
sulla stampa
a cura di Fr.I. - maggio 2003
SPECIALE ELEZIONI
Titoli e sommari
Aumenta l´affluenza alle provinciali: 63,1%. Al ballottaggio molti comuni capoluogo, la delusione del presidente del Consiglio
Elezioni, Ulivo in rimonta
Il centrosinistra conquista Roma al primo turno, Palermo resta alla destra. Il candidato leghista non sfonda a Treviso. Anche Brescia e Sondrio dovranno tornare alle urne l´8 giugno
su la Repubblica
ROMA L´Ulivo festeggia a Roma, il Polo passa a Palermo e in molti capoluoghi bisognerà aspettare i ballottaggi: sono questi i verdetti delle elezioni amministrative. Nella Capitale, il centrosinistra elegge al primo turno Enrico Gasbarra che, con il 54,4 per cento dei consensi, batte il candidato della Casa delle Libertà Silvano Moffa. A Palermo, il Polo esulta con Francesco Musotto che supera Luigi Cocilovo. Nelle comunali di Brescia il sindaco uscente Paolo Corsini, del centrosinistra, andrà al ballottaggio con Viviana Beccalossi. Al secondo turno anche Treviso, dove il leghista Gentilini è in vantaggio su Maria Luisa Campagner ma non sfonda. Aumenta l´affluenza alle urne con il 63,1 per cento. Commenti positivi dall´Ulivo, deluso Silvio Berlusconi.
Confermata la forza del centrodestra in Sicilia, successo dell'Udc. Bene la Lega al Nord. Il centrosinistra saldo nelle ex «regioni rosse». Brescia al ballottaggio
I Poli si dividono sindaci e Province. Roma all'Ulivo
L'opposizione: vittoria dal valore politico. La Casa delle libertà: falso. Fini vuole un chiarimento con gli alleati
sul Corriere della Sera
Nelle elezioni amministrative, i due Poli si spartiscono Province e sindaci. A Roma la vittoria va all'Ulivo: Enrico Gasbarra (Margherita) batte Silvano Moffa (An) ed è il nuovo presidente della Provincia. Fini vuole un chiarimento con gli alleati. Ulivo. Il segretario dei Ds, Fassino, canta vittoria per «il successo della coalizione e l'incremento dei Ds». L'Ulivo: vittoria dal valore politico. Centrosinistra saldo nelle ex «regioni rosse».
Casa delle libertà. L'azzurro Scajola replica che il centrodestra «ha conquistato più amministrazioni». Confermata la forza del Polo in Sicilia, affermazione della Lega al Nord. Successo dell'Udc. A Brescia, il primo cittadino uscente Corsini (Ds) affronterà al ballottaggio la Beccalossi (An).
Il voto alle amministrative, l'ulivo esulta: il vento e' cambiato
Roma a sinistra, Sicilia al Polo. Vanno bene la Lega al Nord e l'Udc al Sud
su La Stampa
ROMA. Il centrosinistra avanza e conquista la provincia di Roma, e per l'Ulivo ora «il vento è cambiato». La maggioranza rivendica il buon risultato in termini di città amministrate e la tenuta della coalizione nelle elezioni di medio termine tradizionalmente ostiche alle forze di governo. Quanto alle liste di partito, i primi dati delineano un successo dei Democratici di sinistra e una flessione della Margherita, mentre l'alleanza con Rifondazione si conferma decisiva. Nel centrodestra, Umberto Bossi vince la sua scommessa e riporta la Lega verso i risultati del '98, gli ex democristiani dell'Udc si rafforzano e in Sicilia sono testa a testa con Forza Italia; è invece deludente il test per Alleanza nazionale che ha evidentemente pagato il conto più salato per le concessioni fatte al nordismo leghista. Sono questi, in sintesi, i risultati del primo turno delle elezioni amministrative, risultati che andranno confermati e completati tra due settimane quando si andrà ai ballottaggi e si voterà anche per le Regionali in Friuli e Valle d'Aosta e per le Comunali a Udine. Delle 12 province in cui si è andati alle urne, 6 erano governate dal centrodestra e 6 dal centrosinistra. La maggioranza ne riconquista 4 (Palermo, Messina, Catania, Agrigento), l'opposizione si conferma in altre 4 (Massa Carrara, Foggia, Benevento ed Enna).
