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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 23 novembre 2003

Nota introduttiva.
1. Sia il diario di Sabina Guzzanti che “L'isola che non c'è” di Guia Soncini sono tutt'altro che brevi, ma ho scelto di inserirli integralmente nella settimana in rete per due motivi: il notevole interesse di entrambi i brani ed il difficile reperimento di essi in Internet. Ci sono riuscito per una serie di combinazioni favorevoli. Saranno interessanti anche in futuro, il diario di Sabina Guzzanti perché racconta in presa diretta a che livello di censura (e purtroppo, di autocensura) è giunta l'informazione televisiva in Italia, l'articolo di Guia Soncini perché riesce a raccontare “L'isola dei famosi” contemporaneamente da due punti di vista: dal di dentro e dal di fuori. In tal modo diventa un vero e proprio saggio di costume e di malcostume, scritto benissimo ed assolutamente privo di pedanteria.
2. L'articolo di Rossella Vita è pubblicato sul numero di Golem l'Indispensabile appena uscito. Condivido le lodi alla divulgazione saggia dei “Maestri del colore” e dei “Classici dell'Arte” e le critiche severe alla operazione editoriale che sta attualmente facendo il “Corriere della Sera”.
3. E' in corso una serie di eventi sotto l'insegna Scopriamo la Svezia!, specie a Roma ed a Torino. A ciò fanno riferimento i due articoli del Messaggero, e per questo ho ritenuto di dedicare quasi tutte le immagini di questa settimana in rete a quattro grandi film di Ingmar Bergman: “Sorrisi di una notte d'estate”, “Il settimo sigillo”, “Il posto delle fragole” e "Persona".
p.c.
il manifesto del 20 novembre
  
Il diario di Sabina Guzzanti
“E' proprio con una parte della sinistra, il problema”
su
l'Unità 20 novembre

Prologo
Bene la conferenza stampa. Gli sketch che abbiamo montato hanno funzionato bene, hanno riso su tutto. Il direttore di Rai 3 sembra molto convinto, si è prodigato in apprezzamenti sulla qualità dei testi, l'intelligenza e quant'altro. L'Annunziata mi ha aspettato per salutarmi e farsi fotografare con me. Sembra simpatica, dice di rivolgerci a lei se abbiamo dei problemi. Sembra che tutto fili. Continua a sembrarmi impossibile che ci mandino in onda, anche le domande dei giornalisti erano incredule, ma non sembra che ci sia un solo motivo per dubitarne.

15 Novembre
I contributi sono tutti registrati, sono tutti belli, sono molto contenta. I monologhi in studio pure sono venuti bene. Ruffini è venuto ad assistere alla registrazione. Non ha fatto nessuna obiezione. Sembrava contento.
All'ora di pausa Ruffini è andato via, mi ha salutato chiedendo: sono stato abbastanza discreto? Io scherzando gli ho risposto: puoi anche alzare un po' la voce se vuoi, ne hai il diritto.
Sono contenta dei monologhi. Continuo a pensare che però ci chiuderanno, tutti dicono di no, Ci avrebbero fermato prima. Effettivamente se ci hanno fatto arrivare fin qui, perché dovrebbero interromperci ora? Però mi sembra strano che si possano dire le cose che dico in una tv come questa.
Se penso che questa è l'ultima occasione che ho di parlare in tv, ci sarebbero forse altre cose più importanti da dire, di quelle che ho scelto. Forse avrei dovuto fare la prima puntata sulle guerre anziché sull'informazione. Ad ogni modo è fatta. Il programma è bellissimo e siamo inattaccabili. Si arrabbieranno per la parte a metà tra la satira e l'informazione, diranno non è satira. Argomenti assurdi. In Inghilterra un sacco di programmi di satira sono così, Michael Moore fa programmi così, ma anche Striscia la Notizia contiene servizi di informazione. D'altra parte la premessa è che siccome l'informazione è scarsa e guardando la tv soprattutto è impossibile farsi un'idea di come stiano le cose, questo rende impossibile fare satira. Se faccio una battuta nessuno la capisce. Quindi se dopo avere visto il programma gli spettatori diranno, cosa ci vieni a dire, fatti che sapevamo già, vuol dire che ho avuto torto, se come penso invece la mia esposizione risulterà chiarificatrice, vuol dire che avevo ragione.

16 Novembre
Alle quattro ho quasi finito di sonorizzare la puntata, sono a metà veramente ma gli scogli più grossi sono superati. Entra Anita nella saletta di montaggio e mi dice che Salerno e Valerio mi vogliono parlare, dico ad Anita che è meglio che vengano loro da me, stiamo correndo per consegnare la cassetta in tempo. Anita mi dice: è meglio se vieni. Prima insistono perché mi sbrighi e poi mi fanno perdere venti minuti ad attraversare la Dear...? Mentre parlo capisco: ci hanno soppresso. Lo dico ad alta voce: ci hanno tagliato? Anita guarda dritto davanti a sé e dice che non lo sa. Camminiamo per i corridoi. Vedo Valerio da lontano, gli urlo: ci hanno tagliato? Ridendo. Lui dice, mi dispiace, sì. Ha chiamato Ruffini, ha detto che ci ha pensato tutta la notte, questo non è il momento storico adatto per un programma del genere. Ma in che senso? Per la strage di Nassyria? No perché la strage c'è stata mercoledì e alla conferenza stampa di giovedì, Ruffini non ha detto nulla a riguardo. Salerno dice che infatti gli ha chiesto: momento storico nel senso dei fatti di Nassyria? E Ruffini ha replicato, no, momento storico in generale. Ha detto che il programma non è in linea con lo spirito della rete. Siamo sconcertati. Pensiamo subito che abbia subìto forti pressioni da qualcuno.
Come può avere cambiato radicalmente opinione dalla mattina alla sera? Forse qualcuno gli ha detto, visto che dopo la Gasparri ve ne andate comunque tutti a casa, se invece dimostri d'essere bravo in questa circostanza puoi restare o ti diamo un altro posto. Indiciamo subito una conferenza stampa. I giornalisti insistono a chiederci cosa c'è dietro, come si spiega un gesto così folle? I soldi buttati per metterlo in piedi, perché non ci hanno pensato prima? Arrivano telefonate di solidarietà da un sacco di gente, da Beppe Grillo a Di Pietro, Santoro, sono tutti esterrefatti. Ci arriva la notizia da una giornalista di Repubblica che l'Annunziata avrebbe convinto Ruffini a ripensarci.
Noi non abbiamo ricevuto nessuna telefonata. La giornalista insiste a dire che andremo in onda. Rispondiamo, se vogliono che andiamo in onda bisogna che ce lo comunichino.
Arriva la notizia ufficiale alle 19 circa. La puntata non è finita, non c'è più tempo per fare quello che volevamo fare. Ci precipitiamo alla Dear per migliorare quello che si può. Alcuni sketch avranno le risate sotto altri no. Anche la musica non facciamo in tempo a metterla. Mettiamo il suono della goccia che cade sulle immagini finali. Mentre Igor e il montatore finiscono di pulire la cassetta io, Anita, Giovanna, Salerno, Valerio, Valentina, Max e Mercuzio aspettiamo nel corridoio e cerchiamo di capire che sta succedendo. Ognuno ha la sua teoria. Certo ci hanno fatto alla fine un sacco di pubblicità, gli sciocchini. Se l'ascolto sarà alto non ci possono fare nulla.
Forse Ruffini ha fatto questa mossa per condividere la responsabilità della messa in onda con qualcun altro. L'hanno convinto a metterlo in onda, ma lui l'aveva detto che non si doveva. Io dico quello che succederà secondo me: lo mandano in onda e poi ci danno tutti addosso dicendo che il programma è brutto. Vengo ricoperta da una marea di buuuu. Non possono dire che è brutto sostengono. È elegante, intelligente, ha un ritmo fortissimo, è pieno di cose esilaranti, ricchissimo, pieno di idee, originale pure nella forma. Con quello che si vede in televisione come fanno a dire che questo è brutto? Mi innervosisco. Non ho detto che hanno ragione di dirlo, ma lo diranno. Questo è il meccanismo che si ripete sempre. Se per incidente riesce a passare un pensiero diverso dal pensiero unico, ti attaccano dicendo che è volgare, che non è satira, che sì alcune cose funzionano ma nel complesso è ingenuo, o inadeguato o altre minchiate.
Insistono a dire che mi sbaglio. Accetto scommesse dico io. Non so cosa si inventeranno per attaccarci, ti sorprendono sempre ma ci attaccheranno. Il consiglio di amministrazione della Rai ha bisogno di un motivo per chiuderci.
La sera guardiamo il programma in una ventina di persone. Ridono tutti. Funziona. Finito il programma i telefoni cominciano a squillare. Fioccano congratulazioni e ringraziamenti da tutte le parti. Non mi era mai successo di ricevere tanti complimenti da quando faccio tv.

