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sulla stampa
a cura di G.C. - 25 giugno 2003


E l'intuito di Orwell smascherò i dittatori
Alessio Altichieri sul
Corriere della Sera

Diceva di lui Stephen Spender, il poeta: "George Orwell è l'Innocente, una sorta di Candide inglese del ventesimo secolo. L'Innocente è normale perché accetta i valori della normale dignità umana". Aggiunse l'ex rivale V. S. Pritchett: "Orwell fu la coscienza gelida di una generazione". Arthur Koestler, amico e alleato politico, lo definì "l'unico scrittore di genio tra i "littérateurs" della rivolta sociale tra le due guerre". Spiegò Lionel Trilling, l'uomo che infine fece pubblicare in America Omaggio alla Catalogna : "Diceva la verità in modo esemplare, calmo, semplice, con il doveroso avvertimento al lettore che era soltanto la verità d'un uomo". E Noam Chomsky, forse con una certa invidia, riconosce oggi che Orwell resta il modello dell'"intellettuale responsabile". Perciò, adesso che sono stati resi noti gli ultimi dettagli sulla sua vita, inclusa l'ingenua delazione al Foreign Office, ora che ogni inedito è stato ordinato, valutato, inscatolato nell'opera omnia, ora che è giunto il centenario della nascita di Eric Arthur Blair, avvenuta il 25 giugno 1903 a Motihari, nel Bengala sotto dominio britannico, bisognerà pure capire come mai questo figlio dell'impero, mandato in Inghilterra a farsi un'educazione (e capì subito il clima, nel collegio del Sussex dove ogni mattina la "principal" veniva a verificare, per punirlo, se avesse bagnato il letto), poi formato a Eton, scuola dell'élite, ma finito a fare il poliziotto in Birmania, finché nauseato dalle impiccagioni tornò in Europa per seguire la vocazione e si fece lavapiatti a Parigi per condividere la vita dei miseri, ma scrittore non proprio dotato, anzi goffo come "una vacca con il moschetto", sia divenuto, con il nome George Orwell, colui che meglio mostrò l'equazione impossibile tra tirannide e verità: il "San Giorgio Orwell" che, usando la penna come una spada, sbudellò (postumo) il drago comunista. E che oggi, santo laico, è venerato da destra e da sinistra.
Naturalmente, a spiegare il fenomeno Orwell si sono messi in tanti. "Guardando alle conseguenze che ha avuto sulla storia, è Solzenicyn lo scrittore dominante del ventesimo secolo", ha scritto il direttore del New Yorker , David Remnick: "Chi altri paragonargli? Orwell? Koestler?" E' una bella sfida, che un fervente seguace, Timoty Garton Ash, ha accettato: intanto Orwell è uno dei rari scrittori che abbia lasciato un termine, "orwelliano", simile a kafkiano, proustiano, freudiano, ma dal doppio significato: l'aggettivo indica il terrore totalitario, la falsificazione della storia, ma il sostantivo identifica un ammiratore e un seguace: mentre, invece, "solzenicyano sarebbe uno scioglilingua".
E poi Orwell ha lasciato espressioni d'uso quotidiano. Poco importa che "grande fratello" sia, a scelta, Bill Gates o un programma di tv-verità: anche chi non ha letto 1984 sa che cosa s'intenda. "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri": pure chi ignora il maiale Napoleone sa che chi invoca più uguaglianza dei suoi simili è un dittatore, quello della Fattoria degli animali ".

Naturalmente, Orwell era così perch'era inglese. Amava i fiori ed era un patriota, propugnò contemporaneamente la resistenza al nazismo ("Il modo più veloce di finire una guerra è quello di perderla") e allo stalinismo. Portava giacche stazzonate e fumava sigarette arrotolate. Scriveva favole morali, aveva per antenati Swift e Defoe, e ha forse un erede, che condivide il senso claustrofobico del mondo totalizzante, in J. G. Ballard. Morì nel 1950, all'apice della fama, "come un James Dean della letteratura inglese", e nel testamento, senza false modestie, avanzò la pretesa, ovviamente inascoltata, che di lui non si scrivessero biografie. E oggi, benché il Muro di Berlino sia abbattuto e l'Unione Sovietica sia defunta, resta un profeta: perché, socialista moralista, non bilanciava antifascismo e anticomunismo. Metteva in guardia contro tutti i regimi in cui "due più due fa cinque", in cui si falsifica la storia, si manipola la verità. Sapeva che la democrazia e la civiltà rischiano sempre d'essere travolte: "Non lasciare che accada. Dipende da te". Ogni essere umano porta responsabilità.


