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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 31 agosto 2003



Intervista a Schroeder
"Un nuovo welfare europeo”
Andrea Tarquini su
la Repubblica 27 agosto

BERLINO
- I l welfare e la giustizia sociale sono elementi costitutivi dell'Europa. Lo dice in questa intervista a Repubblica il cancelliere federale Gerhard Schroeder, che sta affrontando una dura battaglia per le riforme in Germania e prepara con Tony Blair e con i socialisti svedesi il nuovo manifesto dei progressisti europei. L'Europa deve restare la terra della giustizia sociale, aggiunge. Ma per salvare il welfare, deve riformarlo a fondo. La sinistra può farlo senza perdere la sua anima. La Costituzione europea, la crisi nel Golfo, la polemica e poi la pace con l'Italia, sono gli altri temi su cui lo ascoltiamo nel suo studio al settimo piano del moderno Bundeskanzleramt, dove dominano una foto del sorriso della giovane moglie Doris e un autoritratto di Guenter Grass con dedica.
Signor cancelliere, a Verona è tornato il sereno con l'Italia?
"Verona è una città bellissima. Sono state ore commoventi. Ho vissuto un'atmosfera incredibile, un gran clima di amicizia nel pubblico misto di tedeschi e di italiani. Ho visto quali radici profonde l'amicizia italotedesca abbia anche nelle nostre due società. Ci sono state irritazioni che però non erano tali da intaccare l'intensità del nostro rapporto. Con il presidente del Consiglio Berlusconi poi abbiamo avuto un buon colloquio, soprattutto sull'Europa. Noi tedeschi, voglio sottolinearlo, abbiamo grande interesse a un successo della presidenza italiana. Per questo vogliamo aiutarla a compiere di qui a dicembre l'opera della Costituzione europea".
Ma è possibile un accordo sulle proposte della Convenzione? La Germania vuole il testo così com'è, altri vogliono modifiche...
"Anche la Germania non è d'accordo su tutti i punti. Perciò abbiamo comprensione per le obiezioni di altri paesi, grandi o piccoli che siano. Il mio vivo consiglio però è che ognuno di noi metta in secondo piano dubbi e riserve, in nome dell'interesse generale, dell'obiettivo comune dell'Europa. Se rimettiamo in discussione l'architettura della proposta della Convenzione, non riusciremo più a ricostruire il pacchetto".
Ma molti temono un'Europa troppo centralizzata e verticistica...
"Su tutti i temi importanti, abbiamo non troppa Europa bensì troppo poca. Pensi alla politica estera e di sicurezza. Sono d'accordo con chi dice che non tutto deve essere deciso a livello europeo. Alcune questioni debbono essere regolate a livello nazionale o regionale. La sussidiarietà è un principio importante, e la Costituzione lo precisa bene. Bisogna porsi seriamente la domanda, cosa deve essere competenza dell'Europa, come il mercato unico, una politica fiscale e di ordine pubblico comuni, una difesa comune delle frontiere esterne ma anche una politica estera e di sicurezza comune. Nell'ambito della Nato, non contro la Nato. Mentre altri temi importanti non vanno risolti a livello europeo: la molteplicità culturale è un tratto essenziale dell'Europa. La Convenzione ha trovato formulazioni equilibrate".
Sul finire di quest'estate di polemiche lei cosa prova per l'Italia?
"I miei sentimenti verso l'Italia non sono cambiati. All'inizio dell'estate ho dovuto prendere delle decisioni personali, per chiarire cosa mi è sopportabile e cosa no. Ma adesso è storia. I miei sentimenti verso l'Italia sono sempre stati molto amichevoli. Io ammiro la vostra cultura, viaggio spesso nel vostro paese, visito volentieri le vostre splendide città. Da voi mi piace soprattutto il tratto informale, rilassato, sereno dei rapporti umani. Non ho mai smesso di provare questi sentimenti, né smetterò".
Lei e Silvio Berlusconi siete due personalità molto diverse. Non penso agli schieramenti, quanto alle due diverse vicende umane: lei politico per vocazione, lui dapprima self-made man e grande imprenditore... come fate a intendervi?
"Ha ragione: abbiamo due biografie diverse, anche questo spiega il nostro diverso rapporto e approccio con la politica. Non è necessario amarsi, è sufficiente rispettarsi. Io lo rispetto, fuor d'ogni dubbio. È il vostro presidente del Consiglio, ha la maggioranza in Parlamento, quindi è il mio interlocutore. Non provo difficoltà nell'avere con lui un rapporto basato sul reciproco rispetto. Spesso si auspica tra politici un rapporto d'amicizia, ma è bene non esagerare in questo senso. L'amicizia è un rapporto che va coltivato e nutrito. Il che richiede molto tempo. Con rare eccezioni, ciò tra capi di governo non è possibile: troppi impegni, troppa tensione, troppi interessi diversi che ci assorbono. Quel che conta è che i rapporti tra i popoli restino buoni e forti. Il discorso riguarda in generale i rapporti tra capi dell'esecutivo, non è relativo a Berlusconi. Il quale, tengo a dire, è una persona con cui si può avere un buon rapporto: è aperto, ama parlare chiaro e ascoltare parole chiare. Due vicende umane diverse e due stili diversi sono una realtà innegabile, ma sapremo affrontarla bene entrambi".
Se i rapporti tra le società sono così importanti, crede che nell'Europa sempre più integrata esista un diritto reciproco a immischiarsi?
"È come segue: più l'Europa cresce insieme, più gli sviluppi in un paese influenzano anche gli sviluppi negli altri. Ma c'è un principio-base: essere moderati, non immischiarsi se possibile nei confronti tra partiti. Per un capo di governo non è opportuno immischiarsi in vicende interne altrui: farlo vuol dire ridurre le possibilità di capirsi. Semmai tocca alle presidenze di turno europee o alle istituzioni europee".
Però in Germania né Kirch né Springer, magnati dell'editoria, sarebbero mai diventati cancellieri...
"È diritto della stampa tedesca parlarne, è pari diritto della stampa italiana commentare gli sviluppi da noi. Ma non è compito del cancelliere tedesco dire se la politica mediatica italiana sia giusta o no".
Quando lei si lanciò nell'impegno politico lo slogan di voi giovani fan di Brandt cancelliere era "il mio cuore batte a sinistra". Ma oggi che cosa significa essere a sinistra, realizzando tagli brutali al welfare?
"Restano, eccome, una serie di valori costitutivi dell'identità della sinistra in Europa. L'impegno per la pace, fuor d'ogni dubbio. Poi la necessità della partecipazione dei lavoratori al benessere ma anche ai processi decisionali nelle nostre società. Giustizia sociale e piena realizzazione della democrazia cioè secondo me sono inscindibili. E l'idea secondo cui l'Europa non dovrebbe essere soltanto un luogo dell'interazione economica, ma anche la patria della interazione culturale e sociale. L'idea comune dell'Europa come patria della giustizia sociale, della democrazia, della partecipazione e della pace ha un significato di prima importanza".
Ovunque? Molti pensano che Tony Blair non sia più un esponente della sinistra. Che ne dice?
"Secondo me è un giudizio completamente sbagliato. Bisogna sempre differenziare tra le posizioni programmatiche ai congressi di partito e le singole realtà sociali. Se guardo ai governi di sinistra - in Europa purtroppo non ne sono rimasti molti - vedo molti punti comuni nelle politiche concrete, più che non nei programmi dei partiti".
Come può la sinistra convincere i suoi elettori che la riforma del welfare è necessaria, senza perdere la propria anima né appunto il consenso degli elettori?
"Questo è proprio il compito essenziale. Troppo a lungo tutti noi democratici europei - noi di sinistra come i conservatori - abbiamo creduto che i problemi legati alla crescita debole e al cambiamento della struttura generazionale delle nostre società, sarebbero stati risolvibili con un ritorno a fasi di crescita robusta. Ci siamo sbagliati tutti. Dobbiamo dire alla gente che ci troviamo in una situazione economica mondiale cambiata, sullo sfondo della globalizzazione e di una concorrenza inasprita. Non vogliamo gettare alle ortiche lo Stato sociale, ma che sullo sfondo di questi cambiamenti dobbiamo decidere che cosa possiamo ancora permetterci, e che cosa no. E dobbiamo mobilitare risorse per i compiti del futuro: puntare su istruzione, ricerca e sviluppo tecnologici, strutture per l'infanzia (asili nido, ecc), che anche in nome dei diritti delle giovani madri e delle giovani famiglie sono le priorità di questo decennio. Conservare la giustizia sociale e insieme investire nel futuro: a questa politica non c'è alternativa, ne sono convinto".


