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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 29 maggio 2003


Lodo Berlusconi
sommario de
il Manifesto

La partita dell'immunità per Silvio Berlusconi inizia oggi. L'emendamento blocca processi debutta in aula: in una legge ordinaria, perché il Cavaliere ha fretta. Mentre la sua coalizione, punita dal voto, rinvia la resa dei conti a dopo i ballottaggi Si conclude l'assedio al Corriere della Sera. Oggi i vertici della società si adegueranno ai desideri governativi: si riuniscono il consiglio di amministrazione e il patto di sindacato della Rcs per sostituire il direttore poco amato da palazzo Chigi


LA SORPRESA
Trovate le armi di sterminio. Ma sono nel Maryland, Usa
brevissime del
Corriere

WASHINGTON - Le cercano (invano, per adesso) da settimane in Iraq, per legittimare a posteriori l'invasione militare del Paese. E invece per ironia della sorte le armi di sterminio di massa gli americani se le sono ritrovate in casa, nascoste da anni sotto cumuli di terra a pochi metri dalla base militare di Fort Detrick. Secondo il quotidiano britannico The Guardian , le squadre che stanno lavorando al risanamento del terreno intorno alla base hanno trovato oltre cento fialette che contenevano antrace e altri batteri letali. Per aumentare ulteriormente l'imbarazzo del Pentagono, alla base di Fort Detrick, dove fu attivo un programma di armi biologiche fino al 1969, non è stato trovato alcun documento sulle fialette in questione. Proprio l'incapacità da parte degli iracheni di documentare l'avvenuta distruzione del proprio arsenale biochimico era stata additata dagli Usa all'Onu come la prova della inaffidabilità di Saddam nelle settimane precedenti lo scoppio della guerra.


Amnesty denuncia: la guerra al terrorismo la peggior violazione dei diritti umani
Wanda Marra su
l'Unità

Un mondo reso peggiore dalla presunta guerra al terrorismo e devastato da conflitti non risolti dietro ai quali si stende l'ombra nera degli interessi nel traffico d'armi dei Paesi Occidentali. E' quello che emerge dal Rapporto Annuale 2003 di Amnesty International, che monitorizza le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, presentato mercoledì mattina a Roma.
"Con l'etichetta di guerra al terrorismo si sono legittimate violazioni su larga scala dei più elementari diritti umani". Così Riccardo Noury, direttore dell'Ufficio Comunicazione della Sezione Italiana di Amnesty International inizia la presentazione alla stampa. Una denuncia, un'accusa articolata, motivata, senza appello, che ancora una volta punta il dito contro la guerra, le guerre scatenate dagli Usa. "La guerra al terrore lungi dall'aver reso il mondo un posto più sicuro, lo ha trasformato in un ambiente più pericoloso, limitando i diritti umani, indebolendo il primato del diritto internazionale e sottraendo l'operato dei governi al controllo dell'opinione pubblica - continua Noury - ha elargito a molte popolazioni una giustizia di seconda classe, ha permesso che venissero adottate leggi che criminalizzano il legittimo dissenso. E di più: ha annullato la distinzione tra popolazione e terroristi".
Una "guerra" nel nome della quale in Europa sono state congelate le domande di asilo che provengono da cittadini iracheni, che mantiene in vigore nel Regno Unito una legge che permette la detenzione a tempo indeterminato di presunti terroristi, che trattiene più di 600 persone catturate durante la guerra in Afghanistan nella base statunitense di Guantamano Bay a Cuba senza essere incriminate, né poter ottenere assistenza legale.
Una guerra che ha visto il suo culmine con l'attacco all'Iraq. Un conflitto entrato in una seconda fase: in un "post-conflitto" - come denuncia Amnesty - che non è altro che il secondo tempo della guerra. Un secondo tempo che continua ancora in Kossovo, dove la contro-pulizia etnica lascia le minoranze etniche prigioniere delle loro abitazioni, che continua in Afghanistan dove ancora allo stato dei fatti non si sono fatti veri passi avanti in termini di diritti umani. E che continua soprattutto in Iraq dove i governi sembrano più preoccupati di accaparrarsi i pozzi di petrolio che di proteggere la popolazione civile. Dopo una guerra combattuta in nome di armi di distruzione di massa che non si sono trovate, una guerra che ha visto la costante violazione del diritto internazionale, con attacchi indiscriminati e barbari, non è chiara la volontà internazionale di fare tutto il possibile per introdurre nel paese leggi, pratiche, istituzioni.
Ma la denuncia, che arriva da Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, di ritorno da Baghdad è ancora più pesante ed esplicita: dal 1997 al 2001 il traffico d'armi per 2/3 è passato per Usa, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. Tra 2000 e 2001 sono state massicce le importazioni dagli Usa ai paesi in via di sviluppo. Perché non è stato e probabilmente non verrà mai firmato un Trattato internazionale contro il commercio d'armi? Una domanda la cui risposta appare anche troppo chiara.