Il premier aggira l'ostacolo, rinviando la verifica
Marcella Ciarnelli su
l'Unità

Se il dibattito sull'immigrazione si svolgerà con il solo ministro dell'Interno e senza il voto richiesto dall'opposizione, la passerella del premier in veste di presidente Ue prevista per mercoledì, prima al Senato, poi alla Camera, il voto invece lo avrà. A Palazzo Madama già in serata, a Montecitorio il primo luglio. A dimostrazione che anche il voto è meglio evitarlo se può servire a rendere più evidente la spaccatura nella maggioranza. Mentre invece diventa un necessario timbro di democrazia se a dover essere valutate sono le dichiarazioni programmatiche del premier sul semestre di presidenza italiana che parlerà anche di Medio Oriente. Il lasciapassare per l'Europa che, in cuor suo Berlusconi vorrebbe votato da tutto il Parlamento per entrare da trionfatore a Strasburgo, ma a cui non è escluso che l'opposizione contrapponga un suo documento. Il voto elastico, insomma, va ad aggiungersi ad un già lungo elenco di forzature.
Dall'impegno europeo sta comunque già venendo un vantaggio al presidente del Consiglio. Quello di avere una giustificazione credibile per rinviare la verifica nella maggioranza, che dovrebbe tenersi venerdì. Ma visto che in quel giorno è già fissato il Consiglio dei ministri nel corso del quale il ministro Pisanu si appresta a presentare i regolamenti attuativi della legge sull'immigrazione che rischia mandare alla deriva la maggioranza, non sembra credibile che il premier trovi anche il tempo per la verifica e la successiva esibizione mediatica all'insegna del "noi siamo sempre grandi amiconi".
I tempi sono stretti. Troppo stretti per pensare all'Europa ed anche alle intemperanza di Bossi ed ai malumori di centristi e An. Al momento sono certi solo "gli incontri due a due" come li definisce Berlusconi che deve aver capito che mettere attorno allo stesso tavolo i cosiddetti alleati è operazione ad alto rischio. L'altra sera Bossi ad Arcore, oggi incontro fissato con Follini, ieri lunga telefonata con Fini prima del faccia a faccia. Toccherà poi anche a socialisti e repubblicani. Bisogna accontentare un po' tutti.
Berlusconi ascolta e prende appunti. All'inevitabile resa dei conti si vuole presentare con uno schemino già pronto il cui pilastro portante è il concetto che "il programma non si tocca" anche se è consapevole che agli alleati che si agitano qualcosa bisogna pur concedere. Fini ha la fissa della sicurezza perché il suo elettorato è molto sensibile all'argomento. Vediamo di accontentarlo. I centristi, per gli stessi motivi, hanno come priorità la scuola e la formazione. Cerchiamo di cedere qualcosa.
I leghisti, glielo ha ripetuto Bossi lunedì, non si sono dimenticati della devolution.

Berlusconi ieri se n'è stato tutto il giorno ad Arcore. Lui cerca di volgere le difficoltà in positivo. La rissa della sua maggioranza cerca di farla intendere come una spinta a fare di più. Ma non riesce a credere che lo si incolpi di non avere fatto abbastanza, di non aver mantenuto le promesse lui che è anche andato "personalmente in Albania per fermare gli scafisti". Eppure è proprio così.


