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sulla stampa
a cura di G.C. - 28 giugno 2003


Fassino, la Bossi-Fini, il semestre europeo
Claudio Rinaldi su
Libertà e Giustizia

Ieri nelle comunicazioni di Silvio Berlusconi alle Camere non ci sono state sorprese, salvo la stupidaggine poi rettificata dell'invio in Libia di soldati anti-immigrazione. In politica estera il premier ha elencato in forma generica gli obiettivi dell'imminente semestre europeo: il varo della nuova Costituzione dell'Unione e qualche iniziativa in materia di grandi opere infrastrutturali, pensioni, mercato del lavoro. In politica interna ha affermato che i dissensi nella Casa delle libertà sono trascurabili scaramucce, baciando su una guancia Umberto Bossi per far capire dove batte il suo cuore.
Meno banali sono stati due sornioni riferimenti allo schieramento avversario. Con il primo Berlusconi ha sfottuto il centro-sinistra per l'instabilità nella scorsa legislatura, quando "il presidente scelto dagli elettori fu sfiduciato per far posto a un altro esponente della coalizione, che fu sfiduciato e sostituito a sua volta dopo un anno". Morale della favola: "Sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico. L'Ulivo sbagliò, noi non sbaglieremo".
La seconda bottarella è stata vibrata direttamente a Piero Fassino, che il giorno prima aveva plaudito al ministro dell'Interno Beppe Pisanu contestato dalla Lega per l'asserita incapacità di fronteggiare l'immigrazione clandestina. "Mi fa piacere che Fassino abbia sposato la linea Pisanu", ha detto Berlusconi, perfido, "compreso l'apprezzamento della legge Bossi-Fini".
Era una balla: come è arcinoto, tutto l'Ulivo considera la Bossi-Fini una legge pessima. Ma Berlusconi ha colto al balzo una palla ingenuamente lanciatagli da Fassino. Il segretario dei Ds aveva elogiato Pisanu con troppo calore, come se non fosse un uomo chiave del governo al quale i Ds dovrebbero opporsi.
L'aneddoto, nella sua infinita piccolezza, è istruttivo. Per l'Ulivo ogni concessione verbale al governo, benché parziale e dettata dalla speranza di far esplodere i contrasti nella maggioranza, può rivelarsi un boomerang. Quella speranza sembra piuttosto un'illusione.
Inutile girarci intorno: finché si è all'opposizione ci si deve opporre con serena fermezza, salvo che la patria sia in pericolo. Si tratta di convincere gli italiani che i danni non li provoca soltanto Bossi, bensì l'intera destra. Berlusconi non avrebbe mai rivolto encomi solenni ai ministri dell'Interno dell'Ulivo. Può darsi che egli sia un cattivo statista, ma sa come si recita nel teatrino della politica dentro un sistema ormai compiutamente bipolare.

E non è finita lì. Per martedì 1° luglio, quando in Parlamento, si voterà sul programma di Berlusconi per il semestre europeo, corre voce che Ds e Margherita stiano pensando a una qualche intesa bipartisan con la destra. Di questa non si capirebbero né l'opportunità né il senso, visto che anche i sassi sanno quanto l'europeismo convinto dell'Ulivo sia lontano dall'unilaterale e acritico americanismo di Berlusconi.
È presto, sia chiaro, per concludere che i big dell'Ulivo meditano di aprire un'altra stagione di inciuci dopo quella disastrosa della Bicamerale (1996-1997). Però essi non devono dimenticare che la vittoria alle amministrative è figlia dell'opposizione più coerente praticata grazie alla spinta di movimenti e associazioni varie nell'ultimo anno. E soprattutto che il dialogo con un animale onnivoro come Berlusconi non è che il modo più spiccio di farsi mangiare da lui.


