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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 maggio 2003


Sartori: "E' Berlusconi che eclissa tutti"
Umberto Rosso su
la Repubblica

ROMA - Professor Sartori, anche secondo lei è tramontata "l'era dei sindaci", come sostiene Ilvo Diamanti? "Premessa: difficile contraddire Diamanti. Le mie riserve sono, come dire, sottomesse. Ciò detto, a me sembra che le elezioni amministrative in Italia siano sempre state nazionalizzate. Rappresentano un test politico nazionale. Candidati e scelte avvengono a livello locale ma la campagna elettorale inevitabilmente investe la politica del governo".

Oggi che si vota sotto il governo Berlusconi, la crisi del potere locale è più forte?
"Berlusconi eclissa tutti. Se li mangia tutti. Sindaci. Presidenti di provincia. Presidenti di Regione. E' questa anomalia, questa supremazia, anche visiva, dell'attuale presidente del Consiglio che crea le condizioni della crisi".

Berlusconi oscura-tutti?
"Oscura tutte le altre personalità, e in questo caso anche i poteri locali. Ma, attenzione, secondo me l'eclissi dei sindaci è parziale e temporanea. Durerà finchè vivrà l'anomalia Berlusconi. La televisione nazionale ha sempre un forte impatto, anche quando si tratta di fare delle scelte locali, e Berlusconi oggi domina su tutte le altre personalità. Ma questa personalità centralizzante ad un certo punto verrà in parte meno. E allora si tornerà alla normalità".


Con quale stato d'animo gli italiani votano per i propri rappresentanti locali?
"Posso solo dire come la penso io. Il federalismo a livello regionale è sbagliato. Metti in Lombardia, dove se Formigoni decide di avvantaggiare Milano ai danni del resto della regione, il suo elettore non può incidere. Nelle realtà più piccole, quella della città, il votante sa cosa combina il suo sindaco, l'elettore è in grado di partecipare e di far cambiare certe scelte. Andrebbe rafforzato il potere dei sindaci, non quello dei presidenti regionali".


Se il premier dilaga, il successo per le sue liste è garantito?
"Non è detto. La troppa visibilità può anche nuocere. Soprattutto se, come a me sembra, Berlusconi ormai dà i numeri. E' sceso pesantemente in campo, come del resto fece D'Alema con le passate regionali. D'Alema perse e si dimise, ma Berlusconi di certo non lo farà".



Magistrati e Polo, scontro nel giorno del voto
Lorenzo Salvia sul
Corriere della Sera


ROMA - Anche nel giorno delle elezioni la giustizia resta terreno di scontro politico. L'associazione nazionale magistrati conferma il suo presidente Edmondo Bruti Liberati. Che subito risponde all'ultimo affondo di Silvio Berlusconi, quelle dichiarazioni dal Lussemburgo in cui, ancora una volta, ha definito le toghe politicizzate un "cancro da estirpare". "Non c'è nessun manipolo di giudici di qua o di là - afferma Bruti Liberati - non c'è nessun cancro da estirpare". Parole in difesa dei colleghi "che non vogliono o non possono replicare, oggetto di attacchi intollerabili per il solo fatto di rendere giustizia e applicare la legge". La maggioranza insiste. Dice Sandro Bondi, portavoce di Forza Italia: "Il cancro c'è e noi lo estirperemo. Nel giorno del voto, il presidente dell'Anm ha parlato come se fosse il segretario di un partito". Replica l'opposizione: è "L'ennesimo attacco barbaro e strumentale".

ANM - Lo scontro ha compattato i ranghi. La giunta eletta ieri dall'Anm è unitaria: ne fanno parte tutte le correnti, anche i moderati di Magistratura indipendente, usciti un anno fa perché in disaccordo sullo sciopero deciso contro il governo e il progetto di separazione delle carriere. Per la scelta del presidente è saltata la regola non scritta della rotazione: confermata la guida di Magistratura democratica, la corrente di sinistra. Durissimo il programma, approvato all'unanimità. Due pagine in cui si sottolinea la necessità di una "decisa risposta alla continua aggressione da parte di chi riveste cariche di massima responsabilità politica".

