
sulla stampa
a cura di P.C. - 30 giugno 2003
L'Europa di fronte al caso Berlusconi
Ezio Mauro su la Repubblica
Anche chi ha un'idea dell'Italia radicalmente diversa da quella oggi dominante, riassunta e rappresentata dalla destra berlusconiana al potere, prova un forte disagio nel vedere il nostro Paese che torna sulle prime pagine dei giornali di tutt'Europa come una clamorosa eccezione continentale da mettere sotto osservazione e tenere sotto controllo. Qualcosa di allarmante perché fuori dalla norma europea, atipico e preoccupante, addirittura pericoloso come fattore di possibile contagio e modello negativo. Tutto ciò, nel nome di Silvio Berlusconi.
Il disagio per le critiche europee e per alcuni giudizi all'ingrosso, che rivelano il riaffiorare di un antico pregiudizio nei confronti dell'Italia, non nasce da un malinteso patriottismo ma dalla convinzione che la democrazia italiana meriti comunque rispetto per la crescita che ha assicurato al nostro Paese in questo dopoguerra, schierandolo sempre dalla parte dell'Europa e dell'Occidente, mantenendo il confronto tra maggioranza e opposizione dentro la Costituzione, resistendo alla sfida terribile del terrorismo, portando infine il sistema a compiersi con i postcomunisti e i postfascisti battezzati dalla prova suprema di governo, in un'alternanza di schietto impianto occidentale. Certe critiche straniere, in tutta franchezza, sembrano prescindere da tutto ciò, dal cammino faticoso e difficile che ha consentito al Paese di agganciare la moneta unica e di entrare nell'euro, al suo posto tra gli Stati fondatori dell'Unione. La nostra democrazia, come tale, merita considerazione e certe volte verrebbe da dire: possiamo criticarla soltanto noi. Per questo abbiamo respinto come inaccettabile la caricatura del nostro Paese come una dittatura nelle mani di Berlusconi-Mussolini fatta da Fidel Castro, quando il dittatore ha scagliato la folla contro l'Italia perché applica a Cuba le sanzioni decise dall'Unione europea.
Deve dunque essere ben chiaro, anche ai corrispondenti stranieri, che la nostra è una democrazia e Silvio Berlusconi è il legittimo capo del governo di questa democrazia. Ma deve essere altrettanto chiaro che Berlusconi porta una grave anomalia non so chiamarla diversamente nella democrazia italiana. Questa anomalia rende oggi il nostro Paese diverso da come è stato in tutta la sua storia repubblicana, e soprattutto diverso da tutte le altre democrazie europee. È infatti un'anomalia che riguarda la natura e la qualità stessa della democrazia.
Agli occhi dell'Europa il conflitto ha tre aspetti fortemente preoccupanti, che nascono nel momento in cui l'uomo più ricco d'Italia scende in politica mantenendo congiunte l'identità di imprenditore e quella di capo partito, con il risultato di squilibrare così il mercato politico fin dall'inizio e per sempre in termini di mezzi finanziari e disponibilità: che diventano inevitabilmente forme e modi della politica, perché introducono una concezione e una modalità proprietaria nel sistema, all'interno prima del partito berlusconiano, poi della coalizione, quindi della maggioranza, e infine del governo. Il populismo carismatico, il leaderismo titanico che semplifica la politica e la politica estera fino a farle entrare di forza nello schema propagandistico, immaginifico ed elementare del presidente-imprenditore (La Russia nella Nato, Putin nella Ue, l'Italia in Medioriente per conto di Bush, i premier dell'Est in vacanza pubblico-privata nella villa berlusconiana in Sardegna) a ben vedere sono soltanto una conseguenza inevitabile di quel conflitto irredimibile che porta i mezzi dell'imprenditore a dominare pezzi di politica, mentre porta la politica a farsi imprenditorializzare, con schemi, linguaggi, valori inediti nell'Occidente.
Il secondo aspetto inaccettabile per l'Europa è che un solo soggetto controlli la totalità dello spazio televisivo, che è la moderna agorà, il luogo privilegiato - e praticamente esclusivo - nel quale si gioca oggi la battaglia per l'acquisizione del consenso. Berlusconi ha avuto tutto il tempo e tutte le occasioni per risolvere questo aspetto del conflitto. Non ha mai voluto farlo, raccontando impudenti menzogne ("i miei telegiornali mi attaccano") e ignorando il messaggio del presidente Ciampi alle Camere sul pluralismo, con un rigetto esplicito che è istituzionalmente offensivo, oltre che colpevole. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e l'Europa lo vede: l'Italia ha un presidente del Consiglio che controlla tre reti televisive - la metà dell'etere - per via proprietaria, come imprenditore privato, e altre tre - l'altra metà, rappresentata dalla Rai - come Capo del governo. Non c'è mai stato un simile esempio nella storia della nostra repubblica, tantomeno negli altri Paesi europei. L'anomalia è dunque evidente, in atto, e produce i suoi effetti, alterando il confronto politico alla radice.
