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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 21 settembre 2003

Nota introduttiva.
1. Il numero di settembre di Golem l'Indispensabile ha questo titolo: “Maschi, femmine, etc...”. Il titolo viene poi ben chiarito da una breve introduzione: “Signore e signori, anche se il vostro sesso biologico vi sta a pennello vi sarà capitato di chiedervi cosa ne è dell'identità - mobile, mutevole, elastica, androgina -, termine che forse, da solo, nega il principio sacrosanto che vorrebbe ogni individuo un essere unico e irripetibile, non confrontabile né tanto meno identico a nessun altro. Cosa genera i generi? Un po' di natura, un po' di apprendimento, un po' di cultura e di immaginazione miscelate... Le cose sembrano essersi un po' complicate, ma è solo una sensazione: non sono mai state semplici, e ciascuno di questi articoli vi aprirà un orizzonte di letture e approfondimenti ad amplissimo raggio. Mai numero fu più simile alle scatole cinesi, ma rovesciate, con quelle piccole che contengono misteriosamente quelle grandi. Ogni articolo un uovo, che ha in serbo moltissime e vive idee”. Nelle “settimana in rete” ho inserito due di questi articoli: uno riguarda le differenze comunicative fra i sessi nella vita reale ed in rete (Giovanna Cosenza) , e l'altro riguarda lo stato dell'arte su “Sessi e cervello” (Margherita Marcheselli).
2. Un amico si sta leggendo “Il Morgante Maggiore” di Luigi Pulci, cosa che io non ho mai fatto. Ha scoperto che nel Cantare XIV ci sono cinquanta ottave dedicate alla descrizione di animali del cielo, dell'acqua e della terra che sono raffigurati nell'affresco di un palazzo. Me le sono lette, le cinquanta ottave, e le ho trovate vivacissime. Inserisco ne “la settimana in rete” le dodici ottave riguardanti gli animali di terra.
3. L'intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Marco Travaglio è lunga, ma si legge molto volentieri. Merito della lucida forza polemica di Travaglio. Merito anche delle domande cattive e per niente collusive di Sabelli Fioretti, domande che stimolano Travaglio a dare il meglio di sé. Non mi sono proprio sentito di tagliarla. Avercene, di interviste così, invece di certi brodi lunghi che ci propinano ogni giorno.
(p.c.)



L'opposizione, le regole e la parola proibita
Franco Cordero su
la Repubblica 19 settembre

L´organetto canta i soliti refrains, "Intreccio fatale delle due sinistre" ovvero "Due anime, riformista e avventurista" (Corriere della Sera, 2 settembre). Poi le identifica a battute interrogative: B. è solo criticabile a causa del "cattivo governo", come insegna l´oppositore dialogante, già suo partner nella Bicamerale, o significa "anticamera della tirannide", "da combattere con tutti i mezzi?". La "sinistra democratica" risponde lodevolmente nel primo senso: unico punto anomalo l´insoluto conflitto d´interessi (il colmo dell´ipocrisia è supporlo risolubile); quanto al resto, siamo nella norma; e se qualcuno arrischia le tre sillabe "regime", lo degnano appena d´un sorriso, fini quali sono. Purtroppo esiste l´altra, smaniosa d´avventure: vuol "abbattere un tiranno"; e mobilita gli ossessi dell´antiberlusconismo, così giudiziosamente deplorato dagli equanimi à gauche. I veri estremisti sono quelli del girotondo. Meglio Rifondazione comunista, erede d´antiche visioni delle classi. Due sinistre incompatibili. Le divide la questione se "sia lecito negare", a parole e con "gli atti, la legittimità d´un governo regolarmente eletto". Qui la voce meccanica apre una digressione: non sono poi così naïfs da credere al tiranno; ma vi crede, "fermamente", il "bacino d´utenza" dove pescano. Ecco il problema, contare i malati della sindrome antiberlusconiana: i sondatori non bastano; ci vuole il voto. Ergo, la sinistra seria vada alle urne con un partito riformista, schiumato del veleno giacobino; gli ossessi corrano da soli. Niente lista unica.
Questa cantata merita un posto d´onore nel manuale dei falsi argomenti: onesto stupidario, stile Bouvard e Pécuchet, o repertorio d´inganno sofistico. Cominciamo dal clou, se un governo costituito dans les règles sia qualificabile tirannico. Vecchia questione, su cui gl´intenditori non hanno dubbi: un conto è come il tale arrivi al potere; altro i modi nei quali lo esercita; e la pura legalità formale non basta, altrimenti nessun governo sarebbe più legittimo del nazista. Hitler non usurpa niente: s´insedia alla Cancelleria sulle ali della vittoria elettorale, chiamato dal presidente Hindenburg; ottiene i pieni poteri; morto il vegliardo, gli succede cumulando le due funzioni nella figura carismatica Führer; e siccome sopravvivono obsolete competenze autonome, una legge acclamata dal Reichstag gliele subordina (26 aprile 1942). Bartolo da Sassoferrato, luminare trecentesco (quando comuni e repubbliche diventano signorie), dedica un trattato alla tirannia, distinguendo due specie: "ex defectu tituli", l´usurpatore; ed "ex parte exercitii", chi abusa del potere validamente acquisito. Distingue anche due forme, "manifesta" e "velata" dalla maschera costituzionale. Era legittimo il governo d´Hitler? Che domanda. Inutile aspettare risposte dall´organetto: non percepisce né pensa, ripete all´infinito gli stessi suoni; e i paladini d´Arcore rispondono furiosi nemmeno avessimo attribuito al signor B. le nefandezze del caporale austriaco. Stiano quieti, erano teoremi. Non è ancora proibito usare il cervello, chi l´abbia.
Veniamo al merito. "Abbattere il tiranno" è formula da cappa e spada: nel campo antiberlusconiano nessuno macchina secessioni, scioperi fiscali, jacqueries, né arruola bande armate o fonda reti underground; la massima violenza è stata chiamarlo "buffone" perché dava spettacolo nell´aula milanese (epiteto fuori cerimoniale ma fatti, lessico, norme penali l´assolvono). I dissidenti girotondini praticano rituali civilmente beffardi: non avendo televisioni o giornali, manifestano come possono; né sarebbe atto sacrilego o eversivo fischiarlo a teatro. Se esistono eversori, e uno calca la scena con allarmante propensione al guignol, cerchiamoli altrove. Qualche esempio: equipara "Uno bianca" (poliziotti assassini) e procure indaganti su delitti piuttosto probabili, visto che piovono condanne o proscioglimenti ignominiosi (sono passati tanti anni; i fatti esistono, forse però li ignorava; o non costituiscono più reato, essendosi lui tolta dai piedi la norma); proclama "perseguitato politico" l´emissario che un tribunale condanna a 11 anni; nel nome del popolo sovrano iugula le Sezioni unite, colpevoli d´avergli impedito la fuga da Milano. Che storia triste: accumula soldi incretinendo il pubblico delle sue lanterne magiche, sotto le ali d´un consociativismo corrotto del quale raccoglie l´eredità, attraverso una mutazione genetica perché i precursori avevano idee politiche, mentre lui resta uno scorridore d´affari; recluta schiume, agita clave (scandalo Telekom), spaccia finti valori (ordine, moralità, rispetto dei meriti); contraffà i segni della cultura (quel ridicolo culto d´Erasmo); governa avendo tante mani private intese al profitto; dissemina una barbarie politica nuova negli annali costituzionali. È perversione giacobina dirlo? No, matter of fact.
I persuasori neutrali ostentano compatimento e irrisione: "Ah sì, stiamo rivivendo gli anni 1925 e 26; partito unico, dissenso-delitto, tribunale speciale; dove li vedete?". Ironie gaglioffe: la storia non è un melodramma i cui attori concedano bis; le dittature macabre non tornano più; riconfigurati up to date, Mussolini o Hitler sarebbero alquanto diversi, restando identici nel profondo. Gli eventi d´allora sono irripetibili, non foss´altro perché stiamo nell´Ue. Esistono instrumenta regni più sicuri, duttili, meno sporchi. Rispetto all´Italia 2003, caso senza precedenti nelle patologie politiche, "conflitto d´interessi" significa regime personale. Tale va definita ogni società che abbia un padrone. In larga misura B. lo è e non gli basta. Guardate come adopera governo, parlamento, risorse pubbliche (cominciando dalla Rai), l´impero privato editorial-televisivo, un patrimonio i cui tentacoli solo Iddio sa dove arrivino, tra paradisi fiscali, sedi off-shore, scatole cinesi, vertiginosi caleidoscopi societari. Dopo Achille Starace, cane da guardia del Pnf, s´era mai visto un partito simile ai forzaitalioti? Quanto poco c´entrino le idee, lo dicono mimiche, stereotipi verbali, una disciplina dove manca persino quel tanto d´Io indipendente che il contratto riservava all´assoldato nelle compagnie di ventura: stanno sull´attenti; ripetono senza impallidire qualunque bestialità comandata dal Sire; tra loro s´azzannano, naturalmente. Inviti a corte, lever du Roi, coucher du Roi, passatempi in sala, salotti, giardino: a Versailles forse c´era più spirito, né Re Sole s´esibiva da comico o canterino; a Villa Certosa il tempo passa tra conferenze strategiche con i Big, visite d´ossequio, pantomime, melodie napoletane, nel quale pot-pourri l´Unico parla, mima, ride, canta, ringhia, benedice, scaglia fulmini, signore della scena.
Hanno un senso molto pratico i refrains dai quali siamo partiti. Definiamolo così: lo strapotente B. vince comodo su un´opposizione che, ignara delle poste o simulando d´esserlo, lo tratti da interlocutore perfetto, e magari gli aumenti i poteri, servizievole nel gioco delle riforme. Perciò l´organetto aborre gli "avventuristi" ossia chiunque abbia una testa e sentimenti morali.

