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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 24 agosto 2003


il manifesto del 17 agosto
  

Homo stupidus fermati in tempo
Inerti di fronte al clima sempre più torrido
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera 17 agosto

Quest'anno è stato caldissimo? Non c'è dubbio: sì. Fa troppo caldo sin da maggio e l'estate è stata torrida. L'esperto conferma: la Terra non è mai stata così calda da 500 milioni di anni. Capito? Da 500 milioni di anni. Non c'è da scherzare. Sarà così, e anche peggio, negli anni che verranno? Temo di sì. Beninteso, è impossibile prevedere se l'anno prossimo sarà caratterizzato da alluvioni o da siccità. Ma è sicuro che il clima è diventato estremizzato. Così come è sicura la linea di tendenza: che il riscaldamento della Terra è crescente e che sta raggiungendo livelli pericolosi. Per Martin Rees, un autorevole esperto di cosmologia e astrofisica, c'è solo una probabilità su due che la razza umana arrivi al prossimo secolo. Rees ricorda che il nostro pianeta è già incorso in cinque cicli di estinzione, la più celebre delle quali, 65 milioni di anni fa, fece sparire i dinosauri. E ora, conclude, l' homo sapiens sta approntando una sesta estinzione: la propria.
Secondo il paleontologo Michael Benton, la temperatura della Terra sarebbe solo a sei gradi dal livello nel quale le forme di vita che conosciamo (ivi inclusa la nostra) non potranno sopravvivere. Perché proprio sei gradi non so. Ma è chiaro che il clima è già sbilanciato e che, quando un sistema di equilibri si squilibra, scattano dinamiche ingovernabili e imprevedibili. Nessuno aveva previsto la subitanea impennata di calore di quest'anno. Tutti prevedevano un crescendo più lento. Ma perciò il segnale di allarme è serio.
La domanda ora è: che cosa possiamo fare per bloccare una catastrofe ecologica? Ma prima dobbiamo eliminare le risposte irresponsabili di chi sostiene che non occorre fare nulla perché "tutto è normale", perché il clima della Terra è sempre stato ciclico, oppure che non possiamo fare nulla perché i cicli di riscaldamento e di raffreddamento sono prodotti da cause naturali.
Entrambe queste risposte sono ormai abbondantemente confutate. I cicli naturali sono sempre stati a decorso lento, mentre noi stiamo subendo sconvolgimenti rapidissimi. Quanto alle cause naturali, la National Academy of Science degli Stati Uniti è perentoria: "Ogni suggerimento che il riscaldamento degli ultimi vent'anni sia prodotto da cause naturali, e specialmente da un crescente irradiamento del sole..., è semplicemente non sostenibile".
Allora, è sicuro che la causa primaria dello stravolgimento del clima siamo noi. Sul come rimediare globalmente (il problema è senza dubbio globale) ho scritto un libro che non saprei riassumere in poche righe. Qui importa sollecitare una presa di coscienza del problema e segnalare alcune cose che sono subitissimamente da fare. Cinque anni fa, proprio per Ferragosto, scrivevo un pezzo intitolato "La vergogna degli incendi". La vergogna è oggi più vergognosa che mai. Gli incendi sono quasi tutti dolosi. Ma non riesco a ricordare quanti fuochisti siano mai stati condannati ai 15-20 anni previsti dalla legge. Eppure, gli incendiari (e i loro mandanti) sono tra i criminali più rovinosi e spregevoli di tutti.
C'è poi il problema incalzante dell'acqua, che andrà sempre più a mancare. In Sicilia gli invasi non sono allacciati e al Sud gli acquedotti perdono per strada metà dell'acqua. Ma il governo punta su opere faraoniche (il ponte sullo Stretto di Messina) e non si cura di dissetare persone e terre. Intanto, al Nord si stanno liquefacendo i ghiacciai che alimentano d'estate i fiumi. C'è qualcuno che propone qualcosa? No: ci limitiamo a pregare per la pioggia. Altro che homo sapiens sapiens ; siamo al cospetto dell' homo stupidus stupidus .

giannelli
  

La civiltà della spazzatura
Gli anziani vittime dell'afa
Barbara Spinelli su
La Stampa 17 agosto

