
sulla stampa
a cura di P.C. - 19 giugno 2003
La via di fuga del Cavaliere
Ezio Mauro su la Repubblica
A pochi minuti dalla requisitoria della pubblica accusa in un processo che lo vede imputato per il reato gravissimo di corruzione della magistratura, e alla vigilia dunque di una sentenza del Tribunale, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi s'è costruito con le sue stesse mani un salvacondotto politico che con una legge ad hoc lo sottrae al suo giudice mandando a vuoto il processo, almeno per la parte che lo riguarda.
Da oggi il cittadino Berlusconi non è più processabile, i reati che secondo la Procura di Milano ha compiuto ben prima d'entrare in politica non sono più accertabili da un tribunale, l'inchiesta condotta su di lui per il caso Sme si deve fermare davanti al suo nome, a pochi passi dalla conclusione finale. Quel cittadino, dunque, è da oggi più uguale degli altri. E la legge, nello stesso tempo, non è più uguale per tutti.
Ciò che è avvenuto viene chiamato da alcuni "tregua". A noi pare si tratti di ben altro. C'è un imputato per reati comuni, anche se molto gravi, che ha la possibilità d'usare lo strumento eccezionale e normalmente indisponibile della politica per crearsi uno scudo personale, capace di liberarlo in extremis dalla pronuncia pendente del Tribunale che lo sta giudicando. Questo è possibile solo perché quell'imputato è anche presidente del Consiglio, capo della maggioranza parlamentare, e dunque in grado di controllare direttamente il processo legislativo.
Il risultato è qualcosa che non si è mai visto in democrazia. Non la norma: ma il meccanismo di fuga. Per costruirlo occorre infatti sfruttare e appalesare in modo drammatico il conflitto d'interessi in atto, fino al punto da costringere il presidente del Consiglio a rendersi strumento di un basso servizio a un imputato, costruendogli una legge su misura pur di impedire una sentenza.
Il principio d'uguaglianza è violato due volte.
L'imputato Berlusconi è infatti più forte della legge e di ogni altro imputato, e lo ha dimostrato con le sue stesse mani, rendendosi ingiudicabile. Nello stesso tempo nessun altro cittadino, in circostanze simili, potrebbe ridurre la politica e il corpo legislativo a mezzo strumentale per la sua difesa, costringendoli a costruirgli su due piedi un meccanismo per sfuggire immediatamente e indefinitamente alla giustizia.
Ecco perché siamo davanti a un abuso, o a un sopruso.
Nell'interesse cogente, disperato, d'una sola persona chiamata a rendere conto di un'ipotesi di reato da un Tribunale della Repubblica. Non c'entrano nulla le garanzie per le cinque massime autorità dello Stato, non c'entra nulla la sacrosanta autonomia della politica. Siamo pronti a sottoscrivere fin d'ora un sistema di garanzie concepito e varato nell'interesse generale. Non possiamo accettare una norma di fuga varata per interesse privato da un premier al servizio di se stesso imputato. Solo un Paese senza più establishment, senza regole e senza coscienza di sé può far finta di niente e accettare l'abuso chiamandolo tregua.
Ma non finisce qui
Mario Chiavario su La Stampa
Forse non sempre il "tacon" è, come usa dire, peggio del "buso". Resta il fatto che la norma sulla sospensione dei processi per le alte cariche istituzionali, approvata anche dalla Camera, mette solo una pezza su vaste lacerazioni, lasciando sussistere non poche smagliature. Pressoché sicura è soltanto la paralisi, e per un periodo non breve, dello stralcio del processo di Milano riguardante il Presidente del Consiglio: il che potrà togliere qualche motivo di contingente imbarazzo, soprattutto durante il semestre di presidenza italiana dell'Unione europea. Andiamoci piano, però, prima di ritenere già sin d'ora "chiusa" la vicenda, e non solo per i possibili contraccolpi sulla parte restante dell'affare Sme.
