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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 28 maggio 2003


Maggioranza sull'orlo di una crisi di nervi
Massimo Giannini su
la Repubblica

TUTTO in una parola: la "verifica". Il sintomo più evidente del malessere del centrodestra dopo il primo turno delle elezioni amministrative sta tutto in questa parola. Gianfranco Fini, leader sconfitto di Alleanza nazionale, l'ha ripescata direttamente dal polveroso vocabolario della Prima Repubblica. La "verifica di maggioranza" faceva parte del rituale classico dei vecchi governi penta-partito. In genere, la chiedeva il Psi di Bettino Craxi, per mettere in crisi la Dc. Oppure il Psdi di Pietro Longo, per reclamare più poltrone. O il Pli di Renato Altissimo, per spuntare qualche nomina nelle banche o nelle Partecipazioni statali. Ieri l'ha chiesta il vicepremier, uscito a pezzi dal voto del weekend. Gli esternatori di Forza Italia Scajola e Bondi hanno risposto seccati. Il portavoce di An Landolfi ha replicato ancora più stizzito. La coalizione è sull'orlo di una crisi di nervi. Ventiquattr'ore dopo la chiusura delle urne, inizia a tutti gli effetti il "regolamento di conti" dentro la Casa delle Libertà. I leader si riuniscono a Palazzo Grazioli, a casa Berlusconi, per la cena più indigesta di questi primi due anni di legislatura.

Il Cavaliere, che prima di domenica scorsa ha esternato per quindici giorni ininterrotti, continua a tacere. Fa finta di non riconoscere il rilievo nazionale di una consultazione "locale". Fa finta di non vedere le macerie della disfatta alla provincia di Roma. Ma da oggi cominciano a venir fuori le prime indicazioni sui voti di lista, e si possono azzardare i primi raffronti con le amministrative del '98 e con le politiche del 2001. I risultati sono sorprendenti. Si scopre che non è solo An il partito in crisi (insieme alla Margherita sul versante opposto), che ha pagato più caro il prezzo della sua subalternità politico-culturale al presidente del Consiglio. Secondo l'Istituto Cattaneo di Bologna è Forza Italia il partito più "scottato" da queste elezioni. Dall'incrocio tra le politiche del '96 con le provinciali del '98, e tra le politiche del 2001 con le amministrative del 2003, risulta che il partito del premier ha perso l'8,3% del suo elettorato.

Se queste cifre sono vere, stavolta non ha funzionato quella che Renato Mannheimer chiamerebbe la "mobilitazione drammatizzante" impressa dal Cavaliere alla campagna elettorale, con l'attacco ai giudici e agli eredi del Pci. Come l'anti-berlusconismo non è bastato all'Ulivo per vincere le politiche di due anni fa, l'anti-comunismo non basta al Polo per vincere le elezioni del 2003. Gli italiani che hanno votato a queste amministrative non sembrano temere l'improbabile ritorno dei bolscevichi. Piuttosto, sono preoccupati per il sicuro aumento delle tasse locali.

La domanda è: cosa accadrà adesso. E come cambierà il passo del governo. Finora il premier ha concesso alla Lega una grande rendita di posizione. Ha lasciato a Bossi il ruolo del Ghino di Tacco dell'alleanza. Il buon successo del Carroccio che corre da solo rafforza la spinta estremista del Senatur. Quello che farà Bossi è abbastanza scontato: andrà fino in fondo sulla devolution e sul Parlamento padano, farà la voce grossa sull'immigrazione e sulla sicurezza. Ma il sorprendente successo dell'Udc, l'unico partito che ha vinto davvero queste elezioni, produce la contro-spinta moderata dei centristi. Quello che farà Follini è altrettanto scontato: arginerà con un puntiglio crescente e sistematico ogni spallata anti-istituzionale di Bossi e pretenderà con urgenza una riforma delle pensioni. Sulla carta, potrebbe addirittura reclamare un rimpasto, per ottenere in ministeri la "visibilità" che gli spetta: il boom elettorale delle provinciali in Sicilia e nel Lazio lo accredita di una proiezione nazionale del 12%.

