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a cura di G.C. - 23 giugno 2003
Immigrazione, la Lega insiste "Pisanu se ne deve andare"
Redazione de la Repubblica
ROMA - Pisanu se ne deve andare. Roberto Calderoli, "colonnello" leghista e vicepresidente del Senato, lo dice senza mezzi termini. E con ciò boccia anche il dibattito sull'immigrazione in Parlamento. Perché "non ha alcun senso" ed è stato già fatto "ai tempi dell'approvazione della Bossi-Fini".
L'offensiva del Carroccio contro il ministro degli Interni continua. Altro che le "bocce ferme" che il premier Berlusconi aveva chiesto a Bossi in attesa della verifica di governo. Le parole, al contrario, si fanno sempre più pesanti. E quelle pronunciate oggi da Calderoli sono assai esplicite.
"Non ha alcun senso - dice - fare un dibattito alla Camera sull'immigrazione, visto che si è già tenuto in occasione della discussione della legge Bossi-Fini, legge che dovrebbe esprimere il comune sentire della Casa delle libertà sulla materia". E ancora: "Ora ci vogliono i fatti, cioè applicare fino in fondo una legge che prevede l'ingresso di un extracomunitario solo in possesso di un contratto di lavoro, l'espulsione degli irregolari presenti e il respingimento, con le buone o le cattive, di coloro che cercano di entrare irregolarmente nel Paese". Da ciò discende quello che suona nemmeno più come un ultimatum, ma come un vero e proprio benservito al titolare del Viminale: "Vista la scarsa disponibilità mostrata fino ad oggi dal ministro competente ad applicare alla lettera la legge Bossi-Fini non resta altro da fare che sostituirlo".
In alternativa, come già la Lega non ha mancato di far sapere agli interessati, c'è solo la nomina di un commissario straordinario che, di fatto, esautorerebbe Pisanu: "Altrimenti - spiega infatti Calderoli - ci vuole un commissario con ampi poteri che faccia tutto quello che il ministro non ha avuto il coraggio di fare".
Troppo
Jena su il Manifesto
Se uno come Borghezio può entrare in un centro di prima accoglienza e uscirne vivo, dimostra che gli immigrati sono gente civile. Troppo civile.
Il ministro si sente forte e chiede più mezzi
Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera
ROMA - La sortita del leghista Calderoli non gli ha rovinato la domenica. "Ogni aiuola dà i frutti che può dare", ha commentato con ironia il ministro Giuseppe Pisanu di fronte all'ennesima richiesta di dimissioni. E parlando con i suoi collaboratori, che lo attendevano a Napoli per partecipare alla festa dei Vigili del Fuoco, è stato ancora più esplicito, ribadendo di non essere disposto a tollerare oltre né gli attacchi della Lega né l'ostruzionismo del titolare del Tesoro, Giulio Tremonti. Che i due membri del governo siano ormai ai ferri corti non è un mistero. "Dicono che la politica sull'immigrazione non funziona - si è sfogato Pisanu - ma senza i soldi quello che si sta facendo è anche troppo".
La resa dei conti, spiegano al Viminale, potrebbe arrivare durante la riunione dei capigruppo della maggioranza convocata per domani dal presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. All'ordine del giorno c'è infatti la discussione della richiesta di un dibattito parlamentare sull'immigrazione presentata dai Ds. L'intenzione è far uscire allo scoperto la Lega obbligandola a confermare in Parlamento quegli attacchi al ministro che si ripetono ormai da giorni, oppure a rimangiarsi una posizione che sta provocando profondi contrasti con il resto della coalizione.
E' una strategia sottile e molto delicata quella condotta in queste ore dal titolare dell'Interno e dai suoi alleati più fedeli. Una trattativa che passa naturalmente da Palazzo Chigi, con l'appoggio convinto dei leader di Alleanza nazionale e dei centristi. A tutti Pisanu ha espresso il suo pensiero: "La battaglia contro i trafficanti di uomini sarà dura e decisa, ma senza mettere a rischio la vita delle persone". Sorride quando Bossi parla di "cannonate contro gli immigrati", ma non si diverte affatto. "L'Italia - ripete - non verrà meno agli obblighi di assistenza e di soccorso nei confronti di chi si trova in difficoltà".
