
sulla stampa
a cura di G.C. - 23 maggio 2003
Berlusconi: Prodi maschera dei comunisti
Paola Di Caro sul Corriere della Sera
ROMA - Parlando del suo governo, di tasse ed economia e grandi opere, Silvio Berlusconi qualche battuta, più di un sorriso e toni suadenti li aveva spesi generosamente. Ma quando la puntata di Porta a Porta a lui dedicata ha svoltato sul tema giustizia, il premier si è rabbuiato, ha cambiato decisamente registro, ed è partito a testa bassa contro i "magistrati combattenti" che "stanno tentando una nuova spallata giudiziaria per far cadere di nuovo il governo" come nel '94; contro una sinistra che, come dimostrano "le parole di Fassino e Rutelli", ha fiducia nei magistrati solo per un motivo: "Perché sono i loro", e infatti "sono sempre pronti a fare soccorso rosso". Ma contro questa magistratura di cui non ci si può fidare, contro un'opposizione pronta solo a nascondere la sua anima "comunista" dietro la "maschera di Prodi" che viene riproposto per la leadership, Berlusconi ha pronto quello che sembra un vero piano d'attacco. E che comprende: primo, il varo del Lodo Maccanico limitato alle sole cariche istituzionali, dunque con l'esclusione dei coimputati; secondo, una "commissione di inchiesta sull'affare Sme" accompagnata dall'intenzione di "andare avanti su Telekom Serbia", perché "tutto quell'affare fu una tangente" sulla quale "bisogna fare luce"; terzo, la promessa che l'11 giugno si recherà in aula a Milano per fare sul caso Sme "dichiarazioni che sono molto temute"; quarto, la messa a punto presto di un disegno di legge sul riordino della giustizia con punti cardine la "separazione delle carriere" tra giudici e pm. Il tutto condito da un avvertimento: è vero che "è impossibile che mi condannino a Milano, perché non hanno alcuna prova", dice il premier, ma ove mai accadesse "io non mi dimetterei, continuerei a governare e mi batterei in appello e in Cassazione".
"AVANTI CON LE COMMISSIONI" - Pochi si aspettavano un affondo così duro, una uscita così minacciosa nei confronti degli avversari. Ma Berlusconi va giù a testa bassa quando annuncia che sul caso Sme la maggioranza proporrà "una commissione di inchiesta parlamentare", e quando ci mette il carico aggiungendo che "andremo avanti su Telekom Serbia", perché è vero che "sono convinto da garantista che non ci sono state tangenti personali di quel tipo", ma "tutto quell'affare fu una tangente", visto che "il 29% di Telekom Serbia fu pagato il doppio del suo valore dalla società dei telefoni di Stato sotto il Governo Prodi", e visto che "il contratto fu fatto con soldi in nero e fu pagato non a Telekom Serbia ma ad altri soggetti, con un percorso contabile che dovrà essere indagato fino all'ultimo".
LODO "SECCO" - Ma c'è un'altra notizia da prima pagina che Berlusconi regala a Vespa, ed è l'annuncio che, dopo "un approfondimento", si è deciso di presentare sotto forma di emendamento e non di decreto un "provvedimento secco" per bloccare i processi solo dei presidenti della Repubblica, del Consiglio, delle Camere e della Corte Costituzionale. Niente estensione ai coimputati insomma, e quando gli si chiede se non tema che un'eventuale condanna nei confronti di Previti o di altri di fatto infanghi anche lui, visto che potrebbe significare che è lui il mandante della corruzione dei giudici, Berlusconi sbotta: "E perché mai? Io non ho mai sborsato una lira. Se mai qualcuno avesse dato i soldi, non sarei io...".
GIOVANI IDENTIFICATI - Prima della registrazione del programma sono stati identificati e allontanati alcuni militanti della Sinistra giovanile che manifestavano davanti agli studi Rai distribuendo un opuscolo battezzato "libro bianco": 100 pagine bianche a rappresentare i risultati di due anni di governo. In trasmissione Berlusconi si è lamentato per le continue contestazioni di cui viene fatto oggetto ultimamente nelle sue uscite pubbliche.