cabinet of curiosities
  

Vini e champagne
La politica della deriva etilica
Filippo Ceccarelli su
La Stampa 20 settembre

Continua a salire, indubbiamente, il tasso alcolico nella vita politica italiana. Dopo le giustificazioni addotte a proposito dei giudizi sulla dittatura mussoliniana allo Spectator - giudizi motivati, come si ricorderà, dal consumo di una o più bottiglie di champagne o spumante (non s'è capito bene) nel corso del colloquio - ecco, anche ieri il presidente Berlusconi ha ritenuto di fare lo spiritoso su un eccesso di consumo etilico e le sue conseguenze.
arcimboldo: bacco
  
Era infatti prevista una conferenza stampa nella sala stampa di Palazzo Chigi con il premier della Polonia Kwaniewski, ma al momento di cominciare il Cavaliere si è accorto che dietro al tavolo mancava l'interprete. Quale migliore occasione per riscaldare l'atmosfera con una battuta a sfondo alcolico. E infatti: "I vini italiani sono molto buoni - ha esordito il Cavaliere con il consueto sorrisone - e anche l'interprete ne ha approfittato". Poco dopo, "trafelata ma sobria", come ha puntualizzato l'Ansa, è comparsa l'interprete, cui è toccato il compito di tradurre la battuta al presidente polacco, che ha sorriso e, se non altro per cortesia diplomatica, a quel punto ha ringraziato per la qualità del cibo e appunto dei vini.
Kwaniewski era presumibilmente ignaro della storia dello champagne. Ieri, comunque, i due giornalisti britannici hanno contribuito a tenerla in vita negando recisamente che le bollicine abbiano condizionato i contenuti della conversazione a "La Certosa". "Niente champagne, purtroppo, solo tè ghiacciato", secondo Boris Johnson. E l'anarco-conservatore Farrel ha aggiunto: "Litri e litri di tè al limone". Ragion per cui l'onorevole Giachetti, della Margherita, ha posto la questione: "Ma cosa hanno bevuto veramente?". Mentre l'ex ministro e sindaco socialista di Milano, Aniasi, è andato al sodo giudicando "ridicolo" che "un capo di governo giustifichi le sue esternazioni dicendo che in quel momento era ubriaco".
Ed eccoci al punto. Il risuonare della parola "ubriaco" merita infatti un minimo di approfondimento. O almeno: lo richiede la deriva sempre più privatamente personalizzata, a tratti anche orgogliosamente intimistica che va prendendo il discorso politico, anche in termini di vizi, peccatucci, debolezze, stati euforici, uscite dal sé.
La novità sembra stare nella rivendicazione da parte del Cavaliere, sia pure per dare un senso a frasi e discorsi che gli avevano creato problemi. Da sempre infatti i politici si danno l'un l'altro dell'ubriaco. Lo fecero Craxi e De Mita, ai loro tempi, e più di recente (estate 1994) lo stesso Berlusconi disse in una chiacchierata informale in un ristorante a Portofino che il suo alleato Bossi parlava "come un ubriaco al bar". Pochi giorni prima, del resto, La Russa aveva chiamato il senatùr "l'ubriaco di Ponte di Legno". Ma questo non significava che Bossi alzava troppo il gomito.
Un po' come le questioni del sesso, anche l'alcol è stato a lungo un tabù. Oppure una allegra e al limite affettuosa caratteristica che si metteva in conto a qualche potente, senza i drammi e le strumentalizzazioni che avrebbe potuto comportare. Per anni, ad esempio, sulle leggendarie, supposte e mai acclarate bevute del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat fiorirono motti di spirito, barzellette, soprannomi, giochi di parole, vignette. "Abbia la bontà, il senatore Saragat - scriveva Fortebraccio - di posare un momento il bicchiere e di ascoltarmi con benevolenza".
Bisognerà attendere gli anni della "rivoluzione" perché il tema si facesse davvero contundente; e se proprio occorre trovare un inizio torna alla mente una battuta del giudice Borrelli, l'anno è il 1994, a proposito dell'allora ministro della Giustizia Biondi che "in un'ora pericolosamente tarda del pomeriggio - così disse il Procuratore Capo di Milano - sl è concesso una battuta di troppo". Vero che Biondi, anni prima, se l'era presa con alcuni giornalisti definendoli "ciuccia-birra". Ma l'auto-denuncia di Berlusconi, vera o presunta che sia, indica una piroetta sul terreno del costume. Tanto più significativa in quanto effettuata là dove un tempo c'erano, ben saldi, i confini tra pubblico e privato, e ora c'è qualcosa che non s'è capito bene, forse remote solitudini, o vicinanze fasulle.


Giù le mani da Berlinguer
Giorgio Bocca su
L'espresso

Due cose non cessano di stupirmi dell´ex comunismo nostrano, dei suoi dirigenti almeno: il ripudio della loro storia, la vergogna per colpe che non furono del loro partito, ma dello stalinismo di cui erano stati le prime vittime. Il direttore dell´Istituto Gramsci, che dovrebbe far parte della memoria storica e culturale del partito comunista, ha raccattato negli archivi sovietici documenti e li ha usati fuori del loro contesto storico per diffamare Palmiro Togliatti. Il giornalismo anticomunista pubblica e ripubblica memorie di segretari o reggicoda di Togliatti per descrivere lui e il suo partito come dei sicari di Stalin, come se non fosse stato il partito della ricostruzione, delle lotte operaie e contadine, della lotta al terrorismo.
Di fronte a questa infamia revisionista un vecchio liberalsocialista e anticomunista come il sottoscritto non può che riflettere melanconicamente sulla ´pianta storta della umanità´.
Il secondo motivo di stupefazione e di amarezza è il recupero di Bettino Craxi come modello di ciò che si sarebbe voluti essere e non si è stati, riformisti moderni, capaci di cogliere in tempo i mutamenti della società, la scomparsa dei vecchi idoli operaisti, e quasi un sentimento di solidarietà contro il complotto dei giudici giustizialisti, quasi un rimorso di non aver sostenuto il leader socialista quando in Parlamento faceva la sua chiamata di correo, del tutti colpevoli nessun colpevole.
E come non bastasse la presa di distanza dal ´moralista´ Enrico Berlinguer fino alle sbalorditive dichiarazioni di Piero Fassino sul compagno sempre comunista Giuliano Ferrara.
Il revisionismo che corregge gli errori delle ´storie sacre´, delle storie di partito, di regime, di parrocchia fa parte della storia, integra la storia, ma quello che la inventa, la deforma, la ridicolizza è una caricatura della storia, un suo uso indecente.
Accettare la versione craxiana di un complotto dei magistrati comunisti per abbattere il campione del nuovo socialismo è una variazione, questa sì, di stampo stalinista. Il campione del nuovo socialismo, oggi rimpianto a destra come a sinistra, probabilmente nella speranza di recuperare quell´11 per cento di voti squagliatisi come neve al sole, è stato, nella storia e non nelle manovre opportunistiche, il distruttore del partito socialista.
Forse il moralismo di Enrico Berlinguer era tardivo e velleitario, ma il pragmatismo affaristico di Craxi era una vergogna che noi liberalsocialisti, noi azionisti abbiamo vissuto con stupore e pena, sin dal giorno della unificazione e della pubblica presentazione del nuovo partito craxiano ´dei nani e delle ballerine´.
I Borrelli, i Di Pietro dovevano, per così dire, ancora nascere e il partito di Craxi delle tangenti e degli assessori era già in piena metastasi, raccoglieva tutti gli avventuristi e opportunisti dei famosi ceti emergenti, li radunava in congressi hollywoodiani, ma nel contempo svuotava le sezioni di partito: nelle 37 sezioni milanesi gli iscritti se ne andavano, i militanti si trasformavano in esattori di tangenti, il partito scompariva dall´hinterland e lasciava ai parroci il compito di far fronte all´immigrazione e alla delinquenza.
Quando si mossero i Borrelli e i Di Pietro, il partito socialista non esisteva più e la sua direzione, come ricorda l´architetto Larini, quello che portava i pacchi di soldi nell´ufficio craxiano di piazza Duomo, si riuniva al ristorante Matarel per parlare solo di affari. Per non dire dei miliardi affidati agli amici di Portofino.
Una preghiera, Fassino e compagnia: scrivete pure i vostri libri, scoprite pure il riformismo, ma il paragone fra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi, questo no.