L'appoggio che gli arriva dalle forze di maggioranza e persino da quelle di opposizione lo convince a continuare per la strada già intrapresa. E a ritenere che un dibattito parlamentare possa servire "per stanare definitivamente i leader del Carroccio". Ma, dicono i suoi fedelissimi, questa non è una decisione che spetta al ministro: "Se il Parlamento lo chiamerà, lui è pronto a illustrare la sua politica e i risultati sin qui ottenuti". Ieri sera Berlusconi ha frenato sull'ipotesi di una discussione in Aula e al Viminale ora si attendono le reazioni delle altre forze che compongono la coalizione.
La delusione di Bossi e la sindrome del '94
Claudio Rizza su il Messaggero
Mettersi nei panni di Bossi non è operazione facile. Ma se, per qualche attimo, si vuole provare il brivido, ecco che allora molte cose rischiano d'apparire più chiare. La prima domanda da porsi è automatica: perché il Senatùr minaccia sfracelli, facendo ripiombare il governo in quel clima plumbeo del 1994, quando il capo della Lega mandò all'aria il Berlusconi I?
Per comprendere ciò che frulla nella testa dell'Umberto padano bisogna fare un passo indietro con la memoria. Due anni fa, prima delle elezioni politiche, la Lega era ridotta al lumicino. Le sue percentuali nordiste del 20% e più erano già pallido ricordo, lo sgretolamento dell'elettorato leghista aveva dimagrito le truppe e i consensi. Ma l'utilità marginale restava alta: per vincere nei collegi del Nord il Cavaliere sapeva d'aver bisogno delle falangi bossiane. Trattò, strinse un patto di ferro aiutato da Tremonti, concesse ai leghisti un pingue numero di collegi e si assicurò la vittoria finale. Fece, insomma, quello che all'Ulivo non riuscì con Bertinotti e Di Pietro, e si assicurò una delle più ampie maggioranze della storia della Repubblica.
Ora sempre restando nei verdi panni di Bossi si può tentare di fare il punto. Quanto vale la Lega dopo due anni di governo? E' certamente quello che si sta chiedendo il Senatùr da quando si sono chiuse le urne delle amministrative. Che il suo rischio fosse alto l'aveva capito benissimo, da quel volpone che è. Non a caso la Lega aveva deciso di andare da sola al voto, per contarsi e per costringere gli alleati a dimostrarle fiducia. Per un mese ha tambureggiato la maggioranza, alzando i toni e la sfida: tecnica ipercollaudata, quando si vuole galvanizzare il proprio elettorato e costringerlo a mobilitarsi. Gli alleati prevedevano, con saggio distacco: "Dopo il voto, vedrete, Umberto si calmerà".
E infatti. Ma perché Bossi avrebbe dovuto calmarsi? Le elezioni dimostrano che la forza del Carroccio è rimasta invariata. Cioè bassa. Anzi, più che forza si dovrebbe parlare di debolezza. In molte città ha confermato il dato delle politiche, sempre inferiore al 10%, ma avendo messo in campo candidati sindaci e ministri. Il che rende la performance più negativa. Ha trionfato solo a Treviso, dove l'effetto Gentilini è l'unico a reggere all'usura del tempo. Il personaggio, prototipo del leghismo più spinto, rischia persino di fare ombra al suo padrino politico. Lui, Gentilini, è l'unico vincitore. Bossi reagisce invece come un vinto.