L'Italia s'è stancata del governo delle destre. Le opposizioni avanzano ovunque
sommario de l'Unità
Centrosinistra in risalita in tutta Italia: cinque province sono andate all'Ulivo, al centrodestra ne restano quattro, per altre tre si va al ballottaggio. I dati sono ancora parziali, ma sconfessano i toni che la destra mantiene trionfalistici. Molti i comuni nei quali ha vinto l'Ulivo. Il dato più clamoroso è quello della Provincia di Roma dove Enrico Gasbarra, candidato dell'Ulivo, ha vinto al primo turno con il 54,6%. A Roma i diesse dovrebbero essere diventati il primo partito con il 24,8%. L'Ulivo, da solo o alleato con Rifondazione, conquista città e province importanti, a cominciare dalla Toscana e soprattutto si ripresentano nel feudo della destra: la Sicilia. A Palermo e Catania dove comunque la coalizione legata al premier è in flessione, il centrosinistra più Rifondazione aumenta i consensi. Enna va all'Ulivo al primo turno. Ballottaggio anche a Brescia.
Commenti
Segnali, non svolte
Orazio M. Petracca su Il Sole 24 Ore
Quelli sanciti ieri dalle urne sono risultati che non consentono, sul piano politico, un perentorio giudizio complessivo. E va bene così, da un punto di vista istituzionale, trattandosi di un'ampia tornata di elezioni amministrative. Elezioni che coinvolgevano una grande varietà di situazioni locali, per cui avrebbero potuto sortire una tendenza univoca, in un senso o nell'altro, solo nel caso che gli elettori, andando a votare, si fossero preoccupati più degli equilibri romani che delle vicende riguardanti specificamente i loro Comuni e Province. Il che non sarebbe stato tanto coerente con quelle istanze federaliste in cui tutti fanno mostra di credere.
Certo, anche il voto amministrativo non è politicamente incolore. E infatti si possono ricavarne alcune indicazioni di carattere appunto politico che, se non vengono forzate oltre i loro limiti, non mancano di una loro pregnanza. Lo schieramento di centrosinistra conferma, dopo le avvisaglie dell'anno scorso, che sta recuperando terreno. Forse conviene ricordare - per prudenza, se non altro - che già nel 2001 non fu tanto il voto popolare quanto il meccanismo della legge elettorale che lo dislocò, nelle aule parlamentari, a grande distanza dal Polo. In ogni caso, si può constatare ancora una volta che il centrosinistra è meglio messo sul piano elettorale che sul piano politico. Senza voler dare consigli, c'è da augurarsi, nell'interesse di un paese cui la sinistra non può far mancare il suo contributo, che i leader dell'Ulivo, o cos'altro sia, comincino a riflettere seriamente su questo punto. A sua volta, lo schieramento di centrodestra ha rivelato una capacità di tenuta superiore, francamente, a quelle che sembravano le aspettative più plausibili. Probabilmente, con la sua abilità mediatica, Berlusconi è riuscito a fare delle proprie disgrazie giudiziarie un antidoto al suo atteggiamento sulla guerra in Iraq, peraltro esso stesso calibrato con grande cura. A paragone dei prezzi pagati da Blair e da Aznar, il Cavaliere ne è uscito indenne.
Un segnale al Cavaliere
Massimo Giannini su la Repubblica
"Sono condannato a vincere, e infatti ho sempre vinto", aveva detto il Cavaliere due giorni prima del voto. A parte la non trascurabile amnesia sulla bruciante sconfitta alle politiche del 1996, Silvio Berlusconi deve prendere atto che queste elezioni, se non le ha addirittura perse, sicuramente non le ha vinte. Ai tempi della Prima Repubblica si sarebbe detto che il centrodestra "soffre ma tiene", mentre il centrosinistra "fatica ma rimonta". I Poli escono dal test di ieri in posizioni di apparente parità. Con il solito gioco delle bandierine piantate sul territorio, la Casa delle Libertà mantiene al primo turno quattro province su sei. L'Ulivo vince a sua volta con la maggioranza assoluta in quattro delle sei province che già governava. Ma la parità è più che altro formale. Il centrosinistra strappa in modo netto al centrodestra la provincia di Roma. E questo fa già una differenza sostanziale. Non è solo un voto che si "conta": quello della Capitale è anche un voto che si "pesa".
