
sulla stampa
a cura di P.C. - 20 giugno 2003
La miopia del calcolo
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
Non c'è da meravigliarsi se il capo dello Stato promulgherà subito in queste ore la legge che garantisce l´immunità al presidente del Consiglio (e ai presidenti di altre quattro alte cariche dello Stato). Tanta rapidità non è scontata. Il presidente, si legge nella Costituzione all´articolo 73, ha un mese di tempo per approvare le nuove leggi ma se Ciampi spendesse le quattro settimane che ha a disposizione la legge sarebbe inutile e l´immunità perduta: il processo di Milano potrebbe essere già alla vigilia della sentenza. Appare addirittura coerente che sia il Quirinale ad apporre l´ultimo necessario sigillo politico alla legge (sono scelta politica i tempi di quest´affare) perché quella legge è il frutto della ricca e sapiente trama istituzionale e giuridica del Quirinale (tanto che si potrebbe addirittura chiamarla "lodo Ciampi").
Importa poco qui sapere se al fondo del paziente lavoro del Colle ci sia un "patto tacito" o la "moral suasion". Quel che conta sono i fatti e i fatti di queste ultime settimane raccontano il protagonismo del presidente della Repubblica che si è declinato in poche mosse. Innanzitutto enfatizzando i sei mesi di presidenza italiana dell´Unione europea. È un appuntamento del tutto ordinario e routinario, come si sa. Lo si è presentato all´opinione pubblica italiana come se fosse la decisiva "sessione di esame" del nostro prestigio internazionale. È sufficiente leggere la stampa internazionale per toccare con mano quanto ogni giorno il prestigio del nostro Paese sia minato dalla servile legislazione ad personam del Parlamento. Non pare che aver soffocato il processo di Milano abbia migliorato la situazione. Semmai l´ha peggiorata, e proprio alla vigilia del "santo" semestre italiano di presidenza Ue.
Quell´enfasi è servita comunque a creare nelle istituzioni un clima da "conto alla rovescia" che sapientemente il capo dello Stato ha speso nei suoi contatti con i presidenti di Camera e Senato, con la maggioranza e l´opposizione, con i vertici della magistratura associata, con gli uffici giudiziari di Milano, con qualche presidente emerito della Corte Costituzionale, con alcuni tra i maggiori costituzionalisti italiani. Bisognava accreditare la legittimità di un provvedimento (si può garantire l´immunità con una legge ordinaria?) che appare storto a occhio nudo. A quanto pare, Ciampi ha voluto escludere dalla discussione, diciamo così, i costituzionalisti del Colle per lasciare campo libero ai penalprocessualisti che lo hanno rassicurato: sì, l´immunità può essere votata con un iter legislativo ordinario e non costituzionale.
La convinzione del Colle non vede (o sembra non avere la forza di vedere) la natura del nuovo potere e le due alterazioni che lo segnano. Senza alcun contrasto pubblico da parte del Colle, Berlusconi si designa come rappresentante del popolo intero, come se la scelta di una maggioranza politica, d´una rappresentanza democratica diventasse automaticamente scelta d´un capo; come se davvero il popolo potesse essere "collettivo unitario omogeneo", "volontà unitaria", un "interesse collettivo unitario" che quel capo è legittimato a incarnare. È un´alterazione già grave che peggiora la sua pericolosità se incistata nella somma di poteri (politico, economico, mediatico) a disposizione di Berlusconi. Forte della prima convinzione ("Rappresento il popolo"), protetto dal conflitto d´interessi, Berlusconi azzera ogni separazione tra potere privato e potere pubblico, tra società civile e Stato, tra politica ed economia. Azzera, come ha scritto qualche tempo fa Luigi Ferrajoli, una separazione che "fa parte del costituzionalismo profondo così dello stato di diritto come della democrazia rappresentativa".
Questo nuovo, deforme potere si muove nelle istituzioni e attraversa lo Stato con la stessa aggressività, spregiudicatezza e mancanza di senso della misura che un´azienda porta con sé quando agisce sul mercato. È una bulimia in esso non patologica, ma fisiologica. È questa pericolosa idea onnipotente, onnicomprensiva, autoreferenziale che Ciampi sembra non sapere affrontare in pubblico, augurandosi in privato che, una volta soddisfatto un appetito, non ne nascerà un altro ancora più grande. Purtroppo così non sarà. Come per un´azienda alle prese del mercato è naturale essere insofferente alle regole, ai controlli, essere incapace d´autoregolarsi, così il nuovo potere si spingerà ancora oltre fino a quando non incontrerà un vincolo esterno. Con la legge che rende immune Berlusconi s´è persa l´occasione di far valere un limite, lo stesso che vale per tutti i cittadini. Non è un buon auspicio per il futuro dei tre poteri di controllo d´una democrazia moderna: l´opposizione politica, la giustizia, l´informazione.