Ma non ha torto. Di cosa dovrebbe essere contento? Dei risultati elettorali no di certo, anche se la sua utilità marginale resta intatta. Sui clandestini tutti gli stanno dando contro, Pera, Casini, Pisanu, An e centristi. Persino Fassino fa grandi aperture al governo, dicendosi pronto al dialogo (caso più unico che raro in questi mesi di scontro totale tra maggioranza e opposizione), naturalmente prevedendo una emarginazione delle tesi leghiste. E con questo aggravando ancora di più la tensione nella maggioranza in vista della verifica. Sulla devolution altro tema sul quale il leader ha lanciato l'ultimatum a Berlusconi lo schieramento che vuole frenare il Carroccio è identico. Sulle pensioni la questione è più complicata, ma vede sempre la Lega in rotta di collisione con buona parte della coalizione. L'asse Bossi-Tremonti è sotto tiro, An e Udc li aspettano al varco della verifica. Incombe anche il dibattito parlamentare sull'immigrazione, cosa che alla Lega non va giù. E' allora così strano che Bossi dica davanti alle telecamere, alludendo al premier senza ritegno: "Di impotenza si muore"? E anche: "Noi a restare al governo ci perdiamo". Che poi tutto questo si traduca in un nuovo 1994 è da vedere.
Ciampi boccia la legge sulle tv "È incostituzionale, non la firmo"
Massimo Giannini su la Repubblica
"Altro che Lodo, il vero problema è la legge sulle televisioni...". Mentre l'attenzione dei partiti e dell'opinione pubblica si concentra sulla firma concessa dal presidente della Repubblica al provvedimento di sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato, sulle scrivanie del Quirinale c'è un'altra legge alla quale il Capo dello Stato è pronto a negare la sua firma. E' la riforma Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo. Il testo originario presentato dal ministro (al contrario del Lodo Schifani) è "manifestamente incostituzionale". Viola i principi del pluralismo. Se il Parlamento non lo emenderà, rispettando le sentenze della Consulta, stavolta Ciampi non lo promulgherà. E lo rinvierà alle Camere, aprendo un delicato conflitto politico-istituzionale.
Per Berlusconi il "core business" dell'etere è non meno importante delle sue vicende giudiziarie. Qui in ballo c'è l'integrità del suo impero mediatico, che rischia di perdere una delle sue ammiraglie, Retequattro. "Quella legge va cambiata. Se passa nella formulazione originaria io non la firmo...". Ciampi lo ripete da giorni, a tutti gli interlocutori che sono andati a trovarlo sul Colle, anche nei momenti più roventi del dibattito sulla giustizia. La sua sembra un'impuntatura, o secondo alcuni una rivincita postuma che si prenderebbe nei confronti del Cavaliere, dopo avergli concesso il "salvacondotto" al processo Sme.
Le cose stanno diversamente. Il Capo dello Stato ha segnalato da tempo il problema, al governo. Ne ha discusso riservatamente con i leader della maggioranza e dell'opposizione. Ma ora il nodo arriva al pettine. A metà di questa settimana, la riforma Gasparri riprende il suo cammino al Senato, in Commissione lavori pubblici. E il primo punto all'ordine del giorni sarà quello cruciale: si discuteranno e si voteranno gli emendamenti all'articolo 15, quello che riguarda i limiti antitrust ai titolari di concessioni radiotelevisive. E' il tema che tocca il portafoglio di Mediaset, e quindi quello che sta più a cuore al premier.
Il testo originario presentato dal ministro delle Comunicazioni prevede, all'articolo 12, un generico "divieto di cumulo dei programmi televisivi e radiofonici": uno stesso concessionario, secondo questa norma "non può essere titolare di autorizzazioni che consentano di diffondere più del 20% dei programmi televisivi". Questo limite è formalmente compatibile con i vincoli antitrust fissati dalla legge 249 del 1997. Ma sostanzialmente li aggira, applicando il tetto non più a un parametro certo e quantificabile, ma alle "risorse complessive del settore integrato delle comunicazioni".
Una scelta che serve a tutelare i privilegi attuali e dunque a perpetuare i guasti del conflitto di interessi, come hanno scritto diversi costituzionalisti interpellati dal Colle, a partire da Alessandro Pace: "Il divieto di posizione dominante è fissato al 20% delle risorse complessive, ma gli 'ingredienti' che compongono il sistema sono tali e tanti che in sostanza il divieto è divenuto di più difficile applicazione: Retequattro e Telepiù nero continueranno ad utilizzare le frequenze terrestri; sono caduti tutti i limiti per l'acquisizione di quotidiani da parte di Mediaset. A parte ogni altra questione il disegno di legge è favorevole al mantenimento dello status quo...".