giannelli
  

Il genio del disastro
Paolo Sylos Labini su
l'Unità 25 agosto

La politica economica di Berlusconi e di Tremonti, il suo genio più o meno incompreso, va vista nel quadro internazionale, che - lo vado dicendo da oltre due anni - è molto cupo, soprattutto per le condizioni dell'economia americana. Sono emerse rassomiglianze fra la situazione attuale e quella che si era creata negli anni che precedettero la grande depressione degli anni Trenta e, oggi, nel Giappone: grandiose innovazioni, che hanno sostenuto una lunga fase di prosperità, spostamento a favore dei redditi non da lavoro di una quota significativa del reddito complessivo, prevalenza di forme di mercato non concorrenziali, che in molte attività hanno portato i prezzi a dipendere dalle variazioni dei costi piuttosto che da quelle della domanda.
Oggi succede che diminuisce la domanda ed aumentano i prezzi! E inoltre crescita abnorme dei compensi ai top manager, con conseguente riduzione delle riserve e quindi con crescente vulnerabilità delle imprese, esplosione dei profitti, negli anni in cui le innovazioni si andavano affermando, con conseguente speculazione di borsa. L'intero processo ha dato origine ad un assai oneroso indebitamento delle imprese e delle famiglie, che oggi opera come pesante ostacolo alla ripresa.
L'avversità della congiuntura americana non attenua affatto le responsabilità di Tremonti, in un certo senso le aggrava, giacché non pochi economisti avevano messo bene in chiaro che il cospicuo aumento programmato del Pil era irrealizzabile, data la situazione dell'economia americana, e quindi le promesse di ampi sgravi fiscali e di grandi opere pubbliche erano truffaldine, come poi sono risultate. Era l'intero programma economico finanziario che andava riscritto, dando l'assoluta priorità a quelle spese che in un paese almeno tendenzialmente civile debbono averla, come la scuola, la ricerca e l'Università, come la sanità, sia nelle prestazioni normali sia nelle attività di ricerca. Viceversa, Tremonti, che aveva collaborato a diverse "leggi vergogna", come il rientro dei capitali sporchi e la depenalizzazione del falso in bilancio, leggi che hanno avuto ed hanno effetti negativi sull'erario pubblico oltre che sul livello di civiltà del paese, pur di non mettere nuove tasse - ne vedeva l'estrema difficoltà, dopo le promesse truffaldine - ha adottato penose misure una tantum, come quelle che con trucchi vari mirano a cavar soldi dal patrimonio pubblico e dai beni culturali, ed ha proceduto alle ultravergognose sanatorie fiscali ed edilizie. Ripeto il grido che ho più volte lanciato: attenzione, in fondo a questa strada c'è l'Argentina! Grande è la fatica per salire, facile è invece la discesa.
Oggi stiamo assai male, in Italia per due ordini di ragioni: per la crisi internazionale e per Berlusconi, prigioniero delle sue stesse menzogne.
Per la crisi internazionale penso che occorra un accordo fra i paesi più industrializzati per eliminare tutti i residui ostacoli agli scambi, arrivando perfino a incentivi fiscali. Negli anni Trenta per uscire dalla crisi i paesi più industrializzati eressero barriere protezionistiche: oggi bisogna fare il contrario. L'accordo si deve fondare sulla piena apertura reciproca delle frontiere, predisponendo una rete di trattati commerciali fra loro complementari. È proprio l'opposto di quanto hanno cominciato a fare gli Stati Uniti, dimostrando che anche nella politica economica hanno una guida infelice. Sulla base dei trattati commerciali complementari conviene mettere in moto una reflazione concordata della domanda e stabilire un'intesa per regolare nell'interesse degli Stati Uniti e dell'Europa il cambio euro/dollaro - la sia pur parziale rivalutazione del dollaro è oggi all'origine delle difficoltà che incontrano le esportazioni europee, difficoltà che alla fine si ritorcono anche contro gli Stati Uniti.
Finché Bush junior è al vertice le speranze di attuare un accordo internazionale del tipo appena accennato sono poche assai. In Europa abbiamo Berlusconi (speranze sotto zero), Blair (speranze zero): possiamo avere qualche speranza puntando sulla Francia e sulla Germania. Abbiamo Prodi, il quale come Presidente dell'Unione Europea si è comportato con intelligenza e spesso è intervenuto in modi e tempi appropriati. Mi sono chiesto però per quale motivo, di fronte ad una congiuntura avversa che, più o meno, colpisce tutti i paesi dell'Unione Prodi non abbia preso una robusta iniziativa capace di coinvolgere tutti i partner, attingendo, com'è naturale, ai fondi comunitari, magari trovando il modo di accrescerli - stiamo in emergenza. È vero: Prodi ha affermato l'opportunità d'imprimere un deciso impulso al programma di Tremonti che, per riacquistare un certo credito, nello scorso luglio ha rilanciato la crescita degli investimenti pubblici di ammodernamento e delle innovazioni. Bene. Il Consiglio dei Ministri finanziari ha espresso un consenso di fondo, come non poteva non fare, ma ha avanzato riserve, soprattutto sulla produttività delle infrastrutture; e Prodi ha messo in evidenza che per investire dovremo cambiare le procedure decisionali. Troppo poco. Ci si può aspettare che l'intero programma, comprese le infrastrutture, sia centrato sulle innovazioni e conviene concentrarsi sui distretti e, per le infrastrutture, distinguere fra infrastrutture generali e quelle strumentali rispetto all'efficienza dei distretti, che in Italia sono da riformare sul modello delle esperienze europee di maggior successo, aggiungendo nostre innovazioni organizzative, come lo sportello unico "attivo". Nei distretti già operano organismi di ricerca applicata e piccoli laboratori. Si tratta di predisporre un programma che distingua quel che si può fare in tempi brevi - e non è affatto poco - e quel che richiede tempi non brevi; il programma però dev'essere unitario. Sarebbe altamente auspicabile che Prodi, che dispone di numerosi valenti economisti pronti a collaborare con lui, promuovesse uno studio sistematico e operativo, andando così oltre le dichiarazioni di buona volontà e togliendo di mezzo le riserve.
Al tempo stesso l'Europa deve cominciare a predisporre un programma per i paesi della fame, che si trovano soprattutto nell'Africa sub-sahariana. Debbono essere però aiuti reali, non finanziari, e riguardare la lotta all'analfabetismo, la sanità - compresa la produzione di farmaci necessari a quei paesi - e la formazione di esperti agrari e industriali. Gradualmente, anche il programma di aiuti reali ai paesi della fame può contribuire alla ripresa economica complessiva, una strategia che già quando viene formulata apre prospettive di civiltà, che vanno oltre l'economia.
Considerata la difficoltà della diagnosi e la grande difficoltà della terapia, in prima istanza vedrei un consulto di economisti di vari paesi, per lo meno di quelli europei.
Quanto al futuro immediato e di fronte all'inflazione, che da noi è di un punto più alta che negli altri paesi europei, un giornalista mi ha chiesto: secondo lei che deve fare il governo. La risposta è semplice: andarsene.


