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a cura di G.C. - 24 giugno 2003


Tra i disperati di Lampedusa
Francesco Viviano su
la Repubblica

LAMPEDUSA - Arrivano indisturbati a Lampedusa. Sono gli ultimi 41 clandestini giunti nell'isola a bordo di una carretta del mare partita la notte scorsa dalle coste della Libia. Sono stremati, stravolti. Alcuni svengono, un'ambulanza li trasporta subito in ospedale. Gli altri, quelli che riescono ancora a stare in piedi, vengono a turno condotti dalla barca su un mezzo della "Misericordia", l'associazione che assiste le migliaia di extracomunitari passati dal centro di accoglienza dell'isola. Anch'io, cronista di Repubblica, riesco a confondermi tra loro e comincia così il mio viaggio di falso clandestino.

Sull'automezzo siamo una ventina, gli altri attendono il loro turno al porto. Gli extracomunitari non parlano neanche tra loro, sono sfiniti, hanno solo la forza di raccogliere le bottiglie d'acqua che gli uomini della Misericordia gli lanciano. Il furgone non ha la sirena ma scivola per le viuzze dell'isola a forte velocità, suonando il clacson continuamente. Dopo sei minuti varchiamo il campo di accoglienza degli extracomunitari, che confina con l'aeroporto dell'isola, un luogo off-limits per tutti. Muro e filo spinato. Dentro e fuori vigilanza armata di marinai, carabinieri e poliziotti. Appena arrivati veniamo fatti sedere su una lunga gradinata, sotto il sole cocente. Una sosta che dura oltre un'ora. Gli uomini della Misericordia continuano ad offrire acqua minerale. Non serve soltanto per bere, molti se la versano in testa. Alcuni ricominciano a svenire. Qualcuno viene assistito e spostato verso l'ombra di un albero. Poi comincia la "chiamata".

Uno per uno sfiliamo davanti all'interprete Kamir, i carabinieri ed i marinai della capitaneria di Porto indossano guanti di plastica per paura di contagi. Un clandestino dice di essere palestinese, l'altro marocchino, un terzo tunisino. La sensazione è che non sia vero: dichiarano false generalità, pronunciano qualcosa di incomprensibile e poi restano in silenzio. Anch'io faccio lo stesso: "My name is Amal, Kalil Amal, from Afghanistan". L'ho ripetuto tre volte guardando negli occhi un ex clandestino, un extracomunitario egiziano, arrivato qui a Lampedusa sette anni fa.

I carabinieri sono gentili ma, certi di non essere sentiti e "tradotti", non risparmiano battute pesanti: "Vieni avanti coglione, sbrigati e togliti la cintura, i lacci delle scarpe". Non ci toccano perché hanno paura di essere contagiati e da lontano, con i gesti delle mani, fanno capire cosa dobbiamo fare. Adesso è il momento della perquisizione. I clandestini, uno alla volta, vengono portati in un angolo del campo, poco lontano da una grata dove si accalcano altri extracomunitari, giunti nei giorni scorsi, che osservano curiosi i nuovi arrivati. Nessuno ha i documenti, non hanno oggetti o denaro, non hanno nulla. Uno per volta veniamo perquisiti ed identificati. Poi da un sacco di plastica della nettezza urbana viene consegnata una coperta di lana a testa per coprirsi durante la notte. Ma non ci saranno brande per tutti perché i posti disponibili nel centro sono 190 ed i clandestini più di 300.

Sono uno degli ultimi ad essere perquisito. "Spogliati" mi dice un carabiniere e quando vede che ho dimenticato di togliere la cintura dai pantaloncini, si indispettisce. "Non hai capito che dovevi levartela come gli altri, sbrigati, togliti la maglietta". Abbasso i pantaloni e resto con il costume da bagno che ha però dei lacci nella parte superiore. "Anche questo devi togliere" mi ordinano. Tento di sfilarlo ma non ci riesco ed il carabiniere, molto pratico, mi taglia il laccio con un coltello. Resto nudo, davanti ai carabinieri, davanti a tutti. Ed in quel momento vengo scoperto, perché non riesco a nascondere il telefonino. I militari se ne accorgono: "Guarda questo, pure il telefonino si è portato". A quel punto cominciano ad insospettirsi e scoprono la mia vera identità. Vengo cacciato dal campo. Gli altri quarantuno aspetteranno di essere espulsi.