Le immagini che si accampano sugli schermi televisivi francesi, in questi giorni, dicono molte cose sulla civiltà che abbiamo costruito. Gran parte delle persone giovani e sane sono in ferie, o resistono alla meglio nelle città colpite da canicola. Restano, scaraventati ai margini, più derelitti ancora dei cani che si consegnano ai ricoveri, gli anziani.
Non vediamo che loro nei telegiornali, da qualche settimana, e dietro ciascuno di essi il dramma della loro solitudine, del loro abbandono, della selezione naturale cui di fatto sono esposti, del loro parlare che nessuno più ascolta. Senza pudore, la televisione filma cucine senza frescura, alloggi senza traccia di convivialità, corpi di esseri umani crollati in un angolo dell'appartamento, la mano tesa verso quel surrogato di braccio umano che è la cornetta telefonica. Il più delle volte il corpo viene trovato giorni dopo il decesso, dai vicini inquietati dall'odore. Nessun familiare si è visto nei paraggi, e l'anziano ha reso l'anima a Dio senza che una mano l'accarezzasse nell'ultima ora. Nei canili si usa innaffiare i cani, di tanto in tanto, perché non periscano di caldo. Nello zoo di Vincennes hanno buttato ghiaccio nella vasca degli orsi bianchi. Non così per i vecchi, per i tanti ricoveri dove sono spediti a morire: oggi non c'è quasi automobile senza il condizionatore, ma negli ospizi il condizionatore è introvabile lusso.
E' l'altra faccia delle nostre metropoli, che la strage estiva degli anziani ci fa vedere d'un sol colpo. L'altra faccia di Parigi e delle grandi città francesi, in particolare, perché la Francia urbana è un paese dove le famiglie sono meno compatte, solidali. E' anche il paese dove si fa più fatica a riformare le pensioni, per far fronte al declino demografico: proprio perché qui il declino è minore, perché ancora nascono figli, non si vogliono fare sforzi per il futuro. Su Libération, un lettore si esercita in un macabro calcolo: 3000 morti fa un risparmio di 2.250.000 euro, per le casse previdenziali.
Una volta non c'erano che rifiuti inanimati, nelle fogne cittadine. Adesso le fogne fanno tutt'uno con quei vecchi che vediamo agonizzanti, disidratati, dimagrati come fossero usciti non da alloggi vivibili ma da recinti. Boccheggiano davanti alle telecamere, appena capaci di stare in piedi. Si vede che non hanno avuto il conforto d'un vicino, d'un parente, d'un libro amico. Anagraficamente sono i nostri padri, madri, nonni, ma in realtà hanno cessato da tempo di esserlo.
Sono gli abitanti di quei regni paralleli, di rado visitati, che sono le fogne urbane: sono diventati essi stessi, con il nostro contributo, spazzatura. Il filosofo-psicanalista Lacan lo aveva detto, a suo tempo: la nostra è una "civilizzazione della spazzatura", degli égouts. Quel che distingue l'uomo dall'animale è "l'immensa capacità che noi abbiamo di produrre rifiuti". Adesso ci sono anche i nostri genitori e nonni, mescolati dentro le pattumiere alle bottiglie di plastica, ai residui alimentari, ai giornali di ieri.
Nei prossimi mesi il caso francese sarà studiato, si spera: è importante per tutti noi, se è vero che la Francia non è una anomalia ma la nostra normalità a venire. Ci si chiederà come mai quei 3000 morti, in un paese che non ha sofferto più caldo del Portogallo o della Spagna, dell'Italia o della Grecia. Come mai quel disastro sanitario che ha sregolato d'improvviso ospedali e pronto soccorsi, case funebri ed esequie. Come mai si è addensato tutto qui il morbo letale che in realtà ha ucciso gli anziani: non tanto il sole, ma la solitudine e la disperazione di uomini che si son visti trasformare in rifiuti. Non tanto il caldo esterno ma l'abissale freddo delle anime, che ha indurito tanti cuori e raggelato più che altrove la pietas.
La Francia è la nazione dove l'individuo è re, e il collettivo è interamente rappresentato dallo Stato onnipotente ma in difficoltà, padre padrone a corto di risorse. Qui sono deboli le strutture collettive intermedie: famiglie e associazioni, chiesa e volontariato. Qui sembra esser già spezzato il filo che lega le generazioni: non tanto nei villaggi e nel Sud, ma nelle città e nel Nord, dove pure ha fatto un po' meno caldo. E' un divario enorme: nei villaggi e nel Mezzogiorno la morte ha colpito di meno, la pietas sembra sopravvissuta. In tutta la Francia i morti sono aumentati del 30 per cento, rispetto agli stessi mesi dello scorso anno. A Parigi sono aumentati, nella sola giornata del 9 agosto, del 144 per cento. In Francia lo Stato assistenziale è presente e funziona, ma quest'estate si è visto quanto perversi siano i suoi effetti: quando lo Stato si assume la protezione di tutti, la singola persona diventa più egoista, meno attenta all'altro. Nel welfare i diritti proliferano a dismisura, armi di distruzione di massa che uccidono al passaggio sia i doveri che la responsabilità. Per questo Parigi non è un caso a parte. E' la terra di desolazione verso cui tutti rischiamo d'incamminarci.
Non è chiara la via d'uscita, da questa degenerazione delle virtù legate alla pietas, alla solidarietà, al dover-essere. Ma di sicuro urge un nuovo contratto con il mondo degli anziani, che li tiri fuori dalla condizione di spazzatura cui vengono condannati da ciascuno di noi: individui, municipi, governi. In quelle pattumiere dell'esistenza ci devono esser meno oggetti, e meno esseri umani. Lo stesso linguaggio cui siamo abituati è mortifero, urge correggerlo. Diciamo "fa bello", e in realtà sappiamo che il bello sarà orrendo con i suoi 40 gradi. Diciamo che il tempo "peggiora", e in realtà ogni "peggioramento" è una speranza di fresco respiro che s'accende. Il barometro "va verso il bello", ed è morte che si diffonde. Si "rasserena" il cielo, ed è affanno che s'aggiunge all'esistenza.
Il bello diventa equivalente di letale, il brutto l'equivalente di benessere. Forse, molto umilmente, potremmo cominciare da qui, dal linguaggio che usiamo a proposito di quell'argomento tutt'altro che secondario che è il Tempo: se sapessimo che il Bello è annunciatore di morte useremmo più prudenza realista anche nella vita pratica, e saremmo meno freddi, nel pensare le surriscaldate vacanze dei nostri anziani.
Potremmo anche rileggere Re Lear: la tragedia del vecchio re abbandonato dalle proprie figlie non è molto diversa da quella che ha conosciuto la vecchia di Caltanissetta di cui abbiamo saputo quest'estate, ascoltando i telegiornali. Maria Di Dio, ottantuno anni, ha dieci figli. Ma nessuno ha trovato il tempo di dedicarle qualche giorno delle proprie ferie: alla fine di luglio si è trovata sola e senza tetto per le strade, assistita dai soli vigili urbani. Per questo è così orrenda la parola che usiamo per i mesi del solleone: vacanza. E' la più vuota, la più chiusa, la più gelida di tutte le stagioni della nostra esistenza.


