
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 28 dicembre 2003
Nota introduttiva
1. La contrapposizione Albero di Natale Presepe in genere o è troppo scherzosa o troppo seriosa. Rowena e Rigoletto, su Stile libero , raccontano la loro esperienza personale in un modo così coinvolgente che, per quello che mi riguarda, mi è venuta voglia di fare sia l'albero che il presepe.
2. Emilio Gauna sta pubblicando nella pagina Cultura di Arengario limericks ispirati ad Edward Lear, ma non solo ed ambientati in paesi lombardi, specie nel Comasco, nel Milanese, nella Brianza. Sull'ultimo numero di Golem l'Indispensabile c'è il suo Refusi, serie di lapsus calami che va raccogliendo, oggi soprattutto in rete. Tutti sappiamo delle ricerche di Freud sui lapsus e su ciò che rivelano, ma in Refusi trovo soprattutto la costruzione di un universo virtuale che non è poi detto che sia peggiore di quello reale in cui ci troviamo immersi. E' certamente più fantasioso e divertente.
3. Prosegue la ricerca fra i Blog più vivaci e seguiti. In questa settimana in rete ho inserito Herzog e The Petunias.
4. Alla Fondazione Mazzotta di Milano è in corso una mostra titolata Il cavaliere azzurro. Riguarda il gruppo di pittori ed illustratori che a Monaco nel 1911 si diede il nome Der Blaue Reiter. Mauro Reali ha scritto per la pagina Cultura di Arengario un articolo sulla mostra Mazzotta. Ho trovato in rete un bel sito denominato proprio Der Blaue Reiter. Da esso provengono le immagini qui inserite.
p.c.
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La caduta del Gran Lattaio
"Né potere né denaro"
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera 23 dicembre
Fissata tra gli obiettivi aziendali "l'abolizione della morte" ("problema gradualmente risolvibile"), l'uomo che, nei dintorni di Parma, pareva un megalomane era piuttosto Rodolfo Marusi Guareschi, il finanziere-messia autoelettosi Presidente della "Repubblica della Terra" e fondatore della "Impresa Universale in forma elicoidale ordinata in poli di triadi". Tutto avrebbero immaginato, in queste grasse campagne padane, meno che a fare il botto mondiale fosse lui, il Gran Lattaio.
Niente pareva solido, concreto, materiale, come la Parmalat con i suoi camion e i suoi macchinari e i suoi bancali con milioni di cartoni e le sue fabbriche sparse nel mondo e quel padrone cresciuto tra prosciutti crudi e conserve di pomodori che faceva mostra di snobbare l'infida impalpabilità della finanza in nome dei buoni investimenti di una volta. "Macché new economy!", dichiarava: "Sono orgoglioso di far parte della old-old economy!". La vecchia economia delle cose che si possono vedere, annusare, toccare. E l'inviato del giornale finanziario plaudiva: "Conti e risultati alla mano, non gli si può dare torto".
Mica c'entrava, lui, con la Parma godereccia finita nell'immaginario collettivo, spiegò un giorno Natalia Aspesi, come la città delle tre "s": soldi, sesso e "sampagn", versione emiliana dello champagne. Pareva essere quasi un corpo estraneo, rispetto a quella Parma vista dal poeta Mario Luzi come città di "sessualità non repressa, non covata né complicata" e dal parmense Alberto Bevilacqua come una "città di puri peccatori che potrebbero tranquillamente affrontare il giudizio universale". E dopo mille confidenze proibite sulle avventure della peccaminosa Tamara Baroni che fece perdere la testa all'industriale Bubi Bormioli e della spogliarellista polacca Katharina Miroslawa coinvolta nell'omicidio del commerciante Carlo Mazza e poi ancora della pornodiva Petra Sharbach che mandò in tilt il mitico Tino Asprilla, gioiellino pazzo del calcio, mai che fosse girato pettegolezzo, uno solo, sul riservato Calisto. "Quale donna inviterebbe a cena per una serata off the limits, moglie a parte?", gli chiese un giorno Monica Setta per "Amica". E lui, potendo scegliere tra Sharon Stone o Monica Bellucci: "Rita Levi Montalcini. Una donna intelligente e piena di argomenti: sono sicuro che con lei non potrei annoiarmi". Inossidabile.
Figlio di Melchiorre e nipote di Calisto, il nonno che gli aveva lasciato in eredità quel nome così eccentrico alle orecchie di chi non conosce la fantasia emiliana (Maratte, Marxina, Comunardo, Sebastite...), diploma di ragioniere, aveva dovuto farsi carico coi due fratelli dell'aziendina di famiglia quando, morto il padre, aveva solo 22 anni. Non era tanto convinto, avrebbe raccontato, della ragione sociale della "Tanzi Calisto e figli", che commerciava prosciutti crudi e passato di pomodori: "Non c'era senso a vendere prodotti buoni ma anonimi". Certo è che, quando con uno zio decisero di spartire, avrebbe voluto tenere i pomodori e mollare i prosciutti. Gli toccarono i prosciutti, ma non si perse d'animo. Pochi anni dopo, "rubata" l'idea del latte in scatola dopo aver visto lo scaffale di un supermarket in Svezia, cominciava a dare la scalata al mercato prima con la "Dietalat", poi ("dicevano tutti: ma voi che avete un formaggio così buono, chissà come sarà il latte!") con la Parmalat. Una scalata da vertigini, a un ritmo del 50% l'anno con punte del 74%.
Andava fiero, il Gran Lattaio che a Parma tutti chiamavano rispettosamente Il Cavaliere prima che l'ossequioso epiteto gli fosse sfilato da Berlusconi, dei grafici dei suoi bilanci: da 262 milioni a 14 mila miliardi e su su su! E snocciolava le fabbriche che aveva aperto in Russia e in Cile, in Australia o perfino, come ricordava giorni fa il "nostro" Maurizio Chierici (oggi all'Unità) in Nicaragua. E rivendicava il merito di essere stato tra i primi a credere fino in fondo nella pubblicità con i massicci investimenti nello sci di Gustav Thoeni e nella Formula Uno di Niki Lauda e nel concerto al Central Park di Luciano Pavarotti. E raccontava del giorno in cui si era sentito davvero arrivato, quando un taxista sudafricano l'aveva apostrofato così: "Scusi, lei è italiano? E' vero che anche da voi in Italia c'è la Parmalat?".
Democristiano dichiarato, amico di Giulio Andreotti, Giovanni Goria ma soprattutto Ciriaco De Mita, del quale elogiava "la chiarezza delle idee e delle esposizioni", dicono patisse un po' il non aver potuto studiare (sofferenza attutita da due lauree honoris causa) e che da ciò gli fosse venuto il vezzo di accumulare nella villa di Vigatto, fatti i soldi, quadri su quadri di grandi pittori, soprattutto dell'Ottocento. Una passione accompagnata dall'abitudine di donare agli amici e ai personaggi più influenti di Parma, a Natale, preziosi volumi da lui stesso editati. Come l'ultimo, "Philobiblon", una galleria di grandi uomini ritratti con un libro in mano.
Dicono ancora che subisse un pizzico di gelosia, celata con garbo, per la popolarità di Pietro Barilla. Popolarità che lui non sarebbe riuscito ad eguagliare mai, neppure portando in serie A e poi in Europa, grazie ad Arrigo Sacchi, quel Parma che mai prima si era affacciato sulla ribalta del grande calcio. Un'avventura seguita dal rastrellamento d'una dozzina di altre squadre di lustro in tutto il mondo, dal brasiliano Palmeiras alla moscovita Cska, dall'uruguagio Peñarol all'America di Città del Messico. E dal crescere di perplessità intorno a certe operazioni come l'acquisto e la vendita a cifre astronomiche di brocchi e ronzini che servivano solo, accusavano i nemici, a ritoccare i bilanci.
Uomo alla larga dalla mondanità, salvo rare puntate al Teatro Regio per qualche opera verdiana, sembrava tenere soprattutto a una cosa: la faccia. E dopo aver tentato di dar vita a una televisione privata (EuroTv poi battezzata OdeonTv: due fallimenti onerosissimi) che facesse concorrenza con valori buoni alle emittenti berlusconiane (al punto di guadagnarle il nome ironico di "Telebontà") dava interviste in cui diceva: "Né libertà, né potere, né denaro: il mio valore di riferimento è la coerenza".
Oppure: "Detesto quelli che, e in giro ce ne sono tanti, predicano bene e razzolano male". Ahi ahi...