Berlusconi frena Fini: devi restare vicepremier
Paola Di Caro sul
Corriere della Sera

ROMA - Un colloquio "molto franco", che però ha lasciato "sul tappeto i problemi posti da An". Così raccontano da via della Scrofa l'esito del faccia a faccia tra Berlusconi e Fini ieri mattina, a margine del Consiglio dei ministri. Un colloquio, breve, che di fatto lascia invariate le distanze alla vigilia della verifica di governo, anche se in serata il portavoce di An Landolfi mostrava di apprezzare le parole pronunciate da Berlusconi su Fini: "E' importante che resti vicepremier e che continui a dare con la sua presenza un'ulteriore spinta ai tempi di realizzazione dei programmi del governo". "Bene Berlusconi, ora aspettiamo che alle parole seguano i fatti", ha aggiunto però Landolfi, e si capisce perché: a quanto pare, alla richiesta di Fini di maggiore "collegialità" soprattutto in campo economico da ottenersi sia con l'istituzione del consiglio di gabinetto sia con il potenziamento del dipartimento per l'economia a palazzo Chigi, Berlusconi avrebbe risposto in maniera a dir poco interlocutoria, se non negativa: "Sono d'accordo, Gianfranco, che serve più collegialità nel governo, l'ho anche ripetuto nel mio discorso di ieri alla Camera! Ma un dipartimento per l'economia... Significherebbe sfiduciare Tremonti, e io non posso farlo". E anche sul consiglio di gabinetto Berlusconi avrebbe mostrato più di un dubbio: meglio un "comitato di maggioranza", un organismo che riunisce tutti i segretari di partito e volta per volta il ministro competente sulla materia di cui si occupa, anche perché "c'è anche Follini, lui non è ministro e a un consiglio di gabinetto non potrebbe partecipare".
Raccontano che Fini non si è arreso: "Qui ha poco Bossi da andare a dire che è stata "trovata la quadra": noi non stiamo scherzando, vogliamo dei risultati, altrimenti io potrei anche prendere in considerazione l'ipotesi di lasciare il mio posto di vicepremier e tornarmene al partito...". Al che Berlusconi avrebbe replicato suadente: "Non dirlo nemmeno, tu sei essenziale nel mio governo, lo sai. Guarda, sulla collegialità troveremo il meccanismo che accontenta tutti, ne sono certo. Lavoriamoci ancora un po' e confrontiamoci in un vertice la prossima settimana".

Parole che hanno un minimo rasserenato il clima, se è vero che da An hanno cominciato ad usare toni più concilianti e se Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, si è sbilanciato in una previsione: "Le nubi si stanno diradando, sono certo che alla fine tutti si daranno da fare per il rilancio della coalizione". Ma il segnale che serve una tregua è arrivato quando una nota congiunta del ministero dell'Economia e della vicepresidenza ha smentito un episodio riportato da alcune agenzie di stampa (e confermato da testimoni) avvenuto in Consiglio dei ministri: Tremonti si sarebbe presentato con alcuni provvedimenti "fuorisacco", uno sull'assestamento del bilancio, facendo uscire dai gangheri sia Buttiglione che Fini: "Basta con questo metodo, così non si può andare avanti". Ci ha pensato Berlusconi a prendere da parte gli interessati e a riportare un po' di tranquillità, tanto che la nota congiunta assicura che "Fini e Tremonti stanno lavorando insieme sui temi in agenda" e c'è chi giura che i due abbiano scherzato assieme al termine del consiglio, con Fini che così ha chiosato una dichiarazione del suo Fiori che parlava di una "crisi nella maggioranza": "La Lega ha Cè, noi abbiamo... C'era".