Il nostro Gesù Cristo e il suo calvario
Claudio Rinaldi su Libertà e Giustizia
Ieri ad Salonicco il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha commentato la legge blocca-processi che aveva appena imposta per salvare l'imputato Berlusconi. Ha detto: "C'è chi lavora per aumentare il prestigio dell'Italia sulla scena internazionale, altri lavorano per screditare l'Italia".
Forse Berlusconi non legge i giornali stranieri. Sia il Financial Times sia la Frankfurter Allgemeine Zeitung sia il Monde hanno condannato il cosiddetto lodo Maccanico con parole di fuoco. Per una ragione ovvia: il prestigio dell'Italia era già ampiamente compromesso dalle gravi accuse che pendevano sulla testa del premier e dalla tattica dilatoria da lui seguita nel processo Sme. Il varo dell'ennesimo provvedimento ad personam è stato il colpo di grazia all'immagine del paese. Che si estende purtroppo anche al capo dello Stato, pronto a promulgare una legge incostituzionale e scritta con i piedi.
Ma Berlusconi, non pago di essersi sottratto alla giustizia, ha aggiunto: adesso voglio riformare l'ordinamento giudiziario "per dare agli italiani la certezza di non subire quei calvari che io ho subìto in prima persona e che nessuno dovrà più essere chiamato ad affrontare". Ora, a parte il fatto che non è colpa dei magistrati se le aziende di Berlusconi falsificavano i bilanci e creavano fondi neri per pagare tangenti, è il riferimento a un presunto calvario che lascia allibiti.
Che Berlusconi ami paragonarsi a Gesù Cristo si sa. Che tenda a fare la vittima pure. Ma non deve esagerare. Se non altro perché mentre portava la croce è diventato l'uomo più ricco d'Italia e il capo del governo. Più che un calvario è stata una spettacolosa ascensione al cielo.
Quanto alle sue vicende giudiziarie giova ricordare 1. che a differenza di tanti colleghi imprenditori non ha fatto un minuto di prigione, ciò che invece è accaduto a vari suoi dipendenti; 2. che si è visto cancellare, grazie anche alla prescrizione, le tre condanne riportate in primo grado, mentre alcuni suoi stretti collaboratori sono stati definitivamente riconosciuti colpevoli. Se calvario c'è stato lo ha attraversato il direttore degli affari fiscali Fininvest, non lui.
In ogni caso non risulta che il lamentato calvario gli abbia tolto il sonno. Egli stesso ha dichiarato di non aver mai letto le carte del processo Sme fino a poche settimane fa. Fra gli altri privilegi, aveva quello di poter contare sul collegio difensivo più ampio e agguerrito della storia. Ne facevano parte uno stuolo di avvocati, almeno cinque tv, una pletora di giornali, la grande maggioranza del Parlamento, l'intero governo; per tacere degli aiuti esterni, sui quali conviene stendere un pietoso velo.
"Chiagne e ffotte", direbbero a Napoli. Invece il paese piange ma è fottuto.
Rivoluzione a mani nude
Igor Man su La Stampa
Nove torce umane da Berna a Roma passando per Parigi: gli esuli iraniani che si riconoscono nei "Mujaidin del Popolo" si danno fuoco (come i bonzi del Vietnam) in segno di estrema protesta. Questo mentre, oramai da dieci giorni, a Teheran e in altre città dell'Iran, gli studenti invadono strade e piazze. Protestano. Ma attenzione: non esiste nessun legame fra la terribile teoria di torce umane e le dimostrazioni studentesche.
Gli iraniani che si dan fuoco ce l'hanno con la Francia: tre giorni fa la polizia francese ha fatto irruzione nella sede dei "Mujaidin del Popolo" fermando 165 di loro, compresa la pasionaria del movimento, Maryam Rajavi. Durante l'epica rivoluzione a mani nude che rovesciò lo Scià a furor di popolo, i patrioti dovettero faticare non poco per tenere a bada lo spontaneismo marxisteggiante dei "Mujaidin". Poco amati dalla popolazione, consumarono infine la rottura con Khomeini, riparando in Iraq dopo una serie di sanguinosi attentati. Nel settembre del 1980, quando improvvidamente Saddam Hussein, allora filo-occidentale, invase l'Iran, gli uomini di Massud Rajavi vennero considerati "nemici della Patria". Tali rimangono.