giannelli
  
17 Novembre
Alle 10.30 mi telefona Salerno. Abbiamo fatto il botto. In che senso domando, si sono incazzati tutti? No, abbiamo fatto il 18,37% di media di ascolto. quando il programma è cominciato Rai 3 era al 7% circa dopo due minuti siamo saliti all'11% e abbiamo continuato a salire fino ad arrivare a quasi il 26%. È il record storico di Rai3. abbiamo battuto tutte le altre reti da Rai1 a Canale cinque. È una vittoria incredibile! Ma che bello. Ti hanno chiamato dal settimo piano per farti i complimenti? No, nemmeno Ruffini ha chiamato.
Altra bella notizia, sono arrivate una tonnellata di e-mail e continuano ad arrivare. Il numero è impressionante, sono tutte belle, chi scrive poesie, ringraziamenti, complimenti, chi dice che è come se si fosse accorto d'essere anestetizzato, che sentire dire quello che abbiamo detto l'ha come svegliato. Ne arrivano tantissime così. Moltissimi chiedono di vederci in prima serata. Alle 13 ci vediamo per fare il punto nell'ufficio di Valerio. Pare che chiuderanno il programma. Mercoledì si riunirà il CdA per decidere e decideranno di chiudere. Pare che l'Annunziata si sia inviperita. Pare che questo attacco venga più dal centro sinistra che dal centro destra, da una parte del centrosinistra. Nel senso, anche la destra ci avrebbe attaccato ma non hanno fatto in tempo. Uno dei Ds ha detto che non è il momento per dire certe cose, verrà il giorno, ma non è il momento.
Questo è l'arco del dibattito possibile, si può o essere di destra o pensare che non è il momento per avere un'opinione diversa. Su tutto, sulla guerra, sulla libertà d'espressione, se sei all'opposizione in modo responsabile, sei uno che capisce che non è il momento di opporsi.
Per questo la parodia dell'Annunziata è sacrosanta, perché incarna perfettamente questo punto di vista. Pare che si asterrà nella votazione su raiOt, il presidente di garanzia. Altri guai: Mediaset pare abbia fatto causa alla Rai, più probabilmente ha detto che avrebbe fatto causa, ma questo non è un vero problema.
Loro fanno sempre causa, poi spesso la ritirano. La fanno perché se minaccio fai causa, la direzione della Rai può dire: questo programma danneggia l'azienda e avere uno straccio di argomento in mano per chiuderti. Se la sarebbero presa per i dati sugli spostamenti della pubblicità, ma su questo c'è poco da dire. Sono dati ufficiali pubblicati su La Repubblica di luglio e mai smentiti. Non ti puoi seccare perché una cosa scritta sul giornale la leggono e la capiscono in pochi mentre detta in televisione diventa chiara a tutti.
O è vera o non è vera. L'altra cosa sgradevole è che la comunità ebraica di Milano nella persona di Lu... si è seccata perché ho detto: razza ebraica. Vogliono che mi scusi. Non mi scuso perché l'ho detto in un contesto inequivocabile e appropriato. Ho detto: perché la risposta al sondaggio UE viene considerata antisemita? La risposta è stata: ?Israele?, mica: ?razza ebraica? Sottintendendo: se la risposta fosse stata: ?razza ebraica? sarebbe stata antisemita. Quindi ho usato l'espressione giusta al momento giusto. E questa storia che tutte le volte che si critica la politica di Israele si venga tacciati di antisemitismo è intollerabile. Ti fanno sentire pure in colpa. Forse bisognerebbe querelarli quando ti danno dell'antisemita. È una delle offese più pesanti che si possano proferire, forse è sbagliato stare sempre sulle difensive. Altra cosa sgradevole, su Repubblica da cui ti aspetteresti appoggio per un fatto del genere, danno tanto spazio sì, ma in prima pagina fanno scrivere Sebastiano Messina, un uomo che si è distinto per avere osannato ?Velone? sostenendo che era geniale e che ha scritto bene di un sacco di porcherie. Il suo articolo, in contraddizione con quelli pubblicati accanto a lui, sostiene che abbiamo gridato: a lupo a lupo senza motivo, tanto per fare i martiri e che non è vero che hanno chiesto la soppressione del programma prima della messa in onda. Ci sono una tonnellata di dichiarazioni Ansa che lo dimostrano, i suoi colleghi che erano presenti lo hanno testimoniato, ma lui scrive che non è vero, contraddicendo l'evidenza. È il direttore credo che sceglie chi scrive in prima pagina. Così funziona. Ci sono voci diverse in un giornale, ma il direttore fa scrivere quello che in quel momento esprime l'opinione che fa comodo in quel momento. Mi metto a scrivere la seconda puntata ma non mi viene. Chissà perché?

18 Novembre
I giornali ci attaccano dappertutto. Risulto essere il nemico numero uno del popolo ebraico in questo momento, mi dicono che Feltri ha detto che sono come Hitler. Da Ruffini a Gasparri si affannano tutti a porgere scuse solenni alla comunità ebraica per quello che ho detto. Le critiche al programma sono tutte negative tranne l'Unità, anche il Manifesto ha delle riserve. Sebastiano Messina scrive che quando faccio le imitazioni va bene ma il programma è brutto, Aldo Grasso non ne parliamo, è buona La Stampa. Mi tolgo la soddisfazione di dire che l'avevo detto.
In compenso continuano arrivare incoraggiamenti e congratulazioni da tutto il mondo, le email sono millecinquecento. Me ne leggo un po' per tirarmi su. Sono proprio belle, commoventi, bisognerebbe pubblicarle. Non siamo soli, non è un mondo di replicanti, ci sono tanti esseri umani come noi che vorrebbero solo avere l'occasione di esprimersi. Ma quanti sono! E come sono intelligenti!
Mi torna la voglia di scrivere. Ci mettiamo là con Paolo, David e le ragazze della produzione e buttiamo giù tre pezzi di Vespa molto forti. Ci metto anche Buttiglione dentro e Previti. Questa è la puntata sulla giustizia. Ci sono una marea di cose da dire. In realtà la puntata è pronta, se ci mandano in onda ci siamo. Buone notizie, la comunità ebraica di Milano a inviato un messaggio di pace. Mi hanno invitato a un dibattito pubblico sulla satira e sulla politica di Israele. Meno male, che gioia! Se penso agli ebrei penso a persone colte, intelligenti e piene di senso dell'umorismo, non a dei bacchettoni che fanno il gioco dei censori. Pare che anche loro abbiano capito d'essere stati strumentalizzati, meno male. Rispondo che accetto l'invito con grande piacere.

19 Novembre
Rivincita sui giornali, tranne che su Repubblica e il Riformista (è proprio con una parte della sinistra il problema), si è sgonfiata l'accusa di antisemitismo, la causa di Mediaset pure s'è capito che non sta in piedi. In più l'associazione dei consumatori ha chiesto che raiOt venga messo in prima serata e ha dichiarato che chiederanno un milione di euro alla Rai se chiude il programma.
Stamattina il cda è riunito per decidere su Raiot. Alle 13 esce la delibera. È incomprensibile. Sospendono la messa in onda ma non la produzione, che vuol dire? Dovremmo registrare cinque puntate, poi loro le vedono e decidono. Ma è un programma basato sull'attualità, sarebbe come dire, voi scrivete il giornale di oggi e noi lo mettiamo in edicola fra due mesi. Mi telefona l'Annunziata, fa la spiritosa, dice che ha messo dei paletti. Rido, replico che chiudere il programma è un paletto bello grosso. Dice che si è astenuta, e considera la sospensione del programma una grande vittoria. Perché mai le chiedo? Perché nella delibera non si entra nel merito dei contenuti. Delirano e non se ne accorgono.
Arrivano altre 2000 e-mail di incoraggiamento. Abbiamo deciso che domenica la puntata la facciamo lo stesso in uno spazio da trovare, Villaggio Globale o il Brancaccio, l'Ambra è piccolo. Invitiamo tutti i satirici, spero che vengano e dopo di questo dobbiamo organizzare una manifestazione vera e propria in piazza contro la censura e per la libertà di informazione. La gente ne ha piene le scatole, hanno fatto uno sbaglio grosso come una casa. Spero che da questa vicenda venga messo qualche seme per riappropriarci della nostra libertà e anche di un po' di dignità. Penso al pezzo di Vespa con Herlizka intitolato: agli italiani piace la frusta.
Quando l'ho scritto avevo il dubbio che tutto sommato fosse vero che ci piacesse, comincio a pensare che non sia vero. E mi viene uno strano amor di patria.

vincino
  

Storia indigesta della censura tv
Dall'ipotetico Cambronne, al presidente Gronchi
Antonello Catacchio su
il Manifesto 19 novembre

Rovistando nella poco nobile storia della censura televisiva si potrebbe cominciare da Indro Montanelli. Non perché avesse subito interventi censori in tv (aveva avuto solo qualche problema di autonomia giornalistica con l'attuale presidente del consiglio in veste di editore), bensì perché gli capitò di ricordare l'amico Achille Campanile attraverso un suo intervento fulminante sull'argomento. "Prossime ricostruzioni storiche" titolava Campanile che proseguiva "in un salotto, nell'epoca napoleonica, il domestico, sulla porta, annuncia, solenne: "Sua eccellenza il generale..." Improvvisamente, al posto dell'immagine, appare sul video il noto cartello: la trasmissione riprenderà il più presto possibile. Stava per entrare il generale Cambronne". Il sorriso è d'obbligo. E rimaniamo a Campanile quando ricordava la definizione di autocensura "qualità che la TV richiede da tutti quelli che lavorano per lei. Ma essi non riescono ad averla che in due pezzi separati: l'auto e la censura". In realtà chiunque abbia lavorato in tv sa cosa significhi l'autocensura che alcuni, per esempio Maurizio Costanzo, chiamano codice di autolimitazione, perché non credono alle regole imposte.