altan
  
Berlusconi, un'idea al giorno
Editoriale su
il Foglio 26 agosto

C'era una volta un Cavaliere che scatenò l'iradiddio sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non se ne fece niente. C'era una volta un Cavaliere che si impegnò a ridurre le tasse sul reddito delle persone fisiche. Se n'è fatto poco, se ne farà (sembra) ancor meno in futuro. C'era una volta un Cavaliere che voleva separare le carriere di chi accusa e di chi giudica. Stiamo aspettando pazienti. Ora c'è un Cavaliere che s'impegna ad abolire il bicameralismo in nome del federalismo, a importare il modello Westminster rafforzando i poteri del premier, e a stipulare un nuovo patto tra le generazioni sul sistema pensionistico, elevando l'età pensionabile. Roba seria. Ma se ne farà qualcosa? La questione della credibilità riguarda tutti i governi. Massimo D'Alema disse di volere la riforma del mercato del lavoro, ma solo con il governo Berlusconi si è varata una nuova e incisiva flessibilità contrattata (pur lasciando intatto l'articolo 18). Voleva anche riformare le pensioni, dopo il blando ritocco apportato dal governo di Lamberto Dini, ma l'annuncio solenne fu ritirato alla svelta. Il fattore credibilità è particolarmente critico in Italia perché il nostro sistema politico e istituzionale, a parte il resto (cioè la guerriglia giudiziaria), è ancora sostanzialmente quello di prima: un sistema fatto apposta per impedire che si governi, che si dia attuazione a un programma. Abbiamo deciso per la stabilità e per governi di legislatura, ma solo la legge elettorale è cambiata. Per il resto prevalgono dinamiche conflittuali delle coalizioni multipartitiche, concertazione sindacale paralizzante, debolezza dell'esecutivo, ambiguità della pubblica amministrazione e della giustizia costituzionale e civile, dualismi di ogni genere nel rapporto tra potere centrale e poteri decentrati, una concezione del Parlamento come organo di cogestione invece che di legittimazione e di controllo, infine la tendenza del ceto politico a fare le barricate invece che la politica in questi due anni di opposizione girotondina e di governo all'insegna dell'emergenza giudiziaria. Possiamo credere in questo contesto che le buone idee del premier, due al mese e talvolta una al giorno, diventino fatti? Cambiare la Costituzione in profondità e riformare le pensioni è un compito politico essenziale, e anche una spettacolare avventura. Siamo sicuri che le basi politiche perché tutto non finisca in caciara ci siano? Berlusconi e il suo staff si sono procurati i mezzi per rendere possibile l'impossibile? Hanno una road map politica per districarsi nel vasto mare del nostro terrorismo propagandistico? La coalizione è unita? Il suo capo è intenzionato a giocarsi qualcosa di rilevante o punta sulla durata e sull'immagine? Siamo sicuri che non continueremo a parlare solo di calcio, processi e tv per tre anni ancora? Purtroppo abbiamo una sola risposta, che metteremo in archivio appena si capirà che si fa sul serio: lo scetticismo.


chappatte
  
“Per passione”, il libro di Fassino
Il conflitto Berlinguer-Craxi
sul
Corriere della Sera 26 agosto

"Bisogni e meriti": questo lo slogan della conferenza programmatica del Psi a Rimini nell'82, con cui Craxi e Claudio Martelli lanciano la sfida per la modernizzazione. È una sfida lanciata su due fronti: alla Dc - di cui Craxi è alleato - per l'egemonia nel pentapartito; e al Pci per l'egemonia nella sinistra. Una strategia di movimento che coglie di sorpresa i due grandi partiti, abituati al sonnacchioso e statico sistema che dà all'uno il controllo del governo e all'altro dell'opposizione.
Il conflitto con il Pci, in particolare, diviene subito aspro. La sfida di Craxi coglie i comunisti impreparati e mette a nudo il loro ritardo nel misurarsi con la modernità.
Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo. Il Pci invece vede nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità, e si arrocca in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica.
Mi ha sempre colpito l'inspiegabile contraddizione per cui la sinistra nasce su un'intuizione di Marx - il movimento è il motore della storia - ma poi guarda spesso con timore e ostilità a tutto ciò che muove.
In questa fase, massimo è l'ascendente di Craxi, che raccoglie nella società i frutti di un lavoro avviato con l'ascesa alla segreteria del Psi nel '76. E più lui stringe la presa, più noi soffriamo, perché il suo progetto è concorrenziale e in competizione con il nostro.
Come poi si vedrà, sarebbe stato più saggio, per lui e per noi, dedicare meno energie a combatterci reciprocamente, perché quella "guerra civile" nella sinistra porterà alla distruzione di una prospettiva comune, travolgendo non solo il vinto, ma anche il vincitore.
Sì, perché a ben vedere la sinistra, lungo tutto il Novecento, è stata minata da un "male oscuro": la pretesa di ciascuno dei suoi due massimi partiti di volerla da solo rappresentare tutta, scommettendo sulla sconfitta e sulla sparizione dell'altro.
Una maledizione che segna il conflitto Berlinguer-Craxi.
Nel '75-'76 è il Pci, forte di una straordinaria avanzata elettorale, a scommettere su una bipolarizzazione del sistema politico che gli assegni la rappresentanza della sinistra, relegando il Psi a forza residuale. Una scommessa perduta, come si incaricheranno di dimostrare gli eventi successivi.
Negli anni '80 è Craxi a scommettere sulla crisi progressiva del Pci, fino a negare nell'89 il valore della svolta di Occhetto. Anche in questo caso gli eventi si sono incaricati di dimostrare la miopia di quella scelta.
E questo scontro investe anche il sindacato.
Craxi riallaccia strettissimi rapporti tra il Psi e la Uil, la Cisl e una parte delle Acli, e attua una insidiosa strategia di isolamento della Cgil, anche se la direzione riformista di Luciano Lama offre minori margini a questa manovra a tenaglia.
Lo scontro si acuisce, ovviamente, con la decisione di Craxi di intervenire sulla scala mobile.
In realtà, quattro punti non sono grande cosa: ventiseimila lire circa a fronte di salari che oscillano tra il milione e il milione e duecentomila lire. E, tuttavia, è la prima volta che il governo interviene a regolamentare per legge un istituto contrattuale e la dinamica salariale.
I rapporti tra Pci e Psi si fanno incandescenti. Berlinguer definisce il governo Craxi "pericoloso
per la democrazia". Al congresso di Verona i socialisti, a loro volta, lo fischiano.
Nonostante la Cgil mobiliti milioni di lavoratori in un'imponente manifestazione a Roma nella primavera dell'84, Craxi tiene duro.
Il Pci annuncia allora che raccoglierà le firme degli italiani per sottoporre il decreto a referendum.
È nel pieno di questo scontro che muore Berlinguer. Gli succede Alessandro Natta, chiamato a una difficile eredità.
Il gruppo dirigente del Pci è consapevole che il referendum è un azzardo. Ma non ha la forza di revocare un impegno assunto da Berlinguer: si teme che un cambio di rotta venga vissuto come il tradimento di un lascito morale, tanto più vincolante di fronte all'emozione enorme suscitata dalla morte di Enrico.