Durante il dibattito alla Camera, l'Ulivo è riuscito a fare un blitz, approfittando di uno dei tanti momenti di distrazione del Polo. Un emendamento del diessino Giulietti ha cambiato la norma. Ne è uscito fuori il nuovo articolo 15, che ripristina il rispetto dei principi della legge 249/97 e prevede che "in nessun caso un soggetto privato può essere destinatario di più di due concessioni televisive in tecnica analogica". Se la legge passasse così, il Cavaliere dovrebbe vendere Retequattro (o trasferirla su satellite) come gli impongono da quasi quindici anni le leggi e la giurisprudenza costituzionale.
Se la legge passasse così, Ciampi la firmerebbe, perché verrebbe ripristinato il rispetto dei principi del "pluralismo esterno" fino ad oggi violati, in un Far West dell'etere nel quale l'unico a guadagnarci è stato il presidente del Consiglio. Ma quasi sicuramente la legge non passerà così. "La ricambieremo al Senato", ha annunciato Gasparri, e con lui i plenipotenziari del premier nel settore televisivo.
E ora che la legge è effettivamente arrivata al Senato per la seconda lettura, e la Commissione lavori pubblici ha approvato gli articoli da 1 a 9 più l'articolo 13, governo e maggioranza confermano: "Ripristineremo il testo originario". Mediaset non molla, Berlusconi non può darla vinta all'opposizione. E' convinto di avere dalla sua gli italiani, e continua a "usare" strumentalmente la vittoria ai referendum del '96: come sempre, per un "populista mediatico" l'investitura popolare conta più dei tribunali, delle leggi e della Costituzione.
Ma stavolta, su questo nuovo tentativo di piegare le regole, il Quirinale è pronto a sbarrargli la strada. Ciampi ha fatto del "ritorno alla Costituzione", sul fronte televisivo, uno dei tratti salienti del suo settennato. Il 23 luglio 2002 ha trasmesso il suo primo e unico messaggio alle Camere, per sollecitare l'immediato recupero dei principi costituzionali del "pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione". Mai messaggio presidenziale è stato più snobbato.
Il Capo dello Stato ha già esperito i suoi tentativi, con la formula consueta della "moral suasion", per convincere il Polo a cambiare il testo. A questo punto tutto è nelle mani del premier. Se vuole andare a una nuova sfida, può farlo. Ma stavolta deve sapere che il Colle sarà il suo Rubicone. Il Lodo Schifani "non è un problema" perché non era "manifestamente incostituzionale". Al contrario, la legge Gasparri "è un grosso problema" perché è "palesemente incostituzionale" e deve essere modificata. In caso contrario tornerà in Parlamento. E stavolta "senza la mia firma": più che una promessa, quella di Ciampi è una minaccia.
Governo, dopo 2 anni cala la popolarità
Ma a Berlusconi resta la maggioranza
Redazione del Corriere della Sera
Sono passati grossomodo due anni dall'insediamento del governo Berlusconi. Ed è inevitabile, quasi obbligatorio, stilare un bilancio. Dal punto di vista degli atteggiamenti e degli orientamenti degli elettori, esso appare per molti versi contraddittorio e, specialmente, passibile di sviluppi in direzioni assai diverse. Da un verso, a due anni di distanza, la coalizione guidata dal Cavaliere sembra mantenere comunque la maggioranza dei consensi "virtuali", rilevati cioè tramite sondaggi e non attraverso elezioni vere. Anche se, negli ultimi mesi, questo vantaggio è apparso, secondo le rilevazioni della maggioranza degli istituti di ricerca, erodersi in qualche misura, specie nell'ambito del voto per il maggioritario.