Come sempre, sarebbe sbagliato trarre conclusioni assiomatiche e definitive da questi risultati. Com'è nello spirito della "rivoluzione costituzionale" della legge 81/1993, nelle consultazioni popolari influiscono soprattutto i rapporti diretti tra i singoli candidati e le rispettive "municipalità". Ma mai come questa volta, per l'asprezza delle polemiche politiche che le hanno precedute, queste sono diventate elezioni di medio-termine. Se non un "referendum sul governo", sicuramente un importante check-up sul suo stato di salute. Lo ha voluto lo stesso presidente del Consiglio, che dal giorno dopo la sentenza di condanna di Previti a Milano ha avviato una campagna elettorale strisciante, ma grondante di livori ideologici e furori demagogici.
Solo una settimana fa, a Udine, ha chiamato a raccolta i militanti azzurri, gli "apostoli guerrieri della libertà" da lui stesso predestinati a fermare "i giudici golpisti" e "i comunisti indegni di governare". Partendo da queste premesse, per il premier adesso è molto difficile derubricare le amministrative di ieri come una sagra paesana, folcloristica e irrilevante. C'è dunque una prima lezione da trarre: il voto (anche se non la boccia in modo inappellabile) sicuramente non premia la "strategia della tensione" che il Cavaliere ha adottato come stile di governo.
Una strategia fatta di molti anatemi (contro le istituzioni, contro le opposizioni, contro la magistratura) ma di pochissime riforme. Dalle urne esce un Paese in lento, ma graduale movimento. C'è una maggioranza sfiancata e sbiadita che perde terreno, un'opposizione divisa e confusa che tuttavia rosicchia quote di elettorato.
La seconda lezione da trarre, per il Polo, sta nell'assordante silenzio di ieri, da parte del presidente del Consiglio e degli altri leader della maggioranza (ad eccezione di Umberto Bossi e Marco Follini). È un segnale preciso. Per usare una formula cara al premier, queste amministrative si stanno già trasformando in un "regolamento di conti" all'interno del centrodestra. Il 13 maggio 2001 sembra già lontano. A una prima e sommaria analisi del voto di lista sbiadisce l'immagine del trionfo di Forza Italia, che con il 29,4% dei consensi solo al proporzionale della Camera (pari a quasi 11 milioni di elettori) assume il comando delle operazioni, ed è padrona assoluta della Casa delle Libertà. Il partito del premier subisce qualche vistoso smottamento. A Roma il calo è inquietante, dal 23,8% delle politiche al 13,7. Ma sarebbe niente, se il flusso si redistribuisse in modo equo tra gli altri alleati. Non è così, invece. Nel perimetro della maggioranza, si stringe un'anomala tenaglia. Al Nord aumenta l'"utilità marginale" della Lega: il Carroccio non sembra intercettare nuovi consensi rispetto al milione e 463 mila che prese al proporzionale alle ultime politiche (pari al 3,9%), ma conferma che senza i suoi voti la Cdl non regge. E non vince in comuni-chiave come Treviso e Vicenza, per non dire dei centri minori, da Nervesa della Battaglia a Motta Livenza. Al Sud prende quota il "valore aggiunto" dell'Udc: il partito del presidente della Camera diventa primo nel voto di lista siciliano, scavalcando proprio Forza Italia, e si radica in molte aree del Mezzogiorno.