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Il sillabario del 2003
Francesco Merlo su la Repubblica 27 dicembre
Dopo il secolo breve sarà bene abituarsi all'anno lungo. Troppo ricchi e troppo nuovi sono i fatti per prendere senso in dodici mesi. Dunque il 2003, che si è chiuso con la bruttezza di Saddam guerriero vivo, era in realtà cominciato nell'ottobre del 2002, con la bellezza delle guerrriere morte, con la grazia seduttiva dei cadaveri delle donne cecene nel teatro di Mosca.
Quel pallore da bellezza maledetta, esaltato dal vestito "nero guerriglia", sembrava messo in scena da uno stilista, una trovata pubblicitaria di forte effetto erotico e commerciale. Invece lì si era dispiegata la morte del nuovo secolo, quella appunto che si sarebbe spiegata nel 2003. E dunque se Saddam è l'uomo dell'anno, il miserabile "miles gloriosus" gonfio di dollari, la donna dell'anno non va più cercata nella bellezza intelligente alla Sharon Stone, in quelle opere di finissimo ingegno che sono gli accavallamenti delle gambe. La donna di questo anno lungo, che segna il vero inizio del nuovo secolo, è la martire dell'Islam. C'è il segno della nuova epoca nella bellezza femminile che, mortificata in vita dal pregiudizio di stoffa del burka, risplende nella più scandalosa delle morti. Lo sguardo delle donne, che gli uomini dell'Islam nascondono per non annegarvi, si prende la sua rivincita nel martirio. Ed è una strana civiltà questo Islam che seduce con le sue donne morte e respinge con i suoi uomini vivi, rovesciando il mito orientale della donna grassa di sensualità, tutta fianchi e ombelichi, sformata dai parti. Persino di Cleopatra gli storici antichisti negano la bellezza, mentre il maschio orientale era sempre stato fascinoso: le figure tuareg, la tradizione iconografica del Cristo, lo sceicco bianco Rodolfo Valentino, l'energia tenebrosa di Omar Sharif.
Al loro posto il 2003 ci consegna Saddam maresciallo adiposo, Bin Laden mendicante di montagna, e i mullah e gli imam, fattucchieri precocemente incartapecoriti, corpi che rivelano nella anoressia o nella bulimia vizi dell'anima, sempre la stessa barba del profeta degradata a maschera e mai un volto. Mentre le donne hanno il fascino della bellezza implosa e maltrattata, del fiore non colto, la grazia aspra e immacolata, madonne del Bernini che dal buio del burka passano alla luce della morte.
Ma quanto tempo ci mettiamo a capire? Più è veloce la vita e più diventa lenta la maturazione dei significati. C'è voluta la guerra in Iraq per ammettere che tutto era cambiato, e che le bombe scoppiavano dove mai avrebbero dovuto scoppiare, nei templi, nelle scuole, negli autobus. Sono cominciati gli anni lunghi della consapevolezza, il lieto fine è sparito dalla storia, questo è stato l'anno dell'inveramento dello scontro di civiltà. Prima, quello scontro era solo un libro di Huntington, una chiacchiera culturale, una suggestione. Ora sappiamo che era un saggio profetico al quale, come a tutti i profeti, viene imputato il fatto più che la comprensione del fatto. Fu pubblicato nel 1996 ma solo nel 2003 ci siamo accorti che la rapidità degli eventi si era nutrita di quel libro.
E nessuno, prima del 2003, aveva capito che il diritto internazionale stava morendo a Bagdad, soffocato dalla furbizia sanguinaria di un falso saladino, ma chissà quando e dove il diritto internazionale aveva cominciato a morire. L'Iraq ci ha insegnato che è diventata una regola non perdere tempo con le regole, la storia ci arriva addosso come tanti cataclismi naturali, le guerre mediorentali come una tromba d'aria al giorno, il rancore arabo e islamico è un uragano gonfio di secoli, la solitudine della superpotenza è la spietatezza di un genitore offeso.
Nel 2003 abbiamo persino rimpianto il codice di lealtà del terrorismo. Una volta il terrorismo più bieco era attribuito ai servizi segreti, perché quello "rivoluzionario", per quanto sciagurato, voleva comunque essere chirurgico. C'era limpidezza nell'uccisione di un arciduca o di un presidente, nel far saltare un convoglio militare, c'era ancora l'ombra di una coscienza nel colpire un uomo per educarne cento. Ora se ne colpiscono cento per educarne uno. Una volta la scelta della guerriglia si sposava con l'illusione di salvaguardare il futuro dei bambini. Ora il cadavere di un bambino è il confezionamento di un martire; la morte non è l'ultima esperienza, ma uno scandalo perenne.
Forse questo 2003 è durato addirittura tre anni. Di sicuro è nel 2003 che abbiamo scoperto che l'Onu era inservibile. Il mondo è sempre più monopolare, e nel 2003 lo hanno imparato tutti, anche i russi che fingono di stare ancora nel duopolio. L'Europa è tornata ad essere luogo di egemonia (e disputa) di francesi e tedeschi, l'Inghilterra ha come deciso di cambiare continente e di farsi appendice della sua ex appendice, il pianeta si è ricentrato sul Pacifico delle potenze asiatiche e nel 2003 lo starnuto cinese della Sars è risuonato come un boato a New York e a Parigi perché vi era nascosta la grande paura di una nuova guerra fredda, e l'Occidente non sa decidere se la Cina è il più potente degli Stati canaglia o il più grande dei nuovi mercati. Ed è una "quaestio" planetaria che si colloca a distanza siderale dalla questioncella, con la quale si chiude l'anno della politica italiana, su Di Pietro che, come nell'Odissea, non sappiamo se è olivo o olivastro, se sta nella civiltà classica dell'universo ordinato, del "cosmos" coltivato, o se sta nella degenerazione della civiltà, nel selvatico. Fuori della metafora omerica non sappiamo se è stata l'oltranza del diritto a produrre Berlusconi o se è stato Berlusconi a produrre l'oltranza del diritto.
La questioncella su olivo e olivastro sta impegnando l'Italia del centrosinistra, mentre il centrodestra allena i cavalli in quel Parlamento che nel 2003 è diventato il recinto di un solo cavaliere, la sua scuderia. L'anomalia italiana non è soltanto il cavaliere Berlusconi, ma sono soprattutto i suoi cavalli, tutti quei parlamentari che litigano su tutto tranne che sugli interessi privati e sul patrimonio del padrone. Il 2003 è stato l'anno in cui il Parlamento, nella sua maggioranza, si è comportato come personale di servizio, dove tutti si sono azzuffati su tutto, ma poi come api e come mosche tutti sono stati risucchiati sull'essudato, fino alla legge Gasparri e al decreto salva-Fede. Perciò lo spot dell'anno è sicuramente quello della splendida Cucinotta che, affascinata dalla Lancia Thesis, 230 cavalli vapore, dice: "Molti cavalli.
E un solo cavaliere". L'idea selvaggia e indecente che un cavaliere monti 474 cavalli alla Camera e al Senato, e li degradi a ronzini, è adeguata all'Italia del 2003.
E visto che il 2004 è già cominciato in questo dicembre con la devastante bancarotta della Parmalat, che purtroppo anticipa e prefigura, non è facile rivolgere auguri e coltivare speranze. In politica forse qualcuno comincia a sentire il bisogno di ritrarsi. Nel frastuono volgare di fine anno c'è l'avvisaglia di un'ombra pettinata che potrebbe fare capolino, magari proprio a Milano, dove ogni novità è una campana che suona per l'Italia, perché sempre il presente di Milano è il futuro dell'Italia. A Milano l'anno si chiude con la politica che si agita per assicurasi due forti candidature alla poltrona di sindaco. Il centrosinistra sta cercando di convincere Ferruccio de Bortoli, che è stato per sei anni l'elegante direttore di uno di quei giornali che rappresentano il Paese, direttore critico e mai offensivo, moderato e forte, né sguaiato né nascosto. E il Centrodestra ci prova con Confalonieri, intelligente e colto ammnistratore, il vero cummenda milanese, il presidente di Mediaset, il meglio del peggio. L'ipotesi, se andasse in porto, rilancerebbe le buone maniere, lo stile, la grammatica.
Così si chiude il 2003, con un disperato bisogno di grammatica. E difatti il libro dell'anno è un volumetto che ha sbancato in una settimana l'Inghilterra vendendo più di Harry Potter. Ed è straordinario già nel titolo: "Eats, shoots and leaves". Con la virgola significa: "Mangia, spara e parte". Senza virgola: "Mangia germogli e foglie". Vi si dimostra che togliendo una virgola si muta completamente il significato di una frase e già si vendono le T-shirt che hanno, sul petto e sulla schiena, una stessa frase, che un solo dettaglio di punteggiatura stravolge. Si sa che la punteggiatura era stata abolita dalla scrittura psichica di James Joyce e che dunque tutti i somari erano diventati james-joyciani. Ma qui c'è di più.
