
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 21 giugno 2003
Affonda la nave dei clandestini
Almeno 12 morti e 197 dispersi nel naufragio al largo della Tunisia. Erano diretti in Italia.
brevissime del Corriere
Almeno 12 morti e 197 dispersi nella nuova tragedia dell'immigrazione: una nave di clandestini diretti in Italia è naufragata al largo della Tunisia, solo 41 persone si sono salvate grazie all'allarme lanciato da un peschereccio. La base di partenza. Il porto di el-Kantaoui, in una delle zone più belle della Tunisia, è la nuova base di boss e scafisti pronti a traghettare in Italia centinaia di persone.
Lampedusa. Ancora emergenza nell'isola siciliana, dove ieri cento persone sono state salvate dal naufragio grazie all'intervento della Marina.
Berlusconi. «L'immigrazione è un problema europeo - dice il premier a Salonicco -. Lo risolveremo, ma l'Unione deve investire più fondi».
Lega all'attacco. Il capogruppo leghista alla Camera, Alessandro Cè, alza i toni e minaccia lo strappo con il governo: «Da oggi avremo le mani libere». Poi Bossi frena: «Ho stima per Cè, ma decido io».
Dal Colle semaforo verde
Ciampi ha già firmato la legge che sospende il processo contro Berlusconi. Ma stavolta sul Quirinale piovono critiche.
Andrea Colombo su il Manifesto
ROMA - Fulmineo come i parlamentari che la hanno varata in tempi record, Carlo Azeglio Ciampi ha firmato ieri la legge che sospende i processi a carico delle alte cariche dello stato. Il testo è già stato inviato al ministro della Giustizia Castelli per la necessaria controfirma la legge. Sarà pubblicato oggi sulla Gazzetta ufficiale, ed entrerà in vigore a mezzanotte. In questo caso, infatti, è stata sospesa anche la norma abituale, che prevede una pausa 15 di giorni tra la pubblicazione e l'entrata in vigore dei provvedimenti. Il lodo Maccanico sarà legge prima dell'udienza del processo Sme fissata per mercoledì 25 giugno. Silvio Berlusconi può tirare il meritato sospiro di sollievo. Il suo «calvario» è finito. Con la sua corsa, Ciampi ha dimostrato di non voler dare alcun ascolto alle centinaia di e-mail con le quali i girotondini hanno bersagliato il sito del Quirinale, ai giuristi che con un appello gli avevano chiesto di non lasciar passare una legge palesemente incostituzionale, all'opposizione che pure aveva impugnato l'incostituzionalità del testo.
Non che le pressioni del centrosinistra siano state per la verità troppo convinte. Nessuno meglio dei leader ulivisti sapeva infatti quanto improbabile fosse un ripensamento da parte di chi ha sempre sostenuto la necessità di varare l'immunità in tempo utile per salvaguardare il semsetre di presidenza italiana della Ue, invocando anzi il sì dell'opposizione.
Proprio questo obiettivo, sempre sottolineato con forza dal Colle, è contestato dalle molte voci che criticano Carlo Azeglio Ciampi. Per giustificare uno strappo costituzionale di questa portata, affermano, non si può invocare una scadenza di scarsa importanza e tutto sommato di routine. La risposta di Ciampi è arrivata ieri. «Il prossimo semestre di presidenza europea - ha ribattuto il capo dello stato rivolgendosi implicitamente ai critici - è diverso dagli altri: le decisioni dei prossimi mesi incideranno in maniera durevole sulla vita di generazioni di europei». Non lo si può liquidare, afferma insomma il presidente, come ordinaria amministrazione.
Gli appunti sull'importanza del semestre costituiscono una critica politica, pertanto, come sempre in questi casi, discutibile. Quelli sull'incostituzionalità della legge colpiscono più a fondo, essendo il capo dello stato chiamato prima di tutto proprio a garantire il rispetto della Carta. Il presidente conta però sui costituzionalisti di fiducia del Colle, convinti, a differenza di moltissimi loro colleghi, che la norma che sottrae ai processi i vertici dello stato non imponesse affatto una modifica costituzionale e potesse tranquillamente essere varata con il procedimento ordinario.
E adesso?
Furio Colombo su l'Unità
Il presidente ha firmato. A noi tutto ciò sembra tragico. Il grande rispetto che portiamo alla sua persona e al suo ufficio ci impedisce di fare finta di niente.