Il terzo aspetto del conflitto è l'uso privato della politica per influire sulla giustizia, paralizzandola. Le democrazie occidentali non contemplano casi del genere. Conoscono certo tipologie diverse e gradazioni differenti di immunità. Ma in nessun caso, mai (e fino a ieri nemmeno in Italia) si è verificato il caso di un imputato per reati comuni molto gravi che a poche ore dalla requisitoria del pubblico ministero, e a pochi giorni dunque dalla sentenza, usi la sua carica di primo ministro e capo della maggioranza parlamentare per costruirsi con le sue mani un salvacondotto personale e urgente, che lo liberi dalla pronuncia del tribunale. In questo modo, agli occhi dell'Europa, non solo il sistema esecutivo e legislativo - strumentalmente uniti al servizio di un imputato - prevaricano sul sistema giudiziario, ma addirittura la legge non è più uguale per tutti in un Paese dell'Unione. Perché in quel Paese, che è l'Italia di Berlusconi, un uomo è più forte della legge e può piegarla a proprio favore, usando il Parlamento della Repubblica come uno strumento privato di salvaguardia contro un Tribunale della Repubblica.
Nessun tifo per Berlusconi
Claudio Rinaldi su Libertà e Giustizia
È senza precedenti la valanga di critiche e di accuse che tutta la stampa europea sta rovesciando addosso a Silvio Berlusconi. Un tifoso di costui può essere tentato di compiacersene: "Molti nemici molto onore", diceva quell'altro cervellone di Benito Mussolini. Ma sarebbe un errore grave. Quello del Financial Times, del Monde, del País, della Frankfurter Allgemeine, di tanti altri è un caso da manuale di sospetto legittimo. L'allarme dell'opinione pubblica europea, al di là delle ragioni più di dettaglio, è tre volte giustificato.
1. Berlusconi concentra in sé una quantità di poteri che non ha mai avuto riscontro in alcuna democrazia. Governa, dà ordini al Parlamento, è l'uomo più ricco d'Italia e il 45° del mondo, possiede o controlla le sei maggiori reti tv del suo paese, è il massimo editore di periodici e di libri. Ciò ne fa un mostrum; per rimuovere il quale non basta, checché abbia scritto ieri Stefano Folli sul Corriere della sera, una cavillosa leggina sul conflitto di interessi, peraltro annunciata oltre due anni fa ma non varata.
2. Dell'abnorme accumulo di poteri Berlusconi fa un pessimo uso. In politica interna non vanta altro risultato che il continuo rafforzamento della sua personale posizione, anche di imprenditore: si pensi all'avvenuto sorpasso della sua Mediaset sulla Rai. In politica estera è zero, se si eccettua un cieco sostegno a George W. Bush dal quale l'Italia e l'Europa nessun beneficio hanno ricavato. All'estero la sua azione viene vista come un caso di dilettantismo dispotico.
3. Berlusconi, altro aspetto inconcepibile nelle democrazie liberali, approfitta dei suoi poteri anche per aggiustare i processi penali dove è imputato. Il cosiddetto lodo Maccanico è stato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Era profetico, giorni fa, l'appello di Libertà e Giustizia: "La norma renderà impresentabile agli occhi dell'Europa il futuro residente dell'Unione e determinerà una pesante caduta di credibilità del nostro paese... Degrada irrimediabilmente la sua figura e ancor più il prestigio delle istituzioni italiane".
Agli stranieri preoccupati la destra suole replicare in due modi. Da un lato insinua che gli attacchi a Berlusconi vengono sferrati da giornalisti di sinistra; dall'altro ricorda che Berlusconi è stato mandato al governo dagli italiani, quindi zitti e mosca. Ma la prima obiezione è una balla pura e semplice. E la seconda ignora il fatto cruciale: sui consensi a Berlusconi ha influito non solo il suo poco lodevole talento demagogico, ma soprattutto la sterminata quantità dei suoi mezzi di persuasione di massa. È questa che comprensibilmente l'Europa rifiuta, al punto da non ritenere sufficiente che Berlusconi abbia vinto le elezioni per poterlo accettare a occhi chiusi.
Adesso alcuni moderati, che pure riconoscono l'esistenza di una grande anomalia Berlusconi, invitano tuttavia il capo dello Stato, l'opposizione, gli italiani tutti a sostenere a spada tratta il neo-presidente di turno dell'Ue nel semestre che si apre. Folli afferma che "è una questione di dignità nazionale", e auspica la creazione di "un'area di rispetto" intorno a Berlusconi. Noi abbiamo qualche dubbio. Noi pensiamo che finora sia stato proprio Berlusconi a insidiare la dignità nazionale e a rivelarsi poco rispettabile. Speriamo che a quasi 70 anni sia capace di reinventarsi; ma al contrario di lui tendiamo a non credere nei miracoli.
Perciò seguiremo le sue gesta europee senza una preconfezionata indulgenza. Anzi ci impegniamo a segnalare e nel nostro piccolo a contrastare ogni sua eventuale mossa che pregiudichi gli interessi dell'Italia e dell'Europa unita. Che nessuno lavori per il fallimento del semestre, infatti, è giusto; ma che tutti stringano Berlusconi in un caldo abbraccio, per poi addossarsi la colpa di un possibile flop che sarebbe soltanto suo, è assurdo.
Lo diciamo in particolare alle forze di opposizioni. Ieri Piero Fassino ha dichiarato al Corriere: "In questi sei mesi spingeremo perché la presidenza italiana abbia successo". Apprezziamo la signorilità della sua offerta, ma gli sconsigliamo qualsiasi eccesso di zelo. Né i Ds né tanto meno la maggioranza dei cittadini capirebbero. Non riescono a convincersi che le fortune dell'Italia dipendano dai privati trionfi del signor Berlusconi; e non ci riusciamo neppure noi. È molto meglio che l'Ulivo si attenga a uno stile di ben motivata severità.