Nell'Inghilterra in guerra, e nel mondo in guerra, i punti e le virgole sono i segni impercettibili di una identità. Nel corpo di una pagina, una virgola o un punto non occupano grandi spazi visivi ma determinano il campo semantico. Ebbene anche in una guerra all'ingrosso, davanti a un terrorismo all'ingrosso, il punto e la virgola fanno la differenza. Il libro sembra quasi dire che non ci sarebbero state tutte quelle vittime inglesi del "fuoco amico" se gli alleati americani avessero rispettato i punti e le virgole, i dettagli dell'identità. La guerra non si vince con una pioggia di fuoco, con il dispiegamento apocalittico della teconologia militare, c'è anche la grammatica, c'è la punteggiatura, perché la guerra obbedisce alle stesse leggi della scienza delle parole: ha la sua anima nella cura del dettaglio, in quella eleganza che bene è incarnata dai nostri carabinieri in Iraq, una eleganza di modi e di comportamenti che in questa guerra all'ingrosso è la debolezza che abbiamo ferocemente pagato a Nassiryia. Così alla fine il nostro augurio è che il 2004 sia l'anno delle virgole. Non si può stare nelle alleanze come Lucia stava presso donna Prassede, come in una necessaria prigione. Riprendiamoci i punti e le virgole della nostra identità.
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Dislessie riformiste
Piacere, sono la sinistra
Furio Colombo su l'Unità 22 dicembre
"Il Riformista" del 22 dicembre manda una lettera alla sinistra. La avverte che deve confrontarsi subito con una grave questione morale. La questione è Tanzi. "Il Riformista", che quando appare nei suoi talk show tv si presenta dicendo "piacere, sono la sinistra", dagli spalti del giornale si riserva un aristocratico distacco. Deve aver capito che fa trend accusare la sinistra di qualcosa. "Il Riformista" attacca: perché la sinistra è così gentile con Tanzi e gli risparmia la cattiveria che, in una situazione equivalente, dedicherebbe a Berlusconi? Sono giovani, sono ansiosi di mettersi in vista e si può capire quel tipo di irruenza con cui uno acciuffa l'idea appena gli viene in mente e parla prima di riflettere.
Sarebbe facile rispondere: ma santo cielo, ragazzi, come mai non ci avete pensato da soli? La ragione è grande come una casa e la vedono anche le casalinghe di Rete 4: Tanzi non governa. Tanzi non sposta le quote latte a suo piacimento. Se ha scritto una lettera falsa sul credito della Bank of America, l'ha fatta lui, non il governo italiano. Il Consiglio di Amministrazione che ha votato i provvedimenti che adesso sono al vaglio della magistratura non era il Consiglio dei ministri. L'assemblea dei Soci che, per qualche ragione, si è lasciata persuadere ed è stata al gioco, non era il Parlamento italiano. L'uomo chiave - a quel che si sente dire dai media - era un certo Tonna, residente a Collecchio, non era Tremonti, Gasparri o Castelli, rispettivamente ministri della Economia, delle Comunicazioni e della Giustizia della Repubblica italiana e stretti sodali di Berlusconi nel preparare le leggi personali e di azienda. E Calisto Tanzi, per quanto benvoluto dalle banche e prediletto nel mondo del credito, non è nella lista delle cinque persone esenti per sempre da ogni indagine o processo, come il presidente del Consiglio italiano. Dunque, bene o male, dovrà rispondere. Non è una differenza da poco.
E' vero che vi sono analogie fra i due. Infatti la stampa americana - come ci insegna "Il Riformista" - li definirebbe con la stessa parola, "tycoon". Ma Tanzi è un tycoon normale. Si è fatto da solo e da solo ha dato vita, con la dovuta disinvoltura, a regole di convenienza che, come tutti i tycoon, ha saputo imporre e giocare a suo favore fino all'estremo. Ma per i tycoon normali c'è un punto d'arrivo, che viene quando ti sporgi sull'abisso. A quel punto l'opinione pubblica vede la mossa azzardata, "lo scoperto" pazzesco e non c'è più niente da fare. Tanzi - come il celebre ispettore della brillantina Linetti - ha commesso un errore, nell'Italia in cui stiamo vivendo. Non è mai entrato in politica. Non ha mai usato la massa della sua ricchezza per farsi eleggere e poi reclamare - contro ogni accusa di malefatte - la legittimazione del popolo.
Per questo, deliberatamente, non abbiamo notato certe somiglianze che "il Riformista" vorrebbe mettere in vista sotto i nostri occhi parziali, fra Tanzi e Berlusconi, che hanno potere personale. che hanno le squadre di calcio, che hanno i paradisi fiscali alle Cayman e alle Bahamas. Manca una cosa, ragazzi. Manca il controllo del governo, la stesura delle leggi per una persona o,(come sta per avvenire nel caso di Rete 4) per una propria azienda. Manca una legione tebana altrimenti detta "maggioranza", ma così definitiva dal sen. D'Onofrio per elogiare la compattezza con cui loro votano tutti per uno, senza esitazioni e senza secondi pensieri.
C'è, è vero, un punto, uno solo di coincidenza sorprendente fra Tanzi e Berlusconi: entrambi beneficiano della legge che depenalizza il falso in bilancio (per il quale invece la Parmalat andrà incontro a guai molto seri negli Stati Uniti, che, essendo un Paese liberale, non tollera falsi che danneggiano i cittadini) Ma quella legge per Tanzi è una coincidenza miracolosa. Berlusconi invece è il politico-imprenditore che l'ha pensata, scritta, presentata, calcolata e fatta approvare a maggioranza bulgara per se stesso.
Mi accorgo adesso che ho risposto, magari anche con toni troppo alti (noi dell'Unità abbiamo questo incorreggibile difetto) a nome della sinistra, e non ne avevo diritto. "Il Riformista" che - come dichiara regolarmente nelle trasmissioni televisive - è così vicino alla sinistra da far dire che la rappresenta - riceverà certo una risposta autorizzata, da chi ha il diritto di darla. Per noi dell'Unità invoco una attenuante: "il Riformista" ci ha chiamato in causa. Rimprovera al nostro giornale, di essere stato tenero (cita due articoli molto belli di Chierici e Pivetta) verso Tanzi, che pure assomiglia tanto a Berlusconi. A nostra giustificazione, proponiamo le seguenti risposte: a) perché Tanzi non è Berlusconi (vedi sopra); b) per non dispiacere a Boselli e non essere avvicinati al Terror do Mundo Antonio Di Pietro; c) perché la vicenda di Tanzi, (e la immensa ingiustizia fatta ai risparmiatori) è un fatto grave e pericoloso e per questo si deve rendere conto alla giustizia (come vedete, gira e rigira, la sindrome di Di Pietro è sempre in agguato). Però non è il sequestro del governo a fini privati, organizzati in modo da impedire qualsiasi interferenza di indagini, verifiche e tribunali. Qui il tribunale c'è e basta lasciarlo lavorare.
I colleghi del Riformista ci danno una bella lezione ammonendoci che "bisogna amare il capitalismo". Noi non avevamo sentito dire questa frase neppure dalla scuola di Chicago e da Milton Friedman in persona, che pure qualche volta abbiamo frequentato. Non siamo sicuri di esser all'altezza di un simile trasporto sentimentale. Ma siamo certi che chi ama il capitalismo (vedi il Financial Times, The Economist, New Yorker Magazine, New York Magazine, Nesweek) detesta il conflitto di interessi. Perché il conflitto di interessi è una roulette truccata e i veri giocatori la disprezzano. "Il Riformista", invece, ama il capitalismo ma non ha fatto caso al dettaglio.
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L'albero di Natale ed il presepe
Due esperienze singolari
Rowena e Rigoletto su Stile libero
L'alberodinatale Rowena 20 dicembre
Sono nata nel cuore della Romagna, da una famiglia di comunisti; non è vero che mangiano i bambini, ma di preti facevano pane e companatico. Per cui non ho mai avuto un presepio e, quello che è incredibile, non ricordo di averne sentito la mancanza. Del resto in casa dei miei genitori Natale era una festa molto striminzita, non tanto per la mancanza di soldi, quanto per la mancanza di fantasia. Sarà per questo che quel vuoto l'ho poi colmato con una sovrabbondanza di simboli e di personaggi fantastici, mutuati in un incosciente e giocoso sincretismo dalle tradizioni più diverse, nonché dai film di Walt Disney. E state pur certi che nei giorni precedenti il Natale, casa mia era tutto un pullulare di gnomi e di folletti che spiavano dai davanzali, e di fate che ballavano in cerchio al suono degli scacciaspiriti e di Mazapegul che spegnevano dispettosi le candele e di renne volanti che facevano un giro di ricognizione sui tetti (non si sa mai...).