È naturale che, stretto in questa morsa, sia Fini a battere i pugni sul tavolo di Berlusconi e a chiedere la "verifica di maggioranza". La mossa del vicepremier tradisce una difficoltà che rasenta la disperazione. Il capo di An arriva al braccio di ferro con gli alleati indebolito dalla debacle di Roma e da un'emorragia che già nel 2001 aveva fatto perdere al suo partito 1 milione 400 mila voti. È costretto a chiedere una verifica sì, ma solo dopo l'8 giugno, perché nel ballottaggio a Brescia ha bisogno dei voti leghisti per far vincere la sua candidata Viviana Beccalossi.

In questa seconda metà della legislatura Berlusconi ha il dovere di trovare una sintesi tra queste istanze diverse e contraddittorie. Il compito non è facile. Paradossalmente la "debilitazione" elettorale di Forza Italia può aiutare il premier a ritrovare una dimensione da uomo di Stato, più che da capo fazione. Dopo l'altolà ricevuto dagli italiani con queste amministrative, il Cavaliere vede diminuire il suo potere "contrattuale" nel rapporto con il presidente della Repubblica Ciampi, e per la prima volta vede l'Ulivo risalire la china. Tutto questo può convincerlo a cercare una via negoziale alle riforme, e magari a imboccare la strada del dialogo con l'opposizione.

Naufragata sugli scogli del voto locale anche la minaccia pretestuosa delle elezioni anticipate, il Cavaliere ha bisogno urgente di una "ripartenza". Ma potrà riuscirgli solo se deporrà le armi nella sua folle battaglia contro la magistratura. E se finalmente comincerà a fare quello che non ha fatto nei suoi primi due anni a Palazzo Chigi: governare l'Italia.


Elezioni: tendenze dal '96 a oggi; Ds promossi, Forza Italia bocciata
Uno studio dell'Istituto Cattaneo di Bologna. Il paragone su due cicli elettorali politiche-provinciali
su
la Repubblica

BOLOGNA - Promossi a pieni voti i Ds, bocciata Forza Italia, promozione più risicata per An. E' il "verdetto" dei flussi elettorali, delle tendenze che hanno accompagnato i tre maggiori partiti italiani dalle elezioni politiche del 1996 a queste amministrative, passando per le amministrative del 1998 e le politiche del 2001. L'analisi, a tambur battente, definisce il "rendimento" delle tre forze politiche ed è frutto del lavoro dei ricercatori dell'Istituto Cattaneo di Bologna che da sempre si occupano di "leggere" e spiegare i dati della politica italiana.

I tre partiti presi in esame sono i maggiori e anche quelli che, presenti su scala nazionale a tutte le consultazioni, hanno mantenuto inalterati nomi e simboli in questo decennio. I ricercatori del Cattaneo hanno considerato il voto provinciale. Ebbene, i Ds manifestano una tendenza elettorale positiva in tutte e 12 le province in cui si è votato con miglioramenti qua e là anche notevoli. Per Alleanza Nazionale c'è una tendenza positiva (mediamente inferiore a quella della Quercia) in 9 province su 12. Per Forza Italia, invece, c'è una tendenza negativa in 9 casi su 12. La media è impressionante: i Ds salgono del 4,9%, An del 2,9 mentre Forza Italia scende del 4,1%.

Per arrivare a queste conclusioni, l'Istituto Cattaneo non si è limitato a confrontare i dati di quest'anno sui precedenti, ma ha pensato - spiega una nota - di confrontare per ciascuno dei tre partiti la percentuale dei consensi alle elezioni provinciali e la percentuale dei voti raccolti nelle elezioni politiche immediatamente precedenti. Questa differenza è stata calcolata per le elezioni provinciali del 2003 (rispetto alle politiche del 2001) e del 1998 (rispetto alle politiche del 1996). Poi sono stati confrontati (di nuovo per sottrazione) gli andamenti dei tre partiti nell'intervallo 2001-2003 con quelli nell'intervallo 1996-1998. Ne risulta la tabella che pubblichiamo.

Da cosa, ad esempio, si deduce la tendenza negativa di Forza Italia? Dal fatto che il calo registrato alle provinciali del 2003 sulle politiche del 2001, sia più forte (dell'11% a Benevento, ma anche del 2% a Palermo) di quello che si delineò tra le politiche del 1996 e le provinciali del 1998. Senza contare l'aspetto di per sé negativo che il segno "meno" compaia costantemente in 9 province su 12.