Immigrazione, Berlusconi rifiuta il Parlamento
n.l. su
l'Unità

Nonostante le richieste di "collegialità", i partiti della Casa delle Libertà non riescono a mettersi d'accordo neppure sui tempi del dibattito parlamentare sull'immigrazione, chiesto dal centrosinistra. Martedì alle quindici si riunisce la capigruppo alla Camera: An vorrebbe farlo slittare a dopo la verifica di governo, per l'Udc si può fare giovedì; per la Lega è una perdita di tempo". Un dibattito che Berlusconi non vuole, ha detto chiaramente che "non serve". Il solo fatto che Pierferdinando Casini abbia accolto la richiesta dell'opposizione arrivata dopo le minacce del capogruppo leghista, Alessandro Cè (quel "da oggi avremo le mani libere"), ha preso in contropiede il premier, propenso a tessere una mediazione fra la maggioranza, tenendo a bada Bossi in quel di Arcore, anziché mettere nell'agorà del Parlamento le divisioni interne.
Il premier, fanno capire da Palazzo Chigi, preferirebbe porre l'accento sulle cose da fare, anziché su quelle da dibattere (meno facili da propagandare), quindi sull'immigrazione "proseguire sulla strada degli importanti risultati già raggiunti dal governo in Adriatico, con gli accordi bilaterali". Coinvolgendo così anche il ministero degli Esteri.
A decidere sarà il presidente della Camera, che ascolterà le ragioni dei gruppi, se ci sarà o no un'unanimità. Potrebbe accettare di rinviare di qualche giorno il dibattito, "difficilmente dirà di no al passaggio parlamentare", anticipano dalla presidenza di Montecitorio.
Una mediazione potrebbe essere quella di una informativa del ministro dell'Interno di cui la Lega chiede la testa: Giuseppe Pisanu potrebbe limitarsi a una "informativa" del governo sui dati che riguardano l'immigrazione, senza che sia votata una mozione. Il che eviterebbe di isolare la Lega e tutelerebbe la "sovranità del Parlamento" invocata da Piero Fassino. Pierferdinando Casini, infatti, ha voluto accogliere la richiesta dell'opposizione proprio perché "ci tiene a ricondurre le questioni sui profili istituzionali e parlamentari", anziché lasciar andare alla deriva tante esternazioni individuali. Così ha convocato la capigruppo, anche come un risarcimento dovuto al centrosinistra per non aver concesso il voto segreto sul Lodo Maccanico.
Ignazio La Russa, presidente dei deputati di An, vorrebbe spostare il dibattito a dopo la verifica, quindi alla prossima settimana: farlo prima sarebbe "fuorviante": "È lecito che il centrosinistra chieda un dibattito , ma adesso sarebbe un'occasione per approfittare delle schermaglie nella maggioranza". Meglio sarebbe, per La Russa, "effettuare prima la verifica, poi affrontare un dibattito anche su altri temi, non solo sull'immigrazione". Insomma, l'opposizione fa la sua parte, ma non regaliamo a Ds e compagnia l'occasione ghiotta di un centrodestra lacerato dalle sparate leghiste.

Per l'Udc il ministro Giovanardi conferma la disponibilità al dibattito. "Perché no, del resto il centrosinistra ha chiesto un'informativa sull'immigrazione, non il voto su una mozione", dice Luca Volontè, capogruppo Udc a Montecitorio, "è una delle prime volte che, in Italia, il ministro dell'Interno viene apprezzato sia da tutto il Parlamento che in Europa, quindi se illustra in Aula i dati sull'immigrazione e il decreto di attuazione della legge Bossi-Fini è un fatto positivo anche per il centrodestra. È un punto in più, chi può dire di no?".