Tre giorni dagli annali di Enzo Biagi
su
L'espresso

Serio come la miseria
2 settembre, s. Elpidio vescovo
Nell´ultimo film di Bertolucci presentato a Venezia si discute attorno ai meriti di due grandi del cinema: Charlie Chaplin e Buster Keaton. Li ho conosciuti: Chaplin alla lontana e Keaton "quello che non sorrideva mai" (e secondo il ´Time´ "il più fantasioso comico del cinema"), in modo più diretto. Con Charlot e Harold Lloyd li avevano definiti ´la santa trinità del cinema muto´. Lo chiamavano la Grande Faccia di Pietra: i suoi film costavano 200 mila dollari e ne incassavano 2 milioni: il mondo era la sua platea. Alla fine degli anni ´20 cominciò la crisi: perse il controllo del suo lavoro, si rifugiò nel whisky, finì in una clinica per curare la depressione.
Sono stato un testimone di questa decadenza: arrivò a Milano per esordire su un palcoscenico dell´avanspettacolo. Aveva passato i 70. Era estate e andai a vederlo con Giovanni Guareschi e Dino Falconi: anche noi inseguivamo la giovinezza. Vestiva dimessamente e quando non era in scena portava gli occhiali. Aveva l´andatura e il modo di camminare dell´ex acrobata e gli occhi allucinati. Recitava con lui la seconda moglie, Eleonor Norris, una ex ballerina bionda e graziosa, molto più giovane di lui. Un critico disse di Keaton: "È serio come la miseria". Nelle sue storie passava assolutamente impassibile tra nubifragi, scoppi di dinamite, incrociarsi di treni a forte velocità, senza battere ciglio.
La vita era stata con lui generosa e amara; guadagnava più di Lilian Gish, ´stella´ del cinema muto, poi con l´avvento del sonoro conobbe il bisogno, l´indifferenza, l´ospedale. Dovette ricominciare dal nulla: passava le giornate a inventare situazioni buffe per i suoi successori. Figlio d´arte, ritornò nelle arene dei circhi. Fece un po´ di televisione, riapparve negli ´studios´ con Chaplin, in ´Luci della ribalta´ e con Gloria Swanson in ´Viale del tramonto´. "È stato", disse, "un altro pretesto per rimpiangere il passato".
Lo vidi entrare nel suo camerino; accese la luce: "Bello, pulito", commentò. "In Inghilterra ho fatto un giro in teatri squallidi e neri, non si sapeva dove appoggiare il cappello. E non credo di essere pretenzioso: sono venuto al mondo in un palcoscenico di periferia, sono stato giocoliere, ballerino, prestigiatore, gli alti e bassi della vita mi hanno insegnato a non essere difficile". Quanto dolore per diventare un classico.

buster keaton
  
L´urlo di Tazio
3 settembre, s. Gregorio Magno
Tazio Nuvolari, ´il mantovano volante´, è morto cinquant´anni fa. Attorno alla sua figura è fiorita una specie di leggenda. Agli inizi, prima di una competizione, chiese che gli trovassero un meccanico ancora più esile di lui. Gli presentarono un giovanottino sottile; gli andò bene. Volle subito istruirlo: "Quando affronterò una svolta troppo spinta farò un urlo. Tu buttati sotto il cruscotto così, se ci ribaltiamo, sarai protetto".
All´arrivo domandarono all´esordiente come era andata: "Ha cominciato a gridare al via, ha finito al traguardo. Sono rimasto rannicchiato per tutta la gara". Una volta, in allenamento, slittò sul catrame e volò per 30 metri in fondo a una scarpata. Andarono a cercarlo: "Tazio, Tazio".
Spuntò dalla carcassa, si arrampicò tra gli sterpi e i sassi. "State zitti", pregò sottovoce: "C´è un nido di quaglie e i piccoli sono appena nati. Venite a vedere".
Dicono che sperava di non chiudere gli occhi nel suo letto. Si sentiva solo, senza una ragione per vivere. Aveva perduto tragicamente due figli di 18 anni, belli e felici. Raccomandava agli organizzatori: "Non sprecate soldi. Comperatemi solo un biglietto di andata. C´è sempre la possibilità che debba tornare in un baule di legno". Ricordava Enzo Ferrari: "Sognava di arrivare a pari merito con la morte". Non è stato accontentato.
Era anche astuto. A un Gran Premio doveva battersi con l´Alfa Romeo con Caracciola, un italo-tedesco suo compagno di squadra. Il direttore sportivo avverte: "Se esponiamo la bandiera color verde, vuol dire che tocca a Caracciola fare l´andatura e che dovete mantenere le posizioni. D´accordo?". Nuvolari parte scatenato come non mai, guida il plotone, sventolano il drappo convenuto, ma lui continua a tirare, e quando gli rinfacciano quell´eccesso di intraprendenza si giustifica: "Ma io sono daltonico". Sul marmo che copre la sua tomba hanno inciso soltanto una frase: "Camminerai più veloce nelle vie del cielo".

Ma quale gelosia?
5 settembre, s. Vittorino vescovo
C´è il famoso racconto tedesco che parla di un mugnaio che, per una questione di terreni, si trova in disaccordo col suo sovrano, Federico il Grande. Discutono, litigano, e alla fine il suddito, che non è riuscito a portare dalla sua il re, gli dice in tono minaccioso: "Ci saranno pure dei giudici a Berlino". Questo gli dà fiducia.
Mi è tornata in mente leggendo il diverso atteggiamento mentale che ha di questa importante categoria il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che coinvolge nel suo giudizio universale anche altre categorie, giornalisti compresi. Dunque: riassumo i punti salienti della diagnosi. I giudici sono tutti "mentalmente disturbati" e "antropologicamente diversi dalla razza umana". Se questo non è ultrarazzismo è segno che le parole non hanno più significato. I giornalisti sono gelosi di lui. Ma perché? Perché è ricco? Ma se ce ne sono altri in Italia che hanno soldi come lui. Perché era amico di Craxi che piantò una conferenza internazionale a Londra per venire a salvare con un decreto le sue reti? Perché ha una bella seconda moglie (è bolognese) che mi sembra, per discrezione e riservatezza, il meglio della compagnia? Perché è entrato in politica per fare alla svelta gli affari suoi? Ma perché, scusi, Montanelli (che purtroppo non può rispondere) e il sottoscritto dovremmo patire per la sua concorrenza? In che cosa? Legga la sua interpretazione nell´intervista che ha rilasciato a due colleghi inglesi. Domanda: "Perché tutti i commentatori l´attaccano?" Risposta: "Credo sia un elemento di gelosia. Tutti questi giornalisti - Biagi, Montanelli - erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere. Dunque, dato che loro non mi sono praticamente affini, si è sviluppato un sentimento irrazionale dei giornalisti italiani molto famosi".
La accetti come una confessione, parola d´onore: vorrei essere Malaparte, Monelli, Piovene, Emanuelli, vorrei essere bravo e libero come Indro, ma (con tutto il rispetto per le istituzioni) diventare inquilino di Palazzo Chigi, non mi importa niente. Vivo in una casa accogliente nella quale, purtroppo, manca la padrona e una figlia, ma ci sono tanti ricordi, dato che scarseggiano le speranze. Giuro, non ho mai sognato di diventare un Berlusconi perché tra l´altro conosco la storia e ho un vivo senso del comico. Quando lo vedo, lui anticomunista esasperato, abbracciare Putin (ex Kgb) mi diverto: ´Italia gente dalle molte vite´.

giannelli
  

Chi non sa scusarsi è un debole
E il Cav. ha questo vizio
Editoriale su
il Foglio 18 settembre