Intanto, c'è l'eventualità, per nulla peregrina, di un ricorso alla Corte Costituzionale, ad opera dello stesso tribunale milanese: senza, è vero, che ne possa risultare impedito il temporaneo blocco del processo al premier (anzi, qualora la questione fosse deferita ai supremi giudici, sarebbe essa stessa a provocarne pregiudizialmente la sospensione); ma con l'effetto, in caso di successo, di farlo riaprire anche prima che per il presidente-imputato venga meno la copertura connessa alla sua carica. E ad incombere c'è pure la prospettiva di un referendum abrogativo, con uno scontro di schieramenti politici cui la giustizia farebbe verosimilmente solo da occasione.
Ed è pur vero che le discussioni sul cosiddetto "lodo" hanno, se non altro, avuto il merito di riportare in primo piano un reale problema di equilibrio tra il principio di eguaglianza dei cittadini e l'esigenza di non lasciare le relazioni tra le forze politiche e la stessa salvaguardia dei responsi elettorali in balìa delle iniziative di qualche magistrato: problema di fronte a cui, almeno da dieci anni a questa parte, si sono imbattute, senza riuscire a risolverlo, formazioni governative e maggioranze parlamentari dei più diversi orientamenti. Ma è altrettanto vero che, per il momento e il modo in cui è intervenuto, il "lodo" medesimo ha accentuato l'impressione - già suscitata da altre leggi recenti - che quell'esigenza facesse oggi da mero paravento a impellenti problemi personali del capo dell'attuale governo.
Difficile, poi, negare che questo processo, e quelli ad esso connessi, abbiano messo in speciale evidenza una serie di anomalie di fondo, e tutt'altro che sanate. Come dimenticare, infatti, lo spettacolo della tattica difensiva dei rinvii, portata ad estremi inauditi con motivazioni, spesso, tra le meno credibili? O quello degli attacchi, cui ha partecipato in prima persona lo stesso imputato-premier, a giudici dei più vari ordini, rei di non soddisfare, con le loro decisioni, questa o quell'aspettativa? E d'altro canto, se lasciano sconcertati certe ispezioni ministeriali negli uffici milanesi (troppo "mirate", se non altro, per scelta di tempi), si fa altresì fatica a capire una "segretazione" che la magistratura mantenga per anni, su documenti che a detta di un accusato possono fornire prove a suo discarico: si chiami, quest'accusato, Berlusconi o con qualunque altro nome.
Viene, ancora una volta, da dire: quando potremo constatare che le regole della legge e del fair play non si ricordano soltanto, più o meno brutalmente, agli altri, ma si accettano da tutti, come garanzie di tutti e per tutti?
La legge non è uguale per tutti
Impunità per l'imputato Berlusconi
Luana Benini su l'Unità
Giornata che si trascina al rallentatore con pochi guizzi. Ma che poi cresce di tono scaldandosi con momenti di vera tensione. Quando le grida dei girotondi dalla piazza si fanno sentire e Ds, Margherita, Verdi, Pdci e Prc abbandonano l'aula al momento del voto finale. Sia pure con qualche malumore. Alla fine, la legge che contiene il lodo Berlusconi taglia il traguardo con 302 sì, 17 no e 13 astenuti. Fra questi ultimi, Sdi e Udeur, Marco Boato, Antonio Maccanico.
Nel centro destra il disinteresse si tocca con mano per tutto il giorno. Attendono, incollati ai banchi, che passi la giornata. L'ordine di scuderia è quello di non parlare per stringere i tempi e chiudere in fretta la partita. Chi scorre una guida turistica, chi legge il giornale, chi fa salotto.
Nel centrosinistra, particolarmente attivo un manipolo di parlamentari diessini che chiedono continuamente la parola a titolo personale, combattono emendamento su emendamento: Bonito, Leoni, Kessler, Magnolfi, Siniscalchi, Finocchiaro...