In mezzo a questa tenaglia, finisce stritolata Alleanza Nazionale. Il partito di Gianfranco Fini è il vero sconfitto di questo voto amministrativo. Silvano Moffa, candidato uscente di An alla provincia di Roma, ha avuto ieri il "torto" di crollare al primo turno di fronte all'ulivista Gasbarra. Ma il vicepremier ha avuto, in questi due anni, un torto molto più grande. Quello di sacrificare l'autonomia del suo partito sull'altare della "governabilità". Quello di appiattirsi sistematicamente sulle posizioni di Berlusconi, per ottenere in cambio la "legittimazione" di una destra che solo fino a quindici anni fa era considerata ai margini dell'arco costituzionale. Un bene prezioso, per un leader "revisionista" come lui. Ma le urne dimostrano che lo sta pagando a caro prezzo
Sul fronte opposto, dal test di ieri l'Ulivo esce con una lieve speranza. La rimonta c'è stata. Anche se non clamorosa. Arriva dopo una lunga serie di batoste: le europee del '99, le regionali del 2000 e le politiche del 2001. Si iscrive in un terreno fertile, già arato con la relativa "tenuta" alle amministrative di un anno fa. È insomma un piccolo seme, che vede germogliare di nuovo la Quercia di Piero Fassino, primo partito a Roma e in grande spolvero a Enna, Caltanissetta, Ivrea, Foggia, Brescia. Ma i Ds crescono, al contrario di quello che successe alle politiche del 2001, anche ai danni della Margherita di Francesco Rutelli. Un segnale che non può confortare. Per tornare ad essere maggioranza, il centrosinistra deve allargare il blocco della sua rappresentanza, non limitarsi a "cannibalizzarlo". Il risultato di ieri rinvigorisce la strategia riformista dello schieramento, sulla quale il leader della Quercia ha ancorato saldamente il timone dell'alleanza. L'Ulivo farà bene a non illudersi, e a non cantare inutilmente vittoria. La traversata è ancora molto lunga, e molto difficile.
Voto che non destabilizza ma lascia uno strascico
Stefano Folli sul Corriere della Sera
Non sappiamo se abbia ragione Fassino, secondo il quale «la rissa non paga» e «l'aggressione messa in atto da Berlusconi» è stata punita dall'elettorato. In realtà, manca la controprova. Si può anche pensare che, senza il protagonismo del premier, senza la sua martellante frenesia, le cose per la Casa delle libertà sarebbero andate peggio. Quindi se l'obiettivo di Fassino consiste nel mettere sulla difensiva Berlusconi all'interno della sua coalizione, allargando le crepe nella Casa delle libertà, c'è da presumere che non sarà raggiunto. Tuttavia, ha ragione Rutelli: il voto amministrativo ha un valore politico indiscutibile. Solo che non è facile decifrarlo e, tantomeno, gestirlo. L'analisi ci dice che solo a Roma si è avuto un netto, per certi versi clamoroso, risultato elettorale. La vittoria di Gasbarra contro Moffa è lampante e potrebbe persino costituire il tipico sassolino che diventa via via valanga. Il più esplicito è, come al solito, il presidente della Regione, Storace. Il quale non nega la sconfitta e, anzi, si dispone a usarla dentro Alleanza nazionale, in vista di correggere qualcosa della linea politica.
Nel resto d'Italia, il dato sembra meno lusinghiero per il centrosinistra. Qui e là appare addirittura corroborante per la Casa delle libertà, in ogni caso non punitivo nei suoi confronti. Comunque, è un voto frastagliato e perciò, in parte, indecifrabile.
Ma non c'è dubbio che al Nord la Lega abbia dimostrato di essere ancora vitale. Lo si è visto nelle città e nei numerosi piccoli comuni dove si è presentata da sola, separata da Forza Italia e An. Se nei turni di ballottaggio riuscirà a non disperdere i suoi voti e a conseguire qualche vittoria parziale, la Lega avrà dimostrato di non temere l'usura del tempo e le mene dei suoi alleati. Il che potrebbe giustificare una ripresa dei toni aspri da parte di Bossi, una sua rinnovata volontà di contare di più nella coalizione.
D'altra parte, i centristi cattolici di Follini hanno ottenuto quello che desideravano: un buon successo nel Sud e in Sicilia, sufficiente a segnalare a Berlusconi che anche l'alleato «minore» va tenuto nel debito conto.
In altri termini, due partiti della coalizione su quattro (Lega e Udc) escono soddisfatti dalle urne. Uno è il partito moderato per eccellenza della coalizione, l'altro è il partito gianburrasca: sono i paradossi del voto. An, invece, è in qualche difficoltà e Forza Italia ottiene il classico dato a «macchia di leopardo». Con aree negative: malissimo a Roma.
Difficile quindi stabilire se abbia ragione Fassino. Il quale, tuttavia, può solo rallegrarsi per i risultati dell'Ulivo. Al di là del mezzo trionfo di Roma, un po' ovunque il centrosinistra dà segnali di risveglio. Non sufficienti a rovesciare la tendenza generale, e tuttavia in grado di costituire un'iniezione di fiducia per le truppe uliviste. E tra loro, in particolare, per i Ds.