Altri tempi
Altri tempi quelli di cui parlava Campanile. Tempi in cui Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello venivano cacciati con la loro travolgente trasmissione Un, due, tre perché considerati irriverenti nei confronti di un incidente dell'allora presidente della repubblica Gronchi. O tempi in cui Dario Fo e Franca Rame venivano strapazzati per Canzonissima. Fo per esempio ironizzava sulle vicissitudini censorie raccontando di avere detto ai dirigenti Rai che nella totalitaria Polonia era possibile prendere in giro il primo ministro Gomulka. E per tutta risposta chiudeva il suo numero dicendo che i responsabili Rai gli avevano detto che andava benissimo, nessuno censura per lui, avrebbe potuto tranquillamente prendere in giro ... Gomulka. Poi però venne il fattaccio. Una scenetta con un imprenditore edile che viene assalito dai rimorsi dopo che un suo operaio è caduto da un'impalcatura. In attesa di avere aggiornamenti sulle condizioni dell'infortunato l'uomo dà disposizioni perché vengano messe in atto tutte le misure di sicurezza. Poi arriva la notizia che l'operaio sta bene, nulla di grave, ecco allora che l'imprenditore si rimangia le disposizioni, fa smantellare le misure di sicurezza e sbotta "il prossimo che cade portatelo da me che gli spacco la faccia". Questa scenetta non venne mai vista in tv. Leo Chiosso e Vito Molinari si erano dimessi come coautori di Canzonissima del '62, per le ripetute interferenze e dopo la bocciatura, tardiva e improvvisa, della scenetta in questione anche Fo si ritirò dal suo ruolo di autore chiedendo che a lui e a Franca Rame venissero quindi forniti testi redatti da altri. Naturalmente saltò tutto. Va detto che, nonostante qualche disponibilità iniziale, nessun attore sostituì i due reprobi.

Bernabei, sesso e Vajont
Quella era la tv made in Bernabei in cui, di solito, si agiva preventivamente. Per esempio erano banditi i termini: amante, parto, vizio, verginità, talamo, alcova, amplesso e neppure membro del parlamento o in seno alla commissione (fonte garzantina tv a cura di Aldo Grasso). Sembrerebbe sessuofobia a giudicare dai vocaboli all'indice e dai millanta interventi sui costumi di soubrette e ballerine, ma questo avviene solo perché sulle questioni serie la censura funziona egregiamente e preventivamente appunto. E quando non funziona qualcuno ci lascia le penne. Come capitò a Claudio Savonuzzi che firmò un servizio di Tv7 sulla strage del Vajont. Nessuno l'aveva visionato e proprio non piacque, quindi il giornalista venne allontanato e cestinati altri servizi che aveva realizzato.

Parolacce in libertà
Anche in tempi più recenti si sono verificati episodi di messa al bando. È successo a Lepoldo Mastelloni dopo una bestemmia in diretta. Solo clamore per la parolaccia di Enzo Maiorca sempre in diretta. Grande scalpore per il Woytilaccio di Roberto Benigni, e non passò sotto silenzio l'Arafat parodiato dal trio Marchesini-Lopez-Solenghi, ma vennero perdonati. Diversa sorte invece per Beppe Grillo. E soprattutto per Daniele Luttazzi, richiamato qualche settimana fa in video da Baudo, dopo l'avvenuta epurazione, solo per scoprire di essere stato alleggerito delle frasi più forti in fase di montaggio. O ancora il caso Blob speciale su Berlusconi con telefonate dall'alto a bloccare la messa in onda. Per tacere dell'allontanamento di Biagi. Del resto molti uffici Rai sono popolati da giornalisti accantonati: Ennio Chiodi (ex direttore del Tg3), Michele Santoro insieme a Sandro Ruotolo e Riccardo Jacona. E ancora Alberto Severi e Alba Calia (entrambi ex direttori di Televideo), Lorenza Foschini, Roberto Bracalini, Stefano Marcelli, Federico Pirro, Giuseppe Blasi (ex capiredattori di tg regionali), tutti finiti inutilizzati nel cosiddetto sottoscala. Ora il caso di Sabina Guzzanti ha riaperto il dibattito e le rievocazioni.

Il paradiso Rai
Ma c'è una sorta di paradosso tutto interno alla Rai. Mentre si riempiono pagine sulla nuova censura guzzantiana, una sezione staccata, sempre della Rai, sulla censura televisiva ha costruito un'intera serie. Il riferimento è a Raisat Extra che sta mandando in onda 15 puntate di Off. La tv che... meglio di no, a cura di Luca Martera con la consulenza di Menico Caroli (autore di Proibitissimo, Garzanti, un libro interamente dedicato alla censura in tv). Una sorta di ripasso ironico che parte da 125 milioni di bip, su volgarità, doppi sensi, parolacce per proseguire con Imitati e offesi, dove personaggi noti si ribellano per essere stati tirati in mezzo, attraversando tabù, sesso, satira, religione, morale via via sino all'ultima puntata dal titolo La terra dei cachi dedicata all'intrattenimento con inversione di ruoli, comici in politica, politici cantanti o comici o barzellettieri e giornalisti spettacolari.
Va poi sottolineata una censura sistematica che si verifica quotidianamente in tv, quindi tanto frequente da non meritare praticamente più attenzione. Riguarda i film. Ci sono titoli che mai potranno passare. e forse è meglio così per tutti. Ci sono invece titoli che in teoria non potrebbero passare in tv, si tratta di film vietati ai minori di 18 anni. In realtà succede che molti titoli vietati vedono ugualmente schiudersi le porte del tubo catodico. Come hanno fatto? Semplice: sono stati presentati di nuovo al vaglio della censura cinematografica, però con opportuni tagli, in modo da poter ottenere un eventuale divieto meno rigido rispetto a quello originario. Così vediamo annunciati in palinsesto titoli anche importanti della storia del cinema, spesso decisamente massacrati. Versioni ridotte, tagliate, oscurate, senza che gli spettatori abbiano alcuna informazione su questo.

sorrisi di una notte d'estate
  
Dopo l'Imam di Carmagnola, espulso il Califfo di Trastevere
Lia Celi su
Clarence 19 novembre

Morbo della Mecca pazza: contro il terrore islamico, Pisanu non guarda per il sottile

Inutili le proteste dell'anziano muezzìn capitolino: "Ahò, me chiamo Franco Califano e so' cristiano battezzato". Ore contate anche per il Muftì di Pescasseroli e l'Emiro di Ortisei. Nel giorno dell'omaggio ai morti di Nassiriya, gli italiani si stringono intorno ai Carabinieri; da domani, grazie al simpatico clima emergenziale, saranno i Carabinieri a stringersi intorno agli italiani.
Berlusconi consola i figli dei militi uccisi: "I vostri papà riposano in pace, pensate a me che dormo solo quattro ore per notte". Il grido di dolore di Alfredo Schifani: "In questo momento così tragico, può la Cassazione rifiutare a Cesare Previti di trasferire il suo processo a Brescia?".
Il Paese chiude per lutto: i giornalisti si fermano dieci minuti, poi si rimettono il bavaglio; la Rai cancella gli spot, esclusi quelli a favore del governo, i negozianti abbassano le saracinesche per mezza giornata e nell'altra mezza alzano i prezzi per compensare le mancate vendite.
Il papa affida a Dio le vittime dei terroristi, imbarazzo dell'Altissimo: "Bin Laden mi ha già affidato i kamikaze".

sorrisi di una notte d'estate
  
Gare di lutti
Gianluca Neri su
Gnueconomy 19 novembre

Può, uno, in tutta franchezza e con la massima onestà, sostenere di volersi scrollare di dosso l'orribile sensazione che comporta questo lutto appiccicaticcio, quest'amplificazione del dolore in sedicinoni, questa sarabanda della lacrimuccia compassionevole ma orgogliosa?
Può, uno? No, non può.
Io, mi spiace, non credo al cordoglio in diretta, alla sfilata davanti alle telecamere, ai “poteva essere mio figlio”, al presenzialismo di chi ha fatto l'alba e chiesto un giorno di ferie pur di essere lì, nel posto in cui stava succedendo qualcosa di importante. Perché condividere un dolore collettivo (seppur posticcio, di facciata, e che nemmeno ci tocca da vicino, negli affetti) ci fa sentire talmente buoni e perfetti e in pace col mondo che diventa secondario lasciare in pace chi lo sta vivendo per davvero.
Al momento, scegliere di non affogare in questa valle di lacrime - pur non disprezzando a priori l'Arma e con il massimo rispetto per le vite sacrificate al concetto che ciascuno di noi ha di guerra o pace - è percepito allo stesso modo che se ci si unisse ai cori da stadio dei tifosi del Livorno, quelle braccia rubate alla miniera che, come ogni domenica, han cantato “La disoccupazione / vi ha dato un bel mestiere / mestiere di merda / carabiniere”.
A me le generalizzazioni non piacciono, ma poi chiunque ne fa. È normale. Io, tanto per dirne una, dovessi costituirmi, lo farei presso i carabinieri. E mica per niente: si dice picchino meno.
Prendersela con tutta l'Arma è una cosa idiota come odiare i fiorai in genere. Sono mestieri. Quello del carabiniere sarà forse più rischioso del vostro, sicuramente del mio. Ma mestiere rimane.
Facciamoci tutti un grande favore quindi, e piantiamola qui di chiamare “eroi” quei 19 caduti. È proprio definirli “eroi” la vera presa per il culo, il vero insulto alla memoria. Si trovavano lì, semplicemente - chi a fumare una sigaretta fuori dalla palazzina, chi di guardia, chi dietro ad una scrivania - nel preciso momento in cui menti malate intasate da idee aberranti portavano a termine un gesto insulso e inutile.
L'eroe è un cretino, che non ha paura di nulla. E quei ragazzi, potessero tornare indietro, scambierebbero le loro facce compunte sulle figurine da eroi pubblicate dai giornali con il nostro ruolo da telespettatori codardi e al riparo. Avrebbero tutte le ragioni del mondo. Perché pure chi cerca la morte è un cretino, anche se è nel giusto. Loro lo erano (o, per lo meno, a seconda dei punti di vista, credevano di esserlo), ma l'idea di poter morire li ha sfiorati forse solo per un attimo e poi l'han messa via, in fondo ad un cassetto del cervello, come si fa con tutte le cose che è bene tenere a mente, ma fa paura ricordare.
Rendiamogli l'ultimo omaggio ricordandoli come semplici ragazzi, non semidei. Persone normali, quanto me e voi se saltassimo in aria in questo momento per mano di un coglione, non fenomeni accecati dall'assenza di paura.

