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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 30 maggio 2003


De Bortoli lascia, Folli designato direttore del Corriere
Patto di sindacato e consigli d'amministrazione: ribadite autonomia e indipendenza del giornale
brevissime del
Corriere

MILANO - Dopo sei anni Ferruccio de Bortoli lascia la direzione del Corriere della Sera . La sua lettera di dimissioni irrevocabili è stata presentata al patto di sindacato del gruppo e ai consigli di amministrazione di Rcs MediaGroup e Rcs Quotidiani. Il gruppo ha diffuso una nota ringraziando de Bortoli «per la competenza, l'autorevolezza e l'indipendenza con cui ha diretto» il quotidiano e ribadendo «l'autonomia e l'indipendenza» del Corriere . Al posto di de Bortoli, 50 anni, è stato designato Stefano Folli, 54 anni, editorialista del quotidiano. Ieri sera Guido Roberto Vitale, presidente di Rcs MediaGroup, e Gaetano Mele, amministratore delegato di Rcs Quotidiani, hanno incontrato in via Solferino il comitato di redazione.


il Manifesto
  
Cavaliere della sera
apertura de
il Manifesto

Direttore che non piace (al governo) si cambia. Ieri il club dei padroni del Corriere della sera ha ratificato la sostituzione del direttore del primo quotidiano italiano: fuori Ferruccio De Bortoli, entra Stefano Folli Processo che non piace (al governo) si congela. La Casa delle libertà presenta l'immunità per le cinque alte cariche dello stato: deve diventare legge entro il 21 giugno. Castelli: allargarla a ministri e parlamentari.


Notizie di regime
Antonio Padellaro su
l'Unità

Adesso diranno che Ferruccio De Bortoli non è stato dimesso, bensì che si è dimesso da solo dalla direzione del «Corriere della sera», guidato per oltre sei anni con equilibrio, competenza, onestà professionale. Dal punto di vista formale si tratta di una spiegazione ineccepibile e che, ieri sera, un'Ansa delle 21 e 37 spiegava in modo secco.
«De Bortoli, secondo quanto si apprende da fonti del consiglio, avrebbe respinto l'invito degli azionisti a restare alla guida della testata. Stefano Folli è il nuovo direttore». Gli azionisti del «Corriere», il meglio del gotha finanziario e imprenditoriale, si sono mossi, naturalmente, con maestria e senso politico. Mettiamoci nei loro panni. Da tre giorni si parla di un De Bortoli costretto a sloggiare da via Solferino su pressione di poteri molto forti e ancora più arroganti, riconducibili al presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi, si dice, è molto scontento della linea del Corriere. E scontenti sono anche i legali del premier, che definiti «avvocaticchi» dal direttore del più grande giornale italiano lo vogliono portare in tribunale. Scontentissimo è anche l'onorevole Cesare Previti con cui De Bortoli, come biasimarlo?, non vuole neppure prendere un caffè. Tutte scontentezze che, ben si comprende, non possono lasciare indifferenti i prestigiosi signori da cui dipendono le sorti proprietarie del «Corriere». Potrebbero licenziare De Bortoli, ne hanno il diritto, ma da uomini navigati ed accorti quali sono hanno ben calcolato un gesto enormemente arrischiato: la redazione del «Corriere in subbuglio, le proteste dell'opposizione, un calo dell'autorevolezza del giornale dipinto come un organo di parte, al servizio del presidente del Consiglio. Chiamano perciò De Bortoli e gli chiedono un gesto impossibile: ritirare le dimissioni che De Bortoli non può ritirare. Non può ritirarle perché la vita di un direttore che da sei anni ha la responsabilità di guidare una corazzata in acque speso tempestose, è diventata molto ma molto logorante. È un direttore che già in passato si è dovuto misurare con le proteste dei governanti del momento, anche dell'Ulivo. Ha dovuto battagliare, difendere l'autonomia del giornale, rischiare querele, minacciarle. Tutto questo però nell'ambito di quella ordinaria nevrosi che caratterizza i rapporti di potere in ogni latitudine. Da due anni a questa parte, tuttavia, il copione è cambiato. A una classe politica di normali anche se fastidiose pretese è subentrato il regime del presidente-padrone. Costui, dominato da una concezione proprietaria e intimidatoria del governo, del Parlamento, del servizio pubblico televisivo e di tutte le istituzioni occupabili, la mattina vuole leggere dei giornali ispirati alla famosa massima di Giovannino Guareschi: obbedienza cieca, pronta, assoluta. Il «Corriere della sera», per tradizione e per natura, è tutt'altro che un quotidiano d'opposizione. Rappresenta le opinioni di una borghesia moderata e colta, che magari ha votato pure per Berlusconi, convinta dai suoi falsi programmi di modernizzazione. Ma che non ha rinunciato a pentirsene. Con il linguaggio del «Corriere», il «Corriere» di De Bortoli ha saputo esprimere disagio e riprovazione ogni qualvolta i comportamenti del premier, e dei suoi soci, nelle aule di tribunale o a palazzo Chigi, hanno superato le soglie della decenza. Questo agli occhi del padrone è apparso intollerabile.