Aveva deciso lui in persona, il Cav., di bere quello spumante (il Foglio senza saperlo aveva già informato i lettori della gaia ebbrezza di quelle ore con i giornalisti inglesi, esclusi i pazzi e i cani). Ha deciso lui o Lui di straparlare su Mussolini. Ha deciso lui di recarsi presso la comunità ebraica, italiani tra i quali si contano coloro che hanno sofferto più di altri la benevolenza del Duce del fascismo, e di chiarire l'equivoco parlando a un segmento del paese per comunicare qualcosa al resto del paese. Ha deciso lui di chiarirlo, l'equivoco, nel solito modo: imbrogliando le carte, mescolando rammarico e strumentalizzazioni, scuse pelose e richieste d'affetto, comunicati ufficiali “sul filo del paradosso” e una palloccolosa dichiarazione di un suo ministro. Non ha capito che un uomo serio e forte sa scusarsi senza se e senza ma, mentre una persona fragile di gesti simili è strutturalmente incapace. Poteva dire: mi sono espresso male, me ne scuso. Una roba da applauso finalmente sincero, diverso da quello dei talk show e delle assemblee delle giovani marmotte di Forza Italia. Oppure, e sarebbe stato l'epilogo maldestro ma comprensibile di un'estate del nostro scontento, poteva dire: confermo e contro-argomento. Si è invece di nuovo intrappolato nella goffaggine logorroica di chi gira intorno alle questioni, e scappa tra il brusio delle parole. Qualche mestierante del marketing politico moderno, proprio in un periodo in cui a un leader si richiederebbero gesti classici e ben disegnati, deve averlo convinto, magari a colpi di sondaggi, che i veri capi devono presumersi infallibili, che non indietreggiano mai e a qualunque costo fuggono sempre in avanti nel brodo della parlantina per difendere la loro cara immagine. Una visione buffonesca della politica a disposizione di un italiano che ha avuto coraggio da vendere, e ci ha offerto insieme ai suoi molti difetti idee nuove e uno stile nuovo che ha fatto invecchiare la storia della Repubblica. Non c'è spontaneità né verità né allegria nella burocrazia dei comunicati che dicono tutto e il contrario di tutto, e giocano sempre allo scaricabarile. Se uno decide di parlare come mangia, prima di tutto deve imparare a mangiare meglio, e poi deve essere coerente con il proposito: non si può essere chiari e diretti come in uno scompartimento ferroviario quando si elogia Mussolini per grottesco patriottismo, e poi obliqui e diplomatici quando (non) si chiede scusa né si conferma quanto detto sopra.


Stili di comunicazione
Aggressivi e collaborativi: è questione di sessso?
Giovanna Cosenza su
Golem l'Indispensabile

Negli anni Settanta gli studi di sociolinguistica afferenti al femminismo anglosassone condividevano l'idea che donne e uomini manifestassero in generale diversi stili di linguaggio e comportamento nella comunicazione faccia a faccia.
Dai lavori pionieristici di Lakoff (1975) e Fishman (1978) in poi, queste sono le principali differenze fra la comunicazione maschile e femminile che la ricerca su gender and language ha individuato in quegli anni:
(1) gli uomini interrompono le donne più di quanto non facciano le donne con gli uomini;
(2) gli uomini tendono a rifiutare gli argomenti di conversazione proposti dalle donne, mentre le donne di solito accettano quelli degli uomini;
(3) gli uomini impartiscono molti più ordini delle donne e tendono a farlo in modo diretto, con formule imperative, mentre le donne comandano meno e, quando lo fanno, preferiscono farlo con domande e richieste indirette;
(4) le donne usano molto più degli uomini forme attenuative ed eufemistiche, come il modo verbale condizionale, frasi dubitative e interrogative;
(5) gli uomini imprecano, insultano e dicono parolacce più spesso delle donne;
(6) le donne tendono a usare più degli uomini formule di cortesia e scuse, richieste di consenso e conferma;
(7) nel parlato le donne hanno una varietà di intonazioni più ampia degli uomini e usano più degli uomini l'intonazione crescente tipica delle frasi interrogative;
(8) le donne prestano molta più attenzione degli uomini agli aspetti relazionali e personali della comunicazione e parlano più spesso dei loro sentimenti e affetti e di quelli altrui;
(9) gli uomini usano la comunicazione più per stabilire e confermare il loro controllo della situazione che per collaborare, mentre le donne sono più interessate alla cooperazione e al sostegno reciproco.
Le principali differenze fra la comunicazione maschile e femminile sono state spesso ricondotte a categorie dualistiche. Ad esempio, Lakoff (1975) diceva che le donne parlano il linguaggio della debolezza (weakness) mentre gli uomini quello della forza (power), Fishman (1978) si esprimeva nei termini dell'opposizione fra linguaggio della facilitazione, che sarebbe proprio delle donne, e linguaggio del controllo, tipicamente maschile (facilitating vs controlling language).
Come ha osservato Violi (1986), nel corso degli anni Ottanta queste opposizioni sono state più volte e da più parti criticate. Si è osservato, da un lato, che non erano empiricamente fondate perché si basavano nella maggior parte dei casi sull'analisi di campioni molto limitati di popolazione, tratti dalla borghesia bianca statunitense media e medio-alta. Si è notato, dall'altro, che questi dualismi, laddove generalizzabili, non riguardavano solo uomini e donne, ma tutte le situazioni di comunicazione non paritaria, che cioè coinvolgono persone subalterne per ragioni sociali, culturali, anagrafiche, economiche: non solo donne quindi, ma neri, bambini, poveri, extracomunitari e, nei contesti opportuni, allievi con insegnanti, dipendenti con datori di lavoro, e così via.
Curiosamente, nonostante questi limiti ormai scontati, la passione per le categorie binarie degli anni Settanta è stata ereditata in alcuni casi anche nel decennio scorso. Tannen (1991) ad esempio chiamava il linguaggio delle donne rapport talk, riferendosi all'orientamento personale e relazionale della comunicazione femminile, e il linguaggio degli uomini report talk, riferendosi al fatto che gli uomini tendono più delle donne a parlare di cose e fatti del mondo e a riferire le loro opinioni in merito.
Ma il settore di studi che negli anni Novanta ha riprodotto questi dualismi con più frequenza e sistematicità è stato quello delle ricerche di Computer Mediated Communication. In questo campo, dopo le illusioni sulla democrazia e l'egualitarismo della comunicazione on line che andavano di moda negli anni Ottanta, si è diffusa nell'ultimo decennio l'idea che la maggior parte delle differenze fra la comunicazione faccia a faccia maschile e femminile si ritrovano pari pari nella comunicazione on line sincrona (chat e instant messenger) e asincrona (e-mail e tecnologie derivate: newsgroup, mailing list, bacheche elettroniche, ecc.).
Se negli anni Ottanta si sperava che la comunicazione mediata dal computer potesse eliminare o almeno diminuire le disparità di genere (come quelle sociali, culturali, economiche), negli ultimi dieci anni, abbandonata questa illusione, si è sostenuto che il computer e Internet non impediscono né diminuiscono affatto il dominio maschile nella comunicazione.
Ad esempio, gli studi di Collins-Jarvis (1995), Ebben (1993), Herring (1993, 1994), Ferris (1996) riportano dati empirici tratti da liste di discussione accademiche, dai quali emergerebbe che in generale:
(1) nelle conversazioni on line gli uomini tendono a scegliere gli argomenti e controllare l'andamento della comunicazione, mentre gli interventi delle donne sono più spesso ignorati, sottovalutati o criticati;
(2) gli uomini inviano almeno il doppio dei messaggi di posta elettronica delle donne, e comunque tendono a occupare la maggior parte dello spazio-tempo comunicativo;
(3) le risposte degli uomini ai messaggi che ricevono sono da 2 a 8 volte più lunghe dei messaggi originali;
(4) tutte le differenze fra uomini e donne nel faccia a faccia, che riguardano l'impartire ordini, l'uso di formule di cortesia e attenuazione, le scuse, gli eufemismi e così via, si ritrovano nella comunicazione scritta on line;
(5) coerentemente con l'orientamento relazionale e personale della loro comunicazione faccia a faccia, anche on line le donne parlano più spesso degli uomini di emozioni e sentimenti e per questo usano più degli uomini le cosiddette emoticone o faccine.
Le ricerche sulla comunicazione on line hanno quindi riprodotto le tendenze dualistiche della sociolinguistica degli anni Settanta. Ad esempio Herring (1993) ha contrapposto il linguaggio personale delle donne al linguaggio autoritario con cui gli uomini comunicano on line. Inoltre Herring (1994) ha concluso che la differenza fondamentale fra la comunicazione on line maschile e femminile sta nel fatto che le donne tendono a collaborare, mente gli uomini tendono ad aggredire, per cui ad esempio sarebbe quasi esclusivamente maschile il cosiddetto fenomeno del flaming, cioè il crescendo di litigiosità di molti scambi on line, legato all'uso di un linguaggio scurrile e provocatorio.
Fino alla metà degli anni Novanta sembrava che queste opposizioni emergessero direttamente e coerentemente dai dati empirici a disposizione dei ricercatori (scambi di mail, porzioni di mailing list o newsgroup, stralci di chat, ecc.). Un po' alla volta invece, come era accaduto negli anni Ottanta negli studi sulle interazioni faccia a faccia, anche in questo campo molti di questi risultati sono stati messi in discussione.
Ad esempio, i dati di Witmer e Katzman (1997), provenienti da newsgroup e liste di discussione prese a caso da Internet, da un lato confermano solo parzialmente la tesi che le donne userebbero più emoticone degli uomini e parlerebbero più spesso di emozioni e sentimenti, dall'altro non confermano affatto la tesi che sarebbero soprattutto gli uomini a usare un linguaggio aggressivo e a infiammare le discussioni on line.