Gli studenti iraniani che protestano contro il regime "oscurantista, fuori del tempo", sono stati gli alfieri di quel vero e proprio plebiscito che ha portato alla Presidenza della Repubblica il moderato Khatami (nel 1997 e nel 2001), "il Gorbaciov persiano". Khomeini volle un Presidente della Repubblica eletto dal popolo, stabilendo, tuttavia, che tutto e tutti, nessuno escluso, dovessero uniformarsi alle direttive della suprema autorità: la Guida Spirituale. Morto Khomeini, la Guida divenne Khamenei, religioso di prestigio. Khamenei si è sempre opposto a qualsiasi "apertura", mettendo in riga il Presidente Rafsanjani e il suo successore, Mohammad Khatami, appunto. Dice: va bene la Guida Suprema ma un Presidente come Khatami, eletto con l'80 per cento dei suffragi, può tirar dritto. Invece no: ha dalla sua il popolo ma non gli strumenti per governare: la polizia, segreta e no, le forze armate, i pasdaran, le milizie rivoluzionarie, eccetera.
Chiarito che la protesta terribile dei "Mujaidin" non ha nessun legame con quella ostinata degli studenti, va detto che il destino degli iraniani è in grembo a Dabliù Bush. Apprezzando pubblicamente la protesta studentesca, addirittura "augurandosi" che rovesci un regime fabbricatore di una atomica non scientifica ma bellica, il Presidente Bush rischia di mettere in seria difficoltà Khatami. Di più: Bush ha tolto ai "Mujaidin" che pascolano in Iraq, i mezzi blindati, lasciando a quella milizia "nemica della Patria", le armi leggere: per adoperarle contro chi?
Se in Iraq la "piccola guerra" che dissangua e confonde i G.I. dovesse trascinarsi a lungo, chi ci dice che il solito Stranamore non convinca Bush a dare la sempre rimandata "lezione" all'Iran che con Khomeini umiliò l'America di Carter, il mite produttore di noccioline? Pare che Bush preferisca il popcorn. Incrociamo le dita.
Adesso la pistola fumante è puntata su Bush e Blair
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
Powell mostrò le foto di Tir che trasportavano le armi vietate, un'ampolla che poteva contenere sostanze velenose, e parlò di sette laboratori di gas chimici e armi biologiche, celati in 18 giganteschi camion. Finora solo due rampe con laboratori sospetti gli danno ragione. Anche i nemici della guerra sbagliarono previsioni, parlarono di milioni di profughi, di decine di migliaia di morti, di legione araba di volontari che si sarebbe battuta al fianco della Guardia Repubblicana e della eterna "piazza islamica" pronta a sollevarsi. Nulla di tutto questo è accaduto. Ma il presidente Bush e il suo alleato, il premier inglese Tony Blair, hanno scommesso la credibilità della coalizione occidentale sulla minaccia costituita per il mondo dalle armi proibite e adesso devono, in qualche modo risponderne. La vicenda è assai intricata e andrà avanti per mesi.
Se, infatti, l'onere della prova è su Londra e Washington, "dove sono le armi?", anche il fronte ostile all'intervento contro Saddam Hussein deve rispondere a una questione non meno insidiosa: se il regime Baath non disponeva più di armi letali, perché non ha fornito all'ispettore Hans Blix, di certo non antipatizzante per gli iracheni, le prove della loro distruzione? Quando Ucraina e Sud Africa smantellarono gli arsenali nucleari, l'operazione fu serena, certificati, relazioni, fotocopie e il nulla osta della comunità internazionale e dell'Onu.
Nel famoso Consiglio di Sicurezza di San Valentino, il 14 febbraio, Blix parlò con toni pirandelliani, insieme al suo collega dell'Agenzia atomica Mohammed ElBaradei: dopo 400 ispezioni in 300 località "non possiamo saltare a una conclusione sull'esistenza delle armi. Ma non si può escludere che esistano. Se esistono devono essere presentate per la distruzione. Se non esistono occorre darne prova". Saddam aveva replicato invece, alla fine del 2002, con il grottesco brogliaccio delle 12 mila pagine, in cui non rispondeva a nessuna domanda diretta e confondeva le acque.
