
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 24 maggio 2003
Elezioni amministrative. Come e quando si vota
su la Repubblica
Sono circa 11 milioni e mezzo gli elettori chiamati alle urne domenica 25 e lunedì 26 maggio - con eventuali ballottaggi fissati per domenica 8 e lunedì 9 giugno - per eleggere i presidenti di 12 province e i sindaci di 489 comuni, 9 dei quali capoluogo di provincia. Un altro milione gli elettori chiamati per le Regionali in Friuli e Valle D'Aosta e per le comunali a Viareggio, Rosarno e Teano l'8 e il 9 giugno. Vediamo in dettaglio come si vota, dove e quando.
Cosa è necessario per votare. Non bisogna aspettare che il certificato elettorale venga spedito a casa: infatti dal 2000 questo è stato sostituito dalla tessera elettorale personale a carattere permanente. Per cui per votare ogni elettore dovrà andare al seggio portando la tessera elettorale insieme ad un documento di identificazione. Chi l'ha smarrita può chiedere un duplicato al Comune.
Quando. Le operazioni di voto si svolgeranno dalle 8 alle 22 di domenica 25 maggio e dalle 7 alle 15 di lunedì 26 maggio
Gli stesso orari valgono in caso si dovesse andare a ballottaggio l'8 e il 9 giugno. Lo scrutinio comincerà alle 15 di lunedì 26 maggio, subito dopo la chiusura delle operazioni di votazione e dopo l'accertamento del numero dei votanti.
Comuni: come si vota in quelli con meno di 15 mila abitanti. All'elettore viene consegnata una scheda azzurra: con un unico segno si esprime sia il voto per un candidato sindaco che quello per la lista a lui collegata. Si può anche dare una preferenza ad un candidato consigliere della lista votata.
Comuni: come si vota in quelli con più di 15 mila abitanti. La scheda è sempre di colore azzurro: si può votare un candidato sindaco e una lista a lui collegata o una lista diversa. Se l'elettore vota solo la lista, il suo voto si estende automaticamente anche al candidato sindaco ad essa collegato. Si può anche esprimere una preferenza indicando il cognome di un candidato consigliere della lista votata. Se si vota solo per il candidato sindaco, il voto non si estende alla lista o alle liste che lo sostengono. E' eletto sindaco il candidato che riporta almeno la metà più uno dei voti. Nel caso nessun candidato raggiunga questo traguardo, dopo 14 giorni, gli elettori saranno chiamati a scegliere tra i due più votati al primo turno e sarà eletto sindaco quello che otterrà più consensi.
Province: come si vota per presidente e liste. La scheda è gialla: si può votare per il simbolo prescelto ed il voto sarà valido per il candidato presidente e per il candidato consigliere. Il voto è valido anche se espresso sul nome e cognome del candidato consigliere e in questo caso è valido anche per il candidato presidente collegato. Se si vota solo per il candidato presidente, il voto non si estende al gruppo o ai gruppi che lo sostengono. E' eletto presidente della provincia il candidato che ottiene la metà più uno dei voti. Altrimenti al secondo turno sarà eletto il più votato tra i due candidati ammessi al ballottaggio.
Dove si vota. Sono in ballo 12 amministrazioni provinciali (Massa-Carrara, Roma, Benevento, Foggia, Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo, Siracusa, Trapani) e 489 amministrazioni comunali, con 9 capoluoghi di provincia (Brescia, Sondrio, Treviso, Vicenza, Massa, Pisa, Pescara, Messina, Ragusa).
Amministrative 2003: oltre 11 milioni alle urne
uno speciale del Corriere della Sera
Due regioni, dodici province e 502 comuni (tra questi dieci capoluoghi di provincia e altri 87 comuni che superano la soglia dell'eventuale ballottaggio) sono chiamati al voto tra il 25 maggio e il 23 giugno (in tre Comuni del Trentino-Alto Adige in realtà si è votato il 18 maggio e ci sarà il ballottaggio il 1° giugno). I votanti sono 8.588.034 alle provinciali (il 51,94% sono donne), 4.177.808 alle comunali escluso Valle d'Aosta e Friuli-Venezia Giulia (51,68% donne). In tutto i votanti dovrebbero essere oltre 11 milioni.