Una volta sganciato lo stereotipo dal gender, viene però il dubbio se sia ancora opportuno parlare in termini di "femminile" e "maschile". Forse queste due parole sono troppo cariche di implicazioni storiche, sociali, culturali per poter essere usate senza conseguenze in contesti che proprio da questi pesi vorrebbero essere alleggeriti. Forse sarebbe meglio parlare, a volte, di stile orientato alla relazione e stile orientato al contenuto (per riprendere la celebre distinzione di Watzlawick, Beavin, Jackson 1967), altre volte, di stile collaborativo e aggressivo. Forse altre volte ancora si dovranno cercare altre parole.
Tuttavia, non è solo una questione di parole. Si tratta di evitare, assieme ai carichi culturali che le parole comportano, soprattutto alcune attribuzioni di valore. Non è vero, ad esempio, che uno stile orientato alla collaborazione sia in generale meglio di uno stile più aggressivo - come alcune posizioni femministe e post-femministe sembrano implicare - né dal punto di vista etico, né dal punto di vista della sua efficacia nel farci perseguire gli scopi che vogliamo.
In certi casi, ad esempio, lo stile collaborativo è funzionale a strategie di manipolazione prive di scrupoli, volte a ottenere risultati eticamente molto discutibili. Non a caso librerie e siti web abbondano di manuali per il perfetto comunicatore (manager, venditore, ecc.), che traducono in ricette semplificate molte caratteristiche del cosiddetto stile femminile. In altri casi, una comunicazione orientata alla relazione può essere inefficace perché troppo recessiva, o può essere semplicemente fuori luogo, mentre uno stile più aggressivo e diretto sortirebbe effetti migliori.
Controllare con consapevolezza entrambi gli stili, usandoli in maniera combinata e calibrandoli a seconda dei casi, della nostra sensibilità e di quella altrui, è spesso il modo migliore, da molti punti di vista, di comunicare, sia per le donne che per gli uomini.
Certo, per ottenere questo equilibrio non esistono ricette. Credo però che una cultura diffusa meno incline ai dualismi e alle separazioni, e più orientata a mescolare e contaminare stili e generi - insieme a etnie, religioni, costumi, lingue, mondi - ci potrebbe aiutare.
Giovanna Cosenza è ricercatrice di Semiotica all'Università di Bologna e amministratrice delegata di Horizons Unlimited, società bolognese di produzione multimediale. Si occupa di scienze del linguaggio, di comunicazione e nuove tecnologie.

escher
  

Sessi e cervello
Margherita Marcheselli su
Golem l'Indispensabile

Sono in molti a chiedersi se ci siano delle differenze tra maschi e femmine. Differenze ce ne sono, evidentemente, dal punto di vista anatomico, ed è anche abbastanza logico che queste differenze ci portino a dedurre l'esistenza di una diversità anche su altri piani; quello dei comportamenti, quello psicologico, quello cognitivo... La domanda che ci si pone nel campo delle neuroscienze è: ci sono dei comportamenti cognitivi caratteristicamente attribuibili al genere maschile e femminile e se ci sono, sono dovuti ad una differenza strutturale del cervello o sono riconducibili soltanto ad adattamenti evolutivi causati dai rispettivi ruoli svolti nell'ambito dell'organizzazione sociale?
Vi dico subito la fine: le ricerche non provano né la prima né la seconda affermazione; sulla prima ci sono un po' più di elementi, o, quantomeno, esiste un po' più di accordo tra gli studiosi. Differenze cognitive dovute al genere sembrano esserci, in qualche modo, ed ora vedremo quali, ma il fatto di ricondurre tale differenza ad un substrato cerebrale differente non è teoria che possa a tutt'oggi fondarsi su delle prove certe.

Lateralizzazione
Il cervello (quello di tutti noi, maschi o femmine che siamo) è diviso in due: la parte destra e la parte sinistra. Il cervello destro governa la parte sinistra del nostro corpo e il sinistro la destra. Buffo, no? Comunque sia abbiamo due metà di cervello, collegate tra loro da una struttura che si chiama "corpo calloso". I due mezzi cervelli hanno strutture cerebrali uguali dal punto di vista fisiologico ed anatomico, ma per qualche motivo che non è tuttora spiegato, pare che l'uomo (in generale, senza distinzione di genere) si sia organizzato in modo da dedicare soprattutto la parte sinistra alle attività cognitive di tipo linguistico, la destra a quelle visivo-spaziali. Le funzioni dell'emisfero destro sono un po' ricavate per negazione, in verità, ciò che è più o meno assodato è che il sinistro svolge funzioni linguistiche importanti, la sua lesione, infatti (soprattutto nelle aree di Broca e Wernicke) provoca problemi molto gravi nel linguaggio, fino ad arrivare all'afasia.
Solo in rari casi di lesioni dell'emisfero sinistro, soprattutto in età precoce, il destro viene allora utilizzato per svolgere queste funzioni.
Tornando a noi, ai maschi e alle femmine, si sostiene che le funzioni verbali sono più "lateralizzate" nell'uomo che nella donna, nella quale sarebbe più frequente una lateralizzazione bilaterale. Altri, più radicali, sostengono che la maggiore lateralizzazione nell'uomo riguarda anche le funzioni spaziali. Cioè nella donna questa specializzazione emisferica sarebbe meno accentuata che non nell'uomo, le donne userebbero entrambi gli emisferi per le funzioni linguistiche ed entrambi gli emisferi per le facoltà visivo-spaziali.
A dimostrazione di questa teoria alcuni studiosi hanno portato elementi sperimentali che mostrano, ad esempio, una maggiore incidenza e gravità dei disturbi del linguaggio da lesioni sinistre negli uomini rispetto alle donne; ed anche un migliore recupero delle funzioni linguistiche da parte delle donne afasiche a cause di lesioni sinistre. Ma tali evidenze sono riconosciute dagli autori stessi "piuttosto esigue" e potrebbero essere ricondotte ad altri fattori (vedi rassegna delle ricerche in "Ladavas- Umiltà, Neuropsicologia Il Mulino, 1987) .
Kimura, invece, ma sulla stessa linea, identifica una differenziazione nell'organizzazione delle aree del linguaggio (le aree di Broca e Wernicke): mentre negli uomini, la specializzazione delle due aree sarebbe più radicale (la prima dedicata alla produzione e la seconda alla comprensione del linguaggio), nelle donne le due aree svolgerebbero funzioni molto più simili.
Gli ormoni
Gli studi fisicalisti più recenti abbandonano un po' questo aspetto della lateralizzazione (pare ci siano maggiori differenze in questo senso tra destrimani e mancini piuttosto che tra maschi e femmine) si concentrano nel determinare il ruolo degli ormoni e la loro influenza sulle capacità cognitive. Dato che gli ormoni sono gli elementi distintivi del genere, dimostrare le influenze di tali elementi sulle facoltà cognitive, dimostrerebbe che le differenze hanno un substrato fisico.
È piuttosto assodato che la forma di default del genere umano è femminile. Sarebbe a dire che quando veniamo generati nell'embrione siamo tutti femmine; poi, ad un certo punto, in alcuni periodi critici, sotto l'azione degli ormoni androgeni, si può diventare maschi.
Ma come gli androgeni influiscono sulla cognizione? Kimura riporta alcuni esperimenti su ratti. I ratti maschi compiono prestazioni nettamente superiori in un compito di abilità spaziale (che consiste nel ritrovare cibo in un labirinto con 12 bracci) rispetto ai ratti femmine. La cosa interessante è che un ratto femmina cui sia stato iniettato un ormone maschile entro 10 giorni dalla nascita, presenta una prestazione migliore in questo tipo di compito rispetto ad una femmina normale; analogamente un maschio castrato subito dopo la nascita, peggiora le sue prestazioni avvicinandosi a quelle femminili. Kimura ci informa inoltre che sono in corso degli esperimenti su volontari che stanno per cambiare genere. Sarebbe molto interessante verificare se i trattamenti ormonali cui i transessuali si sottopongono, modifichino alcuni di questi tratti cognitivi considerati caratteristici dei due sessi.
Devo dire che mi piacerebbe molto provare, se non temessi conseguenze che soprattutto a mio marito potrebbero non piacere affatto, ad iniettarmi un po' di androgeni e vedere se il mio - pessimo - senso dell'orientamento ne trarrebbe giovamento. Ma forse è troppo tardi, il periodo critico è passato.
Non vorrei trarre conclusioni da questi pochi elementi che ho sintetizzato; il tema è troppo complesso e ricco di conseguenze sociali e psicologiche, non mi sento assolutamente in grado di essere obbiettiva in merito (saranno gli estrogeni?). A voi riflettere, discutere, approfondire. Magari vi aggiorno sui nuovi esperimenti, se vi interessa.

escher
  

Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci
Gli animali di terra (Cantare XIV)

73        Il liofante parea molto grande,
        calloso e nero e dinanzi d'un pezzo,
        e come quegli orecchi larghi spande
        e stende il grifo lungo, ch'egli ha a vezzo
        pigliar con esso tutte le vivande,
        e nol potea toccar se non un ghezzo;
        fuor della bocca gli uscívan due zanne
        ch'eron d'avorio e lunghe ben sei spanne.