Bush e Blair hanno il dilemma strategico di chiarire perché le armi non si trovano, e di giustificare la guerra in loro assenza. Ma i Paesi e gli osservatori contrari alla guerra in buona fede devono chiedersi "perché Saddam ha visto invadere il suo paese e cadere il suo regime, rischiando la morte o la cattura, se davvero non aveva armi letali?".
La vicenda è ambigua. A un certo punto, disinformazione bella e buona ha fatto capolino: ricordate l'episodio del dossier inglese copiato da Internet o il falso documento (pare passato da mani italiane) che accusava Saddam di avere comprato uranio dalla Nigeria, sbugiardato sul New York er da Seymour Hersh? Come Robert Kagan condensa in un editoriale per il Washington Post il passato dimostra che anche l'amministrazione democratica di Bill Clinton era persuasa che le armi ci fossero. Lo dice nel suo saggio sulla necessità di invadere l'Iraq l'ex funzionario Cia Kenneth Pollack, convinto adesso che "la Casa Bianca ha esagerato".
Siamo davanti a due crisi ispide e difficili, Iran e Nord Corea. Che i missili coreani saranno presto in grado di colpire a largo raggio è prospettiva che preoccupa giapponesi e cinesi. Ma con le piazze di Teheran ricolme di studenti in lotta per la libertà è il programma nucleare iraniano a non far dormire Onu e Washington: presto 20 milioni di russi saranno potenziale bersaglio nucleare degli ayatollah. L'opinione pubblica mondiale crederà alla Casa Bianca e a Downing Street, dopo la scomparsa delle armi vietate? E' una domanda cui americani e inglesi non possono non rispondere né bastano i toni duri da "Guai a vinti" di chi dice, la guerra è finita addio alle armi vietate. Privatamente a Washington dicono "presi i capataz del regime qualcuno comincerà pure a parlare, e allora avremo sorprese, liete e i nostri critici dovranno stare zitti". Fino a quel giorno, però, la battaglia di propaganda continuerà e se Saddam è vivo e nascosto sa che è, per ora, la sua arma migliore. I consiglieri di Serse, scrive Eschilo, lo indussero alla rovina, dandogli solo "buone notizie".
Tanti nemici gelano il flirt con Bertinotti
Prodi non ha dimenticato l'affossamento del '98
Nino Bertoloni Melli su Il Messaggero
ROMA C'è chi lo incoraggia a suon di bravo Fausto e chi storce il naso. Ma nessuno boicotta, almeno apertamente, nessuno pronuncia il fatidico vade retro. La stagione del fidanzamento tra il centrosinistra e Fausto Bertinotti è sbocciata in una delle più calde primavere dei tempi, forse seguirà sposalizio o si ripiegherà sulla più sperimentata convivenza. Nel frattempo, il flirt è in atto, e come tutti i flirt seri che si rispettino produce gelosie e fa riemergere vecchi rancori. Nel centrosinistra c'è una considerevole lista di nemici di Fausto il rosso, numericamente magari non molto consistente ma politicamente assai di peso.
Si comincia da Romano Prodi e dal mondo prodiano, memore dello storico smacco dell'ottobre '98 quando le truppe parlamentari di Rifondazione votano contro il governo del Professore e lo affondano. Da allora non è che le cose siano migliorate, anzi. Prodi, che in questo è un elefante, se l'è legata al dito e tutto ha fatto tranne che porgere l'altra guancia. Quanto al leader di Rifondazione, ha continuato ad attaccare il presidente Ue anche personalmente, arrivando a definirlo uomo politico "corresponsabile delle politiche neo-liberiste", che nel linguaggio rifondazionista equivale a un anatema. Nel plotone di testa degli avversari va sicuramente messo Armando Cossutta, che da Bertinotti si scisse proprio il giorno dell'affondamento di Prodi e con il quale è rimasto in guerra permanente. Quando Eminenza rossa Cossutta ha visto che cominciava il flirt tra l'Ulivo e Rifondazione, in una riunione con i suoi ha scandito: "Bene, sarei lietamente curioso di vedere con cinque anni di ritardo Bertinotti votare a favore di Prodi leader del centrosinistra". Un altro che certamente non fa il tifo per Fausto il rosso è Sergio Cofferati, che per una stagione (breve in verità) ha cercato con l'incitamento dei prodiani di svuotare Bertinotti e il suo elettorato. Tra i due la ruggine è antica, risale ai tempi del sindacato, e non a caso il Cinese alla vigilia del referendum ebbe a dire: "Se dovesse passare il sì, sarebbe la rivincita postuma di Bertinotti e Sabbatini, cioè dei due che affossarono il movimento della Fiat nell'80". Ci sono infine i gelosi veri e propri come Sdi e Udeur, i più solerti nello strepitare contro "lo spostamento troppo a sinistra dell'asse della coalizione". Ma qui finiscono le dolenti note e cominciano i favorevoli, tanti e di peso anch'essi.