Ma è l'albero, il centro della casa. Si incominciava andandolo a comprare in piazza, dove lo stesso alberivendolo ci ha accompagnato, invecchiando, negli anni. Se ne valutava la forma e le proporzioni, piegando un po' la testa, in posa da intenditori. Sapevamo con esattezza tutto quello che vi andava appeso, che è poi tutto quello che serve ad un albero per diventare uno scintillante, sontuoso, sovrabbondante, ALBERODINATALE.
Non basta certo attaccare qualcosa ad un albero, per trasformarlo in Alberodinatale. Ci sono alberi sfortunati che cadono in mano ai vetrinisti e che languono addobbati di palline tutte dello stesso colore così fa più fine o di nastri; altri, ahiloro, hanno solo pacchetti attaccati ai rami (che incompetenti, i pacchetti vanno sotto l'albero, non sopra!) . Ad altri ancora capita di cadere in mani che odiano gli Alberidinatale, e così sbuffano per tutto il tempo, facendoli e disfacendoli.
Un vero Alberodinatale deve invece venir addobbato con decori tirati fuori, con una ben precisa liturgia, da una valigia che per tutto l'anno dorme accucciata sopra un armadio. Ogni decoro ha una storia, e prendendoli in mano, con infinita cura, le bambine se la raccontano, perché questa storia deve venir ricordata. A volte le decorazioni diventano vecchie, perdono brillantezza, o qualche pezzo; ma quando è il momento di buttarle si trova sempre una buona ragione per non farlo, e così un posticino, magari un po' più nascosto, sull'albero si trova sempre. Perché un vero Alberodinatale, è molto democratico e un po' onnivoro. E siccome ogni anno i negozi si riempiono di nuove suggestioni, e come si fa a lasciar passare un Natale senza almeno aggiungere una pallina all'albero, la valigia rischia ormai di scoppiare, e l'albero, alla fine della giornata piega i rami in basso ma, stoicamente, resisterà fino all'Epifania.
Quando è tutto ben disposto, e si mescolano sui rami luci e colori, plastica e vetro, oro e argento, stoffe e pizzi, fino a non poterli più distinguere, allora è il momento del tocco finale: l'accensione delle luci. Ogni anno c'è sempre un breve piccolo momento di suspence, un respiro inconsciamente trattenuto - funzioneranno le luci? Perché, naturalmente, un vero Alberodinatale, non può stare senza luci. E quando, ogni anno, funzionano, un lieve sibilo di sollievo scappa dalle labbra di tutti. Quelle luci non si spegneranno più, fino all'Epifania.
In tutto questo tempo, naturalmente, la nutrita schiera di gnomi e folletti che popolava la casa in quei giorni, ha dato, ognuno a modo suo una mano.... chi suggerendo la posizione di una pallina, chi criticando un accostamento di colore, chi abbassando un ramo proprio all'altezza della più piccina, per farle appendere il Babbo Natale sulla slitta che le piace tanto. Naturalmente, è sempre colpa del Mazapegul, se una pallina, conservata per tutti questi anni con tanta cura, stavolta cade e, irrimediabilmente, si rompe.
Il presepe Rigoletto 22 dicembre
A casa facevamo il presepe. Molti fogli di giornale per le montagne, carta argentata per i ruscelli, pagliuzze per la neve, e poi palme e la capanna e le statuine di terracotta dipinta. Tutto questo ando' perduto nei traslochi. E moglie e figlie si scatenarono con l'albero.
Quattro anni fa decisi che la situazione si era fatta intollerabile, non potevo vivere orfano del presepe. Andai per negozi. In quasi tutti mi trattarono come uno scemo: il presepe non si fa' piu', non e' di moda e mi offrirono alberelli e palle. In uno lo trovai, ma era tutto di plastica!
Decisi che il presepe me lo sarei costruito. Armato di buona volonta', di compensato, legno di balsa, colla, pennelli e colori, seghetti e quant'altro, lavorandoci sabati e domeniche e molte notti, il presepe fu compiuto. Ne sorti' un presepe strano, in terra di Palestina, in uno spazio desertico, con al centro una grande tenda da tribu' nomade, dove, nel mio immaginario, sarebbe nato il Bambino.
Per capirci, conosco l'iconografia classica, quella con la capanna e la neve. Gerusalemme e' una citta' magica, chi l'ha vista comprende perche' da secoli le tre religioni monoteiste si massacrano per poterla possedere, e' molto meglio di una bella donna. Un giorno d'inverno la vidi innevata e le mie povere parole non bastano a descriverla.
Ma il presepe mi venne cosi', una tenda di beduini in uno spazio desertico, circondato da montagne aspre, attraversate da gole profonde.
Adesso il problema erano le statuine. Navigando su Internet scoprii' alla fine un'artista di Catania che ne produceva di bellissime e trovai anche l'indirizzo del negozio di Milano che le vendeva. A dirla cosi' sembra semplice ma dovetti fare almeno dieci telefonate a Catania per avere l'informazione che volevo. Mi ci precipitai.
Il negozio e' orrendo e mal tenuto, ma sugli scaffali di metallo c'e' un tesoro di presepi, di tutte le regioni d'Italia, ed una grande folla per comprarli. C'erano anche le statuine che io cercavo. Splendide, di terracotta, rivestite di tessuti dipinti a mano. Poiche' costano un patrimonio erano sotto chiave. Ne comprai due, tre ogni anno ed ora ho il presepe che desideravo.
Moglie e figlie nel frattempo insistono con l'albero. Poiche' sono diventato vecchio e stizzoso, uno di questi giorni lo butto giu' dalla finestra.
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La legge sulla fecondazione
Don Francesco e l'onorevole Rutelli
Edmondo Berselli su L'espresso
Sulla fecondazione assistita si possono avere idee molto diverse, e non è detto che la prudenza equivalga a oscurantismo; ma sulla politica le idee dovrebbero essere piuttosto chiare. Data questa piccola premessa, viene da chiedersi se il leader della Margherita, Francesco Rutelli, sia sostenuto da una chiarezza politica appropriata. Perché nessuno discute le concezioni del Rutelli cattolico di oggi, che smentiscono le convinzioni del Rutelli laico e radicale di ieri. Resta il fatto che la nobiltà delle ispirazioni culturali del Rutelli attuale andava divisa nettamente dalla posizione da assumere in Parlamento.
La legge in sé non è cattolica. Com'è noto, la chiesa non ammette nemmeno la fecondazione omologa, e quindi il discorso etico-religioso sarebbe chiuso. Il provvedimento legislativo approvato nei giorni scorsi è una misura intermedia, di freno, di tamponamento, rispetto alla quale sarà curioso seguire l'applicazione pratica: ad esempio sui criteri con cui verranno valutate più o meno 'stabili' le coppie di fatto che vogliono accedere alla provetta.
Sotto il profilo etico, se si vogliono scomodare parole ingombranti, la legge non è né più alta né più bassa di altre norme legislative possibili; si tratta di un testo politico, da valutare anche, se non soprattutto, in quanto tale. In sostanza, Rutelli e i cattolici della Margherita possono coltivare perfino l'idea che i figli non devono mai essere prodotti in provetta; si può benissimo essere proibizionisti nella propria coscienza; ma non si capisce per quale motivo ciò debba condurre a un voto con il governo e la maggioranza di centrodestra.
Ci fosse in ballo una battaglia di civiltà, questa decisione sarebbe comprensibile. Ma qui non erano in ballo i sacri principi dell'inviolabilità della vita: era in ballo una legge-pasticcio, un fritto misto compromissorio. Tre embrioni sono eticamente meglio di quattro e peggio di due? Le coppie di fatto 'stabili' sono più stabili di coppie sposate e annoiate?
Ecco perché una personalità indubitabilmente cattolica come Arturo Parisi ha segnalato con asprezza l'eccesso di confessionalismo della scelta di Rutelli. Nelle aule parlamentari ci sono molti modi di segnalare la propria sensibilità culturale, la propria ispirazione religiosa, i principi cardine della propria visione etica, senza cadere in operazioni trasformistiche. Ci si può astenere nel voto, uscire dall'aula, adottare il criterio della libertà di coscienza.