74        Evvi il leone, e 'l dippo gli va drieto;
        èvvi il caval famoso sanza freno,
        e l'asinello, e 'l bue sì mansüeto,
        e 'l mul che tutto par di vizi pieno.
        Vedevasi il castor molto discreto,
        che de'suoi danni eletto aveva il meno,
        e strappasi le membra genitale,
        veggendo il caccíator, per manco male.

pisanello
  
75        Il leopardo pareva sdegnato,
        perché e' non prese in tre salti la preda;
        e 'l liocorno è in grembo addormentato
        d'una fanciulla, e par ch'eglí conceda
        esser da questa tocco e pettinato,
        ma non si fidi all'acqua e non gli creda
        se non vi mette il corno prima drento;
        e se quel suda sta a vedere attento.

76        Tutto bizzarro e pien di furia l'orso;
        e'l lupo fuor del bosco svergognato,
        gridato dalla gente e da' can morso;
        e 'l porco, che nel fango è imbrodolato;
        quiv'era il cavriuol che molto ha corso
        e poi s'è posto a ber tutto affannato,
        e'l cervio, che 'l pastor che canta aspetta,
        ínsin che l'altro intanto lo saetta.

77        E 'l bufol che ne va preso pel naso,
        e la capretta e l'umil pecorella
        ch'avea le poppe munte e 'l dosso raso;
        la lepre paurosa e meschínella
        par che si fugga, temendo ogni caso;
        quiví era il dromedario e la camella,
        che collo scrigno, mansüeta e doma,
        lasciava gínocchion porsi la soma.

78        La volpe maliziosa era a vedere,
        e 'l can pareva fedele e leale;
        èvvi il coniglio, e scherza a suo piacere;
        molto sentacchio pareva il cignale;
        poi si vedeva la damma e 'l cerviere
        che drieto al monte scorgea l'animale;
        quivi era il tasso porco e 'l tasso cane
        che si dormien per le lor buche o tane.

79        E lo spinoso e l'istrice pennuto,
        e sopra il bucolin del topo il gatto
        con molta pazienza, come astuto,
        tanto che netto riuscissi il tratto;
        bevero, e 'l ghir sonnolente e perduto,
        e puzzola e faina e lo scoiatto;
        èvvi la lontra e va cercando il pesce,
        ed or sott'acqua ed or sopra riesce;

80        gattomammon, bertuccia e babbuino,
        mufo, camoscio, moscado e zibetto,
        la donnoletta e 'l pulito ermellino
        che parea tutto bianco e puro e netto;
        la martora si sta col zibellino;
        eravi il vaio, e stavasi soletto,
        e molto bello e candido il lattizio,
        ed altre fiere poi, piene di vizio.

81        La lonza maculata e la pantera,
        e'l draco, ch'avea morto il liofante,
        e nel cadergli addosso quella fera
        aveva ucciso lui, come ignorante,
        ché del futuro accorto già non s'era;
        èvvi il serpente, superbo, arrogante,
        che fiammeggiava fuoco per la bocca
        e col suo fiato attosca ciò che tocca.

82        E 'l coccodrillo avea l'uom prima morto,
        poi lo piangeva, pien d'inganni e froda;
        e 'l tir, ch'avea lo 'ncantatore scorto,
        acciò che le parole sue non oda,
        aveva l'uno orecchio in terra porto
        e l'altro s'ha turato colla coda.
        Poi si vedea col fero sguardo e fischio
        uccider,chi il guardava, il bavalischio;

83        con sette capi l'idra e la cerastra,
        la vipera scoppiar nel partorire;
        la serpe si vedea prudente e mastra
        tra sasso e sasso della scoglia uscire;
        l'aspido sordo, freddo più che lastra,
        che con la coda voleva ferire;
        la biscia, la cicigna e poi il ramarro,
        e molti altri serpenti ch'ìo non narro.

84        Ienna vedíesi della sepultura
        cavare i morti rigida e feroce,
        la qual si dice, chi v'ha posto cura,
        ch'ella sa contraffar l'umana voce;
        la cientro colla faccia orrida e scura,
        e iacul, tanto nel corso veloce,
        e la farea crudel che per Libia erra.
        L'ultima cosa è la talpa sotterra.

pisanello
  

Intervista a Marco Travaglio
Claudio Sabelli Fioretti su Sette e sul suo
Blog

Molti lo considerano un tremendo forcaiolo, un acritico giustizialista, un demonizzatore degli avversari politici che vorrebbe vedere tutti in galera. Per altri è un idolo, un coraggioso Robin Hood che combatte i ricchi e i potenti in difesa della legalità e contro la corruzione. Da quando Marco Travaglio parlò, nella trasmissione di Daniele Luttazzi, dei sospetti di rapporti mafiosi che si addensavano sul capo del leader di Forza Italia, è costantemente al centro di feroci polemiche. Per la Rai non esiste più, è come un fantasma. Ma i suoi libri vanno ugualmente in testa alle classifiche da quando lui, per presentarli, ha praticamente lasciato casa intraprendendo un giro d'Italia che non finisce mai.
È vero che aderisci maniacalmente alle sentenze dei tribunali?
"Io faccio il cronista giudiziario e racconto casi di corruzione. Non aderisco maniacalmente a niente".
Lo sostengono in molti.
"Pubblico documenti che danno fastidio. Le indagini di cui parlai a Satyricon non le ho fatte io. Esistevano e la tv non ne aveva mai parlato".
Non sarà che ti sei montato la testa e che pensi che senza di te la democrazia è in pericolo?
"La famosa intervista al giudice Borsellino sui rapporti fra Berlusconi e Vittorio Mangano, presunto stalliere e sicuro mafioso, l'avevano offerta al Tg1 che l'ha rifiutata".
giannelli
  