Le violazioni denunciate nel rapporto relative al 2002, comunque, sono tantissime: accertate o possibili esecuzioni extragiudiziali/illegali si registrano in 42 paesi, risultano scomparse o rimaste scomparse dagli anni precedenti persone in 33 paesi, si segnalano maltrattamenti o torture da parte delle forze di sicurezza, delle polizia o di altri autorità statali in 106 paesi, esistono accertati o possibili prigionieri di coscienza in 35 paesi, si registrano arresti arbitrari e detenzioni senza accusa né processo in 54 paesi, le emissioni di condanne a morte sono avvenute in 61 paesi, le esecuzioni di condanne a morte in almeno 28 paesi, sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani da gruppi armati di opposizione in almeno 32 paesi.
Tra le situazioni più gravi il rapporto di Amnesty cita la guerra in Congo, che ha causato più di 6 milioni di morti in 6 anni, con costanti i combattimenti e attacchi contro i civili; il conflitto in Colombia, che ha causato più di 80.000 morti dal 1985, di cui l'80% civili; la situazione in Israele e nei territori occupati, che sebbene sia la più discussa appare quella meno affrontata concretamente nella comunità internazionale.



Immunità, dal Colle un nuovo veto
Oggi il lodo Maccanico arriva al Senato. Ciampi contrario allo stop alle indagini.
Liana Micella su
la Repubblica

ROMA - Come per il legittimo sospetto alias Cirami, anche per il lodo Maccanico (continuerà a chiamarsi così visto che saranno i capigruppo della Cdl a presentarlo oggi al Senato) c'è voluta una rampogna del Quirinale. Ferma e forte, giunta già martedì sera non appena il testo del lodo, approntato dai cosiddetti "saggi della giustizia", Gargani, La Russa, Vietti, è giunto al Colle.

Timorosi di una qualche nuova indagine sul Cavaliere, i legali del premier avevano insistito perché l'intera azione penale fosse impedita. Non solo i dibattimenti in aula dunque, ma anche le investigazioni. Ecco che nel testo del lodo si parlava di "procedimenti e processi" lasciando via libera solo agli atti urgenti e irripetibili. Ma il veto del Quirinale è stato assoluto. Perché in quella versione, la futura legge sarebbe a rischio di costituzionalità. La bozza dei saggi è stata corretta, poi ancora ricorretta più volte al punto che il forzista Giuseppe Gargani, a fine serata, contava una decina di ipotesi.

Alla fine un accordo nella Cdl, dove sia l'Udc che An rumoreggiavano per seguire la linea Ciampi, è stato siglato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. E il testo suona così: sono sospesi i processi dei cinque massimi presidenti (Repubblica, Consiglio, Senato, Camera, Consulta), a meno che non riguardino l'alto tradimento e l'attentato alla Costituzione. I tempi di prescrizione sono bloccati. La nuova norma si applica ai processi in corso. Oggi, in tarda mattinata, il testo sarà depositato in aula al Senato, dove sarà cominciato il dibattito sulla legge che traduce in norme ordinarie l'articolo 68 della Costituzione sull'immunità.

La commissione Giustizia l'ha licenziato l'altra notte tra le polemiche dei Ds e della Margherita (feroci dichiarazioni di Massimo Brutti e Nando Dalla Chiesa), che contestavano l'assenza del numero legale. Tra il 3 e il 5 giugno, la Cdl vuole il voto favorevole di Senato e Camera.

Ma se nella Cdl si respira la solita aria del "sacrificio" da parte di An, Udc e Lega costretti ad approvare norme salva-Berlusconi, tra il timore di franchi tiratori e la maretta del forzista Taormina che si spende per una legge costituzionale, l'Ulivo non è messo meglio. Alla prima prova parlamentare dopo le dichiarazioni di unità della tornata amministrativa, tornano le divisioni.