Legge sulla libertà religiosa: la Lega "strappa" un rinvio
R.R. sul
Corriere della Sera

ROMA - E' una legge che la Lega non ha mai voluto, che ritiene pericolosa, capace di fornire una sponda a sette sataniste e terrorismo. Ieri il partito di Umberto Bossi ha imposto queste sensazioni alla sua maggioranza, chiesto e ottenuto il ritorno in commissione del disegno di legge sulla libertà religiosa. Un provvedimento che nelle intenzioni del governo dovrebbe ridisegnare i rapporti fra confessioni e Stato, già passato in commissione, che ieri l'Aula della Camera avrebbe dovuto votare. La Lega ottiene la sua vittoria in attesa della verifica di governo, approfittando di una situazione di stallo nei rapporti con gli alleati, convincendo il relatore del provvedimento, Sandro Bondi, portavoce di Forza Italia, ad appoggiare la richiesta di ritorno in commissione.
Fra le perplessità della Lega Nord il riconoscimento della religione islamica. Il ddl supera lo schema degli accordi bilaterali con lo Stato, introduce un procedimento di riconoscimento delle confessioni presenti in Italia basato su un'autorizzazione rilasciata dal ministero dell'Interno, in base ad alcuni requisiti. La paura dei leghisti riguarda soprattutto il riconoscimento automatico (con derivato diritto a finanziamenti) delle comunità islamiche.
Per Sandro Bondi è emersa la necessità di "ulteriori elementi di riflessione, anche se la discussione del ddl non verrà rinviata all'infinito. Il rinvio non va caricato di significati che non ha e non è il frutto di divisioni insormontabili nella maggioranza. È una legge ottima".
Diverso il tenore delle dichiarazioni di Alessandro Cè e Federico Bricolo, rispettivamente presidente e vicepresidente della Lega Nord a Montecitorio: "È stato necessario un anno e mezzo di tenaci critiche - dicono in una nota comune - per bloccare la legge. È fallito il progetto fortemente voluto da Pisanu e dal centrosinistra in un'ottica da prima Repubblica di voler far passare questo provvedimento. Questo ddl è una sorta di concordato allargato che aggira le intese previste dalla Costituzione con lo scopo di riconoscere a livello giuridico sette, credenze varie, e religioni dando loro diritti, in particolare alle comunità islamiche, senza avere garanzie concrete". Commenta a sua volta Gianclaudio Bressa, Margherita: "Il rinvio è l'ennesimo pasticcio di una maggioranza che non è più una maggioranza".


Come ti santifico il monopolio tv
Antonello Catacchio su
il Manifesto

L'uomo Del Monte ha detto sì. Così, recitava una pubblicità di qualche anno fa. Oggi sembra invece che l'uomo del colle dica no. Chi si aspettava che Ciampi non firmasse la legge per salvare Berlusconi dal processo milanese è rimasto deluso. Ma Carlo Azeglio, l'uomo del colle, sembra intenzionato a non apporre la sua imprescindibile firma su un'altra legge, quella cesellata dal ministro per le telecomunicazioni Gasparri a maggior gloria dell'azienda principale del primo ministro. Due sono gli aspetti più rilevanti della legge in discussione che vanno decisamente a favorire Mediaset. Il primo riguarda Retequattro. Il regime transitorio che si trascina da un'infinità di anni, quasi 15, nonostante leggi e giurisprudenza costituzionale, ha consentito a Berlusconi di continuare a possedere e prosperare con tre reti televisive. Ma il tutto avrebbe dovuto "non eccedere" il termine del 31 dicembre 2003. In soldoni questo significa che dopo quella data Retequattro non potrebbe più appartenere al gruppo, quindi dovrebbe essere ceduta. Oppure potrebbe continuare a essere proprietà Mediaset ma a condizione di trasmettere solo a livello satellitare. Il condizionale è d'obbligo, tutta la raccolta pubblicitaria di Publitalia per il gruppo si regge proprio sulle tre reti da contrapporre alle tre reti Rai. Gasparri ha invece deciso che Mediaset potrà continuare a tenersi Retequattro così come è. Per la verità l'articolo 15 in questione è stato emendato. Il testo approvato prevede che lo stesso soggetto non possa possedere più di due concessioni televisive nazionali analogiche. Quindi o dismissione o satellite. Ora però c'è da aspettarsi che al Senato le cose vengano rimesse a posto, come Gasparri comanda. Il secondo regalo a Berlusconi riguarda i vincoli dell'antitrust. La nuova legge stabilisce che un singolo soggetto non possa possedere più del 20% delle "risorse complessive del sistema integrato della comunicazione". Un bel giro di parole che rende praticamente impossibile stabilire un tetto certo, visto che il sistema integrato mette insieme realtà che non sono paragonabili e tantomeno sommabili. Ma secondo Gasparri è facile, viene determinato "dai ricavi del servizio pubblico radio-tv, dalla pubblicità nazionale e locale, da sponsorizzazioni, televendite, attività promozionali, convenzioni con soggetti pubblici, provvidenze pubbliche, offerte tv a pagamento, vendite di beni e abbonamenti, prestazione di servizi". Un polverone che impedisce verifiche serie …
Secondo il Corriere della sera il tetto massimo consentito a un singolo soggetto salirebbe a qualcosa come 5 miliardi di euro. Una bella cifra. Questo perché secondo Gasparri le aziende italiane soffrono di nanismo rispetto a quelle straniere. Ecco quindi che di fronte alla lotta contro il nanismo dovrebbe sentirsi lusingato anche un personaggio abituato a pensare in grande come Silvio Berlusconi. E tutto questo avverrebbe con buona pace del pluralismo, dall'antitrust e della costituzione. Per tutti questi motivi Ciampi avrebbe fatto trapelare il suo no.


