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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 31 maggio 2003


L'ultima battaglia in aula (e quella al piano di sopra)
Giovanni Bianconi sul
Corriere della Sera

MILANO - L'atto finale dell'accusa arriva dopo che dall'elenco degli imputati è stato depennato il nome del più famoso e più ingombrante, Silvio Berlusconi. Da due settimane il presidente del Consiglio sotto processo per corruzione viene giudicato in un altro dibattimento, fermo per i «legittimi impedimenti» del premier e in attesa del Lodo che lo blocchi fino alla fine del mandato governativo. Così, al momento delle richieste di condanna, il pubblico ministero Ilda Boccassini non dice nulla sul suo conto. Si «limita» a sollecitare pene pesanti per i suoi ex coimputati: da Cesare Previti a Renato Squillante, ad Attilio Pacifico, tutti accusati di corruzione in atti giudiziari. Lo stesso capo d'imputazione che pende sulla testa del capo del governo. Per Filippo Verde invece ci sarebbe la corruzione «semplice», con una richiesta di condanna più lieve. «Gli ex giudici Squillante e Verde sono stati costantemente retribuiti - scandisce il pm al termine della sua requisitoria - perché violassero il principio fondamentale che doveva ispirare la loro funzione, scritto in ogni aula di giustizia: la legge è uguale per tutti». La Boccassini lo ripete con la stesso vigore dedicato alla ricostruzione dei movimenti di denaro da un conto svizzero all'altro. «E' un principio sancito dalla Costituzione - continua -, baluardo della democrazia e della convivenza civile, che noi magistrati abbiamo il dovere di rispettare e far rispettare». Nessun accenno, ovviamente, alla proposta di legge che introduce una deroga stabilendo la sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato (compresa quella attualmente ricoperta dall'imputato Berlusconi). Né a quelle paventate da ministri e autorevoli esponenti della maggioranza che vorrebbero reintrodurre l'immunità per tutti i parlamentari. Ma che quelle proposte possano avere dei profili di incostituzionalità è un problema chiaro a tutti, nell'aula di giustizia di Milano come in quelle parlamentari, a Roma. Al punto che nei palazzi della politica e delle istituzioni si dà quasi per scontato che le leggi in discussione finiranno davanti alla Corte costituzionale.
Non parla di questo, però, Ilda Boccassini. Parla piuttosto di conti bancari (stavolta citando la Fininvest, quando si tratta di esplicitare chi c'è dietro alcuni bonifici miliardari) e della vendita della Sme da parte dell'Iri guidato all'epoca dei fatti (1985) da Romano Prodi. Facendo anche il nome di Silvio Berlusconi, come quando richiama la «dichiarazione spontanea» nella quale il premier ha spiegato al tribunale di essere entrato nella cordata antagonista a Carlo De Benedetti su richiesta dell'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi.

La disputa giudiziaria che scaturì dalla mancata compravendita della Sme - sostiene l'accusa - è stata veicolata dalla corruzione di alcuni giudici, tra i quali Squillante e Verde. Per il pm tutto ciò «è provato al di là di ogni ragionevole dubbio» (nell'ambito di un processo indiziario, s'intende). Per le difese, al contrario, non è stato affatto dimostrato che i passaggi di denaro tra Fininvest, avvocati e magistrati, se pure ci sono stati, siano legati ad attività «deviate» degli ex magistrati imputati. Anzi, i difensori di Previti sostengono che in un fascicolo tuttora coperto dal segreto custodito dalla Procura, il numero 9520/95, ci sarebbero prove nascoste a discarico degli accusati. La Procura nega, ma il caso (o forse non è un caso?) ha voluto che proprio mentre il pm Boccassini concludeva la sua requisitoria, al piano superiore dello stesso palazzo di giustizia un ispettore inviato dal ministro Guardasigilli tornasse a chiedere conto di quel fascicolo al procuratore aggiunto.
Iniziativa «pesante», quella del ministro Roberto Castelli, perché è giunta dopo che il capo del suo Ispettorato, il magistrato Giovanni Schiavon, gli aveva spiegato che a suo giudizio la pratica andava archiviata: le risposte arrivate da Milano erano difficilmente superabili, e dunque tutto poteva risolversi con una circolare che raccomandasse il rispetto di alcune regole formali sulla tenuta de fascicoli. Castelli invece ha chiesto ulteriori accertamenti da affidare a un altro ispettore…