Noi non abbiamo mai creduto all'idea di relegare un uomo con la vita, il passato e la reputazione di Ciampi, nel ruolo di un totem remoto ed estraneo al dramma di vivere in questi giorni, in questo Paese, una figura cerimoniale isolata dallo sventolio delle bandierine, dalle bande che suonano gli inni e da impenetrabili mura di frasi fatte. Noi insistiamo nel considerarlo simbolo dell'unità del Paese, della Costituzione e di tutti i cittadini. Dunque anche di coloro che in questo momento sostano senza fiato e senza parola accanto allo spettacolo della Costituzione mutilata. È stato amputato il principio «La legge è uguale per tutti». Resta una grande amarezza e molte domande.
Il problema è: che fare adesso.
Infatti il momento in cui viviamo può essere riassunto così. Primo, è stata violata la Costituzione. Come dicono tutti i giuristi italiani (si conosce soltanto il nome di un giurista che dissente) è stata violata in modo indiscutibile e in modo grave. Non è una accusa, è una constatazione. Secondo, la maggioranza alla Camera e al Senato viene usata come una sorta di protesi personale del primo ministro. Non parla, non ascolta, esegue in qualunque caso e a qualunque prezzo di immagine e di decenza. E questo purtroppo vale per tutti, anche per coloro che, personalmente, meritano rispetto e stima. Quando si tratta di ubbidire, ubbidiscono. E se violano la Costituzione pazienza, benché per alcuni (i ministri) si tratti della violazione di un giuramento.
Terzo, il nero profondo del provvedimento è nel fatto che esenta per sempre qualcuno dal rispondere dei propri reati. È bene porre l'accento su quel «per sempre». È chiaro che intorno a Berlusconi non sapremo mai che cosa aveva da dire e da dimostrare la pm Boccassini. Se fossero state storie facilmente smontabili, accuse «manifestamente infondate» come dice il premier, gli accusati non avrebbero mobilitato e manomesso tutte le istituzioni di un Paese teoricamente definito «democrazia», per impedirlo. Solo alcuni leader africani, in paesi tormentati dalla violenza e dal disordine, riescono a tanto, e non sempre. Non con una garanzia di esenzione perenne valida per ogni reato e di fronte ad ogni tribunale. È bene fare attenzione alla immunità perenne. Non è soltanto il punto più grave della incostituzionalità di questa legge, è anche una violazione di qualunque principio, a partire dal diritto romano. Non esiste nei codici la «prestazione dovuta per sempre».
Quarto, lo scandalo nazionale giustificato con l'impellente necessità di impedire uno scandalo europeo (il presidente del Consiglio d'Europa implicato in un processo) diventa fatalmente e irrevocabilmente uno scandalo internazionale. Ciò che avrebbe occupato lo spazio dei giorni di udienza, occuperà ogni giorno del semestre europeo, per buone e per cattive ragioni. Infatti ciò che è accaduto a favore di Berlusconi è estraneo alla democrazia e le altre democrazie non lo dimenticheranno neppure per un giorno. Ma chi vorrà avvelenare i rapporti con l'Italia e denigrarne l'immagine per qualsiasi ragione avrà una clamorosa ragione per farlo.
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Non so chi ha inventato la frase che torna e ritorna e che dice: «non bisogna tirare per la giacchetta il presidente». La più alta istituzione dello Stato non è la dea Khalì che, vendicativa e intollerante (in quanto dea della distruzione) non ama essere coinvolta negli eventi della Storia. È un punto di riferimento caldo e caro ai cittadini, che in questa istituzione hanno, fin dal ritorno della democrazia italiana, una fiducia istintiva, praticamente ininterrotta nei decenni. Si può capire e anzi approvare la decisione dei partiti di opposizione di non farsene mai uno scudo. Istituzionalmente è un dovere.
Ma i cittadini? Se una parte di essi si sente spinta con brutalità fuori dal processo democratico, privata di informazioni libere, assediata da accurata censura televisiva da un lato, e dall'altro dal fiato sempre più pesante di un politico immensamente ricco che possiede e controlla televisioni e giornali, verso chi i cittadini dovrebbero rivolgere lo sguardo? In un Paese in cui persino gli esami di Stato sono inquinati da propaganda politica a favore del re dei conflitti di interessi, in cui i giudici sono insultati ogni giorno (e scrupolosamente perseguitati anche dal ministro della Giustizia) e si viene meno persino alla decenza formale quando un ministro della Repubblica invoca cannonate sugli immigrati e un altro esplicitamente chiede baionette contro «il pericoloso esercito degli inermi» (e non si vergogna di ricordare per l'occasione i Caduti del Piave) a chi dovrebbero rivolgere sguardo e speranza gli italiani? Chi fa da tutore e da notaio di coloro che non chiedono niente per sé, niente per la propria parte, ma solo rispetto della Costituzione, della separazione dei poteri, della libertà di informazione, coloro che ripetono, cioè, frasi, interventi, parole dette, in circostanze di volta in volta diverse, ma inequivocabilmente simili, dal presidente della Repubblica?
