
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 giugno 2003
Verifica, pace fatta fra Bossi e Pisanu
Redazione de la Repubblica
ROMA - Baci e abbracci in pubblico, parole al miele e un annuncio del presidente del Consiglio: "La settimana prossima ci vedremo tutti insieme per chiudere questa fase". La fase da chiudere è quella degli scontri fra alleati e degli attacchi della Lega al ministro dell'Interno Beppe Pisanu.
Oggi, una tappa verso la conclusione è stato l'incontro fra Berlusconi, Umberto Bossi, Beppe Pisanu, Giulio Tremonti e Roberto Maroni tenutosi nella sala dei ministri al Senato subito dopo l'intervento del presidente del Consiglio in aula. Un faccia a faccia fra la Lega e il ministro sotto accusa utile per dare forza alle parole dette poco prima da Berlusconi nell'aula del Senato quando aveva assicurato: "non faremo lo stesso errore dell'Ulivo".
E così è stato. Bossi, lo dice a modo suo. Abbiamo trovato la quadra", spiega il capo della Lega subito dopo l'incontro e prima del bacio con Berlusconi. "Non c'è sangue. E con Bossi non c'è mai stata guerra", ribadisce il ministro dell'Interno.
Un primo passo dunque anche se all'incontro mancavano An e l'Udc che con la Lega hanno dei conti aperti con il ministro Rocco Buttiglione che ancora questa mattina affermava: "Non vogliamo la crisi, ma nessuno ci deve intimidire dicendo o sputate sui vostri valori o facciamo la crisi di governo perché se così fosse di crisi di governo non ne facciamo una, ma due o tre". Ma Berlusconi assicura: "Credo che tutti siamo d'accordo nel fare in fretta e chiudere presto questa fase. Domani vedrò La Malfa, poi ancora Fini e così chiuderò il giro di consultazioni. Tra sabato e domenica sarà pronto il programma di lavoro per il semestre italiano iniziato ieri con Tremonti. E la settimana prossima ci vedremo tutti insieme".
Il premier fa finta di nulla, ma per gli alleati la crisi c'è
Natalia Lombardo su l'Unità
A Gianfranco Fini il "teatro" piace poco, quando si tratta di politica, ancora meno ai centristi, colpiti nel cuore cattolico dalle bordate leghiste. Silvio Berlusconi ieri ha coperto le lacerazioni della maggioranza sotto l'ombrello della sua garanzia come premier. Ma nessuno si fida. Fini "aspetta i fatti", dicono i suoi. E per cominciare il presidente di An vorrà verificare se Berlusconi davvero affronterà il Dpef in modo "strettamente legato con il vicepremier Fini e il ministro dell'Economia Tremonti, in dialogo con i ministri interessati". Cambiare l'ordine dei fattori ha un senso stavolta, significa creare "un coordinamento a Palazzo Chigi tra premier, vicepremier e ministro dell'Economia" commenta il portavoce di An, Mario Landolfi. Sarebbe il segno che la "collegialità" esiste.
Anche nell'Udc aspettano "i fatti". Se quell'incontro che Berlusconi ha annunciato per la prossima settimana comincerà a "tarallucci e vino" il segretario Marco Follini nemmeno si siederà al tavolo, avverte. E il ministro Rocco Buttiglione è pronto ad aprire "tre crisi" se la Lega dovesse continuare a "sputare sui nostri valori". Ieri l'Osservatore Romano ha definito "la giornata nera per il Parlamento italiano" quella dell'"intervento sgangherato e inconsistente fino all'assurdo" del leghista Cè, con un attacco alla Chiesa "che non si ricorda a memoria d'uomo".