sorrisi di una notte d'estate
  
C'è la guerra!
Riccardo Orioles su
GnuEconomy 21 novembre

La fidanzata del dottore Nastasi - che allora non era ancora dottore ma studente in veterinaria - era fascista fanatica, Giovane Italiana, e in continuazione lo rimproverava perché non s'era ancora arruolato. Il povero Nastasi resistè per un po', alla fine "Ma insomma? Veterinario! - pensò fra sè e sè - Che gli possono fare a un veterinario? Mica lo mandano alla baionetta". E infatti. Il tempo di fare il corso e ricevere le stellette, ed ecco il sottotenente Nastasi, volontario universitario classe ventuno, che arranca sulla neve dalle parti dell'Ucraina, veterinario di muli, divisione Julia. Ruvolo e Alfano, invece, erano stati in Grecia e in Albania e dopo in Africa, entrambi in fanteria ed entrambi feriti; poi c'era mio padre; e infine l'altro Nastasi, l'unico fascista - ma brav'uomo - dei cinque amici, che erano gli unici cinque sopravvissuti - nel piccolo paesino siciliano da cui venivano - di quelli che avevano sedici anni nel trentasei. "Mangia! - faceva mia nonna - E non fare i capricci! Tempo di guerra, anche le bucce di patata bisognava mangiare!". Poi c'erano le grotte in collina in cui noi bambini giocavamo a nascondino e che - spiegava la zia Alba - erano quelle in cui dieci anni fa si nascondeva la gente sotto i bombardamenti. Poi c'era la zia Carmelina che a volte improvvisamente scoppiava in lacrime ed era, dicevano, per suo figlio - mio cugino in seconda - che io non ho mai conosciuto. Poi c'era - in fondo a un cassetto - la foto di tutti i colleghi del battaglione di mio padre, accosciati o in piedi come una squadra di calcio, i più con grandi baffi tipo l'esercito di Saddam; spavaldi e un po' impacciati sorridevano, e accanto a quasi ognuno di loro c'era una crocetta a penna con una parola sbiadita: Al Qattara, Alamein, Bir-El-Gobi. Poi... C'erano un sacco di cose così, a quei tempi. La guerra era ancora vicina e tutti la conoscevano di persona. Quella generazione, che ormai sta chiusa in casa e ha ottant'anni, parlò l'ultima volta dieci anni fa, quando scoppiò la prima guerra iraqena e improvvisamente, da tutti i supermercati d'Italia, sparirono tutte le lattine di carne e le scatolette. "C'è la guerra!". Ed era una guerra lontana, da televisione; ma essi istintivamente sapevano che la guerra non si sa mai quanto cresce e dove para, e perciò provvedevano in tempo a presidiare la casa con caffè, carne in scatola, zucchero e tutto il resto.
Sono pochissime, le parole serie, in tempo di guerra. "Signor tenente", "in licenza", "imboscato", "colpito a morte". La guerra è l'unica cosa che non viene valutata e decisa - a lungo andare - dai generali e dai capi, ma dal semplice soldato. È lui, e non quelli che parlano, che alla fine dà il giudizio. La guerra di mio padre, che lui e i suoi amici si fecero con dignità e senza paura, rimase una guerra sbagliata: non sono gli storici a dirlo, sono quelli che l'hanno fatta. I tedeschi erano bestie, gl'inglesi non ci avevano fatto niente, Mussolini era un buffone e i russi povera gente. Ciascuna di queste frasi non viene dai bei discorsi, ma da infiniti passi sulla neve, da su e giù per le piste, da raccogliere morti e da silenzi cupi. Alla fine, la sentenza era quella, e non comportava disprezzo per i "fessi" (anzi) né minore orgoglio per i propri compagni (anzi) e per il dovere che s'era fatto. Significava semplicemente "Mussolini era un buffone", lui e tutti quelli che gli avevano dato mano, che avevano preso dei giovani e li avevano portati a morire perché lui si facesse bello con l'alleato, per conquistare greci francesi e russi che non ci avevano fatto niente.
Così, ci è davvero difficile, oggi, scrivere di *questa* guerra. L'unica cosa certa, è che è una guerra; non è un'altra cosa. Non è una cosa in cui le parole dei politici, e persino dei predicatori come me, contino molto. Qui, l'unica parola che conta è quella di chi davvero la paga: il soldato, la sua famiglia, il "nemico" - russo o iraqeno - del soldato. Se vale la pena o no, lo sanno soltanto loro. I giovani di quella guerra, in Russia e in Africa, crebbero molto. Impararono la cosa più amara e più difficile, non fidarsi dei "grandi" che ti sorridono e fanno grandi parole ma poi in realtà hanno in testa altre cose. Impararono a giudicare con la propria testa, perché non c'era nessun altro che lo facesse al posto loro. Sei tu, e nessun altro, che devi decidere se quell'inglese era veramente tuo nemico, se quel tedesco era veramente tuo alleato. E questa non è politica, ma semplicemente la vita.
Non so che altro dire. Le parole di questi giorni, quasi tutte, sono parole politiche. Lo sono quelle che ricordano via Tolemaide (che qui, nella vita d'ora, non c'entra affatto), e lo sono quelle di chi parla di orgoglio e dice "non siamo più il paese delle mamme". I politici, in questi giorni, si sono contenuti abbastanza. Si sono sforzati di non dir cose troppo stridenti, di non gridar troppo forte, sentendo - istintivamente - che c'era dell'altro di più importante. È stata una cosa buona; ma non può durare. Prima o poi, anche questi giorni di guerra verranno riafferrati dai politici e reinseriti nella macchina, nel solito meccanismo decisionale di vip, di presidenti, di politici - per lo più in buona fede - di entrambe le parti. Invece questo è un punto di svolta, il punto in cui c'è da decidere che cosa, oggi nel duemila, è bene e che cosa è male, che cosa considereremo bene o male per le prossime due o tre generazioni. Non è una decisione delegabile. Non puoi affidarla a nessun altro che a te stesso.

sorrisi di una notte d'estate
  
E Carlo vendicò il traditore Dodi
Il pettegolezzo sostituisce la politica
Michele Serra su
l'Espresso

Fu effettivamente Carlo d'Inghilterra a commissionare ai servizi segreti l'incidente d'auto che uccise Diana Spencer e Dodi Al-Fayed, e il movente fu passionale: Carlo non sopportava che Dodi avesse un'altra. Questo il punto definitivo sulla vicenda secondo l'ultima ondata di gossip che ha sconvolto l'opinione pubblica inglese.

In tutto l'Occidente il pettegolezzo da serva ha ampiamente sostituito la politica. Promossa a 'gossip', la maldicenza si è nobilitata, esattamente come gli assassini, da quando si chiamano killer, se la passano da prestigiosi professionisti. Migliaia di licenziamenti non valgono il libro di memorie di un maggiordomo infingardo, e il peggior buco di bilancio conta meno del buco della serratura. Per non dire - scusate il latinismo - del buco del culo, che è diventato l'epicentro dell'ethos e dell'epos mediatico.
Ampiamente prevedibili le prossime, scottanti botte di gossip.

Cesare Previti. Un'ex segretaria infedele pubblica una devastante biografia non autorizzata: rivela che Previti è un uomo specchiatissimo, dalla vita privata impeccabile e dai costumi ascetici, distruggendo la fama ribalda e gaudente che gli aveva garantito il successo politico e gli elogi del 'Foglio'. Anche la famosa vasca di aragoste, svela il libro, era solo un bluff per ingraziarsi l'opinione pubblica: la vasca è in realtà un ricovero per crostacei a riposo, acquistati da Previti, vegetariano militante, per salvarli dalla pentola. Altre migliaia di aragoste, adottate a distanza, sono mantenute da Cesare nei vivai di mezzo mondo. Disgustato dalle rivelazioni, l'elettorato di Forza Italia abbandona Previti al suo squallido destino buonista.

Bill Clinton. Monica Lewinsky confessa: il famoso rapporto orale nella Sala Ovale fu in realtà un rapporto ovale nella Sala Orale. L'opinione pubblica americana è disorientata. Si riapre il caso: la Corte Suprema, in seduta plenaria, riesamina il vestito di Monica con le macchie di sperma e si eccita smodatamente. Le scandalose immagini dell'anziano giudice conservatore O'Hara che si pavoneggia mostrando le macchie sulla sua toga fanno il giro del mondo.

Licio Gelli. La redazione di 'Verissimo' riceve da un anonimo le carte mancanti sulla P2. Cristina Parodi accusa in diretta: i famosi elenchi di Castiglion Fibocchi erano di soli uomini perché la P2 (Pigalle Due) era un club privé omosessuale, famoso per le sue orge. I rituali massonici, con tutti quei maschioni che si baciano sguainando spadoni, assumono finalmente il loro evidente significato. 'Loggia coperta' voleva solo dire che era compresa nel prezzo anche la coperta, a differenza delle meno prestigiose 'logge lenzuola', riservate alle mezze calzette. I tesserati, che avevano superato con un sorriso le accuse di cospirazione contro la Repubblica, stavolta si indignano e chiedono a Berlusconi di smentire le accuse infamanti o almeno di restituire alla segreteria del club il fondotinta che usa davanti alle telecamere.