Processo Sme, ultime mosse di Previti
Aspettando il patteggiamento. Assalto alla procura. Solo pochi minuti sui movimenti illeciti di denaro: «Gli imputati non sanno spiegarli, ma questo non basta per condannarli»
Francesco Catanzaro su il Manifesto
MILANO - La gestione di Stefania Ariosto, l'intercettazione al Bar Mandara, il fascicolo 9520. Stessa musica, ma anche stesse parole: gli ormai troppo noti capricci di Cesare Previti suonano come un ritornello nell'arringa di Giorgio Perroni, difensore del parlamentare al processo Sme. Un ritornello che, alle orecchie di chi ascolta, più che di un'arringa difensiva, ha il suono di un'invettiva contro la Procura di Milano. Anzi, è durissimo l'attacco che il legale, nell'aula della prima sezione penale, lancia alle indagini condotte dai pm del pool milanese. È soprattutto su Ilda Boccassini che Perroni punta il dito. Proprio lei, che aveva concluso la propria requisitoria invocando «lo stato di diritto come baluardo di democrazia», è stata, nell'ottica del difensore di Previti, la prima a eluderlo.
Se il suo attacco alla Procura dura più di un'ora e mezza, quando al legale tocca spiegare i passaggi di danaro tra gli imputati ci vogliono meno di 20 minuti. «Questo è un processo indiziario: un passaggio di denaro non è indizio di corruzione, neppure se gli imputati non lo hanno saputo spiegare dettagliatamente», afferma Perroni. Un ragionamento, questo, che si basa su quello che lui stesso definisce «un sillogismo»: «Dimostrare la falsità della dichiarazione di un imputato - dice l'avvocato, memore degli ultimi interrogatori del suo assistito Previti - non significa necessariamente dimostrare la veridicità della versione del pm».
Nelle intenzioni di Perroni, l'arringa non doveva cominciare. Non è un caso che il suo collega Alessandro Sammarco abbia chiesto ai giudici un altro rinvio. Il motivo? Attendere un eventuale interrogatorio di Silvio Berlusconi, non in veste di imputato ma di testimone. Che come tale può essere sentito anche al di fuori della sede istituzionale (lo prevede il codice), e dunque a palazzo Chigi, come richiesto dallo stesso presidente del consiglio al termine delle dichiarazioni spontanee del 17 giugno. Si tratterebbe di un interrogatorio - spiega il legale - molto importante per le difese.
Ma anche se questo ennesimo tentativo di rinvio viene rigettato in breve tempo, non si sa quando la difesa Previti potrà concludere l'arringa cominciata ieri. Sul processo, si allunga infatti lo spettro del patteggiamento allargato, normativa già approvata che entrerà in vigore il 29 giugno. Basta che la faccia valere anche solo uno dei sette imputati per fermare tutto fino a ottobre inoltrato. Abbastanza per consentire a Previti e soci di escogitare qualche nuovo, inedito trucco.
Condono e aliquote «oneste»
lettera di Giulio Tremonti* al Corriere della Sera
Caro direttore, il «rimpatrio» dei capitali dall'estero, iniziato in Italia e pur se imperfetto, ha funzionato ed è stato replicato in molti altri Paesi. Il «condono» è facile da criticare, oggettivamente più difficile da difendere.
Il condono è stato fatto sui periodi fiscali ancora «aperti» (1996-2001). Per un'intera legislatura (1996-2001) il centrosinistra ha governato l'Italia. Lo ha fatto con una politica fiscale severa, caratterizzata da: «Contrasto senza tregua all'evasione fiscale»; «Mai più condoni!». Un arco di tempo - un'intera legislatura - che avrebbe dovuto essere sufficiente per portare il rapporto fiscale ad un'altissima intensità etica, per abbattere l'evasione fiscale. In realtà è stato l'opposto: evasione record, condono record. Nei termini che seguono.