La scelta di Castelli ha provocato qualche subbuglio nell'Ispettorato, un ufficio i cui magistrati non vogliono sentirsi strumentalizzati da battaglie politiche combattute sopra le loro teste. Schiavon sta pensando di andarsene e ha già presentato al Csm la domanda per un nuovo incarico, altri ispettori che finora si sono sentiti garantiti dalla sua presenza potrebbero fare altrettanto. Fatto sta che il braccio di ferro tra il Guardasigilli che vuole guardare dentro il fascicolo 9520/95 denunciato da Previti e la Procura che oppone il segreto investigativo continua. E potrebbe finire anch'esso davanti alla Corte costituzionale. Segno di un conflitto tra poteri che non accenna a placarsi, scaturito e alimentato da un processo rimasto monco dell'imputato più illustre, nel quale ieri la pubblica accusa ha chiesto di condannare gli imputati. Ora la parola passa alle parti civili e alle difese, poi si pronunceranno i giudici. Come prevede la legge, quella uguale per tutti.


Sabato sciopero dei giornalisti del Corsera
Lo ha deciso l'assemblea dei redattori del quotidiano di via Solferino.
sul
Corriere della Sera

MILANO - L'assemblea dei giornalisti del Corriere della Sera ha proclamato uno sciopero per il 31 maggio 2003. Hanno votato 141 giornalisti: 104 sì, 31 no, 6 astenuti.

Ecco le motivazioni dello sciopero emerse dall'assemblea

L'assemblea dei giornalisti del Corriere della Sera ha deciso un giorno di sciopero per protestare contro le ambiguità nella Proprietà che hanno portato all'avvicendamento al vertice del più importante quotidiano italiano con un “metodo” privo di chiarezza. Senza aver ancora ascoltato le motivazioni del direttore dimissionario, né il programma del collega designato dall'Editore a sostituirlo - non essendo entrambi coinvolti in alcun modo in questa iniziativa e meritando eguale rispetto -, i giornalisti del Corriere contestano la convinzione di chi pensa che l'informazione in Italia possa essere realizzata non in base al riscontro obiettivo dei fatti e dal libero confronto delle opinioni, ma pilotata e condizionata da accordi di composizione degli equilibri tra poteri economici e politici.

L'assemblea ha manifestato le sue preoccupazioni per questo, leggendolo come un ulteriore segnale del difficile momento della libertà di stampa in Italia. Ma ha espresso anche la sua irritazione verso chi strumentalmente, da una parte o dall'altra, ha già dato per scontate la conquista del Corriere e la sua capitolazione davanti a poteri orientati a stravolgere sempre di più i princìpi fondamentali su cui vive un quotidiano indipendente. Tutti i giornalisti riaffermano il loro rifiuto di essere schiacciati in schemi di appartenenza politica, economica o istituzionale. Si scusano per l'assenza domani nelle edicole del loro quotidiano a causa dello sciopero deciso dall'assemblea a larga maggioranza (con la concentrazione del dissenso nella redazione romana), dopo una lunga discussione, in cui l'elemento unificante è stato sempre l'orgoglio di appartenenza. E tutti insieme rinnovano pertanto ai lettori il loro impegno a garantire l'indipendenza, la completezza e la qualità dell'informazione che sempre devono caratterizzare il Corriere della Sera.


«Corriere della Sera», i giornalisti si difendono. Sciopero a via Solferino
Roberto Rossi su
l'Unità