In autunno c'è il cosiddetto periodo di garanzia. E' il momento in cui ogni tv fa bella mostra di sé perché vengono rilevati i dati di ascolto che faranno poi da base per quantificare il valore delle inserzioni pubblicitarie nei mesi a venire. Citiamo solo un episodio significativo che riguarda Rai1 e Canale 5. Liquidato Il fatto di Biagi, in Rai nel periodo di garanzia viene piazzato Tux e Max (e in questi giorni l'ineffabile Del Noce ha fatto sapere di avere un'altra idea meravigliosa per quella fascia oraria). Dall'altra parte è Striscia la notizia a occupare il territorio. Inutile dire come sia andata a finire in termini di audience. In soldoni invece basta chiedere alla Sipra come stiano andando le entrate pubblicitarie della Rai (-9,8% tra marzo e aprile rispetto all'anno precedente). Da mesi infatti Mediaset vince quasi regolarmente la guerra dell'audience e può quindi rilanciare sul sito Publitalia per rendere ulteriormente seducenti le proprie reti (attestate ormai sul 46% di audience nella fascia di consumatori più appetibili).

Sembra quasi che attorno alla Rai ci sia un comitato di paggi, pronti a intervenire per dare ulteriori colpi alla credibilità dell'azienda pubblica. E ove si consideri che la suddetta azienda pubblica è la diretta concorrente dell'azienda del presidente del consiglio risulta subito evidente come ogni colpo subito dalla Rai si risolva in un positivo contraccolpo per Mediaset. E non si tratta di guerra di immagine. Rai e Mediaset si spartiscono il 97% degli investimenti pubblicitari del settore. E questo continuo drenaggio di risorse è stato stigmatizzato ieri dalla Margherita che ha rilevato attraverso una ricerca come i grandi inserzionisti si siano sfilati dalla carta stampata (in particolare dai quotidiani) per orientarsi verso la tv. Meglio verso Mediaset, visto che i dati Rai sono in perdita. Non è un problema irrilevante perché i quotidiani vivono solo grazie alla pubblicità e un trend di questo genere rischia di scardinare l'intero sistema.

Ultima, non meno importante novità contenuta nella legge Gasparri, la privatizzazione della Rai. Meglio, la trasformazione in public company. Entro il 31 dicembre di quest'anno si dovrebbero approntare tutte le operazioni preliminari per la cessione della quota pubblica che avverrà entro il 2004. Cessione che si concretizzerà attraverso un'offerta pubblica d'acquisto con quote che non potranno eccedere l'1% e con eventuali patti che non potranno superare il 2%. Su questo versante non sembra ci siano contrasti particolari. Anche se non sarà facile trovare finanziatori per una Rai ridotta in questo stato e con un concorrente rivitalizzato. C'è poi l'ultima notazione sulle nomine Rai. Il presidente verrebbe eletto direttamente dal parlamento e basterebbe avere il 50% più uno dei voti per nominarlo. Insomma, il centrodestra non contento di avere designato sia il presidente della camera che quello del senato contraddicendo una prassi consolidata, sembra non volersi fidare neppure di loro per puntare al voto parlamentare. Inoltre tornerebbero a essere nove i consiglieri d'amministrazione della Rai.

