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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 giugno 2003


Maggioranza nel caos scontro Lega-Pisanu
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Va in scena alla Camera l'ultimo scontro all'interno della maggioranza sull'immigrazione. Si consuma tra il leghista Alessandro Cè e il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Con il primo che invita il titolare del Viminale a "cambiare mestiere" e il secondo che lascia l'aula suscitando l'ira del leghista. Una bufera che Bossi prova a ricomporre ("Mai chiesto le dimissioni del ministro"), e che Fini tenta di smorzare ("Crisi di governo? Tendo ad escluderla"). Ma le tensioni sono palpabili. Con i centristi scatenati ("Cé è un caso umano") e l'opposizione che sottolinea le divisioni della Casa delle libertà. Tanto che il centrista Marco Follini chiama in causa Silvio Berlusconi: "Berlusconi ha il dovere di riportare la Lega dentro la logica della coalizione e dentro il registro della serietà. Questo stucchevole tormentone non può durare un momento di più".

Lo schiaffo odierno si consuma quando la parola tocca al capogruppo leghista Cé: "Pisanu sull'immigrazione fornisce cifre false". A quel punto il ministro si alza e lascia l'aula di Montecitorio. E' un gesto palesemente polemico. Nato dopo i durissimi attacchi che la Lega, da settimane, riserva al ministro "reo" di non voler fronteggiare le ondate di immigrati che approdano sulle coste italiane. Attacchi che Cé in aula rincara: "Pisanu cambi mestiere". E a poco serve la retromarcia di Bossi, che arriva a dibattito concluso a cercare di placare le polemiche: "Mai chiesto le dimissioni del ministro, sarebbe una cosa negativa".

Lo scontro va in scena in aula. Pisanu, che ha appena finito di bocciare la linea dura della Lega, aspetta, ad arte, che la parola tocchi al capogruppo leghista. Poi si alza e esce. Cé reagisce stizzito: "E' una vergogna". Tocca al presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini reagire: spiega che in aula ci sono due sottosegretari e il ministro per i Rapporti col parlamento. Ma il capogruppo leghista urla: "E' una vergogna". Casini: "Lei risponde delle sue parole. Io non intendo replicare, le sue parole si documentano da sole". Cé allora alza la voce: "Che vuol dire si documentano da sole, si spieghi meglio. Una forza politica ha il diritto di esprimere le proprie convinzioni, presidente della Camera".

Poi Cé si lancia in un furioso attacco al ministro, alla Chiesa e a Casini. "Avremmo disertato volentieri a questo dibattito inutile, rituale, fatto solo per emarginare la Lega - dice il capogruppo del Carroccio - voluto da Casini, da Pisanu e da chi la pensa allo stesso modo nella maggioranza sul tema dell'immigrazione per rendere tangibile la solidarietà consociativa di Fassino e compagni".

L'affondo più perentorio è quello contro il ministro dell'Interno: "Io mi auguro che Berlusconi nomini un commissario straordinario per l'immigrazione perché lei non è all'altezza. Le auguro miglior fortuna: cambi mestiere". Pisanu non è presente in aula. Rientrerà pochi minuti dopo, mentre Cé finisce il suo intervento.

Poi la parola torna a Casini. E lui, che Cé accusa di aver organizzato il dibattito alla Camera "per far piacere alla Chiesa", replica secco: "Il Parlamento non è un ingombro, è la sede della sovranità popolare. Questo non è un rituale inutile e ripetitivo". E conclude con un'attestazione di stima al ministro Pisanu. "Sono rammaricato per gli insulti di Cè. Per altro, essere accomunato alla Chiesa cattolica è un onore che non merito" dice successivamente il presidente della Camera.

Ben più diretto il commento del ministro centrista, Carlo Giovanardi: "Considero l'intervento di Cé un caso umano, non un intervento di tipo politico. Se fosse stato un intervento politico e avesse quindi un seguito da parte della Lega, le cose che ha detto hanno superato ogni limite". Forza Italia invece minimizza: "Solo una piccola burrasca", dice il portavoce Sandro Bondi.