No alle firme anti-immunità
Un referendum così aiuta il premier
Francesco Rutelli sul Corriere della Sera
Caro Direttore, ho rivolto ai promotori del referendum contro la norma che garantisce immunità a Berlusconi (e alle più alte cariche dello Stato) un invito a ripensarci. L'ho fatto a nome della Margherita, che ha approvato in pieno questa linea nella recente Assemblea Federale. Ho ricevuto alcune repliche aggressive, del tipo: "Allora sei a favore del Lodo Schifani". È un atteggiamento che mi sembra gravemente sbagliato. Io sono contro la norma che sospende i processi, anche perché la giudico anticostituzionale. E credo che una liberale intransigenza sia oggi l'unica risposta adeguata alla deriva illiberale di un governo che calpesta principi e regole della separazione e dell'equilibrio tra i poteri.
Ma la scelta di obiettivi e strumenti è fondamentale se non si vuole aiutare, nei fatti, chi si dichiara di combattere. Intanto, non è detto che chi è contrario a una norma debba chiedere un referendum poche ore dopo la sua approvazione. Per fortuna, non abbiamo raccolto le firme per referendum contro la legge sulle rogatorie internazionali, o la legge Cirami sul "legittimo sospetto", che pure abbiamo duramente combattuto. Due leggi che si sono rivelate inefficaci per far saltare i ben noti processi milanesi (dopo pronunciamenti interpretativi della Corte Costituzionale, della Cassazione, e di tutte le sedi giudiziarie che sono intervenute su queste materie). Ergo, se avessimo chiamato cinquanta milioni di elettori al voto - come alcune forze politiche insistentemente chiedevano - il risultato sarebbe stato un fiasco: la questione era stata disinnescata in altra sede. Certamente non si sarebbe raggiunto il quorum dei votanti nel referendum. Chi propone oggi un referendum sull'immunità per le alte cariche non può ignorare che la questione sarà portata davanti alla Corte Costituzionale. Io credo che la Corte dovrebbe pronunciarsi per la incostituzionalità facendo decadere la norma (e rendendo così inutile il referendum). E giudico sbagliato, in pendenza di questa decisione, raccogliere le firme. Con un'altra motivazione di fondo.
Abbiamo appena assistito al fallimento del referendum sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Appena un italiano su quattro ha votato. Chi vuol proporre una nuova consultazione popolare ha il preciso dovere di costruire "prima" una larga convergenza per creare le condizioni che portino al voto i necessari 22 milioni di elettori. Non è accettabile che solo alcuni pensino di mettere il centrosinistra di fronte a un fatto compiuto - la raccolta di 500 mila firme, che porta inevitabilmente al voto popolare - senza curarsi delle adesioni. In questo caso, esse dovrebbero coinvolgere necessariamente tutto il centrosinistra (il che non si verifica poiché esistono differenze di vedute anche nel merito), ma anche personalità rappresentative dell'opinione di centrodestra.
Ricordino, i nostri amici che vorrebbero indire il referendum, che nella prossima primavera già sono previste le elezioni Europee e le Amministrative generali (31 milioni circa di elettori, con primo e secondo turno) il che non aiuterà particolarmente l'affluenza al voto nel referendum. Insomma, stiamo bene attenti ad un referendum minoritario, che potrebbe rappresentare un miracoloso salvagente per un Berlusconi ormai in sempre più gravi difficoltà. Anche perché c'è un'arma da tenere ben pronta, questa sì decisiva, efficace ed imparabile per i nostri avversari: un referendum abrogativo - in base all'articolo 138 della Costituzione, che non prevede il quorum del 50 per cento di partecipazione al voto - in caso di nuova normativa costituzionale sull'immunità parlamentare. Il referendum non è più uno strumento da usare con il pilota automatico. Va tracciata la rotta, formato un equipaggio affiatato e vincente, e tenuta bene la barra. Altrimenti, si può andare a sbattere. E noi non intendiamo fare un simile regalo ai nostri avversari in crisi.
Processo Sme, una battaglia che dura da cinque anni
Marco Bracconi su la Repubblica
Richieste di ricusazione, legittimi sospetti, legittimi impedimenti. Il processo per la vendita della Sme sta seguendo lo stesso copione di quello Imi-Sir. Ma la conclusione, almeno per la uno degli imputati, il più illustre, è molto diversa. Se infatti il dibattimento Imi-Sir è finito in aula con una sentenza, il processo Sme-stralcio, quello che riguarda solo la posizione del premier, si è di fatto concluso in Parlamento. E l'epilogo, nel caso del Cavaliere, non lo hanno scritto i giudici, ma i deputati della maggioranza.
E' il 26 novembre 1999. Silvio Berlusconi è ancora il leader dell'opposizione. Il giudice per le indagini preliminari Alessandro Rossato lo rinvia a giudizio insieme a Cesare Previti e altre sei persone. L'accusa è corruzione in atti giudiziari. Gli imputati sono accusati di aver corrotto alcuni dei magistrati romani che nel 1985 avevano deciso di bloccare la vendita dell'industria alimentare Sme al gruppo di Carlo De Benedetti, favorendo la cordata di Berlusconi, Barilla e Ferrero. Il 9 marzo inizia il processo.
Come nel caso Imi-Sir, per mesi il dibattimento procede tra continue schermaglie procedurali ed eccezioni poste dalle difese. Un anno e mezzo dopo, il clima si esaspera. Il 17 novembre 2001 l'avvocato Carlo Taormina, di Forza Italia, allora sottosegretario agli Interni, chiede ai giudici di Brescia di "arrestare" quelli di Milano. L'opposizione ne chiede le dimissioni. Alla fine il vulcanico legale lascerà il governo. Ma la guerra, nelle aule giudiziarie e parlamentari, continua.