Alla vigilia del voto, commissiono anche un sondaggio, che ci dà vincenti a Torino con il 55%. Sono preso dal panico: Torino è una città con una quantità di lavoratori dipendenti più alta della media nazionale. Chiamo subito Reichlin, Chiaromonte, Napolitano; parlo anche a Natta: "Se a Torino vinciamo col 55%" dico loro "il referendum in Italia è perso". Ma non si possono più fermare le macchine, e forse non se ne ha nemmeno voglia. Il sondaggio si rivela esatto: il "sì" al referendum ottiene a Torino il 56%. E a livello nazionale si ferma al 47%.
Sono anni molto difficili. Il Pci è su un binario morto: l'esaurimento della strategia del compromesso storico non ha portato all'elaborazione di una alternativa. Una maggioranza di sinistra non è possibile; e d'altra parte la rottura con i socialisti non consente neanche di pensarla o di prospettarla politicamente. Simbolo di questa impasse è la proposta politica dell'"alternativa democratica" varata da Berlinguer nel novembre dell'80, non solo assolutamente vaga nei contenuti, ma anche equivoca nel lessico, perché quell'aggettivo "democratica" lascia quasi intendere che il governo di pentapartito metta in discussione la democrazia, concetto estremo peraltro affermato da Berlinguer in uno dei suoi ultimi discorsi.
È la deriva identitaria e solipsistica di un partito che - di fronte alle difficoltà del presente - non sa opporsi al richiamo delle sirene del passato. Un partito che si rifugia in una autoconsolatoria riaffermazione di identità, di cui si rivendica la "diversità": come se la differenza tra noi e gli altri partiti fosse un fatto genetico, e non più semplicemente programmatico. Un partito che si esilia, così, in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola. Questo è quello che penso in quegli anni, e ho sempre avuto l'idea che lo stesso Berlinguer ne fosse consapevole.
Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l'avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l'altro muova.
In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l'impatto con la crisi della sua strategia politica.
In realtà, la crisi politica del Pci era già in atto da qualche anno, ma la personalità e l'autorevolezza politica di Berlinguer l'avevano occultata.

giannelli
  

Brevi amori a Villa La Certosa
Il pennarello di Carlo Rossella
Marco Travaglio su
l'Unità

Prima puntata

E' stato finalmente liberato e restituito all'affetto dei suoi cari Renato Farina, l'inviato di Libero sequestrato da Silvio Berlusconi allo stadio di San Siro e tenuto vilmente in ostaggio per ben sei giorni in Sardegna, fra i cactus e i menhir di Villa La Certosa, con trattamenti disumani vietati dalla convenzione di Ginevra. Per la vittima si preannuncia però un lungo periodo di riabilitazione, a causa di una nuova forma di sindrome di Stoccolma che l'ha fatto perdutamente innamorare del rapitore: gli specialisti la chiamano Lingua della Costa Smeralda, a causa di un antipatico effetto collaterale: l'ipersalivazione. Le corrispondenze dalla reggia del Cavaliere, firmate da questo nuovo esemplare del giornalismo "embedded", vagamente ispirate a Mario Appelius e pubblicate da Libero il 19 e il 24 agosto, parlano da sole.
Tre cuori, una capanna. "Gli chiedo se posso passare da lui per un saluto. "Buona idea, organizzo". Ha organizzato. "Venga allo stadio per Milan-Juve. Poi viene con me in Sardegna". Ho la poltroncina dietro la sua. Faccio coppia con Fedele Confalonieri. Ci saremo soltanto il presidente di Fininvest ed io, ospiti a Villa Certosa". Ecco: serviva giusto un cameriere.
La salita al calvario. "Si salta la cena? Si parte con l'aereo di Stato dopo mezzanotte? Si addormenta placido, con un dolore al costato. Gli offro un antidolorifico. "No, grazie, i dolori preferisco sopportarli. So che morirò lavorando. Un ictus, un infarto?". Confalonieri annuisce. Lo contraddico: ideale è un mese di preparazione alla morte". Serviva pure un infermiere e un portafortuna.
Asterix e Obelix. "Si sale su uno Shuttle con il motore elettrico. E' lui al volante. Mostra il parco: sono 70 ettari. "Questo territorio l'ho sottratto agli incendi estirpando i rovi? Questa sarà l'agorà". Ora è brullo, ma già una decina di grandi pietre puntate verso il cielo creano un anfiteatro di misticismo ancestrale. "Sono menhir, alti 8 metri, li ho acquistati da vari proprietari e li ho disposti qui"". Tanto poi arriva il condono edilizio.
Cinegiornale Luce. "Racconta (Lui, ndr) come preveda una sorta di teatro, con tre piazze che si sovrappongono e si distendono dinanzi a questi ulivi? C'è qualcosa di pionieristico in tutto questo. L'uomo che doma la selvatichezza della natura, magari anche un po' troppo, ma Berlusconi è così. Gli chiedo se ci sono paragoni con qualche parco. Non ce ne sono - dice". Torna finalmente a splendere il sole sui colli fatali di Roma.
Il Presidente del Cactus. "Una visione confonde persino Confalonieri. "E' il museo delle piante grasse e dei cactus". C'è una piscina intorno, Berlusconi premendo un bottone illumina soffusamente una foresta incredibile di gonfi rigogli vegetali tra rossastre pietre laviche e bouganvillee addormentate. Sono duemila esemplari di cinquecento specie. "Accarezzi quella pianta sudafricana". Il dito va giù come su una levigatissima pelle eburnea, un burro perlaceo". Sono momenti delicati: fu così che l'ingenuo Farina, fra il lusco e il brusco, scoprì il sesso.
Il Presidente Creatore. "Perché ha deciso di impegnarsi in questo immenso cantiere? Non può farne a meno. "Volevo dimostrare a me stesso che non sono del tutto rincoglionito dal governo. Quando non ho intralci, realizzo, umanizzo la realtà al meglio, valorizzo le energie italiane". La parola d'ordine è una sola, perentoria e imperativa per tutti: realizzare, umanizzare, valorizzare.
Il Presidente Usignolo. "La vista è impareggiabile e stavolta il cavaliere, vestito di bianco sembra un beduino appena sceso da cavallo. Si abbandona al canto che intona il suo amico Mariano Apicella. Berlusca mette giù i testi ("in due minuti"), l'altro li palpa, li vellica, li musica". Ecco: anche palpare, vellicare, musicare.
Silvio Manidiforbice. "Il presidente operaio lavora. Persino la passeggiata la fa con le cesoie in mano. Il telefono nella sinistra, e la forbiciona nella destra. Un passo pota qua, il successivo telefona là. Controlla il ghiaietto, le pale del ventilatore sotto un gazebo azionate da un telecomando, le cinque piscine per la talassoterapia. Visto sia siamo gente colta, cito Rimbaud: che ci faccio qui?>. Citando Montanelli, invece, si potrebbe dire: gente colta, ma mai sul fatto.
Il Presidente Pallonaro. ""Mi tocca sistemare anche il calcio", mi dice. "Ho telefonato a Ignazio La Russa. E' svelto. Ha capito tutto. Telefonerà al presidente del Catania Gaucci. In serie B rimarrà il Catania. Sarà un campionato a 21 squadre. E anche Genoa e Venezia non dovranno lamentarsi"". Parole profetiche. Alla fine la serie B sarà a 24 squadre e si sono lamentati tutti. Ma l'importante è che La Russa abbia telefonato a Gaucci. E' svelto. Ha capito tutto.
Il Presidente Fecondatore. "Qualcuno si è arrampicato sugli scogli dinanzi alla tenuta. Compare lui in maglietta blu e calzoncini bianchi sul davanzale a picco sul golfo di Marinella. Le signore si coprono il seno. Lui saluta con la mano". Fanno bene, le signore, a coprirsi. L'ultima che non lo fece, appena Lui la salutò con la mano dal davanzale a picco, rimase incinta.