SCIOPERO - Ma cosa vuol dire "decisa risposta"? Torna a circolare l'ipotesi dello sciopero. Dice Carlo Fucci, confermato segretario generale: "Noi vorremmo il confronto. Lo sciopero è una scelta traumatica che ci auguriamo di non essere costretti a fare. Certo, se continua così...". Aggiunge Antonio Patrono, presidente della corrente moderata di Mi: "In linea di principio non escludiamo alcuna forma di protesta legittima". Ma c'è anche chi frena. Come Mario Cicala, sempre Mi, l'unico che nel voto per il presidente ha lasciato la scheda in bianco: "Occorre una fase di attesa per verificare se i contrasti interni siano stati veramente superati e non solo accantonati".

MAGGIORANZA - E le premesse per far salire ancora lo scontro ci sono tutte. L'attacco più duro al presidente dell'Anm arriva da Francesco Nitto Palma, Forza Italia: "Il suo intervento è stata una vera e propria chiamata alle armi. Alla politicizzazione di una parte delle toghe ha contribuito proprio quella corrente dalla quale lui stesso proviene".


OPPOSIZIONE - Le repliche del centrosinistra cambiano nei toni ma non nella sostanza. Anna Finocchiaro (Ds), parla di attacco ai magistrati "strumentale" e di "modi che indignano".

Parole condivise dal Verde Alfonso Pecoraro Scanio: "Solo in Italia assistiamo al paradosso di un governo che, di fronte alle inchieste per tangenti attacca i giudici proponendo leggi contro di loro e non contro il malcostume".


Conti svizzeri e parcelle in nero le ammissioni del Cavaliere
Marco Travaglio su
la Repubblica

ROMA - "Ci sarà da divertirsi", annuncia Silvio Berlusconi in vista della seconda puntata delle sue "dichiarazioni spontanee", previste al processo-stralcio per l'11 giugno. Ed è probabile che sia così, dopo le singolari dichiarazioni dell'altroieri in Lussemburgo, poi subito rettificate in serata. Per la prima volta, dopo otto anni di inchiesta e 38 mesi di dibattimento, il Cavaliere ha parlato del vero oggetto del processo: non il prezzo della Sme, ma l'eventuale prezzo di due giudici, Squillante e Verde. E soprattutto il clamoroso bonifico di 434.404 dollari, che il 6 marzo '91 passa dal conto Polifemo (Fininvest) al Ferrido (Fininvest) al Mercier (Previti) al Rowena (Squillante). Berlusconi in parte rivela particolari inediti, in parte smentisce se stesso, in parte entra in rotta di collisione con le carte bancarie agli atti del processo.

Una banca in tribunale. "C'era una organizzazione che fungeva da banca, e che serviva tutti coloro che frequentavano il palazzo di Giustizia di Roma" (Ansa, 24 maggio, ore 18.37). "Il signor Pacifico eserceva un servizio finanziario per conto di clienti tra i quali diversi professionisti e magistrati. Questi servizi utilizzavano operazioni di compensazione in dare e in avere tra i vari clienti" (Ansa, 24 maggio, ore 22.23). L'"organizzazione" era dunque Pacifico. Il quale, al processo, ha specificato quale "servizio finanziario eserceva": trasportava di qua e di là dalla frontiera svizzera miliardi su miliardi per conto di amici, avvocati e almeno quattro giudici. Attività vietata fino al 1989 sotto il profilo valutario, e tuttoggi illegale sotto il profilo fiscale per le somme non dichiarate. Improbabile che lo facessero "tutti" . Quelli che risultano averlo fatto (e l'hanno anche ammesso) sono imputati a Milano.