Il 19 dicembre 2001 depongono al processo Romano Prodi e Giuliano Amato. Il primo all'epoca dei fatti era presidente dell'Iri. Il secondo, il braccio destro di Bettino Craxi per le questioni economiche. Prodi ripete che il prezzo pattuito con De Bendetti "era congruo". E che poi qualcosa intervenne a bloccare tutto. Il 7 gennaio 2002 gli avvocati di Cesare Previti ricusano il giudice Brambilla, poiché "non più funzionalmente assegnato al tribunale ordinario di Milano". La richiesta viene respinta. Anche se il ministro della Giustizia Castelli, proprio in quei giorni, interverrà pesantemente, chiedendo il "trasferimento immediato" del magistrato. Due giorni dopo Gerardo D'Ambrosio, procuratore di Milano, dirà che questa è la "notte della democrazia".
Il 12 gennaio 2002 Berlusconi parla del processo che lo riguarda durante il Consiglio dei ministri. "Non ho mai corrotto nessuno, qualcun'altro dovrebbe essere imputato nel processo Sme". E' l'anticipazione della linea che terrà sedici mesi più avanti, quando andrà in aula per rendere le sue dichiarazioni spontanee. Intanto, tra le richieste di remissione della difesa, sempre respinte, il processo prosegue. La posizione del premier è ancora legata a quelli degli altri imputati. E si comincia a ipotizzare una mossa "parlamentare" per allungare i tempi del processo.
L'8 giugno del 2002 alla procura di Milano arrivano i carabinieri che, su ordine dei magistrati di Perugia, sequestrano la cassetta dell'intercettazione al bar Mandara del 2 marzo '96, agli atti del processo. I legali degli imputati sostengono che quelle sono prove "inquinate". Subito dopo gli avvocati di Berlusconi e Previti chiedono un altro stop del dibattimento. L'istanza viene di nuovo respinta. Intanto in Parlamento si comincia a lavorare sulla legge Cirami. Quella che consente di chiedere lo spostamento della sede di un processo in caso di "legittimo sospetto". Nell'autunno successivo verrà approvata in via definitiva. I legali se ne avvarranno, ma il 28 gennaio 2003 la Cassazione deciderà che i processi Ii-Sir e Sme devono restare a Milano. "Che cos'altro potevamo aspettarci? Questa era una partita truccata...", è il commento di Silvio Berlusconi. E ancora: "Siamo alla persecuzione politica".
Così inizia la fase finale del processo. Quella che porterà, tra l'altro, alla divisione in due del dibattimento con lo "stralcio" della posizione del premier. Il 18 aprile scorso il presidente del Consiglio fa la sua prima apparizione in aula. Solo pochi minuti. Per le dichiarazioni spontanee tanto annunciate c'è ancora da attendere. Meno di un mese: il 5 maggio Berlusconi va in aula e parla a braccio per quasi un'ora. Dice che lui è intervenuto nell'affare Sme per "evitare un danno allo Stato su richiesta di Bettino Craxi", e aggiunge che intendeva dare un colpo a Carlo De Benedetti "con il quale avevo un conto aperto". Sostiene infine di non aver corrotto nessuno. Fuori dall'aula un contestatore lo apostrofa pesantemente. Il premier chiede che venga identificato. Palazzo Chigi lo denuncia. Pochi giorni dopo al Tg3, che ha dato ampio risalto alla vicenda, arriveranno gli ispettori della Rai.
Per impegni "improcrastinabili" legati al suo ruolo istituzionale, Berlusconi non si presenta alle successive udienze. Intanto il tribunale "separa" la sua posizione da quella degli altri imputati. Vale a dire che Silvio Berlusconi sarà processato a parte. E' lo stralcio deciso il 16 maggio, proprio mentre la legge blocca-processi inizia a fare il suo iter parlamentare. Il Cavaliere, comunque, continua a tenere alto il tono della polemica: "Stanno tentando una nuova spallata giudiziaria per far cadere il governo".
Il 30 maggio il pm Ilda Boccassini chiede 11 anni di carcere per Cesare Previti. E' la parte del processo che va avanti per gli altri imputati. Nello Sme-stralcio, invece, il tribunale respinge la richiesta dei legali di Berlusconi di sospendere "sine die" il processo. Il 17 giugno il capo del governo è di nuovo in aula. Nella seconda puntata delle sue dichiarazioni spontanee nuovi attacchi contro Carlo De Benedetti, Stefania Ariosto e le modalità con cui si è svolto il processo. "Tornerò", dice alla fine.
Il 18 giugno la norma blocca-processi diventa legge con l'approvazione della Camera. Prevede che le 5 più alte cariche dello Stato (i presidenti della Repubblica, del Consiglio, del Senato, della Camera e della Corte costituzionale) non possano essere processate fino alla fine del mandato. Per Berlusconi questo significa che il processo Sme-stralcio, in base alla nuova legge, deve essere "congelato" fin quando lui non lascerà Palazzo Chigi.
Ma il 25 giugno, i pm Boccassini e Colombo, giudicando incostituzionale la legge sull'immunità e hanno chiesto che su questo si pronunci la Corte costituzionale. E oggi, 30 giugno, il tribunale ha giudicato non infondata la richiesta. Atti alla Consulta, dunque, e sospensione del processo per mesi.