giannelli
  
Seconda puntata
Proseguiamo nella pubblicazione del drammatico diario scritto con mezzi di fortuna dal giornalista "embedded" di Libero, Renato Farina, durante i lunghi giorni della sua prigionia a villa La Certosa, la sobria residenza estiva di Silvio Berlusconi in Costa Smeralda. Per la crudezza delle scene descritte, se ne sconsiglia la lettura se non a un pubblico adulto.
Made in Italy. "La vita, a Villa La Certosa, comincia presto. E' martedì. Berlusconi guarda gli zampilli che irrorano un prato che sembra di essere in Canada a maggio, e il paragone gli fa venire voglia di camminare per i suoi sentieri insieme frondosi e caraibici che percorrono questo parco di 70 ettari sospeso sul mare". Le discese ardite e le risalite, sul nel cielo aperto, e poi giù il deserto. I prati come li fa Lui non li fa nessuno, salvo in Canada. I sentieri come li fa Lui non li fa nessuno, salvo ai Caraibi. Se non fosse per la saliva del giornalista al seguito, parrebbe quasi di stare all'estero.
Una lacrima sul viso. "Berlusconi si commuove per l'amico che ha perso il figlio. Guarda le sperdutezze del mare. "Che cosa devi dire? Le parole non servono. L'uomo è 'pulvis et umbra'. Chi è che lo ha scritto, Fedele?". Sai, Fedele, non leggo un libro da vent'anni.
Il Presidente Teologo. "A questo punto inizia una vigorosa discussione sull'aldilà, sull'esistenza o meno dell'inferno. Ve la risparmio. E su che cosa sia il peccato. Berlusconi dice: "Ho studiato dai salesiani, ero il loro oratore. Ora le mostro dove farò una chiesa, dove la domenica dir messa". Non una discussione qualunque: una discussione vigorosa.
Nuovi posti di lavoro. "Si va all'agorà dei menhir, le pietre modellate da uomini primitivi. Ferve il lavoro. In tutto il parco ci lavorano in 50 tra tecnici e muratori. Le guardie del corpo hanno una divisa coloniale, e mentre noi evitiamo con abilità gli zampilli rotanti per l'innaffiatura, loro per lavoro non possono, e si fanno docce ogni due minuti". Lui li vuole tutti così: pirla.
I forum del guru. . Magari smettendola di trattare affari con i mafiosi.
Faccia da perno. "A Genova, l'ultima sera del G8, ho visto i grandi capi delle nazioni fare davvero amicizia? Però io posi una premessa: il bene più prezioso è la libertà? Bush fu molto colpito, accettò questo ragionamento. Dopo l'11 settembre questo è stato il suo perno ideologico". Bush che impara la dottrina della democrazia da lei, non è un po' troppo? "E' andata così"". Ora si capiscono molte cose.
La volpe di Baghdad. "Saddam ha dimostrato di essere debole, con un esercito scarso. Le armi di distruzione di massa non si trovano, le hanno trasferite all'estero". Astuto, questo rais: accumula armi di distruzione di massa per vent'anni e poi, quando finalmente lo attaccano, che fa? Non le usa, le nasconde all'estero e si lascia spodestare senza sparare un colpo. Geniale.
Il Presidente Mosè. "I dittatori se ne devono andare. Altrimenti si può minacciare l'uso della forza. Quando ho visto di recente Bush mi ha abbracciato e mi ha detto di aver discusso con teologi protestanti delle tesi che avevo esposto: ci sono fondamenti nella Bibbia". L'hanno assicurato i teologi protestanti a Bush. Che poi ha abbracciato Berlusconi. Quindi dev'essere vero.
Un Uomo, un calzino. "L'uomo pensa a tutto. Ghe pensi mi. Proprio così. Berlusconi guarda i miei piedi e dice: "Mi aspetti. Le do un paio delle mie calze, le sue non vanno bene". E dire che erano di lusso, marca Gallo. "Provi queste". Eccomi dunque a passeggiare con le calze di Berlusconi. Le conversazioni, giuro, vengono meglio". Soprattutto per chi parla coi piedi. Comunque, da quel giorno, non le ha più lavate.
Un Uomo, un toupè. "A un certo punto Berlusconi nota che ho pochi capelli, ma sparati in su: "Faccia come me, li tenga giù. Vendono un prodotto della?". Non dico la marca, non vorrei che la boicottassero". Noi siamo in grado di rivelare almeno il prodotto: è il pennarello con cui Carlo Rossella, nel dopo-lavoro, arrotonda lo stipendio dipingendo i capelli al principale.
Un Uomo, una scarpa. "Sulle scarpe invece c'è scritto 'Silvio'. Ma si capisce lo stesso che è lui: sta sempre davanti, come nella famosa foto delle Bermude". Si capisce lo stesso.
La giovane marmotta. "Tremonti, che si aggiungerà a Confalonieri e al sottoscritto il giorno dopo, è arrivato con i calzoni a mezza gamba da esploratore tropicale. Veniva giù dalle Alpi e qui per lui è un po' Africa". E Farina subito lì pronto con le valigie: "Sì, buana".
Gambe di velluto. "Berlusconi con la maglietta blu e i calzoncini bianchi è del 1936. Ha le gambe che sembrano la réclame del borotalco dei bambini, non oso chiedergli se si depila". A questo punto, per pudore e discrezione, non resta che il silenzio. Spegniamo le luci e lasciamoli soli.

raffaello: le tre grazie
  
Sulle orme dei manieristi
E' scomparso John Shearman
Marco Vallora su
La Stampa 26 Agosto