Tutti i fronti del Cavaliere
Massimo Giannini su la Repubblica
Il personale "bollettino di guerra" di Silvio Berlusconi contro la magistratura segnala da ieri una "ritirata" parziale imposta dal presidente della Repubblica e un appoggio imprevisto offerto dal presidente della Confindustria. Carlo Azeglio Ciampi, martedì pomeriggio, gli ha lanciato un chiaro altolà: "Sulla sospensione dei processi in corso non accetterò colpi di mano o forzature costituzionali: né decreti legge, né estensione dei benefici ai co-imputati".
Antonio D'Amato, ieri mattina, gli ha lanciato un mezzo salvagente: "Basta con la dialettica politica nelle aule giudiziarie: l'uso politico della giustizia danneggia sia la classe politica che la magistratura...".
Dalla puntata di "Porta a porta" su Raiuno e l'assemblea annuale della Confindustria all'Eur il Cavaliere esce malconcio, ma più battagliero che mai. Nel salotto amico di Bruno Vespa il premier annuncia: "Non faremo un decreto legge sul Lodo Maccanico, ma un semplice emendamento che sospenderà i processi solo per le alte cariche dello Stato". Nel suo Vietnam privato contro le "toghe golpiste", nel quale ha trascinato l'intera nazione, questo è il riconoscimento implicito di una momentanea sconfitta. Berlusconi teme che Cesare Previti sia riconosciuto colpevole al processo Sme. È sicuro che lo "stralcio" della sua posizione deciso dal tribunale di Milano sia solo una "trappola" dei giudici per accelerare i tempi della sentenza a suo carico, o per far sì che gli esiti giudiziali dell'eventuale condanna di Previti producano comunque effetti politici per lui insostenibili. Per questo ha provato a calcare la mano, con la sua maggioranza e con le istituzioni.
Con un decreto legge, o con una legge ordinaria che sospenda "quel" processo non solo per lui, ma anche per "chi ha concorso nello stesso reato".
Se questo era il piano, per ora è saltato. Grazie al veto del Quirinale.
Mentre accenna alla ritirata, il Cavaliere moltiplica i fronti di battaglia. Commissione d'inchiesta sull'affare Sme, nel quale ha taciuto a lungo "per non toccare la posizione personale del presidente della Commissione europea". Piena luce sull'affare Telekom Serbia, che "fu una gigantesca tangente". Separazione immediata delle carriere tra giudici e pm. È la consueta strategia dell'intimidazione, la solita sèmina del sospetto. Una pentola di miasmi e veleni, che il premier tiene in continua ebollizione minacciando di buttarci dentro le istituzioni nazionali e sovranazionali: dallo stesso Ciampi (che ai tempi dell'operazione Telekom Serbia era ministro del Tesoro) al "nemico" Prodi (che all'epoca della cessione Sme era presidente dell'Iri).
L'orologio dell'aula di giustizia corre veloce. Stavolta Berlusconi inventerà qualunque cosa per fermarlo.
In questa corsa contro il tempo, incassa il sostegno della Confindustria. Anche dall'assemblea degli imprenditori il premier esce malconcio, ma solo fino a un certo punto. Antonio D'Amato, per la prima volta nella storia dell'organizzazione di Viale dell'Astronomia, entra a piedi pari nel dibattito sulla giustizia. Lo fa con astuzia, e non senza una ragione di fondo. Ha ragione, quando denuncia il "clima inquinato da uno scontro politico anomalo". Quando accusa il governo e l'opposizione di concentrarsi "su polemiche che riguardano solo il passato". Quando chiede ai Poli di smetterla con il "massacro continuo" e con una contesa politica regolata a colpi di dossier. Ma D'Amato ha torto marcio quando, pur riconoscendo il buono di Mani Pulite, contesta adesso "l'uso politico della giustizia".
E fa un'invasione di campo, quando invoca "strumenti per regolare il difficile rapporto tra il potere giudiziario e quello legislativo ed esecutivo". Non si tratta di fare concessioni gratuite a un centrosinistra di cui si può dire tutto il male possibile: diviso, confuso e inconcludente su tanti versanti. Ma la giustizia, oggi, è forse l'unico tema sul quale non c'è né ci può essere una posizione ambigua e falsamente "bipartisan".