giannelli
  

Notizie americane
Furio Colombo su
l'Unità 17 agosto

Per fortuna non era terrorismo. Ma milioni di persone sono restate per decine di ore senza una guida, senza un governo. Il presidente degli Stati Uniti può esportare una potentissima macchina da guerra ma non può parlare al suo popolo se c'è un black out che interrompe ogni forma di comunicazione, come è accaduto nel pomeriggio del 14 agosto.
L'evento, per fortuna, non è stato pericoloso, ma la risposta organizzata è stata lentissima. Nessun centro nazionale di notizie, nessun punto di informazione certa. Esemplare solo il sindaco di New York che, quasi immediatamente, ha fatto sapere, attraverso le radio delle auto bloccate nel traffico e le radio a transistor (fuori uso tutti gli altri strumenti di comunicazione) che non si trattava di un attentato.
La voce del cosiddetto superministro per la sicurezza Tom Ridge, l'uomo che era stato insediato come punto di informazioni certe per tutto il Paese, non si è sentita mai. La Casa Bianca era vuota, il presidente in vacanza. Quasi tutte le centrali elettriche che si erano spente a catena per ragioni ancora misteriose, sono di proprietà privata, senza alcun progetto di modernizzare o migliorare la tecnologia, senza alcun incentivo o ragione di farsi carico dell'immenso disagio di un black out e - meno che mai - del dovere di scambiare e coordinare le comunicazioni.
Un esempio. Tre giorni dopo il black out, milioni di americani non sanno se e quali aerei, treni, bus, partono o arrivano, se e quali tunnel che collegano l'isola di Manhattan alla terra ferma sono stati riaperti, e non hanno informazioni sulla ripresa dei trasporti di massa nelle vaste aree metropolitane rimaste prive di energia elettrica.
Gli americani non sanno ancora - mentre stiamo scrivendo dopo avere consultato “on line” tutte le possibili fonti - che cosa davvero è successo. Dove, perché, come si ripara e come si eviterà nel futuro.
* * *
L'argomento sembra essere la fragilità del colosso americano, immensa macchina militare e disordinato e incoerente sistema di funzionamento quotidiano. I falsi amici dell'America, coloro che si sono gettati a fingere un nuovo patriottismo filo-Usa, solo perché questo momento della politica americana sembra assecondare certe esigenze della loro politica interna, accuseranno chi discute questa sequenza disastrosa di eventi, di anti-americanismo.
Ma ciò che è accaduto in questi giorni sulla costa dell'Est degli Stati Uniti e del Canada è un problema per adulti responsabili, e tocca ad essi, nei giornali e nelle televisioni del mondo, cercare - accanto alle notizie vere che scarseggiano - le spiegazioni e le interpretazioni dei fatti.
C'è un identikit dell'America di Bush in questo grave e, per fortuna, “innocente” evento, nella sua vastità, nella sua imprevedibilità, nelle sue conseguenze.
Al centro di tutte le immagini sul black out che si sono viste negli Usa (in Italia chi non è collegato alla Cnn non ha visto quasi niente e non in tempo reale, perché non si devono interrompere i varietà, e mai la Rai e Mediaset sono apparse così inferiori al loro compito, forse per mancanza di ordini sul senso politico da dare alle sequenze allarmanti) c'è la solitudine. Non è una descrizione di colore con richiami e nostalgie letterarie. Se mai viene in mente la fantascienza amara e senza speranza di Philip Dick.
Chi ha visto i milioni di newyorkesi che camminavano in lunghe colonne da nord a sud, da sud a nord e verso i due lati dell'isola di Manhattan, si è reso conto che tutta questa gente può essere mandata in guerra ma non a casa. Ognuno - milioni e milioni - ha dovuto fare da sé, trovare la sua soluzione, sopravvivere, arrangiarsi, secondo quel che vedeva, ascoltava dalla persona vicina o credeva di avere capito. Tecnologie immense, pagate fino all'indebitamento astronomico di Bush con i soldi dei contribuenti, sono disponibili all'istante per realizzare in poche ore un intervento militare nel mondo, secondo disegni stabiliti al chiuso da poche persone sulla base di informazioni segrete.
Ma niente è predisposto, pensato e preparato per vivere un'emergenza dalla parte dei cittadini. Si può e si deve ammirare la straordinaria autodisciplina di un popolo, il senso di responsabilità individuale, la poderosa capacità collettiva di risposta spontanea.
Ma è una esistenza “fai da te”, in cui i cittadini non hanno a fianco nessuno, una vita in cui informazione, forza, tecnologia, comando, sono pagati dai cittadini ma non sono per loro. Funzionano altrove. In un grave incidente della vita quotidiana, come il black out cominciato il 14 agosto, non servono e non aiutano nessuno.
Colpisce soprattutto, in un Paese già duramente colpito dal terrorismo, la mancanza di una rete alternativa di comunicazione, la mancanza, per i cittadini, di informazioni certe, di notizie e istruzioni sicure. Il problema non è la disputa su ciò che è accaduto. Quella disputa diventerà enorme nei prossimi giorni e svelerà, forse, una inadeguatezza che è quasi incuria, un medioevo della tecnologia domestica.
* * *
Il problema è la noncuranza per una voce che raggiunga tutti i cittadini, informandoli da un lato sulle cose da sapere subito e sul posto, le cose da non fare, le marce inutili da evitare, gli affollamenti da cui stare lontano, le false soluzioni per problemi ignoti di durata sconosciuta. Dall'altro, specialmente in epoca di terrorismo, è la mancanza di piani immediati, sensati e realistici, per sgomberare un'isola.
Possibile che nessuno abbia pensato a dividere Manhattan, o meglio l'intera regione, in aree in cui responsabilità precise sono affidate a personale addestrato, con competenze immediatamente utili e strumentazione adeguata?
E poi è mancata la voce del Presidente. Ha parlato tardi, ha parlato poco, non ha spiegato niente. E infine - abituato dal clima di guerra a ignorare le brutte notizie - ha deciso di non parlare affatto, nel suo discorso radio del sabato dell'evento tutt'ora misterioso che ha coinvolto cinquanta milioni di cittadini.
Bush, che nel caos iracheno sta perdendo punti di popolarità ogni giorno, nel caos della costa dell'Est deve avere perduto molti altri punti a causa del senso di vuoto che quei milioni di cittadini, che si sono ingegnati a saltar fuori dagli ascensori, a farsi strada da soli nelle gallerie delle ferrovie sotterranee, a camminare per ore senza sapere se facevano la cosa giusta, devono avere provato per un giorno, una notte e un giorno.
Al caos è seguita una lunga incertezza di tutto e su tutto: quando e dove torna la luce, quando e dove parte un treno o un aereo, quando e dove la ferrovia metropolitana riprenderà le corse, quando e dove potrai trovare dell'acqua e un panino, quando e dove sarà possibile usare di nuovo un telefono (tutti saltati, fissi e cellulari) per avere o fare avere notizie.
* * *
Caos e silenzio sono circondati da una costellazione di interessi privati. Ciascuno, come nel gioco “Monopoli”, possiede separatamente una o più centrali elettriche che rispondono all'economia del gruppo proprietario, ai suoi legittimi interessi di bilancio, non alle logiche di una vasta regione (l'area di Nord Est degli Stati Uniti) in cui vivono, lavorano e producono ricchezza milioni di persone.
Infatti non è in atto alcuna concorrenza, in un mercato in cui ciascun operatore di centrali elettriche ha sistemato secondo convenienza i suoi rapporti con gli altri operatori.
Ecco l'America di Bush. Solitudine del governo al vertice, che preferisce propaganda e segreto. Solitudine dei cittadini, immensamente disciplinati, ma senza sostegno, senza guida, senza piani per affrontare un'emergenza di queste proporzioni.
Il caos del black out, vissuto in solitudine è una vicenda esemplare. È ragionevole immaginare che partirà di qui, oltre che dal disastro iracheno, la campagna elettorale dei democratici per restituire l'America agli americani e a chi ha sempre amato quel Paese. La destra di Bush, come le destre dei governi vassalli che la sostengono con obbedienza servile, non sa governare.


feiffer
  

Una rete al collasso la nuova grana di Bush
Federico Rampini su
la Repubblica 17 agosto

SAN FRANCISCO
- Agosto 2003 sulla East Coast, estate 2000 e 2001 in California: i blackout non sono più "incidenti", sono un medioevo futuro degli Stati Uniti che minaccia di diventare routine quotidiana. Con appena il 4,6% della popolazione mondiale ma il 25% dei consumi energetici del pianeta, la superpotenza americana ha il suo tallone d'Achille in un modello di sviluppo insidiato dal collasso energetico.
I danni di privatizzazioni mal regolate, la decadenza delle infrastrutture, gli scarsi investimenti in energie alternative aggravano la vulnerabilità. Ma la prima causa dei blackout è uno stile di vita che divora elettricità più di ogni previsione: nonostante la società post-industriale e le tecnologie "leggere", il consumo pro-capite di corrente è ancora salito dal 1997 a oggi, da 15.000 kilowattora a 17.000 per ogni cittadino americano. All'origine la miniaturizzazione digitale prometteva risparmio energetico, l'efficiente microchip consuma meno watt del vecchio transistor: ma il successo dell'informatica ha portato a un'invasione inarrestabile di congegni elettronici; e col benessere post-industriale arriva l'aria condizionata in ogni casa (il 21% di tutta l'energia consumata negli Stati Uniti è a scopo residenziale).
I preavvisi di catastrofe sono rimasti inascoltati, anche per la rete di distribuzione elettrica che è stata l'anello debole nell'ultimo maxi-blackout. "Abbiamo un sistema vecchio di 50 anni, incapace di reggere la domanda di una società digitale" secondo Peggy Welsh che dirige il Consumer Energy Council. Dal 1990 il consumo di corrente elettrica è cresciuto del 25%, gli investimenti per potenziare la rete distributiva (tralicci, centraline, cavi) sono crollati del 30%. L'America ha rivelato un punto debole che i terroristi potrebbero sfruttare: basta poco per paralizzare il sistema nervoso che distribuisce la corrente dalle centrali alle città. Di chi è la colpa se la rete Usa di tralicci e fili ad alta tensione è da Terzo Mondo? Perché nessuno ha interesse a investire nella modernizzazione di questa infrastruttura strategica?
Bush non ha dubbi. Accusa gli ambientalisti, le troppe regole, e quel "fattore-Nimb" che sta per Not In My Backyard, cioè "non nel mio cortile". Lo riassume Stephen Floyd, lobbista per l'energia nucleare: "la gente consuma sempre più corrente ma non vuole tralicci né centrali vicino a casa sua". E' vero, i cittadini non vogliono pagare le conseguenze del loro tenore di vita, e i politici non fanno nulla per educarli.
Ma nella crisi californiana del 2000-2001 le regole ambientali ebbero un peso marginale. La bancarotta fraudolenta della Enron rivelò altre cause del blackout: una deregulation senza controlli e senza antitrust, le manovre speculative dell'oligopolio elettrico, lo strapotere delle lobby energetiche sui politici. In California i prezzi furono pesanti. Un rialzo del 40% delle bollette. E una costosa rinazionalizzazione parziale della rete distributiva (lo Stato ricomprò alla Southern Edison l'infrastruttura per 2,8 miliardi di dollari) che i privati avevano abbandonato al declino.
All'oligopolio non conveniva investire nella modernizzazione della rete di trasporto: al contrario, le sue strozzature facilitavano la manipolazione dei prezzi.
Le prime avvisaglie di questa crisi risalgono allo shock energetico degli anni '70, e anche le prime diagnosi allarmate come il rapporto su "I limiti dello sviluppo" promosso dagli scienziati del Mit. Allora l'America sperò che il nucleare avrebbe allentato i vincoli al consumismo energetico: fino alla catastrofe della centrale atomica di Three Mile Islands nel 1979. Un quarto di secolo dopo, con il nucleare plafonato all'8%, e un misero 6% di energie pulite-rinnovabili, i combustibili fossili e inquinanti (carbone, gas, petrolio) producono ancora il 71% dell'elettricità americana. Le materie prime sono analoghe o fungibili con quelle dei carburanti per l'auto, i trasporti, il riscaldamento. I mercati energetici sono perciò vasi comunicanti, le penurie si contagiano da un comparto all'altro, blackout elettrici e scarsità di petrolio sono parenti stretti. Il gas naturale, usato nel 17% della produzione di elettricità, è rincarato del 200% rispetto a un anno fa e la sua domanda esploderà del 52% nei prossimi vent'anni.
Di fronte ai sintomi sempre più frequenti di una crisi sistemica l'Amministrazione Bush ha una strategia sola. Meno vincoli ambientali, libertà di estrarre petrolio anche dalle riserve naturali (Alaska), rilancio del nucleare, rifiuto dei limiti di Kyoto. L'ultimo piano energetico varato a maggio dal Congresso di Washington regala 35 miliardi di dollari di sussidi al nucleare e al carbone. Due tabù non vengono neppure evocati: una carbon-tax per far pagare l'inquinamento a chi lo produce, e limiti più severi al consumo energetico delle auto. "In quella legge non c'è nulla che modernizzi il nostro sistema energetico" secondo la capogruppo democratica alla Camera, Nancy Pelosi. "I consumatori rimangono esposti a manipolazioni stile-Enron" secondo l'autorevole "Sierra Club".
Kyoto indica una possibile via d'uscita: riduzione dell'inquinamento, lotta agli sprechi e ricerca nelle nuove tecnologie pulite sono una risposta sia al surriscaldamento climatico che al collasso energetico. Per la Casa Bianca rispettare i limiti di Kyoto alle emissioni di gas carbonici - che riguardano l'automobile come le centrali elettriche - vorrebbe dire sacrificare il 5% del Pil americano entro il 2010, cioè 1.500 dollari di mancato reddito per ogni abitante degli Stati Uniti. Ma quanto hanno già perso gli americani per i blackout californiani e newyorchesi?
E quanto è sostenibile il modello di sviluppo americano - un'auto ogni 1,3 abitanti - ora che lo inseguono due miliardi di cinesi e di indiani? La corsa contro i blackout e la penuria di energia condiziona sempre di più la geopolitica del pianeta. Il terrorismo islamico, la strategia neoimperiale degli Stati Uniti nel mondo arabo, e la lunga notte di 48 ore su New York e Detroit, sono facce di una stessa emergenza.