Presidente e segretario dei Ds, Massimo D'Alema e Piero Fassino, aprono a una possibile discussione sul lodo qualora lo si vari con una legge costituzionale. Insorgono tutti gli altri, a cominciare dal "correntone" Ds che si attesta su un rifiuto di qualsiasi trattativa. Totale indisponibilità anche nella Margherita di Francesco Rutelli che ieri sera ha riunito il gruppo presente Antonio Maccanico.

Piovono gli altri no: quello del Pdci di Oliviero Diliberto che rimprovera al duo D'Alema-Fassino di "aver fatto un errore" e conferma l'idea del referendum; quello dei Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio e Paolo Cento che parlano di "trappola per il centrosinistra"; quello di Antonio Di Pietro. Per un'apertura restano solo il Prc (ma non in questo clima) e lo Sdi di Enrico Boselli per cui il "problema dello scudo esiste", ma l'esito di una trattativa dipende solo da Berlusconi.


Csm: basta attacchi, rispettate i magistrati
Approvato un documento in difesa delle toghe di Milano, Palermo e Torino
brevissime del
Corriere

ROMA - Un'«allarmata preoccupazione» per un clima «che travalica quello della fisiologia dialettica», e «un pressante appello» a tutte le istituzioni «perché sia ristabilito il rispetto dei singoli magistrati e dell'intera categoria». E' quanto si legge in un documento approvato a maggioranza dalla prima commissione del Csm. Parole scritte in difesa dei giudici di Milano, Palermo e Torino, attaccati, come ricorda lo stesso Csm, da parte di esponenti politici «con alte responsabilità». Secondo il documento, è «assolutamente infondato» che i «magistrati impegnati nei processi di cui sopra abbiano perseguito finalità diverse da quelle di giustizia».
Spiega Luigi Berlinguer, componente del Csm in quota Ds: «E' dovere del Consiglio tutelare i magistrati perché si sono prodotte offese al loro operato, con il rischio di delegittimazione della funzione giurisdizionale». Replica il capogruppo di Forza Italia al Senato, Renato Schifani: «La divisione dei poteri e il rispetto reciproco delle funzioni di ciascuno, noi li conosciamo benissimo. Parte del Csm e parte dei giudici, evidentemente no. Purtroppo questa è l'amara realtà del nostro Paese».


La battaglia del Corriere della Sera. La redazione a fianco di De Bortoli
sommari de
l'Unità

Si deciderà giovedì, salvo clamorosi imprevisti, il passaggio di consegne ai vertici del Corriere della Sera. Nel pomeriggio si riunisce il patto di sindacato e poi il consiglio di amministrazione di Rcs Media Group, e si consumerà lo scontro tra gli azionisti che sostengono Ferruccio De Bortoli, capeggiati da Banca Intesa e Unicredito, e quelli, come Cesare Romiti e Tronchetti Provera che spingono per la sostituzione tanto gradita al Cavaliere. Al termine di un'affollatissima assemblea i giornalisti tramite i loro delegati sindacali chiedono di partecipare al vertice con i grandi azionisti: «Non vogliamo giocare ad equilibrismi che passano dal governo alla Fiat, dal Quirinale alla direzione. Noi siamo per l'indipendenza assoluta del nostro quotidiano e il direttore la ha sempre garantita».


Prodi attacca: «Costituzione deludente»
Il presidente della Commissione boccia la bozza. Secca replica di Giscard d'Estaing: è lui che frena ogni cosa.
Adriana Cerretelli su
Il Sole 24 Ore

La bozza di Costituzione europea presentata da Valery Giscard d'Estaing è «deludente». La bocciatura di Romano Prodi rimbalza da Atene forte e chiara. «Il progetto manca di visione e di ambizione» denuncia il presidente della Commissione Ue, approdato nella capitale greca nell'ambito dei periodici vertici tra l'Unione e il Canada. Peggio, «rappresenta un passo indietro quando invece l'Europa ha bisogno di andare avanti per evitare la paralisi». Provocando la reazione di Gianfranco Fini, rappresentante del Governo alla Convenzione. «Prodi non deve essere ingeneroso - ha affermato Fini - perché la Convenzione è stata fin qui animata da una forza propositiva». Ma Prodi non si ferma al "j'accuse". Lancia un «appello per risvegliare i membri della Convenzione in quanto non possiamo essere le vittime o gli ostaggi di un testo che non porta soluzioni».