I primi sono Massimo D'Alema e Francesco Rutelli. Il presidente ds è passato dalla fase del dàgli a Bertinotti a quella dell'intesa a tutti i costi tra il nucleo riformista da salvaguardare e Rifondazione che deve mantenere la propria identità. D'Alema ha cambiato idea sulla teoria delle due sinistre, passando dal negarla e combatterla alla più semplice accettazione. "Massimo ha accettato l'idea che la sinistra riformista non può rappresentare tutta la sinistra", spiega Peppino Caldarola che del dalemismo è interprete accreditato. D'Alema e anche Rutelli ora propongono l'accordo programmatico con Rifondazione a cerchi separati: nucleo riformista da una parte, nucleo (ex?) antagonista dall'altra che si incontrano e si accordano. Tradotto: la linea e le carte le danno i primi, Fausto si aggrega. E c'è già chi parla di desistenza mascherata: si arriva a un documentino programmatico firmato insieme, poi ci sono alcuni eletti in Parlamento comuni e un paio di personalità di area nel governo, magari sottosegretari con delega. Qualcosa di meno dei ministri veri e propri, qualcosa di più del semplice appoggio esterno al governo. Basterà? C'è tempo per vederlo, prima delle Europee, come dicono tutti, "non succederà nulla".
La Moratti censura anche tangentopoli
Maria Zegarelli su l'Unità
Proviamo a fare uno sforzo. Erano in buona fede quando hanno scelto le tracce dei temi, il Libro nero del Comunismo e la frase del premier sull'acqua? Era quella la cosa più significativa fra le molte pronunciate da esperti, studiosi e scienziati? No. Come se non bastasse, poi, ogni tentativo disperato della Cdl di giustificare l'"operazione maturità" crolla sotto il peso di quel taglio avvenuto nella frase scritta da Massimo Gramellini, giornalista de la Stampa e consegnata agli studenti mercoledì scorso durante la prima prova.
La frase era tra i documenti a disposizione dei maturandi per una delle tracce su cui potevano lavorare. Si parlava di poesia e nel materiale di supporto figurava, appunto, un testo scritto da Gramellini nella sua rubrica "Buongiorno", del 20 novembre scorso. Ai ragazzi è stata consegnata quella contenente questa versione: "Ed è un altro segno che sia stato proprio il Pio Albergo Trivulzio di Milano ... ad aver organizzato un concorso nazionale di poesia per anziani". Il testo originale, ricordato ieri dallo stesso autore sulla prima pagina de La Stampa, recitava così: "Ed è un altro segno che sia stato proprio il Pio Albergo Trivulzio di Milano, l'ospizio da cui partì Tangentopoli, ad aver organizzato un concorso nazionale di poesia per anziani". Mancava cioè la parte in cui si citava Tangentopoli. Gramellini, raccontava due esempi di "investimenti" nella poesia, due casi singolari, quello dell'erede novantenne di una casa di farmaceutici che aveva regalato soldi ad una rivista di poesie, e quello di un simbolo di Tangentopoli, il Pio Albergo Trivulzio, appunto. Quell'omissione stravolge il senso della frase, ha fatto notare il giornalista.
La ministra (anzi il "ministro") Letizia Moratti, che ha scelto personalmente le tracce, deve aver ritenuto quell'incisivo superfluo rispetto al contesto, ma forse anche un po' imbarazzante. Così è toccato a Massimo Gramellini spiegare agli studenti che Tangentopoli "non era una città costruita sopra una tangenziale, come forse gli diranno dal ministero della Verità, ma un fenomeno di corruzione realmente accaduto". La polemica era inevitabile. Maria Chiara Acciarini, capogruppo Ds in commissione Istruzione al Senato, giovedì ha espresso a nome dei senatori diessini "solidarietà a Massimo Gramellini perché ogni autore, quando viene citato, ha il diritto a non subire omissioni o censure. Siamo anche noi preoccupati - ha detto - per i ragazzi indotti a pensare non solo che Tangentopoli sia una città costruita su una tangenziale, ma magari anche che si tratta di una parola impronunciabile come quelle che in televisione vengono coperte con un big". La lady di ferro dice di aver scelto temi "che aiutassero i ragazzi a riflettere sui valori fondamentali e sui principi di vita". Meglio evitare, dunque, il rischio di far pensare a Mani pulite, Milano e gli imputati eccellenti, compreso il premier esperto dell'acqua.