Tg1. Il telegiornale di Mimun approfondisce la sua già apprezzata vocazione 'rosa': un minuto di urgenti notizie politiche (le nozze del principe di Spagna), poi 30 minuti di giornalismo di costume. Un sommario tipico: 'Le mogli di Bin Laden: come spolverare una caverna avendo un solo piumino in 20'. 'Letizia Moratti: aspetto un supplementary-son grazie alle bed-utilities del mio top-husband'. 'Platinette confessa in lacrime: non sono un travestito ma una donna molto brutta'. 'Da domani la nuova rubrica economica 'Sex in the City': come i flussi ormonali influenzano la Borsa di Londra'.

il settimo sigillo
  
Minuscoli scrupoli di grandi editori
Rossella Vita su
Golem l'Indispensabile

Una collana creata in esclusiva per i lettori del Corriere della Sera in collaborazione con Skira.

192 pagine a colori con immagini delle opere e preziosi dettagli, in un'edizione finemente rilegata.

Un'introduzione letteraria scritta da personaggi del calibro di Ungaretti e Buzzati inaugura ogni volume.

I 50 capolavori più importanti di ogni artista analizzati e approfonditi singolarmente.

L'attuale collocazione geografica delle opere è riportata in un indice illustrato.

Una selezione dei brani dei migliori critici d'arte completa ogni monografia
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Recita così la pagina dedicata ai "Classici dell'arte" nel sito del "Corriere della Sera", promotore di una operazione editoriale che riscuote da qualche mese un notevole successo.
Peccato che personaggi del calibro di Buzzati e Ungaretti - che avevano scritto quei saggi per degli altri "Classici dell'arte" - siano morti. Peccato che della memoria di quegli altri "Classici dell'arte" Rizzoli, editi a partire dalla fine degli anni Sessanta, da cui la serie prende il nome e le introduzioni del calibro non rimanga nei nuovi libri, nessuna traccia, se non quella menzione "Rizzoli"/Skira, Corriere della Sera (che appunto è parte del gruppo RCS).
Quei "vecchi" volumi ogni studioso o anche solo curioso di pittura li tiene tuttora in grande considerazione: erano il frutto di un impegno editoriale per quella divulgazione di qualità inaugurata dai "Maestri del Colore" dei Fratelli Fabbri, i quali andarono addirittura in edicola negli anni Sessanta e per primi avevano puntato tutto sulle riproduzioni a colori di qualità, il che per gente abituata a conoscere i pittori sulle foto in bianco e nero era una gran bella novità . La selezione di una dozzina di opere veniva presentata da un testo di altissimo livello - spesso intercalato da un bel disegno dell'autore in oggetto, con il che si dava una seppur piccola testimonianza del momento essenziale del disegno. Autori di quei saggi erano studiosi di quel pittore o letterati e critici che ne potevano davvero parlare "a pieno titolo".
Il progetto dei "Classici dell'arte" andava ancora oltre. Oltre ad un vero saggio critico, scritto appunto dalle migliori teste viventi, per sensibilità o competenza, essi riproponevano l'intero catalogo di un artista, compreso di disegni e studi, e persino l'elenco delle opere attribuite: un vero lavoro scientifico, con fotografia (piccola, ma c'era!) per ciascuna opera, bibliografia, menzione dei documenti originali, qualche volta trascritti oppure solo citati precisamente – fatto che vi avrebbe permesso di andarveli a cercare- , fortuna critica... il tutto organizzato in un percorso cronologico che rendeva la consultazione appassionante come un romanzo, con quell'impressione che ogni divulgatore dovrebbe essere in grado di dare: il senso di una storia che si ri-costruisce faticosamente, per aggiustamenti, cercando e spesso non trovando documenti, tracce , analogie accanto a quel lavoro dell'intelligenza e dell'interpretazione del vedere attraverso una immagine il senso e la realtà che essa riesce a mettere al mondo; l'impressione insomma di quel che rende "necessario" il lavoro dello storico dell'arte e o del semiologo...Insomma erano una cosa seria, che a distanza di trenta o quarant'anni (pubblicazioni e riedizioni sono proseguite sino agli anni Ottanta, direi) ha ancora un grande valore.
"Cosa c'entrano i vecchi Classici dell'arte con i nuovi Classici dell'arte?". Prima di tutto riprendono - e riprenderanno - le introduzioni di autori del calibro: Carlo Bo, Giovanni Macchia, Giovanni Arpino, Victor Ségalen, Renato Guttuso, Michele Prisco, Oreste del Buono... "Un momento - vi sento dire - son tutti morti?" Quasi tutti, sì. Michele Prisco è morto l'altro ieri. Ma se non lo sapete già non lo saprete in questi nuovi libri, i quali omettono data e occasione per cui quei testi furono scritti. "Neanche nel colophon? Neanche un'avvertenza, una parentesi, una nota?" Niente. Nessuno fa riferimento né alla precedente versione dei "Classici", né alla prima apparizione già avvenuta dei "calibri", i cui testi, sia detto per inciso essendo "datati" sono suscettibili di dire cose magari smentite dagli studi successivi, cose che dunque andrebbero corrette o annotate, o comunque considerate nella corretta chiave interpretativa...
Queste informazioni sono state considerate dall'editore irrilevanti anzi, peggio - perché non credo che non vi sia redattore che non ha pensato di introdurre, anche solo per un riflesso automatico di professionalità, che so: data di nascita e morte di Victor Ségalen, ad esempio, che uno studente di liceo o una persona ha tutto il diritto di ignorare..."No " - gli dev'esser stato risposto, e parlo per esperienza - "perché altrimenti sa di vecchio".
Il redattore sensibile avrà replicato ancora che proprio perché i "Classici" sono un prodotto storico della editoria italiana non vi era nulla di sbagliato nel riproporli al grande pubblico in quella nuova veste e che anzi era da valorizzare l'operazione di averli ripubblicati in questo formato, con queste belle immagini... Ma l'obiezione dev'esser stata considerata irrilevante. Detto questo: avete idea di che lavoro sarebbe stato metter su veramente i vecchi classici, con quel signor apparato che avevano? Forse qualcuno lo intuisce e intuisce con quello la distanza economica fra progettare una collana, lavorare a un libro, pensare a cosa e a chi serve, misurare le spese necessarie e affrontarle, a fronte della facilità con cui si può anche fare una cosa accettabile, piacevole, colorata, giusto con quelle due aggiustate di styling e un saggio attuale (per non spararle troppo grosse) sulla "Vita e l'opera", un elenco delle opere (non più di cinquanta) in ordine topologico, una bibliografia "essenziale".
La nuova edizione fa a meno di tutti quegli apparati che fanno dei "vecchi" Classici un riferimento e che fan loro portare i propri anni splendidamente. Scelta editoriale.
La data del saggio introduttivo mi sembrava essenziale, e niente. Almeno due date, nascita e morte dei calibri, tanto per dare una idea. Neanche questo.
E pensare che i calibri, son sicura, a queste cose ci tenevano.

il settimo sigillo
  
L'isola che non c'è
“I'm a celebrity, get me out of here”
Guia Soncini su
il Foglio 14 novembre