E il Cavaliere si irrita con i suoi ministri
Maria Latella sul
Corriere della Sera

ROMA - Cena di Arcore. Doveva essere il secondo round, ma Silvio Berlusconi non ha ancora capito quante riprese comporranno questo lungo match con gli alleati. Chiusa la vicenda Sme con l'approvazione del lodo che sospende il processo, il Cavaliere pensava di poter tornare, almeno per il semestre europeo, alla più recente delle sue passioni politiche, gli affari esteri. Invece: intrighi, minacce, rivendicazioni. Ciliegina sulla torta, i suoi ministri, insensibili all'ufficioso richiamo "serriamo le file in silenzio", hanno deciso di aprirsi ai giornali, in una sorta di collettiva seduta di autocoscienza certo scarsamente apprezzata a Palazzo Chigi. Una mattina si sveglia Marzano e decide che Tremonti dovrebbe fare un passo indietro. Un'altra è Pisanu che, venendo meno al proverbiale riserbo, mette i puntini sulle "i", accolto da trionfali consensi a destra e a manca. A manca, soprattutto. Il Cavaliere, dicono, non capisce il senso di questa corsa a farsi carezzare da Fassino e s'è sfogato nel fine settimana: "Ma come? Io sono nel mirino, vengo attaccato per ogni minima cosa, e i miei cercano sponde a sinistra? In ogni governo, è il premier che, alla fine, è chiamato a mediare tra le posizioni dei suoi ministri, e media anche con le opposizioni". Non ci siamo. "Va a finire che la verifica la chiederemo noi di Forza Italia" sorride, ma non poi tanto Ferdinando Adornato.
Un palpabile malumore ha accompagnato il premier nel suo movimentato weekend, il primo senza incontri con gli avvocati.

Secondo una pratica consolidata sin da quando faceva l'imprenditore, Berlusconi ascolta tutti e poi decide. Chi lo conosce bene, sostiene che sta preparando un "colpo d'ala". Del resto, è costretto a inventarsi qualcosa: i sondaggi confermano che il suo elettorato più nuovo e volatile, quello che nel '96 aveva votato per Prodi e per Dini, avverte in lui una carenza di leadership. Per questo, il Cavaliere studia un sistema che, dando qualche soddisfazione ai ministri di An, venga incontro anche alle richieste della Lega.
Perché, spiega un forzista vicino ai leghisti: "Bossi sull'immigrazione si aspettava di più. E ha ragione, qualcosa non quadra se, su questo tema, la nostra politica piace al centrosinistra". Domenica, il Cavaliere ha dedicato più di qualche ora al Dilemma. S'è chiesto se Bossi vuole davvero liberarsi dei lacci e lacciuoli del governo prima delle elezioni europee. Potrebbe, gli hanno confermato alcuni dei suoi intimi. Potrebbe. Ma non ora. Manca ancora un anno alle elezioni e nessuno, in politica, può resistere nel limbo più di tanto, a rischio di sparire dai giornali e dalle tivù. Anche Prodi, nel '96, stava per usurarsi. La Lega "potrebbe" dunque rinviare il passo fatale, accontentarsi, oggi, di un rinnovato e temporaneo patto con Berlusconi, pronta a romperlo a dicembre, dopo il semestre europeo. Non che Bossi sia particolarmente sensibile all'appuntamento: è che cinque o sei mesi in più "potrebbero" fargli comodo.
Con la "d" maiuscola o con la "d" minuscola, il dilemma si allarga, oltre la Lega. Berlusconi ha molto riflettuto anche su An, in questi due giorni. An, che potrebbe essere tentata dalle stesse tensioni leghiste, e, sempre in vista delle elezioni europee, sempre per gli stessi problemi di peso elettorale: se si abbandona il governo qualche mese prima, si può sempre prenderne le distanze di fronte agli elettori, sperare che questi ultimi ci credano. A differenza della Lega, però, An non può permettersi di aspettare dicembre: ora o mai più, dicono in via della Scrofa. E raccontano di un Gianfranco Fini distaccato dalla politica, da "questa" almeno. Silvio Berlusconi dovrà raschiare il barile delle sue seduzioni per ricaricarlo. Gli ripeterà cose già note. Gli ricorderà che a nessuno conviene un'uscita della Lega dal governo, perché al Senato la Cdl avrebbe un margine basso, solo tre o quattro voti in più, mentre alla Camera, è vero, il margine sarebbe più alto, ma alto è anche il numero dei deputati, spesso proprio di An, regolarmente assenti alle votazioni. Un pezzo della Cdl che lascia e si finirebbe dritti dritti alle elezioni politiche. Ciampi non avrebbe alternative. E la Cdl neppure. Adesso che non le vuole più.