In questo caso, si è scelto il principio di avvelenare politicamente la provetta. Nei gameti è stato inoculato un virus che segnala fra i suoi sintomi l'incompatibilità delle culture presenti nel centrosinistra. Il che getta una luce fredda sulle prospettive politiche dell'opposizione. 'Uniti per unire', dice lo slogan non proprio brillante della lista unica. Ma ha ancora un senso? È vero, nella società contemporanea ci sono argomenti che non possono essere separati rozzamente con il discrimine fra destra e sinistra. E all'interno del centrosinistra convivono tradizioni culturali che devono essere negoziate e mediate.
Di più: in linea di prospettiva il centrosinistra deve fare i conti con la qualità della sua proposta di governo, tenendo conto che una possibile vittoria elettorale contro l'armata berlusconiana non gli garantisce certo a priori una compattezza programmatica decente. Bene: si tratta di capire se dopo che il centrosinistra si è dissolto sulla fecondazione assistita non si dissolverà anche sui prossimi temi che emergeranno nella campagna elettorale per le elezioni europee, e più avanti nelle campagne per le regionali e le politiche.
È presto per dire che alla prova dei fatti il centrosinistra si dimostrerà incapace di gestire le proprie tensioni interne. Tuttavia, dato che si sa che il principale mastice della coalizione è l'antiberlusconismo, converrebbe anche capire quale sarebbe il calcolo strategico che ha consigliato Rutelli e parte della Margherita a votare per il governo. È una sintesi brutale, ma contiene un elemento cruciale per il futuro del centrosinistra. E se ieri è prevalso il 'facciamoci del male', non si riesce a intuire come domani l'opposizione riuscirà a farsi del bene.
Santa Eterologa dacci un aiutino
Michele Serra su L'espresso
Prima di giudicare la nuova legge sulla fecondazione assistita, bisognerebbe conoscerla meglio. Tranne la posizione di Buttiglione e la posizione del missionario, chiarissime entrambe, e coincidenti, le idee sono infatti piuttosto confuse. Vediamo, nel dettaglio, i punti-chiave delle norme votate dal Parlamento.
1 È consentito, senza limitazioni, solo un caso di fecondazione assistita: quella in cui alla fecondazione assiste un catechista, filmando i momenti più entusiasmanti dell'amplesso e commentandoli, a cose fatte, con i giovani sposi.
2 In caso di sterilità, le coppie che intendono riprodursi devono comprovare davanti a un'apposita commissione (formata da un vescovo, da uno psicologo e da un ginnasta) di avere sperimentato tutte le possibili forme di inseminazione naturale, allegando documentazione fotografica. Una volta accertata la buona fede dei candidati, i due soli centri specializzati e convenzionati con lo Stato (l'Ospedale delle Piccole Sorelle Piagate e Sofferenti di Forlì e 'Domenica in') potranno ospitare le coppie più meritevoli. Un reality-show a reti unificate, condotto da Antonio Socci, provvederà a eleggere con il televoto gli Immacolati d'Italia, l'unica coppia sterile che avrà il diritto di accedere alla fecondazione medica pronunciando la tradizionale e solenne formula televisiva: mi dia un aiutino.
La tecnica (metodo Buttiglione-Beretta) è molto semplice: con un fucile da caccia, una rosa di spermatozoi del marito viene sparata contro la camicia da notte della moglie, posta su un trespolo al centro dello studio. Le probabilità che avvenga la fecondazione sono una su dieci miliardi, più probabile che rimanga gravido il pubblico delle prime file. Ma la spettacolarità dell'evento piace a Fabrizio Del Noce e Giorgio Gori ed entusiasma le gerarchie ecclesiastiche, che sottolineano, in una nota ufficiale, l'alto significato di un atto riproduttivo che finalmente evita di smanacciare nei genitali altrui, e tutte quelle porcherie.
3 Gli embrioni attualmente congelati verranno battezzati e iscritti all'ufficio di collocamento. Per gli embrioni italiani all'estero, Mirko Tremaglia sta preparando un progetto di legge che prevede il diritto di voto.
4 L'ovocita femminile e il gamete maschile potranno essere presentati ai futuri suoceri solo dopo uno scambio di telefonate che rassicuri le famiglie d'origine sulla serietà delle loro intenzioni. I rapporti prematrimoniali sono consentiti solo in forma epistolare. In caso di polluzione notturna, l'adolescente maschio dovrà raccogliere con delicatezza il seme disperso e conservarlo nel diario scolastico fino a nuova disposizione ministeriale.
5 Aborto e divorzio saranno sottoposti a un riesame accurato del Parlamento. Il riesame avrà validità retrospettiva. Tutte le coppie divorziate devono sottoporsi al giudizio di un'apposita commissione (costituita da un vescovo, da uno psicologo e da un pazzo) che stabilirà i modi e i tempi della riconciliazione. Rocco Buttiglione in persona si occuperà dei casi più difficili, munito di giubbotto antiproiettile.
6 Il prossimo meeting di Rimini sarà intitolato alla straordinaria e misconosciuta figura di Nuccia Cusumano, una sposa siciliana che continuò a servire sorridente il marito e i suoi sette figli (tutti avuti da altre donne) nonostante lui la torturasse con la fiamma ossidrica. Violentata a turno dai cinque compagni della squadra di calcetto del marito, Nuccia volle partorire a sua volta altri cinque figli, e per giunta fu costretta a chiamarli tutti e cinque Diego Armando. Verrà beatificata con il nome di Santa Eterologa, a dimostrazione che la morale cattolica non è poi così ostile alla sperimentazione.
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Il conte Igor sommo artista della patacca
Filippo Ceccarelli su La Stampa 22 dicembre
E se invece di un "enigma", come pensosamente ha tentato di classificarlo il presidente della Commissione Telekom-Serbia Trantino, il conte Igor fosse un artista della bugia creativa, un poeta dell'immaginazione testimoniale, un talento così maturo, nello sparare super-palle, da ritorcersi addirittura contro chi gli ha dato credito?
A loro modo sono fantastiche le carte, anticipate qui giovedì scorso da Guido Ruotolo, con cui la magistratura di Torino ha motivato l'ordinanza di misura cautelare per Igor Marini, già super-testimone. Ora, che questi raccontasse frottole lo si era già ampiamente capito. I giudici hanno contabilizzato 59, fra calunnie e auto-calunnie; tutte più o meno finalizzate a incastrare "Mortadella" Prodi, "Cicogna" Fassino, "Ranocchio" Dini (che poi semmai era "Rospo") e altri del centrosinistra.
Ma dalla lettura dei documenti, specie nel segmento per così dire vaticano del supposto riciclaggio delle tangenti, viene fuori qualcosa di veramente eccezionale. Nel senso che il conte Igor ha dato vita a due personaggi che nella realtà non esistono proprio: il cavalier Palermini e padre Astolfo.
Così Marini li ha battezzati, secondo canoni d'irrealtà che sarebbero piaciuti a Zavattini o Manganelli ("Letteratura come menzogna", Adelphi). Sono due creature che egli colloca in luoghi immaginari e che fa interagire, anche fra loro. Insomma, si rivela pure lui un burattinaio, per quanto di burattini assolutamente virtuali, o fantomatici.
Il cavalier Palermini, che di nome fa Guglielmo, sarebbe un funzionario dello Ior. Ma nelle deposizioni telefona, svela segreti sull'imminente Conclave, dà appuntamenti presso indirizzi che non esistono, accoglie ospiti che non l'hanno mai visto, li conduce in caveau immaginari, offre documenti falsi. A un certo punto Marini lo fa anche andare in vacanza, e il cavalier Palermini scende all'hotel delle Terme di Merano, dove ovviamente non v'è nessun hotel delle Terme. E' lui ad accorgersi che i soldi delle tangenti sono bloccati; e a sostenere che nelle "alte sfere" sono molto arrabbiati.
Mentre padre Astolfo - che nel nome sembra riecheggiare una figura manzoniana - è uno dei segretari dell'Arcivescovato di Milano. Il conte Igor l'ha nominato collaboratore del cardinal Martini, per il quale tiene i contatti con la Santa Sede. Però quando è a Roma lavora in una stanza dell'hotel Columbus, blindata e insonorizzata, dove padre Astolfo carica dati nel pc e usa anche lo scanner.
Era tempo che nella vita pubblica non comparivano invenzioni così compiute e strabilianti. Per ritrovare pari creatività accusatoria occorre forse tornare al caso Montesi. Anche allora, nel tourbillon delle dissipatezze evocate intorno alla tenuta di Capocotta, entrò negli atti giudiziari una creatura inesistente: "Giovanna la rossa", pure conosciuta come "la dromedaria", di cui poi si seppe che era nata dalla fantasia di un prete di campagna.