La Vandea getta la maschera
Piero Sansonetti su
l'Unità

Per la prima volta da quando Berlusconi ha vinto le elezioni, alla Camera si è svolto un dibattito “bipartisan”, come dicono i politologi. Cioè con l'opposizione che appoggia il governo. Piero Fassino, Pierluigi Castagnetti, e persino Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto, hanno espresso apprezzamento per il discorso del ministro dell'Interno. Da quanto tempo l'opposizione non si schierava col Viminale? Decenni, forse dai tempi del terrorismo. A offuscare questa novità, molto importante, sono venuti due fatti politici: l'assenza dei principali leader del centro-destra (Berlusconi, Fini, Bossi) e un furibondo attacco mosso dalla Lega al ministro Pisanu, al Presidente della Camera Casini e in generale a tutta la componente cattolica del governo. Per la Lega ha parlato il capogruppo Cé e ha chiesto esplicitamente le dimissioni di Pisanu (”ministro, cambi mestiere...”). Probabilmente questo incidente non provocherà conseguenze politiche immediate, però la maggioranza ha reso evidente la spaccatura al suo interno. E si è capito che non si tratta di una spaccatura basata su dissensi politici, o diverse valutazioni, o divergenza di interessi specifici o altre situazioni contingenti: è una spaccatura che nasce da profonde differenze di idee, cioè da modi diversi - opposti - di vedere la politica, la vita degli uomini, l'organizzazione della società, la convivenza tra i popoli.
Il duello che si è svolto nell'aula di Montecitorio, tra il ministro Beppe Pisanu e il leghista Alessandro Ce, è stato spettacolare ed emblematico di questa nuova divisione all'interno della maggioranza. E' una divisione che fino ad oggi era rimasta in ombra e ora appare in tutta la sua grandezza. Noi ci eravamo preoccupati di distinguere tra le diverse sensibilità dei vari partiti della coalizione, avevamo valutato il loro più o meno accentuato liberismo, o il loro nazionalismo, o federalismo, o giustizialismo, o garantismo eccetera. Invece probabilmente c'è una divisione orizzontale tra una componente che si ispira ai principi cristiani e una componente che si rifà a una cultura che potremmo definire anti-clericale, anti-illuminista e reazionaria, che ha il suo punto di forza nella Lega ma probabilmente raccoglie anche una parte di Forza Italia e di Alleanza Nazionale. Bertinotti l'ha definita una “cultura vandeana” (riferendosi alla resistenza anti-giacobina di fine settecento, in Francia). Proprio così: si tratta di una cultura piuttosto robusta, limpida, abbastanza estesa in certi settori della società, e pericolosa per le comunità nazionali .

Pisanu ha voluto esporre in modo chiarissimo la sua teoria secondo la quale l'immigrazione è un fenomeno non eliminabile e provocato da un sistema politico-economico mondiale (la globalizzazione) che rende sempre più ricchi i paesi ricchi e sempre più poveri i paesi poveri. Pisanu ha detto che è un fenomeno destinato ad espandersi e che non può essere combattuto con le cannoniere, o i carabinieri, né semplicemente ergendo le barriere che blindino le ricchezze dell'occidente escludendo i poveri. E poi ha spiegato che il dovere delle classi dirigenti, in queste situazioni, non è la demagogia e la difesa dei propri interessi, ma è la “pedagogia”, la capacità di guidare il senso comune e non di farsene dominare. Nessuno può dire che il discorso di Pisanu sia stato la ricerca di una mediazione con la Lega. E' stato un discorso coraggioso e di urto.
Alessandro Ce ha risposto in modo ancora più duro, denunciando i pietismi cristiani e illuministi, attaccando la Caritas e le parrocchie, prendendosela con papa Giovanni e con il Concilio, definendo molto bene la teoria politica leghista: difesa dei popoli occidentali e soprattutto del popolo della Padania, al di fuori delle ideologie moderne e moderniste.
Di fronte a questo urto così forte la maggioranza si è trovata in grande difficoltà e l'opposizione, per una volta, si è mostrata piuttosto unita e molto saggia. Ha apprezzato Pisanu, pur criticando - come ha fatto Fassino - la contraddizione tra il discorso generale del ministro e la difesa della legge Bossi-Fini, che invece è una legge puramente repressiva.