Un giorno di sciopero. Ventiquattro ore dopo la sostituzione di Ferruccio de Bortoli con Stefano Folli, il Corriere della Sera ha deciso di fermarsi. Domani non sarà in edicola. Una scelta, ha spiegato Raffaele Fiengo, uno dei componenti del comitato di redazione, «disposta contro i metodi attraverso i quali si è giunti a un cambio di direzione e non contro il direttore uscente né contro il direttore designato».
La decisione di scioperare è stata presa dopo quattro ore di assemblea. Un'assemblea lunga che ha avuto i maggiori momenti di tensione quando sulla votazione dello sciopero si è avuta la rottura tra la redazione romana e quella milanese. Una rottura che neanche un quarto d'ora di pausa ha evitato e che è stata certificata dai numeri. A votare a favore 104 giornalisti, 102 della redazione milanese e due di quella romana. Quasi tutti a Roma i “no”: 30, sui 31 totali. Quattro gli astenuti, di cui uno a Milano e tre nella capitale.
Perché questa rottura? Perché secondo i giornalisti della capitale, che con il neo direttore hanno diviso fino a ieri la scrivania, fermarsi sarebbe stato interpretato come un gesto contro lo stesso Folli. Nessuna sfiducia a Folli, hanno ribadito da Milano, la cui professionalità non è stata mai messa in discussione. Lo sciopero è contro l'azienda e i metodi utilizzati per il cambio dei vertici.

Le divisioni, infine, hanno riguardato anche l'Unità e il titolo scelto venerdì (”Si sono presi anche il Corriere”) per delineare la notizia. Perché se una parte, la redazione romana, lo ha considerato offensivo, un'altra, molti redattori della redazione milanese, lo ha condiviso in pieno.
De Bortoli, comunque, incontrerà la redazione martedì prossimo per quello che sarà l'ultimo saluto prima di occuparsi della divisione Libri della Rcs.



L'Eta torna a colpire: salta in aria un furgone della polizia. Due agenti morti
sommari de
l'Unità

A meno di una settimana dalle elezioni amministrative, l'Eta è tornata a colpire in Spagna. A Sangüesa, nella regione della Navarra (nord-est del Paese), il gruppo terrorista basco ha fatto saltare in aria un'auto della Polizia nazionale, uccidendo due agenti e ferendo gravemente un'altro poliziotto e un operaio della Telefónica spagnola. «L'Eta ha ucciso ancora», sono state le prime parole del vice premier Mariano Rajoy appena appresa la notizia, mentre il primo ministro spagnolo, José Maria Aznar, cancellava il suo viaggio a San Pietroburgo per l'incontro tra Unione Europea e Russia.


L'ingolfo di Napoli, paralizzati i giudici di pace
Record italiano per la Campania: 62 per cento di tutti i processi arretrati per truffe e piccole furbizie
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