Immigrazione, il governo vara i "lager di accoglienza"
Maura Gualco su
l'Unità

Il Consiglio dei ministri approva i regolamenti attuativi della legge sull'immigrazione Bossi-Fini e nonostante sul contenuto dei testi le bocche siano rimaste cucite durante tutto il corso della giornata, dal ministero dell'Interno arrivano le prime indiscrezioni: ha vinto la Lega.
La bozza iniziale proposta dal Viminale, sembra sia stata, infatti, modificata per assecondare il Carroccio rendendo così i centri di identificazione per i richiedenti asilo, dei veri e propri centri di trattenimento chiusi all'esterno. Ciò che ha immediatamente provocato giubilo e soddisfazione nei “quartieri padani”. "Le cose si stanno muovendo. Piano piano, vanno", ha detto Umberto Bossi seguito dal “fido” Speroni Francesco (capo dei gabinetto del ministro per le Riforme) che ha aggiunto:"Il fatto che il Consiglio dei ministri abbia approvato oggi i decreti attuativi della Bossi-Fini dimostra che Bossi ha fatto bene ad alzare la voce".
Cinque i regolamenti attuativi approvati: il primo riguarda le modalità di funzionamento dello sportello unico per l'immigrazione. Tutte le pratiche amministrative che riguardano gli immigrati in Italia faranno, dunque, capo ad un unico ufficio istituito presso le prefetture. In questo modo le procedure dell'Inps, del ministero del Lavoro, di quello della Salute e della Giustizia faranno capo allo sportello unico.
"Lo sportello unico accorpa funzioni che fanno capo in parte alle prefetture in parte al ministero del Lavoro - spiega il responsabile dell'immigrazione per i Ds, Giulio Calvisi - bisognerà, quindi, capire se rassomiglierà più a un ufficio stranieri delle questure o a un ufficio provinciale del lavoro. Ciò che ritengo sia grave - prosegue Calvisi - è che il governo non abbia concertato il testo dei decreti con le parti sociali. Tant'è che nessuno li possiede".

Ma il tema su cui il testo originario è stato pesantemente modificato, sforando peraltro i limiti costituzionali, sembra essere quello del diritto d'asilo. Nella prima bozza, infatti, il Viminale proponeva che i richiedenti asilo venissero accolti nei centri di identificazione dai quali potevano entrare e uscire, senza però allontanarsi oltre le 48 ore. Pena, il decadimento della domanda di asilo. Un regolamento che avrebbe limitato la libertà di circolazione senza, tuttavia, ricorrere alla detenzione fisica. Si sarebbe tratto di centri gestiti anche dai comuni e dalla società civile. Un progetto, però, al quale la Lega si è sempre opposta sostenendo la natura detentiva dei centri e la segregazione degli stranieri. Asilo o meno. "Dalle notizie che abbiamo - dice Calvisi - sembra che questi nuovi centri di identificazione siano veri e propri Cpt (centri di permanenza temporanea). Questo vuol dire non soltanto che sono stati ulteriormente ristretti i margini del diritto di asilo ma che i richiedenti asilo sono stati parificati ai clandestini. Ciò che è incostituzionale e in violazione della Convenzione di Ginevra".
Perché la legge sia, però, a regime sarà necessario il passaggio dei provvedimenti prima al Consiglio di Stato, poi alla conferenza unificata per un parere. Infine al garante della privacy. E, intanto, un appello arriva da Livia Turco, responsabile delle politiche sociali dei Ds. "Avanziamo una fermissima richiesta: che questi regolamenti siano sottoposti all'esame del Parlamento, sarebbe gravissimo che su materie così cruciali l'aula non avesse la possibilità di pronunciarsi. Non solo. Anche le forze sociali e gli enti locali devono essere messi in condizione di poter conoscere i decreti attuativi e di pronunciarsi".


Operai, dirigenti, impiegati in busta paga perdono tutti
Luisa Grion su
la Repubblica

ROMA - Tutti hanno perso. Dai dirigenti agli impiegati, dai quadri agli operai ogni categoria lavorativa - negli ultimi due anni - ha visto peggiorare la sua capacità di spesa. Una fetta del potere d'acquisto se ne è andata anche se sulla carta stipendi e salari sono stati ritoccati verso l'alto. E' questo il risultato cui arriva il quarto "Rapporto sulle retribuzioni in Italia" stilato dall'OD&M (società di consulenza titolare della più grande banca dati italiana sulle retribuzioni costruita attraverso Internet).