LE DATE - Domenica 25 maggio dalle 8 alle 22 e lunedì 26 maggio dalle 7 alle 15 si vota per le provinciali e per le comunali a esclusione di Valle d'Aosta e Friuli-Venezia Giulia. Se nessuno dei candidati sindaco o presidente della provincia ha ottenuto il 50% più uno dei voti validi, i primi due classificati vanno al ballottaggio che si svolgerà domenica 8 giugno dalle 8 alle 22 e lunedì 9 giugno dalle 7 alle 15.
PROVINCIALI - La scheda è di colore giallo. Si può votare anche solo per il simbolo di una lista e il voto viene esteso anche al candidato presidente collegato. Il ministero dell'Interno sottolinea che si può votare anche solo il nome di un candidato al consiglio provinciale e il voto viene esteso anche al candidato presidente. Mentre, come per le comunali, se si vota solo per il candidato presidente, il voto non viene esteso alle liste. Le dodici amministrazioni provinciali che saranno rinnovate sono: Massa-Carrara, Roma, Benevento, Foggia, Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo, Siracusa, e Trapani.
COMUNALI - La scheda è di colore azzurro. Nei comuni con meno di 15 mila abitanti (10 mila in Sicilia, 3 mila per la provincia di Trento) con un unico voto si esprime il voto sia per il sindaco che per la lista a collegata. In tutti gli altri comuni se si vota solo la lista, il voto si estende anche al sindaco collegato. Invece se si vota solo il sindaco, la preferenza non viene estesa ad alcuna lista.
Si vota in dieci capoluoghi di provincia: Brescia, Sondrio, Vicenza, Treviso, Udine, Massa, Pisa, Pescara, Messina, e Ragusa.
TESSERE ELETTORALI - Il Viminale ricorda che il certificato elettorale è stato sostituito dalla tessera elettorale personale a carattere permanente. Quindi in occasione delle elezioni amministrative non arriverà a casa alcun certificato elettorale. Per votare ogni elettore dovrà recarsi al seggio portando la tessera elettorale insieme a un documento di identificazione. Chi ha smarrito la tessera elettorale potrà richiederne un duplicato all'ufficio elettorale del comune nelle cui liste risulta iscritto.
POCHE LE DONNE CANDIDATE - Le donne che aspirano alla poltrona di sindaco sono solo il 9% dei candidati. La percentuale scende al 3,4% per le candidate a presidente provinciale. Lo annuncia la commissione nazionale per le Pari opportunità. «I dati dimostrano che, nonostante l'appoggio di tutte le forze politiche alla modifica dell'articolo 51 della Costituzione per la parità tra uomini e donne, i partiti hanno ancora una volta tenuto fuori le donne dalle liste», ha ammesso Marina Piazza, presidente del comitato. «Il dato delle provinciali è particolarmente inquietante perché è addirittura minore della percentuale attuale delle donne a capo di una provincia. Quindi, qualunque sarà il risultato delle urne, le donne avranno perso».
I VIDEOTELEFONINI ALLE URNE - C'è stato un allarme per l'uso che mafia e camorra potrebbero fare dei nuovi telefonini che consentono di scattare e inviare foto (Mms) per controllare i voti. Il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, ha dato disposizioni affinché «venga scongiurato e perseguito ogni eventuale tentativo di violazione della segretezza del voto con particolare riferimento all'uso di videotelefonini nei seggi elettorali», viene affermato in una nota diffusa dal Viminale.