Nel "teatro" che Silvio Berlusconi contrappone alla realtà per dare un salvacondotto a Bossi, sono i piccoli gesti a dare il segno di ciò che accade nella maggioranza di centrodestra. Basta guardare alle mani giunte di Follini, che non si sono mai sciolte in un applauso durante l'intervento del premier alla Camera, tranne che alla fine per cortesia istituzionale. Né applaudono i parlamentari di An e dell'Udc, sia alla Camera che al Senato. Oppure al volto scuro di Gianfranco Fini, seduto a fianco di Berlusconi, o all'indifferenza con cui è passato dietro le spalle di Bossi uscendo dall'aula. Meglio accendersi una sigaretta, per il leader di An, e scivolare via con i "colonnelli" ministri, Maurizio Gasparri e Gianni Alemanno, e andare a sedersi sui divani del corridoio "Corea" di Montecitorio per un lungo "mini-vertice" di partito. Un gesto significativo, invece, quell'affettuoso bacio sulle guance che si sono dati Berlusconi e Bossi stringendosi la mano, dopo l'altro "vertice" nella sala dei ministri, alla fine della seduta in aula. Con Bossi che esce fuori trionfante, ancora una volta "abbiamo trovato la quadra", dice. Nella stanza, per più di mezz'ora ci sono il premier nel ruolo di paciere fra il ministro Pisanu e Bossi, poi il deus della "machina" economica, Tremonti. Bossi e Pisanu escono fuori sorridenti, se ne vanno però senza stringersi la mano. Il ministro dell'Interno getta acqua sul fuoco: "Non c'è sangue" nella Casa del governo...
Ma che il siparietto parlamentare di Berlusconi non abbia convinto più di tanto (e non è stato gradito dal Presidente della Camera, Casini), lo si capisce già dalla posizione ufficiale di An, espressa da Landolfi: "Berlusconi ha invitato la coalizione ad essere maggiormente coesa. Lodevoli intenzioni, che condividiamo, ma che dovranno essere seguite da fatti altrettanto evidenti e convincenti". Ma Ignazio La Russa, capogruppo alla Camera, rimanda la questione del coordinatore di An (lui stesso) fino a dopo la verifica chiesta: "Non escludo, anche se non lo auspico, che se le cose non andassero come speriamo Gianfranco Fini lasci il governo e torni ad occuparsi del partito". Una minaccia tattica, forse, comunque quella di un appoggio esterno al governo è una delle ipotesi presenti nello scenario di gennaio. An è in fibrillazione, Francesco Storace chiede al leader di convocare la direzione del partito "per decidere cosa fare" e spera che An non stia nel governo solo "in spirito".
Nell'Udc sono ancora meno convinti dalle parole di Berlusconi. Luca Volonté è uscito dall'aula senza dire una parola, Tabacci è scettico, "vedremo i fatti". Per il ministro Giovanardi la verifica "serve eccome".
E il senatore D'Onofrio invita a dimettersi il capogruppo leghista Cè, il quale lo gela con un "ma pensi ai fatti suoi". E ieri l'Udc ha accusato la Rai su come "dal Tg1 a televideo" ha condotto l'informazione politica in questi giorni, "rasenta la trascendenza", ha detto Pippo Gianni (in linea con Follini): "Non è nascondendo la polvere sotto il tappeto che si favorisce la durata del governo Berlusconi o la carriera di qualche direttore".
Legge sui processi, Ciampi difende la firma
Marzio Breda sul Corriere della Sera
BERLINO - Hanno appena applaudito Ciampi per la lunga allocuzione sull'"amicizia italo-tedesca al servizio dell'integrazione europea". E adesso applaudono, forse persino con maggior calore, una ragazza sconosciuta che ha chiesto la parola e posto una domanda assolutamente imprevista: "Presidente, prima di venire a Berlino, lei ha firmato la legge che permette e Berlusconi di evitare un processo. Perché lo ha fatto?". Cala il gelo sul palco dove siedono le autorità in visita alla Humboldt Universität, mentre gli studenti assiepati sui banchi dell'aula magna (quasi tutti tedeschi) battono le mani ad Elena Paba, dottoranda italiana che ha sfidato il protocollo.
Mentre altri studenti formulano all'illustre ospite educati interrogativi, Ciampi aggrotta lo sguardo e si prepara a dare la prima "versione autentica" del perché ha ratificato il contestatissimo lodo ex Maccanico. "Desidero richiamare un fatto", dice a mo' di preambolo. "Secondo la Costituzione, la decisione, la valutazione, il giudizio sulla rispondenza alla Costituzione da parte delle leggi compete alla Corte costituzionale. E il presidente della Repubblica solo in caso di manifesta non costituzionalità delle leggi rinvia quelle leggi al Parlamento, che può però riapprovarle, e in quel caso il capo dello Stato è tenuto a promulgarle".