«Non c'è palazzo di giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei tribunali di Napoli. Lì si vede la Lite calzata e vestita». Chissà che faccia farebbe Montesquieu, quasi tre secoli dopo quelle sue parole di sferzante stupore, se leggesse l'ultimo rapporto Istat: la litigiosità avvocatesca campana è infatti al delirio. Gli italiani che nel 2001 hanno fatto causa per un incidente stradale sono stati uno ogni 215 auto, i campani uno ogni 20: undici volte di più. Risultato: i Giudici di Pace della regione portano «'n coppa» il 62% dei processi arretrati di questo tipo di tutta la Penisola.
Il bello è che questi giudici di pace erano stati istituiti sette anni fa con la speranza di snellire la macchina giudiziaria al collasso. Sì, ciao. Basti vedere cosa è capitato a Carinola, un paesotto della provincia di Caserta. I magistrati del nuovo ufficio (a volte ex bancari, funzionari del catasto, segretari comunali o avvocati senza fortuna, reclutati per supplire alla cronica mancanza di toghe ordinarie) si ritrovarono ad affrontare 226 cause nel 1996, 1.097 nel 1998, 2.466 nel 2001. Un aumento del mille per cento in cinque anni affrontato da due giudici, solo sulla carta portati oggi a sei. Ma più ancora è indicativo il numero delle cause di quell'anno concluse con una conciliazione: sei. Sei su 2.466.
Va da sé che, in un contesto così, ogni riforma legislativa, ogni sforzo collettivo, ogni dedizione personale di tante toghe onorarie come Luca Giacon che lavorando a ritmi micidiali aveva comunque già accumulato a Sant'Anastasia nell'estate del 2000 oltre 8 mila fascicoli arretrati tutti suoi, vanno a farsi friggere. La conseguenza è ovvia: nel caos che ha permesso a Gerardo «Tapparella» Oliva, un tappezziere che in un anno si presentò a testimoniare su 650 incidenti (un tamponamento qua, una strisciata là, un pedone investito da un'altra parte ancora) senza essere per mesi e mesi riconosciuto e smascherato, si è sviluppato un uso perverso di questa macchinosità giudiziaria. Macchinosità spesso risolta da qualche magistrato assai sbrigativamente. Come la mattina in cui il giudice Alberto Mecozzi, ridicolizzando ad Aversa ogni record planetario, riuscì a esaminare 230 processi dalle nove alle due del pomeriggio.
Una causa ogni 78 secondi. Come possano essere state meditate e profonde le sentenze lo potete immaginare. Certo fu una mattinata spesa bene anche finanziariamente: per ogni causa definita (cioè conclusa da una sentenza o estinta...) lo Stato paga al magistrato 56 euro e 87 cent. Ai quali vanno aggiunti 10,33 euro per ogni decreto ingiuntivo, 36,15 euro ad udienza, 258 euro di aggiornamento mensile... Fate voi i conti.
E' lì che la macchina giudiziaria ingolfata e una certa amoralità partenopea nel campo della truffa si sono incontrati. Secondo una indagine dell'Isvap, l'Istituto di vigilanza sulle assicurazioni private, i «sinistri a carattere criminoso» sono stati nel 2001 in Italia 115.646 pari al 3,2 per cento di tutti gli incidenti stradali nazionali. Ma la percentuale, che sale al 4,9 in Sicilia e al 7,6 in Puglia, schizza in Campania a uno stupefacente 16,2%: il quintuplo. Buona parte delle province campane fa tuttavia statisticamente le spese di colpe non proprie: la quota degli imbrogli s'impenna infatti nel Casertano e nel Napoletano al 20%.
Un business. Che convoglia nella regione, che ha circa un decimo della popolazione italiana, un terzo esatto (33%) di tutti i risarcimenti sborsati ai truffatori nazionali: 94 milioni di euro. Pari a 182 miliardi di vecchie lire. Spartiti (un po' al testimone falso, un po' alla vittima falsa, un po' al guidatore falso, un po' a chi ha procurato i documenti e i timbri e le firme falsi...) tra migliaia di persone. A conferma di quanto Maurizio Vallone, un investigatore autore del libro «Truffa in nome della Legge» firmato con il docente salernitano Antonio Coviello, sostiene da anni: «La truffa alle assicurazioni, a Napoli e dintorni, è un ammortizzatore sociale».

C'è un meccanismo osceno dentro il quale ruota e si confonde tutto: onesti e disonesti, vittime e prepotenti, truffati e truffatori. Che invoglia i furbi a intestare le macchine a prestanomi di altre province come quel Paolo Biondo che risultava padrone di 346 auto. Che offre un senso di impunità a quegli amorali (compresi professionisti apparentemente impeccabili) che comprano un'auto taroccata tipo quella che il proprietario d'una Lancia Y trovò l'anno scorso parcheggiata casualmente accanto alla sua: stessa targa, stesso bollo, stessa assicurazione. Che incoraggia gli sconsiderati a comprare un tagliando falso alla stazione centrale per 50 euro o ad affidarsi a società fantasma come una certa «Europe Insurance» che aveva sede a Cipro.

Certo è che, fra truffe e ricorsi, furbizie e impuntature, astiosità di attaccabrighe e disperati tentativi dei malcapitati di avere un risarcimento da automobilisti del tutto privi di ogni copertura assicurativa (uno su quattro, secondo le stime) i giudici di pace delegati a risolvere i contenziosi sotto i 30 milioni di lire stanno affogando in un mare di carte. Nel solo 2001, tra il distretto di Napoli (tremendo) e quello di Salerno (più tranquillo), gli uffici delegati a snellire la giustizia sono stati sommersi da 152.988 cause. Pari al 52% di tutti nuovi fascicoli aperti quell'anno in Italia.