Cambiate le modalita' di votazione nelle sezioni elettorali
una animazione sul Corriere della Sera
I conti sul voto
Galapagos su il Manifesto
Pubblicità «subliminale»: non l'ha inventata Berlusconi, ma lui e il suo governo (e gli alleati di Confindustria) ne fanno un largo uso. Alla vigilia di una tornata elettorale niente affatto secondaria (11milioni e mezzo di elettori non sono forse elezioni di mezzo mandato Usa, ma sicuramente un test significativo) il presidente manda a dire che non sono elezioni importanti e che comunque vadano il governo non è a rischio. Poi rettifica un po': vedrete, assicura, andranno bene per il Polo. Ma perchè andranno bene? Semplice: gli elettori sanno che la cosa migliore per le loro amministrazioni locali è essere conformi al governo nazionale. Tradotto: occhio a come votate, ché le amministrazioni di centro sinistra non avranno lo stesso trattamento di quelle della destra. Stana campagna elettorale quella che si è chiusa ieri sera. Sarebbe stato bello se Berlusconi avesse affrontato i temi locali: quello che il suo governo ha fatto per rilanciare le autonomie locali, per dargli maggiore forza finanziaria, servizi più efficienti, risorse. Ma non poteva farlo. Avrebbe dovuto ammettere che gli enti locali sono stati il primo bersaglio della politica di tagli del suo governo: scuole, assistenza ai disabili, lavoratori socialmente utili sono finiti nel mirino di Tremonti. Adesso la parola d'ordine è: aboliamo l'Irap. Ma le risorse sostitutive per le regioni da dove usciranno fuori? Semplice: reintroducendo i contributi sanitari sui lavoratori dipendenti. Insomma, la spesa sanitaria che faticosamente era stata finanziata con la fiscalità generale, torna a essere un problema delle imprese, cioè dei lavoratori dipendenti.
Di domande al grande affabulatore se ne potrebbero fare molte. Ma Berlusconi non ama le domande e le contestazioni: lui rilascia solo, nelle aule giudiziarie, negli studi televisivi e in parlamento «deposizioni spontanee». Naturalmente lodando i risultati del suo governo. Il condono da vergogna nazionale diventa così un trionfo che ha garantito il gettito previsto dal governo (dato che la dice lunga sul livello di evasione che ha distrutto le finanze pubbliche italiane).
«Quelle firme? Autoscatti»
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
MILANO - «La parola al pubblico ministero per la requisitoria», dice il presidente del Tribunale alla ripresa pomeridiana. Nel silenzio generale Ilda Boccassini si alza e annuncia: «Vorrei cominciare dai fatti, presidente». I cultori dello scontro perenne tra giustizia e politica, che avevano paventato la chiusura della campagna elettorale dallo scranno dell'accusa, s'aspettavano un altro esordio. Credevano che il pm partisse dalle richieste di condanna, com'era accaduto nel processo Imi-Sir/Lodo Mondadori. Ma stavolta non va così. Ilda Boccassini ricorda i quasi otto anni trascorsi tra inchiesta e processo, ma senza accennare alle polemiche e ai conflitti coi palazzi della politica da cui sono stati segnati, senza mai pronunciare il nome di Silvio Berlusconi (imputato in questo processo fino alla settimana scorsa) né riferirsi (per ora) alla compravendita della Sme, retroterra della corruzione dei giudici che l'accusa ritiene provata. E pure quando potrebbe farlo, parlando di conti bancari riferibili alla società del presidente del Consiglio, non cita nemmeno la Fininvest.
Suggerisce di attenersi ai fatti, il pm, «documentati come se avessimo delle fotografie scattate dagli stessi imputati». Parla dei conti all'estero, la vera «prova regina»: non Stefania Ariosto o l'intercettazione-fantasma del bar Mandara, come ripetono le difese, ma i documenti bancari «controfirmati dagli imputati, come fossero degli autoscatti». Tutto è arrivato sul banco del tribunale, tramite le rogatorie, dalla Svizzera e da altri Paesi. Quelle rogatorie che la legge approvata due anni fa dal centrodestra voleva sfilare dal tavolo dei giudici. Una mossa politica dai precisi risvolti giudiziari, che la stessa Boccassini ha ricordato nell'altra requisitoria. Stavolta no, «stiamo ai fatti, presidente».