De Bortoli non è stato cacciato, perchè non c'era bisogno di farlo. Hanno aspettato che si esaurissero le sue riserve fisiche e nervose. Hanno fatto in modo da rendergli la vita impossibile. E poi lo hanno molto gentilmente accompagnato alla porta. Così funziona e continuerà a funzionare il lodo Berlusconi applicato all'informazione.
Al collega Stefano Folli aguriamo buon lavoro. È stato scelto, ne siamo convinti, per le sue riconosciute qualità professionali. Oggi, il dramma della stampa italiana non è certo l'ingresso di Folli. È l'uscita di De Bortoli.


Solidarietà e proteste. E la Fnsi conferma lo sciopero
Violante: «La coscienza civile del paese si ribelli». Il cdr del Tg1: «E' urgente un incontro con i colleghi del Corriere»
MI. B. su
il Manifesto

ROMA. Il comitato di redazione del Corriere della sera convoca a tambur battente l'assemblea dei giornalisti. Ordine del giorno: l'avvicendamento alla direzione. Prima ancora che l'uscita di scena di Ferruccio De Bortoli sia ufficiale, piove solidarietà sui giornalisti del quotidiano. Nel pomeriggio, la Federazione nazionale della stampa riunisce la giunta in sessione straordinaria per seguire l'evoluzione dell'assalto governativo a via Solferino. Poi, verso le nove di sera, stila una nota: confermato il pacchetto di tre giorni di sciopero generale dei giornalisti; una di queste giornate «potrà essere attuata in relazione agli sviluppi della vicenda del Corriere della sera». E ancora: «La vicenda del cambio di direttore del Corriere così come le ispezioni al Tg3 e le iniziative legislative tese a ridurre gli spazi del pluralismo impongono al sindacato dei giornalisti scelte decise e iniziative di mobilitazione e di lotta coerenti». L'allarme informazione è condiviso in pieno dal diessino Luciano Violante: «Quando si attacca la libertà di stampa sono le libertà generali del paese a essere in pericolo. Stiamo vivendo un momento molto difficile, basta pensare al tentativo in atto di defenestrare il direttore del più importante quotidiano italiano». Passa una manciata di minuti e la defenestrazione è cosa fatta. «La coscienza civile del nostro paese deve ribellarsi», rincara allora Violante.

Nel corso della giornata ai giornalisti del quotidiano milanese arriva anche la solidarietà del cdr del Tg3 («saremo al loro fianco in qualsiasi iniziativa decideranno di prendere a tutela dell'indipendenza dei giornalisti e del diritto dei loro lettori a un 'informazione libera e pluralista») e di quelli dell'Unità e del Secolo XIX. «In questo paese non si riesce nemmeno a sopportare un giornale che certamente non può essere accusato di essere d'opposizione», commenta poi il ds Falomi, mentre Gentiloni, Margherita, si augura che S.Folli «continui a resistere alle pressioni, così come chiedono la redazione e tutti coloro che tengono alla libertà di stampa». Sullo stato dell'editoria e sul grado di autonomia delle grandi testate, però, Fausto Bertinotti, rimanda «a una riflessione più compiuta». Per il momento vuole solo augurare buon lavoro a Folli, «che si è sempre distinto per acume politico e autonomia di giudizio».