Ecco. Grazie a padre Astolfo e al cavalier Palermini, si può oggi proclamare il conte Igor all'altezza di altri formidabili campioni di bugie nell'accusometro nazionale. Meglio di Donatella Di Rosa, "Lady Golpe", che a colpi di balle fece saltare la catena di comando degli Stati maggiori, oltre a scoperchiare la tomba di un neofascista, in Spagna. Meglio di Elio Ciolini, il mago del depistaggio tramologico, il fantasista dell'allarme elettorale, il signore della rivelazione ritrattata e della ritrattazione rivelata che a suo tempo Andreotti inserì nell'ordine dell'"alta patacca". Ché di basse ce ne stanno pure, ma evidentemente alle commissioni parlamentari d'inchiesta interessano meno.
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Refusi
Emilio Gauna su Golem l'Indispensabile
Serendipity è una parola inglese, che deriva dalla favola dei tre prìncipi di Serendip, che trovavano sulla loro strada, senza cercarle, fortune inaspettate. Serendip pare che corrisponda all'odierno Sri Lanka, cioè Ceylon; e la favola è una favola antica, forse di origine persiana. Il caso di "serendipità" che viene sempre portato ad esempio è quello di Alexander Fleming, il fisiologo scozzese che scoprì la penicillina mentre stava studiando un'altra cosa.
Fortuna, si può dire: ma non è sempre così, a volte il caso (o il destino, o come lo volete chiamare) ci mette sotto il naso ciò che ci serve, ma noi siamo troppo legati alla nostra banale quotidianità e non ce ne accorgiamo quasi mai. Così, invece di arrabbiarmi per gli errori di battitura, ho imparato a correggerli con pazienza e poi metterli da parte e provare ad utilizzarli. Cucina economica ed alternativa, insomma; magari con sottofondo di musica buona e rilassante.
Suona Satie sul piano
gimnopedie speciali;
eventi strani narrano
le melodie normali;
io quieto aspetto e medito
ritmando ricordi infantili.
Per esempio, medito da tempo di costruire una storia dove ci siano dei naufraghi in mezzo al mare, e che infine i naufraghi avvistino la terra, e dicano felici: "Siamo slavi!". Ma non nel senso della nazionalità, s'intende.
Oppure un dialogo come questo:
- Vada pure, apra senza paura. La chiave è sotto lo zebrino.
Il protagonista la cerca a lungo, la benedetta chiave, e infine la trova: sotto una piccola zebra di peluche.
Ma il più delle volte gli errori di battitura sono tristi ed avvilenti, ed è molto facile che sfuggano anche alla lettura della redattrice più attenta.
Di fronte ad un refuso Giulio Verme
rimane triste, attonito ed inerme;
che a ventimila beghe sotto i mari
non può combatter non essendo ad armi pari:
sol da se stesso può aver delle conferme.
A proposito: Vermeer ha mai dipinto una veduta di Delfi? Può darsi, magari ci ha pensato e non l'ha fatto; di sicuro, è famosa la sua Veduta di Delft (che è in Olnada) (o chissà dove...)
Alla radio una volta ho ascoltato un "Divertimento a lunghe rese", di Franz Schubert (che titolo curioso... ci ho messo un bel po' ad arrivarci); e per restare in campo musicale, mi sono trovato a chiedermi che melodie potesse scrivere Monet-Verdi (forse un'opera sulle ninfee?); e infine mi sono reso conto che anche sulla tastiera del pc si possono fare le acciaccature, e non solo su quella del pianoforte. Un esempio? "Per sempre tyuo" è, con tutta evidenza, un'acciaccatura (anche con un po' di birignao, a guardar bene).
Ma io preferisco il refuso creativo, che non ti fa almanaccare ma ti sorprende piacevolmente e non si sa mai dove può portare. Da un errore possono anche nascere dei gran bei momenti. Bisogna essere fortunati, certamente: ma vi posso assicurare che capita.
E se Petrarca avesse amato Maura
cantando nei suoi versi il nome e l'aura
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d'un'altra donna ma d'ugual concetto
della bellezza e la dolcezza dell'aspetto
ma anche di qualcosa che trascende
l'aspetto e la dolcezza dell'amante,
d'alta questione e di pensier costante
e di bellezza che dal ciel discende;
un altro uomo lui sarebbe stato,
forse un po' più felice e un po' più amato
certo un poeta assai meno blasonato
ma l'aura che serena il ciel discende
l'avrebbe atteso forse così dolcemente
là dove l'acqua i monti e il ciel sottende?
( dov'è dolcezza e Amor non si nasconde
e ci si inoltra là tra il vento e l'onde...)
Un refuso pazzesco è passare da ing. a ign., ; che è quasi come dire "un latro cantante" invece di "un altro cantante"...
Adeso, che è un presente pigro e forse un po' obeso; e la macchina per tagliare il bordo, un'invenzione utilissima da qualsiasi parte la si guardi.
Oppure "intirizzuto" che non so bene che cos'è ma rende l'idea, soprattutto se piove tanto e fa freddo.
Lo metto, oppure lo ometto? (e, sforzandosi un po', si può arrivare anche all'ometto...)
Sulla confusione fra corpo e copro forse sarebbe il caso di interpellare il dottor Freud (e chissà se c'è qualcosa di simile, in tedesco...).
E che cos'è mai una miaschera? Direi che è la mia maschera, che ha la forma di un gatto che miagola.
E' vero, ho scritto amici e non gattini:
ma tu che cosa mai stavi a guardare?
Io tutto il giorno qui che sto a scavare
nel più profondo delle mie miniere,
e tu sai solo ridere e scherzare!
(che son due belle cose che sai fare...)
Anche le possibilità drammatiche degli errori di battitura non sono da sottovalutare. Per esempio:
- Posto un ipotetico Giuliano, protagonista di chissà quale storia, passare da un tranquillo "in seguito, Giuliano..." ad un temibile "inseguito, Giuliano..."
- Immaginarsi un suonatore di faluto, che sarà con molta probabilità un incantatore di seprenti; o magari un giovanissimo Aladino, (così giovane che ha appena perso gli incisivi superiori e non li ha ancora rimpiazzati), che sarà forse il protagonista del "Faluto magico", e aprirà tutte le porte dicendo Apriti Fefamo, o magari soltanto "Buonafera"... - Il massimo per un poeta: Biancaneve e i settenari. (e Cenerentola che se la fa con gli endecasillabi?)
Insegnare i segnali di fumo
per l'indiano è una cosa normale;
è regola fondamentale
per capirsi e per potersi scrivere.
Ma qui l'incontrario non vale:
se proprio mi devi parlare
c'è il telefono per comunicare,
non devi incendiarmi la casa...
Cose inquietanti, o comunque che possono dare dei problemi:
tramutare in uomini di vapore gli uomini di valore; scrivere psesso invece di spesso; tronare per tornare; aunto per quanto; e contrappposto con tre p, che più contrapposto di così è difficile da immaginare.
A questo punto, è inevitabile, sorgono dubbi anche sulle cose che invece normalmente si sanno: Coscienza, coscenza, conoscienza, scienza, cielo e ciliegie, nonché provincie e camicie: questa non è grammatica, ma roba da sofisti e da pedanti. Apriti cielo! che se uno deve scrivere "qualè " senza l'apostrofo, allora che gusto c'è?
Carmi presunti
perdute lettere
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romboidi incerti
vive parabole
morte lucertole
io sono un pattino
scivolo lucido
il ghiaccio è fragile
poeta illuminami
di queste terre
di versi sdruccioli
non ho le regole
corro pericoli
cascano tegole
canti perduti
d'antiche lettere
che dico, sorbole,
mi resta un attimo,
un solo verso,
ecco, finiamola.
Insomma, a questo punto non ce la faccio più e posso anche chiudere. Metto in fila i mattoncini che ho raccolto, e poi fate voi...
La comedia degli erori.
Cominciò a leggere: "La calma è la virtù dei trofi." (ma era la maniera di battere un testo? una brava ragazza, ma un po' distratta. Un po' mi dispiace che se ne sia andata... vediamo come va avanti)
Opaludi, atvolo, nienye (quasi più nienye), situzaione, giovane gerco, puinto da una vespa (esempio di voce verbale che contiene già anche il lamento), inqueita, presdiente, invenotre, vivina (vicina), Cyore, vievere, Venezia la launa e tu (lagna, luna o laguna?), ignoita, raffporzare, fifferenza, pretiche(pratiche), ricordadi, ossino di etilene, poesante (pesante), fututo (futuro), volgio, vogliio, fumo passito, mrire, caplatno, asprettare, pso (peso), mni (mani), kmirare, monortonia, parlanfo, infornatica, color binaco, getta l'ancorta, federisco, mezogna, translatlantico.
Ecco, "Translatlantico" è il mio preferito. Lo incornicio e me lo porto via, verso nuove avventure...