Il gettito del condono è stato un gettito record. Dato che il gettito da condono non viene dal nulla, ma dall'evasione, ne derivano due conclusioni essenziali: nonostante la severità della politica fiscale fatta negli ultimi anni, a monte si era accumulata un'evasione record; sia pure in modo distorto, con il condono, gli evasori hanno pagato più imposte di quelle che avevano pagato prima o che avrebbero pagato comunque.
Più a fondo: per abbattere realmente l'evasione fiscale è necessario sfuggire tanto al moralismo degli annunci, quanto al fatalismo dei condoni. Prevenzione e repressione sono infatti necessarie, ma non sufficienti.
La vera e sola morale fiscale sono le aliquote: aliquote oneste, imponibili onesti.
Compatibilmente con i conti pubblici che abbiamo trovato, compatibilmente con la situazione economica che si è creata in Europa, è quello che faremo.
* ministro dell'Economia
«Alto rischio ambientale» Ma il ponte non si ferma
sommari de il Manifesto
Un via libera pieno di se e di ma quello che la commissione per la valutazione di impatto ambientale ha firmato ieri a favore della realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina. Gli esperti nominati dal governo infatti hanno detto sì ponendo un numero impressionante di prescrizioni e vincoli ai progettisti dell'opera faraonica che collegherà la Sicilia al continente: mancano gli studi geologici, sismici, tettonici, il monitoraggio ambientale e delle falde acquifere, la valutazione di inquinamento acustico. Manca perfino la previsione dei tempi e dei fondi necessari per la costruzione del collegamento ferroviario tra il ponte e la costa calabrese. A parte questo, il ponte si può fare, grazie alla legge Lunardi. Una decisione «politica», quella del via, che se non scontenta certo il governo o le regioni di centrodestra interessate, fa infuriare le organizzazioni ecologiste che lamentano la totale mancanza di certezze progettuali, ambientali ed economiche legate al ponte e minacciano di ricorrere al Tar. Nonostante tutto però il progetto va avanti a passo di carica. Si attendono ora le valutazioni del Cipe, chiamato a rispondere entro l'estate.
Schedature e impronte per tutti
A Salonicco l'immigrazione è un problema di sicurezza. Schedature per chi richiede asilo e dati biometrici su tutti i passaporti dell'Unione
A. M. M. su il Manifesto
SALONICCO - L'approccio della politica dell'immigrazione sotto il punto di vista della sicurezza avrà delle conseguenze anche per i cittadini dell'Unione: dalle conclusioni finali del Consiglio europeo risulta che anche i passaporti degli europei subiranno modifiche. Verrà introdotto un sistema di identificazione biometrica, che non riguarderà quindi solo più i visti - anche se questo aspetto sarà il primo ad entrare in vigore, il più presto possibile - ma pure i passaporti europei dei cittadini. Sarà questo uno degli argomenti principali del vertice Unione europea-Usa, che si svolgerà il 25 giugno a Washington: difatti, è su richiesta statunitense che l'Unione si appresta a cambiare i propri passaporti. Gli Usa, per ragioni di sicurezza, hanno deciso di imporre il visto a tutti coloro che non possiederanno dei passaporti che rispettino gli standard di sicurezza da loro fissati sotto la pressione dell'11 settembre. L'Unione europa stanzia 140 milioni di euro per questa «modernizzazione», che riguarderà la schedatura di tutti coloro che chiedono asilo, per evitare che le richieste si moltiplichino, ma anche per modificare i passaporti di tutti noi introducendovi dati biometrici. L'idea è di inserire nei passaporti una banda magnetica con dei dati della persona, anche biologici. C'è chi avrebbe voluto un chip, molto più invadente, ma - per il momento - l'idea è stata rimessa nel cassetto (sembra che nelle discussioni preliminari ci sia stato qualcuno che abbia fatto cenno all'idea di un chip da inserire sotto la pelle della persona). Nelle conclusioni viene affrontata la questione della «solidarietà» tra paesi membri, che nel caso dell'immigrazione significa che ci sarà una divisione del cosiddetto « fardello » - cioè i costi - che devono sopportare i paesi di confine esterno dell'Unione per ricacciare gli immigrati clandestini. Il Consiglio di Salonicco propugna la creazione di «nuovi meccanismi istituzionali, inclusa la possibile creazione di una struttura comunitaria operativa» per organizzare la cooperazione ai confini esterni e le espulsioni congiunte (i «charter» che raccolgono espulsi di più paesi). Ieri, mentre venivano scritte nero su bianco queste iniziative, già discusse tra i leader nella serata di giovedì, nessuno si è sognato di accennare alla nuova tragedia successa in giornata nel Mediterraneo, al largo della Tunisia, dove un battello di immigrati potenziali è affondato causando la morte certa di 12 persone, mentre 197 altre erano dichiarate disperse. La preoccupazione è invece di stabilire dei rapporti di «cooperazione» con i paesi di emigrazione, per controllare i flussi. Chi non collabora è velatamente minacciato di ritorsioni in campo economico. Dopo il bastone, la carota: chi collabora potrà partecipare al programma di cooperazione, dove sono stanziati 250 milioni di euro, per facilitare il rientro degli immigrati e la loro reinserzione nel paese d'origine.