giannelli
  

La ferita riaperta
Franco Ferrarotti su
Il Messaggero

Microcosmo di cristallo e acciaio, New York è il vociante, variopinto concentrato di decine di gruppi etnici, religiosi, linguistici, di tante Little Italy, Chinatown e Black Borroughs. E' a tutt'oggi la sola, grande avanguardia di un'autentica società multirazziale e multiculturale. Di qui indubbiamente derivano il fascino e la vitalità che contagiano subito anche il visitatore occasionale e gli danno una scossa supplementare. Ma New York non è solo questo. E' qualche cosa di più. E' insieme un simbolo e una realtà di ogni giorno. Al di fuori di ogni metafora e suggestione religiosa, New York è la versione moderna della Babele biblica.
Gli economisti e i ragionieri non si stancheranno di spiegarci le ragioni economiche del suo verticalismo ragioni che a loro giudizio costringono l'edilizia a massimizzare lo scarso terreno disponibile di quella rocciosa isola che è Manhattan. Sono ragioni fondate, plausibili, ma non sufficienti. Occorre andare più a fondo e riconoscere che i grattacieli di New York sono la moderna scalata al cielo. Questa semplice verità è presente nell'immaginario collettivo di tutti i newyorkesi e aiuta anche a comprendere il trauma determinato dal crollo delle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001. Gli europei, anche quelli più vicini agli Stati Uniti, stentano a capirne tutta la portata. Quel trauma è ancora vivo oggi. E' una ferita che continua a gettar sangue. Il black out del 14 agosto scorso l'ha riaperta con uno strappo improvviso e crudele. Ne ha fatto rivivere lo stordimento, il dolore e l'angoscia.
Per questo il black out dell'altro giorno non è un déjà vu. Si capiscono i motivi dei responsabili politici e amministrativi. Cercano di calmare la gente richiamando esperienze analoghe del passato. E' una normale tecnica di conforto per lenire lo spavento e l'angoscia. E' già accaduto prima, sembrano dire, ma la prova è già stata superata e, se siamo riusciti a salvarci una volta, non c'è ragione di dubitare che ce la faremo anche questa volta. E' questo l'atteggiamento dei rappresentanti responsabili, del sindaco e dei suoi collaboratori. Ancora una volta si sentono in prima linea e devono a tutti i costi diffondere sicurezza e tranquillità. Ma è solo una misura di emergenza, che non è in grado di ridurre le dimensioni dell'incidente.
I responsabili ci assicurano che non si trattava di terrorismo, che una centrale per la distribuzione della corrente era stata colpita dal fulmine. Forse c'era anche un sovraccarico, data la calura di questi giorni. Americani e canadesi giocano a scarica barile, il sindaco di New York, con il pragmatismo tipico dell'uomo d'affari di successo, ha già quantificato il danno sofferto dalla cittadinanza. Si tratta di settecento milioni di dollari: impianti al buio per quaranta ore; persone imprigionate nella metropolitana e negli ascensori; derrate alimentari nei frigoriferi da buttare; ospedali e camere operatorie in crisi. Tutto vero, ma il danno più grave è quello che non è possibile quantificare. Quando si afferma che il terrorismo non c'entra, si spera, comprensibilmente, di diminuire la paura. Non è così. La paura è destinata ad aggravarsi. Com'è possibile che un sovraccarico della rete, un fatto accidentale come un fulmine mettano in ginocchio la superpotenza su scala mondiale? La gente comune vive la propria esperienza quotidiana su collaudati moduli abitudinari. C'è una certezza nella vita di ogni giorno, di chi va in fabbrica o in ufficio, dei milioni di pendolari, delle giovani madri che portano i figli a giocare nel Central Park che di per sé viene data per scontata. In questa certezza diffusa che regge la vita di tutti si è aperta una voragine. E' una buona notizia forse solo per gli psicoanalisti.
Le promesse di una vita sempre più comoda, se non più felice, propagandate dai tecnofili, cioè da coloro che vedono la salvezza del mondo nell'indefinito progresso della tecnologia, escono duramente sconfitte. Nonostante le mirabolanti scoperte della scienza applicata come tecnica, specialmente della medicina e della biologia, malgrado gli arditi, per non dire irresponsabili, esperimenti nei laboratori per cui si clonano e si incrociano i patrimoni genetici di esseri viventi, è ancora vero che occorrono nove mesi per procreare un uomo o una donna. La tecnologia è una perfezione priva di scopo. Nessuno può ragionevolmente proporre un nuovo luddismo, ossia una lotta frontale contro il progresso tecnico. E tuttavia è un errore mortale scambiare un valore strumentale, come è la tecnica, per un valore finale. Forse un dubbio andrebbe tenuto presente, come salutare lezione del black out: è probabile che l'uomo non sia stato concepito per vivere alla velocità della luce così come sembra certo che quanto più un processo tecnologico è progredito tanto più aumenta la sua vulnerabilità, data l'interdipendenza funzionale delle sue operazioni.