Così, almeno per il premier il processo Sme è virtualmente fininito. Anche se arrivasse un pronunciamento negativo sul "lodo" da parte della Consulta, i tempi sarebbero strettissimi. All'inizio di gennaio scadrà l'applicazione del giudice Brambilla, dovrà formarsi un nuovo collegio e in questo caso, anche se Berlusconi tornasse ad essere "processabile", il dibattimento dovrebbe ricominciare ex novo.
Noi, spiati (da Echelon) e contenti
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera
Non mi sembra abbia suscitato reazioni significative la notizia di alcuni giorni fa che all'inizio degli anni '90 gli Stati Uniti spiavano le comunicazioni del presidente del Consiglio italiano (in quel momento Giuliano Amato) e il suo ministro della Difesa. Nel caso particolare l'azione di spionaggio riguardava l'inchiesta sul disastro di Ustica; ma è pressoché certo non solo che essa abbia avuto già allora carattere continuativo e assai più ampio ma che quell'azione di spionaggio duri tuttora. Proprio a realizzare una capacità informativa (usiamo questo eufemismo) così capillare su scala vastissima è destinato, del resto, ormai da qualche decennio, il sofisticato e potente sistema elettronico di sorveglianza e intercettazione detto Echelon - gestito dagli Usa in parziale condominio con Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda - in grado di captare qualunque comunicazione in qualunque parte del globo. Non essendo nato ieri, tutto ciò personalmente non mi stupisce né mi scandalizza: nel mondo abitato dagli esseri umani la potenza, foss'anche quella di un Paese democratico come gli Usa, non è mai innocente, non può esserlo. Ciò che invece stupisce un po' è l'Italia: un Paese nel quale, come si sa, esiste una vasta opinione pubblica non proprio simpatizzante verso gli Usa, pronta a mobilitarsi in difesa della sovranità dell'Iraq o di Cuba, la quale opinione pubblica però sembra accettare senza troppi problemi una violazione così rilevante della nostra sovranità; un Paese, poi, il cui governo, non solo si guarda bene dal notificare a Washington che lo spionaggio non rientra precisamente nelle abituali relazioni tra Stati amici, ma neppure si preoccupa di assicurare ai propri cittadini di aver predisposto tutte le possibili contromisure affinché le proprie comunicazioni non vengano intercettate da estranei.
Invece nulla: non sono queste le reazioni che avvengono in Italia. Se critichiamo gli Usa, evidentemente, ci piace farlo in nome dell'internazionalismo e dell'antimperialismo più che della dignità nazionale e quanto al patriottismo, siamo sì sempre pronti (oggi) a versare qualche lacrimuccia d'occasione sulle note di "Fratelli d'Italia" ma se poi si tratta di tutelare concretamente la nostra sovranità, magari mandando una nota di protesta a Washington ovvero ordinando ai Servizi di fare di tutto per "blindare" le comunicazioni del governo, allora preferiamo pensare ad altro e restare in silenzio.
Ma così ci impediamo anche di vedere e di capire parti importanti della scena planetaria, e dunque di dare basi solide alle nostre idee di politica estera. Ci impediamo di vedere, per esempio, che la capacità di spionaggio mondiale degli Usa è costruita sulla base di una fortissima solidarietà-integrazione di tutto il mondo di lingua inglese, a cominciare naturalmente dalla Gran Bretagna. E che tale solidarietà-integrazione, unitamente ad altri legami e relazioni speciali finisce per adombrare, specie nei momenti e negli ambiti cruciali, l'esistenza di fatto di una sorta di vero e proprio soggetto politico anglosassone, terzo rispetto all'America e all'Europa, in un certo senso a sé stante, la cui natura assolutamente informale non lo rende tuttavia meno reale ed effettivo.
Ma come può sussistere, dovremmo chiederci, un progetto europeo inclusivo della Gran Bretagna, dato tutto ciò?
E d'altra parte: sarebbe mai accettabile per i democratici del continente un'Europa senza la Gran Bretagna, senza la tradizione di libertà politica cresciuta all'ombra delle istituzioni inglesi?
Davvero un curioso Paese l'Italia: animata all'apparenza da tanta passione europeista, non riesce a cogliere nessuna occasione per discutere i problemi con cui quella passione è chiamata a fare i conti.
Le pensioni nel mirino della Finanziaria
Luca Cifoni su Il Messaggero
ROMA In teoria c'è solo l'imbarazzo della scelta. Il cantiere delle pensioni è aperto da anni, e il menu dei possibili interventi è quanto mai ricco, sempre che sia confermata la volontà del governo di intervenire in modo più incisivo in coincidenza con il semestre europeo.
Gli ostacoli sulla strada di una nuova riforma, che vada al di là della legge delega attualmente congelata in Parlamento, sono di natura politica e sindacale. Sul primo fronte negli ultimi giorni sembra essersi ammorbidita la posizione della Lega; ma a livello sindacale resta forte la resistenza non solo della Cgil, ma anche di Cisl e Uil. Tornando a chiedere un incontro con l'esecutivo, Savino Pezzotta, ha ribadito ieri che "non c'è bisogno di fare una riforma delle pensioni, ci sono alcuni aggiustamenti che si possono fare".
A livello tecnico, molto lavoro è già stato fatto. Il ministro Tremonti, da tempo tentato dall'idea di un intervento che dia prestigio e credibilità a a livello europeo, ha messo al lavoro i suoi uomini. Ma ci sono anche gli studi elaborati dal Dipartimento economico di Palazzo Chigi. Da un punto di vista legislativo, l'occasione per intervenire può essere la prossima Finanziaria, mentre non appare molto quotata l'idea di un decreto estivo a sorpresa.