Se si analizzano anche altri indicatori di popolarità, il quadro si fa più preciso e, al tempo stesso, più articolato. Ad esempio, per ciò che concerne il trend delle espressioni di approvazione per l'operato del governo, emerge una crescita notevole subito dopo l'insediamento dell'esecutivo e un successivo andamento tendenzialmente decrescente. Il motivo sta nell'accumularsi delle aspettative nei primi mesi dell'attività del governo, anche in relazione agli impegni presi nella campagna elettorale, e ad un progressivo senso di delusione sviluppatosi successivamente. Era forse scontato che la diminuzione di consensi si manifestasse, com'era accaduto in passato per gli altri governi, principalmente tra gli elettori dell'opposizione. Una parte dei quali, specie coloro che si collocano al centro (ad esempio, un settore dei votanti per la Margherita), aveva peraltro espresso inizialmente un giudizio positivo sull'attività del governo, legato soprattutto alle aspettative di sviluppo economico, che però è andato notevolmente scemando nel tempo.
Meno consueto è invece il fatto che la diminuzione di consenso sull'operato dell'esecutivo si sia manifestata anche nell'elettorato dei partiti che lo sostengono. In misura ovviamente diversa in relazione alle varie forze politiche e, com'era prevedibile, assai più consistente tra i votanti per la Lega Nord. Tanto che appare decrescente perfino l'entità del consenso espresso personalmente verso Berlusconi, ma, anche in questo caso, il 68 per cento dei leghisti conserva comunque un giudizio positivo.
Il fatto significativo è che il disagio appare presente anche all'interno dei votanti per il partito del Cavaliere, Forza Italia. Ove, beninteso, la grandissima maggioranza degli elettori continua a valutare positivamente l'operato del suo leader. Ma ove, al tempo stesso, questo supporto è andato comunque diminuendo rispetto ad un anno fa.
Quali sono i motivi di questo trend poco soddisfacente per l'esecutivo? Lo si può evincere in qualche misura dagli esiti dell'ultima rilevazione sulle "questioni più importanti che il governo deve affrontare in questo momento". Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, esse riguardano principalmente le tematiche del lavoro e dell'economia. E non le vicende giudiziarie del Cavaliere (che paiono interessare solo una quota minoritaria di elettorato), né la questione del conflitto di interessi, che è citata solo da chi è già orientato al centrosinistra e non pare invece toccare gli elettori del centrodestra né far parte, di conseguenza, delle ragioni del disagio rilevato tra questi ultimi.
Viceversa, emerge anche da altre ricerche come la ragione principale della perdita di consenso per Berlusconi e i suoi alleati risieda (secondo la percezione soggettiva - che è però quella che determina poi il consenso elettorale - dell'elettorato, compresa buona parte di quanti lo hanno votato due anni fa) proprio nella mancata realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Tra le quali appaiono particolarmente importanti - e prioritarie agli occhi degli elettori - quelle relative al rilancio dell'economia e, in particolare, alla diminuzione della pressione fiscale.
Proprio questo stato di cose rende plausibile l'ipotesi che il trend rilevato sin qui possa assumere in futuro andamenti anche opposti tra loro. Alle prossime elezioni politiche mancano, si sa, ancora diversi anni. Se in questo lasso di tempo il governo riesce a far percepire agli elettori un rilancio dell'economia e una diminuzione della pressione fiscale, è ragionevole supporre che esso possa riconquistare i consensi perduti e, forse, acquisirne anche qualcuno nel centrosinistra. Se questo non accadrà, si può sostenere che la probabilità di una sconfitta elettorale si accresca notevolmente.
Il buon piazzista
Alessandro Robecchi su il Manifesto
Dei tre grandi venditori televisivi del Paese, uno solo l'ha fatta franca. Wanna Marchi aspetta il processo (imminente) e Roberto Da Crema, detto Baffo, langue nelle patrie galere. Silvio Berlusconi, invece, si appresta all'immersione nella presidenza italiana del semestre europeo, una cosa così importante e prestigiosa che davanti ad essa anche la Giustizia si è dovuta inchinare. La legge non solo non è uguale per tutti (non scherziamo), ma non è uguale nemmeno per i piazzisti della tivù. Come ha detto lo stesso Silvio, la legge per lui è "più uguale". Un colto rimando a un classico di Orwell (La fattoria degli animali) da sempre considerato un testo anticomunista: peccato che nel furore della citazione il colto signore di Arcore non si sia accorto di paragonarsi proprio ai maiali comunisti della fattoria, che forniscono la morale alla favola orwelliana. Pazienza, sarà stato frainteso, come gli capita (spesso) ogni volta che dice una cazzata. Ma torniamo ai piazzisti della tivù. La cara vecchia Wanna (capito!?) faceva parte di una scombiccherata associazione di gente che dava i numeri del lotto e minacciava i creduloni con trucchi abbastanza peregrini. "Il sale non si è sciolto? Oh, signora mia, che disgrazie in arrivo! Se vuole le togliamo il malocchio alla modica cifra di...".