La tensione che cresce coincide con il levarsi delle grida dalla piazza. Sono i girotondi che questa volta ce l'hanno anche con l'atteggiamento, a parere loro troppo soft, dell'opposizione. Fanfani nella sua dichiarazione di voto spara alto. Parla di "negazione di ogni valore di democrazia". Violante scandisce: "Con questa legge vi mettete contro il Paese". Diliberto, Pdci, lancia un appello per abrogare con referendum " questa legge vergogna". C'è una consultazione febbrile: l'Ulivo è diviso fra chi vuole partecipare al voto finale e chi vuole abbandonare l'aula. Anche fra i Ds e nella Margherita ci sono pareri contrapposti. Anna Finocchiaro è tra coloro che vorrebbero votare il loro "no". Rosy Bindi è tra quelli che vogliono uscire. Ugo Intini, Sdi, che già in mattinata aveva invitato il centrosinistra a "scegliere fra Maccanico e i girotondi" mormora: "Il morettismo è il miglior alleato di Berlusconi. Tenta anche di farci scontrare con il capo dello Stato". Perché Ciampi, si sa, è già pronto a firmare la legge.
"E' peggio di un film l'Italia rischia forte"
Intervista a Nanni Moretti
Ferruccio Sansa su la Repubblica
ROMA - "Nanni, Nanni". D'improvviso piazza Montecitorio esplode. Lui, Nanni Moretti, se ne sta in un angolo, ma non può più nascondersi. Si fa avanti, agita il casco bianco, quello di "Caro diario". Gli organizzatori, un po' a tradimento, gli mettono in mano il microfono che amplifica anche le pause, il respiro, l'emozione. Ma Moretti non si fa pregare: "Berlusconi è un irresponsabile, perché ogni giorno insulta metà degli italiani. Non si può spezzare in due un paese. Io non voglio una "spallata giudiziaria", spero in una vittoria dell'Ulivo, con Rifondazione e Di Pietro. Ma non vorrei che nel 2006 si vincesse tra le macerie di un paese diviso, perché Berlusconi non ha alcun senso dello Stato e delle istituzioni". Cinque minuti di discorso, interrotti da applausi, da cori, poi Moretti si confonde di nuovo tra la folla.
E' passato un anno dalla battaglia per la legge Cirami. E oggi un'altra sconfitta. Ha ancora senso essere qui?
"Certo. Noi non siamo qui per vincere, ma per non perdere la stima dei nostri amici. E comunque oggi la situazione è molto più drammatica. La legge che si vota è il capitolo più grave di questi due anni di governo, perché c'è un processo in corso. E per questo, per impedire la requisitoria della Boccassini, si è arrivati ad approvare una legge a tamburo battente. Incredibile. Per non parlare della condanna a Previti di poche settimane fa, 11 anni".
Berlusconi però non è stato condannato...
"Perché è intervenuta la prescrizione".
La vostra protesta sembra monotona: parlate solo di giustizia.
"Noi non siamo ossessivi. È Berlusconi che ci costringe a occuparci di questi problemi. Dice che gli gettano fango addosso, ma in realtà è lui che getta fango contro la magistratura, contro la Procura di Milano e contro Ilda Boccassini... così le rende difficile lavorare".
Parla dell'intervento di martedì al processo Sme?
"Berlusconi oltre che un pessimo politico è anche un pessimo attore. Prendiamo la storia del Bar Mandara. Berlusconi dice che sono state distrutte le registrazioni e invece sa benissimo che ce ne sono altre copie. Bisogna dirle queste cose. Ma Berlusconi in politica, come nei processi, rifiuta ogni contraddittorio. Forse perché ha capito che non è all'altezza. E i primi segnali si sono visti alle ultime elezioni".
Il centrosinistra si è svegliato?
"Il Polo ha fatto molti errori. Ma questa volta il centrosinistra, con Rifondazione e l'Italia dei Valori, ha scelto candidati validi. E poi finalmente c'è stata unità. Insomma, i cittadini hanno visto che il centrosinistra si era svegliato. Certo, su questa legge c'è stato qualche imbarazzo... del resto era nata come Lodo Maccanico".
Adesso la legge è passata. Sperate davvero che Ciampi non la firmi?
"Un anno fa anch'io avevo invitato il Presidente a non firmare la Cirami. Ma ha firmato. Questa volta la situazione è ancora più grave, Ciampi dovrebbe dire a Berlusconi: "Ora basta". Ma ho perso la speranza che lo faccia. Firmerà questa legge, ma la Corte costituzionale poi la dichiarerà incostituzionale".