L'imprimatur è stato dunque possibile perché la norma non presentava palesi lesioni dei principi della Carta fondamentale e perché tre presidenti emeriti della Consulta sui quattro chiamati dal Quirinale a darne una valutazione anticipata, si erano espressi così (Casavola, Conso, Vassalli, da una parte, dall'altra il solo Elia). Insomma, il Colle stavolta ha firmato, perché questo prevedeva il suo ruolo, che non è di supremo giudice della Magna Carta. Altrimenti avrebbe aperto un conflitto costituzionale con il Parlamento, che avrebbe infatti potuto insistere nel ripresentare la stessa legge.
Ciò non toglie, aggiunge Ciampi, che anche dopo questo passaggio "si può ricorrere alla Corte costituzionale, e io posso dire che i casi in cui leggi sono incappate in un giudizio negativo da parte della Corte sono cento negli ultimi venti anni, spesso per motivi marginali".
Una precisazione, quest'ultima, che tradisce il disagio con cui il capo dello Stato ha vissuto gli strattonamenti delle settimane scorse, con parecchi esponenti dell'opposizione che insistevano nel chiedergli di rigettare la norma sospendi processi. Il sottinteso è che quelle cento volte in cui la Corte ha rigettato come anticostituzionali leggi già avallate dal Quirinale, nessuno ha mai recriminato sul via libera precedentemente dato dai diversi presidenti della Repubblica. Mentre stavolta c'è stata una pressione preventiva e indebita.
Quando chiude questa spiegazione, Ciampi affronta l'altro tema, anch'esso scottante, lanciatogli da Elena Paba. "Presidente, lei sta per andare a inaugurare l'ambasciata italiana. Un palazzo costruito grazie al lavoro coatto di ottanta ebrei. C'erano due enormi Fasci littori, che erano stati rimossi. Il ministro degli Esteri ha deciso di rimetterli al loro posto: le sembra giusto?". La risposta sintetizza una sospensione di giudizio: "È una decisione di cui non mi sono occupato. Comunque, quello è un periodo che è stato vissuto, e non è che in Italia abbiamo abbattuto ogni memoria o indicazione del ventennio fascista. Non credo si tratti di una rievocazione, ma delle semplice attestazione di un periodo storico".
"Così io ho vissuto il cambio al Corriere"
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
A quanto pare, oramai sono il più antico editorialista del Corriere della Sera . Sì, ahimé, il più antico. Entrai nel 1968 con la direzione di Giovanni Spadolini, e uscii con lui. Poi lasciai l'Università di Firenze per andare a quella di Stanford in California; e da lì ero troppo lontano per mantenere un piede in Italia.
Al Corriere sono rientrato, dopo un lungo intervallo, nel 1991.
Ma l'anzianità resta. E mi dà titolo, spero, per parlare del Corriere sul Corriere .
Ne approfitto per dichiarare subito, in premessa, che in questo giornale la mia indipendenza e libertà di opinare è sempre stata assoluta. Anche se l'assedio del potere diventava sempre più pressante, con me Ferruccio de Bortoli non si è mai lamentato. Le lamentele su di me se le prendeva lui. Io più o meno le sapevo; ma de Bortoli non me le ha mai passate. Tengo molto a dargli atto della sua eleganza e fermezza nel proteggermi.
Allora, cosa è successo al Corriere ? Giuliano Ferrara, vulgo il Giulianone, talvolta è proprio malvagio; ma talvolta è un burlone. E doveva essere in vena burlesca quando ha scritto che "è da provinciale o da furbetti inquietarsi per un cambio di direzione in un grande giornalone ... La notizia vale più o meno come l'avvicendamento del prefetto di Bologna". Ebbene sì, lo confesso: io sono provinciale (furbetto temo di no), e quindi io mi inquieto. Mi inquieto, tra l'altro perché so distinguere tra una cinquantina di prefetti e il direttore di un giornalone, anzi, del giornalone .
Le vicende del Corriere le conosco bene anche io. Finora il potere politico ha conquistato il Corriere soltanto con Mussolini. Ma dopo la fine della dittatura fascista tornò saldamente in mano ai Crespi - che furono proprietari rispettosissimi dei loro direttori - che lo riportarono nel solco albertiniano del grande giornale liberal-moderato del Paese. E nei decenni dei Crespi la sola "rivoluzione" fu quella della nomina a direttore di Ottone. Fu rivoluzione nel senso che Ottone portò in Via Solferino la contestazione di quegli anni, così "smoderando" la tradizione moderata del giornale. Ma Ottone fu scelto quasi soltanto da Giulia Maria Crespi.