Per Silvio è stato più facile: dalla televisione proponeva di toglierlo direttamente lui, il malocchio al Paese. In caso contrario sarebbe arrivato nientemeno che il Comunismo a tirare i piedi, di notte, ai poveri italiani. Quelli, manco a dirlo, accettarono la proposta. Il grande Baffo, invece, quello che vendeva le pentole urlando, mostrava di aver capito la lezione berlusconiana, o almeno di essere al passo coi tempi. Raccontano le cronache che nelle telefonate dei suoi coimputati ricorresse la frase soave e tranquillizzante: "Tanto il falso in bilancio non c'è più".
Ecco un regalo di Silvio al Paese. Questo sì dovrebbe entrare un giorno nei temi di maturità. Ma veniamo ai prodotti. Di norma l'indignazione contro il piazzista televisivo si scatena quando si riceve la merce. I numeri che ti fanno perdere al lotto, per esempio, dopo che il mago te li ha garantiti vincenti, o l'anello di zaffiri che si rivela un collage di fondi di bottiglia. In questo il piazzista Silvio non è molto diverso dagli altri, l'unica differenza è che piazza la sua merce avariata anche a chi non ha comprato, cioè a tutti noi. Delle riforme vendute al paese con grande dispiego di televendite (da Bruno Vespa ai Tg, tutti fanno a gara per propagandare la merce di Silvio) non ce n'è una che si sia rivelata funzionante. La Bossi-Fini, per esempio, produce disastri umanitari (ai migranti il malocchio non glielo toglie nessuno), non garantisce manodopera a sufficienza ai padroni e imbizzarrisce la base della Lega. L'altra sòla del televenditore Silvio emerge in tutta la sua potenza a scoppio ritardato, e si chiama riforma del lavoro. Passata appena una settimana dai peana e dagli applausi padronal-liberisti (Hurrà! Siamo il Paese più flessibile d'Europa!) qualcuno si accorge, leggendo i regolamenti di attuazione, che i suddetti padroni dovranno assumere a tempo indeterminato un paio di milioni di co.co.co. Oppure licenziarli forever alla fine dell'anno, ricacciandoli nelle stive maleodoranti del lavoro nero. La Confindustria, che dal venditore Silvio (e dal suo mago padano Maroni do Nascimiento) ha comprato a piene mani, ora si accorge di aver preso un pacco storico: forse erano meglio i numeri del lotto. Come si vede, le affinità tra venditori televisivi sono notevoli. Ma le differenze anche, sono sotto gli occhi di tutti: la Wanna e il Baffo sono in galera, Silvio invece va a presiedere l'Europa dopo aver tanto bene presieduto l'Italia. E noi utenti? Ci ritroviamo senza tutele e senza garanzie. Non possiamo nemmeno rimandare indietro la merce, perché il Presidente Ciampi ha firmato la bolla di consegna per tutti noi. Qualcuno comincia a pensare che anche protestare non abbia molto senso. Non vorremmo un giorno ricevere la telefonata di Vito, o di Schifani: "Il sale non si è sciolto? Oh, signora mia che disgrazie in arrivo! Se vuole le tagliamo la pensione alla modica cifra di...".