I giochi di Bossi sul filo del rasoio
Paolo Pombeni su
il Messaggero

Ciampi non è intervenuto solo a difesa di un buon ministro che sta facendo bene il suo dovere: il chiaro messaggio del Quirinale si indirizzava anche a tutela della delicatissima posizione che il nostro paese assumerà ormai a giorni nell'Unione Europea.
Non si può infatti pensare che la presidenza di turno di Berlusconi non debba sopportare il consueto gioco di condizionamenti e limitazioni tipico della competizione tra i grandi partner europei. E non si può fingere che nel suo caso non ci sia qualche complicazione maggiore del solito: non solo per la sua posizione personale, su cui non manca chi è interessato a speculare, ma altrettanto per la sua ambizione ad essere colui che guida la fase conclusiva dei nuovi trattati europei, perché anche questo è un "alloro" che vari leader europei preferirebbero non concedergli.
E' evidente che in questo contesto il comportamento di Bossi su un tema delicatissimo e così sensibile dal punto di vista della tutela dei diritti umani come è quello dell'immigrazione costituisce un'ottima esca per chiunque voglia dare fuoco alle polveri in un'ottica anti-italiana.
Ci si deve allora chiedere come mai un politico tanto scaltrito come il leader della Lega non abbia colto questa banale verità. Le interpretazioni correnti circa il suo comportamento convincono fino ad un certo punto. La più accreditata afferma che Bossi cerca "uno scambio" per tutelare Tremonti: se non ci date soddisfazione ridimensionando Pisanu, non potete pretendere di ridimensionare il nostro amico ministro del Tesoro.
Non si coglie però una reale "proporzione" fra i due obiettivi: non solo perché Tremonti è meno in bilico di quanto si creda (Berlusconi in prima persona non può permettersi il costo di scaricare in questa fase delicata colui che è comunque un personaggio chiave del suo governo), ma soprattutto perché Pisanu non è un bersaglio che si presta allo scopo, sia per le sue qualità personali sia per la posizione che ricopre.

Allora perché mai il mitico Senatùr continua a testa bassa senza tenere conto di nulla? I segnali di avvertimento non gli sono mancati anche prima dell'intervento di Ciampi: vogliamo ricordare solo l'intervento del presidente del Senato Pera, cioè di uno che non ama proprio immischiarsi nei bracci di ferro della politica politicante e che non interviene davvero spesso. Altrettanto chiaramente Bossi sa che sul terreno delle sparate contro l'immigrazione si mette in urto con la Chiesa cattolica, che pure è un'altra forza rilevante nella raccolta del consenso.
Bisogna che la Lega stimi la situazione politica davvero sull'orlo della rottura per buttarsi a capofitto in queste operazioni il cui fine razionale potrebbe essere proprio quello di determinare da sé i temi della rottura: come l'estrema sinistra quando deve fare cadere un governo di centro-sinistra sceglie sempre un radicalismo congenito alla sua cultura (si ricordi Bertinotti con Prodi), così starebbe per fare ora il populismo di destra.
E tuttavia anche in questo caso rimane aperta la domanda fatidica: e dopo? Maggioranze parlamentari di riserva non ce ne sono, i governi tecnici non piacciono alla Lega (e neppure agli altri), sicché resterebbero solo le elezioni anticipate. In questo caso però Bossi non potrebbe che tornare a fare alleanza con il Polo, perché verso il centro-sinistra con le sue ultime sparate si è bruciato tutti i ponti. Ma se punta a questo se ne deve dedurre che nel Polo ha qualche "complice" che apprezza questa strategia.
Ognuno capisce che si tratterebbe di un gioco molto pericoloso e arrischiato, soprattutto dovendolo di necessità gestire con in corso il semestre di presidenza italiana.


La minaccia di Fini
A. CO. su
il Manifesto

"Verifica e rimpasto sono due parolacce che non ci appartengono più". Parola del ministro per gli Affari regionali e forzista di prima linea Enrico La Loggia. Chissà di quali argomenti pensava che discutessero gli invitati a cena di Arcore, ieri sera, se non appunto di verifica. Una scadenza subìta e certo non desiderata dai commensali di casa Berlusconi: l'ospite e premier, i ministri Bossi, Maroni e Tremonti, il vicepresidente leghista del senato Calderoli. E' proprio di cenette di questo tipo, i famosi appuntamenti del lunedì ad Arcore, che, nelle intenzioni dei promotori, la verifica dovrebbe far piazza pulita. Il tema del braccio di ferro, a conti fatti, è tutto qui. L'insofferenza per l'abitudine di fissare le linee portanti della politica del governo, soprattutto di quella economica, intorno al caminetto o nei giardini di Arcore invece che a palazzo Chigi.