Quanto alle comunali, il Cattaneo arriva alla conclusione che è stato un voto eminentemente "locale" molto puntato sui candidati alla poltrona di sindaco e con pochi risvolti politici nazionali. Lo studio non ha riscontrato, infatti, nè un ritorno al voto per liste, nè tendenze uniformanti nelle 'conquiste' o nelle 'sconfitte'.

In termini di 'conquiste' o 'riconquiste' dei municipi, non si evidenziano tendenze unificanti. Un po' dapertutto si hanno sindaci riconfermati (come l'ulivista Fontanelli a Pisa) o che dovrebbero riuscirci al ballottaggio (Hullweck a Vicenza), ma anche primi cittadini costretti a ballottaggi difficili: Corsini (centrosinistra) a Brescia e Arezzo (centrodestra) a Ragusa.

Sembra quindi difficile per l'Istituto, sulla base di questi dati, dire che le candidature a sindaco hanno perso, nella mente degli elettori, quella autonomia di cui avevano goduto in questi anni. E' più probabile invece, per il Cattaneo, che ad essere all'opera, come ormai è prassi consolidata nei comuni italiani, siano stati soprattutto fattori locali.


Tabella Il "rendimento"
dei tre partiti
  (% voto 2003 - % voto 2001) -
(% voto 1998 - % voto 1996)
Province DS AN FI
Agrigento +4,2 +6,3 -9,0
Benevento +5,3 -1,3 -11,6
Caltanissetta +4,5 +5,1 -4,5
Catania +7,4 +3,7 +1,3
Enna +0,2 +0,5 -4,2
Foggia +10,5 -2,5 +1,1
Massa Carrara +3,1 -1,5* -1,5*
Messina +3,7 +5,3 +0,1
Palermo +11,7 +5,1 -2,1
Roma +2,6 +0,8 -8,3
Siracusa +1,7 +6,0 -1,5
Trapani +4,0 +2,8 -8,9
Media +4,9 +2,9 -4,1
* FI, CCD a AN insieme      


I risultati delle amministrative
uno speciale del
Corriere della Sera


«Berlusconi punito dal suo elettorato»
su
l'Unità

ROMA. Edmondo Berselli, direttore della prestigiosa rivista Il Mulino ed editorialista dell'Espresso fa una premessa alla nostra discussione: «Negli ultimi giorni ho pensato: finalmente si vota. Si esce dal circuito un po' malefico della polemica concentrata per intero su Berlusconi. E si vota per cose che non riguardano Berlusconi, anche se lui ha tentato di berlusconizzare le elezioni».
Ha detto berlusconizzare?
«Sì. Ha cercato di intervenire sul voto mobilitando il suo elettorato alla sua maniera: attenti ai comunisti e giudici-cancro».
Paga ancora questa polemica?
«Non so se paga. Soprattutto non so se Berlusconi risulta convincente quando si presenta a “Porta a porta” per dire che il suo governo ha fatto meraviglie. Politicamente il modo in cui Berlusconi ha stressato e nevrotizzato la campagna elettorale ha irritato e inquietato gli elettori moderati. Questo può avere determinato un travaso dal centro del centro destra al centro sinistra. Il premier s'è mosso in modo non gradito da settori dell'opinione pubblica».
Il voto è quindi stato un giudizio anche su Berlusconi?
«Era inevitabile. Lo si era detto anche prima che sarebbe stato un giudizio su Berlusconi e il suo governo. Il ruolo centrale che lui assume in questo momento, e che avrà in futuro, farà si che qualsiasi pronunciamento elettorale sarà sempre su Berlusconi. Sempre e comunque. Poi ci sono tutte le altre mediazioni».
Il centro sinistra aumenta i voti perfino dove perde. Dove aveva il 65 o 70 per cento il centro destra ha il fiatone o va al ballottaggio. Che è accaduto?
«L'elemento fondamentale è che s'è modificato il giudizio sul governo. Se grattiamo via la polemica su magistrati e giustizia, operazione utilissima per poter valutare correttamente il governo, viene fuori una significativa insoddisfazione di larghi segmenti di elettorato verso la qualità del governo».
Il risultato arriva dopo quello tedesco e quello spagnolo.
«La posizione del centro sinistra contro l'unilateralismo americano sulla guerra è stato in sintonia con l'opinione pubblica. Berlusconi e il governo hanno dovuto fare i salti mortali per mantenere le loro posizioni senza essere troppo conflittuali con i sentimenti della società italiana. E' un fenomeno che ha giocato in Spagna, in Germania e ora da noi».