L'esecuzione mirata di un capo di Hamas è un ostacolo alla pace Umberto De Giovannangeli su l'Unità
"Riteniamo questo tipo di attività dannoso: queste azioni non hanno aiutato la pace prima, e non aiuteranno la pace adesso...Mi rammarico che abbiamo avuto un incidente che potrebbe essere un ostacolo per andare avanti". Non usa mezzi termini Colin Powell per stigmatizzare l'uccisione da parte di un'unità speciale israeliana di Abdallah Qawasmeh, capo militare di Hamas in Cisgiordania, avvenuta l'altra notte a Hebron. La critica del segretario di Stato Usa è condivisa dagli altri partner del "Quartetto" - Ue, Onu, Russia - riunitisi ieri a Shune (Giordania) per fare il punto dell'attuazione della "road map". "Il Quartetto esprime profonda inquietudine per le operazioni militari israeliane che provocano la morte di palestinesi innocenti e altri civili", recita il comunicato finale diffuso dal gruppo dei quattro al termine di una loro riunione nell'ambito della Conferenza del Forum economico mondiale in corso di svolgimento sulla sponda giordana del Mar Morto. A leggere il comunicato è il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che di suo aggiunge: "Le azioni militari israeliane risultanti nelle uccisioni di civili palestinesi non incrementano la sicurezza e minacciano la fiducia e le prospettive di cooperazione".
Le critiche del Quartetto non scalfiscono la sicurezza di Ariel Sharon. Nella seduta domenicale del governo, il premier israeliano ha elogiato il comportamento degli uomini di Yamam (una delle unità antiterrorismo): "La sua uccisione - afferma Sharon - contribuirà di certo alla sicurezza dei cittadini israeliani". Il premier aggiunge che Israele continuerà ad agire contro quanti praticano l'Intifada armata. E tra questi c'era Abdallah Qawasmeh, 40 anni, padre di sei figli, indicato come il comandante militare di Hamas in Cisgiordania. A Qawasmeh i servizi segreti israeliani attribuiscono l'organizzazione logistica e la personale confezione degli ordigni che hanno insanguinato Gerusalemme nelle ultime settimane. Era stata firmata da lui - secondo Israele - anche la strage di undici giorni fa, in cui 18 passeggeri di un autobus furono orrendamente dilaniati. "Era un serial killer, responsabile di attentati che sono costati la vita a 35 israeliani e hanno causato il ferimento di 145 persone", sottolinea una fonte vicina al premier israeliano, secondo la quale Qawasmeh "non è stato eliminato, bensì ucciso nel momento in cui un'unità di élite israeliana tentava di arrestarlo ed egli ha aperto il fuoco".
Con la stessa fermezza con cui giustifica l'"eliminazione mirata" del capo militare di Hamas a Hebron, Israele rigetta le critiche del Quartetto. "Respingiamo tali critiche - sottolinea ancora la fonte- . In particolare gli europei dovrebbero sapere che il terrorismo provoca ugualmente vittime innocenti da parte israeliana e farebbero meglio ad esercitare pressioni sull'Autorità palestinese affinché si decida a lottare contro il terrorismo". Una cosa è certa, dice a l'Unità Avi Pazner, portavoce del premier, già ambasciatore a Roma: "Fino a quando il governo palestinese non prenderà in mano la guerra contro il terrorismo, passando dalle parole ai fatti, saremo costretti ad agire per difendere la vita degli israeliani".
Una vita minacciata dagli irriducibili dell'Intifada armata. E a Sharon che si dice persuaso che la scomparsa del "pericolo terrorista" contribuirà a rendere più sicure le strade d'Israele, replica prontamente Abdel Aziz Rantisi, il numero due del movimento integralista: Hamas, afferma, si sente più che mai impegnato a vendicare il compagno di lotta "assassinato dai terroristi israeliani". Intervenendo in un sito internet islamico, Rantisi ha poi attaccato l'Europa "la cui mentalità - denuncia - non sembra essere mutata dai tempi delle Crociate". Ad indignarlo è stata la richiesta a Hamas di cessare gli attentati terroristici: "Le possibili ritorsioni economiche - afferma Rantisi - non ci fanno paura. Con l'aiuto di Allah - conclude - le donazioni al nostro Movimento cresceranno comunque".
23 giugno 2003