Non ci fu, in quella scelta nessuna pressione politica, proprio nessuna. Ogni nuova generazione pecca, o può peccare, di giovanilismo. Il giovane proprietario del New York Times , Arthur Sulzberger jr., entrando nella stanza dei bottoni si è sentito in dovere di svecchiare il suo giornale; ma così è incappato l'altro giorno nell'infortunio dei falsi di un collaboratore promosso senza collaudo perché politicamente corretto. Il giovanilismo è talvolta avventato. E anche quello di Giulia Maria Crespi forse lo fu. Il punto resta che finché il Corriere fu dei Crespi, editori all'antica, le pressioni politiche furono tenute fuori della porta.
Poi sono cominciati gli "assalti" ricordati da Ottone: Cefis, la P2, Tassan Din, e simili. Sì, assalti e anche "conquistine": ma furono operazioni di sottobosco. Tantovero che tutti questi assaltatori vennero, dopo poco, sconfitti e dissolti nel nulla. Come scrive de Bortoli nel suo commiato, il Corriere è, per il Paese, un'"istituzione di garanzia". Dopo un periodo buio, il Corriere di Ostellino, di Stille, di Mieli e di de Bortoli, è davvero ridiventato una istituzione di garanzia "non asservita a nessuno".
E ora? Ora, dicevo in esordio, io sono inquieto. Lo sono, sia chiaro, per conto mio; io parlo soltanto per me. Il titolo dell'editoriale di avvio del nuovo direttore, di Stefano Folli, è "Il coraggio dell'ottimismo". Un titolo azzeccatissimo che mi ha fatto tornare in mente il detto tante volte ridetto da Norberto Bobbio: che il pessimismo della ragione deve essere combattuto dall'ottimismo della volontà. Ma se la volontà deve essere ottimista, la ragione deve vedere le cose come stanno. E le cose non stanno bene. Mala tempora currunt .
Nel suo addio Ferruccio de Bortoli osserva che siamo in grave declino politico, istituzionale e morale, che "l'attività di governo confina pericolosamente con gli affari...la libertà di informazione è vista con insofferenza crescente". E' sempre stato così? La differenza è soltanto, come pare a Ottone, di guanti, di buone maniere? No davvero.
La differenza è che la vicenda del Corriere si iscrive nel contesto dell'Italia di Berlusconi, sempre più di sua proprietà, sempre più posseduta da lui. "Berlusconi - scrive il Guardian inglese - è l'uomo più ricco d'Italia, il suo primo ministro e fruisce di illimitato accesso alla televisione: dopotutto ne possiede gran parte, così come possiede fette di quasi tutti gli affari italiani". Già. E la sola fetta che gli manca, per fare l' en plein , è quella del Corriere .
Naturalmente Sua Emittenza nega di avere non dico uno zampone ma nemmeno uno zampino nell'assedio al Corriere . Nega anche di dettare legge nella Rai-Tv (chissà di che parlava telefonando ogni mattina al suo direttore generale Saccà), così come ha negato, l'altro giorno, di essersi interessato al lodo Maccanico. Oramai non mi stupirei se un giorno Berlusconi negasse di essere proprietario di Mediaset, o anche, in un momento di distrazione, di essere nato. Come si fa a credergli? Intanto anche le panchine dei giardini pubblici di Milano sanno che le liste di proscrizione di Berlusconi non si fermano a Viale Mazzini ma che si estendono anche a via Solferino.
Inutile, e anche impossibile, far finta di niente. La battaglia sul Corriere è in corso, e con questa battaglia siamo ormai alla linea del Piave. Il Corriere è un grande giornale anche perché tiene assieme e rappresenta le varie anime del Paese. I "corrieristi" di destra si irritano un po', alle volte, quando scrivo io; quelli di sinistra si irritano, talvolta, quando scrivono altri. Ma conservatori e progressisti, polisti e ulivisti, continuano ad amare il Corriere e a sentirlo come il loro giornale. Non importa che un lettore sia di fede azzurra. Anche per lui un Corriere che perde la sua indipendenza, che viene imbavagliato, sarebbe una sconfitta. Anche per lui deve esistere un confine che il Cavaliere non deve varcare, un limite che il Cavaliere non deve superare. Spero che in questi frangenti tutti i lettori del Corriere si uniscano, senza distinzione di parte e di partito, per sostenerlo e difenderlo.