Nuove contraddizioni per il centro destra?
«La Casa delle libertà è un complesso piuttosto composito: federalisti, ma anche postdemocristiani e nazional-populisti. Il potere è un mastice molto efficace ma possono aprirsi contraddizioni e tensioni. Non dimentichiamo che Bossi ha raggiunto il 3,9. Si poteva pensare che pur avendo fatto un buon contratto con Berlusconi sarebbe rimasto un socio di minoranza. Ma se diventa più forte cercherà di portare a casa risultati più forti. Se Bossi si convince che può ricattare, perché torna a essere determinante, premerà sull'acceleratore».
Il fatto che questa volta il centro sinistra si sia presentato abbastanza unito, ha pesato?
«Larga parte degli elettori che votano per l'Ulivo e il centro sinistra si sentono e interpretano se stessi come elettori del centro sinistra. Talvolta, a distanza di un anno, non ricordano neanche il partito per cui hanno votato. Ricordano di aver votato centro sinistra. Negli ultimi tempi il conflitto interno s'è smorzato e questo ha certamente aiutato. Le cose del centro sinistra andavano tanto male, per la conflittualità interna, che è bastato poco. Per vincere qualsiasi competizione ci vuole una coalizione larga ed estesa. Tutte le chiacchiere secondo cui si vince meglio se non c'è Rifondazione o non ci sono i rompiballe sono tutte e sempre sbagliate ed inutili. Se si guarda ai casi in cui la sinistra ha vinto si scopre che ha vinto quando ha tenuto insieme la stragrande maggioranza del proprio schieramento. Da questo punto di vista, la lezione di Blair, che ha messo insieme tutto quello che c'era da mettere insieme ma proprio tutto, va tenuta ferma».


Anche il Corriere sarà suo
Si dimette il direttore del Corsera Ferruccio De Bortoli. Al suo posto dovrebbe arrivare Stefano Folli, notista politico ben visto dal Quirinale e con simpatie berlusconiane
apertura de
il Manifesto

«Alla fine il cavaliere ce l'ha fatta. Adesso siamo davvero a un passo dal regime». La battuta di un giornalista che da anni lavora al Corriere della Sera dà la misura del clima che si respira in via Solferino dopo la diffusione della notizia, non ancora ufficiale, delle dimissioni di Ferruccio De Bortoli dal quotidiano controllato da Fiat, da Mediobanca e dalla Gemina di Cesare Romiti. Al posto di De Bortoli, già «avvertito» dai suoi avversari con una denuncia per diffamazione firmata da Gaetano Pecorella e Niccolò Ghedini, dovrebbe essere nominato Stefano Folli, notista politico del Corsera, ben accreditato al Quirinale ma anche simpatizzante di Berlusconi. La notizia è arrivata alle redazioni dei giornali via Internet, attraverso il sito Dagospia: «Chiuse le urne elettorali, dopo sei anni al vertice di via Solferino, questa mattina Ferruccio De Bortoli ha consegnato la lettera di dimissioni al presidente di Rcs Medioa Group, Guido Roberto Vitale. Al suo posto gira il nome di Stefano Folli». Si è capito che non si trattava di uno dei tanti rumors, quando i vertici di Rcs Media Group hanno commentato le indiscrezioni con un «no comment», confermando di fatto la notizia. Si dice tra l'altro che la scelta di Stefano Folli sia stato il frutto di una mediazione tra gli azionisti del gruppo editoriale e gli uomini dell'entourage del capo del governo, «infastidito», da tempo per le critiche del Corsera, per i suoi editoriali a volte «irriverenti» e soprattutto per le sue cronache giudiziarie. Sembra che l'editoriale di Giovanni Sartori, che paragonava Silvio Berlusconi a Benito Mussolini, abbia provocato l'ultimo strappo. Il terremoto di via Solferino, tuttavia, per quanto sotterraneo era in corso da parecchi mesi. Nelle retrovie della comunità degli affari ti spiegano che nella decisione che dovrebbe portare entro domani al cambio della guardia, avrebbe avuto un ruolo importante la Fiat di Umberto Agnelli, da tempo sotto schiaffo del governo. D'altronde, il presidente della Fiat aveva già preso le distanze dalla direzione De Bortoli nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta a Torino dopo l'assemblea della Fiat.