Il direttore era Gad Lerner.
"Gad l'ha anche rivendicato. Dice che non era una notizia. La realtà è che in tv non sta bene dire certe cose di un politico importante".
Stai parlando di uno dei campioni della sinistra.
"Gad ha tanti pregi ma non il coraggio. Sapeva benissimo che trasmettendo l'intervista di Borsellino non sarebbe durato a lungo. Intendiamoci, lo stesso rischio l'avrebbe corso dicendo qualcosa di pesante su un leader del centro-sinistra. C'è una convenzione non scritta ma rispettata da tutti: certe cose in tv non si dicono".
Stai dicendo che chiunque si comporterebbe così?
"Se uno diventa direttore del Tg1 conosce i suoi limiti. Longanesi diceva: "Certe onorificenze non basta rifiutarle. Bisogna non meritarle"".
Le sentenze sono giuste anche quando condannano te? Sei stato condannato a risarcire Previti perché lo avevi diffamato.
"Era un processo civile, non penale. Ha accertato un danno, non un reato. E poi avevo scritto una cosa vera: il giudice non ha potuto darmi ragione perché il mio avvocato non ha prodotto la prova che mi scagionava".
Nel frattempo, se tu chiami "pregiudicato" Pomicino, lui dice che semmai pregiudicato sei tu.
"Eh no. Nessuna sentenza dice che io ho commesso un reato. Nel caso di Pomicino, invece, i giudici del processo Enimont dicono che ha preso cinque miliardi illegalmente".
Pomicino dice che è stato condannato solo una volta per finanziamento illecito di partito e assolto 30 volte.
"Singolare difesa. Non ho mai sentito uno che va in giro dicendo: "Non sono un assassino perché ho solo una condanna per omicidio, le altre 30 volte mi hanno assolto".
Perché dicono che hai una passione per la galera e le manette?
"E' una simpatica campagna avviata da Giuliano Ferrara e da un'ampia lobby trasversale per squalificarmi".
Anche a sinistra è pieno di gente che ritiene che tu sia un manettaro.
"Quelli che la pensano come D'Alema".
Però a volte sembra proprio che la galera ti interessi.
"Abbiamo decine di persone che invece di stare in galera stanno in Parlamento. E visto che governano anche me, questi sono fatti anche miei. Non voler essere amministrati da ladri non è poi una gran pretesa".
Passi per precisino. Ma hai commesso errori. Hai confuso un Casini per un altro. Un Fallica per l'altro.
"Tutti sbagliano. Ma c'è la buona fede. Erano casi di omonimia".
Hai scritto cose sbagliate su Ayala.
"E mi dispiace: l'Ansa aveva dato per amnistiato un suo reato. Non era vero. Senti: di solito non sbaglio, ma quando sbaglio lo ammetto, chiedo scusa e pago di tasca mia".
Il senatore Franco Debenedetti ti ha querelato.
"Dice. Se è vero è una medaglia. Sfido chiunque a prendere per i fondelli il fratello del suo editore. Aspetto che Belpietro prenda in giro sul Giornale Silvio Berlusconi, se l'editore è Paolo, o Paolo Berlusconi, se l'editore è Silvio".
Dove hai cominciato a fare il giornalista?
"In un piccolo giornale torinese cattolico, Il nostro tempo. Lì ho conosciuto Giovanni Arpino che mi presentò a Indro Montanelli. Ho fatto l'abusivo al Giornale come vicecorrispondente da Torino dall'87 al '92. Il corrispondente era Beppe Fossati, bravo e simpatico, ma con poca voglia di lavorare. A volte scrivevo pure i suoi articoli e lui mi dava cinquantamila lire al pezzo".
C'era anche Mario Giordano a Il nostro tempo.
"Me lo ricordo. Arrivò tutto bello grassottello da Canelli con le guanciotte bianche e rosa. Era bravo".
Dice che lui era di sinistra e tu berlusconiano.
"Balla clamorosa. Vede talmente tanti berlusconiani che non può più immaginare l'esistenza di gente diversa".
Per chi voti?
"Sono sempre stato un liberale conservatore. Quando c'erano elezioni cruciali seguivo il consiglio di Montanelli: mi tappavo il naso e votavo Dc. Altrimenti Pli o Pri. Sempre anticomunista, finché c'erano i comunisti".
C'è una destra accettabile oggi?
"Un solo nome, Giovanni Sartori. Quella è la destra che mi interessa, liberale, legalitaria, einaudiana".
Se tutti ti attaccano magari qualche ragione ce l'hanno?
"Se chi mi attacca mi elogiasse mi preoccuperei".
E' un rischio che non corri.
"Trovo del tutto normale che un giornalista sia detestato dal potere".
Ti detestano anche i dalemiani. Cuperlo, portavoce di D'Alema, scrisse che la tua assunzione all'Unità era fra gli eventi più infausti del 2002.
"E arrivarono molte lettere che dicevano: "Travaglio non si tocca". Ma chi è Cuperlo?".
Non lo conosci?
"Non frequento i politici. Montanelli diceva: "La corruzione comincia davanti a un piatto di pastasciutta. Non bisogna dare del tu ai politici né andarci a pranzo"".
Spesso ti lamenti perché vieni rifiutato nei dibattiti televisivi.
"È un'altra medaglia. Molti hanno paura del confronto diretto. Tipo Marco Boato: non voleva che parlassi nemmeno alla presentazione di un mio libro e cominciò a urlarmi Fascista! Fascista!"".
Filippo Facci dice che anche tu ti scegli gli interlocutori.
"Ma se faccio continui dibattiti con lui. Se alludi al caso di Cortina d'Ampezzo, è il giudice Davigo che non ha voluto incontrarlo avendolo querelato un sacco di volte".
Non è che la querela del giudice Davigo sia un giudizio divino.
"Per il gusto della polemica, io personalmente dibatterei anche con Belzebù. Ma se fossi un giudice e un giornalista mi accusasse di crimini inesistenti, forse farei lo stesso".
E sbaglieresti. Hai detto di ispirarti a un'aurea frase del Vangelo: "Il tuo dire sia sì sì no no, il resto viene dal maligno". È la prova che sei manicheo?
"Non credo che Gesù fosse manicheo. Io intendo quella frase come antidoto all'ipocrisia, agli equilibrismi, ai paraculismi".
Definisci il voltagabbana.
"Uno che cambia idea quando gli conviene".
C'è qualcuno che la cambia quando non gli conviene?
"I voltagabbana a perdere. Come Formentini e Vertone. Hanno lasciato la Casa delle Libertà alla vigilia di una sicura vittoria approdando all'Ulivo votato a sicura sconfitta. E poi Montanelli che mollò Berlusconi mentre quello diventava il padrone d'Italia".
Il più voltagabbana?
"Paolo Guzzanti su Repubblica prendeva in giro Berlusconi che voleva la Sme. Diceva: è un uomo dalla liquidità languida, cioè non ha una lira. Confrontalo con quello che Guzzanti scrive oggi. Ma i peggiori sono quelli che nuotano nella grande marmellatona del "bipartisan". Con D'Alema ma non contro Berlusconi, con Berlusconi ma non contro D'Alema. Scalfaro ha detto che ci sono lustrascarpe così lustrascarpe che non alzano neanche la faccia per vedere a chi le lustrano".
Parliamone.
"Gli ambidestri, i multiuso, i transgenici. Sono come quelle statuine che segnano il tempo. Azzurre quando fa freddo, rosa quando fa caldo. Gli uomini Rai, Bruno Vespa per esempio. E poi i Klaus Davi, i Velardi, i Rondolino, i Polito, i Marco Boato. Qualunque cambio di regime li trova sempre in pole position. A disposizione".
Parliamo di Vespa.
"Il risotto di D'Alema, il tennis di Amato, le finte improvvisate di Apicella a Berlusconi, l'intervista sotto braccio a Forlani, lui curvo e Forlani dritto, l'intervista al capezzale di De Lorenzo, con De Lorenzo che pareva moribondo con la flebo. Scene indimenticabili. Prima-o-seconda repubblica, destra o sinistra: Vespa non fa differenze purché l'interlocutore abbia un minimo di potere. Se non conta niente, lo massacra".
Altri colleghi voltagabbana?
"Mario Cervi. Venne via dal Giornale con Montanelli scrivendo che aveva ragione Montanelli e torto Berlusconi. Poi diventò direttore del Giornale di Berlusconi. Non dovrei giudicarlo perché è un vecchio signore e un maestro di giornalismo, però ti cadono le braccia quando una persona di ottant'anni, potendosene fregare di tutto, accetta la poltrona da cui avevano cacciato il suo migliore amico. Poi c'è Vittorio Feltri, un caso clamoroso. Nel '92 '93 scriveva cose fortissime. Quando si suicidò Moroni scrisse che al posto suo si sarebbe suicidato due volte. Oggi ripete a pappagallo qualsiasi attacco ai magistrati".
Ti piacerà almeno Ferrara.
"Non riesco ad appassionarmi al dibattito sull'intelligenza di Ferrara. D'accordo, è intelligente ma è un'aggravante, viste le cose che scrive. Come per D'Alema, altro "intelligente a prescindere". Non ne ha azzeccata una, ha perso tutte le elezioni. Quante ne deve perdere ancora perché smettano di considerarlo intelligente?".
Vediamo allora a sinistra di D'Alema, i comunisti: Bertinotti? Santoro? Gino Strada?
"Bertinotti mi pare il più lontano di tutti dal comunismo. Di Strada non condivido molte analisi tipo "Bush uguale Saddam", un'equazione assurda. Ma capisco che possa venire in mente a un chirurgo che riattacca le braccia staccate dalle bombe. Difficile distinguere quelle staccate da una bomba di Bush o di Saddam. Santoro mi piace perché non obbedisce. Quando sbaglia, per esempio su Israele o sul Kosovo, non lo fa per compiacere qualcuno. Sbaglia di suo. Avrebbe fatto meglio a non andare a Mediaset però poi a Mediaset ha fatto una puntata su Dell'Utri e la mafia. Non credo che il padrone abbia gradito".
Tu sei uno di quelli che ritengono che c'è regime oggi in Italia?
"Sì. È un regime nuovo, inedito, mediatico. Basato sulla ripetizione continua di balle a reti unificate, tutte o quasi nelle mani di Berlusconi".
Ma che regime è se fa uscire tranquillamente i tuoi libri?
"È un rischio calcolato. Tutto purché non in televisione. Che qualche decina di migliaia di italiani leggano un mio libro non fa paura. Emilio Fede, con il tg più sfigato, raggiunge ogni sera il doppio dei lettori del quotidiano più letto".
Però l'informazione libera c'è.
"C'è, ma bisogna andarla a cercare. Dalla tv non passa più nulla. Giornali liberi ce ne sono, ma quanti leggono in Italia? I nostri libri escono da un piccolo editore molto povero: non sono mica capolavori, ma vendono. La Mondadori pubblica i libri di D'Alema, non mi pare che la gente se li strappi di mano".
giannelli
  