Rivoluzione a mani nude
Igor Man su La Stampa
NOVE torce umane da Berna a Roma passando per Parigi: gli esuli iraniani che si riconoscono nei «Mujaidin del Popolo» si danno fuoco (come i bonzi del Vietnam) in segno di estrema protesta. Questo mentre, oramai da dieci giorni, a Teheran e in altre città dell'Iran, gli studenti invadono strade e piazze. Protestano. Ma attenzione: non esiste nessun legame fra la terribile teoria di torce umane e le dimostrazioni studentesche.
Gli iraniani che si dan fuoco ce l'hanno con la Francia: tre giorni fa la polizia francese ha fatto irruzione nella sede dei «Mujaidin del Popolo» fermando 165 di loro, compresa la pasionaria del movimento, Maryam Rajavi. Durante l'epica rivoluzione a mani nude che rovesciò lo Scià a furor di popolo, i patrioti dovettero faticare non poco per tenere a bada lo spontaneismo marxisteggiante dei «Mujaidin». Poco amati dalla popolazione, consumarono infine la rottura con Khomeini, riparando in Iraq dopo una serie di sanguinosi attentati. Nel settembre del 1980, quando improvvidamente Saddam Hussein, allora filo-occidentale, invase l'Iran, gli uomini di Massud Rajavi vennero considerati «nemici della Patria». Tali rimangono.
Gli studenti iraniani che protestano contro il regime «oscurantista, fuori del tempo», sono stati gli alfieri di quel vero e proprio plebiscito che ha portato alla Presidenza della Repubblica il moderato Khatami (nel 1997 e nel 2001), «il Gorbaciov persiano». Khomeini volle un Presidente della Repubblica eletto dal popolo, stabilendo, tuttavia, che tutto e tutti, nessuno escluso, dovessero uniformarsi alle direttive della suprema autorità: la Guida Spirituale. Morto Khomeini, la Guida divenne Khamenei, religioso di prestigio. Khamenei si è sempre opposto a qualsiasi «apertura», mettendo in riga il Presidente Rafsanjani e il suo successore, Mohammad Khatami, appunto. Dice: va bene la Guida Suprema ma un Presidente come Khatami, eletto con l'80 per cento dei suffragi, può tirar dritto. Invece no: ha dalla sua il popolo ma non gli strumenti per governare: la polizia, segreta e no, le forze armate, i pasdaran, le milizie rivoluzionarie, eccetera.
Chiarito che la protesta terribile dei «Mujaidin» non ha nessun legame con quella ostinata degli studenti, va detto che il destino degli iraniani è in grembo a Dabliù Bush. Apprezzando pubblicamente la protesta studentesca, addirittura «augurandosi» che rovesci un regime fabbricatore di una atomica non scientifica ma bellica, il Presidente Bush rischia di mettere in seria difficoltà Khatami.
Gruppo di «Feddayn» minaccia gli americani, duemila sciiti protestano contro l'occupazione
sommari de l'Unità
«Se vogliono che i loro soldati siano salvi, devono lasciare la nostra terra incontaminata». Il «Fronte Nazionale iracheno dei Feddayn», in un video trasmesso dalla televisione libanese Lbc, ha minacciato gli Usa e il presidente Bush. Il gruppo dichiara di non appartenere alle truppe paramilitari del rais, ma di essere indipendente. Anche gli sciiti vogliono la fine dell'occupazione Usa in Iraq. In duemila manifestano davanti alla sede dell'amministrazione civile americana a Baghdad: chiedono che l'Iraq ritorni agli iracheni. Dodici guerriglieri filo-Saddam arrestati nelle loro case in un villaggio a ovest di Baghdad.
21 giugno 2003