Sicilia, Cuffaro indagato per mafia
Saverio Lodato su l'Unità
Quest'inchiesta è rimasta congelata per mesi e mesi, in considerazione del calibro di uno dei personaggi coinvolti. Capita nelle migliori famiglie: il clima politico nel paese è quello che è, le pressioni esterne sono forti, nessuno se la sente di fare la parte del toro mandato al macello nella quotidiana corrida che vede contrapposti politici inquisiti e pubblici ministeri. Insomma: c'era un timore diffuso. Ci sono state riunioni accese fra titolari dell' inchiesta, procuratori aggiunti, procuratore capo, che si sono trascinate per settimane e settimane. Questioni d'opportunità, come si dice in questi casi. Ora si è rotto il ghiaccio, e ve ne spiegheremo il motivo. La notizia, comunque sia, è stata a lungo tenuta segreta, blindata, protetta da occhi indiscreti. Al solito: per prudenza, per quieto vivere, per il timore che si innescassero altre polemiche contro una Procura oggettivamente collocata, con compiti di vigilanza, sul difficile crinale dei rapporti fra mafia e politica. Ma la storia, anche se molto lentamente, è andata avanti lo stesso.
L'attuale presidente della Regione siciliana, pomposamente definito da qualcuno "il governatore", più prosaicamente inteso da amici e elettori, e per sua stessa ammissione, "vasa vasa", in altre parole Totò Cuffaro, è iscritto nel registro degli indagati per 110 e 416 bis: concorso esterno in associazione mafiosa. Giovedì pomeriggio, nei suoi confronti, è stato emesso un avviso di garanzia che comporterà al più presto l'interrogatorio
Tutto nasce a Brancaccio. Tutto ruota attorno alla figura di Giuseppe Guttadauro, un medico, attualmente in galera (dalla quale è entrato e uscito), diventato da tempo capo mafia del quartiere essendo subentrato ai fratelli Graviano ormai "bruciati" dai processi e dalle condanne per strage. Guttadauro è fedelissimo del numero uno di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Un medico, dunque un professionista; ma anche, e soprattutto, un efficiente canale di intermediazione proprio fra Cosa Nostra e la politica.
L'inchiesta ha conosciuto diversi snodi, diversi momenti, e diversi stralci, e persino diversi titolari. Il momento più eclatante, il 6 dicembre 2002, quando scattò il blitz dei carabinieri - Ghiaccio, il nome dato in codice all'operazione - che si concluse con la cattura di 44 persone.
Abbondantemente provato il coinvolgimento degli arrestati in un vasto traffico di cocaina. Altrettanto documentata la loro responsabilità nel racket del pizzo: "A Brancaccio pagano anche i chiodi, non si salva nessuno" (è il passaggio illuminante di una delle centinaia di intercettazioni). Messo a fuoco il ruolo di due donne, mogli di boss, altrettanto in carriera e temute. Fosse solo così, saremmo ancora nell' ordinaria amministrazione palermitana.
Ma i carabinieri, più indagavano e più si rendevano conto che questa volta il coinvolgimento riguardava anche certi ambienti politici. L'operazione di giovedì, infatti, "depotenziata" della notizia dell' avviso di garanzia a Cuffaro, rischierebbe di passare quasi inosservata. Varrebbe poco.
Chi sarà mai l'ex assessore, Domenico Miceli, accusato di concorso in associazione mafiosa, se quel nome non fosse inserito in un contesto più ampio? O il medico Salvatore Aragona, arrestato anche lui per associazione mafiosa, e che sosteneva la candidatura proprio di Domenico Miceli nella lista Cdu, per le elezioni regionali del 2001? Poi, leggendo l'inchiesta, si apprende che Aragona avrebbe avuto "diretti e ripetuti contatti con l'on. Cuffaro", e che fu proprio Guttadauro, il boss di Brancaccio, "a indicare il nome di Miceli".
La chiave per capire resta allora il medico Guttadauro. E Totò Cuffaro si ritrova nei pasticci perché il medico, in un periodo in cui si trovava agli arresti domiciliari, continuava a "tenere bottega" a casa sua, incurante dell'eventualità che lo stessero intercettando (poi capì - o qualcuno lo informò - e allora smise di parlare, ma la frittata ormai era fatta). Ci sono una mezza dozzina di colloqui in cui il nome di Cuffaro viene pronunciato a chiare lettere.