Parli il premier
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Inutile girarci attorno. Quello formalizzato a Montecitorio dal capogruppo leghista Cè, che ha accusato in aula il ministro degli Interni Pisanu di aver raccontato al Parlamento delle favolette sull'immigrazione, e lo ha invitato a cambiare mestiere, è un caso politico di prima grandezza. Di certo non valgono, a ridimensionarlo, le precisazioni del medesimo Cè, che in coro con Bossi, a cose fatte, ha provato a indossare i panni, per lui inusuali, del politico consumato, per mettere in rilievo di non aver pronunciato, bontà sua, la parola fatidica: dimissioni. Altro che "temporale estivo". La questione Lega, nella maggioranza, è aperta ufficialmente. Disconoscerla, o ridurla al rango di problema di visibilità di un partner che abbaia, certo, ma alla fine non morde, sembra impresa ardua: è grande come una montagna, chiunque può vederla a occhio nudo. Basterebbe riflettere un attimo anche solo sulla giornata di ieri, su quel che ha detto il postdemocristiano Pisanu e su quel che ha detto il leghista Cè, e sulle rispettive filosofie, per riconoscere che non si tratta solo di un dissidio, seppure aspro, su una questione pure importantissima, ma di qualcosa di più, di un'aperta contrapposizione, cioè, tra due visioni del mondo letteralmente inconciliabili. Altrove, da una simile contrapposizione, si trarrebbero probabilmente conseguenze radicali. Da noi, con ogni probabilità, le cose andranno diversamente, di dimissioni o di crisi non si parlerà proprio.

La posizione seria e ragionevole del ministro dell'Interno è apprezzata da una parte ampia, maggioritaria, della Casa delle Libertà, e anche dalle opposizioni, per ovvio interesse politico ad acuire i contrasti nella maggioranza, si capisce, ma non solo per questo. E a Pisanu, sottoposto a un attacco politicamente violento e culturalmente truculento da parte della Lega, non è mancato il sostegno dell'opinione pubblica e della grande stampa, a cominciare da questo giornale. Tra tanti apprezzamenti è mancato però quello decisivo: la parola del presidente del Consiglio (a parte una breve dichiarazione iniziale del suo portavoce) non si è praticamente sentita. Come se il ministro fosse stato lasciato solo dal suo premier.
Non c'è dubbio che un simile silenzio, comunque lo si voglia interpretare politicamente, abbia dato fiato alla Lega. Era già successo, seppure in forme meno clamorose. Succederà ancora, e con risultati pessimi per la maggioranza, sempre che non intervenga un chiarimento politico vero. A promuoverlo (che riesca ad ottenerlo, naturalmente, è un altro discorso) non può essere che Silvio Berlusconi, correndo il rischio di dare un dispiacere a Bossi. Il segretario dell'Udc, Marco Follini, gli ha ricordato "il dovere di riportare la Lega dentro la logica della coalizione e dentro il registro della serietà". Ha ragione. E ha ancora più ragione un vecchio liberale della Casa delle Libertà, Alfredo Biondi, a chiedergli di farlo non al chiuso, in una cena di leader, ma apertamente, in quel Parlamento dove la Lega di immigrazione non voleva si discutesse. In quello stesso Parlamento che il capo dei deputati leghisti, prima ancora di esortare Pisanu a togliere le tende, ha usato come una tribuna di agitazione e di propaganda.


La Boccassini: chi ha votato il "Lodo" sa che il processo Sme non si farà mai più
Susanna Ripamonti su
l'Unità