An è tornata ieri alla carica, precisando l'obiettivo. Non solo perché l'appuntamento fatidico si avvicina, ma anche perché la cronaca ha offerto a Fini, su un piatto d'argento, uno dei suoi cavalli di battaglia, gli stanziamenti "per la sicurezza", cioè per le forze dell'ordine. "Le difficili condizioni in cui sono costrette a operare, causa la imprevista scarsità di risorse, le forze di polizia sono la conferma che il buon esito della verifica è strettamente collegato all'effettivo grado di collegialità in materia economica". Lo afferma il portavoce di An Mario Landolfi, che aggiunge una minaccia tonda, di quelle in cui è maestro Bossi. Per An, dice, la sicurezza è "il problema più importante e urgente, senza la soluzione del quale sarebbe per noi difficile approvare il Dpef".

A conti fatti, per una volta la strategia del rinvio su cui ha puntato, come sempre, Berlusconi rischia di rivelarsi disastrosa. Di slittamento in slittamento, la verifica invocata da An e dall'Udc subito dopo la prima tornata delle ultime amministrative cade a immediato ridosso della presentazione del Dpef. Un'occasione che rende strettissimi i margini per la diplomazia di Berlusconi, abituato a stemperare i conflitti promettendo sempre tutto a tutti. Ma le risorse sono quelle che sono e sono scarse assai. Stavolta alle promesse dovrà seguire rapidamente un impegno concreto, quello fissato dal Dpef. Il decreto che fissa i termini per la successiva Finanziaria sarà inoltre una prova facilmente verificabile di quanto Berlusconi sia disposto a ridimensionare il suo ministro dell'Economia.

Presa di mira, la Lega ha reagito rilanciando. Bossi, ieri, si è presentato da Berlusconi con la sua lista delle urgenze, e certo non è identica a quelle di An, con i fondi per la sicurezza al primo posto, o dell'Udc, che invoca invece politiche di sostegno alla famiglia. Per Bossi in testa al listone c'è l'immigrazione e c'è il varo entro l'autunno della devolution. Non c'è affatto, invece, lo stanziamento di fondi per disincentivare le pensioni d'anzianità, capitolo al quale tiene invece il premier in persona. Ma per lui, si sa, la priorità è sempre la stessa, è la giustizia, un capitolo sul quale il Carroccio è prontissimo a offrire solidarietà, mentre gli altri inquilini della Casa delle libertà non vogliono sentirne parlare.

Difficile dire come il grande mediatore di Arcore uscirà fuori dal vicolo cieco in cui è finito, come tenterà di sedare la guerra di tutti contro tutti che minaccia la sua fragile coalizione. La carta che tenterà di giocare sarà quasi certamente quella delle riforme istituzionali. E' quello, in fondo, il solo campo che gli permetterebbe di continuare a giocare di sponda promettendo tutto a tutti: a Bossi la sua devolution, a Fini l'agognato presidenzialismo, ai cattolici gli aiuti al mondo cattolico soprattutto nel settore scuola, a se stesso la resa dei conti con le toghe.



La Confindustria al premier: "Verifica? Ma pensate a governare..."
Redazione de
l'Unità

"Ci sono troppe contraddizioni all'interno della coalizione di governo, troppe priorità in contraddizione con quelle fondamentali per il rilancio dell' economia, troppe verifiche di governo fatte senza che un chiarimento reale sia portato fino in fondo per chi regge la coalizione sui temi fondamentali sui quali si gioca il futuro del nostro Paese". Il presidente di Confindustria, Antonio D'Amato, attacca il governo Berlusconi e lo accusa di essere inconcludente, proprio adesso che la maggioranza sta vivendo un momento di agitazione.
L'economia italiana è a pezzi, e il presidente di Confindustria vede nel programma di lavoro del governo " ancora troppa incertezza e titubanza rispetto al quel progetto di rilancio competitivo presentato in passato". Così D'Amato dall'assemblea degli industriali veneziani a Porto Marghera, in provincia di Venezia, lancia un appello accorato alla maggioranza: "C'è bisogno di più chiarezza c'è bisogno di più coesione, c'è bisogno di più decisione perchè i mercati non aspettano nessuno neanche le verifiche di Governo".
D'Amato non risparmia le sue critiche al ministro delle Finanze Tremonti, facendo intendere che " non basta qualche manovra economica per mettere a posto le cose. Abbiamo detto più volte anche al ministro Tremonti che non è possibile in maniera semplicistica immaginare che qualche decreto sui consumi risolva i problemi, qualche manovra una tantum metta a posto lo scenario della crisi economica italiana, e soprattutto non è più possibile pensare a finanziarie normali in tempi anormali.