Il raffronto con i dati Istat sull'inflazione è spietato: nel biennio 2001-2002 a fronte di un aumento del costo della vita del 5,2 per cento i dirigenti - quindi il livello più alto della scala retributiva e quello che nel settore privato più facilmente può contrattare aumenti - hanno perso il 3,2 per cento del loro potere d'acquisto. Non possono lamentarsi perché tutte le altre categorie professionali stanno peggio. I quadri hanno perso il 3,4; per gli operai la perdita secca è stata del 5 per cento, per gli impiegati addirittura del 7,1. Un crollo, quello dei colletti bianchi, dovuto al fatto che le retribuzioni medie sono addirittura diminuite dell'1,9 per cento. E secondo i primi dati del 2003 la situazione è destinata a peggiorare. Il rapporto della società guidata da Mario Vavassori stima infatti che se le premesse del primo trimestre non saranno smentite da una veloce ripresa, le perdite di potere d'acquisto nei primi tre anni del millennio saranno - per tutti - ancora più pesanti. Dal meno 9 per cento sfiorato dagli impiegati al 7,5 previsto per dirigenti e operai. Alla debacle va aggiunto l'effetto giungla: gli stipendi in Italia, si sa, non sono uguali. A parità di mansioni e anzianità aziendale in ogni categorie professionali le donne guadagnano meno degli uomini, le aziende del Sud pagano meno di quelle del Nord.

Fra i dirigenti maschi e quelli femmine, dunque, c'è una differenza media di stipendio superiore al 6 per cento. Fra gli operai il gap è del l'8,6, fra gli impiegati addirittura del 12,8. Ma influiscono anche le dimensioni dell'azienda (quella grande paga sempre meglio anche perché sulla parte decentrata i dipendenti sono meglio "attrezzati") e la collocazione sul territorio. Il rapporto OD&M segnala alcuni casi limite. Quella dei metalmeccanici per esempio: a parità di lavoro e anzianità fra il dipendente di una azienda di Sondrio e quello di una impresa di Nuoro ci può essere una differenza in busta paga del 35,7 per cento. Fra gli impiegati mettendo a confronto i "meglio pagati d'Italia (Bolzano) contro i "peggio" (sempre Nuoro) del 26,5. In qualunque modo si vogliano incrociare i dati la tendenza comunque non cambia: se il livello di vita permesso dalle retribuzioni fra Nord e Centro si va livellando, il Sud resta al palo anzi si allontana sempre più dagli standard.