È stata di fatto l'ultima udienza del processo Sme-Berlusconi: tre anni di dibattimento, preceduti da cinque anni di indagini che se ne vanno in fumo. Grazie alla nuova legge, la 140, il premier è salvo e almeno per ora nessuno lo può giudicare. Ma come dice la pm Ilda Boccassini "la legge appena approvata è palesemente incostituzionale". Accusa e parti civili elencano 7 articoli della Costituzione che sono stati violati e lunedì prossimo la Corte dirà se le eccezioni sollevate saranno sottoposte alla Consulta. Un "si" è quasi scontato.
Ilda Boccassini parla con lo sdegno del magistrato che deve prender atto di una sconfitta: non sua, personale, ma della giustizia. Quasi si sorprende del fatto che il Parlamento sia arrivato a tanto.
Chi ha approvato questa legge non era consapevole della sua incostituzionalità? Ma le responsabilità non sono solo della maggioranza. Riferendosi senza nominarlo al presidente Ciampi prosegue: "chi si è reso responsabile dell'avallo di questa legge, ignorava che incombono le prescrizioni? Noi stiamo discutendo di un processo che probabilmente non si farà mai piu".
E dato che il parlamento le ha tappato la bocca, impedendole di chiarire che contro il premier che si è auto-assolto non ci sono palate di fango, ma prove, la pm ha chiesto al tribunale di accogliere la memoria riepilogativa degli elementi raccolti nel processo, depositata martedì. Praticamente la sua requisitoria, senza richieste di pena.
Nella precedente udienza, in modo quasi beffardo, il premier aveva tentato di dimostrare che tutte le prove a suo carico sono false, manipolate o costruite al tavolino. E adesso Ilda contrattacca: "Nell'ultima udienza abbiamo assistito a come tonnellate di fango siano state rovesciate sul processo, sulla Procura di Milano e su di me. È poca cosa che Ilda Boccassini sia coperta di fango, riceva minacce, sia oggetto di campagne di delegittimazione. Ma non è una questione personale. Il punto è che investe il ruolo che rappresento, cioè la pubblica accusa, cioè lo Stato, uno Stato di cui il presidente del Consiglio è un massimo rappresentante. L'unica risposta alle accuse che sono state mosse doveva venire nell'ambito di questa sede istituzionale. Doveva essere il Tribunale a poter valutare tutti gli argomenti e fare su questi le proprie considerazioni. Ma questo non potrà più accadere perchè oggi discutiamo di un processo che non si farà mai più grazie ad una legge che non garantisce l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge".

Colombo elenca sette articoli della Costituzione che sono stati violati. La nuova legge nega l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, i diritti di difesa, il principio del giudice naturale. Impone al giudice di obbedire a norme incostituzionali, nega le regole del giusto processo e della sua ragionevole durata, cancella l'obbligo dell'azione penale.

"Si è voluto creare -ha dichiarato Colombo- una sorta di privilegio per cinque cittadini. Ma non c'è alcuna norma della Costituzione che consenta questa prerogativa". Pisapia dedica una buona parte del suo intervento alla tutela dei diritti delle parti lese, previsto dalla Costituzione, ma cancellato dalla legge 140. E riferendosi alla via di fuga che il Parlamento ha offerto al premier commenta: "in un sistema democratico la regola non è l'irresponsabilità ma la responsabilita".



L'epilogo giacobino del processo Sme
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Le ultime parole di Ilda Boccassini sono un urlo alla luna nera, una protesta civile, il tentativo finale di proteggere almeno, soffocato il processo con una legge palesemente incostituzionale, la limpidezza del lavoro della procura di Milano, lo spirito di servizio e la correttezza degli addetti in toga e in divisa. Il pubblico ministero ha buone ragioni per farlo.

Appena qualche giorno fa. L'imputato Berlusconi entra nell'aula del suo processo con l'aria spavalda di chi è uso agli schermi e al riflettore. Libera il suo flusso verbale, accortissimo a tenersi lontano dalle circostanze, dalle testimonianze, dai documenti che lo indicano come corruttore di giudici. Accusa i magistrati, insinua trame e complotti, indica burattinai, dileggia testimoni. Può farlo a mano libera e senza timore perché è l'imputato e perché non accetta il contraddittorio. Promette al tribunale (e all'opinione pubblica) che tornerà in quell'aula "a dirne di altre", finalmente "nel merito". Quando lo promette, sa che non terrà fede alla sua parola perché la maggioranza ha già pronto un salvacondotto che non trova ostile l'opposizione né in dissenso il capo dello stato: e tuttavia, non è l'assenza (o la fuga) dell'imputato eccellentissimo dopo il j'accuse, come sembra pensare la Boccassini, l'epilogo di questo processo.