Tra i Poli è l'ora del sorpasso
Ulivo e Prc superano la Cdl
Vladimiro Polchi su
la Repubblica

ROMA - Se "domani" si andasse a votare per le elezioni politiche, il centrosinistra vincerebbe sulla Casa delle libertà con il 51% contro il 48%, conquistando la maggioranza di Camera e Senato. E' quanto emerge da un sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani, realizzato dal gruppo Coesis Research per La Repubblica. In base alla ricerca, lo spostamento a sinistra del recente voto amministrativo sarebbe confermato, a patto che Ulivo e Rifondazione Comunista si presentino unite.


Analizzando le preferenze di voto, si nota che Forza Italia sostanzialmente tiene, pur con qualche segnale di debolezza (con un 27% rispetto al 29,4% ottenuto nel 2001), mentre i Ds crescono sensibilmente (conquistando il 23% delle preferenze, rispetto al 16,6% delle politiche 2001). Alleanza Nazionale conferma il risultato elettorale del 2001 (12%). Flessione per la Margherita (11% rispetto al 14,5%), che sconta probabilmente la crescita dei Ds, con un'emorragia dei propri consensi. Lega Nord (4%) e Rifondazione Comunista (5%) mantengono intatto il loro "zoccolo duro" elettorale. Così come l'Udc (3%), che mostra di essere diventata una forza politica con una visibilità anche pre-elettorale. Altri partiti minori perdono consensi, catalizzando intenzioni di voto molto contenute: la Lista Di Pietro cala dell'1,9% rispetto al 2001, i Radicali dimezzano i propri voti (l'1% rispetto al 2,3% del 2001). Migliora, invece, il risultato dei Comunisti Italiani (più 0,3% rispetto alle Politiche) e del Msi-Fiamma Tricolore (che ottiene l'1% a fronte dello 0,4% del 2001). I Verdi raggiungono il 2% delle preferenze, lo Sdi l'1% (nel 2001, Verdi e Sdi si erano presentati insieme nella lista Girasole, ottenendo il 2,2% dei voti). L'Udeur, infine, si attesta al 2%.

Alla successiva domanda del sondaggio, relativa alle intenzioni di voto per gli schieramenti in gioco, si assiste a una diminuzione della percentuale degli indecisi (il 41% del campione). La Cdl ottiene il 48% delle preferenze, perdendo consensi rispetto al 2001, quando raggiunse il 49,9%. L'Ulivo, invece, cresce quasi di 10 punti percentuali (47% dei voti, rispetto al 38,9% del 2001). Rifondazione Comunista si attesta al 4% nelle intenzioni di voto dichiarate. Dunque, se il centrosinistra si presentasse unito a ipotetiche elezioni politiche, avrebbe la maggioranza dei voti degli italiani, vincendo 51% a 48% sulla Cdl.

Il sondaggio mette in luce la sostanziale parità di voti tra Cdl e Ulivo (con un solo punto percentuale di differenza) e ciò sembra confermare il segnale colto nelle scorse elezioni amministrative, relativo al possibile ribilanciamento a sinistra nelle preferenze elettorali degli italiani. Se, infatti, al primo turno si è assistito a un lieve progresso del centrosinistra (con il centrodestra che comunque ha registrato una superiorità di 400 mila voti), al secondo turno delle amministrative si è avuto un vero e proprio sorpasso sulla Cdl. Emblematico il caso del Friuli-Venezia Giulia, dove il centrosinistra ha preso 17 mila voti in più del centrodestra e il suo candidato ha "staccato" l'avversario per quasi 70 mila voti di differenza. Ora, secondo il sondaggio della Coesis Research, lo spostamento a sinistra del voto amministrativo potrebbe tradursi in una analoga tendenza di voto in eventuali elezioni politiche.