Parcelle in nero. "A un certo punto Fininvest ha continuato a pagare le parcelle per il lavoro estero allo studio Previti: quei 500 milioni sono stati uno dei tanti pagamenti... Noi abbiamo versato a una banca" . Attenti a quel "noi". Dal 1995, quando il pool di Milano cominciò a indagare su All Iberian, la società-madre del sistema off-shore del gruppo Berlusconi, la cosiddetta "Fininvest parallela", Berlusconi e i suoi portavoce hanno sempre negato di avervi a che fare. Anche perché da quei conti partirono anche i 23 miliardi finiti sui depositi personali di Bettino Craxi. Ma il Cavaliere niente, tetragono dinanzi a ogni accusa di falso in bilancio: "All Iberian? Mai conosciuta" (7-12-2000). Ora, all'improvviso, indietro tutta. Tre auto-smentite in un colpo solo: i conti Polifemo e Ferrido, e dunque la Fininvest occulta, sono roba sua; Previti veniva pagato con oltre 10 miliardi in nero, estero su estero (con conseguente evasione fiscale, sia di Previti sia di "noi" , cioè Berlusconi e sue aziende); i bilanci Fininvest erano falsi, visto che quelle "parcelle" non furono registrate.

Le spese di Cesare. "Se questi soldi fossero andati a Squillante, non li avrebbe ricevuti Previti, che invece ha dato prova di averli ricevuti, di averli spesi. Ci sono tutte le prove per tabulas". Ancora sui 500 milioni (434.404 dollari) targati Fininvest del 6 marzo '91, operazione con riferimento in codice "Orologio". Previti dice che Pacifico glieli portò in contanti in Italia, per le sue spese; e ne versò poi altrettanti a Squillante per fatti suoi. Ma Dionigi Resinelli, il vicedirettore della sua banca, la Darier Hentsch di Ginevra, giura in tribunale che Squillante aspettava con ansia quel denaro: "Mi aveva preannunciato l'arrivo dell'importo dalla Darier Hentsch (cioè da Previti).


Prove sparite e false. "Una parte della magistratura nasconde prove a favore, crea prove false" . Le presunte "prove a favore" sono gli interrogatori dei giudici D'Angelo e Casavola. Ma nessuno li ha "nascosti": noti in copia al processo Sme, fanno parte di un altro procedimento, a carico di Squillante, a Perugia. La cosiddetta "prova falsa" è la famigerata bobina del bar Mandara, su cui indaga la Procura di Perugia su denuncia di Previti e Squillante, per una presunta manipolazione. Comunque non contiene accuse a Previti e Berlusconi. E con l'eventuale manipolazione la "magistratura" non c'entra: a Perugia non c'è alcun magistrato indagato.


Andreotti e il caso Sme
"Craxi poteva dire di no. Non servivano cordate"
Dario Di Vico sul
Corriere della Sera