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I lavoratori fantasma
Piero Sansonetti su l'Unità 27 dicembre
Oggi moltissimi cittadini italiani sanno come è andata la vertenza dei ferro-tranvieri. Sanno che il loro contratto è stato violato per due anni, e che ciascuno di loro vantava crediti per migliaia di euro dalla azienda. Sanno anche che i tranvieri, nonostante l'adeguamento strappato dai sindacati (e che non tutti hanno accettato) ricevono uno stipendio molto leggero, non certo al livello della durezza del loro lavoro. Sanno che molte famiglie di tranvieri vivono, magari in quattro persone, con ottocento o mille euro al mese, e la metà - o di più - se ne va per l'affitto. Quindi sono sotto la soglia di povertà, anche se hanno un impiego fisso e di notevole importanza.
Come mai moltissimi italiani, che fino a un mese fa ignoravano tutto sul contratto dei tranvieri, ora lo conoscono così bene? Perché i tranvieri milanesi (e poi di altre città), con un atto sovversivo e illegale, hanno scioperato a gatto selvaggio e paralizzato le città, creando enormi disagi tra la gente. Quanti sono gli italiani che sanno che i metalmeccanici della Fiom non hanno ancora firmato il contratto e sono in lotta da due anni? Quanti sanno che alla Fincantieri (fabbricano navi) hanno già scioperato per 74 ore, inutilmente? Quanti sanno che alla Rer di Venafro, da due mesi, ottanta lavoratori presidiano lo stabilimento, giorno e notte, ininterrottamente, contro i licenziamenti? Quanti sanno che gli stpendi dei metalmeccanici non sono superiori a quelli dei tranvieri? Non le sa nessuno queste cose. E quasi nessuno sa neppure che lo stabilimento della Fiat a Mirafiori, con ogni probabilità, chiuderà presto i battenti.
I giornali non ne parlano, le Tv hanno ben altro a cui pensare, i salotti di Vespa pullulano di ceto politico e di uomini dello spettacolo e non trovano il tempo - si capisce - per i problemi sociali. Cosa se ne deduce? Semplicemente questo: che se i lavoratori vogliono farsi vedere, se vogliono avere accesso ai canali dell'informazione, hanno una sola via: la sovversione. Cioè devono spingere il conflitto sociale e sindacale oltre le leggi. Devono alzare moltissimo la voce, è l'unica politica che paga.
Questi problemi sono stati posti l'altro giorno dalla Fiom (il sindacato dei metalmeccanici) nel corso di una riunione con un gruppo di giornalisti. Per la Fiom c'erano Gianni Rinaldini (il segretario) e Giorgio Cremaschi. Per il mondo dell'informazione c'erano una decina di giornalisti di testate di sinistra, un paio della Rai, e poi c'erano Paolo Serventi Longhi che è il segretario della Fnsi (il sindacato dei giornalisti) e Roberto Natale dell'Usigrai (giornalisti Rai).
Cremaschi ha posto il tema dell'invisibilità del lavoro. Ha detto che questa invisibilità è gravissima per due ragioni. La prima è l'indebolimento dei lavoratori e delle loro organizzazioni, che essendo stati del tutto espulsi dal circuito dell'informazione hanno perso gran parte del proprio potere. E' in questo modo che è passata la spinta reazionaria confindustriale, quella che in questi anni ha peggiorato in modo drastico le condizioni di lavoro e il livello salariale. La seconda conseguenza dell'invisibilità è la necessità di elevare il livello del conflitto, e questo comporterà dei prezzi forti per la società.
Rinaldini e Cremaschi hanno detto che l'oscuramento del lavoro sta dentro un disegno. Questo: far diventare il lavoro un semplice fattore della produzione, o - nel migliore dei casi - una "risorsa umana a disposizione del profitto. Questa è la nuova ideologia che emerge. Anzi, è già emersa: l'abolizione del valore-lavoro. Se il lavoro è solo una funzione dell'impresa e del profitto non c'è ragione per mettere sui giornali e in tv il fattore: tanto vale mettere l'impresa e il profitto dei quali il lavoro è solo una parte trascurabile e quindi poco imteressante. E così le pagine economiche dei giornali e delle Tv diventano pagine finanziarie. L'uomo e il lavoratore scompaiono. Dei quasi trecento contratti nazionali delle categorie dei lavoratori dipendenti non c'è traccia.
Eppure il lavoro è stato il terreno di maggiore impegno di questo governo. Il quale ha fatto una sola legge davvero importante: la legge 30 (la cosiddetta legge- Biagi) che modifica tutti i rapporti di lavoro subordinato, aumentando enormemente i diritti dell'impresa e annientando quelli del dipendente. I prossimi passaggi saranno la riforma- taglio delle pensioni e poi l'abolizione dei contratti nazionali di lavoro. E quindi un ulteriore fortissimo indebolimento dei sindacati.
Possibile che questa gigantesca opera di ristrutturazione del lavoro e dell'impresa - e dunque del cuore vbivo della società - avvenga nel silenzio dell'informazione? Che sia considerato un fatto trascurabile, mentre è l'aspetto politico centrale di questa fase che viviamo? Di chi è la colpa: tutta di Berlusconi e della legge-Gasparri? Sia i dirigenti dei metalmeccanici sia i giornalisti hanno detto di no. Il problema è molto più antico e va di pari passo con la crisi verticale dell'informazione, che ha portato ad un vero e proprio divorzio tra testate giornalistiche e società.
Oggi giornali e Tv parlano solo di ceto politico ed economico e non sono mai scossi dalle cose che avvengono. Da quelle che una volta si chiamavano notizie: le notizie sono ormai del tutto assenti da giornali e Tv. I giornalisti contano molto poco: non sono più considerati portatori di notizie, o di specialismi, ma semplici funzionari della macchina giornale. Questo crea le condizione per la cancellazione del pluralismo e dell'informazione sociale. E' un processo che è iniziato molto prima della vittoria di Berlusconi: sia la crisi della stampa e della tv, sia la crisi dei rapporti sindacali, sia l'ocuramento dei problemi sociali, sono tutte cose che nascono almeno dieci anni fa e si rafforzano durante gli anni dell'Ulivo. Da questi punti di vista la Tv dell'Ulivo non era molto migliore di quella di Berlusconi. Il ceto politico, a sua volta, quando si occupa di pluralismo si occupa solo di se stesso: quanti minuti a questo partito, quanti a quello, quanta pubblicità a quel gruppo editoriale e industriale, quanta a quell'altro. La vera materia del contendere - il pluralismo dei fatti, dei lavori, dei punti di vista, delle culture - non interessa a nessuno.
Come si esce da questa stretta? Sono state avanzate varie proposte. E' stato messo in discussione il funzionamento centralizzato e gerarchico dei giornali, si è parlato della necessità di collaborazione tra operatori e utenti dell'informazione. E' stato ipotizzato uno sciopero alle rovescia nelle televisioni e il ritorno nell'agenda sindacale dei temi che erano forti negli anni settanta e ora sono spariti: il controllo collettivo della linea editoriale. Per ora sono parole. Contano poco. Però è una novità: fino a pochissimo tempo fa nessuno le pronunciava queste parole, e si dava per scontato di vivere nel migliore dei mondi possibili. In un mondo informatissimo. Invece è un mondo che non sa niente.
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Dio offresi
(la chiamano flessibilità)
su Herzog 22 dicembre
Quella notte, Dio era particolarmente irrequieto. Si rigirava nel letto in veglia perpetua, sbuffando e stronfiando.
- Beh, è inutile ciurlare nel manico. Non posso continuare a mentire a me stesso. Anche perché, essendo onniscente, mi sgamo subito. Questa cosa la dovrò affrontare. E insomma, lo ammetto: io ho un problema.
D'accordo, direte voi, e chi non ne ha? Il mutuo, i parcheggi a pagamento, la suocera.
Eh già, ma se sei Dio, tutto è elevato all'ennesima Potenza. Quando le cose girano positivamente, non stai solo bene, stai veramente da Dio. Ma quando qualcosa va storto, allora non è che te la puoi cavare con un attacco di podagra o con quel fastidioso cerchio alla testa tipico di quei giorni lì. Quando sei in giornata nera, il minimo che ti puoi aspettare è che ti appendano a un pezzo di legno, e poi tutti sugli spalti a fare la ola aspettando la resurrezione.
Che poi, anche quel trucco lì della resurrezione, all'inizio era divertente, ma poi è diventato una specie di lavoro. Ogni anno la stessa storia. E devi presentarti puntuale, mica puoi andare a farti la settimana bianca.