Sme, Boccassini: "La Fininvest dietro la corruzione dei giudici"
"Tre miliardi ricevuti da Previti finirono a Squillante e Verde".
Sull'ex capo dei Gip romani: "Non era un evasore ma una persona che violava la legge"
su
la Repubblica

MILANO - A un capo del filo Cesare Previti, avvocato romano e amico di Silvio Berlusconi e proprietario della Fininvest, all'altro il giudice Renato Squillante. In mezzo il passaggio di denaro che parte dallo studio dell'ex ministro e finisce su conti di Paesi che fanno del segreto bancario l'industria nazionale come Svizzera e Liechtenstein. Questo dice il pm Ilda Boccassini, all'inizio della seconda parte della sua requisitoria al processo Sme. Requisitoria che riprenderà nel pomeriggio e che dovrebbe giungere già oggi alle richieste di pena.

E per la prima volta Ilda Boccassini parla della Fininvest nell'ambito della ricostruzione sulla presunta corruzione dei giudici romani. Tre miliardi ricevuti da Previti da parte della Fininvest, sarebbero finiti sui conti dei giudici Filippo Verde e Renato Squillante. La Boccassini, ripercorrendo le fasi della vendita di azioni Sme, sostiene che l'avvocato Attilio Pacifico conosceva prima del suo deposito (19 luglio 1986) la decisione dei giudici e quindi la sentenza di primo grado che riguardava la vendita del comparto agroalimentare dell'Iri.

Un'indentica operazione sarebbe stata fatta anche da Barilla (della cordata di Berlusconi), per un importo di 750 milioni, che attraverso l'avvocato Pacifico sarebbero andati a Verde. Un altro miliardo, invece, secondo la ricostruzione del Pm, attraverso i conti di Previti e poi di Pacifico, sarebbe arrivato a Squillante.

Ilda Boccassini parte da Squillante, presunto beneficiario della tangente e spiega che l'ex capo dei gip di Roma aveva aperto un proprio conto corrente in Svizzera fin dall'84 e che, in quel periodo, era in vigore una legge sul reato valutario. Quindi, secondo il pm, Squillante "non era un evasore ma una persona che ha violato la legge".

La Boccassini parla del percorso investigativo che nel 1995 aveva portato la Guardia di finanza a scoprire che Squillante si recava all'estero per motivi finanziari. Il pm ha ricorda che Fabio e Mariano Squillante, anche loro imputati nel processo, chiusero una società e ne crearono un'altra e che dopo l'episodio del bar Tombini Fabio Squillante e la moglie, anche lei imputata nel processo, andarono in Svizzera e prelevarono una somma poi trasferita in Liechtenstein. Solo nel 2001 "abbiamo saputo - dice il pm - che si trattava di 10 miliardi di lire".

L'8 marzo, Pacifico va in Svizzera, consentendo così agli investigatori che lo seguono di individuare due banche. Il 12 marzo scattano gli ordini di custodia cautelare per Squillante e Pacifico. Dopo gli accertamenti degli investigatori dello Sco, la Procura aveva inoltre saputo che Squillante usava lo pseudonimo Lauro e, "come fanno i trafficanti di droga, Squillante si serviva di una metodologia usata dai mafiosi".



Il Cavaliere si condona e risparmia 162 milioni
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il Manifesto

Mediaset ha aderito ad uno dei condoni previsti dalla Finanziaria di quest'anno, pagando 35 milioni di euro per sanare il contenzioso derivato dall'acquisto di diritti cinematografici nel 1994-95, prima della quotazione in borsa della società. E' quanto riporta una anticipazione dell'Espresso che trova conferme anche presso Mediaset. La società controllata da Fininvest per il 48% non ha aderito al «condono tombale», ma alla sanatoria prevista per chiudere le liti pendenti che, in questo caso, nascevano da una contestazione di 197 milioni di euro fatta dal fisco (saldo a favore delle aziende del cavaliere in virtù della legge del suo governo: 162 milioni di euro facili facili). Gli accertamenti sanati sono tre e riguardano i diritti cinematografici acquistati nel 1994 e nel 1995, ma anche gli effetti che i relativi ammortamenti hanno avuto sui bilanci della società fino al 2001. Il pagamento della sanatoria non è a carico di tutti i soci Mediaset, riguardando infattiuna controversia fiscale precedente alla quotazione l'importo viene ripianato da Fininvest spa.