Guttadauro, incontrando mediatori e ambasciatori, chiede, in cambio di cospicui sostegni elettorali, che uomini di sua fiducia vengano candidati nello schieramento politico capeggiato da Cuffaro per le elezioni regionali. Non solo. Manifesta anche interesse che altri suoi uomini siano inseriti in posti di vertice di enti pubblici (enti ospedalieri) e di società a partecipazione regionale. Ora non ci vuole molto a capire che essendo uomo di fiducia di Bernardo Provenzano, le sue parole finivano con l'avere un peso specifico non indifferente. Le sue richieste, in altre parole, sarebbero andate a buon fine. Questa volta dunque le intercettazioni non rivelerebbero lo spaccato di un ambiente mafioso che si lascia prendere la mano dal millantato credito. In una città come Palermo, da due telefonate su tre intercettate, salta fuori il nome di qualche onorevole, qualche ministro, a salire a salire (e anche in questo caso la regola non viene smentita: "Berlusconi non può pensare solo a lui, ai suoi processi, deve risolvere anche i nostri problemi", dice, ad esempio, Guttadauro al presunto mafioso Enzo Cascina; considerazione sulla quale - ovviamente - in questo caso nessuna persona di buon senso può dissentire).
. Se in ognuno di questi casi, l'avviso di garanzia divenisse quasi obbligatorio, al Palazzo di giustizia dovrebbe essere assunto un esercito di amanuensi. Le intercettazioni che hanno condotto, nonostante tutte le prudenze alle quali abbiamo fatto riferimento, all' invio dell'avviso di garanzia a Cuffaro, sono le medesime che culminarono nel blitz del 6 dicembre. La parte che riguardava l'uomo politico, venne infatti "congelata" con richiesta ai carabinieri di altri accertamenti. E il seguito delle indagini non avrebbe aggiunto altro che già non si sapeva. Insomma: il ghiaccio adesso è stato rotto due volte. Meglio tardi che mai.
Rinnovo del contratto si ferma il pubblico impiego
Redazione de la Repubblica
ROMA - Sindacati uniti per il pubblico impiego. Cgil, Cisl e Uil guidano la manifestazione (150 mila persone secondo gli organizzatori) in corso a Roma per il rinnovo del contratto. Un grande striscione bianco apre il corteo: "Contro la violenza e il terrorismo per la democrazia, per lo sviluppo sociale e civile del paese". E' lo slogan che sintetizza gli obiettivi della protesta che si conclude a piazza San Giovanni. E richiama le altre parole d'ordine della manifestazione: "Rinnovare i contratti collettivi nazionali, valorizzare il lavoro, migliorare i servizi pubblici".
Dunque, Cgil, Cisl e Uil colgono l'occasione del rinnovo contrattuale delle categorie di autonomie locali, sanità, agenzie fiscali e presidenza del Consiglio per denunciare anche il loro impegno contro l'eversione - è degli ultimi mesi la serie di attentati e minacce contro sedi ed esponenti della Cisl, tra cui lo stesso segretario generale - e la grande questione contrattuale.
Da piazza San Giovanni il sindacato vuole anche riprendere un confronto unitario al suo interno che, dopo lo scontro duro sull'accordo dei metalmeccanici non siglato dalla Fiom per la seconda volta, ha allontanato di certo le posizioni. Uno sforzo unitario che appare ancora più importante alla luce del prossimo Dpef e della successiva legge Finanziaria che dovranno mettere in campo politiche pubbliche e industriali per rilanciare lo sviluppo in attesa della ripresa economica che si spera possa arrivare nel 2004.
Ma nel frattempo la questione calda è il pubblico impiego. Savino Pezzotta della Cisl e Luigi Angeletti della Uil - che hanno una grande fetta di iscritti proprio tra i lavoratori statali - attaccano il governo. "Avevamo fatto un accordo - dice Pezzotta - per non creare tensioni sociali. Il governo va in un'altra direzione. Lo consideriamo un grave errore. Spero che si chiuda presto la partita dei contratti. Non chiediamo di più, chiediamo il dovuto. Abbiamo portato pazienza 18 mesi ora chiediamo risposte". Sul pubblico impiego la situazione "è al limite dello scandalo", rincara la dose Angeletti secondo il quale "è paradossale che i lavoratori del pubblico impiego siano costretti a scioperare per far sì che l'accordo firmato sia onorato".