Dalla ricerca emerge, inoltre, una consistente differenza nelle intenzioni di voto tra uomini e donne: mentre i primi votano in proporzione di più per la Cdl (50%, rispetto al 45% che preferisce l'Ulivo), le donne votano di più per l'Ulivo (49%, mentre il 46% vota la Cdl). Sembra dunque che a spingere a sinistra, oggi siano in particolare le donne. In base al sondaggio, le donne "hanno un voto più di opinione che di appartenenza, un voto più mobile e influenzato dalle circostanze economiche, sociali e psicologiche nelle quali si va a votare". Per questo, la vittoria nelle prossime elezioni politiche potrebbe passare proprio per la conquista del voto femminile.


La verita' del dolore
Enzo Biagi sul
Corriere della Sera

Santità, prima di tutto: salute. Si abbia riguardo: glielo chiedo in nome dell'umanità e, mi perdoni il peccato, anche per egoismo. Siamo coetanei, e sa come si dice da queste parti, per indicare un fatto eccezionale? "A ogni morte di Papa". Credo di sapere abbastanza della sua storia, perché amo la Polonia, e sono stato anche nella casa della sua famiglia e ho conosciuto gli amici della sua adolescenza.
Io l'ho incontrata una sola volta, col cardinale Tonini; avevo fatto in televisione un programma sui comandamenti e Lei mi disse: "Grazie anche a nome di Mosè" e io risposi: "Santità, non ne abbiamo aggiunti né tolti".
Lei sta chiedendo perdono al Signore per tutte le bassezze e i delitti compiuti nella vicina Jugoslavia, per le colpe "dei figli della Chiesa". Ha detto lo scrittore Ivo Andric: "Non c'è altra verità che il dolore, dolore e sofferenza in ogni goccia d'acqua, in ogni filo d'erba".
Sono stato a Sarajevo: c'era addirittura un viale che aveva preso il nome dai franchi tiratori. Non credo ci sia città al mondo con tanti cimiteri: spuntano tra il verde della collina. In quattro anni di lotte crudeli la Bosnia ha contato 250 mila caduti e oltre due milioni di rifugiati. "Sarajevo - mi disse una studentessa - è una città circondata dagli spiriti".
Una mattina al camposanto che è accanto allo stadio Olimpico davano sepoltura a uno scrittore suicida. "Depressione" mi spiegò un mio accompagnatore. Sulle tombe si alternano le croci dei cristiani e le stele dei musulmani. Sentii un prete dire dal pulpito: "Sarajevo è il laboratorio perfetto di Dio".
Sarajevo, tutto cominciò nell'estate del 1914: e l'incantesimo di un'epoca che pareva e definivano bella, si rompe. Sono andato a vedere quell'angolo fatale, il posto dove Gavrilo Princip aspettava con una Browning per cambiare il destino del mondo.
Era una domenica torrida e sonnolenta e sette giovani, un falegname, uno strillone, un tipografo e quattro studenti, con pistole ed esplosivo, si erano preparati per togliere di mezzo l'arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sophia. Appartenevano all'associazione Giovane Bosnia.
Gavrilo attendeva in una birreria. Arrivò l'auto scoperta: Sophia indossava un abito bianco con una fascia rossa adorna di fiori, il Granduca era in divisa di generale di cavalleria. Lei fu colpita all'addome, lui alla gola. Ma disse: "Sophia, cerca di non morire, vivi per i nostri figli".

Il Papa a Banja Luka ha chiesto dunque a Dio misericordia per i crimini perpetrati anche dai cattolici: ustascia contro i serbi, serbi contro i croati cattolici. Una parrocchia che contava seimila fedeli, ora ne ha appena 380.