Insomma, guerra aperta. Doveva risolversi in un dibattito pubblico, arbitri i cittadini europei, il gran duello tra Giscard e Prodi. Ma il disaccordo sulla sede ha finora impedito la singolar tenzone. Da una parte c'è Prodi che accusa il presidium della Convenzione di fare passi indietro, per esempio sul terreno fondamentale dell'estensione del voto a maggioranza, laddove, per esempio, mantiene il sistema attuale dell'unanimità per politica estera e di sicurezza non meno che per la politica fiscale.

Dall'altra c'è Giscard che ritorce sull'indifendibilità dell'attuale sistema allargato da 15 a 25, con le presidenze del Consiglio rotanti ogni sei mesi e una Commissione pletorica e per questo condannata all'inefficienza: «Mantenere l'attuale formula significherebbe nei prossimi 10 anni avere 20 presidenti dell'Unione e mai una volta lo stesso».

Per la prima volta l'allargamento a 10 nuovi Stati romperà non solo gli equilibri di potere, ma la struttura stessa dell'Unione.

Per la prima volta infatti non solo ci sarà la moltiplicazione esponenziale delle eterogeneità all'interno della famiglia, ma i grandi Paesi diventeranno minoranza numerica (pur contando il 70% della popolazione totale) nel mare magnum dei medio-piccoli. Come ricreare una civile formula di convivenza senza violare il principio dell'eguaglianza tra Stati e senza esporre la minoranza dei Grandi al ricatto della maggioranza? E viceversa? Insomma come gestire la democrazia nella nuova Unione? Prodi, insieme al grosso dei Paesi medio-piccoli, insiste sul metodo comunitario. Giscard tende a far pendere la bilancia dalla parte del Grandi. Così per ora sulla questione istituzionale alla Convenzione regna il perfetto disaccordo.

Convenzione europea (bozza)

Progetto di Costituzione, Volume I
- Testo riveduto della parte I
Progetto di Costituzione, volume II
- Progetto di testo delle parti II, III e IV
Progetto di testo della parte II con commenti
Progetto di testo della parte III con commenti
Progetto di testo di talune sezioni della parte III con commenti


Amato: «I governi vogliono troppo poca Europa»
Il vice presidente della Commissione insoddisfatto per i risultati finora raggiunti
Claudio Lindner sul
Corriere della Sera

BRUXELLES - Giuliano Amato ammette un «forte margine di insoddisfazione» per il risultato finora raggiunto nella stesura della Costituzione europea e si augura che «nella fase finale scatti una scintilla che, per ora, non ho visto scattare». «C'è un clima che si va generalizzando - spiega il vicepresidente della Convenzione, l'organismo chiamato a scrivere il Trattato - del tipo "a ciascuno il suo, il che significa l'Europa il meno possibile". Con un atteggiamento che un'illuminata classe dirigente non dovrebbe avere: se è troppo difficile da spiegare ai miei elettori, allora no…».
Tra lunedì e martedì il Presidium ha diffuso i testi rivisti dopo la prima fase di dibattito. Ieri ha affrontato il Preambolo.
Presidente Amato, cominciamo proprio dal Preambolo, dove non esiste alcun riferimento alle radici cristiane. Lo condivide?
«Lo condivido così com'è. E' scritto con eleganza, prospettiva storica, un riferimento alla nostra responsabilità verso le generazioni future. C'è anche il senso di quello che vuol essere l'Europa non solo per i suoi cittadini ma anche per il mondo».
Il testo complessivo, secondo alcuni, riflette molto le concessioni fatte agli inglesi, i più «intergovernativi».
«La cosa che più ha colpito è stata la coincidenza tra la visita di Giscard a Londra e la caduta dell'aggettivo "federale" nel modello di Unione. In realtà ci eravamo sempre detti che "Parigi val bene una messa", ma un aggettivo no. Gli aggettivi li usano i commentatori, quello che a noi interessa è la sostanza».
Nelle decisioni di politica estera, grazie soprattutto a inglesi e francesi, è rimasta prevalente l'unanimità
«A me interessa, al di là delle battaglie sulle parole, quanti sono i casi di decisioni a maggioranza qualificata. Devo dire che avrei gradito rimanesse nel testo finale la valvola che avevamo aperto rispetto alla situazione esistente con la clausola "si votano a maggioranza qualificata le iniziative congiunte del ministro degli Esteri e della Commissione". Questa formula è stata respinta, ma non dal Regno Unito».
Da chi, allora?
«E' stato un atteggiamento più generale, che ha portato i favorevoli alla maggioranza qualificata a retrocedere su una seconda linea, che è comunque più avanzata del testo attuale: si votano a maggioranza qualificata le iniziative che il ministro degli Esteri presenta su impulso del Consiglio. Uno spiraglio c'è. Vorrei far notare che la nuova Costituzione raddoppia le aree nelle quali si è passati dal potere di veto nazionale alla maggioranza qualificata. Per esempio nel Fisco e nelle politiche agricole. Avrei preferito che ci fossero più aperture in materia sociale, non è stato possibile e non per colpa degli inglesi».
Si dice per colpa dei tedeschi. E' vero?
«No comment».
Come si uscirà dall'impasse sulle riforme?
«C'è il forte rischio di un compromesso al più basso livello: un presidente sbertucciato del Consiglio europeo pagato con una Commissione che vada al di là degli accordi di Nizza assegnando un Commissario a ciascuno dei 25 paesi».