Contributivo per tutti. Il sistema contributivo è il perno della riforma Dini del 1995. L'ammontare della pensione viene calcolato moltiplicando i contributi versati per un rendimento convenzionale, e non sulla base degli ultimi stipendi. Il che si traduce in una perdita, a meno di una carriera lavorativa molto lunga. Attualmente il contributivo è applicato solo a chi nel '95 aveva meno di 18 anni di anzianità. Le possibilità di stretta sono varie. Si può deciderlo di applicarlo a tutti pro rata, cioè salvando comunque gli anni maturati con il restributivo. Oppure ridurre di qualche anno la soglia dei 18, salvando quindi chi ora è vicino alla pensione. O ancora il contributivo potrebbe essere inteso come penalizzazione per chi sceglie di andare in pensione anticipatamente. In generale gli interventi sul contributivo assicurano l'equilibrio del sistema nel lungo periodo, ma non garantiscono risparmi immediati.
Taglio all'anzianità. La riduzione delle pensioni anticipate è il nodo più delicato di un possibile intervento. Si tratterebbe di misure a rischio di contestazione, ma anche in grado di assicurare buoni risparmi (qualche miliardo di euro l'anno).
L'attuale delega prevede solo incentivi, che dovrebbero convincere i lavoratori a rimandare l'uscita. Più drastico sarebbe invece l'effetto di disincentivi, che penalizzano chi lascia il lavoro prima. Le possibilità sono varie. Quella più estrema è un brusco spostamento in avanti dell'età minima di pensionamento, dai 57 ai 62 anni. Oppure si potrebbe applicare una penalizzazione del 2-3 per cento per ciascun anno di anticipo della pensione. Un intervento più morbido sarebbe la riduzione da quattro a due delle finestre di uscita annuali, magari accompagnata da una moratoria iniziale. In pratica il lavoratore manterrebbe il diritto teorico alla pensione, ma dovrebbe aspettarne per usufruirne concretamente.
Pensioni d'oro e invalidità. Il ministro Maroni ha preannunciato la volontà di applicare un contributo di solidarietà ai trattamenti superiori ai 10 mila euro al mese. Una misura di equità simbolica, che darebbe però solo pochi milioni di euro. La Lega poi insiste per mettere al setaccio le pensioni di invalidità: sarebbe un contrappeso geopolitico alle misure sull'anzianità, che riguardano soprattutto il Nord.
La tregua di Hamas non convince Israele
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
Alla tregua, in ordine sparso. Iniziano Hamas e la Jihad islamica, seguiti a ruota, e dopo un aspro scontro interno, da Al Fatah. Tregua armata. Contrastata. Contestata. Una goccia di ottimismo in un mare di odio e di violenza. Comunque un passo in avanti. Il primo annuncio di una "hudna" (tregua) di tre mesi nella lotta armata contro Israele arriva da Gaza. Nel comunicato congiunto, Hamas e la Jihad islamica affermano che "i due movimenti hanno deciso di sospendere le operazioni militari contro il nemico sionista a partire da oggi". Una tregua che i due gruppi integralisti subordinano al rispetto di una serie di condizioni da parte di Israele. A quest'ultimo, Hamas e la Jihad islamica chiedono di cessarre le cosiddette "esecuzioni mirate" e le incursioni militari, di porre fine all'isolamento delle città palestinesi e al confino forzato di Yasser Arafat, e di liberare tutti i detenuti palestinesi. "Se il nemico israeliano non soddisferà queste condizioni noi ci riterremo liberi da questa iniziativa di tregua", avverte Abdel Aziz Rantisi, numero "due" di Hamas e di recente sfuggito per un soffio a un tentativo israeliano di ucciderlo. Qualche ora più tardi, giunge anche il "sì" sofferto di Al Fatah: "Annunciamo il nostro impegno alla tregua, come dichiarato nell'iniziativa egiziana", afferma Fatah in un comunicato, in riferimento alla mediazione condotta dall'Egitto per giungere a un cessate il fuoco tra Israele e le milizie armate palestinesi. Un alto responsabile di Al Fatah puntualizza che tutti i gruppi della fazione - compresa la sua ala militare, le Brigate dei martiri di Al Aqsa - "si attengono a questa posizione".
La reazione di Israele è stata immediata e all'insegna di un aperto scetticismo."Noi temiamo che la tregua concordata dall'anp con Hams e la Jihad islamica sia sfruttata dai terroristi per rafforzarsi al fine di riprendere a colpire Israele in futuro. Temiamo che questa tregua sia solo una bomba a orologeria contro Israele", dichiara David Saranga, portavoce del ministero degli Esteri israeliano. "Noi non annettiamo alcun valore a questi annunci. Il partner d'Israele è l'Anp, e noi ci aspettiamo che questa, come hanno chiesto gli Stati Uniti, proceda alla distruzione delle infrastrutture del terrorismo e al disarmo di tutte le milizie palestinesi", gli fa eco Ranaan Gissin, consigliere del premier Ariel Sharon.
Israele, ripetono i più stretti collaboratori di Sharon, è tenuto al rispetto solo di quanto concordato con l'Autorità palestinese: primo di tutto il ritiro del suo esercito, iniziato nella serata di ieri, dal settore nord di Gaza. Inoltre si è impegnato ad assicurare maggiore libertà di movimento ai palestinesi e a concedere a diverse migliaia di pendolari di Gaza di raggiungere i posti di lavoro in Israele. Appare invece alquanto improbabile che Israele acceti di scarcerare tutti i detenuti palestinesi anche se il premier Abu Mazen ha ribadito a più riprese che "non ci saranno pace e sicurezza se anche un solo palestinese resterà in cella".