Piazza Montecitorio. Dietro le transenne voi dei movimenti, dall'altra parte il Parlamento e il palazzo del governo. Che cosa vorrebbe dire a Berlusconi?
"Io ho poche certezze. Ma è evidente che Berlusconi non ha nessun disegno politico. Sarebbe bene, gli direi, che tornasse a fare l'imprenditore, stando attento ai collaboratori di cui si circonda perché alcuni sono stati condannati per corruzione".
Ha mai pensato di fare un film su questi anni? Su Berlusconi?
"E come? La realtà supera l'immaginazione. Neanche i grandi maestri della commedia all'italiana avrebbero immaginato un governo guidato da un premier accusato di corruzione, da un ex-fascista e da un leghista che tre anni fa chiamava il suo alleato "Berluscaz" e sparava a zero contro di lui. Un film di denuncia? Non servirebbe, chi non sa è perché non vuole sapere. Un giallo? Neanche, intanto si sa già chi è il colpevole".
Lodo Maccanico, Ciampi firmerà subito
Anche se potrebbe attendere un mese
Vincenzo Vasile su l'Unità
In teoria potrebbe prendersi un mese di tempo. Ma la firma di Carlo Azeglio Ciampi in calce al lodo Schifani arriverà molto più presto. Questione di giorni. Forse addirittura di ore, a partire dal momento in cui le presidenze delle due Camere avranno finito di coordinare il testo approvato ieri dall'assemblea di Montecitorio, e l'avranno spedito al Quirinale.
Tempi stretti. Rapidità che fa gioco alla vicenda giudiziaria di Berlusconi. Ma che dalla sommità del Colle si giustifica con il fatto che il provvedimento sia stato già abbondantemente vagliato, pensato e ponzato dagli stessi uffici del Quirinale. Che già hanno dato sostanzialmente disco verde in equilibrio sul filo del tecnicismo giuridico, riducendo così a una formalità senza suspense la promulgazione da parte del capo dello Stato. Che esclude di utilizzare lo strumento costituzionale del rinvio della legge alle Camere con messaggio motivato.
Nella visione di Ciampi questa eventualità non si tradurrebbe, infatti, in un innocuo ping pong, ma in una crisi istituzionale pericolosa, specie alla vigilia della presidenza italiana del semestre europeo. Ma il vaglio tecnico-giuridico della legge ha offerto al capo dello Stato una insperata scappatoia per scansare tale rischio: il fatto è che il lodo, secondo i giuristi del Colle, non è palesemente incostituzionale. Che possa risultare tale domani al pettine stretto della Corte Costituzionale è un altro discorso. Così come ciò non toglie nulla alle valutazioni, preoccupazioni e riserve dello stesso Ciampi sull'opportunità politica del provvedimento.
Gli emendamenti alla legge Boato redatti dalla maggioranza sono, del resto, ben noti al Quirinale perché in qualche modo sono essi stessi il frutto di una sorta di trattativa che è intercorsa in queste settimane con palazzo Chigi con una sorta di replay di quanto già era accaduto qualche mese addietro a proposito della legge Cirami sul legittimo sospetto.
In particolare, Ciampi interpreta i poteri del presidente in materia di formazione delle leggi e di veto sospensivo alla loro entrata in vigore, in termini abbastanza ridotti. Ritiene di poter dire no, cioè di poter rinviare alle Camere un provvedimento solo nel caso che esso sia palesemente incostituzionale. E in questa circostanza il lodo Schifani per quanto criticabile politicamente - non cozza in maniera evidente con il principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Valutazione quest'ultima che è stata possibile sulla base di un precedente di giurisprudenza costituzionale che nel dossier preparato dall'ufficio legislativo del Quirinale è sottolineato con l'evidenziatore. La Consulta già nel 2001 invitò proprio i giudici milanesi di uno dei processi contro Previti a contemperare l'esigenza di amministrare giustizia in tempi celeri e quella del deputato di essere presente alle sedute parlamentari. Da un lato, il lavoro parlamentare non è da considerare un impedimento assoluto a presenziare ai processi, dall'altro i giudici non devono interferire troppo sull'attività delle Camere. La sentenza 225 del 2001 ha messo , dunque, sullo stesso piano le due esigenze di tutela, ed ha perciò aperto - secondo il Quirinale - uno spiraglio a considerare la possibilità di fare la legge senza toccare la Costituzione. E così, tanto a palazzo Chigi, quanto sul Colle si è tirato un respiro di sollievo e si è rinviata la patata bollente alla Corte Costituzionale e a un suo eventuale nuovo pronunciamento nel merito del lodo. Rinviare. Cioè slittare.