Niente di illecito. Se non fosse che la cosa fa a pugni con le dichiarazioni con cui Silvio Berlusconi aveva spergiurato che le sue aziende non avrebbero mai usufruito dei condoni previsti dal governo.



Sharon e Abu Mazen al via
apertura de
il Manifesto

«Cauto ottimismo», «è un'opportunità»: i primi ministri di Israele e Palestina per la prima volta faccia a faccia a Gerusalemme sulle road map. Aspettando Bush
Alla fine, quando tutto sembrava ormai dato per perso, l'atteso incontro è cominciato. Il premier israeliano Ariel Sharon e il premier palestinese Abu Mazen si sono incontrati, per la seconda volta, a Gerusalemme ovest. E questo è senza dubbio un fatto, prima ancora dei risultati che saranno raggiunti. In agenda la discussione della «road map», ovvero l'itinerario proposto dal Quartetto (Usa, Onu, Unione europea e Russia) e fortemente sponsorizzato da Bush che incontrerà i due contendenti nel vertice di Aqaba, in Giordania, mercoledì prossimo. Se quello di Aqaba sarà l'incontro decisivo, dalle conclusioni di quello in corso, mentre scriviamo, nell'ufficio di Sharon si capiranno le possibilità di riuscita. E le premesse non erano del tutto favorevoli, nonostante le forti pressioni americane. Non sono infatti mancate le provocazioni dell'ultima ora da parte di Sharon che evidentemente vuole sfidare fino all'ultimo la solidità di nervi dei palestinesi. «Non cederemo mai Gerusalemme», ha detto il premier israeliano in un discorso televisivo prima di sedersi al tavolo con Abu Mazen. E, visto che la «road map» pevede l'eliminazione degli insediamenti «illegali», le autorità di Gerusalemme hanno presentato ieri al ministero dell'interno il progetto per la costruzione di una nuova colonia nella parte araba di Gerusalemme. Se a questo si aggiungono le «esecuzioni mirate» delle ultime ore, la disponibilità di Abu Mazen, confortato in questa missione dall'appoggio dell'Anp, e l'annunciata possibilità di un accordo per il cessate il fuoco con Hamas, vengono messe a dura prova. Tanto è vero che ieri le Brigate dei martiri di al Aqsa, che pure mercoledì avevano aperto alla «road map», hanno espresso «forti dubbi» in merito, minacciando di mandare tutto all'aria. Intanto l'inviato speciale degli Stati uniti per il Medioriente, Williams Burns, è arrivato in Egitto per colloqui in vista del vertice di Bush con i leader della regione, in programma per il 3 giugno a Sharm-el-Sheikh, che precederà quello di Aqaba.


Americani e inglesi ammettono: «Forse in Iraq non c'erano armi di distruzione di massa»
Toni Fontana su
l'Unità

«Magnifici». Dispensando elogi Tony Blair ha facilmente conquistato la platea di soldati, 400 in tutto, che lo hanno accolto ieri a Bassora, prima tappa di un viaggio-lampo nell'Iraq «liberato». Ma l'accoglienza avuta tra i «desert rats» e la trovata mediatica di visitare uno dei palazzi presidenziali, non hanno oscurato le polemiche che accompagnano il premier britannico, accusato a Londra di aver esagerato il pericolo rappresentato dalle armi di massa tanto che l'ex ministro degli Esteri Cook ha addirittura chiesto di istituire una commissione d'inchiesta.
In tal caso i risultati di un'eventuale indagine potrebbero rivelarsi molti imbarazzati non solo per Blair, ma anche e soprattutto per l'amministrazione Bush. Le bugie dispensate a man bassa nel tentativo di convincere l'opinione pubblica mondiale della necessità dell'attacco contro l'Iraq stanno infatti venendo clamorosamente a galla.
E sono proprio i falchi di Washington ad ammettere che hanno esagerato i pericoli per accelerare la partenza della macchina da guerra. Il segretario alla Difesa Rumsfeld si è spinto ieri a definire «possibile» che il regime di Baghdad «abbia deciso di distruggere le armi prima della guerra». Anche uno dei vice di Rumsfeld, il superfalco Paul Wolfowitz, ha parlato della questione delle armi ammettendo che forse è stata «sopravvalutata» quando si è trattato di esporre al mondo le motivazioni per le quali veniva ordinato l'attacco. Il vice ministro ha cercato anche di scaricare sugli 007 la responsabilità affermando che la decisione di attaccare era stata presa «sulla base delle valutazioni più condivise dell'intelligence». Americani e inglesi, dopo aver sbarrato la strada al ritorno degli ispettori dell'Onu in Iraq ed aver ritirato gli esperti che erano stati inviati proprio per scoprire i depositi segreti di Saddam, cominciano ad ammettere di aver raccontato bugie per giustificare la guerra.