C'è una maggioranza che per necessità propria usa la clava contro un potere dello Stato, c'è un'opposizione che assiste e che si ritaglia almeno il diritto minimo di difenderlo.
Con la sua sortita, il leader degli industriali sovverte le posizioni. E adotta implicitamente lo schema caro al Cavaliere: lui è la vittima, i comunisti forcaioli sono i carnefici. Probabilmente D'Amato fa questa mossa per compensare le insoddisfazioni degli imprenditori su tutto il resto. La relazione di D'Amato, infatti, certifica un doppio fallimento. C'è un fallimento del governo, che in due anni di legislatura non ha regalato al Paese il "miracolo economico" che aveva promesso. Le verdi vallate di Maastricht non si vedono. Al loro posto si espande la palude stagnante d'Italia. Il leader degli industriali non può nasconderlo: "La situazione dell'economia italiana è negativa". La crisi mondiale è un alibi: Usa e Gran Bretagna cresceranno quest'anno più del 2%, mentre da noi nel primo trimestre il Pil registra "un segno negativo".
Da un'organizzazione imprenditoriale che nella sua storia ha espresso presidenti del calibro di Guido Carli, e che ha sempre fatto del rigore finanziario un cardine delle sue relazioni con il potere politico, ci saremmo aspettati un'analisi più severa e dettagliata sul peggioramento dei saldi di bilancio di quest'ultimo biennio.
Avremmo voluto sentire alcune cifre eloquenti, come quelle che un economista di vaglia come Ferdinando Targetti ha snocciolato sull'ultimo numero della rivista del Mulino, mettendo in sequenza i valori percentuali delle previsioni sballate dal governo tra il luglio 2001, il luglio 2002 e a consuntivo. Crescita del reddito: 3,1; 1,3; 0,3. Rapporto deficit/Pil: 0,5; 1,1; 2,3. Rapporto debito/Pil: 103,2; 108,5; 106,7. Avremmo voluto sentire un grido d'allarme più vibrante, in vista della gravosa Finanziaria del prossimo anno, che secondo lo stesso Targetti dovrà far fronte a un deficit del 3/4% del Pil: tra i 30 e i 40 miliardi di euro, pari all'incirca a 60/80 mila miliardi di vecchie lire. Avremmo voluto ascoltare una denuncia esplicita, per le privatizzazioni e le liberalizzazioni non fatte dal primo governo di manifesta ispirazione thatcheriana, che in 730 giorni è riuscito a dismettere sul mercato solo una quota del 3,5% di Telecom Italia.
E invece, in questa Confindustria il modesto scatto di indipendenza di oggi trova il suo limite fisiologico nella cattiva coscienza di ieri. Nel 2001 D'Amato ha "investito" troppo avventatamente su questo governo, per potersene affrancare liberamente nel 2003. E qui sta il secondo fallimento, che la relazione del leader degli imprenditori attesta ma non può ammettere. È il fallimento di questa Confindustria, che in due anni di collateralismo con il Polo ha portato a casa solo il "Patto per l'Italia". La Cgil di Cofferati sbagliò ad osteggiare con tutte le sue forze quell'accordo, come se fosse un bieco esperimento di "macelleria sociale", quasi un "male assoluto". La Confindustria di D'Amato sbagliò a salutarlo come "una svolta epocale nella storia di questo Paese". Ieri ha dovuto ammettere che nonostante i 4 miliardi di euro destinati dal Patto alla riduzione dell'Irpef "nella speranza che si creasse fiducia e si sostenessero i consumi", l'obiettivo è sostanzialmente mancato.
Alla fine l'Impresa si sciolse dall'abbraccio con Di Pietro
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
ROMA - Con la richiesta di "un'autentica pacificazione nazionale", di una sorta di amnistia, la Confindustria è tornata a mettere i piedi nel piatto della giustizia. Antonio D'Amato alla sua quarta relazione da presidente non ha avuto timori nel contraddire pubblicamente il partito giustizialista. Ha parlato di politicizzazione della magistratura, di "un continuo massacro" che non giova alla politica, ma nemmeno "alla credibilità dell'azione giudiziaria". Erano anni che da un palco degli imprenditori italiani non si ascoltavano concetti tanto ruvidi nei confronti delle toghe. Ieri si è rotto definitivamente un lungo fidanzamento iniziato a ridosso degli anni di Mani Pulite e andato avanti per anni. Ancora quindici mesi fa, ad applaudire il discorso d'addio del procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli - "resistere, resistere, resistere" - c'era in prima fila Leopoldo Pirelli.