I fatti narrati nella prima parte raccontano di un passaggio diretto di denaro - nella ricostruzione dell'accusa - tra l'ex-ministro Cesare Previti e l'ex-giudice Renato Squillante. Cinquecento milioni di lire che nei primi giorni del marzo 1991, nel giro di poche ore, sono partiti da un conto svizzero chiamato «Polifemo», transitati sui conti chiamati «Ferrido» e «Mercier» (quest'ultimo di Previti) e finiti su quello chiamato «Rowena», di Renato Squillante. «Fatti documentati e inconfutabili», insiste Boccassini, non smentiti dalle spiegazioni fornite dagli imputati «prive di riscontri e fondamento».
Il pm non va oltre la dimostrazione del passaggio di denaro, senza precisare - per adesso - che i conti «Polifemo» e «Ferrido» erano gestiti da uomini della Fininvest. Ma per l'accusa quei 500 milioni sono passati da una delle casseforti della società di Silvio Berlusconi alle tasche di un giudice romano; sono una delle prove della corruzione giudiziaria nella quale sarebbe coinvolto (oltre a Previti e Squillante) anche il presidente del Consiglio che ora è imputato nel processo-bis. Ma alla vigilia del voto, e nel mezzo di polemiche roventi che contrappongono il premier a Romano Prodi proprio sulla vicenda della vendita Sme, Boccassini evita di portare il suo discorso alle conseguenze ultime.
Il pm spiega il ruolo della testimone Stefania Ariosto e come si sono svolte le indagini: oltre ai movimenti di denaro ci sono le intercettazioni telefoniche, quelle ambientali, i pedinamenti degli indagati. Un metodo investigativo che lo stesso pm aveva utilizzato dieci anni fa, in Sicilia, per individuare, arrestare e fare condannare gli assassini del suo amico e «maestro» Giovanni Falcone; un metodo che il giudice Antimafia aveva applicato (e insegnato) nelle inchieste sui boss, finché i boss non lo tolsero di mezzo con 500 chili di tritolo, il 23 maggio 1992. Nell'undicesimo anniversario della strage, Ilda Boccassini non è a Palermo, come invece ha sempre fatto, per rendere omaggio a Falcone. Il calendario del processo ha voluto che stesse in aula, con la toga sulle spalle, a svolgere il suo lavoro di pubblico ministero: «Stando ai fatti, presidente, non alle parole. Fatti documentati e incontrovertibili».
"Berlusconi per guidare la Ue non ha leadership morale"
Duro attacco del quotidiano francese Le Monde al premier italiano. "I guai giudiziari del Cavaliere riguardano l'Europa".
su la Repubblica
ROMA - Un editoriale in cui sostiene che Silvio Berlusconi non ha "l'indiscussa leadership politica e morale" necessaria per guidare l'Europa e un'intervista ad un nemico storico del premier italiano, l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Così Le Monde va all'attacco del futuro presidente della Ue e rinforza la presa di posizione dell'Economist per cui Berlusconi è "inadatto" a presiedere l'Unione.
L'editoriale di Le Monde si apre con una premessa: "Venendo dalla Francia, le lezioni di morale sulle relazioni tra la politica e la giustizia, e più precisamente sull'atteggiamento di questa a indagare sui vertici dello Stato, non sono necessariamente le benvenute". Ma fatta la dovuta premessa, l'analisi è impietosa. La presidenza italiana inizia il primo luglio in "un momento particolarmente delicato: crisi economica quasi generale, identità politica scossa dalla questione irachena, infine, momento chiave per le nuove istituzioni", che dovranno garantire il funzionamento dell'Europa a 25.