Spieghiamo un caso concreto, l'Iraq . Come si sarebbe mossa l'Europa?
«Il ministro degli Esteri avrebbe avuto il compito di elaborare la strategia geopolitica europea, diciamo sul terrorismo. Quello che avrebbe potuto fare rispetto ai vicini, alla Russia e agli Stati Uniti. Ne sarebbe uscita una linea (che all'epoca non c'è stata) e il presidente del Consiglio avrebbe avuto l'autorevolezza, affiancato dal ministro degli Esteri, di girare l'Europa per ottenere il consenso. Ma c'è di più».
E cioè?
«Davanti a un Trattato che già oggi sollecita il Consiglio a riunirsi, in presenza di una questione internazionale di grande rilevanza, e a stabilire una strategia europea, il Presidente avrebbe perso la faccia se non avesse convocato subito un vertice sulla vicenda irachena. Non è accaduto, il Consiglio non è mai stato convocato».
Lei è tra i sostenitori, in prospettiva, di un presidente unico dell'Europa, alla testa di Consiglio e Commissione
«Tra 10 anni l'Europa dovrebbe essere guidata da una testa unica, che a quel punto sarà il presidente del governo europeo. Certo, se mi viene chiesto da dove questo governo debba saltar fuori, oggi non ci sarebbe risposta. Vedrei nella Costituzione una data per tutto ciò, per ora non c'è. L'Europa a due teste non può durare a lungo».
Sul presidente unico c'è la convergenza degli italiani nella Convenzione, sia di maggioranza sia di opposizione.
«E' curioso, perché gli italiani si dividono politicamente, si trattano da europeisti e antieuropeisti, poi in certi momenti emerge una sorta di naturale europeismo degli italiani. Tutti hanno sostenuto il ministro degli Esteri con doppio cappello e sono la squadra più compatta in questa visione futura di un presidente unico».

C'è chi individua un suo ruolo di mediazione tra Prodi e Giscard
«E' una banalità legata a una visione puramente meccanica di questa vicenda. Io ho sempre avuto una mia posizione, fondata sulla convinzione del ruolo forte della Commissione, ma anche della necessità di rafforzare il Consiglio. Mi colloco tra Giscard e Prodi per questo, non perché voglia fare il mediatore».


Milan padrone d'Europa
edizione speciale di
Gazzetta.it

E sono sei. Sei coppe Campioni targate Milan. Si dice che l'ultima è sempre la più bella e quella vinta a Manchester probabilmente lo è davvero, perché è arrivata battendo l'Inter in semifinale e la Juventus in finale, quei rivali di sempre che adesso assistono ai festeggiamenti della squadra che può dire di essere la più forte in Europa. In questa serata di gloria c' è spazio per molti giocatori rossoneri. Ma sul palcoscenico principale merita di andarci Carlo Ancelotti che si è definitivamente tolto l'etichetta di allenatore perdente. Per lui è la terza coppa, la prima da tecnico. E si è tolto la soddisfazione di vivere il momento più bello contro la società che lo aveva mandato via perché arrivava sempre secondo. Una volta. Ora non più. Ora Ancelotti è un vincente. Come il Milan. La squadra che ha vinto sei coppe Campioni. Sei.