Processo Vanna Marchi. Quattro anni a Do Nascimento
Inchiesta per le televendite, tre condanne e un'assoluzione.
Al "mago" la pena più pesante, stralcio per Vanna Marchi e la figlia
su
la Repubblica

MILANO - E' arrivata alla fase finale una delle vicende processuali legate all'inchiesta sulle televendite di Vanna Marchi, con tre condanne e una assoluzione per gli imputati che avevano chiesto il rito abbreviato, il mago Do Nascimento, l'amministratore di una società coinvolta e una dipendente della società. Saranno invece giudicati a parte Vanna Marchi, la figlia Stefania Nobile e il compagno Francesco Campana: i tre imputati, che non erano presenti al processo, hanno ricusato il legale di fiducia, l'avvocato Luca Lauri, in vista della chiusura dell'udienza preliminare, e questo ha portato i nuovi difensori a chiedere un rinvio. Il giudice dell'udienza preliminare ha quindi deciso lo stralcio, e le loro posizioni processuali torneranno all'esame di un altro giudice il prossimo 2 luglio.

La pena più pesante, quattro anni, è andata a Mario Pacheco Do nascimento, il "maestro di vita" brasiliano, che si spacciava per mago e lavorava in team con la Marchi, e che è l'unico imputato latitante del gruppo. Il pubblico ministero Luca Villa, a conclusione della requisitoria, ha chiesto anche la confisca dei beni di proprietà di Do Nascimento, sequestrati in un container che stava per essere portato in Brasile.

Vanna Marchi era stata arrestata il 24 gennaio del 2002, insieme al convivente, Francesco Campanba, e alla figlia, Stefania Nobile. Ma i tre, insieme a Pacheco Do Nascimento, erano indagati fin dal dicembre del 2001, dopo una serie di perquisizioni compiute dalla Guardia di Finanza in seguito all'apertura di un'inchiesta da parte della magistratura di Milano. Tutto era cominciato con alcuni servizi mandati in onda da Striscia la notizia, che avevano testimoniato truffe e minacce collegate alla vendita di numeri per il gioco del Lotto, e all'individuazione, da parte dei teleimbonitori, di malocchi da eliminare con costose pratiche magiche.

Il giudice Michele di Lecce ha disposto anche il risarcimento danni in solido con una provvisionale di 15 mila euro per ogni parte civile. Sono state accolte tutte le richieste di patteggiamento per gli altri 18 imputati, ai quali sono andate pene da un anno e 2 mesi ad un anno e 8 mesi di reclusione, con la concessione dei benefici della sospensione condizionale.


Le porcellane e la svolta di Merano
Shoa/ Sottratta nel '39 a una famiglia ebrea, la collezione torna ora agli eredi
Fabio Isman su
Il Messaggero

E' LA prima volta che accade in Italia: dei beni sottratti a degli ebrei nel 1939, per colpa delle leggi razziali, ora vengono restituiti ai legittimi eredi, rintracciati dopo un anno di ricerche, negli Stati Uniti. E i "beni” che vengono restituiti sono un'importante collezione di porcellane del '700: 69 pezzi, di Meissen e Nymphenburg, opera di artisti per gli esperti tra i massimi del settore, come Reinicke, Kàndler, Melchior, Franz Anton Bustelli, assicurata per tre milioni di euro. E' una storia eccezionale. A Merano, 1935, arrivano da Stoccarda due ebrei tedeschi, Julius e Selma Kaumheimer, con i loro tre figli piccoli. Lui, 55 anni, era dirigente in una ditta di tessuti: tutti i soldi li aveva investiti nella collezione, ben comperata anche perché un direttore di museo gli era amico e, dopo la depressione, molto era finito all'asta. Nel '38, le leggi razziali. Chi è ebreo, e non italiano da prima del 1919, come minimo si ritrova apolide. Con l'aiuto di un'associazione ebraica, i Kaumheimer partono per gli Usa. Alla dogana di Merano, una soffiata: la collezione, celata tra gli abiti, è bloccata. Una forte multa. Pagata la quale, le porcellane vengono confiscate. Finiscono al Castello del Buonconsiglio, il museo di Trento, dove restano fino ad oggi. Dice il presidente della provincia, Lorenzo Dellai, della Margherita: «Sotto i profili del diritto e della morale, quelle statuine non sono mai state nostre». Il Trentino è un singolare crocevia nella storia ebraica: dal '600, si venerava San Simonino, un bimbo del cui omicidio fu data colpa agli ebrei; «il vescovo Gottardi, Anni '60, proibì quel culto; io ero sindaco di Trento, e mutai Via di San Simonino in Via dei Simonino» (Dellai).