Un "passo nella giusta direzione": è il primo commento della Casa Bianca al duplice annuncio della tregua. "Tutto ciò che riduce la violenza è un passo nella giusta direzione", annota il portavoce della Casa Bianca Ashley Snee, ricordando al contempo che nel Tracciato della "road map" "le parti hanno l'obbligo di smantellare le infrastrutture terroristiche".
A Bassora britannici assediati
Leonardo Sacchetti su l'Unità
Solo poche settimane fa, quando ancora piovevano bombe "alleate" sull'Iraq, la scena era l'esatto contrario. Il palazzo presidenziale di al-Barazniyah, a Bassora, trasformato in fortino dalla Guardia Repubblicana di Saddam con le truppe britanniche che lo cingevano d'assedio. Ora, sempre quel palazzo, è stato teatro di un rovesciamento delle parti: all'interno dell'al-Barazniyah, i militari di Sua Maestà indaffarati a tenere alla larga alcune centinaia di ex soldati iracheni, inferociti con il comando delle forze occupanti. A 550 chilometri da Baghdad, anche questo è il segnale di un dopoguerra tutt'altro che tranquillo.
Gli ex miliziani del raìs, provenienti dalla tanto temuta Guardia Repubblicana, hanno assediato il quartier generale delle truppe britanniche per il sud dell'Iraq - proprio quel palazzo al-Barazniyah - per impedire ai militari spediti da Londra di uscire. I soldati iracheni protestavano per non aver ricevuto gli stipendi che, subito dopo la fine della guerra, l'autorità militare d'occupazione aveva promesso loro. Una sorta di armistizio fondato sui dollari: noi vi paghiamo, avevano pensato al Pentagono e a Downing Street, e voi ve ne rimanete buoni buoni. Ma di quei soldi, i militari di Saddam Hussein, non gli hanno ancora visti. "I britannici - ha detto Kazem Ayal, sottufficiale della Guardia Repubblica - avevano promesso di pagarci gli stipendi sabato ma ci hanno detto di ritornare domenica e oggi ci hanno detto di ritornare domani: sono dei bugiardi".
Tutt'intorno al quartier generale dei britannici a Bassora, il militari di Londra avevano da tempo sistemato del filo spinato contro eventuali attentati terroristici ma quello stesso filo spinato si è trasformato in una trincea da cui gli ex soldati iracheni hanno iniziato a lanciare sassi contro l'ingresso dell'al-Barazniyah, colpendo chiunque osasse mettere il naso fuori dall'ex palazzo presidenziale. Durante la protesta, anche due ambulanze inglesi, che tentavano di rompere l'assedio, sono state bersagliate da lanci di pietra e costrette a rientrare.
La decisione di quest'ultima azione dei militari britannici era stata anticipata con il lancio di decine di volantini sopra la cittadina di Majar al-Kabir, in cui il comando delle truppe d'occupazione cercava di rassicurare la popolazione locale: "Non vogliamo tornare per punire perché quelli erano metodi del regime di Saddam Hussein". Il comando britannico a Bassora, con quest'azione, ha intenzione di far luce sull'uccisione dei sei militari inglesi, avvenuta nella stazione di polizia della cittadina. Secondo una ricostruzione fatta dal quotidiano inglese Sun, poco prima di essere uccisi i sei militari avrebbero provato a salvarsi mostrando le foto dei loro figli. Ali al-Ateya, un testimone interpellato dal Sun, ha raccontato le ultime parole dei britannici: "Volevano dire vedete, come voi abbiamo mogli e figli. Speravano che questo avrebbe potuto salvarli, ma non è bastato. Non c'è stata pietà per loro".
Cina e India, il ghiaccio s'è rotto
Aldo Rizzo su La Stampa
La settimana che si è appena conclusa ha visto un evento diplomatico molto importante, lontano dall'Europa, nel cuore profondo dell'Asia. I due giganti del più grande continente (di cui noi europei siamo in fondo un'appendice, secondo una definizione famosa, ma anche secondo la realtà geofisica) si sono incontrati dopo lunghe fasi di tensione e hanno deciso, se non proprio di diventare amici, di non essere più nemici o anche solo rivali, insomma di essere buoni vicini. Si tratta, è chiaro, dell'India e della Cina, i due più popolosi Stati del mondo, più di un miliardo di abitanti a testa: se messi insieme, più di un terzo della popolazione planetaria.
A dare una prova di buona volontà era stato, già l'anno scorso, il primo ministro cinese Zhu Rongji, recandosi a Nuova Delhi, ma la sua visita non produsse effetti particolari. A rompere davvero il ghiaccio è stato il primo ministro indiano Atal Behari Vajpayee con un soggiorno di quasi una settimana nella Repubblica Popolare, il primo viaggio in Cina di un capo del governo indiano dopo dieci anni. E il ghiaccio non è stato rotto solo metaforicamente, è stato rotto anche materialmente su un passo himalayano a 5000 metri di altezza, dove è stato aperto o riaperto un valico tra il Tibet e il Sikkim. Novità clamorosa, perché entrambe le regioni erano al centro del contenzioso cino-indiano, che aveva conosciuto, nel 1962, anche una vera e propria guerra di frontiera, vinta dalla Cina.