Il privato non è politico da tempo immemorabile. Poiché paghiamo il canone, è un bene che ogni tanto la Rai si ricordi di fare il suo dovere, ovvero di fare in modo che il privato sia televisivo. Dopo l'Isola, la televisione non sarà mai più la stessa, al lordo di quella doccia, di quell'appuntamento per Natale, di quel tozzo di pane e di quello spagnolo da villaggio vacanze. Ma, da domani, saranno i cittadini a non essere più gli stessi. A non avere più la stessa capacità di relazionarsi, al netto di tutti quei pretesti per gruppi d'ascolto, scambi di sms, discussioni e gare di ricostruzione dei momenti memorabili davanti alla macchinetta del caffè o in fila alla posta.
***
Per fortuna che la cacciata di Adriano Pappalardo ha fatto il 60 per cento di share. Almeno abbiamo potuto smettere di combattere e iniziare a esercitarci nella nostra attività favorita: predicare ai convertiti. All'inizio, era davvero difficile. All'inizio, avevi voglia a spiegare al direttore che quell'Isola sarebbe diventata un culto, che non vedevi da tempo i tuoi amici tanto eccitati e non ti trovavi dal primo Grande Fratello a organizzarti le giornate a seconda delle trasmissioni, che se i giornali italiani non se ne occupavano per intere pagine era un limite loro, derivato dal loro essere, appunto, giornali italiani: usi a svegliarsi in ritardo. All'inizio, capitava di trovarsi a cena in sei e di essere solo in due a capirsi, mentre gli altri guardavano scettici il vostro entusiasmo e voi lì ad affannarvi a dire “credeteci sulla parola, è meraviglioso” e quelli “mi stai dicendo che tu ti appassioni alle vicende di Giada de Blanck?”, e qualunque arbitro avrebbe dato ragione a loro, perché non esisteva una motivazione logica, dignitosa o anche solo plausibile, non esisteva spiegazione razionale – o anche solo spiegazione tout court – al fatto che l'Isola che non c'è v'avesse preso per incantamento.
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Ha avuto una funzione sociale, su questo non c'è dubbio. Una funzione aggregante. Ed è stata una cartina di tornasole democratica. Non vorrei dire io-l'avevo-detto, ma: io l'avevo detto. L'avevo detto per settimane, che l'unica ragione per cui Pappalardo era ancora lì era l'imperfezione del maggioritario isolano. Se solo lo candidassero, predicavo, se solo ce lo dessero in pasto, lo cacceremmo con plebiscito popolare. Un giorno un ulivista mi ha detto che secondo lui non era vero. Che io non capivo quanto Pappalardo fosse amato dalla gente. Che l'intolleranza nei confronti di Pappalardo era snob ed elitaria. Che il mio giudizio non era rappresentativo, e che – ove candidato alla cacciata – Pappalardo avrebbe trionfato e sarebbe rimasto sull'Isola. E' stato allora che ho capito perché non vinciamo le elezioni.
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Il più bel messaggio l'ho ricevuto durante una delle prime puntate. A colloquio catodico coi parenti, c'era Susanna Torretta (catalizzatrice delle peggiori battute all'interno dei gruppi d'ascolto; sembra che solo per lei, al mondo, non sia prevista l'applicazione del politicamente corretto e della presunzione d'innocenza; gli spettatori, neanche fossero tanti Platinette, appena quella diceva “Non mi piace questa situazione” chiosavano “Credo che butterò qualcuno da una scogliera”; solo un signore seduto sul mio divano, sentendola dire “Sono un po' triste perché penso a Francesca”, ha avuto un moto di umanità nei sui confronti: “Sì, anch'io sono un po' triste – e vorrei tanto farmi la Torretta”). La sorella della Torretta (una Laura Pausini bionda) le stava dicendo che gli amici al bar sentivano tanto la sua mancanza: “Ti saluta Pier lo Svizzero”. Il messaggio che è arrivato di lì a poco sentenziava: “A casa di Pier lo Svizzero c'è l'eredità Vacca”. Era inutile invocare il politicamente corretto, lei l'ha capito e appena tornata
ha iniziato a sfoggiare in tutte le dirette delle mises che attirassero l'attenzione sul suo presente. Susanna Afildicapezzolo Torretta.
***
Non tutti s'intendono di didattica. Non Maria Teresa Ruta, che s'indigna perché Alfonso Signorini dice che nei confronti di Walter Nudo hanno avuto un atteggiamento mafioso (“Parole come 'mafia' fate il piacere di risparmiarvele”). Non Simona Ventura, che dice che hanno ricevuto tanti messaggi di protesta per un insulto che Davide Silvestri ha indirizzato alla de Blanck, e con una certa foga gli fa chiedere scusa, e lui è così contrito, e noi davanti alla tele ci scervelliamo, perché sull'insulto ci son sempre stati i bip e non riusciamo a decifrare che insulto possa mai essere per provocare tale indignazione; finché Pinketts fa la sua brava battuta e dice che Silvestri “mongola” lo intendeva nel senso di “abitante della Mongolia”, e finalmente non c'è il bip. Non Ringo, che da Bruno Vespa s'offende perché gli ospiti televisivi Paolo Crepet e Stefano Zecchi cianciano di “degrado” rispetto alla scelta di undici poveri cristi che nessuno ospitava più in televisione di andare a dimagrire ad abbronzarsi e a scannarsi in televisione dimodoché la televisione stessa li riscoprisse e riprendesse a invitarli. Non tutti s'intendono di didattica – almeno non quanto la coppia di spettatori che ha trovato il modo di sfruttare le grande bouffe del venerdì sera, quando fanno fare agli isolani qualche giochino e poi li premiano con del cibo “ma avete solo un minuto per mangiare”, e quelli si ficcano in bocca mezzo chilo di frittata e lo inghiottono senza masticare: la coppia fa stare sveglio il figlio piccolo e gli indica i deportati dentro al televisore come un bau bau. “Lo vedi come finisci se non impari a stare a tavola?”.
***
Nessuno mi toglie dalla testa che quelli della produzione lo sapessero, che Ringo non avrebbe retto, e l'abbiano mandato lì apposta. Sapendo che poi al corpo estraneo di un sostituto il gruppo avrebbe reagito, anche se magari non immaginando a che livelli. Fatto sta che tutte le dinamiche di cinquanta giorni di programma hanno avuto come perno Walter, l'uomo che osò sostituire Ringo. (Quelli della produzione naturalmente negano: “L'abbiamo lanciato
dall'elicottero, gli abbiamo fatto saltare i punti, siamo dei veri bastardi”). Walter, da parte sua, è stato assai dignitoso. Brillante no, con quel suo ripetere “cosa ci posso fare se avete avuto cinque giorni di pioggia prima che arrivassi”, con quel suo scalciare e grugnire. Brillante no, però dignitoso. Mai una volta che si sia lasciato scappare “Che colpa ne ho, se non ero abbastanza famoso neppure per stare in questo covo di sfigati dimenticati dai media, che colpa ne ho se neppure in un casting di questo genere riesco a giocare da titolare”. Dignitoso. Non per nulla è l'unico che sia in it for the money.
***
A un certo punto ho pensato che il minimo – esteticamente parlando – lo si raggiungesse con quello spagnolo da Righeira, la grotta chiamata “cueva”, le zanzare chiamate “mosquitos”, la Ventura che non sa l'italiano figuriamoci lo spagnolo e quindi se ne usciva con robe tipo “Hasta la vista siempre”, il povero pelato deportato a Santo Domingo che qualunque cosa quelli dovessero fare augurava “Suerte”. A un certo punto ho sviluppato un'intolleranza nei
confronti di qualunque cosa suonasse ispanica. Se qualcuno mi avesse offerto una piña colada avrei dato in escandescenze. Poi sono passate le settimane: le fissazioni linguistiche si sono aggravate e (coincidenza) si sono trasferite in zona lingua italiana. Il tricologicamente svantaggiato ha iniziato a dire a ogni registrazione: “E' tutto vero, sull'Isola dei famosi” (era prima di Panorama, prima che i poveri deportati venissero costretti – contratto alla mano – a procurarsi ferite lacero-contuse per contestare il resoconto del settimanale – ma di questo, miei piccoli lettori, vi parlerò fra un po'). La Ventura – implacabilmente ossessiva come sa esserlo solo lei (la ragione per cui vorresti spararle ma allo stesso tempo la sua grandezza) – ha aperto ogni puntata dicendo che quello era “il primo reality show targato Rai2” (un plus? un minus? una minaccia?); ha invitato pressoché ogni ospite a commentare “da par tuo”; ha detto di ogni stronzata che non fosse completamente fuori luogo che ci stava “come un limone fra le cozze”. Entrambi hanno buttato lì che il programma, la puntata, i concorrenti toccavano “tutto l'arco costituzionale delle emozioni”. Mentre il paese assisteva perplesso, Vespa ha messo su una puntata di Porta a porta sull'Isola, ha telefonato a Paolo Bonolis, e quello ha decretato che l'Isola era stata “un crescendo rossiniano di emozioni”. E allora è stato chiaro che è la maledizione dell'Isola: il delirio linguistico colpisce anche i migliori.
***
La sera in cui l'Italia libera e democratica ha mandato a casa Pappalardo, quello ha provato a salvarsi in extremis, col ricatto morale dei “bambini poveri”: non siamo noi qui quelli che devono lamentarsi ma – appunto – i bambini poveri, probabilmente gli stessi per cui da piccoli non lasciavamo cibo nel piatto. La sera in cui facemmo la rivoluzione, io c'ero, e ho votato per cacciare Pappalardo nonostante sapessi che l'sms costava un euro. La produzione mi ha gentilmente mandato un sms di conferma: “Voto ricevuto. Adriano Pappalardo ama la natura e gli animali, è molto affezionato al suo dobermann di nome Axl. Vota ancora per ricevere altre curiosità”. Al ricatto morale del bieco Pappalardo, si aggiungeva quello dei biechissimi autori del programma: stai cacciando uno che ama gli animali. Se non detestassi chi ama gli animali almeno quanto chi ama i bambini (poveri), forse mi sarei lasciata commuovere. Se all'Italia libera e democratica fregasse qualcosa dei dobermann forse Pappalardo sarebbe arrivato alla fine. O se solo – subito prima – non ci fosse stata la domanda di Simona Ventura (“Quanto prendi per una serata in discoteca?”) e la risposta di Walter Nudo: “L'ultima volta 1000 euro”. Un ventesimo di Luisa Corna. L'Italia libera e democratica è una livella, e come tale – non potendo abbassare le quotazioni della Corna – ha deciso di alzare quelle di Nudo.