Nell'era Tangentopoli il presidente della Confindustria si chiamava Luigi Abete e a capeggiare i Giovani Imprenditori era Aldo Fumagalli. La linea adottata fu quella della massima trasparenza, dell'appoggio pieno ai giudici e della critica radicale ai politici della Prima Repubblica. Nel giugno del '92 a rivestire i panni della star del convegno di S. Margherita Ligure fu nientemeno che Antonio Di Pietro. Interrotto da continue manifestazioni di consenso, il magistrato simbolo di Mani Pulite chiese agli industriali di "fare una scelta di campo, isolare e denunciare i casi di malcostume, prima che sia troppo tardi". Gli fece immediatamente eco il giovane Fumagalli: "Di Pietro ci dà fiducia, bisogna avere il coraggio di schierarsi con il cambiamento". Pressappoco negli stessi giorni, sul settimanale Il Mondo , Giovanni Agnelli sentenziò: "I magistrati stanno lavorando. E' bene che lo facciamo serenamente e tranquillamente. Non credo alle mezze misure. Credo che in certe situazioni sia determinante la chiarezza totale".
Prima di ieri, nei tre anni di presidenza, D'Amato non aveva mai sollevato il tema del rapporto tra politica e giustizia. Tanto che un suo oppositore, Edoardo Garrone, solo un anno fa l'aveva accusato di aver fatto poco in materia e invece "la giustizia interessa molto gli imprenditori". Ma stavolta D'Amato non ha cercato ripari e ha detto come la pensa. Anche a costo di passare per un paladino del Cavaliere. Scioccando i tanti che in sala ricordavano quel Masaniello che guidava i Giovani Imprenditori alla fine degli anni '80 e nei convegni confindustriali prendeva di petto Giulio Andreotti, chiedeva di tagliare con l'accetta i nodi tra politica ed economia e sollecitava addirittura una riforma elettorale.
D'Amato fa il portavoce Berlusconi
"L'economia affonda? Colpa dei giudici"
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Meno male che doveva essere un richiamo al governo. È stato il contrario: dal podio di Confindustria è arrivato un gelido abbraccio a Silvio Berlusconi. Sulla giustizia, sulle pensioni, sul lavoro, sulla scuola, sull'Europa, sulla guerra, sugli Stati Uniti, sull'articolo 18 (da rivedere anche dopo il referendum), contro la Cgil, contro Sergio Cofferati, contro i giudici. L' "anima" della presidenza degli industriali è con il capo del governo. Nella sua relazione all'Assemblea, davanti ad un auditorio silente e avaro di applausi, Antonio D'Amato ha offerto il suo ultimo tributo al "premier-amico" da presidente degli industriali: l'affondo contro "l'uso politico delle vicende giudiziarie" e l'appello per la "pacificazione nazionale". "Chiudiamola finalmente con il passato - declama D'Amato dal podio - non si costruisce così il futuro".
Come dire: mettiamoci una pietra sopra. Visto il numero dei procedimenti in cui è coinvolto il premier, più che una pietra sarebbe un macigno. Ma D'Amato non se ne preoccupa e tira dritto (sarà per il "pericoloso" stralcio deciso dal tribunale milanese?). Chiede un'amnistia? Un lodo Maccanico mascherato? Difficile da dire, vista la continua ambiguità delle parole del presidente. Il leader degli industriali infarcisce l'arringa difensiva del "presidente-imputato" con numerosi accenni "bipartisan": parla di "questo o quel leader" (Berlusconi e Prodi?).