Il compimento s'era già consumato il 17 di giugno. È un'osservazione di Marcello Dell'Utri. "La scena con cui martedì si sono chiuse le "dichiarazioni spontanee" del presidente del consiglio sono l'immagine plastica della fine di una stagione. Berlusconi, che nell'aula magna del palazzo di giustizia di Milano risponde all'ultimo affondo della Boccassini: "Venga a Palazzo Chigi se crede, ora mi scusi devo andare a governare", è il segno che sul decennio giustizialista cala il sipario", (La Stampa). Se lasciamo in un canto la rituale classificazione ("decennio giustizialista"), Dell'Utri non ha torto. Quella rapidissima scena occorre imprimersela a fuoco nella memoria perché non chiude soltanto un decennio (e il tentativo di ripristinare il controllo di legalità sull'azione dei poteri pubblici e privati: questa è stata Tangentopoli) ma ribalta alla radice il tratto costitutivo della nostra repubblica. Riavvia il nostro futuro verso un passato storico che fu di Rousseau e dei giacobini per i quali "deve avere comunque l'ultima parola chi, in sede politica, è legittimato a rappresentare la volontà generale".

Ecco allora il significato di quell'immagine che chiude il processo di Milano. Berlusconi non accetta di farsi processare come un cittadino qualunque perché non si sente un cittadino qualunque. Egli è un potere, anzi il potere. Lo incarna perché rappresenta il popolo sovrano, la sua volontà e il suo interesse. Egli, come Rousseau, come Saint Just e Robespierre, pensa che il potere debba essere, sia uno. Crede che l'unicità di quel potere sia custodita dal potere politico, il solo potere legittimato mentre gli altri poteri, quando non sono funzioni amministrative, si definiscono al più eccezioni o supplenze. È l'onnipotenza della politica come versione moderna della sovranità del principe. Quest'idea "istintiva" del signore di Arcore ("istintiva" perché tutta iscritta nel codice genetico del suo animal spirit) è apparsa all'inizio di questa avventura la pretesa stravagante (arrogante? ingenua?) di un parvenu della democrazia. Ora che quella convinzione è stata codificata in una legge che ne riconosce l'intangibilità; ora che alla luce del sole il sistema istituzionale gli ha dato il via libera fermando la mano del giudice, va preso molto sul serio Giuliano Ferrara quando annuncia la nascita della "terza repubblica" e scrive dell'immunità firmata da Ciampi come di "un atto rifondativo del primato della democrazia e della politica dopo dieci anni di veleni di interdizioni".


Quell'"atto rifondativo", che è la morte del processo di Milano e la legge di immunità/impunità per Silvio Berlusconi, non è un fiore nato nel deserto. E' un pensiero di fondo di cui la cultura politica italiana non riesce a liberarsi. E non riuscirà mai a disfarsene, soprattutto nell'opposizione di sinistra, "mostrificando" Berlusconi senza ripensare con critica severità alle proprie antiche e pericolose convinzioni, a quella tentazione giacobina che l'ha affascinata fino ad ieri. E che oggi, per mano della destra, diventa governo, metodo, cultura e addirittura legge.


Nuova legge sulle tv Gasparri non molla
Aldo Fontanarosa su
la Repubblica

ROMA - Il diessino Claudio Petruccioli ci ha provato. Ha suggerito di risparmiare a Retequattro il trasloco su satellite, che pure è invocato dalla Corte Costituzionale, ma ad una condizione. Che Mediaset acceleri la trasformazione dei suoi ripetitori da analogici in digitali, così da moltiplicare i canali televisivi irradiabili e gli editori. Ma il Polo lo ringrazia e gli dice un cordiale fermissimo no. "L'idea di Petruccioli", dice il ministro Gasparri, "ha una qualche saggezza", ma non può essere accolta. "Creerebbe una fase di passaggio che la Corte Costituzionale non tollererebbe".

Il centrodestra, così, va diritto per la sua strada. Gasparri conferma le blandissime norme anticoncentrazione (l'unica barriera vera è alla crescita di Telecom nell'editoria), mentre delude l'emendamento del relatore Grillo (Forza Italia) sulla pubblicità tv. La correzione svincola le telepromozioni dal calcolo degli affollamenti orari permessi. Ma sulla possibilità che Mediaset e Rai abbiano trasmesso troppi spot in passato, è attesa a momenti la sentenza dell'Autorità di Cheli.