A Merano, in banca, «c'era anche una cassetta di sicurezza, da decenni non più frequentata. Viene aperta: è piena di monete d'oro. La banca intendeva venderle; erano di certi polacchi, perduti in un lager. Le hanno attribuite, alla fine, alla Comunità israelitica». E da Merano, otto giorni dopo I'8 settembre '43, parte anche, per i lager, il primo treno di deportati dall'Italia. Torniamo alla collezione di porcellane. «La Giunta della Provincia ha deciso, unanime, che andava riconsegnata, dopo l'indagine della Commissione Anselmi sui beni trafugati nel '38 agli israeliti» (Dellai). A quanto ammontassero questi beni, è stato impossibile definirlo, spiega Dario Tedeschi, che della commissione faceva parte. « A Trieste c'è stato un caso simile a quello di Merano: scoperti dei sacchi pieni di gioielli ed effetti personali, razziati ad ebrei mai più tornati; grazie ad una legge voluta dall'allora ministro al Tesoro, cioè l'attuale Presidente Ciampi, tutto è stato consegnato all'Unione delle Comunità. Ma ad eredi, mai», continua l'avvocato Tedeschi. Ed è l'Unione che si incarica di trovare, negli Usa, i discendenti di Julius Kaumheimer. «Un anno di lavoro. Annunci pubblicati sul giornale, negli Usa, degli espatriati tedeschi Aufbar, "Ricostruzione". Un giorno, mi chiama uno dei figli. Ha 84 anni, non sta bene. II 15 giugno, verranno a Merano le sue sorelle, due gemelle di 74 anni con altrettante loro figlie, e celebreremo la riconsegna», dice Steinhaus. « Un gesto d'amicizia; secondo noi, anche educativo per i cittadini», spiega Dellaì. «Dopo la guerra, qualcuno dei Kaumheimer aveva cercato di riavere le statuine, ma invano. Ora, un figlio mi ha mandato la foto delle vetrina in cui, nella casa di Stoccarda, erano esposte», dice Steinhaus. E se altri imitassero l'esempio di Merano? Nei musei francesi, del resto, le opere provenienti da razzie sono esposte, a disposizione di chi può vantarle.


Gli scambisti della musica gratis una tribù senza orari né confini
Ogni giorno in Italia sono un milione le persone che copiano da Internet i loro pezzi preferiti
Ernesto Assante su
la Repubblica

ROMA - Quanto è grande il mondo della "musica gratis" in rete? Partiamo da un dato: quando la grande industria discografica aveva vinto la sua battaglia contro Napster, portando alla chiusura del sito nel 2001, gli utenti del servizio creato dal giovane Shawn Fanning erano poco più di 40 milioni; oggi quella cifra sembra ridicola in confronto ai 230 milioni di copie del software di Kazaa scaricate dalla rete, degli oltre 110 milioni di Morpheus e delle diverse decine di milioni degli altri programmi che consentono il temutissimo "peer-to-peer", il rapporto da pari a pari tra utenti della rete e la possibilità di scambiare file da un computer all'altro, copiandoli liberamente.

Una stima credibile del numero degli utenti nel mondo non è possibile, ma secondo Ipsos-Reid più di 60 milioni di americani al di sopra dei 12 anni, il 28 per cento della popolazione statunitense adulta, ha scaricato musica da Internet nel 2002. Si calcola che, in media nelle 24 ore, siano collegati ai vari sistemi non meno di 10 milioni di persone contemporaneamente, e che rendano disponibili circa un miliardo di brani musicali.

In Italia, secondo la Federazione dell'industria musicale, le persone che si collegano in file sharing sono un milione al giorno. Ma è una cifra forse ancora sottostimata. I software che consentono il file sharing sono oggi parecchi, dai più noti, Kazaa, Grokster, Morpheus, Limewire, WinMx, a i recentissimi eDonkey e BitTorrent, software di nuova generazione, in grado di consentire tempi di scaricamento assai ridotti, aprendo la strada alla diffusione non solo della musica ma anche del cinema. eDonkey negli ultimi mesi è arrivato a contare circa 8 milioni di utenti, mentre circa 2 milioni utilizzano BitTorrent.