"Noi vorremmo che la competizione tra le forze politiche - aggiunge - si svolgesse sulla loro capacità di governo, sulla loro visione del Paese, non sulla loro capacità di accumulare dossier sul passato di questo o quel presidente del Consiglio" (i giudici per la verità non raccolgono dossier, ma prove). Un autentico spirito "bipartisan" avrebbe consigliato di fermarsi qui, a quel richiamo ai toni più calmi nel dibattito politico. Invece D'Amato sceglie di schierarsi e punta sul "condono giudiziario". Berlusconi in prima fila sottolinea il testo scritto. All'uscita dirà:"un intervento molto lucido e realistico, una visione della situazione non soltanto italiana ma internazionale che non si può non condividere". Il premier incassa. Ma l'atmosfera non è trionfale. Nonostante l'adesione profonda al "berlusconismo" di Viale dell'Astronomia, non si assiste ad una replica di Parma 2001. Da allora sono passati due anni duri per gli industriali e per il paese. Non c'è materia per ovazioni. E D'Amato sa di essere già con un piede fuori. Da oggi cominciano i giochi della successione. Il suo appiattimento sul capo del governo potrebbe costargli caro. Di qui i camuffamenti, le ambiguità e le contraddizioni del suo discorso.
Passando al semestre di presidenza italiano in Ue, arriva la pietanza per il governo offerta su un vassoio d'argento: la riforma delle pensioni. Il presidente degli industriali la vuole subito, prima della finanziaria, cioè entro l'anno, così da presentarsi a Bruxelles con "le carte in regola". Si dichiara disposto anche a rinunciare al bonus occupazione, pur di ottenere il combinato disposto di decontribuzione e Tfr nei fondi. Poi aggiunge a chiare lettere: "Chi sceglierà di andare in pensione anticipata dovrà percepire qualcosa in meno di chi sceglierà di restare al lavoro". Ovvero, disincentivi.
Sui conti pubblici D'Amato lancia il suo primo vero richiamo al governo. E incassa il primo - flebile - applauso. Denuncia il fatto che "sono soprattutto le imprese che stanno sostenendo l'impegno del Paese di mantenere basso il deficit". Chiede meno tasse e meno leggi, fa sapere che il condono non gli è piaciuto. L'altra "bocciatura" va alla Pubblica Amministrazione, ai dipendenti pubblici "di nuovo considerati un serbatoio di voti. I recenti contratti dei settori pubblici stanno lì a dimostrarlo". Una vera sferzata. Ma qui finiscono i richiami all'esecutivo. Per il resto c'è molto di già detto.
Sul confronto con i sindacati, la rotta è sempre la stessa (forse suggerita da Stefano Parisi): appello al dialogo (carota), accuse alla Cgil (bastone), nonostante il fatto che nell'assemblea a porte chiuse il presidente della Lombardia gli abbia chiesto di ricucire con il più grande sindacato italiano. Nel suo furore contro Corso d'Italia, D'Amato ripesca dal passato la battaglia sull'articolo 18 e torna a puntare il dito contro Sergio Cofferati (senza nominarlo). Passaggio scontato, visto che il presidente ha puntato tutto il suo mandato su quella furibonda (e inutile) campagna. Oggi si ritrova con un referendum, e se la prende con i "massimalisti della sinistra" (o di Confindustria?). La partita a questo punto diventa difficile. Il 15 giugno rischia di perdere tutto, ma i toni devono restare bassi se davvero si punta a far saltare il quorum.
"Giù le mani dalla democrazia"
Libertà e Giustizia schiera Eco
Ferruccio Sansa su la Repubblica
ROMA - "Giù le mani dalla democrazia". È il richiamo lanciato da "Libertà e Giustizia" e insieme il titolo di un incontro organizzato dall'associazione. L'appuntamento è fissato per il prossimo 3 giugno, quando sul palco del Teatro Smeraldo, a Milano, saliranno tra gli altri Umberto Eco, Massimo Cacciari, Sergio Cofferati, Piero Fassino, Francesco Rutelli e Michele Salvati. L'obiettivo? "Discutere di quali forme può prendere la democrazia in questo momento di crisi, ma anche di grandi opportunità. Noi vorremmo che la nostra democrazia fosse ancora più ricca, le vecchie forme di democrazia non ci soddisfano più", spiega Sandra Bonsanti, presidente dell'associazione. Si parlerà così anche delle nuove forme che assumeranno i partiti, "del nuovo rapporto fecondo che li legherà con la società civile".