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Un sublime niente. Quello che i facitori dell'Isola non perdonano, a Panorama, è lo spavento che il giornale ha causato. I giorni di panico. Scriveranno che i concorrenti non vengono congelati, nei sette giorni fra il decreto di espulsione e la ricomparsa in studio? Scriveranno che tornano dai loro bambini, diamine, è tivvù, mica sequestro di persona, e che il ricongiungimento in studio è solo una sceneggiata? Scriveranno che Pappalardo lo sapeva, che sarebbe arrivata la moglie, che gliel'avevamo detto per paura che in diretta desse troppo in escandescenze, poi lui si è sbagliato e si è strappato l'auricolare e ha esultato un minuto prima che lei comparisse e non ha avuto la prontezza di inventarsi una scusa tipo “Simona tu non ci crederai ma mi era sembrato di sentire l'odore di Lisa” e c'è stato un attimo di gelo ma tanto non importa? Un niente più sublime che mai. Il ragazzino vorrebbe farsi una canna, la ragazzina flirta con un operatore. Ordinaria prevedibilità. Quattro foto con teleobiettivo, e alcune pagine di testo per descriverle. Era difficile farlo meglio, quell'articolo. Era difficile cogliere il punto. Che se vuoi parlare di un programma che ha tenuto la classe dirigente di questo paese incantata davanti al televisore per trecentosessanta secondi mentre i sei deportati rimasti facevano la loro prima doccia d'acqua dolce, ma con acqua sufficiente a bagnarsi solo per un minuto a testa, se vuoi scrivere di quel niente sublime, allora devi entrare nel gioco. Devi essere sublime come può esserlo solo il niente.
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La doccia vincit omnia, ma ci sono stati altri momenti di storia della televisione, in queste settimane. “A Natale tutti insieme, eh”. “O tutti e quattro o niente”. Il rapper di Quarto Oggiaro. La Chiappini con la zanzariera in testa che chiede al fidanzato rimasto a Milano “Ma mi ami ancora” (e sei giorni dopo torna in Italia e lo molla). E, soprattutto, il tozzo di pane di Pappalardo. Il tozzo di pane è il primo assaggio della sconfitta elettorale di Pappalardo. Gli avevano strappato questo benedetto tozzo di pane, d'accordo: era sempre uno di quei giochini “un minuto per abbuffarsi”, il minuto era scaduto e gli hanno tolto pane e prosciutto di mano. Al terzo giorno in cui Pappalardo la menava con 'sta storia, non c'era donna in Italia che non lo detestasse. Non c'era donna cui l'ossessivo rimuginare (rigorosamente a voce alta) di Pappalardo su questo inaccettabile sopruso non ricordasse l'ossessivo rimuginare del proprio marito allorché gli fu negata la promozione o invalidato un gol al torneo aziendale di calcetto. Non c'era donna che non compatisse Lisa, la povera donna costretta per dovere coniugale a solidarizzare sorridente con Pappalardo. Il tozzo di pane di Pappalardo è stato il tema – per una settimana almeno – di tutte le registrazioni dell'Isola e di tutte le conversazioni fra spettatori. Una settimana dopo Michele Serra, nel programma di Fabio Fazio, ha tenuto la sua rubrica “Segni della fine del mondo”. Fazio gli ha detto che il messaggio di uno spettatore suggeriva che uno dei segni della fine del mondo fosse il fatto che da una settimana si parlasse solo del tozzo di pane di Pappalardo. Serra ha sorriso, si è detto disposto ad accogliere il suggerimento, ma era chiaro che non sapeva di cosa si stesse parlando. La mente più lucida della sinistra italiana impreparata sul tozzo di pane è il primo assaggio delle sconfitte elettorali che ci toccheranno.
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“A Natale tutti insieme, eh” e “O tutti e quattro o niente” possono sembrare slogan meno efficaci di “un milione di posti di lavoro”, ma vanno inseriti nel contesto. La forza di Walter Nudo è il sensodicolpismo di tutti noi. Noi che quando parlava al telefono con Elvis e Martin piangevamo. Per i bambini abbandonati che siamo stati. Per i figli con cui non passiamo abbastanza tempo. Perché abbiamo visto film lacrimevoli tutta la vita e sappiamo che quando entra in scena il bambino bisogna piangere. “A Natale tutti insieme, eh” è Debra Winger che, sul letto di morte, dice al figlio che un giorno si ricorderà di quando lei lo lasciava giocare invece di costringerlo a finire i compiti, capirà che le voleva bene e rimpiangerà di non averglielo mai detto, siamo noi che piangiamo davanti a “Voglia di tenerezza” – un po' per il povero bambino che non si meritava di avere una madre così stronza da fargli i ricatti emotivi in punto di morte, un po' per Debra Winger che sta pur sempre morendo, un po' per noi stessi, perché chi non ha il sospetto di non aver detto abbastanza il proprio affetto a qualcuno finché si era in tempo per farlo? L'ascesa di Walter Nudo è avvenuta per esclusione: non perché lui fosse niente di che, ma perché gli altri erano troppo stronzi. Non meraviglia che – con la casuale eccezione di Maria Teresa Ruta – nessuno di loro negli ultimi anni avesse messo insieme un contratto retribuito: per essere gente che di mestiere comunica sono veramente delle pippe di comunicatori. Come
hanno fatto a non capire che il paese avrebbe solidarizzato con il povero Nudo, uno senz'arte né parte quanto gli altri ma incomprensibilmente trattato come diverso dal gruppo? Come hanno fatto a fare così di tutto perché noi simpatizzassimo con Nudo e poi a meravigliarsi dell'effetto da loro stessi causato? E alla fine, come hanno potuto continuare a non capire, a non vedere che mandando via quello yacht, dicendo che “o tutti e quattro o niente”, che lui da solo non avrebbe passato una notte da pascià lasciando i suoi sodali digiuni sotto la pioggia, come hanno potuto apprezzare, ringraziarlo, lodarlo, rivalutarlo, come hanno fatto a non capire che in quel momento Nudo stava rinunciando a un niente (una notte al coperto in compagnia di Giada de Blanck – quale allegria) e in cambio di quel niente si stava assicurando la vittoria? Come hanno fatto a non rendersi conto che Nudo stava facendo di se stesso un essere superiore che si preoccupa del benessere di coloro che l'hanno fin lì squallidamente vessato? Come hanno
fatto a non capire che il Nudismo sarebbe di lì in poi stato una lista elettorale che non aveva bisogno di alleanze per vincere?
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In un angolo chissà quanto remoto del cervello, lo sanno anche loro, che “L'isola dei famosi” era il titolo sbagliato. “I'm a celebrity, get me out of here” (titolo dell'edizione inglese) era più ironico. “L'isola di quelli che furono famosi per un quarto d'ora troppi quarti d'ora fa” sarebbe stato troppo lungo, certo, ma avrebbe reso di più l'idea. Lo sanno anche loro, se ne rendono conto guardando gli altri, se non guardando loro stessi. Appena ha avuto Susanna Afildicapezzolo in studio, Simona Ventura le ha rinfacciato di aver detto a uno degli autori: “Voglio fare della fiction: se ce la fa Davide Silvestri, non vedo perché non dovrei farcela io”. Susanna Torretta ha ragione. Sa di essere una celebrità di quarta classe in questo momento dotata di una visibilità di prima classe, e quindi di avere quel demi-monde in mano. Lo sanno anche loro, ma chissà se se ne fanno una ragione. Chissà come si è sentita Carmen Russo l'altra sera da Vespa, quando la scheda che la presentava ha scandito: “Da Drive in all'Isola dei famosi” – e sono davvero pochi gli spettatori che non sanno che fra i due programmi sono passati un paio di decenni, e chissà Russo nell'intervallo come ha pagato il mutuo. La produzione dice che per la seconda edizione le candidature abbondano. Io non sono così convinta. E' vero che chi per campare inaugura profumerie sa che il proprio cachet, con un bagno di visibilità del genere, come minimo si decuplicherà. E' vero che i demicelèbre che hanno assistito alla prima edizione conoscono i numeri del successo, quelli che i partecipanti non si sarebbero mai aspettati, e sanno di andare sì a sputtanarsi, ma di fronte a parecchi milioni di persone. E' vero che, se fai quel mestiere lì (il mestiere di chi inaugura profumerie, di chi vuol essere riconosciuto dal lattaio), per un programma di successo faresti qualunque cosa. Ma è anche vero che, oltre alla quantità di pubblico, ora conoscono anche la gravità dello sputtanamento. Sanno come ci si riduce, cosa ci si sente dire al rientro, quanto si viene presi per il culo. Probabilmente la produzione dice il vero: vorranno andarci lo stesso – anzi, di più. A Scherzi a parte continuano ad andarci da anni, no?
***
Modesta proposta di casting per la seconda edizione.
Rosanna Lambertucci.
Simona Izzo.
Francesca Senette.
Alessia Merz.
Marta Flavi.
Paolo Crepet.
Arturo Diaconale.
Pietro Maso.
Otelma.
Stefano Bettarini.
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Chi glielo doveva dire, a Carmen Russo, che a vent'anni dalla sua maggior gloria televisiva avrebbe avuto un'altra occasione. Chi glielo doveva dire, che sarebbe finita addirittura a Porta a porta. Se va avanti così, finisce che sale un gradino nella gerarchia dei famosi per la loro fama e la prossima volta Vespa le fa fare addirittura una domanda a un sottosegretario. Chi ce lo doveva dire, a noi, che dovevamo sentirci inferiori. Perché alla fine questo ha certificato, l'Isola dei famosi: la nostra inferiorità. Il minor numero di nozioni in nostro possesso. La nostra impreparazione in materia di pop culture, settore ampio ma nel quale ci si sentiva fin qui ferratissime. Poi è arrivato Walter Nudo, sull'Isola dei famosi. E noi, che pure sapevamo che era lui, lo guardavamo nuotare e gongolavamo all'idea che nessuno l'avrebbe riconosciuto, e ci sforzavamo di ricordare una voce, una qualunque, del suo curriculum. E loro l'hanno guardato, nell'acqua, col giubbotto salvagente e i capelli bagnati sugli occhi, e hanno detto: “E' Walter Nudo”, e non è stato perché li avevano avvisati, no, è stato perché nel loro ecosistema Nudo non è un corpo estraneo (anche se di lì in poi hanno scelto di comportarsi come se lo fosse). E' per questo che di lì a poco, durante un litigio fra Carmen Russo e Adriano Pappalardo, Nudo ha dato in escandescenze urlando che quel litigio era indegno di loro: “Due professionisti! Per me due miti!” – e a nessuno dei deportati è parso dicesse un'enormità. Siamo state noi, sciagurate, che ne abbiamo riso. Ah ah. Pensa un po'. Uno che ha per miti questi qui. E non sapevamo che, di lì a poco, avremmo scoperto di essere tali e quali a lui.