giannelli
  

Tremonti d'America
Alessandro Robecchi su
il Manifesto 17 agosto

Preoccupazione diffusa e agghiacciante: stiamo diventando come l'America? Welfare a pezzi, pensioni private, deregulation totale, più mercato e niente Stato e, nel dubbio, lo Stato in mano ai campioni del mercato, eccetera, eccetera. Da drizzare i capelli in testa, d'accordo. Ma che succede invece se sarà l'America ad assomigliare di più all'Italia? Ipotesi spaventosa tanto quanto. Eppure qualche segnale c'è. E l'hanno colto al volo alcuni senatori americani leggendo il bilancio dello stato del Connecticut. Non che sia una lettura particolarmente interessante - la trama fa schifo, probabilmente - ma qualcosa di buono c'è. Eccolo: il Connecticut ha avviato una campagna di perdono per alcuni reati fiscali. Un condonino piccolo piccolo, che già per l'etica fiscale americana è un notevole strappo. Ma, sorpresa, il Connecticut che si aspettava di ricavare dal suo condono una trentina di milioni di dollari, ne ha incassati, a sorpresa, ben 110, quasi il quadruplo. Questo deve aver fatto fare un notevole balzo sulle sedie a parecchi senatori, sia repubblicani che democratici. Il Connecticut è in buona compagnia: altri stati (Louisiana, Massachusetts, New Jersey e New York) hanno adottato negli ultimi vent'anni provvedimenti di "pace col fisco", un modo tutto americano di dire "condono". Vedete che già scricchiola un vecchio e caro mito americano, quello che puoi avere alle calcagna l'Fbi o la Cia, i killer di cosa nostra, la mafia delle lavanderie, il rapinatore fatto di crak, il matto generico o il serial killer, e puoi anche sperare di cavartela.
Ma al fisco non si sfugge, e qui è buona norma tirare in ballo la vecchia storia di Al Capone che finì in galera per evasione fiscale e non per sbudellamenti vari. Ora invece, ecco una lobby abbastanza trasversale che si è messa in testa un'idea meravigliosa: il condono fiscale federale, vale a dire il perdono (a pagamento) di tutti quelli che col fisco l'hanno in qualche modo fatta franca. E subito si sono messi a fare i conti, affidando il progetto ad Arthur B. Laffer che fu uno dei pilastri teorici della reaganomics. Carta canta: secondo Laffer, che si è messo alacremente al lavoro, gli Stati uniti potrebbero ricavare dal condono fiscale qualcosa come 175 miliardi di dollari, una cifra spaventosa con cui (ma guarda cosa vado a pensare!) si potrebbero un giorno finanziare tutte le guerre "giuste" di questo mondo.
Sempre secondo i conti della lobby condonista, i contribuenti americani che hanno noie, grandi o piccole, con il Fisco sono circa il 20 per cento. Di questi, più della metà (il 60-70 per cento) avrebbe evaso o eluso in buona fede, per errori tecnici, per incompetenza, e si prevede che sarebbero ben contenti di mettersi in regola, pagando una multa ragionevole.
Naturalmente 175 miliardi di dollari fanno gola a tutti, specie a chi ha tante spese e tanti ragazzi all'estero a portare la democrazia coi carri armati, e dunque urge cercare una giustificazione anche politica, se non etica e morale. Eccola: la nuova politica fiscale del clan Bush è talmente innovativa da creare uno stacco netto con le politiche precedenti (quelle di Clinton prima di tutto). E dunque (banalissimo barbatrucco per allocchi), si potrebbe approfittarne per "ridisegnare il patto fiscale tra governo federale e cittadini", il che significa, tradotto in linguaggio corrente, fare un bel po' di cassa perdonando gli evasori.
Se il mito del fisco americano, implacabile e occhiuto, traballa, però, è anche perché sono in corso entusiasmanti esperimenti. Per esempio l'Offshore Voluntary Compliance Initiative, che permette ai cittadini americani che - distratti - non abbiamo dichiarato al fisco i loro conti off-shore, di farlo adesso. Pagando s'intende. Una leggina di poco conto che ha portato finora alle casse federali circa ottanta milioni di dollari, destinati ad aumentare entro la scadenza di ottobre.
Il condono fiscale americano è per ora uno studio di fattibilità, un sogno e un progetto non molto definito. Ma c'è da scommettere che quando il clan dei texani vedrà quel numero di dodici cifre (175.000.000.000 di dollari), anche il rigore etico del fisco americano uscirà dal mito e tornerà tra gli umani, mostrandoci una nuova faccia della nuova America, anche lei un po' tremontizzata.