Sir Anthony Blunt, sir John Pope Hennesy, Philip Pouncey, Lord Acton e John Fleming: poco a poco se ne vanno, discretamente e senza strepiti, i grandi maestri della critica anglosassone dell'arte, i cosiddetti, incomparabili connoiseurs. Sottili e tenaci conoscitori della cultura italiana trascurata perché delle epoche di trapasso e filologi, veri, di arti sofisticate e neglette, come il disegno, l'arazzo, le arti applicate, un tempo dette minori e da loro appunto rivalutate. Da veri apri-pista.
Capaci di esaltarsi per una sinopia di Pontormo come per una pipa di schiuma, un'acquasantiera di Luca della Robbia come per un trittico di Barnaba da Modena. E dopo di loro, ecco la volta di John Shearman, di poco passata la settantina, che è morto ieri, a Washington, ancora nel pieno della sua feconda attività. Fra pochi mesi dovrebbe dar frutto il lento travaglio di un'Enciclopedia del Rinascimento, da lui studiata con altri eruditi, e non soltanto dell'arte, per i tipi dell'Università di Harvard, dove da quindici anni era preposto all'insegnamento dell'arte italiana, il suo campo d'azione privilegiato. Ed insieme alla moglie, Kathryn Brush, anche lei una studiosa di rilievo, legata però alla scuola canadese e all'Università di Ontario, stava progettando una mostra sull'allestimento anni Venti del Fogg Museum, importante riflessione sulla vecchia, ma non superata, museografia. Mentre nel 2002 era uscito un volume miscellaneo per i suoi settant'anni, Coming About...(un titolo molto alla Shearman) in cui si erano dati convegno i suoi migliori allievi, tra cui Andrea Bayer e Thomas McGrath.
pontormo: le tre grazie
  
Perché Shearman, pur non avendo fondato una vera "scuola" era per istinto un maestro, un pensatore; alla lontana influenzato anche dal metodo iconologico della scuola di Warburg. Only connect era il fortunato titolo di una sua opera, quasi un motto, che si rifà ad un suggerimento del letterato inglese E. M. Forster, quello della Camera con vista. Tutto va collegato, rapportato, in una rete stretta ed imprescindibile di connessioni: non a caso i suoi libri maggiori non potevano fare a meno della sua (elegante, erudita, da gran signore) conoscenza della musica e della letteratura italiana. Anche se non aveva i tratti eleganti del gentiluomo anglo-fiorentino alla Lord Acton, aveva scelto l'Italia come spazio privilegiato di ricerca. Di casa ai Tatti del vecchio Berenson, Accademico di San Luca e dell'Accademia del Disegno di Firenze, aveva studiato Savonarola e la prospettiva, Correggio e l'influenza della liturgia sull'arte. Non a caso i suoi titoli sono prevalentemente doppi ed aprono uno scenario "teatrale", nella conoscenza. Funzione e Illusione. Raffaello, Pontormo e Correggio (Il Saggiatore), Arte e Spettatore nel Rinascimento, in Italia (Jaca Book).
Perché il "riguardante" classico dell'opera diventa appunto un protagonista, uno spettatore della lettura pittorica.
Oltre che un filologo indefesso ed un cacciatore di opere perdute, Shearman era anche un teorico lucido e pragmatico, capace di comporre saggi "chiari, scintillanti, nuovi", com'era stato giudicato il suo fondamentale Mannerism, e "testi efficaci ed intensi", su problemi annosi e trascurati da altri, perché apparentemente risolti. Come la maestà "noiosa" di Raffaello, a cui ha dedicato quasi tutta la sua vita: e l'ultimo suo volume, da poco pubblicato, rimarrà probabilmente il fondamentale centone sulle fonti di Raffaello (latine, volgari, a stampa, fonti artistiche, biografiche, notarili) da lui puntualmente collegate e annotate. Un contributo essenziale alla conoscenza del maestro urbinate. Come ricordava anche Federico Zeri, se non fossero subentrati gli studi di Shearman sulle Stanze Vaticane o suoi cartoni preparatori di affreschi e pale d'altare (ma fondamentale anche il libro sui cartoni per arazzi, presenti nei tesori della corona inglese) l'Italia sarebbe rimasta ancora ferma agli studi di Adolfo Venturi, de Redig de Campos, di Aldo Bertini, con qualche spruzzatina di Salmi e Salvini.
Ma soprattutto Shearman aveva aiutato a leggere Raffaello non come il mieloso artista della perfezione facile, da immaginetta religiosa, ma il precursore inquieto dei tanti artisti manieristi, che da lui erano fuoriusciti, e che aveva fatto obiettivo dei suoi studi articolati: i Giulio Romano, i Pontormo, i Rosso Fiorentino e gli Andrea del Sarto.
Perché appunto era il Manierismo il periodo non soltanto prediletto dallo studioso, ma che egli fra tutti aveva anche aiuto a riscattare, dalle secche d'una terminologia equivoca. Manierismo non significava certo arte di maniera o asfittica, ripetitiva e stanca, come molti esegeti avevano sino ad allora travisato (e se no, come spiegare il magistero di artisti sommi, come il Parmigianino e Pontormo, Correggio e Bronzino?).
Ma semmai un'arte nobile, sofisticata, di corte, di personalità spesso tormentate ed eccentiche, malate e schizoidi, come Pontormo o Rosso, che traggono i loro modelli non tanto dalla Natura ma dalla maestria insuperabile dei due fari dell'epoca, Raffaello e Michelangelo, e portano alle estreme conseguenze il messaggio classicista. Un'arte di tensione, di sofferenza, di estenuazione cerebrale, con colori acidi ed innaturali, un insistito senso dell' horror vacui e della stratificazione colta, ma non mai di ripiegamento decadente: questo ha aiutato a capire, fra i primi, Shearman.
Mentre uno studioso come il Friedlaender si ostinava a vedere nel manierismo una linea del tutto anti-classicista e Sidney Freedberg considerava manieristi soltanto i primi esperimentatori dell'epoca di Pontormo. Poi era subentrata, per lui, una sorta di condannabile anti-maniera. Rileggendo anche le Storie del Vasari, che era stato un attivo pittore alla corte dei Medici e aveva collaborato intensamente al programma del Salone Bianco di Palazzo Vecchio, e che tra la prima edizione delle Vite e della seconda aveva privilegiato soprattutto la generazione degli artisti ben inseriti a corte, come Bronzino ed Allori, vituperando quel "folle" scomodo di Pontormo, Shearman aveva saputo decifrare nel dna dell'inquieto manierista, le radici del prototipo moderno dell'artista cortigiano.
Ma non si era fermato al Manierismo: giovane, quando ancora non laureato, era entrato nel prestigioso Istituto Courtauld di Londra, si era occupato anche di studiare le differenze tra i vicini, lontanissimi Masolino e Masaccio, si era esaltato per i restauri della Sistina e aveva poi dedicato una monografia basilare ad Andrea del Sarto. Di cui aveva trovato anche, nello stesso istituto, una Madonna, quella cosiddetta Botti, dal nome del ricco mercante fiorentino, che era sotto gli occhi di tutti e che tutti pensavano perduta per sempre, da oltre 350 anni. Un'iconografia strana, insolita, di congedo del Cinquecento: con la Madonna affranta, gli occhi fissi nel dolore, che quasi ci sottrae il volto del Bambino, ruotandogli di forza la mandibola e coprendogli la bocca. Come ad impedirgli di intrapprendere il suo obbligato cammino di dolore nel mondo.

canova
  

Il latin lover Jacopo Ortis
Ritratto di Ugo Foscolo
Richard Newbury sul
Corriere della Sera 27 agosto