Una notte da incorniciare
Le foto più belle dall'Old Trafford
La finale con i tifosi
La passione popolare per immagini
Il cammino vincente
Gara per gara: quadri di un trionfo
Un tuffo nel passato
Tutte le finali di Milan e Juventus
Lo speciale Gazzetta
Audio, video, interviste e cronache


Coppa al merito (rossonero)
Giorgio Tosatti sul
Corriere della Sera

Shevchenko, Nesta e Serginho regalano al Milan la sua sesta Coppa dei campioni. Neppure Buffon può rimediare agli sbagli di Trezeguet (disastroso), Zalayeta e Montero così emozionati da tirare in bocca al magnifico Dida i loro calci di rigore. Il re di coppe respinge la regina degli scudetti dopo una partita chiusa sullo 0-0 ma non brutta. Semmai tosta, dominata dalle difese. Oggettivamente il Milan fa di più per conquistarla, specie nel primo tempo. Un premio a chi ha giocato quest'anno il calcio più nuovo e creativo. Lippi sbaglia anche qualche scelta, poi perde Tudor e Davids. Troppo per una squadra cui manca già Nedved, eterno rimpianto per la tifoseria juventina. Ancelotti cancella l'etichetta di perdente e coglie il primo grande trionfo della carriera: eppure poche settimane fa lo davano sulla via del licenziamento. Lippi perde la sua terza finale di Champions su quattro; questa competizione non si consegna volentieri a lui e alla Juve. Così solo l'Inter di H.H. ed il Milan di Capello possono vantarsi di aver vinto nello stesso anno scudetto e Coppa Campioni. Maldini alza la coppa come papà Cesare 40 anni fa: è la sua quarta. Rende leggendaria la sua carriera. Tra i protagonisti assoluti del successo, Alessandro Nesta l'erede di Baresi. Dispiace che ci sia una squadra sconfitta, dopo tanto equilibrio. Fra vincitori e vinti in queste sfide le differenze sono sovente minime, casuali: la traversa di Conte, le assenze bianconere. L'Italia ne esce bene, giocatori e tifosi danno un esempio di lealtà e compostezza. Fa un effetto curioso vedere nella tribuna dell'Old Trafford il gotha del calcio mondiale sommerso da vip nostrani, politici, dirigenti sportivi e non, di vario cabotaggio, gente dello spettacolo, belle donne più o meno tifose. Come se avessimo esportato la tribuna d'onore dell'Olimpico e quella di San Siro. Il tempio del club col maggior fatturato del mondo brulica d'italiani. Molti faranno cento ore di pullman o attenderanno in pista per buona parte della notte: i voli da imbarcare sono più di quattrocento. Ma qualsiasi sacrificio è accettabile pur di vedere dal vivo una partita unica, probabilmente irripetibile.
Partita equilibratissima, si diceva alla vigilia. Nel primo tempo lo è meno di quanto si pensasse. Perché la Juve, a parte una fiammata all'avvio e alla fine, subisce in modo netto pressing, velocità, fantasia del Milan. Non solo per la mancanza dell'insostituibile Nedved. Ma per l'inconsistenza atletica ed agonistica di Camoranesi, per l'evidente inadeguatezza di Montero a fronteggiare Shevchenko (troppo più veloce di lui), per i molti errori di controllo commessi da Trezeguet, per una certa goffaggine di Tudor. Rui Costa e compagni giocano assai meglio e creano diverse occasioni. All'8' Shevchenko va in gol, ma l'arbitro giustamente annulla perché Rui Costa (da cui era partita l'azione) è in fuorigioco attivo, proprio davanti a Buffon.
Il quale giganteggia. Addirittura memorabile, al 16', il volo con cui nega ad Inzaghi un gol fatto. Pur arrivando sovente vicino al vantaggio, il Milan (anche per qualche egoismo degli attaccanti) non riesce a coglierlo.

All'inizio del primo supplementare stiramento per Roque Junior. Ambrosini scala a terzino, in pratica il Milan è in dieci. Ora tocca a lui subire gli attacchi di una Juve comunque esausta. Ma le difese sono migliori degli attacchi. Poi i rigori.


  29 maggio 2003