vauro
  

Alcuni dei miei migliori amici
Umberto Eco su
L'espresso 20 agosto

Nel corso della recente polemica circa i suoi attacchi ai tedeschi, il già sottosegretario Stefani aveva addotto, a prova delle sue buone intenzioni, il fatto che la sua prima moglie era tedesca. Povero argomento, invero: se lo fosse stata l´attuale, ancora ancora, ma se lo era stata la prima (che aveva evidentemente lasciato, o da cui era stato lasciato) questo è proprio segno che lui coi tedeschi non è mai riuscito a quagliare. L´argomento della moglie è debolissimo: se ben ricordo Céline aveva una moglie ebrea, e un´amante ebrea aveva a lungo avuto Mussolini, ma questo non ha impedito a entrambi, sia pure in modi diversi, di avere indubbi sentimenti antisemiti.
C´è una espressione che, specie in America, è divenuta proverbiale: "Alcuni dei miei migliori amici" ovvero "Some of my best friends". Chi la usa inizia così, affermando che alcuni dei suoi migliori amici sono ebrei (il che può accadere a chiunque) ma poi continua con un ´ma´ o un ´tuttavia´, e segue una accesa filippica antisemita. Negli anni Settanta si rappresentava a New York una commedia sull´antisemitismo che si intitolava appunto ´Some of my best friends´. Chi inizia così è bollato subito per antisemita - tanto che una volta, paradossalmente, avevo deciso che per iniziare un discorso antirazzista occorreva esordire con "Alcuni dei miei migliori amici sono antisemiti...".
È triste che un esordio in apparenza così innocente sia condannato per sempre, ma esso rappresenta un esempio di quella che nella retorica classica si chiamava ´concessio´ o concessione: si inizia dicendo bene dell´avversario e mostrando di condividere una delle sue tesi, e poi si passa alla parte distruttiva. Adoro Buenos Aires e alcuni dei miei migliori amici sono argentini, e tuttavia potrei scrivere pagine terribili sulla classe politica argentina, e persino sul suo elettorato, degli ultimi cinquant´anni. Siccome ho molti amici distribuiti in varie parti del mondo, io potrei affermare che alcuni dei miei migliori amici sono ebrei, così come alcuni sono torinesi e altri palermitani, ma se iniziassi un´argomentazione con "alcuni dei miei migliori amici sono siciliani", è chiaro che mi starei candidando per il Premio Bossi.
Di passaggio, notiamo che, anche se più raro, funziona inversamente l´artificio opposto: non riesco a ricordare di avere amici carissimi a Termoli Imerese, a Canberra e a Dar-es-Salam (e deve essere pura casualità), ma se iniziassi un discorso con "non ho amici a Canberra", è probabile che quel che segue sarebbe un elogio incondizionato della capitale australiana.
Diverso sarebbe l´argomento politico per cui, poniamo, si esordisce provando con dati statistici inoppugnabili che la grande maggioranza degli americani è contraria a Bush, e la grande maggioranza degli israeliani a Sharon, proseguendo poi con una critica di queste due amministrazioni. Ma l´esempio singolo non basta, e non basta citare Amos Oz per Israele o Susan Sontag per gli Stati Uniti. In retorica questo si chiamerebbe un ´exemplum´, che ha valore psicologico ma non argomentativo. Vale a dire che il richiamo al particolare, sia esso rappresentato da Sontag o da alcuni degli altri miei migliori amici, non ha valore per sostenere conclusioni generali. Il fatto che mi sia stato rubato un giorno il portafoglio ad Amsterdam non mi autorizza a concluderne che gli olandesi sono tutti ladri (così infatti argomenta solo il razzista), anche se peccato più grande è argomentare partendo direttamente dal generale (tutti gli scozzesi sono avari, tutti i coreani puzzano d´aglio), concedendo al massimo che per un caso curioso tutti gli scozzesi che ho conosciuto mi hanno sempre e generosamente pagato da bere, e alcuni dei miei amici coreani olezzano solo di costosi e raffinati dopobarba.
Gli esercizi ginnici sul generale sono sempre pericolosi, e prova ne sia il paradosso di Epimenide Cretese, che sosteneva che tutti i cretesi sono bugiardi: ovviamente se così diceva un cretese, bugiardo per definizione, era falso che i Cretesi fossero bugiardi; ma se per conseguenza i Cretesi erano sinceri, allora Epimenide diceva la verità affermando che i Cretesi sono tutti bugiardi. E via all´infinito. Nella trappola era caduto addirittura San Paolo, che aveva argomentato che veramente i Cretesi erano bugiardi, visto che lo ammetteva persino uno dei loro.
Questi sono divertimenti da seminario di logica o retorica, ma quello che ne viene fuori è che bisogna sempre sospettare quando si ode qualcuno iniziare con una concessione. Dopo di che sarà interessante, specie di questi tempi, analizzare le varie forme di concessione che si odono pronunciare nell´agone politico, tipo le professioni di rispetto (in generale) per la magistratura, il riconoscimento della buona volontà lavorativa di molti extracomunitari, l´ammirazione per la grande cultura araba, le profferte di stima altissima al presidente della Repubblica, e via dicendo. Se qualcuno parte con una concessione, attenti a quel che segue. Nella coda ci sarà il veleno.


hokusai
  

Fra le onde
Emilio Gauna su
Golem l'Indispensabile

Mitili

Il tormento delle cozze abbarbicate
ad uno scoglio appese ed incollate
in mezzo al mare in balia dei frangenti
sulla roccia, preda dei gaudenti.
Filtri sapienti che respirano col mare
e che trasformano il residuo alimentare;
muscoli bianchi dentro nere valve
cozze sinuose in forma d'elissoide
gusci coriacei a guardia d'ampi filtri
molluschi oblunghi, cozze marinare -
triste tormento sentirsi sbarbicare...

Tonno

Che cos'è questa storia del pesce?
Che più avanza, più nuota nel mare,
meno carichi ha da portare?
Questo pesce (che invero è un bel tonno)
è già carico di stenti e di storia.
Non ha avuto in sua vita gran gloria,
ma si è tolta qualche soddisfazione -
che di figli ne ha fatti un milione,
e per lui già un milione di volte
ha bussato la morte alle porte.
Ma il gran tonno vi è sempre scampato,
nelle reti non è mai caduto,
sempre avanza e ben nuota nel mare.
(sia suo merito e grande costanza
o del fato la gran temperanza)

Pinguini

Neanche i pinguini nel mare
volano senza sognare
nuotano caldi nel mare
volano senza nuotare
lieti ritornano a riva
nell'emisfero australe
dolce nuotare nel mare
bello sognar di volare

Cefali

Facili cefali che lesti filano
Lenti e felici cauti ritornano
Nubi di ovuli tra cui s'accoppiano
Infine infine ritornare al sole.

Stile libero

Col tempo e l'esperienza l'ho imparato
e non ho più paura del cloruro;
e vado al mare e nuoto sia nel chiaro
che nel profondo e più lontano oscuro.
Il sale che v'abbonda più non temo
non temo il mare e navigo sicuro
nuoto felice e più non temo l'onda
nuoto nel mare là dov'è più puro.
Nuoto felice a bracciate vigorose
muovo nel mare periglioso e oscuro.
Terra è lontana, eppure colgo rose
che crescon rigogliose in luogo impuro;
molto felice ed orgoglioso imparo:
ma non per questo il mio nuotare è meno duro.

escher
  


Spaesati e simpatici
Il comico involontario della villeggiatura e del turismo
Rossella Vita su
Golem l'Indispensabile

Giovedì. Eccomi in campagna a visitare i miei possedimenti.
(Posseggo, difatti, in questa ubertosa regione, uno zio, una zia e due cugini).
Achille Campanile, In campagna è un'altra cosa, 1961

Sembrano altri tempi quelli in cui per le vacanze si raggiungevano zii e nonni, che dai monti, dal mare o dai campi non si erano mai mossi, e non avevano scelto la vita di città. Raggiungerli era un modo per riannodare delle radici con un passato più o meno prossimo, e ritrovare la familiarità di consuetudini che solo per poco non erano diventate anche le nostre.
Villeggiatura e villeggianti sono due parole adatte a dire questa familiarità discreta con paesaggi che venivano "animati" dall'arrivo dei forestieri e tornavano alla propria quiete soltanto con la riapertura delle scuole.
Finita la festa il Paese tornava quello di una volta. Ognuno a casa sua. A settembre, paesi e campagne toccate dal turismo, più che dalla villeggiatura, restano oggi occupati da migliaia di seconde case - chiuse per la maggior parte dell'anno; dalle strutture di campeggi e villaggi turistici vuoti; dagli ipermercati e supermercati che si rendono necessari d'estate per l'incremento della popolazione estiva nei piccoli centri. Il paesaggio è stato sfigurato da quarant'anni di fantasie che inseguendo il "Villaggio" del bel tempo andato, il borgo circoscritto e intatto, e volendovi aderire completamente, lo ha stravolto, ricomponendo qualcosa di molto simile alla città e adatto alle automobili. Anche questo paesaggio un po' ibrido è una specie di villaggio globale. Lo è a tutti gli effetti il Villaggio Turistico, che assume un nome antico per dire una cosa molto nuova, ma non così nuova. : cos'altro è un "villaggio" o un "club" se non una struttura rassicurante per chi la abita, identica a se stessa in Brasile o in Toscana, in Bretagna o in Costa d'Avorio? E perché tanto scandalizzarsi se perduto l'abbraccio odoroso degli ortaggi di zii e nonne, tante famiglie, mezze famiglie (padri o madri con bambini), donne sole si sentano rassicurati dalla cortesia superlativa degli "animatori" , una specie che adnrebbe studiata dalla sociologia delle professioni,in quanto popolazione parallela, composta dalle persone più disparate, loro sì affratellate da identici linguaggi e gesti e da tre mesi di convivenza? Del resto i primi Club Mediterranée, uguali in tutto il mondo, compiono ormai 35 anni! Fra una settantina d'anni saranno anch'essi un'oasi da salvare, un pezzo di paesaggio un po' demodé, divenuto familiare e "tradizionale" a tutti gli effetti, come oggi ci appaiono le ville che solo le famiglie facoltose potevano permettersi a inizio secolo proprio in riva al mare...
Il "Turismo" ereditando il termine dal Grand Tour - che altro non era che un itinerario dei luoghi notabili, stereotipato forse, ma pur sempre quasi solo una traiettoria - ha finito per riempire il pianeta di tutte le ingombranti infrastrutture necessarie alla propria espansione. Il mondo reale è dunque composto anche da tutte quelle infrastrutture che il sistema del turismo ha messo in piedi: non solo itinerari, ma villaggi, per esempio: 1850 villaggi si contano nel mondo, e ciascun villaggio può contare sino a 4.000 bungalow, o faré, o capanne,o casette, o villette- e ciascuno possiede solitamente piscine, uno o più ristoranti, campi da tennis, discoteca...), e campeggi, e aeroporti turistici, e stabilimenti, e discoteche; ma a questi mattoni dovremo aggiungere il conto delle seconde e terze case chiuse...
Ci sono più case che cristiani, e la sensazione di verità del mare d'inverno è proprio in quell'aspetto metafisico delle case chiuse, indifferenti rispetto ad una umanità che non sa più abitare pienamente i luoghi in cui si trova a vivere, e pensa di contribuire allo sviluppo di tutte le proprie anime dando a ciascuna di esse un appartamento. Un po' concretistica come fantasia, no?