Come si sa, i cinesi invasero il Tibet nel 1950. Nove anni dopo, repressero una rivolta, costringendo alla fuga il Dalai Lama, massima autorità spirituale e non solo. Naturalmente gli indiani non riconobbero il fatto compiuto e anzi dettero ospitalità al Dalai Lama e a un governo tibetano in esilio. Il Sikkim, invece, era un piccolo Stato tra Nepal e Buthan, che si era barcamenato tra inglesi, indiani e cinesi, finché l'India non se lo annesse nel 1975, e quella volta fu Pechino a sollevare forti proteste. Ora l'apertura del valico tra le due regioni significa semplicemente che sono state riconosciute le rispettive conquiste, anche se sono state usate formule diplomatiche volutamente indirette.
Al di là di questi episodi, pure importanti, la rivalità tra India e Cina nasceva per il fatto stesso che si fronteggiavano due giganti (con 3500 km di frontiera comune). Fu poi acuita dalla rottura tra Cina e Unione Sovietica, con l'India che si schierò con la seconda, non per affinità ideologica (dal dominio coloniale britannico ha ereditato la democrazia), ma in funzione anticinese. E sempre per timore della Cina, l'India si dotò nel 1974 dell'arma atomica, alla fine inducendo a un analogo passo il Pakistan, lui invece amico di Pechino.
Insomma una storia molto complessa, che ora accenna a sciogliersi nella nuova realtà internazionale, con l'Urss che non esiste più, la Cina che prospera nell'economia di mercato, e semmai c'è un'America troppo ingombrante, con la quale dialogare, ma con prudenza. Un'Asia, e un mondo, in movimento (speriamo positivo anche per la tensione indo-pachistana), e a tutto questo dovrebbe rivolgere uno sguardo interessato anche la lontana "appendice" europea.
Malanni diplomatici e spudoratezza
Filippo Ceccarelli su La Stampa
Ma quanti malanni diplomatici, quanti tempestivi infortuni, quante scuse, insomma, per giustificare le proprie decisioni senza assumersene la piena responsabilità.
Era (appena) il 23 aprile scorso quando il presidente Berlusconi accusò uno strappo al braccio sinistro, in modo da poter disertare la solenne cerimonia organizzata dal Presidente della Repubblica per la Liberazione. Spiegò allora il Cavaliere: "Per suonare la campana della nuova chiesa di San Giuliano ho scaricato tutti i miei chili sul braccio e mi sono stirato". Questo non gli impedì di andarsene in Sardegna, in vacanza, ma ancora di più gli tornò utile una pausa con Carlo Azeglio Ciampi, con il quale nei giorni precedenti aveva avuto più di un dissapore.
E adesso la caviglia di Bossi. Dopo lo strappo campanaro di San Giuliano, la slogatura podistica di Lodi. Qui appunto, l'altra settimana, nel corso di una manifestazione sportiva il Senatùr ha appoggiato male un piede a terra e ahi ahi che dolòr. La provvida distorsione ha avuto l'effetto di annullare sine die, in piena verifica e anzi poco dopo il cannoneggiamento leghista del ministro Pisanu, il Consiglio Federale padano. Annullamento assai opportuno. E infatti: "Non sono un sadico - ha commentato l'ineffabile portavoce di Fi Bondi - ma ben venga la slogatura di Bossi se serve ad abbassare i toni".
Colpisce in effetti l'astuta acquiescenza, la pigra e apparente credulità con cui tanto nel mondo politico quanto nel sistema dei media si accolgono, talvolta perfino con un certo compiacimento, questi espedienti un poco puerili. Evidentemente, il fatto che a stirarsi o slogarsi sia (anche) la verità, per giunta nella sua più fisica accezione, è ritenuta questione secondaria rispetto alla Politica. Ma per fortuna non da tutti.
In una lettera a Bossi, pubblicata in prima pagina sulla Padania, Francesco Cossiga, che conosce bene i suoi polli e si diverte a tendergli abbaglianti trabocchetti, ha voluto non solo fare al leader leghista gli auguri di pronta guarigione, ma gli ha anche suggerito, perfidamente, di "non trascurare questo piccolo disturbo dovuto a un infortunio che, non curato, può dare piccole, ma continue sofferenze: almeno - ha aggiunto - per non dare soddisfazione a chi vuole il tuo male!". Tale larvata impostazione magico-scaramantica gli è servita comunque da rampa di lancio per proclamare, se non la verità, certo quella attinente al suo uso, con tanto di riferimenti autobiografici. E perciò: "Da De Gasperi a Vanoni, da Segni a Cossiga, l'invocazione alla malattia è sempre stata una potente arma politica di differimento e di elusione".
E' vero. Sui malori improvvisi di De Gasperi ha scritto pagine deliziose Vittorio Gorresio ne I moribondi di Montecitorio. Durante le trattative notturne per il suo primo governo (dicembre 1945), messo alle strette da un diniego del pli, lo statista trentino "si alzò dalla sedia, si fece pallido pallido, poi si afflosciò con la testa reclina sul petto, le braccia ciondoloni. Dondolò un poco sulla poltrona, finché i vicini premurosi non lo sostennero. Era svenuto". Il giorno dopo i liberali dissero sì.
E a proposito di caviglie, sappia Bossi che anche Pertini negli anni ottanta utilizzò proprio quella scusa per disertare un meeting di Cl. Mentre qualche anno prima (marzo 1977, all'indomani di una manifestazione che aveva messo Roma a ferro e fuoco) Enrico Berlinguer diede forfait a un Comitato centrale per via di una indigestione di datteri.
Anche i grandi della Prima Repubblica, insomma, si ammalavano per convenienza. Non tutti i guai vengono infatti per nuocere, ma due malori in due mesi sono francamente un record. Se non di spudoratezza, di mancanza di originalità.
30 giugno 2003