il posto delle fragole
  
"Svezia, la solidarietà più di tutto"
Massimo Forti su
Il Messaggero 15 novembre

"La solidarietà è l'obiettivo fondamentale per tutti noi che viviamo in un mondo nel quale non è più possibile tollerare esclusioni. E' un fatto molto importante e significativo che gli svedesi, soprattutto i giovani, la mettano al primo posto nella scala dei loro valori sociali. L'indifferenza è un veleno che può rovinare tutto. Ho viaggiato molto nei Paesi del Terzo Mondo e ho provato vergogna per l'ignoranza delle sofferenze di centinaia di milioni di esseri umani che esiste nel nostro mondo opulento. Io stessa mi sono sentita colpevole. Ecco perché sono convinta che oggi, se vogliamo davvero avere un futuro, dobbiamo aprire gli occhi di fronte al dolore dei popoli poveri. Una società veramente libera, una società che ha la fortuna di essere ricca, non deve essere egoista".
Liv Ullmann - che da anni, in veste di “ambasciatrice di buona volontà” dell'Unicef, ha fatto della solidarietà una bandiera - è profondamente legata alla Svezia come artista e come donna. Interprete impareggiabile di ben undici film di Ingmar Bergman, compagna di vita del maestro per cinque anni, la famosa attrice e regista norvegese è senza dubbio un'icona del cinema svedese e, da diversi punti di vista, anche della cultura svedese. "La consideriamo una dei nostri: l'abbiamo adottata ", dice con ammirazione l'ambasciatore svedese Staffan Wrigstad, che l'ha invitata a Scopriamo la Svezia! , il più ampio ciclo di eventi mai presentato in Italia sul grande Paese scandinavo, e ha dovuto rassegnarsi all'impossibilità della Ullmann di venire a Roma per inderogabili impegni di lavoro.
Articolata in varie sezioni, la manifestazione abbraccia i capolavori del cinema di Bergman (tra Roma e Torino), i protagonisti più rappresentativi dell'arte contemporanea ( Konst!, in sette gallerie romane) , la grande mostra su Cristina di Svezia (Fondazione Memmo, Palazzo Ruspoli, fino al 14 gennaio) e quella Svezia oggi - Luce e linee (Scuderie di Palazzo Ruspoli, fino al 15 gennaio) che presenta un panorama sulle idee e sui valori fondamentali del Paese (dalla solidarietà all'uguaglianza, dalla funzionalità all'innovazione, dal rispetto per la natura all'influenza delle stagioni sulla vita quotidiana) attraverso il design, la moda e la creatività artistica.
Parliamo dell'Europa. Impossibile non farlo, dopo l'esito delle votazioni di settembre che hanno sancito la chiusura della Svezia all'euro e rinviato un'eventuale adesione al 2006. "L'Europa unita", dice al telefono Liv Ullmann, "è un traguardo di eccezionale importanza. Una grande svolta, come poche volte è accaduto nella storia dell'umanità. Spero che se ne rendano conto soprattutto i giovani, che oggi hanno la fortuna di crescere in un contesto politico e sociale molto diverso da quello delle precedenti generazioni, sconvolte da guerre devastanti. Ma l'Europa non è certo un fatto puramente economico. Ecco perché i governi europei debbono puntare di più sulla cultura e sullo straordinario patrimonio artistico-culturale di ogni singolo Paese, facendolo diventare un patrimonio davvero comune, condiviso da tutti. E' una sfida che bisogna assolutamente vincere. Soltanto allora si potrà parlare di unione". E aggiunge: "Per quel che potrò fare, mi impegnerò in questa direzione come presidente della Federazione europea degli autori cinematografici, una carica prestigiosa alla quale sono stata eletta qualche giorno fa. E' questo il lavoro che ci attende e che bisogna portare a compimento per non perdere il nostro appuntamento con la storia".
Un altro dei valori più importanti per gli svedesi, sottolineato dalla rassegna, è il rispetto per la natura. Una natura che esercita un'influenza decisiva sulla vita delle persone, grazie anche al singolare alternarsi delle stagioni, con la quasi assoluta oscurità degli inverni, le magiche suggestioni dell'aurora boreale e la delicata luce delle estati che hanno ispirato generazioni di artisti. Femminista di lungo corso, paladina dei diritti dell'uomo nell'intero pianeta, Liv Ullmann ha sempre considerato la difesa della natura uno degli obiettivi prioritari non solo per garantire la qualità della vita ma anche per assicurarne la sopravvivenza. "E' un impegno che deve essere sentito oggi in qualunque angolo della Terra", dice. "Guai a far finta che i problemi irrisolti possano con il tempo appianarsi. Negli ultimi venti-trent'anni, abbiamo visto che le cose sono peggiorate. Ma possiamo, se non cadiamo in altri errori, recuperare. A condizione, anche in questo caso, che i ricchi non pensino di poter godere all'infinito di privilegi intollerabili. Insomma, il nemico da battere è sempre l'egoismo. Perché, alla resa dei conti, l'avidità non paga".

il posto delle fragole (foto di scena)
  
Bergman tra mito ed eterna rinascita
Fabio Ferzetti su
Il Messaggero 15 novembre

Da più di vent'anni Ingmar Bergman dichiara di aver chiuso col cinema, e da altrettanti puntualmente si smentisce. In tutto questo tempo difatti il maestro oggi ottantacinquenne non ha mai smesso di lavorare. E se è tornato di rado sul set, cinema, teatro e tv hanno continuato a rappresentare i tre volti di un'unica inguaribile ossessione.
Dopo Fanny e Alexander difatti il solitario autoesiliatosi sull'isola di Fårö ha scritto libri talvolta magnifici come l'autobiografia Lanterna magica ; ha svelato e crudelmente sceneggiato storie di famiglia per film realizzati da altri ( Con le migliori intenzioni diretto da Bille August, Conversazioni private e L'infedele dalla sua ex compagna Liv Ullmann); ha firmato regie liriche e teatrali e diversi lavori per la tv. L'ultimo dei quali, l'attesissimo Saraband , girato in digitale con Liv Ullmann ed Erland Josephson e annunciato come il seguito ideale di Scene da un matrimonio , sarà trasmesso dalla tv svedese il primo dicembre.
Tanta alacrità potrebbe far pensare a un vegliardo aggrappato al suo lavoro. Nulla di meno vero. Chi ha attraversato anche solo in parte i suoi 45 film sa che Bergman non ha fatto che morire e rinascere e che la sua opera, così visceralmente personale, ha conosciuto altrettante incarnazioni, tutte intimamente necessarie. Come si potrà verificare ora grazie alla rassegna organizzata dal Centro Sperimentale e dal Museo Nazionale del Cinema (28 titoli, fra cui diverse rarità del primo periodo), in corso fino a fine mese alla Sala Trevi per poi spostarsi a Torino con la mostra sugli anni giovanili che la accompagna.
Non tragga in inganno l'ultima fase, apparentemente pacificata, in cui il grande illusionista, domati i suoi demoni, sembra ormai riconciliato con se stesso e con la propria storia. Per arrivare a Fanny e Alexander ci sono voluti l'angoscia di Persona e le asprezze di Sussurri e grida , gli enigmi del Volto e la solitudine disperata di Luci d'inverno , titoli che lo stesso Bergman giudica tra i suoi migliori.
Ma prima ancora c'erano stati la gioia dei sensi, il sentimento panico, l'erotismo schietto e brutale di film come Un'estate d'amore o Monica e il desiderio . Se Ingmar descriverà così bene l'Inferno, insomma, è perché ha conosciuto il Paradiso; e se il suo cinema così aspro, difficile, spesso sperimentale (la pellicola che brucia in Persona , i titoli di testa che ripartono a metà film ne L'ora del lupo ), conquisterà un'attenzione e un rispetto universali, è perché affrontando il lato in ombra di dimensioni note a chiunque di noi, l'amore, il desiderio, la paura, la coppia, la famiglia, la memoria, finirà per disegnare una cognizione del dolore fra le più nitide e dettagliate del Novecento.
Arrivare a tanto non è stato facile. L'uomo, cinque mogli e sei figli più una dall'unica donna che non ha sposato, Liv Ullmann, ha avuto le sue durezze. Biografi e cronisti hanno registrato per anni le sue colpe, la sorella aspirante scrittrice trascurata e scoraggiata, la quinta moglie spedita a chiedere alla quarta, grande pianista, di suonare Bach per Sussurri e grida , la Ullmann piantata con una lettera di ringraziamento. Lo stesso Bergman non ha mai fatto mistero tutt'altro! dei suoi lati più odiosi e di un mestiere che definisce "sporco, losco e crudele".
Basterebbe il racconto di quanto accadde girando Sinfonia d'autunno , con Ingrid Bergman già malata ma più diva che mai, per capire di cosa sia capace Ingmar sul set.
Ma la vita passa, i film restano, e per ottenere ciò che vuole questo regista che ha fatto del volto umano il cardine della sua opera e che può ancora commuoversi fino alle lacrime quando lavora in teatro con gli attori, è disposto a qualsiasi cosa. Come ha detto a Olivier Assayas e Stig Björkman nell'ultima grande intervista concessa, "Quando si è artisti, quando si creano film, è molto importante non essere logici. Bisogna essere incoerenti. Se si è logici la bellezza ti sfugge, scompare dalle tue opere. Dal punto di vista delle emozioni, bisogna essere illogici, è proibito non esserlo".

persona
  

   23 novembre 2003