L'esercito sbarca in Libia
Alessandro Mantovani su il Manifesto
ROMA. Le truppe da sbarco di Silvio Berlusconi si preparano a una nuova invasione della Libia con l'obiettivo di contrastare "in loco" l'immigrazione verso le nostre coste. Così, almeno, il presidente del consiglio l'ha spiegata ieri al senato: "Ci stiamo preparando alla firma congiunta di un accordo che prevede l'invio di soldati italiani per il controllo dei porti libici e delle frontiere - ha detto Berlusconi - e che consentirà alle nostre navi di navigare nelle acque libiche". Le destre farebbero insomma di meglio e di più di quanto fece l'Italia ulivista nel `97 in Albania. Allora però il governo ricorse al paravento di un mandato europeo e alla copertura di militari spagnoli affiancati ai nostri. Da Berlusconi, invece, neppure la più elementare cautela diplomatica. Neppure l'ombra della preoccupazione di urtare le prerogative di uno stato sovrano, che per di più reclama da trentaquattro anni il risarcimento per i danni dell'occupazione coloniale italiana e fascista (dal 1911 alla seconda guerra mondiale) e chiede al nostro governo di impegnarsi per la revoca di quanto rimane dell'embargo decretato da Stati Uniti ed Unione europea (e che ormai concerne solo i materiali destinati all'industria militare). Peraltro il ministro dell'interno, Beppe Pisanu, andrà a Tripoli proprio il 3 luglio a discutere la questione, e l'ultratlantista Antonio Martino, ministro della difesa, aveva detto ieri l'altro che l'Italia farà il possibile per convincere gli alleati, a cominciare dai tedeschi, a cancellare le sanzioni contro Tripoli. "Per certe capacità, che non sono di carattere offensivo, io credo che si possa trovare una soluzione. Il materiale di cui la Libia vuole essere dotata - diceva Martino mercoledì al Centro alti studi della difesa - non è di tipo bellico".
E' quindi del tutto comprensibile l'irritazione del governo del colonnello Muhammar Gheddafi. Il ministero degli esteri di Tripoli ha fatto sapere in serata che le parole di Berlusconi sono irricevibili e che "nessuna comunicazione è mai arrivata circa l'invio di soldati italiani in Libia, che per adesso è solo un'idea della parte italiana". La diplomazia di Tripoli precisa che "la Libia offre la massima disponibilità alla collaborazione con l'Italia per risolvere il grave problema dell'immigrazione, ma nei termini in cui è stata presentata al parlamento la proposta per il dispiegamento di militari italiani sul territorio libico, non sembra possa neppure essere discussa, perché tocca temi costituzionali e principi della sovranità dello stato, argomenti di estrema delicatezza". Più chiari di così non potevano essere: "Siamo sicuri che quando il ministro degli interni italiano, Pisanu, verrà in Libia nei prossimi giorni, fornirà i dettagli della proposta, sui quali sarà possibile raggiungere intesa".
Dalle forze del centrosinistra non sono arrivate reazioni indignate, forse perché qualcuno ricorda di aver occupato i porti dell'Albania dal `97 in poi. Gli unici a farsi sentire sono i Verdi e Rifondazione comunista. Alfonso Pecoraro Scanio, leader ecologista, giudica "profondamente inutile e sbagliata la riproposizione di un approccio militare al problema immigrazione. La storia ci insegna che è necessario mettere a punto piani complessi, con al centro la cooperazione tra gli stati, così da aiutare i paesi a ridurre le cause che spingono all'emigrazione", mentre "fucili e cannoni - prosegue Pecoraro - non servono. Servono invece azioni di cooperazione e regole per gestire con umanità e solidarietà l'accoglienza, nonché durezza verso scafisti e organizzazioni che lucrano sul dramma degli immigrati". Ancora più decisa la reazione del Prc con il vicecapogruppo alla camera Giovanni Russo Spena: "E' gravissimo che Berlusconi si metta a imitare Mussolini, annunciando l'invio di soldati in paesi che sono stati colonizzati dall'Italia. Gli accordi sull'immigrazione non possono essere affidati a protettorati militari".