Rivolta per le bugie di guerra
Iraq, il rapporto del governo britannico truccato per essere più convincente, rivela la Bbc.
In rivolta i deputati che hanno votato a favore della guerra perché «ingannati»
Orsola Casagrande su
il Manifesto


Nonostante l'apparente prova di sicurezza, Blair non può nascondere che le polemiche a Londra sono tutt'altro che sopite. Alla vigilia della sua partenza il premier ha dichiarato di essere «certo che le armi di distruzione di massa saranno trovate». Una affermazione contraddetta da quella quasi contemporanea del ministro della difesa americano Donald Rumsfeld che invece ha ammesso che probabilmente le «armi non si troveranno perchè forse Saddam le ha distrutte prima del conflitto». Ieri poi, a gettare altra benzina sul fuoco, si è aggiunta la rivelazione di una fonte interna ai servizi di sicurezza britannica. L'anonimo ufficiale ha confermato alla Bbc che il rapporto del governo britannico su Saddam Hussein e sulla minaccia che rappresentava per il mondo, è stato riscritto secondo i dettami di Downing street. Il documento originale infatti non era troppo «convincente»: bisognava renderlo - nelle parole della fonte della Bbc - «più sexy». In altre parole, Blair aveva bisogno di prove concrete per convincere i deputati della giustezza e inevitabilità della guerra. Per questo il testo (che già era frutto di manipolazioni e scopiazzamenti mal riusciti di documenti vecchi anche di diversi anni) è stato cambiato ad hoc. La falsità più clamorosa è quella sulle armi chimiche e batteriologiche che Saddam avrebbe potuto attivare «nel giro di quaranticinque minuti». Il testo originale era estremamente vago sul possesso di tali armi da parte di Saddam. Anzi, come ha riferito la fonte «non conteneva nessuna nuova informazione in materia di armi di distruzione di massa». Eppure il premier Tony Blair aveva costruito il suo discorso alla camera dei comuni proprio sulle `rivelazioni' del rapporto. «Il programma di armi di distruzione di massa di Saddam - aveva detto - è vivo e attivo. Queste armi possono essere usate adesso, in questo preciso istante: a Saddam non servono che quarantacinque minuti. Questo è il livello della minaccia che l'Iraq pone a tutto il mondo».

Le rivelazioni di ieri (naturalmente Downing street ha puntualmente smentito di aver «messo mano» al documento) hanno sollevato un vespaio a Westminster. Molti deputati che hanno votato a favore della mozione di guerra del governo ieri hanno apertamente dichiarato di essere stati «ingannati» dal premier. Ed ora esigono risposte.



Ma che bravi questi italiani
Alessio Altichieri sul
Corriere della Sera

Spariti, scomparsi, volatilizzati. Ieri Manchester s'è svegliata e s'è chiesta se l'invasione di 35 mila italiani fosse stata un sogno di primavera. Nessun arrestato, nessun ubriaco molesto, nessuna vetrina sfondata: riavvolte le bandiere, sprizzate gioie e dolori, ripresi i 400 voli charter, gli italiani hanno lasciato una città quasi pulita e una reputazione intonsa. Se vale il detto svizzero per cui sono beate le nazioni che non fanno notizia, beati siano i nostri compatrioti che sono passati senza lasciare orme. Il commissario di polizia Alan Hutchings, evidentemente stupito, ha detto che «i tifosi italiani sono stati estremamente educati, per il buon nome del loro Paese e del gioco del calcio». Due pregiudizi caduti in una volta sola: gli italiani sono civili e il football non comporta, obbligatoriamente, gli hooligans. Ben svegliata, Manchester! Diciamola tutta: stupisce lo stupore del commissario.



  30 maggio 2003