Anche nel senso dei tempi. Che in prossimità dell'inizio del semestre, si sa, sono strettissimi.
Ciampi salva il semestre europeo
Ma apre la corsa all'immunità
Massimo Giannini su la Repubblica
"Il Lodo? Non è un problema...", ripete da giorni Carlo Azeglio Ciampi. Vista dal Quirinale, la legge che sospende i processi per le cariche dello Stato ha almeno un pregio: chiude la fase più pericolosa del conflitto tra politica e magistratura. Il semestre di presidenza italiana della Ue può finalmente cominciare, senza la minaccia incombente di una condanna penale. Per almeno sei mesi, Silvio Berlusconi è al riparo e il prestigio internazionale dell´Italia è al sicuro. Per il presidente della Repubblica, che all´Europa ha dedicato la sua vita, questa rimane la priorità assoluta.
Certo, al Lodo Schifani "imposto" oggi dall´agenda del Tribunale di Milano il Colle avrebbe preferito il Lodo Maccanico, presentato sei mesi dall´Ulivo come offerta bipartisan al Polo. Certo, al Colle non può sfuggire che, con il voto di ieri a Montecitorio, si compie idealmente e concretamente il ciclo delle "leggi-vergogna" ritagliate a misura delle emergenze giudiziarie e delle esigenze personali del presidente del Consiglio: falso in bilancio, rogatorie, Cirami, adesso il Lodo Schifani. Ma il Capo dello Stato è garante della Costituzione. È l´arbitro che fa rispettare le regole, non un giocatore che fa cambiare la politica. Per questo, nelle prossime ore Ciampi firmerà il Lodo. "Non è un problema...", ripete. "Non è manifestamente incostituzionale", gli confermano i suoi uffici, che da settimane su questo testo hanno raccolto i pareri di esperti, di giuristi e di presidenti emeriti. E tanto basta perchè la legge sia promulgata, come succede a tutte le norme approvate dal Parlamento. Spetterà semmai alla Consulta un eventuale "sindacato" di legittimità costituzionale del testo. È la normale dialettica funzionale delle istituzioni, il fisiologico bilanciamento dei poteri dello Stato.
Il processo al premier per l´affare Sme è virtualmente finito. A gennaio del 2004 scadrà Guido Brambilla, il giudice a latere del tribunale di Milano: il collegio andrà ricostituito e il processo ricomincerà da zero. Nel frattempo arriverà la prescrizione. Per il Quirinale, evidentemente, è il prezzo da pagare all´Europa: l´Italia, Paese fondatore, non può permettersi una "crisi istituzionale" proprio adesso. È un prezzo troppo alto? Quello che è certo, è che in queste settimane il Colle ha lavorato molto, per impedire una "crisi istituzionale". Qualcuno ha parlato addirittura di un "patto tacito". Ideato proprio dal Quirinale. Sostenuto dai presidenti di Senato e Camera. Proposto ai magistrati. Concordato con le difese. Accennato ai leader di maggioranza e di opposizione. Lo schema è semplice: far passare il Lodo in Parlamento senza troppi traumi e convincere i giudici a non forzare i tempi del processo al Cavaliere, evitando di arrivare nel frattempo alla requisitoria del pm Ilda Boccassini, e meno che mai alla sentenza. Forse parlare di "patto" è un azzardo.