Però si strappa di mano quelli di Bruno Vespa.
"Vespa è uno dei pochi giornalisti televisivi in grado di scrivere libri interessanti, stuzzicanti, pieni di indiscrezioni e di pettegolezzi politici. E poi fa il giro delle trasmissioni per presentarli, da A come agricoltura al Meteo. Gli manca solo la Messa della domenica mattina".
Quando accusi i colleghi di Mediaset di minimizzare i guai di Berlusconi, non ti viene in mente che anche tu hai un padrone?
"Certo, ma nei miei libri si parla ampiamente delle tangenti di Carlo De Benedetti. Devo dire che, al contrario di altri, non ha addossato colpe ai suoi uomini, si è assunto le sue responsabilità ed è pure finito in prigione".
Questa è una sviolinata.
"Quando diventerà premier mi porrò altri problemi".
Sul Foglio ti hanno preso tanto in giro. Dicevano che nemmeno sulla Repubblica ti facevano scrivere.
"Scrivevo molto sulle pagine torinesi, visto che lavoro a Torino".
Non è che anche a Repubblica ti considerano un bieco giustizialista?
"Forse qualcuno, chissà. Adriano Sofri mi ha attaccato un paio di volte. È un giornale aperto".
Quanto guadagni con i libri?
"Pochissimo. La casa editrice è poverissima, non può pagare i diritti d'autore tutti insieme. Mi dà un tanto quando può".
Quantifichiamo.
"L'odore dei soldi ha venduto 300 mila copie. A mille lire a copia mi spetterebbero 300 milioni. Finora ne ho presi sì e no 50".
Tu sei molto citato nelle mie interviste. Bondi...
"James Bondi, ovvero il pallore gonfiato".
James Bondi dice che hai una perversione, vorresti condannare tutti.
"Non sono un pervertito. Lo è lui, innamorato cotto di Berlusconi".
Maria Laura Rodotà ha detto che non sei simpatico perché hai i capelli lunghi dietro.
"Guarda, li ho tagliati per farla contenta".
Lodovico Festa dice: "Salvo Travaglio perché essendo stupido è giustificato".
"Lui che è così intelligente ci spieghi come mai la Fininvest dava miliardi di pubblicità a un piccolo giornale comunista riformista come il suo, il Moderno, che non vendeva una copia".
Gioco della torre. Gruber o Lasorella?
"Butto Lasorella. Spero che la Gruber prima o poi si alzi in pieno tg e sbotti: "Ma perché devo leggere questa sbobba?"".
Mimun o Mentana?
"Butto Mentana perché fa finta di essere equidistante, l'altro è un maggiordomo dichiarato".
Santoro o Floris?
"Butto Floris".
Santoro ti invita e Floris no.
"No, Floris con tutti i meriti che ha, ha accettato certi limiti della Rai di regime. Se lui è in Rai e Biagi, Luttazzi e Santoro no, una ragione c'è".
Socci o Veneziani?
"Socci non è portato per la tv".
Studia. Dagli tempo.
"L'esercizio lo peggiora. Veneziani lo ricordo quando disse in tv: ma figuriamoci se verranno epurati Biagi e Santoro, se per assurdo accadesse scenderemo tutti in piazza. "Figuriamoci" lui, "figuriamoci" Mentana. Era la compagnia del "figuriamoci". Li hai poi visti in piazza? Si attendono girotondi".
Il Foglio o il Riformista?
"Butto quello più berlusconiano, il Riformista".
Li leggi?
"Il Foglio sempre per capire dove va la banda. Leggi Ferrara e sai quello che sta per dire Berlusconi".
Di Pietro o Violante?
"Butto Violante. Ha ballato troppi valzer. Non mi piaceva quando lasciava credere di essere il capo del partito dei giudici. Né quando difendeva i ragazzi di Salò: si vedeva che non ci credeva".
Fini o Bossi?
"Salvo Bossi. Nel '94 ci ha liberati da Berlusconi. L'ho perfino votato nel '96 per premiarlo del cosiddetto ribaltone. Quel giorno mi ha fatto godere".
Ma allora è vero che hai l'ossessione di Berlusconi. Se Berlusconi si ritira dalla politica tu che fai?
"Facevo il giornalista prima, lo farò anche dopo".
Ma prima non eri così famoso e visibile.
"Ho venduto moltissime copie dello Stupidario del calcio. Potrei tornare a occuparmi di qualcosa di meno trucido e di più divertente".
Previti o Dell'Utri?
"Salvo Previti. Lo considero uno di famiglia. Dopo la mia condanna vive con un quinto del mio stipendio. Gli passo gli alimenti".


Is Mr. Ostellino the true voice of the Evening Corrier?
Condoleeza sul
Barbiere della Sera 15 settembre

cabinet of curiosities
  
Dear Barber,
in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale (la vostra, obviously) sono tenuta a monitorare continuosly the going (l'andazzo) del maggior quotidiano italiano The Evening Corrier e sono rimasta davvero compiaciuta leggendo in the early morning il commento di Peter Ostellino about le recenti dichiarazioni del ministro dell'Interno Joseph from Pisa.
Breve ed efficace as usual, Ostellino ha avuto la squisita sensibilità di lasciare alle ultime righe della sua column alle dichiarazioni su cui tutti gli other Italian newspaper hanno fatto i loro titoli.
Mi riferisco, as you probably have already understood, al passaggio del discorso del vecchio Joseph in cui ha parlato di “maramaldi in toga”, another pernacchio (ho visto di recente un beautiful movie di Eduardo de Filippo) a quei ballbreakers dei magistrati che hanno scoperchiato years ago il pentolone di Tangentopoli.
I perfectly know that Ostellino è anch'egli convinto, come il dear Silvio (e ora anche il dear Joseph from Pisa) che il vecchio Pci è stato deliberatamente tenuto fuori da quel puttanaio da un manipolo di magistrati più rossi di un peperone.
Ostellino is not new a simili positions. I do remember how, quando era direttore dell'Evening Corrier, il giornale prese di mira i magistrati di Palermo, martellandoli fino al famous articolo di Leonardo Sciascia about “i professionisti dell'antimafia”-
Nothing bad, naturalmente (niente di male). What I really wonder (ciò che mi chiedo) è se la posizione di Ostellino è oggi la posizione dell'Evening Corrier, nel senso che poiché si tratta dell'unico commento sull'evento (in altre occasions abbiamo visto sul most important Italian paper commenti da diversi punti di vista, un Ostellino di qua, un Vittorio Grevi di là) viene da pensare che sia il punto di vista del giornale. The Evening Corrier liks pernacchios ai magistrati? Good to know.
At last! Finalmente!. It was time che the Evening Corrier picchiasse hard on the Milan pool (la piscina di Milano). L'unica cosa è che un'operazione simile non la farei fare, if I can give a little suggestion) a uno che pochi giorni fa ha scritto che Luciano Violante era a capo di una commissione parlamentare che indagò sulle sentenze emesse dal judge della Supreme Court Carnival.
What a boiata! In fact, dopo laboriose trattative telefoniche, il portavoce di Mr. Violante ha schiaffed on the Corrier una smentita not to laugh (mica da ridere). Chi fece il vero lavoro di esame delle sentenze emesse dal giudice Carnival fu, una volta arrivato al ministero della Giustizia, il giudice Giovanni Falcone, non certo Mr. Violante.
Now, I say, non c'è nessuno in grado di picchiare on the pool con maggiore attendibilità di Mr. Ostellino? Perché non assumete Paul Guzzy all'Evening Corrier, per esempio? More, perché Mr. Ostellino non ha chiesto scusa?
Furthermore, I'm pretty worried about the other great Italian newspaper The Republic. Last Sunday, la celebre couple Bonini & D'Avanzo hanno pubblicato il megascoop of the year, on which anche Mr. Giulio Anselmi has written un editoriale today.
Bonini & D'Avanzo hanno scoperto un vecchio verbale di interrogatorio di Mr. Berlusconi davanti al giudice Renato Squillante. Il verbale è la prova che il dear Silvio ha mentito quando ha affermato di non aver mai conosciuto o incontrato il giudice che, according to il solito pool di Milano, si è fatto corrompere a suon di billions dall'avvocato Cesare Previti.
Tutto vero. Ma, please, non venite a raccontarci che è lo scoop del secolo. Il verbale era noto almeno dal 1996. Ne fu data notizia sui giornali di allora, Mr. Marco Travaglio e Mr. Peter Gomez ci hanno scritto sopra some books, la stessa Repubblica, il sabato prima del megascoop, cioè il giorno prima, ha citato il medesimo verbale in un pezzetto del solito Mr. Travaglio (“Le bugie del dear Silvio”).
Now, we all know che non c'è nulla di più inedito del già pubblicato e bene hanno fatto Mr. Bonini e Mr. D'Avanzo a ricucinare (re-cooking) the story. Ma lo scoop, no, this is too much (questo è troppo).
Well, dear Barber, I don't want to bore you and most of all I do not want to bore myself con tutte queste silly things. Tomorrow andrò di nuovo alla mia edicola preferita di Georgetown. Mi siederò ancora da Dean & De Luca for a cup of coffee con i vostri papers.
Speriamo vada meglio.

Love

Condoleeza

altan
  


   21 settembre 2003