmata contenuta nel Dpef" (Documento di programmazione economica e finanziaria). La differenza tra l'inflazione reale e l'obiettivo del governo (1,4% per quest'anno e 1,7% per il prossimo) "è sempre più forte", aggiunge il leader della Cisl, e ciò spingerà i sindacati a chiedere sempre maggiori aumenti delle retribuzioni.
Dura anche l'opposizione. Dice Pierluigi Bersani, responsabile economico dei Ds: "Riusciamo ad avere insieme la crescita più bassa d'Europa e l'inflazione più alta. È un miracolo a rovescio". Frutto, ironizza Tiziano Treu (Margherita), "della finanza creativa di quel genio di Tremonti".
Intanto, la Telecom respinge l'accusa di essere alla base della revisione dell'indice Istat: la rettifica, dice una nota della società guidata da Marco Tronchetti Provera, "è dovuta, come ha correttamente riconosciuto l'Istat, a un'errata stima di calcolo e non all'aumento dei prezzi", che, sempre secondo la Telecom, sono scesi del 13% in un anno.
Afa simile nel '28, nel '45 e nel '50
Ma in due secoli questo è il record
Giovanni Caprara sul Corriere della Sera
E' ufficiale: il 2003 è l'annata più calda degli ultimi due secoli. Anche volendo dimenticare le esperienze personali nella canicola di questi giorni, a confermarlo basterebbero i dati di giugno, luglio e della prima decade d'agosto, confrontati con le stagioni precedenti. Lo ribadiscono i record persistenti di temperatura, ma soprattutto le medie degli ultimi settanta giorni, da cui emerge un balzo intorno ai tre gradi rispetto al passato, evidente nelle registrazioni storiche. Che riservano però anche alcune sorprese interessanti, come le estati torride del 1928 o del 1945, mentre si chiudeva la guerra. Abbiamo scelto due centri campione nei cui file sono nascosti gli andamenti del tempo sino ad epoche lontane, quando gli scienziati iniziavano a prenderne nota in modo costante. Con i dati archiviati dall'Osservatorio meteorologico di Milano-Duomo siamo risaliti sino al 1778. Con le tabelle dell'Osservatorio meteorologico di Roma-Collegio Romano, invece, sino al 1870.
STAGIONI CALDE NEL '900 - Così constatiamo che la media mensile di giugno a Milano è stata di 27,9 gradi centigradi. Certamente molto alta rispetto all'ultimo mezzo secolo, in cui la stessa media è oscillata intorno ai 21-22 gradi, con rare punte a 23 e 24. Ma nel 1945 e nel 1950 ha raggiunto i 25,5 gradi. Poi fino alla fine del Settecento tutto era nella norma. Più sorprendente è invece luglio con una media più bassa di giugno (27,3 gradi), ma con punte storiche decisamente più elevate. Già nel 1983 si è registrato lo stesso valore, ma anche nel 1952 (27,42 gradi) e nel 1945 (27,79), per battere infine il record nel 1928 con i 28,15 gradi centigradi, più elevato appunto del 2003. Prima di quest'ultima data si oscillava sempre tra i 22 e i 25 gradi: nel 1782 il termometro ha toccato i 25,95.
Se poi prendiamo le medie dei primi dieci giorni d'agosto scopriamo che a parte l'eccezionalità delle ultime settimane (37 gradi) stagioni calde, sia pure con uno scarto significativo, si sono avute nel 1904, nel 1911 (34,1 gradi) e nel 1947 (34 gradi).
TENDENZA IN SALITA - Nel mese di giugno nella capitale, che quest'estate è analogo a Milano (27,4 gradi), dopo una seconda metà dell'Ottocento all'insegna dei 22-23 gradi si è notato un lieve aumento all'inizio del Novecento con un'annata record rispetto al passato, e nel 1931 con 25 gradi (come l'anno scorso). Anche il luglio romano ha qualche anomalia. Il 2003 ha raggiunto la temperatura media di 28 gradi, esattamente come nel 1928. Altrettanto caldo è stato lo stesso mese del 1950 con 27,1 gradi. Al di fuori di questi picchi dal 1870 la temperatura si è mantenuta intorno ai 25,26 gradi. "Negli anni Novanta - dice Franca Mangianti, responsabile dell'Osservatorio romano - vediamo, pure nei dati della capitale, un trend in salita come nel resto del mondo".