- Certo, una volta era diverso, quando si andava in giro con gli altri ragazzi, e la gente ci chiamava il Dream Team. Ci divertivamo come matti, allora, e volevamo cambiare il mondo, dopo averlo creato. Entusiasmi giovanili. E i ragazzi, chissà che fine hanno fatto. Quest'anno devo ricordarmi di chiamarli per gli auguri.
Quando sei Dio, dicevamo, e hai un problema, la cosa non può che avere proporzioni cosmiche, universali. Ontologiche, addirittura.
- Ebbene, si tratta di questo: io sono ateo.
Ecco, hai detto cotica.
- Massì, mi guardo intorno e quel che vedo non può che portarmi ad una sola conclusione: Dio non esiste. E se lo dico io
Non c'è più posto, per me. Non c'è un ruolo, una prospettiva di carriera. Sono stato cancellato dall'organigramma, ecco tutto.
Immagino che qualcuno osserverà: sono momenti che capitano a tutti, magari si tratta solo di una crisi passeggera. Ma, quando sei Dio, il momentaneo dev'essere parametrato con l'eternità. Una crisi paseggera dura come minimo tre o quattrocento eoni, mica roba da ridire. Gli dei greci, tanto dire, un giorno buttarono lì "Andiamo un attimo a prendere le sigarette", e non sono ancora tornati. Mai fidarsi dei numi.
Comunque, giacché il sonno tardava a venire, Dio uscì fuori nella notte. E lucean le stelle. Percorse tre o quattro volte il periplo dell'orbe terracqueo rimuginando con le mani dietro la schiena.
Alla fine, vuoi per la stanchezza (l'età è quella che è), vuoi perché gli dei hanno questa strana mania di andare in giro vestiti solo di una leggera tunichetta anche in pieno inverno, gli venne voglia di fermarsi in un pub a prendere qualcosa di caldo.
Cercò a lungo, perché la notte del 24 dicembre riuscire a trovare un locale che non sia tutto prenotato è davvero un miracolo. Alla fine, giunse in un luogo che sembrava una Svizzera di plastica. Lesse l'indicazione toponomastica: Milano 2.
- Strano, non ricordo di averlo creato io. Non dovevo essere molto in forma, quel giorno.
In fondo ad un vicolo ordinatissimo e incredibilmente privo di extracomunitari, trovò un bar semivuoto. Entrò cercando di non dare troppo nell'occhio, che essere riconosciuto gli dava sempre un po' fastidio, con quella storia degli autografi e delle domande di grazia. Nemmeno fosse Ciampi.
Si accostò al bancone è ordinò da bere con voce in falsetto.
- Un grog.
-Come?- rispose il barista.
- Ehm, facciamo un punch.
- Eh?
- Domineiddio, ma in che anno siamo?
- Duemila e tre, quasi duemila e quattro.
- Ah, ecco, allora ci vuole qualcosa di più moderno. Una China Martini calda, per favore.
- Al volo.
- Non la potrei avere al tavolo?
- Signore?
- Dimmi, figliolo.
- Figliolo?
- No, scusi, deformazione professionale.
Il quel momento, Dio vide un gruppo di persone che sedeva silenzioso in fondo al locale. Incuriosito, si fece da presso e domandò loro chi fossero.
- Siamo atei- risposero quelli.
- Ma guarda la combinazione. E perché siete così tristi?
- Ci sentiamo defraudati ed emarginati. Ogni categoria ha un proprio dio. Benevolo, terribile, paterno, indifferente, inattingibile, ma comunque un dio. Solo a noi atei non è consentito averne uno. Le pare giusto?
- Ma, veramente
- E non è che si possa risolvere la questione con l'adozione internazionale di un dio qualunque. Per noi ci vorrebbe un dio-non-dio. Uno che non abbia regole e rituali triti, punizioni eterne, salvezze prêt a porter. Un dio che non diminuisca l'uomo con la sua presenza troppo assoluta. Insomma, per noi atei ci vorrebbe un dio-che-non-c'è.
Anche agli dei brillano gli occhi, di quando in quando.
- Ragazzi, è il destino che ci ha fatto incontrare, questa notte. Prevedo grandi cose per noi. Ho già in mente tutto il merchandising, le campagne pubblicitarie, la raccolta di firme. Datemi carta e penna che vi butto giù un business plan. Qui c'è da dare lavoro a milioni di persone per almeno duemila anni. Date retta, che ho una certa esperienza nel campo. Oste della malora, un giro di assenzio per i ragazzi, pago io!
- Eh?
- Vabbé, Buon Natale a tutti, comunque la pensiate.
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Le cose che ho imparato
Leggendo un'intervista a Emilio Fede
su The Petunias
Legge Gasparri. Stamattina mi sono lasciato sedurre da un titolo del Corriere della Sera: Lasciatemi qui, sono un mito anche per i comunisti. Ho dunque letto l'intervista dell'ottimo Aldo Cazzullo a Emilio Fede.
Credo di aver fatto bene. Credo di essermi arricchito.
Queste, a seguire, le cose che ho imparato.
1) Inserito in un contesto metanews (nel senso che fornisce informazione sull'informazione, al di fuori del telegiornale che dirige), Emilio Fede rivela le sue ascendenze enzobiagiane, accentuando ancor più, se possibile, il dato autobiografico. E' come quando stavo intervistando Siad Barre e mi sentii mancare. Ciampi firmerà. Ho per lui rispetto istituzionale e simpatia umana. Ricambiata. Lo conosco da più di vent'anni, lui era governatore della Banca d'Italia e io direttore del Tg1. Ci diamo del tu. Lo intervistai in diretta quand'era premier e scoppiò la bomba agli Uffizi. La signora Franca è meravigliosa. E so che guarda il Tg4. Tira in ballo persino un incolpevole Luigi Einaudi: Lo intervistai nel 1959, a Dogliani, con donna Ida grazie all'amicizia di suo figlio Giulio. Mi regalò due bottiglie di dolcetto. Le ho ancora a casa. Non le ho mai bevute. Sorvolo sulla sua amicizia con Yomo Kenyatta, leggendario capo dei Mau Mau. (A me Yomo Kenyatta mi fa venire in mente lo yogurt preferito di Sting, il capo dei Mau Mau pensavo fosse uno che canta e insomma, mi son detto, hai visto quante cose impari a leggere Emilio Fede?)
2) In TV, un giorno sì e l'altro anche, gli dà del bugiardo, del comunista, del bolscevico, del falso, dell'eversivo, della belva, insomma gli rovescia addosso tutta la merda che lui ritiene possibile e pensabile. In privato, invece, con Paolo Serventi Longhi, capo del sindacato giornalisti, Emilio Fede è tutto un muci muci. Durante l'intervista arriva una telefonata del Serventi , ed Emilio piagnucola: Paolo! Hai visto cosa mi hanno fatto?, e quello: Emilio, stiamo aprendo un cantiere per te!. Emilio: Paolo, tu mi devi proteggere!. Serventi Longhi: Emilio, non ti preoccupare
Retequattro va salvata perché anche Retequattro fa parte del pluralismo.
Insomma, i politici di Caterina va in cittàa questi due gli fanno una pippa come una portaerei.
3) Francesca Senette, che come ricorda Cazzullo, è Premio Ischia per il Giornalismo, cita Karl Popper con la più trita stronzata (stornata e stravolta da chissà quale pubblicazione/lezione/discorso) che da anni qualunque sedicente giornalista preso con le mani nel sacco a inventarsi di sana pianta la notizia adopera per giustificarsi: L'obiettività non esiste.
Bene, brava.
Poi dice: Il nostro pubblico è molto fedele perché attratto dal codice prossemico del direttore. Codice prossemico, urca ve', ma chi citerà? Fornari, Barthes, Guattari? Poi però mi casca: "polisinfonia, dice.
4) Emilio Fede è simpatico perché ogni tanto, nella foga del discorso, gli sfuggono certi particolari imbarazzanti. E' un gaffeur da applauso, in undici parole ne piazza due. Parlando dei giornalisti che lavorano al suo Tg, dice Li ho presi dalla strada. La Senette me la segnalò Berlusconi.
5) Dulcis in fundo, ecco riscritta una pagina fondamentale della letteratura italiana del Novecento: pensavate che Cesare Pavese si fosse suicidato a causa dell'amore infelice per Constance Dowling?. Tutto sbagliato. Emilio: Avevo vent'anni, facevo Il Circolo dei castori con la mia fidanzata Enza Sampò, che mi lasciò per Umberto Eco (ndb: non perché Fede era Fede ed Eco era Eco, ovviamente ma:) perché mi ero innamorato della regista Dada, una donna meravigliosa. Pavese si suicidò per lei, non per la ballerina americana.
28 dicembre 2003