E' dunque in questo panorama che comincerà il semestre italiano, con Berlusconi oggetto di un'azione, "una volta di più, della giustizia milanese": "I capi di imputazione sono gravi - scrive Le Monde - Il primo ministro e futuro presidente dell'Unione rischia da tre a otto anni di carcere. Lui smentisce, contrattacca, 'si indigna', si dice vittima di un complotto fomentato da una manica di 'magistrati faziosi'. Vuole guadagnare tempo, per ottenere la prescrizione. E, confermando la sensazione che dà di essere entrato in politica per proteggersi dalla giustizia, cerca di far passare un progetto di legge che gli garantirebbe l'immunità giudiziaria, almeno temporaneamente".
Ricordati i guai giudiziari, il quotidiano sottolinea che tutto ciò "riguarda l'Europa", avendo Berlusconi chiamato in causa "due uomini, che la giustizia milanese ha scagionato. Romano Prodi e Giuliano Amato, rispettivamente presidente della Commissione europea e vice presidente della Convenzione. L'attacco quanto meno cade male, perché annuncia relazioni poco serene tra il futuro presidente dell'Unione e due dei responsabili con cui dovrà collaborare strettamente".
Ma l'"anomalia" Berlusconi non finisce qui, conclude Le Monde, ricordando che da due anni "il patron di Forza Italia promette di risolvere il conflitto di interessi, aberrante e scioccante per la democrazia, tra la sua occupazione delle tre principali emittenti private del Paese e la sua funzione di premier. Si attende sempre una decisione soddisfacente su questo argomento, come, più in generale, un gesto che indichi che uno degli uomini più ricchi del Paese separa radicalmente gli interessi del suo gruppo da quelli dello Stato".
Ma le spine della stampa internazionale non sono finite per Berlusconi che oggi, è stato accolto in Lussemburgo, da un articolo del quotidiano La Voix intitolato: "L'echappe du Cavaliere", "La fuga del Cavaliere". Anche La Voix tira in ballo i problemi giudiziari del premier e lascia intendere che la visita al premier lussemburghese serve per scappare ai giudici. "Fra la giustizia e l'Europa - è il commento del quotidiano - Silvio Berlusconi ha scelto l'Europa".
Europa, non è ora di scelte ambigue
Adriana Cerretelli su Il Sole 24 Ore
Gli ultimi euro-sondaggi dicono che, dopo la guerra irachena, il sostegno all'Europa è in aumento dovunque (Inghilterra esclusa): a schiacciante maggioranza i cittadini chiedono una diplomazia e una difesa comuni. A Bruxelles i vertici della Convenzione sulle riforme da due giorni sono chiusi in conclave nella speranza di riuscire a partorire un progetto di Costituzione credibile, completo e coerente. A Roma, a poche settimane dal via al semestre italiano di presidenza dell'Unione, sono le imprese a scendere in campo: il presidente di Confindustria Antonio D'Amato ha lanciato ieri il suo Manifesto per la nuova Europa. Che, ricucito lo strappo transatlantico, auspica forte, autorevole e competitiva, ringiovanita nelle strutture e nelle ambizioni, un soggetto politico ed economico in grado di affiancare gli Stati Uniti nella cogestione del mondo globale e delle sfide che lo assediano. Insomma un'Europa che finalmente esista davvero e faccia le sue scelte senza ambiguità, puntando sul metodo intergovernativo in attesa di imboccare la strada federale. La domanda d'Europa è diffusa, a tutti i livelli.