Lucia Annunziata intanto, presidente della Rai, loda e premia gli inviati sul fronte iracheno (Botteri in testa; assente alla festa Gruber). Ma con l'occasione riserva un colpo di clava al concorrente Mediaset: "Noi", dice, "siamo una grande rete internazionale; loro, Mediaset, poco più di Telenorba". Come a dire: un'emittente locale, regionale. La battuta non piace a Lamberto Sposini, condirettore del Tg5: "E' un'offesa ai milioni di spettatori che ci seguono. La Rai? Con la guerra irachena ha esagerato. Programmi continui ed esperti risibili hanno inflazionato l'evento".


A ognuno i suoi guai. L'Osservatore Romano, giornale della Santa Sede, nega che la Rai s'avvicini a un qualche rinascimento, tantomeno d'estate quando "i palinsesti vanno in vacanza per una censura della intelligenza".


Il progetto di Segni e il silenzio delle tv
Beppe Severgnini sul
Corriere della Sera

"L e confesso che la sua risposta mi ha fatto letteralmente imbestialire". Così mi scrive Mario Segni, e non posso lamentarmi. Far imbestialire Mario Segni è come far sorridere Mario Monti. Essendo riuscito in entrambe le imprese, le metterò nel curriculum. Perché si lamenta, Segni? Perché, rispondendo a un lettore entusiasta del nuovo Patto-Partito dei Liberaldemocratici, varato a Roma il 21 giugno, avevo scritto: "Conosco Segni, so che è una brava persona, s'impegnerà, e credo che il centro-destra con lui sarebbe tutt'altra cosa. Ma ho il timore che il suo treno sia passato dieci anni fa, subito dopo i referendum, quando aveva l'Italia in mano, e non se n'è accorto (oppure ha avuto paura di accorgersene). Non solo: se il nuovo partito prendesse piede, verrebbe ucciso dal silenzio televisivo. Scommettiamo?".
Nella lettera che mi ha spedito, Mario Segni dimostra di sapersi imbestialire in modo civile, perché prosegue: "Non sono arrabbiato per le critiche rivolte a me, ma per il tono di pessimismo e di rassegnazione che lei esprime (...). E' chiaro che un movimento come il Patto darà fastidio e sarà osteggiato da chi controlla il sistema mediatico. E allora? Dobbiamo rassegnarci? (...) Io non ci sto, caro Severgnini, e mi dedicherò a questa battaglia con tutta la determinazione che mi deriva anche dall'essere sardo e cocciuto. C'è un pezzo di Italia che sta aprendo gli occhi, e la lettera che ha ricevuto ne è una testimonianza. Forse è meglio che non scommetta, potrebbe scoprire che l'Italia è più matura di quello che crede".
Cosa dire? Che non mi dispiacerebbe perdere la scommessa, perché di un'Italia più matura c'è un gran bisogno (e non deve necessariamente votare il Patto). Che mi piacciono i sardi e ammiro le persone cocciute.

Fin qui siamo d'accordo, dunque. Non posso però dimenticare che dieci anni fa Mario Segni aveva l'Italia ferita ai suoi piedi; e non l'ha raccolta. Leggo nella biografia pubblicata su www.mariosegni.it : "Poi le delusioni, il frantumarsi del fronte referendario, l'ingresso in campo di Berlusconi, il clima di oggi, in cui tanti rimpiangono il passato e chiudono gli occhi di fronte alla corruzione". Posso dirle che, come riassunto, mi sembra un po' carente? Ma se anche la spiegazione fosse completa e convincente, lei dovrebbe comunicarla. Così il nuovo progetto. Lei sostiene: "C'è una quota di italiani che desidera un centrodestra diverso; che avverte come i nodi irrisolti, dal conflitto di interessi alle leggi-fotografia, tolgono alla maggioranza la legittimazione e la forza per affrontare i problemi; che guarda sgomenta un imbarbarimento della politica e un degrado del Paese. Quest'Italia moderata e liberale oggi non ha voce né rappresentanza".
Benissimo. Ma come pensa di convincerla? Con la televisione posseduta e/o controllata dal suo concorrente? Auguri.
Eppure la Tv è fondamentale per informare quella fascia d'elettori che non legge i giornali, non ascolta la radio, non utilizza la rete; ma decide le elezioni. So che non è più di moda sostenere questa tesi, che molti finissimi teorici della comunicazione hanno stabilito che il consenso si conquista in altro modo. Ma io insisto (non solo i sardi sono cocciuti, caro Segni).
Putin mette a tacere tutte le televisioni critiche: come mai? I dollari dei candidati americani vanno tutti in spot tv: perché? Ripeto: se lei diventasse un concorrente, l'attuale leader del centrodestra potrebbe farla scomparire. Non è detto che lo faccia.
Ma avrebbe la possibilità di farlo. E una democrazia in cui questioni come questa dipendono dal buon cuore di chi comanda non è un regime: ma non è messa tanto bene.
E' d'accordo, caro Segni, o è ancora imbestialito?