Riccardo Sarfatti, consigliere di "Libertà e Giustizia", ricorda: "Oggi non c'è altro modo di fare politica, se non saldare i partiti e la società civile. Invece sta avvenendo proprio il contrario, si stanno cioè accentrando i poteri forti fuori da qualsiasi controllo". E aggiunge: "Chi ha più desiderio di partecipare, più rabbia, sono proprio i moderati. Sono molti i repubblicani e i liberali che si rivolgono a noi perché vogliono partecipare alla vita civile e politica".
Di qui parte l'iniziativa dell'associazione che ha sede a Milano, ma si sta radicando anche nelle altre regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Lazio e, prossimamente, Puglia e Campania). Che dialoga con i partiti e ha contatti anche con gli altri movimenti.
Secondo un sondaggio compiuto via Internet, il 77,8 per cento degli aderenti a "Libertà e Giustizia" (www.libertaegiustizia.it) sono convinti che anche le alte cariche dello Stato debbano essere sottoposte a indagini e processi come i normali cittadini. Insomma, niente immunità. Soltanto l'11,9 per cento, invece, ritiene che i procedimenti debbano essere sospesi per la durata del mandato.
E ancora: ben il 93 per cento dei simpatizzanti ritiene che, in caso di condanna, Silvio Berlusconi dovrebbe dimettersi, mentre l'81,8 per cento pensa che l'autonomia della magistratura sia diminuita e il 96 per cento che le inchieste su Tangentopoli siano state una "risposta necessaria per contrastare la corruzione del sistema e moralizzare la politica".
I simpatizzanti di "Libertà e Giustizia", sempre secondo un sondaggio via Internet, hanno fiducia soprattutto nei Ds (66,5%), nei Girotondi (63,9%) e nella Margherita (56,7%). In una percentuale più modesta si fidano anche dei centristi del centrodestra, come l'Udc (7%).
Lettera a Ciampi
Su il Manifesto
Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei
molto lontano
più forte ti scriverò.
Da quando sei partito
c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.
Si esce poco la sera
compreso quando è festa
e c'è chi ha messo
dei sacchi di sabbia
vicino alla finestra,
e si sta senza parlare
per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.
Ma la televisione
ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti
stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale
e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.
Ci sarà da mangiare
e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.
E si farà l'amore
ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi
qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.
Lucio Dalla ci scuserà se gli abbiamo cambiato il titolo, ma ci è sembrato che il testo di questa sua celebre canzone fosse particolarmente adeguato a descrivere l'attuale situazione politica.
"New Iraq" senza sanzioni
Sommario su il Manifesto
Da oggi gli Stati Uniti sono ufficialmente i padroni dell'Iraq. La "consegna" nelle loro mani è stata decisa ieri dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha votato, con 14 voti contro nessuno (la Siria non ha partecipato) la fine delle sanzioni economiche decise tredici anni fa. "Lo abbiamo fatto per dare una cornice legale alla situazione", hanno detto Francia, Russia e Germania, cioè coloro che cercarono di bloccare fino all'ultimo l'attacco americano contro l'Iraq. La "concessione" americana che ha sbloccato tutto è stato il sì di Washington a un ruolo "più attivo" delle Nazioni Unite, nel senso che l'uomo che il segretario generale Kofi Annan designerà (probabilmente il brasiliano Sergio Vieira de Mello) non sarà un "osservatore" ma il "rappresentante" dell'Onu fra gli "amministratori" americani, inglesi e australiani del nuovo Iraq. Insomma, la copertura finale della guerra d'occupazione. L'assetto deciso ieri sarà "riesaminato" fra un anno, ma nel caso che il giudizio su come le cose staranno andando fosse negativo non è prevista nessuna revoca. Il testo della risoluzione approvata dice infatti che la "gestione" degli americani finirà solo quando in Iraq ci sarà "un governo internazionalmente riconosciuto", cioè quando Washington vorrà. Il voto del Consiglio di Sicurezza è stato salutato come "una vittoria" dai patriottici medie americani, ma in contemporanea è avvenuto un fatto, i cui contorni erano ancora poco chiari, ieri sera, che sembra indicare che dietro la facciata trionfale le tensioni stiano crescendo. Si è infatti saputo che il generale Tommy Franks, cioè l'"eroe" della vittoria contro Saddam Hussein, ha deciso di andare in pensione, senza dare una spiegazione. Gli unici riferimenti possibili sono le polemiche che a un certo punto della campagna irachena erano affiorate fra i comandi militari e gli uomini di George Bush, in particolare il frenetico segretario della Difesa Donald Rumsfeld.