"Riforma forte delle pensioni" e poi tocca al condono edilizio
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA - "Cosa può fare un ministro senza Pil"? Essere titolari del potente dicastero dell'Economia e ritrovarsi senza soldi, è come fare il capostazione senza treni, è come dire messa senza fedeli, sebbene la fede aiuti a superare i momenti di sconforto. In fondo anche Tremonti confida nella provvidenza, che nel suo caso ha le sembianze della ripresa, "perché questa è la fase peggiore, ma la prospettiva mi rassicura, e sono certo che quando arriveremo in prossimità delle elezioni saremo nel solco del rilancio economico". Nel frattempo c'è da gestire una congiuntura negativa, e c'è da superarla affrontando l'ostacolo maggiore: la riforma del sistema pensionistico.
E' dinanzi a questo macigno che la maggioranza si è fermata, è questo il tema della verifica, il resto è tattica, rumori di disturbo. E siccome nel '94 proprio sulla previdenza inciampò il suo primo governo, "per evitare che accada quel che è già accaduto, voglio prima il consenso di tutta la maggioranza sul progetto", ha detto ieri Berlusconi in un colloquio riservato. E' poco propenso a "ritocchi marginali" del sistema, piuttosto - se dovesse sciogliere la riserva - sarebbe pronto a varare "una riforma seria e radicale": "Tanto so già cosa accadrebbe. Avremmo comunque la gente in piazza". Appare chiaro il motivo che induce il premier a misurare il passo, nonostante le sollecitazioni di Tremonti. Ora le parti si sono rovesciate, per due anni è stato il ministro dell'Economia a dichiararsi contrario all'intervento, tanto che Berlusconi ripeteva ogni volta ai vertici di Confindustria: "Io vorrei, è Giulio che non vuole". Non è più così, "ora è Giulio il più determinato", sottolinea un esponente di Forza Italia. Tremonti lo ha spiegato al Cavaliere che "le cose non funzionano", che "è necessaria una profonda riforma del sistema pensionistico". Non si capisce fin dove vorrebbe spingersi, ma è certo che - fosse per lui - punterebbe la nave del governo oltre quelle colonne d'Ercole. E si racconta di una bozza riservata del governo in cui sarebbero contenute le proposte e le cifre del risparmio: tre miliardi di euro all'anno. Bisogna vedere se il resto dell'equipaggio sarà favorevole alla rotta, anche se prima di mollare gli ormeggi in molti si dissero pronti all'impresa. A parte Bossi, fu Fini, due anni fa, a indicare come "obiettivo prioritario" l'abolizione delle pensioni di anzianità. E Follini, fino all'altro giorno, ha invocato la riforma. Persino il presidente della Camera si è esposto a più riprese. E adesso? Ecco perché il Cavaliere temporeggia. Due settimane fa, incontrando a cena i rappresentanti degli industriali, il premier e il suo vice parvero ai loro ospiti "poco propensi a cogliere l'occasione del momento". "Perché è il momento", disse D'Amato a Berlusconi, preannunciandogli l'intesa sulla competitività raggiunta con i sindacati, e chiedendogli un "gesto di coraggio", così da favorire il rilancio delle imprese e dell'economia. "Avete ragione - gli rispose il Cavaliere - però sono in mezzo a mille vinco li. Da Bruxelles ci spingono in un verso, a Roma la coalizione mi spinge in un altro. Insomma, ci sono dei problemi. Come faccio con questa situazione politica ed economica a parlare di riforma delle pensioni? L'opinione pubblica percepirebbe negativamente il segnale". Pare che D'Amato abbia consigliato a Berlusconi il modo in cui comunicare il progetto al Paese: sarebbe opportuno rovesciare la prospettiva, "la riforma non dovrebbe apparire come un fatto ansiogeno. In realtà la modifica del sistema non sarebbe altro che la conseguenza del prolungamento dell'età media di vita".

Sia chiaro, il Cavaliere non è contrario al progetto, ma deve verificare se la maggioranza saprà e vorrà seguirlo, conscio inoltre che i sindacati sono pronti alla battaglia. Per il momento Bossi non si pronuncia, secondo un autorevole ministro forzista "lui vuole prima veder soddisfatte le sue richieste, la devolution innanzitutto, perché dice che in caso contrario non reggerebbe a lungo la situazione. Se ci fossero segnali positivi, allora accetterebbe un accordo sulla riforma delle pensioni". Come? Con un escamotage. "Se da Bruxelles partisse un invito ai Paesi dell'Unione per rendere finanziariamente sostenibili i rispettivi sistemi di welfare, e se durante il semestre italiano i capi di Stato e di governo sottoscrivessero un documento in tal senso, allora...". Allora Bossi direbbe sì? "Sì, perché potrebbe farla accettare ai suoi come una sorta di imposizione dall'alto. Ma nel frattempo andrebbero tolti gli ostacoli alle riforme della Lega". Ecco dunque spiegate le parole pronunciate in Parlamento da Berlusconi alla vigilia del semestre di presidenza: "Sarà importante riflettere sui regimi pensionistici e previdenziali. Su questo problema sta maturando in Europa la consapevolezza che misure di riforma sono necessarie". Il fatto è che bisogna prima incastrare le diverse esigenze degli alleati. E bisogna farlo in fretta. C'è il Dpef da varare, e c'è da approntare una Finanziaria difficile da scrivere. Dopo due anni di soluzioni "creative", restano poche carte a un "ministro senza Pil". "Ci prepariamo al condono edilizio - sussurra un importante esponente della maggioranza - e nessuno può far finta di non saperlo, perché tutti sono avvertiti: dai leader di partito ai ministri del governo". Al contrario della sanatoria fisca le, sul condono edilizio Tremonti è più pragmatico. Nei colloqui riservati chiede ai suoi interlocutori: "Quanto gettito può dare? Quanto consenso potrà avere?".