L´unica novità che ancora si può verificare chiama in causa la Corte costituzionale. All´udienza del 25 il pm o le parti civili potrebbero presentare un ricorso alla Consulta contro il Lodo Schifani. Se il Tribunale lo accettasse, il processo resterebbe congelato comunque, in attesa di una decisione dei giudici di legittimità. Che farebbe a quel punto la Corte presieduta da Riccardo Chieppa? Se si ipotizzasse che il "patto tacito" esiste, e che anche la Consulta ne fa parte, dovrebbe respingere l´eccezione di incostituzionalità. Ma se si ipotizzasse che il patto non esiste, la decisione della Corte potrebbe rivelarsi imprevedibile. Ci sarebbe un solo modo per evitare altre sorprese: approvare a tempo di record la riforma costituzionale che reintroduce l´immunità per tutti. Su questo Ciampi non si è ancora pronunciato. Ma Pera, dopo il voto del Senato sul Lodo Schifani, l´ha già preannunciato. E ieri proprio questa era la voce ricorrente: il ddl sull´immunità si può varare entro luglio al Senato, e in cinque mesi può diventare legge, rispettando i vincoli dell´articolo 138 della Costituzione. A quel punto non sarebbe più un problema legato al semestre europeo. Berlusconi sarebbe salvo per sempre. E con lui Previti, e l´intero Parlamento di oggi e di domani.
Roma-Parigi uno strappo di troppo
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Ora che mancano undici giorni all'inizio dell'europresidenza italiana, la polemica tra Roma e Parigi sul "caso Arafat" non può essere archiviata come un semplice incidente di percorso. S'impone, invece, un triplice interrogativo: la Francia ha forse deciso di essere la nostra spina nel fianco durante il semestre? Sono state lineari e chiare le scelte compiute da Berlusconi durante il viaggio in Medio Oriente? E quale può essere il miglior contributo dell'Europa alla "mappa negoziale" approvata tanto dai palestinesi quanto dagli israeliani? Il ministro degli Esteri Dominique de Villepin, nel rimproverare a Berlusconi di aver disatteso la linea europea con il suo rifiuto di incontrare Arafat, ha disatteso lui per primo le regole della buona diplomazia. Perché la critica è stata resa pubblica, perché è raro che un ministro se la prenda con un capo di governo, e anche perché non spetta alla Francia il ruolo di garante della "linea europea". Si è trattato dunque di uno sgarbo che fa seguito ai dissensi tra i due governi sulla guerra in Iraq, ma non di una dichiarazione di guerra politica destinata a investire il semestre italiano. Nessun Paese europeo può aver interesse a rinfocolare le divisioni di ieri o quelle che permangono mentre l'Unione definisce il suo volto futuro, e in sede di Convenzione tra Italia e Francia le intese sono state più numerose dei disaccordi.
Esistono almeno due punti fermi. Primo, sulla grande occasione rappresentata dalla Road Map sono d'accordo (e dopo l'Iraq la circostanza non è di poco conto) l'America e tutti gli europei. Secondo, tutti gli europei riconoscono che senza il forte impegno di Bush ogni speranza è vana.
Detto ciò, resta da stabilire quale contributo all'impresa possa dare l'Europa. Non è pensabile né di mettere i bastoni tra le ruote al cruciale lavoro di Bush (che non considera Arafat un interlocutore), né di rinunciare a parlare con Sharon (che non riceve chi vede Arafat). Resta perfettamente legittimo, nel contempo, ritenere che Abu Mazen abbia bisogno della neutralità benevola di Arafat per strappare una tregua ai gruppi terroristici palestinesi, e anche ricordare che Arafat è stato eletto pur tra mille carenze democratiche. La volontà di "dialogare con tutti", purché a ognuno vengano dette le parole giuste, ha dunque una base politica razionale. Ma come far quadrare il cerchio delle esclusioni reciproche?
L'uovo di Colombo (viaggi separati e incontri separati) ha cominciato in questi giorni a prender forma. Non è detto che basti e bisognerà gestirlo alla luce dei comportamenti altrui, a cominciare da quello di Arafat. Ma soprattutto l'Europa che vuole fare politica deve darsi una credibilità politica, senza ambiguità programmatiche esterne o astiosi dispetti interni.