BAGNAIA (Siena) - Arrivato nella campagna senese per parlare di giornali e scuola con i giovani partecipanti al meeting "Crescere tra le righe", il senatore a vita Giulio Andreotti ha concesso ai cronisti una sua ricostruzione della vicenda Sme. "Se Craxi riteneva che quello con De Benedetti fosse un contratto sbagliato, visto che il governo doveva approvarlo, bastava non approvarlo. Non c'era quindi bisogno di promuovere da parte sua una cordata". Andreotti ha ricordato come al tempo fosse ministro degli Esteri e quindi "per fortuna" non si fosse occupato della vicenda. "In quel momento, comunque, c'era una grande pressione dell'opinione pubblica che non capiva perché lo Stato dovesse continuare a produrre i panettoni. E probabilmente Prodi avrebbe voluto dare l'esempio". Privatizzando la Sme. Ma "ci sono state altre iniziative concordate con grossi personaggi dell'industria alimentare". E Andreotti ancora oggi non capisce perché Bettino Craxi, anziché limitarsi a bocciare il contratto Iri-De Benedetti, avesse brigato per far entrare in lizza Silvio Berlusconi e Pietro Barilla. A proposito del Lodo Maccanico, il senatore ha dichiarato che se deve essere approvato "per non rendere complicata la presidenza italiana del semestre europeo", allora occorre affrettare i tempi. Però lo si può fare solo se si va incontro "a una pacifica votazione, altrimenti è meglio non farlo". Andreotti reputa giusto che durante la presidenza l'inquilino di palazzo Chigi "sia esente da iniziative giudiziarie", per evitare che qualunque procuratore possa creare una situazione di crisi.
Rispondendo alle domande del pubblico presente a Bagnaia al convegno organizzato dall'Osservatorio giovani-editori, Andreotti ha sottolineato come "i toni da gladiatori con cui oggi si affrontano molte questioni della vita politica dovrebbero essere stemperati". Non si può andare avanti per molto con la linea del "muro contro muro". Nella Prima Repubblica ci sono stati "momenti dai toni aspri, con scontri anche in Parlamento", come nel caso dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico. "Ci fu una lotta durissima, ma che è stata sempre superata senza intaccare il sistema". Andreotti rimane convinto che si debba tornare al proporzionale, un sistema che può tenere in miglior conto "le diversità politiche ed economiche dell'Italia".
Dissentendo da Giuliano Amato, che aveva criticato la politica trattata in tv con il metodo "Porta a porta", Andreotti ha detto che la trasmissione di Bruno Vespa "un ruolo ce l'ha", così come sono "di notevole interesse alcuni dibattiti che vanno in onda su La 7". E dico questo, ha aggiunto il senatore, "anche se Giuliano Ferrara dopo avermi coperto di tanti elogi mi ha messo temporaneamente in punizione, forse per le mie posizioni sulla guerra in Iraq".



Il conflitto tra illusionisti e veristi
Filippo Ceccarelli su
La Stampa

Calcoli impossibili. Quanti voti farà mai guadagnare a Forza Italia la copertina di Panorama in cui la nuca del presidente Berlusconi viene mostrata con molti più capelli di quelli che ha? E quanti mai voti, sull'altro fronte, porterà all'opposizione lo sdegno per il ritocco berlusconiano e la circostanza che nessun leader del centrosinistra (finora) si è fatto forte del riportino virtuale e taroccato?
In ogni caso - e dunque anche se si potesse dimostrare che queste cose non spostano consensi - varrà la pena di riconoscere che la deriva trico-politica, o politica dei capelli, ha fatto negli ultimi tempi interessanti progressi.

La questione della capigliatura di Berlusconi, che poi è anche quella della sua pelata, è ormai da tempo entrata nel discorso politico. Lo stesso Cavaliere ne ride: "Ho così pochi capelli - ha detto più di una volta - che li conosco uno a uno, li chiamo per nome". Ma poi, regolarmente, in effigie gli nascondono la calvizie e lo fanno più capelluto. In realtà, è tutta l'immagine berlusconiana che da sempre viene sottoposta a un assiduo make-up. Si conosce anche il nome del ritoccatore ufficiale: Alexander Koban, un mago della grafica computerizzata nella pubblicità. Appena possibile, gli avversari se ne approfittano. Dopo la comparsa dei primi manifesti 6 per 3 del Cavaliere nella campagna elettorale del 2001 Veltroni commentò: "Di questo passo ce lo ritroveremo con una chioma alla Jimi Hendrix". E tuttavia anche nel centrosinistra si presta attenzione al tema. Aprendo l'ultima festa dell'Unità, il presentatore Fabio Fazio ha accolto sul palco Piero Fassino congratulandosi perché di persona aveva gli stessi capelli che gli si vedevano in foto. E per ben due volte Prodi ha smentito ufficialmente qualsiasi forma di tintura.

Dietro a questo conflitto tricologico, e come tale apparentemente frivolo, o barbieresco, ha però tutta l'aria di nascondersi qualcosa di molto serio: il rapporto dell'odierna politica con la realtà; e le diverse, anzi opposte concezioni in campo. Per cui, tra ritocchi cortigiani, propaganda ormai più visagistica che elettorale e irridenti proteste contro la falsificazione, sembra di poter individuare un conflitto, più generale, tra illusionisti e veristi. O, se si vuole, tra ribaldi taroccatori e alfieri di una verità a sua volta piuttosto difficile da codificare, e in politica ancora di più.