È sui mezzi, cioè sull'attuazione delle liberalizzazioni dei mercati, sulle riforme strutturali concrete - dall'organizzazione del lavoro allo Stato sociale, dalla politica di ricerca alle pensioni - in definitiva sulla modernizzazione dei vari modelli di società e di sviluppo che l'Europa latita e tradisce regolarmente impegni e promesse. Per poi ritrovarsi aggiogata al carro di una crescita "bloccata", in balia della politica del dollaro nonostante la conquista dell'euro, incapace di sfruttare una massa critica che sulla carta è colossale ma nei fatti completamente sprecata. Se oggi è difficile avanzare insieme a 15, figuriamoci dopodomani a 25, quando la moltiplicazione delle eterogeneità e dei conflitti di interesse rischia di incoraggiare la disintegrazione invece dell'integrazione europea. Riforme subito e senza ambiguità, ha chiesto ieri D'Amato. In politica come in economia. Impossibile dissentire. Ma è un atto di coraggio politico di cui finora l'Unione dei piccoli passi si è dimostrata incapace. Tempi e modi della sua crescita sono sempre passati per scelte ambigue costruite sui minimi comuni denominatori. Troppo spesso "unanimità oblige".
Tre ostacoli sulla strada
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Colin Powell, segretario di Stato americano, riconosce le particolari esigenze e preoccupazioni di Israele. Ariel Sharon, primo ministro israeliano, dichiara di accettare la «mappa stradale» con cui il Quartetto (Stati Uniti, Unione europea, Russia e Cina) ha disegnato le tappe di un percorso che dovrebbe concludersi con la costituzione di uno Stato palestinese. Queste due dichiarazioni non sono il risultato di una casuale coincidenza. Sono il frutto di un baratto diplomatico provocato dal fallimento della visita di Powell a Gerusalemme negli scorsi giorni. Dopo avere constatato la reticenza di Sharon, il segretario di Stato ha probabilmente fatto appello alla Casa Bianca e ha finalmente conquistato, con la comprensiva dichiarazione di ieri, ciò che non era riuscito a ottenere, personalmente, durante la sua visita israeliana. Siamo dunque a una svolta della politica di Gerusalemme? Esistono finalmente le condizioni per una soluzione del problema palestinese? Probabilmente non ancora. Per tre ragioni.
La prima ragione è la politica dell'attuale governo israeliano. Sharon e i partiti religiosi, che gli permettono di restare al potere, non vogliono la creazione di uno Stato palestinese veramente indipendente. Sono forse pronti a smantellare gli insediamenti ebraici creati nei territori occupati dopo il 2001, ma non sembrano disposti a richiamare in patria tutti i 200.000 coloni che si sono progressivamente insediati in Cisgiordania e nella striscia di Gaza durante gli anni precedenti. E finché queste piccole diaspore ebraiche avranno diritto di vivere al di là delle sue frontiere, Israele si riterrà autorizzato a difenderle, a presidiare le vie d'accesso, a instaurare posti di blocco, a intervenire militarmente, a trattare lo Stato palestinese come un mosaico di cantoni, privo di una reale sovranità politica e militare.
La seconda ragione è in Palestina. Una fazione radicale e «massimalista», prevalentemente religiosa, non vuole la pace e si propone in realtà la cancellazione dello Stato israeliano. E' probabilmente un gruppo minoritario. Ma sfrutta la presenza dei coloni e il risentimento della società palestinese per reclutare nuovi seguaci, e usa le reazioni poliziesche dello Stato d'Israele per attizzare le fiamme del terrorismo suicida. Rivolta e repressione sono le due ruote complementari di un ingranaggio («tanto peggio, tanto meglio») che corrisponde perfettamente alle intenzioni degli opposti estremismi.
La terza ragione è a Washington. George W. Bush vuole certamente la pace. Ma è circondato da consiglieri che non cessano di ricordargli l'utilità di Israele nelle sfide che gli Stati Uniti dovranno probabilmente affrontare in Medio Oriente dopo avere sconvolto con la guerra irachena gli equilibri della regione. E quand'anche prestasse meno attenzione ai suoi consiglieri neoconservatori, il presidente terrebbe conto dei due gruppi che gli saranno particolarmente utili per il rinnovo del mandato presidenziale nel 2004: la lobby ebraica e quella di una destra cristiana che è diventata negli scorsi mesi, per un bizzarro paradosso storico, entusiasticamente sionista.