"Ugo Foscolo diede alla nuova Italia una nuova istituzione, l'esilio", ha scritto il fautore dell'Italia federalista Carlo Cattaneo, lui stesso in esilio con la moglie inglese in quella città che allora era un rifugio per rivoluzionari in fuga e ora per capitali clandestini anche loro in fuga: Lugano. La prima intenzione del poeta era comunque quella di invadere l'Inghilterra con la Divisione italiana di Napoleone sulla costa della Manica, nel 1804. Con suo disgusto, Foscolo ottenne solo l'incarico di responsabile del deposito di Valenciennes. Qui fece piacevolmente passare il tempo studiando inglese con la 19enne Sofia Hamilton, figlia della vedova bohemien Lady Mary Walker, che aveva preso il nome di Hamilton dal padre dei suoi ultimi tre bambini. Il risultato di questa passione in Piccardia tra l'allievo e la professoressa fu la nascita della piccola Floriana, che venne poi allevata dalla nonna. Foscolo, d'altra parte, abbandonò ogni pensiero per la figlia fino a quando non arrivò a Londra come "rifugiato politico", dopo l'invasione austriaca della propria patria, Venezia, nel 1816.
canova: le tre grazie
  
La sua reputazione aveva preceduto Foscolo che divenne immediatamente una stella dei salotti letterari, invitato nel cuore della Londra whig (liberale, ndr ): Holland House. Il suo Jacopo Ortis era stato tradotto in inglese nel 1814, e due anni dopo aveva ricevuto elogi entusiastici nella più celebre opera letteraria europea dell'epoca, Childe Harold's Pilgrimage di Byron. Ingeneroso per natura, specialmente nei confronti dei rivali letterari, Foscolo consigliò all'editore John Murray, che Holland gli aveva presentato, di smettere di pubblicare Byron perché "politicamente rischioso". A Lord John Russell, che più tardi in qualità di ministro degli Esteri avrebbe agevolato il successo della spedizione dei Mille di Garibaldi nel 1860, Foscolo dedicò invece la pièce Ricciarda .
Tra il 1818 e il 1827 (anno della sua morte), i suoi guadagni come uomo di lettere "inglese" sarebbero stati sufficienti per una vita indipendente e del tutto rispettabile, ma non bastavano certo per le sue pretese aristocratiche. "Le mie entrate non reggono in questo Paese", si lamentava in una questuante lettera a Lord Guildford. Per questo, i debiti non pagati gli fecero perdere la maggior parte degli amici inglesi e, oltretutto, resero anche impossibile avere crediti in denaro a tutti gli altri rifugiati italiani appena arrivati in Inghilterra. Quelle che Lord Holland definiva l'"intolleranza" e l'"incontrollabile irruenza" di Foscolo erano poi caratteristiche inaccettabili in una società attenta all'educazione. Lo stesso poeta ammetteva di essere "un individuo che per propria disavventura fu dalla Natura creato di carattere risentito".
I suoi comportamenti amorosi erano anche troppo ciecamente appassionati per i riservati inglesi, e ci volle un anno perché la 19enne Caroline Russell, figlia del presidente del tribunale di Bengal, convincesse quel latin lover che aveva il doppio della sua età ad accettare un "no" in risposta all'offerta di matrimonio.
Agli amici inglesi non piacque neppure il fatto che alla morte della nonna di Floriana, Foscolo - tutore legale della bambina - si appropriasse illegittimamente dell'eredità di tremila sterline. Con questo guadagno illecito, il poeta progettò di costruirsi un cottage alla moda vicino a Regent's Park ed "essendo ormai rassegnato a vivere e morir solo, la mia casa non sarà più spaziosa di quel che abbisogni a un solo padrone". Qui avrebbe scritto i suoi libri, "alcuni per vivere, ed altri non oso dire per la patria, né per la gloria, ma per la segreta gioia che emerge dall'esercizio delle nostre facoltà".
Intanto che il cottage e il giardino - che da solo costava 200 sterline - venivano completati, Foscolo fece un viaggio attraverso l'Inghilterra visitando Cambridge e il Derbyshire - "come la Svizzera ma senza i suoi antipatici abitanti" -, venne ospitato a Chatsworth, nel magnifico palazzo di campagna del Duca del Devonshire, e osservò il nuovo fenomeno di un villaggio che si sviluppa fino a diventare città industriale: Manchester. "I vostri figli, o più tardi i vostri nipoti, si accorgeranno che la vera rivoluzione sarà qui prodotta, da un lato, dalla miseria della moltitudine, e dall'altro, dalla dovizia de' nuovi ricchi".
ugo foscolo
  
I componenti di una società che si volesse rispettabile non potevano però visitare il Digamma Cottage di Foscolo, dove vivevano ben tre servitrici: tre muse che davano adito a molte speculazioni sul loro esatto ruolo nella casa e anche nel letto di Foscolo. "Per senso di giustizia nei confronti degli amici di Foscolo bisogna aggiungere che c'erano circostanze che giustificavano il loro allontanamento da lui", commentò uno di quegli amici.
Nel 1824 Foscolo venne arrestato per debiti nei confronti del suo sarto, e vendette tutti i mobili e poi la casa. Mentre era in trattativa per compilare un'edizione di Dante e un compendio di letteratura italiana in 19 volumi, Foscolo patì l'umiliazione di dover mettersi a insegnare italiano.
A peggiorare ancora le cose, soffriva di panico quando dava lezioni pubbliche di letteratura italiana, sia pure nella sua lingua madre. Ciò nonostante guadagnò 771 sterline, che finirono tutte nelle tasche dei creditori. Ancora assediato dai debiti, visse in incognito prima come signor Marriatt a Hendon e Totteridge, che allora erano villaggi a nord di Londra, e poi in alcune camere d'affitto londinesi nelle vesti del "gentiluomo tedesco" Emerytt. Manteneva sé e sua figlia vendendo la sua biblioteca libro per libro, scrivendo articoli e affidandosi comunque alla continua generosità degli amici inglesi per notevoli somme di denaro e per gli ottimi vini di Lord Holland.
Floriana lo accudì durante la malattia fatale a Turnham Green, a ovest di Londra. Foscolo morì di edema il 10 settembre 1827 e venne seppellito in Chiswick Churchyard, da dove venne trasferito in Santa Croce a Firenze nel 1872. Floriana - come la sua eredità - era esaurita, per lo stress e le cure continue al padre. Morì un anno dopo.
Foscolo considerò i suoi dieci anni in Inghilterra come "una sorta di espiazione per molte mie passate imprudenze". Il modello di rifugiato "alla Foscolo" sarà poi, come vedremo, abbandonato dai successivi esiliati italiani, che volevano innanzitutto sopravvivere ed essere benvenuti sul suolo anglosassone.


Due inediti di Stefano Benni
Su
stefanobenni.it

Lady sings the blues

Negra? Non si vede?
Cantante? Ascoltami e vedrai
Puttana? Sì, ho fatto anche quello
E bevo anche come quattro uomini
Non mi fai paura, ho suonato in posti peggiori di questo
In bar di cow boys nel sud dove mi sputavano addosso
In una città dove il giorno stesso avevano linciato un nero
A New Orleans dove un diavolo alla moda
Ogni sera mi regalava fiori di droga
E a Chicago mi innamorai di un trombettista sifilitico
E all'uscita del night mi hanno spaccato la bocca
Sotto la pioggia da una stazione all'altra
Lady sings the blues

Negra? Sì, ma ci sono abituata
Cantante? Canto come una gabbia di uccelli
Note gravi e alte, e tutto il repertorio
Posso svolazzare come quelle belle cantanti dei film
E poi posso piantarti una ballata nel cuore
Vuoi strange fruit? Vuoi midnight train?
Posso cantartela anche da ubriaca
O con un coltello nella schiena
O piena di whisky e altro, perché sono una santa
E il mio altare è nel fumo di questo palco
Dove Lady sings the blues