Patto Confindustria-sindacati
Anche Cgil firma per la crescita
Enrico Marro sul Corriere della Sera
ROMA - Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno sottoscritto ieri l'accordo per lo sviluppo e la competitività. Il documento ha soprattutto un valore politico perché segna il ritorno della Cgil a un'intesa con le imprese e con la Cisl e la Uil dopo due anni di conflitto. Con questo atto, il segretario, Guglielmo Epifani, dà un primo segnale di quella "risindacalizzazione" della Cgil da lui stesso auspicata dopo aver raccolto il testimone da Sergio Cofferati. "È una svolta nelle relazioni industriali", ha detto il presidente della Confindustria, Antonio D'Amato. Per le imprese è importante aver ottenuto il sostegno di tutte e tre le confederazioni su un documento che mette al centro il rilancio della competitività. Epifani ha sottolineato che da 14 anni non si faceva un'intesa generale tra Confindustria e sindacati: "Spero che contribuisca a rasserenare il clima". Per ottenere la firma della Cgil, nel testo, è stato evitato ogni riferimento al Patto per l'Italia. L'accordo si compone di 42 pagine suddivise in una premessa e quattro capitoli: ricerca e innovazione, infrastrutture, Mezzogiorno, formazione. Sono queste, secondo imprese e sindacati, le "priorità". Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, che lanciò a febbraio la trattativa, ha annunciato che il documento è stato inviato ieri sera al governo e ai gruppi parlamentari con una lettera dove si sollecita "un confronto". Il leader della Uil, Luigi Angeletti, ha spiegato che non si tratta di un accordo classico, perché "non ci sono scambi tra le parti, ma una convergenza sull'analisi e le proposte". Proposte che hanno come destinatario il governo, chiamato fin dal prossimo Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) a massicci investimenti sulle quattro priorità.
In particolare, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil richiamano l'esecutivo al rispetto degli impegni sottoscritti in sede europea sulla ricerca: raggiungere una spesa del 3% del prodotto interno lordo entro il 2010. Nel piano nazionale il governo ha intanto fissato un obiettivo intermedio dell'1% entro il 2006. Ma questo, scrivono imprese e sindacati, presuppone che "la spesa pubblica per ricerca e sviluppo deve aumentare di un ammontare compreso tra i 6 e i 14 miliardi di euro, a seconda delle ipotesi di crescita del Pil". In aggiunta, l'intesa propone una serie di agevolazioni fiscali per le imprese che investono in ricerca.
Fiom: la Fiat rischia il fallimento
Angelo Faccinetto su l'Unità
"Si va verso il disastro industriale". E verso il tracollo finanziario. È drammatico il quadro tracciato dalla Fiom sul futuro della Fiat. Se non si correrà immediatamente ai ripari con un nuovo assetto proprietario, un nuovo gruppo dirigente e, naturalmente, un nuovo piano industriale, per il Lingotto la "deriva sarà catastrofica". Il rischio fallimento, cioè, potrebbe materializzarsi a breve, già fra "sei-sette mesi".
In questi giorni l'amministratore delegato, Giuseppe Morchio, è impiegato in un tour dei palazzi del potere per illustrare il piano industriale che verrà presentato giovedì prossimo. Mercoledì è stato da Berlusconi, giovedì si è incontrato col ministro delle Attività produttive, Marzano, e con i vertici di Banca Intesa, Capitalia e San Paolo Imi. Al termine dei faccia a faccia commenti lapidari e "soddisfatti". Anche perchè Torino assicura che "gli obiettivi finanziari concordati con le banche sono rispettati". Ma da quel che trapela sui contenuti - giovedì Umberto Agnelli si è rifiutato di dare conferma alle voci circolate ("se ne parlerà il 26", giorno in cui è stato convocato anche il cda) - non sembrano esserci svolte epocali rispetto al passato. Ancora tagli di personale: si parla di 8-10mila posti, quasi tutti concentrati negli stabilimenti esteri, anche se ieri la Fiom ha dato notizia di 400 nuovi esuberi dichiarati alla Comau e alla Teksid. Sfoltimento dei ranghi dirigenziali dell'auto: sarebbero 120 gli esuberi tra i 700 dirigenti del settore. Riorganizzazione dell'Iveco. E qualche spostamento ai vertici. Compreso un ridimensionamento - secondo quanto rivelato da un periodico - del ruolo di John Philip Elkann, il ventisettenne erede designato dall'avvocato Agnelli, che già non avrebbe più un ufficio proprio all'interno del Lingotto.