Detto con necessaria e azzardata semplificazione: gli illusionisti del centrodestra hanno dalla loro la tecnica, cioè il futuro, ma non ne colgono i rischi in termini di inganno. Perché un conto è abbellire un'immagine pubblicitaria, altro conto il fotomontaggio della Padania con migliaia di musulmani che pregano a piazza del Duomo. Mentre i veristi, pallidi epigoni della cultura democratica, cattolica e marxista, avranno dalla loro anche lo spirito, però paiono più che altro combattere, a mani nude, una disperata guerra di retroguardia. A meno di non ripiegare - paradosso fra i più beffardi - su linee estetiche ancora più sofisticate, dall'anti-glamour in giù.

Questa (anche) è la politica del XXI secolo: si parte dalla pelata di Berlusconi e si arriva all'erosione della realtà.


Israele dice sì ad uno stato palestinese
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

"Sono giunto alla convinzione che è necessario tagliare. Dobbiamo dire “sì” agli Stati Uniti e spartire questo lembo di terra con i palestinesi". Il vecchio "Arik" è stato di parola: l'ultima battaglia della sua lunga carriera politica è quella forse più impegnativa, di certo la più coraggiosa: la battaglia per dare a Israele un futuro di pace. Un futuro che parte da un voto sofferto, contrastato, fortemente voluto da Ariel Sharon: il voto con cui il governo israeliano dà il via libera, sia pure con alcuni "ma", alla "road map", il Tracciato di pace elaborato dal Quartetto (Usa, Ue, Onu, Russia. La svolta si materializza dopo sei lunghe ore di aspro confronto all'interno dell'Esecutivo israeliano. Un confronto che Sharon aveva fatto precedere da un'intervista-verità concessa a "Yedioth Ahronot", il più diffuso quotidiano d'Israele. "Nel momento in cui mi sono reso conto di quanto sarebbe grave il danno per Israele se gli Usa giungessero alla conclusione che siamo rimasti l'unico impedimento per la realizzazione dei progetti del presidente Bush, ho deciso che dobbiamo informarli che accettiamo le misure per la realizzazione del Tracciato", spiega Sharon.
Una spiegazione che non convince una parte significativa del suo governo, come testimonia il voto che conclude la lunga riunione: 12 ministri sostengono la scelta del premier, sette votano contro, in 4 si astengono. Si tratta di 4 astensioni pesanti politicamente, perché riguardano esponenti di primo piano del Likud, il partito del premier: Benyamin Netanyahu, rivale da sempre di Sharon e potente ministro delle Finaze; Limor Livnat, combattiva ministro dell'Istruzione; il titolare della Salute, Danny Naveh e il ministro della Sicurezza pubblica, Tzahi Hanegbi. Contrari si dichiarano altri tre esponenti del Likud - Uzi Landau, Natan Sharansky e Yisrael Katz - a cui si aggiungono i quattro ministri dei due partiti dell'estrema destra che compongono la coalizione, l'Unione Nazionale e il Partito nazionale-religioso.
L'approvazione del Tracciato è accompagnata da una serie di riserve ed è lo stesso primo ministro a puntualizzare che il via libera del suo governo è dipeso anche dall'assicurazione americana che gli Usa "terranno conto pienamente e seriamente" di 14 osservazioni già rese note in precedenza da Israele in merito alla "road map", in particolare in materia di sicurezza.