Tendenza altrettanto confermata da una ricerca dell'Università di Trento. "Dopo alcuni picchi sopra la media intorno al 1830, al 1870 e al 1950 - dice il professor Dino Zardi del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale -, dal 1980 in poi abbiamo notato in città un aumento costante della temperatura media annua che oggi è di quasi un grado più elevata rispetto al secolo scorso".
LA PIOGGIA - "Purtroppo, ad aggravare la situazione è la scarsa pioggia arrivata dal cielo nel primo semestre dell'anno: un terzo rispetto alla norma - dice Sergio Borghi, direttore dell'Osservatorio di Milano-Duomo -. Sono infatti scesi soltanto 170 millimetri d'acqua, 50 dei quali in un ristrettissimo periodo di fine giugno".
Tutti si chiedono come mai gli anticicloni che scatenano stagioni arroventate siano diventati così resistenti, tanto da sopravvivere agli attacchi della potente circolazione aerea del globo. "Il bacino del Mediterraneo, a causa della forte urbanizzazione che diventa sempre più intensa, sta diventando un attore primario della nostra scena meteorologica - aggiunge Borghi -. Perché il calore generato dagli insediamenti a terra finisce per rafforzare e alimentare la persistenza dell'anticiclone: sono appunto gli effetti dell'antropizzazione del pianeta che riescono a influire sui cicli locali dell'atmosfera". Cambierà la situazione con le perturbazioni promesse a Ferragosto? "La loro consistenza non sembra così rilevante da innescare un radicale mutamento. C'è da sperare semmai che le giornate sempre più corte e la minore insolazione siano davvero in grado di alterare significativamente i complicati meccanismi climatici".
Liberia, Taylor si è dimesso
I ribelli annunciano: "La guerra è finita"
Leonardo Sacchetti su l'Unità
Charles Taylor, il presidente-padrone della Liberia, si è dimesso ed è partito per il suo esilio in Nigeria. La notizia delle dimissioni l'aveva anticipata lui stesso ("L'11 agosto mi dimetterò") ma l'ondata di violenze e il lassismo della comunità internazionale avevano posto un enorme punto di domanda su quella che, senza dubbi, è una svolta epocale per il Paese africano. Nessun presidente liberiano, infatti, aveva mai lasciato il potere da vivo. Taylor, dopo aver passato tutti i poteri al suo vice, Moses Blah, si è recato all'aeroporto di Monrovia. Destinazione: Abuja, la capitale nigeriana.
Gli stessi ribelli del Lurd (Liberiani uniti per la riconciliazione e per la democrazia) e del Model (Movimento democratico liberiano) avevano più volte criticato questo gesto: "Blah come Taylor", avevano più volte ripetuto. Ma lunedì pomeriggio, il passaggio di consegne avvenuto all'interno di una residenza presidenziale rimasta sotto assedio per oltre un mese, ha effettivamente sbloccato lo stallo in cui si trovava Monrovia e il resto del Paese. Dando una speranza a tutta la popolazione civile ridotta alla fame.
Subito dopo il passaggio della banda presidenziale, le navi da guerra Usa (con 2.300 marines a bordo) si sono avvicinate al porto di Monrovia. "È un passo verso uno sviluppo positivo", hanno fatto sapere dalla Casa Bianca. Intanto, nella capitale liberiana continua a mancare di tutto. "Lo sforzo dei mediatori ci consegna una grande aspettativa - sono state le parole di monsignor Michael Francis, arcivescovo della capitale - ma la gente di questo Paese ha ancora bisogno di tutto l'aiuto possibile". L'Italia, in tal senso, ha già compiuto un piccolo passo con l'invio di un cargo di farmaci partito ieri da Brindisi per Monrovia.
Adesso, con la partenza di quell'aereo con Taylor a bordo, i politici liberiani dovranno dimostrare la loro volontà di pacificazione. Dopo centinaia di morti civili, la cosa non sarà facile. Lo stesso Kufuor ha dichiarato che proseguiranno, ad Accra (capitale del Ghana), i negoziati tra le parti in lotta per la stabilizzazione del governo provvisorio di Blah e per affinare un sistema capace di riportare pace e democrazia con le elezioni del prossimo 14 ottobre. Per adesso, le armi hanno smesso di sparare e i liberiani stanno fissando il cielo in attesa di aerei: dopo quello di Taylor, adesso aspettano quelli degli aiuti umanitari.