La battaglia per la Capitale
Curzio Maltese su la Repubblica
Nello spazio d'un mattino il governo è passato dal "Roma o morte" mussoliniano al "Roma o Orte" di Flaiano. È il solito teatrino all'italiana, dove tutti hanno vinto e una batosta nella capitale vale un'avanzata a Siracusa. Naturalmente non è vero. Nel caos di commenti montato da tv e giornali, che tengono famiglia, la vera notizia rimane il risultato di Roma, la capitale con i suoi due milioni e mezzo di elettori, la prima città campione nei sondaggi, il luogo dove negli ultimi anni si è sempre vinto o perso le battaglie politiche nazionali. Qui nel '98, con le provinciali vinte dalla destra, è cominciato il declino dell'Ulivo. Qui ieri l'Ulivo ha sbaragliato il centrodestra. È stato un vero terremoto, con il centrodestra che perde quasi il venti per cento in pochi anni, l'Ulivo che vince con un distacco di 14 punti, conquista di ventun collegi su ventidue e porta i Ds a primo partito, con il doppio dei voti rispetto a Forza Italia.
È il dato simbolico e politico più importante. Non soltanto per queste cifre. Ancor di più perché nella capitale si è affermato un modello nuovo e vincente di Ulivo. Un modello che meriterebbe di essere studiato e magari adottato a livello nazionale. Forse si scoprirebbe che battere (e bene) Berlusconi non è così difficile.
L'Ulivo romano è diverso dal nazionale in molti modi, tutti a vantaggio della realtà locale. Anzi, l'Ulivo che ha vinto ieri è una specie di smentita pratica e quotidiana di tanti luoghi comuni che hanno contraddistinto il dibattito (e le sconfitte) del centrosinistra in questi anni.
Tanto per cominciare esiste un leader riconosciuto, Walter Veltroni. Un leader che viene dalla storia del Pci ma sul quale non pesa alcun "fattore K". Per la banale ragione che ha conquistato la leadership sul campo, con il voto degli elettori, e non attraverso maneggi di partito o di palazzo. Quando decise di correre per la poltrona di sindaco, Veltroni sembrava uno sconfitto nella guerra fra capi della sinistra. Oggi ha rovesciato la resa in vittoria, è il personaggio più popolare del centrosinistra, potenziale riserva di Prodi. Uscire dal gioco al massacro nell'Ulivo è stata una mossa geniale.
L'Ulivo e in particolare i Ds hanno saputo mostrare con la presenza e l'azione concreta un volto e un'identità popolari da opporre alla demagogia popolaresca di An. Grazie a una politica che è il contrario di una politica virtuale, d'immagine, di marketing. Con la difesa concreta degli interessi, dell'assistenza, della qualità della vita. È la dimostrazione che quando la sinistra decide di non giocare la partita sul terreno di Berlusconi corre il rischio di vincerla. In questo va riconosciuto qualche merito alla dirigenza nazionale dei Ds, alla linea sgobbona di Fassino, il quale non avrà un gran carisma mediatico ma intanto ha riportato il partito al far politica nella società, consumando le suole delle scarpe invece di vantarne il costo, passando magari le giornate a costruire origami istituzionali.
Tutto questo non significa che l'immagine non serva. Nella società dello spettacolo serve, eccome. Ma serve soprattutto se la propria è diversa da quella dell'avversario. Roma ha puntato molto su un'immagine di capitale europea e mondiale, sugli eventi culturali, i meeting internazionali, le grandi mostre e i concerti, tutto quanto fa spettacolo fuori dal provincialismo della tele politica, per non di Miss Padania. È un'autentica rinascita culturale della capitale rispetto alla gestione oratoriale delle giunte democristiane e anche, per venire al presente, nel confronto con la dimensione strapaesana e lumbard della Milano berlusconiana.