monsieur hulot
  
Il ridicolo inevitabile


Rovine. Odio i turisti. Se ne vedo uno in un paesaggio arcaico, mi giro per perderlo di vista. Una volta ne ho scoperto uno che faceva lo stesso con me.
(Giuseppe Pontiggia, Prima Persona, 2003)

A saper far parlare Monsieur Hulot delle sue vacanze, si farebbe. Ma la sua specialità, come quella dei cineasti che mi sembrano veramente tali, è quella di non essere traducibile a parole: non si può raccontare il suo spazio, le figure, l'andatura. Nei panni di Hulot, Tati sapeva mostrare la stranezza e l'assurdo di una società in via di ammodernamento, senza esercitare i colpi bassi e freddi dell'intelligenza, senza spada né sdegno, ma come con un affetto e una simpatia umana, davvero rivelatrice e pochissimo snob. Pochi come lui hanno saputo descrivere il dolcemente assurdo delle vacanze o della smania di modernità: così va il mondo. Ma da un sacco di tempo. Penso ad esempio al Goldoni della Trilogia della villeggiatura che scriveva (1773) " Quest'argomento è sì fecondo di ridicolo e stravaganze, che mi ha fornito materia per comporre cinque commedie".
Perché benché i "non luoghi" del turismo ci appaiano come una moderna invenzione che trasforma realmente il pianeta in un immenso non luogo, in sintonia con quei processi di omologazione che viaggiano con il nome di globalizzazione, e che ci appaiano più minacciosi rispetto al passato, quel ridicolo accompagna forse da sempre il villeggiante, affibiatogli forse da chi le vacanze se le permette da sempre, per agio di nascita, o da chi non potendosele permettere ne poteva osservare le conseguenze quasi inevitabili: quello sfaldarsi della dignità nel kit ciabatta e canottiera, quel "mollare" il contegno abituale in nome di un divertimento socialmente condiviso.
È successo a me quest'anno, per la prima volta in un villaggio turistico, di avvertire senza alcuna gioia un lieve senso di superiorità. Perché non c'entravo niente, e francamente mi sentivo proprio a disagio, e anche un po' stronza, intellettuale, spina nel fianco e rompiballe di un'umanità che sapeva essere semplice e felice insieme, saltellando a ritmo unitario una canzoncina che non posso più dimenticare nemmeno io. Surreale, certo. Come questo bel brano di Ennio Flaiano, apparente trascrizione della sezione "frasi utili" della guida Il Turista essenziale:

Al teatro: "Signore, ciò che lei sta dicendo, raccontando fischiettando, canticchiando, mi impedisce di godere, di ascoltare, di sentire la musica, la commedia, la farsa, il balletto, la rivista, il duetto, la romanza";
"Signore, è la seconda volta, le terza, la quarta che lei mi brucia, mi accende, mi infuoca, il cappotto, la giubba, la sottoveste, i pantaloni, con la sua sigaretta, la sua pipa, il suo sigaro";
Alla Polizia: "Mi hanno preso, tolto, portato, via l'automobile, la motocicletta, il motoscooter, la bicicletta, le valigie, lo zaino, il sacco, la macchina fotografica, il binocolo, la borsa, i vestiti, il contante."
Io non sapevo, ignoravo, non ero al corrente che questa moneta fosse falsa, artefatta, falsificata, fuoricorso."
Questo conducente, autista, vetturale, vuole, desidera, pretende mille, duemila, tremila lire in più del pattuito, contrattato stipulato."
"No, signor commissario, c'è un equivoco, un qui-pro-quo, un malinteso. Io non sono il ladro, il falsario, il truffatore, il conducente, ma il derubato, il truffato, il passeggero, in una parola: il turista.
(
La solitudine del Satiro, 1973).

monsieur hulot
  

Il turista simpatico.

C'è una apparente stupidità che mi sembra buona e giusta, legittima e che invece certi "turisti" non accettano di manifestare, ostentando invece familiarità e piena conoscenza dei luoghi che frequentano o che ci accingono a raccontarci. È un atteggiamento un po' incantato che si ritrova in certi libri di viaggio, come Cinema Africano di Gianni Celati, una sorta di straniamento coltivato, un esercizio all'osservazione che non ardisce a comprendere quello che vede - nemmeno per estrarne delle visioni di una strana epica, come fa nei suoi scritti "di viaggio" sull'Italia Cernetti, o divertenti e paradossali ritratti di luoghi, come quelli di Arbasino.
In fondo il ridicolo del turista è in quella pretesa di tutto comprendere, di tutto sapere in pochissime mosse, degna di Bouvard e Pecuchet; costui non dirà "siamo andati in Baviera o in Messico", ma piuttosto "abbiamo fatto la Baviera e il Messico". Il turista simpatico, che magari gira in gruppo con l'aria beata e il naso per aria, mantiene la propria differenza con le cose che vede, con le strade che attraversa e non applica necessariamente il proprio metro ("vuoi mettere il pantheon?" ). In quel certo pudore nell'esprimere un giudizio - che non sa o non vuole dare - riconosce solo una sensazione di stupore e curiosità, di meraviglia inconsapevole, di confusione anche, che importa? Lo studierà domani...Anche se non conosce quel che vede, scopre effettivamente quello che gli sta intorno e lo lascia galleggiare in bell'evidenza, ricavandone magari il ricordo di una luce particolare, il colore di una facciata o una bella signora passatagli vicino. Ma se capita, per una improvvisa levità, di alzare il naso anche nella più grigia delle nostre città, esse ci appaiono più belle, speciali; quella esperienza si può fare ovunque, persino nei luoghi più familiari divenuti insignificanti: penso che sarebbe bello, guardare semprele cose e le persone così, e forse non si sentirebbe sempre il bisogno di affidare a una seconda casa, a un altro posto, la nostra vita più autentica.
Guardavo, a casa di amici campagnoli, passeggiare delle oche sull'aia vicino a un bel prato un po' scomposto, ma arredato di piante le più varie. Erano oche belle, alte e avevano quella caratteristica andatura e quel modo di girare la testa: era casa loro, eppure si muovevano con un leggerissimo ritardo, girando di qua e di là la testa come se guardassero tutto per la prima volta: una aiuola, in un vaso di fiori, il piccolo stagno che serviva loro da laghetto, un pezzo di prato comodo per fermarsi. Cosa mi ricordava quel modo di camminare un po' titubante, curioso di cose che si conoscono bene, contento di quello che incontra, ma anche un po' imbarazzato? Un turista mi ricordava, un turista simpatico.