La nuova strategia
Enzo Bettiza su La Stampa
Perché mai, in un frangente di rilancio in grande stile della guerra santa, l'audiocassetta affidata alla solita Al Jazeera non trasmetteva la voce sinuosa e didattica del monarca del terrore, Osama Bin Laden, bensì quella più anonima del suo luogotenente egiziano Ayman Al Zawahiri? Poi, la registrazione è avvenuta prima, durante o dopo la guerra lampo in Iraq? Prima o dopo la recente ondata di attentati dal Caucaso all'Atlantico?
Non sono domande oziose. Esse assumono un senso e una portata contraddittoria, quanto mai paradossale, se messe in relazione al punto di fuoco contenuto nel violentissimo incitamento alla Jihad: "Musulmani, trasformate la terra sotto i loro piedi in un inferno". In senso lato, la minaccia sembrava o sembra scagliata contro i principali Paesi occidentali, in particolare contro gli Stati Uni- ti. Ma poi l'inferno non è stato portato in Occidente bensì nel mondo islamico: Cecenia, Arabia, Marocco.
Ventinove giovani terroristi suicidi sono stati lanciati contro governanti ceceni sostenuti dai russi; contro l'ibrido e traballante regno saudita; contro la monarchia riformista di Rabat guidata da un sovrano discendente diretto di Maometto. Anche i tre terroristi arrestati dai servizi sauditi preparavano un attacco di tipo "americano", mediante dirottamento aereo, contro un bersaglio situato in terra araba, Gedda sul Mar Rosso. Perfino gli ultimissimi attentati di Hebron e Gerusalemme sembravano avere, come obiettivo politico di fondo, non tanto gli israeliani quanto il nuovo governo moderato palestinese di Abu Mazen.
Un simile soprassalto di attentati nervosi e in qualche modo autolesionisti paiono mostrare che l'America e l'Occidente, almeno per il momento, passano in seconda linea logistica e strategica rispetto a obiettivi più vicini e più comodi. Indirizzati come in Marocco contro bersagli turistici in mancanza di obiettivi militari americani, o come in Arabia da dove le truppe americane si preparano a sloggiare, o come in Cisgiordania dove si profila la possibile nascita di un autonomo Stato palestinese, essi dimostrano che gli epigoni o complici di Bin Laden si stanno abbandonando, dopo il deludente crollo del regime iracheno, a una strategia insieme più facile, più disperata e doppiamente suicida: mirata cioè a punire e destabilizzare gli "apostati" islamici prima ancora che i "crociati" e i "sionisti" del versante occidentale.
Il pericolo è tutt'altro che estinto. La disperazione può renderlo anzi più aggressivo e temibile che mai. Ma, dopo la fine della guerra irachena e l'avvio con la "road map" di un serio tentativo di soluzione del conflitto palestinese, i vertici decimati di Al Qaeda danno l'impressione di reagire nevroticamente a una sequela di disfatte. Quelle cui assistiamo non sono azioni di organizzata e lucida rappresaglia armata contro gli americani, colpevoli di aver liquidato in pochi giorni l'arrendevole e corruttibile cricca irachena. La nuova offensiva dei seguaci di Bin Laden, che non s'aspettavano un simile scacco matto nel cuore della scacchiera mediorientale, è soprattutto indice di una reazione di dispetto all'ennesima sconfitta e di un tentativo di arginarla mediante quattro operazioni negative: impedire l'avvento della democrazia in Iraq, accelerare il disfacimento della bacata monarchia saudita, destabilizzare i governi moderati arabi e bloccare sul nascere la formazione di uno Stato democratico in Palestina. Coronando il tutto con la riaccensione, per mezzo di spettacolari esplosioni terroriste, delle demoralizzate folle e piazze arabe.
23 maggio 2003