Oltre all'aumento di capitale di Fiat Spa che, secondo voci che circolano tra gli addetti ai lavori, potrebbe essere assai più consistente rispetto ai 2-3 miliardi ipotizzati nei giorni scorsi. E all'obiettivo del pareggio in tempi ravvicinati, si dice due anni. Il tutto senza che il sindacato sia stato finora in qualche modo coinvolto.
Il rischio, insomma, è che ci si trovi ancora una volta di fronte ad un piano di galleggiamento, destinato a garantire la sopravvivenza per qualche mese di quello che resta il maggior gruppo industriale privato italiano. Del resto, senza andare troppo indietro nel tempo, chi non ricorda il piano del dicembre 2001, seguito poi da quello del giugno-luglio 2002, seguito da quello del dicembre 2002...? Il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, è netto. Bocciatura per tutte le attuali inziative del management. E nessuna speranza di cavare qualcosa di buono dal piano in via di perfezionamento. Tanto più che la situazione, in questi mesi, si è ulteriormente aggravata, al punto che in assenza di un intervento delle istituzioni e delle forze politiche, dice, "la deriva è già scritta".
Per evitare questa deriva i metalmeccanici Cgil hanno la loro ricetta. Apertura, anzitutto, di un tavolo di crisi con la partecipazione di tutti i soggetti interessati. Sindacati compresi, ovviamente. E per questo, oltre ad invocare l'intervento della Consob - la gestione Spaventa della vicenda è stata attaccata da Cusani senza mezzi termini ("ha responsabilità enormi", ha detto) - hanno già chiesto un incontro con il capo dello Stato e con il presidente del Consiglio. Con l'auspicio che, vista la gravità della situazione, anche Cisl e Uil questa volta siano della partita.
Ma nel merito? la Fiom ritiene necessario, nell'ordine, un nuovo assetto proprietario del gruppo (Ifi ed Ifil comprese, che dovranno procedere alla dismissione di tutte le attività non correlate con l'auto) con la famiglia Agnelli in minoranza e senza escludere, anzi, un ingresso dello Stato nel capitale; la nomina di un gruppo dirigente all'altezza, con "cinque consiglieri realmente indipendenti"; la definizione di un vero piano industriale; la ridiscussione del contratto con Gm.
Qualcosa di positivo si può concretamente ottenere. L'Alfa di Arese (o, meglio, l'ex Alfa) - sottolinea il numero uno della Fiom di Milano, Maurizio Zipponi - è lì a dimostrare che un futuro senza Fiat è possibile. "Ci sono forze imprenditoriali - spiega - pronte ad intervenire, in caso di rottura degli assetti proprietari e di intervento diretto delle istituzioni". Oggi l'auto è tornata ad essere una delle punte avanzate per la ricerca e l'innovazione. Se la Fiat mancherà l'occasione il problema non sarà solo sindacale.
Il lavoro non conta
Rossana Rossanda su il Manifesto
E' il secondo referendum sul lavoro che fallisce; come se la grande maggioranza dell'elettorato, attraverso la quale un referendum deve pur passare, rifiutasse di interessarsene. E' un dato del quale tenere conto, cessando di scommettere con le migliori intenzioni sulla pelle di chi lavora. Non aver capito i giudizi e i pregiudizi di fondo che traversano la società italiana non è un vanto e dovrebbe indurre tutti, noi compresi, alla modestia. Prima di tutto, perché è andata a votare sì e no, la metà dei lavoratori? Undici milioni di persone sono un patrimonio prezioso, ha ragione Epifani. Ma perché l'altra metà non ha votato? Perché si sente tranquilla e garantita? Non lo penso; si sente insicura, ma non crede più in un'azione comune. Ritiene che oggi come oggi i padroni sono vincenti e non resta che affidarsi al mercato e all'impresa. Questa è la vera vittoria della controffensiva che si è delineata su scala mondiale negli anni Settanta. Chi era entrato nel lavoro dopo la guerra credeva nella lotta, si è battuto e ha conquistato, in un'economia in crescita, salario e diritti e pensioni che gli hanno permesso il reddito sul quale per lungo tempo hanno vissuto anche i figli nati dagli anni Sessanta in poi. Per i quali il lavoro non ha rappresentato come per i genitori un obbligo e una possibilità. Saranno loro a non poter fare lo stesso per i figli propri.