Trichet assolto, verso la presidenza Bce
Massimo Nava sul Corriere della Sera
PARIGI - Notizia di domani: Jean-Claude Trichet è il nuovo presidente della Banca centrale europea. Notizia di ieri: Jean-Claude Trichet è stato prosciolto da tutte le accuse al processo per lo scandalo del Crédit Lyonnais. La decisione, in primo grado, del Tribunale di Parigi rende ormai certa la candidatura alla Bce dell'attuale governatore della Banca di Francia, dopo tre anni di calvario giudiziario che ne avevano messo in dubbio la credibilità di servitore dello Stato e l'immagine di "Ayatollah della moneta", per la sua rigorosa azione in difesa della stabilità del franco e dell'euro e i frequenti richiami al risanamento dei conti pubblici.
Già poche ore dopo la sentenza, la candidatura di Trichet è stata riconfermata dal presidente della Repubblica, Jacques Chirac, e dal ministro dell'Economia, Francis Mer. Anche il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ha espresso soddisfazione per la decisione della magistratura francese che facilita la successione alla Bce. E' probabile che la sostituzione di Wim Duisenberg, il cui mandato scade ai primi di luglio, venga formalizzata già oggi, al vertice europeo di Salonicco.
Il mondo politico francese, che aveva già fatto quadrato attorno a Trichet, ha quindi subito rilanciato quella che, in realtà, dovrebbe essere considerata un'intesa di massima, un patto non scritto dai tempi di Helmut Kohl e François Mitterrand, sulla successione dei candidati alla Banca europea.
"Sono rimasto in silenzio per tre anni, ma ho sempre avuto fiducia nella giustizia. La mia candidatura? E' stata presentata molto tempo fa, ma la decisione spetta ai capi di governo", ha detto Trichet. Poche parole, all'uscita del Tribunale, nello stile asciutto e schivo del grand commis , sfornato, come nove decimi della classe dirigente francese, dall'Ena, la prestigiosa scuola di amministrazione.
Al processo, Trichet ha negato ogni compiacenza nei confronti del Lyonnais, sostenendo che in nessun momento il Tesoro poteva intervenire sui conti dell'istituto. Il prossimo governatore della Bce aveva chiamato in causa l'ex primo ministro Pierre Bérégovoy, suicidatosi nel 1993, in un momento di disperazione, condizionato anche dallo scandalo. Nella sua requisitoria, il procuratore della Repubblica, Jean-Pierre Bernard, aveva sostenuto che il Tesoro, fin dal '92, aveva cercato di veder chiaro nei conti e nelle esposizioni della banca. Per l'accusa, Trichet non poteva non sapere.
"In ogni esistenza, c'è un momento che può portare alla catastrofe o al successo", ha scritto La Rochefoucauld. Il momento di ieri porta Trichet alla Bce. La catastrofe del Crédit Lyonnais è stata invece evitata dai contribuenti francesi e la banca è poi entrata nell'orbita del Crédit Agricole.
La scuola che serve
Valentino Parlato su il Manifesto
Siamo tra il grottesco (a essere ottimisti) e il degrado nel più laido servilismo. L'argomento è serio: sono gli esami di maturità e le tracce che il ministero dà agli studenti per aiutarli a far meglio il tema, e in Italia, da tempo immemorabile, gli esami di maturità (si chiamano proprio così) sono un avvenimento, un passaggio decisivo nella formazione dei giovani. Uno dei temi, certamente di attualità, recita "L'acqua, risorsa e fonte di vita". Ottimo tema. Il grottesco, o rattristante, sta nella lettura delle tracce di aiuto agli esaminandi. In una si legge: "Affinché vi sia cibo occorre che vi sia acqua. E' quindi fondamentale investire per garantire la disponibilità e l'uso efficiente di risorse, in un indispensabile contesto di salvaguardia ambientale. Acqua e cibo rappresentano il motore di quello sviluppo autosostenibile cui tutti dobbiamo dare priorità assoluta". Ma di chi è la frase guida? Del presidente del consiglio, per estremo pudore il ministero non ha fatto il nome del presidente del consiglio, cioè di Silvio Berlusconi. Cose di questo genere, ho qualche ricordo scolastico, si verificavano solo ai tempi di Benito Mussolini, o del Duce che dir si voglia.