La caduta di un tabù
Igor Man su
La Stampa

C'è un tempo per ogni cosa", dice l'Ecclesiaste. Il "sì", di principio, del governo (di destra) israeliano alla Road Map (il piano di pace del quartetto Usa, Ue, Russia, Onu), è una buona notizia. La pace rimane "lontana e sola" ma nel tunnel dell'angustiato presente il "sì" di Gerusalemme accende una fiammella di speranza. E questo perché, lasciando da parte gli emendamenti israeliani e le perplessità palestinesi, il governo di Israele ha in fatto rotto il più ostinato dei tabù: l'idea di uno Stato palestinese in Terra Santa, spalla a spalla con quello ebraico. Il "sì" alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente, entro l'anno 2005, è dunque un fatto storico? Forse. Non siamo ancora all'ouverture ma è anche vero, e ciò va detto a correzione d'uno scetticismo di rigore, che per la prima volta nella Storia, una storia sferruzzata di odio e di massacri, un governo israeliano riconosce formalmente il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato. Sovrano. "E' venuto il momento di dire sì agli americani [Bush punta la sua rielezione anche sulla Road Map] e, per conseguenza, accettar di dividere questa terra con i palestinesi": così Sharon. Ci sono anche "motivazioni pratiche" che spingono al "sì" il governo israeliano: l'economia di Israele subisce una delle crisi più drammatiche, la recessione appare domabile solo col contributo dell'alleato-protettore, gli Usa. E, infatti, al prossimo vertice di giugno, Bush-Abu Mazen-Sharon a Sharm el-Sheik, la crisi economica della regione disputa il primo posto nell'agenda dei lavori alla Road Map. Ora, mentre i palestinesi avrebbero accettato il documento in toto, il "sì" di Israele appare disturbato da non poche "riserve di merito e di diritto", risultando, alla fine, ambiguo: il governo di Sharon ha adottato una risoluzione che nega il diritto del ritorno ai rifugiati palestinesi, coloro cioè che furono costretti, nel 1948, ad abbandonare le proprie case, la terra natia, sotto la pressione bellica-propagandistica di Israele.

Stando così le cose, non resta che incrociare le dita. Un ostinato tabù è crollato, una piccola luce rischiara il periglioso cammino della speranza. Ci si chiede soltanto: sarà possibile, se e quando il negoziato sulla Road Map avrà inizio, tenere fuori della porta Arafat? Sharon ne ha fatto una questione di principio (frutto dell'odio antico che divide i due vecchi duellanti: si battono sin dal 1982 allorché, occupando improvvidamente il Libano, Sharon s'era illuso di cancellare il problema palestinese facendo appunto fuori Arafat e i suoi fedayn); Bush lo segue, lo spalleggia. "Irrilevante": così non senza razzista disprezzo, Sharon definisce il vecchio Abu Ammar. Ma se davvero Mister Palestina è irrilevante, con che criterio logico viene accusato, ossessivamente, di "complicità" con Hamas e con gli altri gruppuscoli intransigenti intimamente connessi allo stillicidio dei kamikaze? E, poi, che senso ha definire terrorista Arafat da parte di chi il terrorismo ha praticato durante anni ed anni, ritenendolo l'arma acconcia per sfiancare il nemico: gli inglesi, gli arabi? Anche Garibaldi era considerato un terrorista dai Borboni e sinanco dai Savoia, e tuttavia era e rimase, rimane "l'Eroe dei Due Mondi". La Storia legittima tutti: da Garibaldi a Sharon, a Begin, dai Gap che abbattevano gli occupanti nazisti ai vietcong. Persino noi giovani partigiani che combattevamo in Roma occupata dai nazisti sfidando la morte con coraggiosa paura, venivamo definiti "comunisti-badogliani". La vittoria ci restituì libertà e dignità. Due doni preziosi che sarebbe antistorico e autolesionista negare ai palestinesi, al vecchio al Walid, padre e simbolo della Nazione palestinese. Una Nazione che per cattivo paradosso ha un governo ma non un territorio. Tuttavia, "c'è un tempo per ogni cosa".