Carraro sul ponte del Titanic
Tra sport, banche e politica
Emanuela Audisio su la Repubblica
ROMA - E' sempre lui, ma con qualche certezza in meno. Non è tipo da far vedere che vacilla, da ammettere l'assedio, lui non si abbassa.
Sono gli altri che devono adeguarsi. Ma stavolta il suo telefono è bollente, stavolta il suo mondo non s'inchina al passaggio. Anzi, lancia sassi, cerca d'inchiodarlo. E lui è lì, sempre vestito in blu, il solo colore che conosca il suo armadio, che prova a raddrizzare un campionato, già nato storto.
Da Catania fanno sapere che Franco Carraro è stato iscritto nel registro degli indagati per "minacce a corpi politici e giudiziari dello Stato". Lui, il solitario, il capo della Federcalcio, di un gioco che come insistono troppo i quotidiani sportivi deve farci sognare. Proprio lui, Carraro, 64 anni, che da giovane non voleva sposarsi "perché con le Br in giro non me la sentivo di mettere su famiglia". Lui che ama i dischi di Mina, che fa ginnastica ogni mattina, che dorme pochissimo, che conosce tutti, che è stato campione di sci nautico, che se vede che sua figlia indossa scarpe che a lui non piacciono si offre di comprarle. Lui che quando va a Milano per poter andare a letto presto si nasconde in albergo. Lui che sbraitò perché vide un funzionario Coni in vacanza in un albergo di lusso: "Scusi, io sono ricco, ma lei come se lo può permettere?". Sì, il Carraro, amico di Craxi, che lui tuttora non rinnega.
Maledetto week-end in Sardegna. Lì Carraro doveva trascorrere una breve vacanza. Giocare a golf. Riposarsi, distrarsi, lucidare l'orgoglio. Dimostrare che non ha paura dei temporali d'agosto che ogni anno fulminano il calcio. E che lui non è il vecchio re Lear, ormai incapace di agire e di reagire. Tra un colpo e l'altro sarebbe riuscito a mettere tutti d'accordo, bisognava solo resistere un altro po', anche Berlusconi al telefono dal ranch americano dei Bush era stato chiaro: "Carraro, vada avanti, non si lamenti. Cosa? La stanno attaccando troppo? E io allora cosa dovrei dire?".
Ma ora Carraro non ce la fa più. Non è più credibile, perché troppo è successo, perché il decreto spalmadebiti è vergognoso, perché il calcio ha problemi strutturali che non sono risolvibili con un uomo, ma con un progetto e con più uomini. Non solo un grande come Rivera, ma perfino una piccola società come il Piacenza si sente in dovere di chiedere il commissariamento della Federcalcio. Quanto a lui dichiara: "La mia più grande preoccupazione è far partire il campionato". Come se in mezzo al naufragio del Titanic ci fosse ancora qualcuno preoccupato di lavarsi i denti prima di andare a dormire.
Certo, il campionato. Che è slittato l'anno scorso e minaccia di slittare anche quest'anno. Può scivolare su tutto: sui diritti tv che ancora molte società non hanno sottoscritto, sui ricorsi legali e giudiziari, sul fatto che altri club diranno perché Napoli e Roma sì e noi no? Ma Carraro, se anche non ha più la forza per mediare o forse ha solo quella e non quella per proporre cambiamenti e novità, ha ancora molti appoggi. Non è un relitto che vaga senza porto. Può appoggiarsi a Giraudo (Juve) che si è dichiarato solidale, e ha dalla sua Berlusconi che ha appena detto: "Fuori la politica dello sport. Carraro resta al suo posto".
Sarebbe troppo scomodo in questo momento far traballare anche la Repubblica del calcio. Non si sa che fine abbia fatto la giustizia, per non parlare di sanità, economia, società civile, vogliamo mica scombussolare anche il pallone, che nella sua ragionevole incertezza è l'unica certezza che ci resta? Carraro è sempre al telefono. Oggi c'è una giunta speciale del Coni che dirà che la Federcalcio non va commissariata, ma che il calcio deve darsi più serietà. Franco Carraro è sempre sul ponte del comando, anche con le onde alte, anche con la prua incrinata. Penserà da vecchio nostromo di alzare il bavero e di poter domare anche questa bufera. Per il calcio ormai non si tratta più di sopravvivere alla burrasca, ma di scegliere un'altra rotta. E un'altra terra. Con equipaggi più attrezzati.
12 agosto 2003