Tuttavia anche sul condono edilizio Tremonti ha voluto esser chiaro con gli alleati, perché non basta far passare la Finanziaria in Parlamento, serve poi farla approvare da Bruxelles, e lì non sono più propensi ad accettare un'altra manovra fatta di una-tantum, visto il debito pubblico che l'Italia si porta appresso. Perché passi la sanatoria edilizia - a detta del ministro - "dovremo offrire in cambio un segno tangibile della nostra fedeltà al Patto di stabilità", servirà insomma una riforma strutturale, cioè la riforma del sistema previdenziale. E si torna al punto di partenza: riuscirà la maggioranza a spostare questo macigno in tempi brevi? Già solo a sentir parlare di condono edilizio, l'opposizione si prepara a far le barricate. "Anche se garantirebbe molti soldi alle casse dello Stato, e credo pure un filino di consenso della pubblica opinione, sarebbe una scelta disastrosa", commenta il diessino Bersani: "Sarebbe il segno del fallimento della politica economica di Tremonti, che per due anni ha sovrastimato la crescita, tranne poi dover fare ammenda. E la storia che lo facesse per non deprimere i consumi, non regge. Oggi il nostro è un Paese che non spende". La Quercia ha un osservatorio particolare per misurare il dato: le feste dell'Unità. Da un primo rendiconto delle manifestazioni di questo anno, è stato calcolato che il numero delle presenze è rimasto invariato rispetto all'anno scorso, come invariati sono rimasti i prezzi delle salamelle. Ma gli incassi sono calati del 25%. Cosa può fare "un ministro senza Pil"? Un'idea Tremonti ce l'ha, in attesa di incrociare la ripresa: chiede a Berlusconi e agli alleati d'intraprendere una rotta coraggiosa quanto rischiosa. Forse l'unica.


"Il governo non tocchi le pensioni". Sindacati uniti
Raul Wittenberg su
l'Unità

Clima a parte, la giornata vissuta dalla capitale può essere vista come l'anticipo di un autunno talmente caldo da far sbiadire il ricordo delle manifestazioni del 1994 contro il primo governo Berlusconi. Attacco alle pensioni e agli stipendi dei pubblici dipendenti sono stati ieri al centro della manifestazione dei 200 mila che sono sfilati in corteo a Roma durante lo sciopero generale del Pubblico impiego. A cominciare dai dipendenti delle amministrazioni (Sanità, Enti locali, Presidenza del Consiglio, Agenzie fiscali e Dirigenza pubblica) che aspettano il rinnovo del contratto scaduto 18 mesi fa, sebbene il governo nel febbraio 2002 avesse sottoscritto un accordo per riconoscere loro un aumento del 6%.
La finanza creativa del ministro dell'Economia Giulio Tremonti non trova i soldi che aveva promesso l'anno scorso al pubblico impiego; e per la prossima manovra di bilancio non potendo ripetere le una tantum (i condoni) che l'Unione europea respinge, come misura strutturale cercherà di colpire le pensioni di anzianità. Alla necessità di misure strutturali Tremonti avrebbe piegato il ministro leghista del Welfare Roberto Maroni. Il quale pur di difendere il suo disegno di legge delega ha cercato di indirizzare i risparmi sulle false invalidità, per poi rimettersi alle decisioni della maggioranza e del governo.
Due sarebbero le alternative sotto esame a via Venti Settembre, sapendo che l'estensione a tutti i lavoratori del calcolo misto della pensione (pro rata retributivo e contributivo) non darebbe gran gettito per la prossima Finanziaria. La prima è la scure sulla pensione di anzianità fissando subito per tutti il minimo di 40 anni di servizio e 60-62 anni di età per lasciare il lavoro prima dell'età pensionabile. Con un risparmio di 1,5-2 miliardi di euro l'anno. Ma non piace alla Confindustria, che si troverebbe un serio impedimento legislativo ai prepensionamenti. La seconda alternativa sta nei disincentivi simili a quelli tentati nel 1994, più gestibile con gli industriali che vogliono ristrutturare.