Amministrative spagnole, i socialisti tornano il primo partito
Franco Mimmi su
l'Unità

MADRID. La sinistra spagnola è tornata alla vittoria, e in maniera indiscussa. Il partito socialista ha guadagnato voti ovunque e dopo quasi dieci anni torna a essere la prima forza politica del paese, altrettanto guadagna la coalizione di sinistra Izquierda unida. Il Partido popular di José Maria Aznar ha perso voti quasi dappertutto, e soprattutto ha perduto il governo della Regione di Madrid con i suoi 5,5 milioni di abitanti: Psoe e Iu la governeranno insieme. Nel comune di Madrid, invece, pur di fronte a un evidente calo del Pp (al potere nella capitale da 12 anni) e avanzata delle sinistre, la battaglia era all'ultimo voto e a notte ancora non si era risolta.
Aznar ha voluto dare alla campagna elettorale per le elezioni amministrative di ieri le sembianze di una crociata contro i “rossi”, ma gli spagnoli, che crebbero nella democrazia con i governi socialisti, non l'hanno bevuta. Ha voluto dare alle elezioni amministrative il carattere di un referendum sul suo operato, e lo ha perduto.

Il primo avviso di come sarebbero andate le cose lo aveva dato l'espressione cupa di Aznar, al mattino, mentre deponeva la sua scheda nell'urna, in contrasto con la faccia sorridente di Josè Luis Rodriguez Zapatero, leader dei Psoe. A conferma, con il passar delle ore, erano venuti i dati della partecipazione: alle 15 nell'intero paese aveva votato il 3 per cento in più rispetto a quattro anni fa, e alla chiusura dei seggi la differenza era salita a cinque punti. A Madrid la differenza era ancora maggiore, quasi 10 punti.
Aznar aveva condotto una campagna all'insegna del timore, e per ovviare ai guasti della sua gestione negli ultimi tre anni – e soprattutto alla complicità offerta agli Stati uniti per la guerra all'Iraq - aveva chiamato al voto la destra e l'estrema destra rinunciando alla pretesa immagine di centro, ma il significato principale di tutta quella gente alle urne poteva essere solo uno: che la sinistra delusa e assenteista aveva ripreso fiducia e soprattutto coscienza dei rischi di un ritorno della destra più becera, e tornava a votare; che i giovani al loro primo voto (quasi due milioni), negli anni scorsi spesso indifferenti alla battaglia politica, erano stati sensibilizzati dalle manifestazioni contro la guerra, e avevano trasformato la loro presenza nei cortei in un afflusso grande ai seggi.
Non per nulla, di fronte al silenzio di Aznar all'uscita dal collegio elettorale, Zapatero aveva invece rivolto agli spagnoli, attraverso i cronisti, un appello a partecipare al voto. “Perché oggi – aveva detto – può essere un gran giorno” e perché “i migliori cambiamenti e progressi sociali si producono con grandi processi di partecipazione democratica”. Dal canto suo Gaspar Llamazarez, leader di Izquierda unida, aveva dichiarato: “Oggi incomincia una nuova tappa, nella politica di questo paese”, un cambiamento che “è solo l'inizio, poi ci sarà una nuova tappa di solidarietà e pace”.



La Spd vince le elezioni a Brema
Sommario su
La Stampa

BREMA. Il partito socialdemocratico del cancelliere Gerhard Schroeder ha vinto le elezioni a Brema, la città-Stato nel Nord-Ovest della Germania che dal 1995 è governata da una "grande coalizione" Spd-Cdu. Dopo tre batoste elettorali - regionali in Assia e Bassa Sassonia e comunali in Schleswig-Holstein - la Spd sperava di confermarsi alla guida dello Stato che governa ininterrottamente dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non solo ce l'ha fatta ma ha migliorato il risultato rispetto a quattro anni fa: si attesta intorno al 43 per cento, circa un punto in più del 1999. Escono sconfitti dalla consultazione i cristiano-democratici di Angela Merkel: hanno ottenuto appena il 30 per cento, 9 punti in meno delle precedenti elezioni. Avanzano i verdi che, sfiorando il 12 per cento, si confermano la terza forza nel Land.


  26 maggio 2003