Negra? Negra e bellissima, amico
Cantante? Non so fare altro
Puttana? Beh sì ho fatto anche quello
E bevo come quattro uomini
Non toccarmi o ti graffio quella bella bianca faccia
Posate il bicchiere, aprite quel poco che avete di cuore
State zitti e ascoltate io canto
Come se fosse l'ultima volta
Fate silenzio, bastardi e inchinatevi
Lady sings the blues

E quando tornerete a casa dite
Ho sentito cantare un angelo
Con le ali di marmo e raso
Puzzava di whisky era negra puttana e malata
Dite il mio nome a tutti, non mi dimenticate
Sono la regina di un reame di stracci
Sono la voce del sole sui campi di cotone
Sono la voce nera piena di luce
Sono la lady che canta il blues
Ah, dimenticavo... e mi chiamo Billie
Billie Holiday

billie and louis
  

Tango perpendicular

E' nel pavimento lavato dove brillano
i pesci d'oro delle scarpe nuove
E' nel sudore sulla fronte del violinista
E' nel Cupido dal dente cariato
che fa sedere le coppie, aspettando la mancia
E' nel bicchiere di Tempranillo
dove lui desidera lei, attraverso un rosso inferno
E' nella segatura ben sparsa,
perché nessuna lacrima vada persa
E' nel primo sopraggiungere del tango
E' nella notte curiosa dietro la porta chiusa
Ma se non ti tengo tra le braccia
tutto questo è una cartolina odorosa
per un barbiere che dorme
per un barbiere che sogna

E' nella dama piccola che si appoggia
al cavaliere come a un parapetto di balcone
e guarda ombre di passi passare
in un fiume di neon e di fumo
nel suo grande music-hall personale
E' nel sorriso dello scemo che non può ballare
ma dentro di sé conquista e seduce
la bionda triste, con l'uomo al fianco
che parla di sacchi di caffè, e non ama il tango
E' nel gesto di Carlos che spalanca
il bandoneon, come Mosè che apre il mare
E' nel frusciare di una gonna, in un attimo di silenzio
E' nell'odore di rosa, calzini ed assenzio
Ma se non ti bacio come si baciano i ragazzi
tutto questo è nostalgia, per un mare dipinto
per un marinaio senza più nave
per un marinaio senza più vento

E' nella tosse roca del ballerino migliore
che indossa la morte, come un abito ben fatto
e nella vecchia coppia che danza
“Enganadora” per la millesima volta
E' nella vecchia ferita da coltello
il giorno che qualcuno difese qualcuna
Nelle risate troppo forti e smargiasse
Nelle farfalle che si uccidono sulle lampade rosse
E' nella grazia e nell'arroganza
di questo contrappunto, che ci trascina
nei campi di luna, oltre la porta
Ma se non mi sei vicina, amore
tutto questo è uno spartito vecchio
dentro una vecchia valigia di carta
dentro una vecchia valigia sporca


Natalino Balasso
“Le elezioni condominiali”
sul blog di
Claudio Sabelli Fioretti

Natalino Balasso: qualcuno lo ricorda a "Zelig" nei panni dell'attore porno, o in quelli del professore esperto di Sumeri. Ma questa primavera il suo trionfo sono state le elezioni. Nei suoi spettacoli raccontava appunto i suoi tentativi di essere eletto in concorrenza con Polo e Ulivo nel suo Listone Balasso.

giannelli
  
Come sono andate le elezioni?
La domanda è brutale.
E la risposta?
La verità?
La verità.
Lo dico solo a lei. Siamo stati trombati.
Lei non è un vero politico. Nessun vero politico ammette la sconfitta.
Noi siamo per la trasparenza. Abbiamo un modo diretto di parlare. Noi siamo sempre stati per la politica dei piccoli passi. Piccoli e molto rapidi.
Che vuol dire?
Non lo so. Noi a queste elezioni abbiamo corso da soli.
Che cosa è questo "noi"? Un plurale majestatis?
No, quando dico noi intendo il Listone Balasso.
Quanti eravate?
Molti. L'attrice Vulvona Thompson per esempio. Tutti trombati.
Ma perché?
Perché avevamo parlato chiaro all'elettorato. Non avevamo detto bugie. Avevamo detto per esempio che non volevamo alleanze col Cavaliere perché ne avevamo già abbastanza del cavallo. Queste sono affermazioni dure e non sono state capite.
Le hanno alienato l'elettorato moderato?
L'elettorato moderato ha avuto un deflusso di voti verso l'onorevole Di Dietro dell' Italia dei Calori. Se non c'era lui io ero in Parlamento.
Perché la sinistra ha perso?
Perché era indifferente.
Indifferente?
Poco differente. Sembrava la Dc.
Qual era il programma del Listone Balasso?
Il Listone Balasso è un movimento che predica il pressappochismo più assoluto. La totale ignoranza politica. Pensavamo che agli italiani piacesse.
E non è piaciuto?
E' piaciuto moltissimo ma gli avversari sono riusciti ad attuare una ignoranza molto maggiore della nostra. Siamo stati superati anche in pressapochismo.
Qual è il politico che le piace di più?
Cacciari. Intende la politica come servizio per la collettività. E infatti è stato trombato.
Chi non le piace?
Nel Polo si può pescare nel mucchio senza guardare.
Hanno presentato non politici, ma tecnici.
Tecnici? A me sembravano impiegati.
Berlusconi aveva promesso di diminuire le tasse.
Ah ah!
Ma che risposta è?
Ah ah! Chi mi stupisce di più è la Lega. Bossi dice che ce l'ha duro e poi cala le braghe davanti al Cavaliere. E al cavallo.
Vorrebbe votare di nuovo?
Oh Dio, si rivota?
No, tanto per dire.
E' meglio che l'Ulivo si faccia due anni senza partecipare a competizioni. Allenamento. Partitelle amichevoli.
E' giusto che votino anche i poveri?
No. I poveri votano per Berlusconi.
Ma la Costituzione?
Va bene, facciamoli votare ma non è bello.
Però se facessero un partito. Il partito dei poveri...
Grande idea! Vincerebbero le elezioni. Ancora qualche anno di Berlusconi e il partito dei poveri prende la maggioranza.
Giusto che votino anche le donne?
No. Le donne votano per Berlusconi. Le donne amano l'uomo pulito, coi capelli corti e profumato.
Non ci sono donne di sinistra?
Pochissime. Sono quelle che amano gli uomini con le cicatrici.
Il Listone Balasso si ripresenterà?
Sempre. Adesso abbiamo le elezioni condominiali. Sarà un trionfo.
Sicuro?
Sicurissimo, siamo solo noi.
Chi vi ha votato? Avete fatto l'esame dei flussi?
Mi hanno votato quelli che scrivono le porcate nei gabinetti.
Forse si sono confusi e sono andati a votare nei gabinetti.
Sicuro. Ci sono molte schede ancora da raccogliere in giro.
Lei è di destra o di sinistra?
Mi viene il magone se mi dice così. Destra e sinistra sono concetti impalpabili. Io spero solo che la gente diventi più buona. C'è troppa cattiveria in giro.
Se Berlusconi le chiede di presentarsi con Forza Italia che cosa risponde?
Durissimo. Calo le braghe subito e mi faccio dare un sacco di soldi. Voglio prendere il posto di Ombretta Colli.
E con i soldi che fa?
Apro una catena di cinema porno in tutta la provincia di Milano. Si chiama redistribuzione del reddito. Farò il comunismo dalla parte del Polo.

altan
  

   31 agosto 2003