E ieri i sindacati hanno posto un primo altolà, in una ritrovata unità, avvertendo: "La nostra pazienza è al limite", in attesa dei rinnovi dei contratti pubblici, e di una risposta del governo alle contropropste sulle pensioni.
"Da piazza San Giovanni diciamo un forte no a interventi di riduzione delle tutele previdenziali e del welfare", ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani: "Non pagheremo con tagli alle pensioni e allo stato sociale gli errori del governo, da oggi mi auguro che faremo marciare l'unità insieme a Cisl e Uil se e quando il governo dovesse attaccare i diritti e le tutele di tutti i lavoratori. Questa manifestazione assume un'importanza e un valore che non può non essere un futuro impegno per operare insieme". Il suo collega della Uil Luigi Angeletti ha minacciato un sciopero generale sui contratti pubblici: "Questo è un braccio di ferro che non vogliamo perdere e che non perderemo, a costo di mobilitare tutti i lavoratori". Il segretario della Cisl Savino Pezzotta è contro interventi strutturali sulla previdenza perché "siamo l'unico paese d'Europa e forse nel mondo dove si sono fatte tre riforme delle pensioni con il consenso del sindacato", creando un sistema "tra i più moderni dell'Ue" che ha saputo mettere in linea i conti previdenziali.


La svolta di Hamas "Stop agli attentati"
Redazione de
la Repubblica

GAZA - Potrebbe essere la svolta verso la pace. Il gruppo radicale palestinese Hamas, il più importante gruppo integralista dei Territori amministrati dall'Autorità nazionale palestinese, ha comunicato oggi di aver deciso di sospendere gli attacchi armati contro gli israeliani. Mentre la televisione di stato israeliana ha comunicato che Israele comincerà lunedì prossimo a ritirare le proprie truppe da Gaza e da Betlemme.

"Hamas ha esaminato tutti gli sviluppi della situazione giungendo alla decisione di proclamare una tregua, ovvero una sospensione delle attività armate" annuncia il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin. Un annuncio che arriva dopo la stipula di un documento firmato dai gruppi radicali palestinesi, Hamas, Jihad islamica e Fatah, dove si mette nero su bianco una sorta di cessate il fuoco. Il documento, adesso, sarebbe nelle mani del primo ministro palestinese Abu Mazen. L'uomo che, con il premier israeliano, Ariel Sharon, ha dato vita al patto di Aqaba.

Un piano che prevede lo smantellamento da parte israeliana degli "avamposti illegali" nei Territori in cambio della "smilitarizzazione dell'Intifada". In particolare gli agenti dell'Anp dovranno intercettare e neutralizzare eventuali "uomini-bomba" in procinto di attaccare obiettivi israeliani. Israele si impegna a consentire un libero spostamento dei civili e dei militari palestinesi all'interno della Striscia e a questo fine prevede di approntare una strada secondaria, a favore dei coloni di Kfar Darom, nel sud della Striscia e a sospendere le esecuzioni mirate dei quadri militari dell'ntifada.

Ma non tutto è chiaro. Secondo Abdel Aziz Rantisi, alto dirigente di Hamas, per quanto riguarda la tregua Yassin, "non è stato citato correttamente dalla stampa". Ma anche il governo israeliano getta acqua sul fuoco. Fonti dell'esecutivo ribadiscono la richiesta diventata ossessiva in questi giorni: una tregua non basta, il premier palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) deve smantellare tutte le infrastrutture di Hamas e degli altri gruppi armati, come prevede la "road map", come ha detto il presidente Bush e come ripeterà domani il suo consigliere nazionale per la sicurezza, Condoleezza Rice.

Intanto in serata il portavoce della Casa Bianca ha commentato l'accordo definendolo "un passo significativo". In una breve dichiarazione Ari Fleischer ha affermato che "gli Stati Uniti danno il benvenuto all'accordo di principio tra Israele e l'Autorità Palestinese per il trasferimento delle responsabilità nella striscia di Gaza". L'accordo rappresenta, secondo la Casa Bianca, "un primo significativo passo congiunto verso la attuazione degli impegni presi dalle due parti al summit di Aqaba".



  28 giugno 2003