I ds chiedono le dimissioni di Taormina dall'Antimafia. La risposta: insulti e rissa
sommari de
l'Unità

Commissione Antimafia, la destra ha offerta l'immagine peggiore. E' successo martedì mattina. I diessini Massimo Brutti e Giuseppe Lumia avevano chiesto le dimissioni del nuovo membro Carlo Taormina per «evidente incompatibilità» con l'attività della commissione. Taormina, infatti, è avvocato difensore di alcuni personaggi legati alla criminalità, come Pietro Loiacono, sottoposto all'articolo 41bis, e Danilo Sbarra, accusato d'essere un boss della banda della Magliana. Taormina ha respinto indignato la richiesta di dimissioni accusando i due parlamentari dell'Ulivo di essere «comunisti» e gridando «mafiosi siete voi». La questione sarà risolta da Pera e Casini.


Israele ha 14 riserve sul percorso di pace
Rinviato l'incontro Abu Mazen-Sharon: Arafat chiede una riunione palestinese preliminare. Lo Stato ebraico: fine delle violenze prima di procedere nella «mappa»
Guido Olimpio sul
Corriere dell Sera

GERUSALEMME - Lunedì la road map era tutta in discesa. Ieri è tornata in salita. Israeliani e palestinesi hanno annunciato che non si terrà oggi il previsto summit Abu Mazen-Sharon. «Troppi impegni - hanno spiegato fonti palestinesi -. E' possibile che si svolga giovedì». Replica israeliana: la data non è stata ancora fissata. Il rinvio sarebbe stato provocato da Yasser Arafat che, a dispetto di tutti, continua a essere il grande burattinaio. Il raìs vuole che il nuovo confronto con Sharon sia preceduto da una riunione di Abu Mazen con i dirigenti del Fatah, la principale componente palestinese: dalla consultazione dovrebbero emergere le linee di condotta.

Nell'intenzione degli americani il secondo faccia a faccia tra i due premier avrebbe la funzione di mettere in moto l'applicazione della «mappa della pace», l'iniziativa che deve portare alla nascita di uno Stato palestinese entro il 2005.
Ma sono ancora tanti gli ostacoli. La stampa ha pubblicato le 14 «riserve» trasmesse da Israele agli Usa sulla road map . Una sfilza di paletti che rischia di svuotare il documento.

Le obiezioni preparate da Sharon non sono sfumature. Incidono in modo pesante. Vediamo i punti principali. La situazione di pace è la condizione indispensabile per andare avanti. Se cesserà la violenza gli israeliani faranno i loro passi, altrimenti nulla. Abu Mazen invece sollecita un meccanismo con mosse parallele. I palestinesi dovranno darsi una nuova dirigenza attraverso elezioni democratiche. Ancora. Il controllo delle intese spetterà solo agli americani, dunque restano fuori Onu, Unione Europea e Russia che con Washington formano il Quartetto. I palestinesi - altro elemento controverso - devono rinunciare al diritto al ritorno dei rifugiati. La conclusione del processo porterà «alla fine di tutte le rivendicazioni così come alla fine del conflitto». Non potranno essere discusse questioni come gli insediamenti ebraici in terra araba e le istituzioni palestinesi a Gerusalemme, dossier che vanno affrontati nella fase finale. Il previsto ritiro israeliano sulle linee precedenti allo scoppio dell'intifada dipenderà dalle «circostanze» e dalle «necessità che emergeranno». Virgolettati che nascondono il desiderio di Israele di assumere il duplice ruolo di giocatore e arbitro. Il rinvio poi del dibattito sugli insediamenti rischia di imprimere un colpo mortale alle aspettative palestinesi: le colonie sono il simbolo dell'occupazione.
Uno status di oppressione che persino Sharon aveva riconosciuto 24 ore prima dicendo che era giunto il momento di mettere fine «all'occupazione». Una parola tabù che riconosceva quanto negato dall'intero schieramento di destra. Sommerso dalle critiche, il premier è stato costretto a chiarire: «Intendevo affermare che Israele non vuole governare i palestinesi. Il termine giusto è territori contesi».