A contrastare la diffusione illegale della musica ci sono una serie di servizi di download legale a pagamento, come PressPlay, MusicNet, Listen.com, EMusic, MusicNow, Puretunes, Epitonic, iTunes, in Italia c'è Tiscali Music Club, ma questi siti offrono al massimo 300.000 brani e molti di questi non possono essere scaricati su lettori mp3 o masterizzati su cd. Il servizio che ha recentemente ottenuto più successo è quello della Apple, iTunes, dal quale sono state scaricate, a pagamento, in poche settimane, più di due milioni di canzoni in formato digitale.

L'industria discografica imputa alle copie digitali via Internet l'attuale crisi discografica, che ha portato ad una riduzione di circa il 7 per cento del mercato mondiale, valutato oggi attorno a 32 miliardi di euro. Secondo uno studio della Jupiter Communication, invece, la maggioranza degli utenti del file sharing ha acquistato più dischi negli ultimi mesi rispetto a quanti non hanno scaricato musica gratis dalla rete.


"Così ho dato alla caccia a chi scambia file sul Web"
Parla il maresciallo della Finanza che intercetta chi scarica da Internet film e canzoni protette dal copyright
Marco Censurati su
la Repubblica

MILANO - "Ok, pubblicate pure il mio nome e cognome, ma per carità non il nickname. Se mi scoprono nelle comunità on-line bruciamo le indagini e poi dobbiamo ricominciare tutto da capo". Il maresciallo del Nucleo Provinciale della guardia di Finanza di Milano, Davide D'Agostino è uno degli uomini che da un paio di anni indagano sui vari fronti della pirateria on-line.

È lui l'uomo chiave dell'inchiesta sui tremila italiani accusati di violazione dei diritti d'autore per aver scaricato, dai siti specializzati, file musicali mp3, film, e software. Sa benissimo che il suo ruolo - da quando è passata la legge che punisce anche i semplici downloader, quelli che scaricano dalla rete - è uno dei più impopolari del web. E sa benissimo anche che, per tutta la giornata di ieri, quasi tutti i siti di informazione che riportavano la notizia dell'indagine sono stati intasati da messaggi di protesta, di commento e di preoccupazione lanciati dagli utenti. Ed è forse per questo che il suo tono sembra un po' dispiaciuto. "Ma d'altronde - dice rassegnato - questa è la legge e noi non potevamo fare altro".

Maresciallo cosa è cambiato con questa legge?
"È cambiato che adesso non è più punito solamente il commercio ma anche il semplice scambio di materiale coperto dai diritti d'autore. Molti dicono che si sia trattato di una legge voluta dalle case discografiche, ma a noi questo non deve interessare".

Comunque la possibilità tecnica di identificare un per uno tutti quelli che scambiano mp3 sulla Rete esiste.
"Sì, esiste. Ma come dicevo solo in teoria. Tutti gli utenti di Kkazaa e di Morpheus lasciano tracce. Anzi, ad essere precisi, tutti gli utenti della Rete lasciano tracce. Tracce che durano a lungo, anche due anni. Qualsiasi cosa fai sulla rete rimane in qualche memoria".

Come si fa una ciber inchiesta?
"Si parte dai motori di ricerca. Da Google, per esempio o da Altavista. Si cercano newsgroup (gruppi di conversazione) a tema, ci si infiltra coprendo la propria identità dietro nickname credibili. E si cercano spunti investigativi, come siti sospetti e indirizzi e-mail".

Poi?
"Poi si torna al tradizionale: si risale al nome del gestore del sito e gli si fa una perquisizione. A quel punto si entra in possesso degli indirizzi e-mail dei clienti e dei fornitori. In qualche caso è necessario intercettare, di solito basta seguirlo sulla rete e vedere come si comporta e che tipo di attività svolge, la mole del traffico dati. In questi mesi ho visto di tutto: gente che sull'hard disk aveva 120 giga di mp3: che vuol dire circa 25mila brani".

Che gente era?
"Studenti, impiegati, professionisti, gente comune neanche tanto esperta di Internet che mai avrebbe pensato di finire nei guai per qualche canzone".


  31 maggio 2003