monsieur hulot
  

Capolavori in vista
Fiorella Minervino su
La Stampa

Se Raffaello insegue Michelangelo
La nobildonna perugina Atalanta Baglioni commissionò a Raffaello un'opera in ricordo del figlio Grifonetto, ucciso dai parenti durante le lotte per la signoria di Perugia nel luglio 1500; la dama ambiva che il dolore della Madonna riflettesse il proprio. Raffaello è a un punto di svolta, crea un capolavoro nuovo, apre la via alle opere successive.
Enfant-prodige, figlio del pittore Giovanni di Sante di Pietro alla corte di Urbino, lavora nella bottega del Perugino, ma nel 1504 si sposta a Firenze: nascono le superbe Madonne, si registra l'attenzione a Leonardo. Innamorato del bello, ideò dapprima un Compianto - risulta da un disegno- poi il trasporto al sepolcro. Propose una scena a mò di rilievo romano, ispirato ai sarcofagi di Meleagro, con l'occchio a Michelangelo, specie al Tondo Doni (terminato nel 1506).
La Maddalena è figura moderna, rivitalizzata dalla Vergine della Sacra Famiglia Cannigiani; la Vergine svenuta, cara ai fiamminghi come a Rogier Van der Weyden, è circondata dal gruppo arcaico, mentre la vicina Pia Donna rinvia alla Bella Giardiniera, semplificata. Il San Giovanni anticipa brani della Scuola d'Atene: taglio trasversale del volto ombreggiato, sensibilità, dolcezza; Giuseppe d'Arimatea è scultoreo, il volto del Cristo e il trasportatore paiono un blocco omogeneo, la figura di Gesù è tributo a Michelangelo nella Pietà di S. Pietro. Volto di profilo, figura in tensione verso l'esterno, veste svolazzante. Senso di morte, anelito alla vita, visionarietà affiorano nel superbo dipinto, dalla storia assai curiosa.
Lo sormontava una cimasa, nè mancava una predella con virtù teologali. L'opera venne posta nella Chiesa di S. Francesco al Prato e vi rimase 101 anni. Una notte, trafugata da emissari del Cardinal Scipione Borghese, venne inviata a Paolo V, il quale la regalò al Nepote per la sua collezione. Il trattato di Tolentino la trasferì a Parigi nel 1797, per tornare nel 1816 a Roma: la scena centrale alla Collezione Borghese, le Virtù teologali ai Musei Vaticani, la cimasa nella Galleria Nazionale dell'Umbria.
6 agosto


raffaello
  

Strategie di matrimonio per Tiziano
Oggi, se usasse, potrebbe essere il manifesto o l'annuncio d'un matrimonio importante, se non un dipinto regalato dallo sposo per convincere una moglie riluttante. Nella mani del giovane Tiziano, a 25 anni, si trasforma in rappresentazione misteriosa, dibattuta per secoli nei significati e figure, un'incantevole allegoria di persuasione matrimoniale. I misteri svaniscono di fronte al mirabile dipinto, alla naturalezza, ai paesaggi di fondo, ai rapporti cromatici, alla libertà di esecuzione, all'impianto prospettico.
La storia è la seguente: un matrimonio d'eccezione sia per il livello sociale degli sposi sia per il caso anomalo. Niccolò Aurelio, un politico di famiglia patrizia che vantava origini romane, nel 1514 si unì a Laura, figlia del giurista padovano Bertuccio Bagarotto, condannato a morte come traditore dal Consiglio dei Dieci nel 1509, quando Niccolò Aurelio era segretario. L'identità degli sposi è certa: sul sarcofago è scolpito lo stemma degli Aurelli, mentre il bacile del fondo reca inciso quello dei Bagarotto. Ci vollero diplomazie e promesse speciali per convincere la sposa. Ci riesce Amore, temperato e temperante, come lo intendevano gli umanisti veneziani nel solco neoplatonico del Bembo, una Venere (altri pensano a Proserpina) pressoché ignuda, dal manto rosso svolazzante, che innalza la fiamma ardente dell'amor di Dio. La fanciulla, con vaso di gioie simbolo di breve felicità in terra, esibisce gli attributi di dama e sposa, non è certo che sia Laura Bagarotto, indossa magnifiche vesti bianche e vermiglie, guanti, cintura con fibbia, mirto, rose, una coppia di conigli le sta vicino come augurio di prole.
Il sarcofago con scene di insidie e punizione è ora fontana celebrativa con stemmi araldici, dunque il passaggio dalla morte alla vita; tutto indica una svolta per la fanciulla. Il titolo venne attribuito nel 1700. Tiziano racconta la vittoria dell'Amore terrestre e celeste con le stupende fanciulle all'antica. Per noi il dramma ha valore limitato; resta l'incanto del dipinto. Il maestro Giorgione si è già allontanato.
9 agosto


tiziano
  

Dolore e pietà nel Cristo di Mantegna
Mantegna dipinse questo capolavoro-incubo al calare dell' esistenza, forse per la propria tomba nella Chiea di Sant'Andrea a Mantova. Opera di sperimentazione assoluta, sia per l'uso della tempera su tela, sia per l'audace scorcio prospettico, ripido, ossessivo, angoscioso. In un'oscura camera mortuaria, con apertura a un'altra stanza sul retro, è disposto sopra una pietra in marmo rosa con guanciale e il vaso degli unguenti vicino, il corpo del Cristo morto, freddo, gelido, livido come i colori e i disegno minuzioso che non trascura dettaglio dalle pieghe del panneggio al sangue rattrappito alle mani e nei piedi minuscoli all'eccesso. A fianco la Madonna, volto anziano rughe da nordica, con fazzoletto piange senza lacrime, San Giovanni appena accennato con mani giunte e la conuseta aura melanconica, sul fondo si intravvede la Maddalena. I tre paiono maschere, posti di lato senza speciale importanza, taluni rintengono siano stati aggiunti in secondo momento. Il sudario è un rincorrersi di pieghe, il tessuto bianco livido agisce come elemento di movimento ed energia nel dipito che calamita lo sguardo nel sussegguirsi di panneggi; non ultima l'incredibile intelaiatura prospettica che consente alla figura del Cristo di "seguire" il visitatore ove si sposti.
Certo, se il Mantegna voleva offrire l'immagine più cruda e implacabile della morte, fin del Cristo, ci è riuscito alla perfezione tanto che è fra le opere che nei secoli hanno sollecitato emozioni e altrettante imitazioni, fin nella fotografia, come la celebre immagine del Che Guevara morto nel secolo scorso. Il figlio Lodovico Mantegna, nella lettera al marchese Francesco Gonzaga, 2 ottobre 1506, cita un Cristo in scurto fra le opere lasciate dal padre nello studio alla morte, gli propopone l'acquisto. Il Cardinale se ne impossessò, senza terminare di pagarlo, almeno nel 1507, Lodovico inviò una missiva a Isabella d'Este lamentando i debiti per le esequie del padre. Venne scelto per ornare il "camerino" di Margherita Paleologa, nei nuovi appartamenti di Palazzo Ducale a Mantova, da poco curati da Giulio Romano. Quasi un giallo i passaggi successivi, dal Sacco di Roma al Cardinal Mazarino, all'entrata a Brera con la donazione di Giuseppe Bossi nel 1824.
15 agosto

mantegna
  


   24 agosto 2003