Non vince più
Antonio Padellaro su l'Unità
La notizia è che Berlusconi non vince più. È una ottima notizia per la democrazia italiana, annunciata dagli exit poll di ieri, 26 maggio 2003, che, città dopo città, provincia dopo provincia, comune dopo comune sembrano indirizzati verso un clamoroso risultato nazionale: l'opposizione che diventa maggioranza numerica, la maggioranza che non lo è più. Poi c'è Roma, dove il candidato del centrosinistra Gasbarra straccia l'avversario del centrodestra. Quel Moffa presidente uscente della Provincia che il premier ha sostenuto personalmente con grande dispendio di elogi, abbracci e strette di mano. Ben sapendo che nella capitale si giocava la partita di gran lunga più importante di questa consultazione. Partita che la destra ha perso disastrosamente in 21 collegi su 22 dell'area metropolitana.
Intendiamoci, il centrodestra è ancora forte: in Sicilia, a Treviso, Vicenza, nel Nordest più profondo. E si prepara a dare battaglia a Brescia e negli altri ballottaggi dove parte in forte svantaggio ma può recuperare. Per farcela la Cdl, sicuramente, concederà alla Lega tutto quello che Bossi vorrà pretendere. Ci attendono altri quindici giorni di fuoco, altri insulti, altre minacce contro l'Ulivo e i suoi alleati. Difficilmente, però, cambierà la tendenza, l'onda lunga che già si era manifestata nelle amministrative dell'anno scorso. Sì, Berlusconi continua a perdere.
Sapere vincere le elezioni era la grande qualità che un po' tutti, anche gli avversari, gli riconoscevano. È vero, si diceva, non sa governare. Da quando c'è lui il prestigio del nostro paese nel mondo è ai minimi termini. Per colpa dei suoi guai giudiziari sta creando un clima irrespirabile nel paese.
Anche questa volta il presidente padrone aveva fatto quanto ci si aspettava. Con la strategia che più gli si addice: propaganda muro contro muro, accuse alzo zero, grande dispendio di spot televisivi e di conduttori maneggevoli. Due i nemici dichiarati: i giudici e i comunisti. Ha definito la magistratura un cancro. Ha denunciato il complotto dell'Ulivo e delle toghe rosse. Ha gridato ai quattro venti: stanno cercando di rovesciare il mio governo per via giudiziaria. Ha parlato di golpe e di golpisti. Ha evocato i crimini dello stalinismo, come se l'Italia del 2003 fosse la Siberia degli anni Trenta. Ha mobilitato i suoi giornalisti personali, i pasdaran della carta stampata, gli addetti alle liste di proscrizione affinché tutti sapessero cosa conveniva fare e come schierarsi. Ha spaccato il paese con lo slogan di sempre: chi non è con me è contro di me. Ebbene, cosa ha portato a casa? Un modesto risultato elettorale e la fine di una leggenda. Non è vero che Berlusconi è imbattibile. Non è vero che la Casa delle Libertà è destinata a governare altri dieci anni. Non è vero che l'opposizione è destinata a restare tale. Non è vero che gli italiani sono rassegnati a subire in silenzio il peggiore governo e i peggiori governanti. Comincia anche la resa dei conti. Gianfranco Fini chiede un chiarimento e porta sul banco degli accusati Umberto Bossi. Ma anche Berlusconi non è più intoccabile. Dovrà rendere conto di questa sconfitta nata anche dall'esasperazione sbagliata della campagna elettorale.
Il centrosinistra può festeggiare l'inizio della riscossa, ma non ancora la riscossa. La conquista di Roma ha un valore simbolico oltre che politico. Cinque anni fa la vittoria di Moffa aprì il ciclo della destra, culminato nel successo del 13 maggio 2001. Adesso le parti si sono invertite e può confermarsi una regola: chi vince a Roma poi vince anche nel paese. Il centrosinistra va avanti solo se unito. Nelle città dove l'Ulivo ha corso senza Rifondazione comunista e senza l'Italia dei valori o ha già perso o va incontro a rischiosi ballottaggi. Bertinotti e Di Pietro possono non essere i compagni di strada più docili, ma portano i voti che servono. L'opposizione, infine, sta diventando maggioranza perché ha saputo dare spazio a sindacati, movimenti, girotondi e a tutto ciò che la società civile è andata esprimendo con energia, forse disordinata ma vitale, in questi due anni difficili. Ai leader dell'Ulivo, da Fassino a D'Alema, da Rutelli a Cofferati, va dato atto di aver messo da parte personalismi e protagonismi per tenere insieme tutto e tutti. Si è rivelata la scelta giusta.
27 maggio 2003