Se la legge Gasparri dovesse passare così come è usciremmo dal far west televisivo. Nel frattempo però il villaggio si è ingrandito, è diventato globale. Anche se, in ultima analisi, il padrone del saloon, dello store, dell'hotel, della stalla, della diligenza e di buona parte dei pascoli è la stessa persona: lo sceriffo. Con un vantaggio: essendo lui il padrone di tutto non esiste più conflitto, né di interessi né di altro tipo. O no?


La Lombardia boccia il provvedimento a sostegno dei dialetti
Marco Cremonesi sul
Corriere della Sera

MILANO - La Lombardia boccia il provvedimento a sostegno dei dialetti e delle culture locali. Dall'interno del centrodestra undici franchi tiratori hanno falciato la legge-simbolo del Carroccio. Inevitabili il successivo, aspro scambio di accuse e la richiesta di verifica politica da parte della Lega (ma non del suo segretario regionale Giancarlo Giorgetti). Le tensioni nazionali, in Lombardia forse più che altrove, si riverberano sugli enti locali. Sarà forse un caso che ieri il Carroccio abbia chiesto la "verifica" anche al sindaco Albertini: sotto accusa, l'apertura al centro sociale Leoncavallo dell'assessore di Forza Italia, Aldo Brandirali. Ma la tensione più alta è in Regione. Dove il faticoso rapporto tra Carroccio e Alleanza nazionale è un basso continuo che ha già prodotto scintille.

Ma, in questo caso, Alleanza nazionale sembra pensare che sia stata la stessa Lega ad affondare la legge per la diffusione dei "valori culturali di carattere storico, tradizionale, etnico e folcloristico". Lo dice a chiare lettere Massimo Corsaro, assessore ai Trasporti e uno dei capi del partito lombardo: "A me sembra che questa sia un'autoimboscata della Lega Nord". Perché "dei due assessori della Lega uno non c'era e l'altro era fuori dall'aula. Se due più due fa ancora quattro...". Il Carroccio bolla l'ipotesi come "fantascienza". Attraverso il capogruppo Davide Boni, annuncia che "non sarà più garantita la presenza nelle commissioni consiliari". E chiede la verifica: "Vergogna. Hanno trasformato il parlamento lombardo in un luogo in cui non si teme di gettare alle ortiche la memoria dei nostri padri pur di affermare la linea politica delle loro segreterie: omologante, mediterranea e tesa alla cancellazione dei simboli del nostro passato". E ancora: "Milano non è Roma, il nostro parlamento non può essere paragonabile a quelli del Sud. Avvertiamo perciò il dovere morale di chiedere una verifica in tempi milanesi, quindi brevissimi".
Giancarlo Giorgetti, il segretario del partito in Lombardia, la parola verifica non la pronuncia. Perché è "persino imbarazzante chiedere un intervento del presidente Formigoni a fronte di un consiglio regionale che si vergogna di essere lombardo e si dimentica la lingua dei padri". E, in effetti, il presidente tace.
Di verifica, anzi, di verifica "urgentisima" parla Romano La Russa, il capogruppo del partito in regione. E qualcuno, come il vice presidente del consiglio Piergianni Prosperini, arriva a chiedere "che la Lega si decida a dire che cosa intende fare. Se vuole stare fuori, si accomodi".



La vita indebitata degli italiani
Marco Patucchi su
la Repubblica

ROMA - La casa, naturalmente, ma anche i mobili, gli elettrodomestici, l'auto, la moto. E ora le vacanze e le cure o i servizi medici in clinica. Indebitarsi o comprare a rate non più come ultima spiaggia ma quasi regola di vita per gran parte degli italiani, ancora alle prese con la lunga stagione dei rincari targati euro e ora spaventati dalla frenata dell'economia.

Così, oltre a chiedere soldi in banca, si fa shopping con la carta di credito non tanto per la comodità di non maneggiare le banconote, quanto piuttosto per spostare in avanti di almeno un mese l'esborso effettivo dell'acquisto; e si rateizzano più pagamenti possibili, da quello per il nuovo scooter a quello del frigorifero o del guardaroba, dall'enciclopedia alla settimana bianca. Un approccio ai consumi non inedito per il nostro Paese, ma che negli ultimi anni ha registrato un'accelerazione costante fino all'apice del 2002 e dei primi mesi del 2003.