«Il Pentagono ha sbagliato i piani, serviva l'Onu»
Il generale Anthony Zinni, ex mediatore in Medio Oriente, analizza i rischi del dopoguerra
«Ci vogliono forze come i vostri carabinieri, che io ho ammirato in Somalia e in Bosnia»

Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Prima ancora della fine della guerra contro l'Iraq, il generale a riposo Anthony Zinni ammonì che il peggio sarebbe venuto dopo. Zinni ha combattuto la guerra del Golfo persico del 1991, diretto i successivi aiuti ai curdi e due anni più tardi quelli ai somali, poi assunto il Comando del Medio Oriente e cercato di mediare - invano - tra israeliani e palestinesi.
La sua profonda conoscenza del mondo arabo lo rende scettico sulla possibilità di pacificare e unificare in fretta e bene l'Iraq. «Avviene quello che temevo - dichiara a proposito degli attacchi ai soldati americani -. Se non cambieremo strada, ci troveremo in un campo minato, in una trappola. Dobbiamo ricorrere alla comunità internazionale».
Si aspettava questi attacchi?
«Purtroppo sì. C'è sempre qualcuno che vuole vendicarsi della sconfitta, che tenta di organizzare una resistenza a posteriori con cecchini, attentati, aggressioni. A Bagdad siamo in una fase di transizione resa più pericolosa dal ritardo nella formazione di un governo e polizia iracheni, sia pure provvisori, e dalla assenza di una autorità non occupante, ma internazionalmente riconosciuta, di cui gli arabi pensino di potersi fidare, cioè l'Onu».

Ma il Pentagono non lo aveva previsto?
«Mi risulta che il Pentagono abbia cominciato a pensare al dopo Saddam in ritardo, a gennaio o febbraio. E non si è reso conto che i militari da soli non possono rimettere ordine in Iraq. Ci vogliono strutture civili ed economiche, organismi politici e giuridici. Con gli inglesi abbiamo 160 mila soldati circa sul terreno, ma non sono sufficienti. Inoltre, per quanto tempo possiamo lasciarli là?».
Si parla di una presenza limitata della Nato, a esempio nella zona che verrà affidata alla Polonia.
«Non è tanto la Nato che serve quanto l'Onu. E' l'Onu che legittima operazioni quali la guerra dell'Iraq e che ha l'esperienza necessaria per la ricostruzione di un Paese, come ha dimostrato nel Kosovo e in Afghanistan. Sotto la sua egida, polizie militari come i carabinieri, che ammirai in Somalia e in Bosnia, possono ripristinare la sicurezza. E funzionari e tecnici possono operare con più credibilità e conquistare la fiducia della popolazione, in particolare su questioni delicate come il petrolio».
L'ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza prevede però un ruolo modesto dell'Onu in Iraq.
«Mi auguro che lo sia solo inizialmente. Il presidente Bush ha fatto un grosso investimento nella liberazione e democratizzazione dell'Iraq. Secondo me ne trarrà frutto se formerà un governo provvisorio iracheno affidabile e se si aprirà maggiormente alla comunità internazionale. Capisco che voglia che siano l'America e la Gran Bretagna a garantire la transizione, ma deve ridurre i tempi il più possibile, altrimenti il caos si aggraverà».



Il re di Thailandia brevetta la macchina per la pioggia

brevissime del
Corriere

È diventato davvero «il re della pioggia». Il sovrano thailandese Bhumibol Adulyadej (nella foto con la moglie), riceverà lunedì prossimo il brevetto di una tecnica, da lui stesso sviluppata, per provocare la pioggia artificiale. L'ufficio per la proprietà intellettuale ha approvato l'invenzione del re dopo aver verificato che era del tutto inedita. Ma non ha voluto fornire informazioni sulla tecnica, che è destinata ad aiutare i coltivatori delle zone aride. La pioggia artificiale sarebbe suscitata da due aerei che, secondo un metodo chiamato del «super sandwich», creano nuvole fredde e calde a diverse altitudini.


  28 maggio 2003