Ma la soluzione, in ultima analisi, dipende dalla massima che il primo ministro Rabin ricordava ai suoi connazionali negli anni degli accordi di Oslo: combattere i terroristi come se non stessimo negoziando, negoziare come se il terrorismo non esistesse.
Everest, cinquant'anni sul tetto del mondo
Giusi Fasano sul Corriere della Sera
La parola d'ordine è sopravvivere. Perché a 8848 metri sul livello del mare niente è facile. A cominciare dalla cosa più naturale: respirare.
Quel mattino del 29 maggio 1953 due uomini arrancarono col fiato corto fino in cima: alle 11.30 in punto erano a quota 8848. E quando furono sul picco uno dei due, un apicultore neozelandese da sempre appassionato di montagna, raccolse le forze per dire all'amico sherpa che lo aveva accompagnato fin lassù: «Abbiamo fatto fuori il bastardo».
Il «bastardo» era il monte più alto del pianeta Terra: l'Everest. L'apicultore era Edmund Hillary. Lo sherpa Tensing Norgay.
Sono passate 50 primavere da quel maggio. Oggi raggiungere il «tetto del mondo» è un'impresa per tanti. Troppi, a giudicare dalla quantità di rifiuti disseminati lungo i percorsi. Si abbandona di tutto: imballaggi di plastica e cartone, bottiglie, lattine di cibo, corde, libri, pezzi di tende o di attrezzature varie e, più di tutto, bombole per l'ossigeno, preziose per la scalata ma inutili nella discesa e quindi spesso abbandonate da scalatori esausti.
Ma la vetta del mondo trattiene fra i suoi ghiacci anche i resti degli uomini e delle donne che sono morti sfidandola: quasi duecento vite perdute fra l'inizio del Novecento e oggi. E ogni tanto il ghiaccio restituisce un corpo. Come successe nel maggio del '99, quando fu ritrovato, a 8355 metri, il cadavere perfettamente conservato di George Leigh Mallory, l'alpinista inglese che scomparve, assieme a Andrew Irvine, l'8 giugno del 1924, sull'ultimo crinale, a pochi passi dalla cima.
L'avventura di Mallory è diventata una leggenda perché nessuno ha mai saputo se sia o no arrivato fino alla sommità. Era ancora in ascesa oppure era arrivato in cima e stava scendendo? La risposta potrebbe avere la forma di una fotografia. Ma la macchina fotografica non è mai stata ritrovata e il ritrovamento del corpo di Mallory non ha sciolto il mistero. Quindi, fino a prova contraria, la conquista dell'Everest resta inglese perché era inglese il colonnello che la guidò, John Hunt.
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Congo, indagine dell'Onu su atti di cannibalismo
brevissime del Corriere
Nuove denunce di cannibalismo nel Nordest del Congo, nella regione Ituri. L'ufficio regionale dell'Onu ne ha ricevute a decine, riporta la Bbc , e ha aperto un'inchiesta. Già alcuni mesi fa, sempre nella stessa regione, simili atrocità furono commesse ai danni dei pigmei. Stavolta il contesto è diverso: si tratta di scontri tribali tra Lendu ed Hema (questi ultimi le vittime), in guerra da tempo per il controllo di Bunia, la capitale della ricca provincia di Ituri, al confine con l'Uganda. Nell'ultimo mese, denuncia l'Onu, dopo il ritiro delle truppe ugandesi entrate in Congo, la situazione nella regione è precipitata: 12 mila i profughi fuggiti in Uganda.
Che cosa è il Csm
brevissime del Corriere
I COMPITI Il Consiglio superiore della magistratura è l'organo di governo autonomo della magistratura ordinaria al quale spettano, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati
COMPOSIZIONE
Sono componenti di diritto il presidente, che è il presidente della Repubblica, il primo presidente della Cassazione e il Pg della Cassazione. Il Consiglio, che elegge il vicepresidente (ora è Virginio Rognoni), è composto da 24 membri: 16 «togati» eletti dai magistrati e 8 «laici» di nomina parlamentare
24 maggio 2003