La fotografia della "vita indebitata" degli italiani emerge, nitida, incrociando i dati di Assofin, Crif Group e Prometeia contenuti nell'ultimo Osservatorio sul credito al dettaglio dal quale si evince, innanzitutto, che nel 2002 la domanda complessiva di credito rivolta dalle famiglie alle banche e alle istituzioni finanziarie specializzate ha subito una nuova accelerazione e, questo, nonostante "l'effetto deprimente della congiuntura dei mercati sulla fiducia e le aspettative delle famiglie". Come dire, in sostanza, che gli italiani in assoluto spendono di meno e lo fanno sempre di più indebitandosi o pagando a rate (oltretutto, dato anche questo emblematico, privilegiando i finanziamenti a medio e lungo termine, quindi con rate di rimborso meno pesanti, rispetto ai prestiti a scadenza più breve).


Ma, certo, la parallela contrazione dei consumi (-0,1% nel 2002, con il comparto non alimentare a farla da protagonista) e l'"evoluzione contenuta del reddito disponibile, che in termini reali è cresciuto di appena uno 0,9%", sembrano incoraggiare l'interpretazione "recessiva" della corsa ai prestiti. Tant'è che lo stesso Osservatorio sottolinea come "il ritardo nella ripresa dell'attività economica ed il permanere di condizioni di incertezza sui mercati finanziari, abbiano esercitato un impatto negativo sul clima di fiducia delle famiglie rendendone più cauti i comportamenti d'acquisto".


Insomma, un'ulteriore conferma di come questa grande corsa al credito sia figlia della necessità: "Tale fenomeno - spiega ancora il rapporto - potrebbe essere collegato al momento congiunturale negativo, in cui le famiglie esprimono un maggiore bisogno di credito per far fronte ad acquisti non procastinabili, ovvero derivare da un cambiamento strutturale nei comportamenti finanziari".


Iraq, uccisi in un agguato sei soldati britannici
Redazione de
la Repubblica

LONDRA - Sei soldati britannici sono morti dopo essere caduti in un'imboscata a 200 chilometri a nord di Bassora, la città che controllano insieme al porto di Umm Qsar e alle altre aree strategiche del sud dell'Iraq. Lo ha comunicato Downing Street, il ministero degli Esteri inglese. La pattuglia era nei pressi della città di Al-Amarah. Un portavoce del ministero della Difesa di Londra ha spiegato che i soldati inglesi sono stati attaccati, c'è stato uno scontro a fuoco e i sei britannici sono rimasti sul terreno. Nulla si sa invece di eventuali soldati rimasti ferti nell'agguato. Si tratta del primo attacco grave contro le truppe britanniche dalla caduta di Bagdad.

Ma quello in cui sono morti i sei soldati britannici non è stato il solo agguato portato oggi alle forze britanniche. Poco più in là una squadra del primo battaglione del reggimento paracadutisti è stata attaccata durante un pattugliamento. Un soldato è stato colpito e altri sette sono stati feriti (tre in modo grave) quando il loro elicottero è atterrato sul posto per soccorrere i commilitoni aggrediti. Due i veicoli andati completamente distrutti.

Il ministero del petrolio iracheno ha intanto annunciato che raddoppierà a 6.000 il numero delle guardie incaricate di sorvegliare gli oleodotti, dopo i ripetuti attacchi contro tali strutture. Le guardie saranno reclutate tra le popolazioni tribali che risiedono lungo la rete petrolifera. Nelle ultime settimane due oleodotti e un gasdotto sono stati danneggiati, anche se il responsabile del ministero del petrolio ha detto che tali esplosioni sarebbero opera di ladri che tentano di rubare greggio e non quella di gruppi organizzati che cercano di sabotare la ricostruzione degli Stati Uniti in Iraq.