La cosa è talmente clamorosa che ci diranno (lo spero) che è una gaffe, purtroppo non è così: è lo spirito di questo tempo, il piegarsi di tutti i servi (anche se ministri) al capo: il Duce ha sempre ragione si diceva una volta, ora anche sull'acqua. Grazie a Dio e alle resistenze sociali non siamo al regime, ma ci stiamo avvicinando.
Poi, altrettanto clamorosa, c'è la traccia del tema di storia, "Il terrore e la repressione politica nei sistemi totalitari del Novecento". Ovviamente c'è un richiamo a "Il libro nero del comunismo", che il presidente del consiglio ha regalato a man bassa terrorizzando il colto e l'inclita con la paura della incombente minaccia comunista (anche se si circonda di ex comunisti). E sole tre righe sul fascismo italiano, tutto sommato piuttosto buono: "Il fascismo italiano fece centinaia di prigionieri politici e di confinati in domicilio coatto, migliaia di esiliati e fuoriusciti politici". Insomma il buon fascismo italiano non ammazzò nessuno: Matteotti, i fratelli Rosselli e le centinaia di italiani ammazzati dalle squadracce fasciste di Balbo, Farinacci e compagnia bella sono cancellati. Il fascismo, in fondo, era pacioccone un po' di bastonate, un po' di olio di ricino che fa bene alla salute e poi nient'altro.
E' sconfortante. Abbiamo un ministro di quella che una volta si chiamava pubblica istruzione e che adesso ha cancellato la parola "pubblica" per diventare non tanto privata, ma padronale e che non ha neppure lo stile di servire con garbo, senza la scandalosa citazione del capo. Il Cavaliere dovrebbe imparare a trovarsi servi più accorti. Ma più grave ancora è il decadimento delle scuole, che, bene o male, formano i cittadini, gli imprenditori, i manager e anche i lavoratori. Se già a scuola si insegna a essere adulatori, e anche un po' ruffiani, come ci potrà essere la concorrenza tanto cara agli apologeti del mercato?
Buongiorno Matura (non censura)
Massimo Gramellini su La Stampa
E' un onore apprendere che il Buongiorno del 20 novembre scorso figura fra i documenti allegati al tema di maturità. Ma è sconfortante scoprire che il testo consegnato ai 500.000 studenti ha espulso dalla versione originale il riferimento a Tangentopoli. Non che quell'articolo fosse un comizio girotondino. Si intitolava "I versi della nonna" e parlava di poesia, pensate un po'. Rimarcando una curiosità: che proprio il celeberrimo Pio Albergo Trivulzio, "l'ospizio da cui partì Tangentopoli", avesse organizzato un concorso in versi per anziani.
Ma nelle tracce offerte ai maturandi l'inciso esplicativo che ho riportato fra virgolette è stato sostituito da tre puntini di sospensione. Un taglio troppo breve per risparmiare spazio (appena mezza riga), ma tale da rendere incongrua l'intera frase. Si sarà chiesto qualche ragazzo a corto di storia: come mai il giornalista trova così significativo che a organizzare la gara poetica sia stato il Pio Albergo Trivulzio? Cos'avrà di particolare quell'hotel dal nome misericordioso? Una piscina d'acqua santa con l'idromassaggio? Senza ambire al Santorino d'Oro per il censurato del mese, agli studenti giustamente perplessi vorrei precisare che Tangentopoli non era una città costruita sopra una tangenziale, come forse gli diranno in futuro dal ministero della Verità, ma un fenomeno di corruzione realmente accaduto. E che non basta rimuoverne il nome con i puntini di sospensione perché il suo ricordo scompaia dalla memoria di chi ogni tanto si sforza ancora di usarla.
19 giugno 2003