Il tallone di Bush
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

All'appuntamento semestrale alla Casa Bianca, i leader dell'Ue trovano un George Bush in splendida salute ma una America in palese stato di malessere. Come osserva Stanley Hoffmann, il guru della università di Harvard, i poteri di guerra hanno conferito al presidente anche il controllo del Congresso. Tra i media, a parte il New York Times , nessuno ne contesta gli interventi armati all'estero né l'erosione delle libertà civili in casa, imposti in nome della difesa contro il terrorismo. E in una settimana, Bush riesce a raccogliere ben 10 milioni di dollari per la campagna elettorale del 2004, un record e una sfida ai nove pallidi candidati democratici. Nei sondaggi infine, pur perdendo lievemente terreno, il vincitore dei talebani e di Saddam Hussein rimane un presidente popolare. Al contrario, l'America è a disagio.
Nei 2 anni e mezzo dell'amministrazione Bush ha perso oltre 3 milioni di posti di lavoro, e la disoccupazione è salita al 6,1 per cento, il massimo dell'ultimo decennio. Da un attivo di quasi 300 miliardi di dollari, il bilancio dello Stato rischia ora di passare a un passivo di quasi 400 miliardi, a causa delle enormi spese militari, il 4 per cento del prodotto interno lordo, fuori dei parametri di Maastricht, se Washington fosse una capitale europea.
Sebbene il dollaro sia svalutato, il deficit commerciale si preannuncia ancora superiore. Wall Street è in altalena, come la fiducia dei consumatori. Certo, in termini di crescita l'Europa - il cui Pil quest'anno salirà solo dello 0,4% - sta molto peggio degli Usa (oltre il 2% nel 2003). Ma il rilancio si paga anche con un indebolimento delle già fragili tutele sociali. Nella crisi della finanza federale, i costi dell'assistenza e dell'istruzione vengono sempre più addossati ai singoli Stati dell'Unione, che devono tagliarli o perché obbligati dalle leggi a pareggiare il bilancio, o perché sull'orlo della bancarotta, come la California.
Per ora l'America risparmia le proteste al presidente: continua a vedere il lui il suo uomo forte, e ne accetta la tesi secondo cui l'economia e i servizi sociali risentono del trauma delle stragi dell'11 settembre del 2001, degli scandali in Borsa, e della avversa congiuntura mondiale. Ma la ricetta di Bush per la ripresa economica e la sua versione del welfare, "la compassione nella conservazione", sono monocordi e sperequativi: riduzione delle tasse e privatizzazione dei servizi. L'associazione Cittadini per la giustizia fiscale lamenta che metà della popolazione pagherà al fisco solo 100 dollari in meno all'anno, mentre l'uno per cento più ricco pagherà 100 mila dollari in meno. E ammonisce che le assicurazioni mediche "lasceranno la gente senza farmaci dopo pochi mesi".
L'economista Paul Krugman, uno dei pochi critici del presidente, non esclude che l'economia si riprenda per l'inizio del 2004, grazie soprattutto al governatore della Banca centrale (Federal reserve) Alan Greenspan che ieri ha tagliato di nuovo (meno 0,25%) il costo del denaro. Ma rileva che anche in tal caso un numero crescente di ammalati, di giovani, di anziani e di poveri - l'America che soffre, decine di milioni di persone - rimarrebbero privi di assistenza. E avverte che se l'economia non si riprendesse, il flusso di capitali stranieri, 500 miliardi di dollari annui necessari a finanziare i deficit Usa, diminuirebbe drammaticamente. Per Krugman, che previde il crollo della Borsa del 2001 dopo i ruggenti Anni Novanta, l'America è diventata "la repubblica dei debiti", come cittadini e come Stato, e Bush "il presidente dissipatore".



  26 giugno 2003