Quelli di oggi sono solo gli ultimi dei tanti attacchi cui sono sottoposte le forze di occupazione impegnate a ristabilire la normalità nel Paese dopo la fine del conflitto. Attacchi che negli ultimi giorni si susseguono però con sempre maggiore intensità. In nottata erano stati attaccati due posti di blocco degli americani nella regione di Ramadi, a ovest di Bagdad. Due soldati statunitensi erano rimasti feriti e cinque iracheni uccisi.



Retata dell'esercito nei Territori: 200 arresti
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

La maxi retata di Tsahal scatta nel cuore della notte e prosegue sino all'alba a Hebron e Nablus. Il dispiegamento di forze è imponente: all'operazione anti-Hamas partecipano centinaia di soldati delle brigate Nahal e Golani, paracadutisti e uomini delle forze speciali israeliani, appoggiati da decine di mezzi blindati e da elicotteri da combattimento "Apache".
Il maggior numero di rastrellamenti casa per casa e di arresti avviene a Hebron (sud), dove i soldati hanno preso di mira i rioni Abu Sneinah e Horraya, mentre a Nablus (nord) i militari hanno incontrato una sporadica resistenza tra i vicoli della Casbah. L'obiettivo era quello di neutralizzare la rete di sostegno a Hamas, nel timore di nuovi attentati suicidi per vendicare Abdallah Qawasmeh, il comandante locale di "Ezzedine al-Qassam", il braccio armato del movimento integralista, ucciso domenica scorsa nell'ultima "esecuzione mirata" a opera di reparti speciali israeliani.
Il bilancio della massiccia retata è di oltre 200 palestinesi arrestati, in gran parte familiari di kamikaze integralisti o a loro volta sospetti simpatizzanti di Hamas. L'esercito israeliano è entrato in azione anche a Jenin, dove è stata abbattuta la casa di Jalal Mahmid, coinvolto, secondo le autorità militari, in un attentato suicida. "Le infrastrutture di Hamas nell'area di Hebron - dice a l'Unità Ranaan Gissin, portavoce del premier Sharon - sono responsabili di attentati che hanno provocato la morte di 52 cittadini israeliani, come quello dell'11 giugno scorso contro un autobus nella parte occidentale di Gerusalemme, nel quale sono morte 17 persone e oltre cento sono rimaste ferite". "Israele - aggiunge Gissin - si riserva il diritto di agire contro esecutori e mandanti di questi atti criminali, in attesa che ad intervenire sia il governo palestinese di Abu Mazen".
La retata è stata duramente condannata dal ministro per gli affari governativi palestinese Yasser Abed Rabbo, secondo il quale il premier israeliano Ariel Sharon "cerca di provocare di continuo affinchè la colpa venga addossata ai palestinesi in generale e a Hamas in particolare". Sharon, aggiunge Rabbo, "vuole sgretolare dalle fondamenta il dialogo tra le fazioni palestinesi volto a raggiungere un accordo di cessate il fuoco".
Un dialogo che, nelle ultime ore, sembra tuttavia segnare il passo, mostrando peraltro divisioni interne al vertice di Hamas. "I contatti sono in corso tra le varie parti coinvolte, ma al momento non ho alcuna informazione rispetto a incontri che dovrebbero svolgersi al Cairo nei prossimi giorni", sostiene il numero "due" di Hamas, Abdel Aziz Rantisi, riferendosi alla nuova tornata di colloqui tra governo e fazioni palestinesi in programma nella capitale egiziana.

Le stesse fonti hanno invece decisamente smentito che il premier Abu Mazen - come riferito ieri mattina dalla radio statale israeliana - abbia richiesto all'Unione Europea d'inserire Hamas nella lista delle "organizzazioni terroristiche" per esercitare ulteriori pressioni affinché accetti la proposta di tregua". "È una manovra - affermano - di Usa e Israele, con il sostegno della Gran Bretagna all'interno dell'Ue". Un altro fronte caldo è quello dei coloni. Un nuovo insediamento è stato creato l'altra notte da alcuni attivisti del Movimento degli insediamenti nella zona di Nablus. Su uno degli edifici prefabbricati dislocati sul terreno è stato scritto: "Ghivat Ariel", ossia la Collina di Ariel. In questo modo i coloni hanno voluto schernire il premier Ariel Sharon che nei giorni scorsi ha ordinato all'esercito di sgomberare gli avamposti illegali.


  25 giugno 2003