Sull'orlo della tregua
MI. CO. su il Manifesto
Mentre si rincorrono le voci sulla possibilità che i gruppi armati palestinesi dichiarino una tregua nei prossimi giorni, gli Stati uniti intensificano le pressioni per un completo smantellamento delle fazioni che, dal 28 settembre 2000, conducono un'accanita resistenza contro l'occupazione israeliana. La consigliera per la sicurezza nazionale Usa, Condoleezza Rice (in arrivo in Medio Oriente per colloqui con palestinesi e israeliani) ha dichiarato ieri che il movimento di resistenza islamica Hamas deve essere messo completamente fuorilegge, ribadendo il concetto espresso il giorno precedente dal presidente George W. Bush. Per la Rice non solo Hamas, ma tutti i gruppi armati palestinesi devono essere colpiti. A questa offensiva americana l'Autorità nazionale palestinese (Anp) e le organizzazioni dell'Intifada di al-Aqsa reagiscono compatti, rivendicando il diritto dei palestinesi a resistere all'occupazione. Il portavoce del presidente dell'Anp Yasser Arafat, Ahmed Abdel-Rahman, bolla le pressioni Usa come "un chiaro incitamento alla guerra civile" tra palestinesi.
L'Ue resiste alle pressioni americane
Lo scontro sul movimento islamico ha investito anche l'Unione europea che, per ora, non cede agli Usa, che vogliono che il braccio politico di Hamas finisca nella lista nera dei gruppi terroristici europei, facendo compagnia a Ezzedin al-Qassam, braccio militare dell'organizzazione. Tra i Quindici c'è una maggioranza che appoggia l'idea di Bush e Sharon, ma per prendere una decisione bisogna essere tutti d'accordo, mentre la Francia pone alcune riserve. Secondo Parigi, con Hamas completamente bollata di terrorismo la road map (il piano di pace che prevede la nascita di uno stato palestinese per il 2005) sarebbe affossato. Non più tardi di giovedí scorso l'Ue decideva di non tagliare tutti i ponti con Hamas e il Jihad islami, per cercare di favorire la tregua. Mercoledì Bush mescolava le carte e chiedeva apertamente al presidente della Ue, il greco Simitis e quello della Commissione, Prodi, di chiudere i finanziamenti ad Hamas. I vertici delle istituzioni europee reagivano con uno sguardo muto, toccava ieri alla portavoce del commissario agli esteri Chris Patten rispondere a Bush: "La Ue non ha bisogno di lezioni di lotta contro il terrorismo (...) e non finanzia alcun gruppo radicale palestinese". Rimane aperta una questione, cioè sapere se Hamas dispone di conti bancari occulti in qualche paese della Ue. Su questo tema l'Unione ha deciso di investigare, indipendentemente dalla scelta di includere il gruppo nella lista nera da cui consegue il blocco automatico dei suoi fondi.
L'impegno di Arafat per la tregua
Secondo quanto riferito ieri dalla radio israeliana, l'annuncio di una tregua di tre mesi potrebbe essere dato - simultaneamente nella capitale egiziana Cairo e nei Territori occupati - sabato o domenica prossima. Sulla questione ieri è intervenuto Arafat, che ha annunciato l'accordo nel giro di ore, ma è stato parzialmente smentito da Hamas, che ha fatto sapere che dichiarerà formalmente la propria posizione solo nei prossimi giorni. Secondo fonti dell'Anp, una bozza dell'accordo sulla tregua è già stata consegnata ad Arafat - a conferma della centralità del presidente nelle trattative di pace - mentre il premier Abu Mazen la riceverà oggi.
Amos Martin, tecnico trentunenne di una società telefonica israeliana, è stato ucciso in mattinata da un quindicenne palestinese nel villaggio arabo di Bakha al-Gharbiya, a nord di Tel Aviv e al confine con la Cisgiordania. Secondo la radio israeliana l'attacco è stato rivendicato dalle Brigate martiri al-Aqsa. Alcune ore dopo e poco distante dal luogo dell'attacco precedente, agenti di un'unità speciale israeliana hanno ucciso due palestinesi e ne hanno arrestati altri due, che - secondo fonti dell'esercito - indossavano cinture esplosive e stavano per compiere un attentato contro obiettivi israeliani.
27 giugno 2003