Per cui è più agevole mobilitarsi per grandi problemi civili o contro le iniquità del mondo che per il lavoro e i suoi diritti in occidente. Quanti e quante, di antica militanza, mi hanno detto: del lavoro non importa più a nessuno, i problemi sono altri? Stavano dicendo, del capitalismo o del socialismo non importa più a nessuno, perché non esiste più che il primo. Le sinistre non hanno mancato di muoversi con politiche, libri e librini in questa palude.
Sulla quale hanno prosperato Thatcher e Reagan, s'è gonfiata l'effimera new economy, si sono formate e sono scoppiate gigantesche bolle finanziarie, bruciando milioni di dollari. E da noi hanno vinto Berlusconi e la peggiore destra europea.
Dopo una sconfitta del genere il minimo da fare è smettere di baloccarsi con le confortevoli teorie della fine del lavoro o l'uso improprio delle categorie del postfordismo. E ripartire con un'iniziativa tenace e di fondo ricomponendo idee e forze e soggetti. E un buon bagno di realtà, guardando le cose come stanno. Noi non siamo nelle condizioni migliori ma neanche il capitale sta bene; nulla lo ostacola se non la sua rapace incapacità, non ha risolta una sola delle grandi contraddizioni mondiali e l'economia segna il passo. La sua vittoria è stata soprattutto nelle teste come anche il referendum dimostra. Vediamo almeno - ed è un compito che un giornale si può prefiggere - di sgombrarlo da lì, perché di tempo se ne è perduto fin troppo.
Il rischio di finire nel sommerso
Per l'80 per cento dei Co.co.co
Riccardo De Gennaro su la Repubblica
ROMA - Sono due milioni e 400mila, la categoria di lavoratori più "pesante" in assoluto, il "nocciolo duro" del pianeta-precari, che è fatto di sei milioni di "atipici". Oggi rappresentano l'11 per cento del totale occupati, ma hanno poche certezze, pochi diritti e, in prospettiva, un trattamento pensionistico risibile. È dura la vita del giovane Co.co.co., il collaboratore coordinato e continuativo, altrimenti detto parasubordinato: non può programmare il futuro, gli è quasi impossibile un mutuo, trova duro persino firmare un contratto di affitto e, nel 60 per cento dei casi, guadagna meno di 7.500 euro l'anno. Come se non bastasse, adesso rischia di perdere anche il "posto" di precario e di scivolare all'ultimo gradino della scala occupazionale, quello nel lavoro nero.
Nel decreto attuativo della riforma del mercato del lavoro, che abolisce le collaborazioni coordinate e continuative per sostituirle con i contratti a progetto, si legge che i rapporti di collaborazione instaurati senza l'individuazione di uno specifico progetto (nel contratto devono essere precisati durata, contenuti del progetto o programma di lavoro, corrispettivo salariale) saranno considerati "rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto".
Ecco allora che mentre il governo parla di "stabilizzazione del rapporto di lavoro", la Confindustria lancia l'allarme-rigidità e alcuni giuristi del lavoro paventano addirittura un automatismo dalle conseguenze drammatiche: se non sei lavoratore a progetto sarai assunto a tempo indeterminato. Un terremoto, dicono. Tanto più sconvolgente in quanto, secondo gli economisti on line della Voce.info, solo un quinto dei Co.co.co. è riconducibile, oggi, a un lavoro "a progetto". Tutti gli altri (circa due milioni) potranno essere considerati dipendenti a tempo indeterminato.
Ma sarà veramente così? In realtà l'articolo 86 del decreto, contenuto nelle norme transitorie e finali, offre una "via d'uscita" ai datori di lavoro: "Le collaborazioni coordinate e continuative che non possono essere ricondotte a un progetto o a una fase di esso mantengono efficacia fino alla loro scadenza e in ogni caso non oltre un anno dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento", dice. Insomma, i datori di lavoro avranno un anno di tempo per decidere se espellere quei lavoratori (senza articolo 18) o assumerli. In questo secondo caso, però, dovranno farlo a tempo indeterminato.
20 giugno 2003