Israele: no alla tregua
Michele Giorgio su
il Manifesto

GERUSALEMME. Proseguivano ieri sera i contatti tra l'Anp e le fazioni palestinesi di opposizione sull'ipotesi di tregua con Israele. Indiscrezioni, talvolta di segno opposto, sono circolate per tutto il giorno e un giornale libanese, As-Safir, ha dato per imminente la chiusura di una intesa tra le parti. Potrebbero tuttavia risultare inutili gli sforzi dell'Anp e in particolare del premier Abu Mazen di convincere i movimenti islamici a rinunciare alla lotta armata. A frenare gli ottimisti ha provveduto il negoziatore israeliano, il generale Amos Gilad, il quale ha bocciato la possibile tregua che, a suo giudizio ed evidentemente del governo israeliano, sarebbe addirittura "una minaccia per la pace", poiché consentirebbe alle milizie di rafforzarsi per "assassinare su più vasta scala". Non sarebbero invece una minaccia alla pace le dichiarazioni del premier Ariel Sharon che, come ha riportato la stampa israeliana, ha esortato, in aperta violazione di uno dei punti della "road map", i coloni ebrei a costruire ovunque nei Territori occupati palestinesi ma a farlo "in modo discreto". Non c'è bisogno di annunciarlo, di pubblicizzarlo, l'importante è costruire, ha fatto capire Sharon. Galvanizzati dalle parole, del premier i coloni hanno categoricamente escluso che di poter accettare il loro reinsediamento nel deserto del Neghev e in Galilea, messo allo studio dal ministro delle infrastrutture Yosef Paritzky. Il Consiglio dei coloni ebrei nei Territori occupati palestinesi (Yesha) ha invitato Paritzky a trasferirsi egli stesso nel Neghev o in Galilea. Il generale Gilad, intervistato dalla radio di stato israeliana, ha detto che Hamas "non sta discutendo di una fine del terrore, ma di un cessate il fuoco temporaneo, uno condizionato che possono violare in ogni momento". Parole che hanno pesato sull'incontro che nel pomeriggio Gilad ha avuto con il ministro della sicurezza interna palestinese Mohamed Dahlan, il quale ha replicato che "se Israele non è interessato a un cessate il fuoco, questo (di Gilad) è in effetti un appello a Hamas affinchè continui gli attacchi". Nessun esito ha avuto inoltre l'appello lanciato dal ministro palestinese per la cooperazione, Nabil Shaath, all'Unione europea, all'Onu e alla Russia affinchè entrino nel meccanismo di monitoraggio della "road map". Shaath ha detto di averne parlato ad Amman con il segretario generale dell'Onu Kofi Annan. Il presidente americano George Bush ha preannunciato la nomina di 12 osservatori che avranno il compito di vigiliare sulla attuazone della "road map". L'Anp vorrebbe che non fossero designati solo dagli Usa ma anche dagli altri membri del "Quartetto".

Intanto il prossimo fine settimana, Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale Usa, compirà una missione in Medioriente. Rice vedrà il premier israeliano Ariel Sharon e palestinese Abu Mazen ma non il presidente palestinese Yasser Arafat isolato e boicottato da Stati uniti e Israele. Proprio Arafat ieri ha lanciato accuse durissime a Israele che, ha detto, intende "provocare un'escalation e sabotare la road map". Il presidente palestinese ha aggiunto che l'uccisione, avvenuta domenica notte di quattro palestinesi nella striscia di Gaza "dimostra che i dirigenti israeliani cercano di distruggere il processo di pace". Arafat ha aggiunto che intende "proseguire tutte le discussioni di sicurezza, economiche e politiche con Israele che permetteranno al popolo palestinese di affermare i suoi diritti e di arrivare alla pace".

La scorsa notte il leader palestinese ha presieduto a Ramallah una seduta del Comitato esecutivo dell'Olp e subito dopo una riunione del Consiglio centrale di Al Fatah. Al centro delle discussioni c'erano il ventilato ritiro israeliano dalle aree autonome rioccupate della Striscia di Gaza e da Betlemme e la possibile tregua. Ma con un Arafat che non si rassegna al ruolo di comparsa come desiderano Usa e Israele, la sua eliminazione fisica rimane sempre all'ordine del giorno. Israele ha considerato in passato la possibilità di eliminarlo e potrebbe in futuro riesaminare la questione. Lo ha detto ieri il capo di stato maggiore, generale Moshe Yaalon. "Perché non abbiamo ucciso Arafat? - si è chiesto Yaalon - La verità è che il dibattito se uccidere Arafat o meno c'è stato alcune volte in passato. La questione è stata affrontata in termini di costi rispetto a utilità". Il quotidiano Haaretz ha riferito che l'assassinio di Arafat è stata discusso oltre un anno fa, dopo che un kamikaze palestinese si era fatto esplodere in un albergo di Natanya (Tel Aviv) uccidendo una trentina di persone.



  24 giugno 2003