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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 17 agosto 2003

Nota introduttiva. Tutte le immagini di questa "settimana in rete" sono tratte da opere di Amedeo Modigliani. Non abbiamo avuto cuore di inserire anche l'immagine di uno dei falsi del canale di Livorno, falsi di cui l'articolo di Giorgio Calcagno fa una gustosa cronistoria.


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La fatica di essere super partes
Bruno Miserendino su
l'Unità 11 agosto

Domanda numero uno: si può essere "terzisti", ossia commentatori equidistanti, oggi? Domanda numero due: si riesce davvero, nell'informazione, ad esserlo? Va bene, sono interrogativi imbarazzanti, soprattutto ad agosto. Ma qualunque sia la risposta, una cosa sola è certa: oggigiorno, con tutto quel che succede e con questo caldo torrido che stressa anche i cervelli più ossigenati, fare il commentatore equidistante, è una faticaccia. In un paese dove la maggioranza vuole indagare sui giudici e dove il presidente del consiglio è proprietario di mezza informazione e l'altra mezza la controlla, l'esercizio della terzietà è a volte più di una missione: è uno sport estremo. Il super partes per scelta e per autodefinizione, l'opinionista "terzista" e senza legami, il teorico della neutralità, capace di attaccare in un editoriale solo il premier e un po' l'opposizione, Previti e i giudici, è un atleta che rischia molto: le rocce del buon senso sono sempre in agguato. Basta un niente e ci sei addosso.
La polemica contro i terzisti, intesi "come coloro che nella loro attività di pubblicisti politici cercano di ritagliarsi un ruolo di equidistanza, una sorta di magistero superpartes", è stata riattizzata da Eugenio Scalfari domenica scorsa su Repubblica. Bersaglio, un commento sulle motivazione della sentenza Imi-Sir scritto da Sergio Romano, ex ambasciatore e autorevole editorialista del Corriere. Il succo è questo: di fronte alle centinaia di pagine scritte dai giudici - dice Scalfari - ci si aspetterebbe che un commentatore dica se le prove della colpevolezza ci sono o no. Invece Romano, scrive Scalfari, si attarda "in un esame stilistico della sentenza per dimostrare la faziosità del Tribunale", senza neppure esaminare l'interrogativo centrale. Appunto, se le prove della colpevolezza di Previti sono convincenti o meno. In effetti, bisogna ammetterlo, fare l'analisi linguistica di una sentenza così importante, senza dire se le condanne sembrano motivate bene, è come dire che il problema della legge Cirami è la punteggiatura. Ragazzi, sulla legge non mi sbilancio, però è scritta malissimo.
Sergio Romano, che è un capofila del terzismo (anche se il vero padre dei terzisti è Paolo Mieli), ha in realtà seguito uno schema classico dell'equidistante nostrano. Che consiste in questo, qualunque sia l'argomento del contendere: dare una impercettibile botta al premier, del tipo "ha ragione ma esagera", e dare un colpo all'opposizione o ai giudici: "sbaglia, così non diventerà mai maggioranza", oppure "sbagliano, i magistrati, a difendere il loro operato, perchè così sono in conflitto d'interessi, come Berlusconi". La variante tutta italica di questo terzismo è che in genere, comunque la metti, qualunque sia il tema, hai sempre l'impressione che i terzisti ce l'hanno con l'opposizione. Tanto che nell'opposizione medesima ci si chiede se anche il concetto di equidistanza sia già stato riformato.
Prendete il caso di Ostellino, editorialista del Corriere la cui missione non è fare la bucce al potere ma sempre e comunque alla sinistra. L'altro giorno ha scritto una interessante rubrica sulla vicenda Cirio, (il caso conferma l'imbarazzante legge che vuole i consumatori sempre fregati) e con chi se la prende Ostellino? Con i girotondi. Proprio così: "Scandalo Cirio, nessun girotondo?" A parte che se si seguisse l'invito di Ostellino, agitarsi solo quando sono minacciati i propri interessi economici, ci sarebbero tutti i giorni girotondi sotto le finestre dell'Istat, ma il problema è un altro. Anche questo esempio è l'applicazione dello schema classico del terzista made in Italy.
Colpo all'opposizione, anche se francamente non c'entra nulla, un colpo a Berlusconi, incredibile ma vero, Ostellino afferma che c'è il conflitto d'interessi, nuovo colpo all'opposizione: che errore per la sinistra, trasformare il caso Berlusconi nell'ombelico del mondo, ce ne sono tanti altri molto più gravi e di cui vi rendereste conto se non foste "moralisti a senso unico e provinciali".
Questo terzismo tutto italiano ha altri illustri adepti, naturalmente. Merlo del Corriere e Battista della Stampa, nel loro genere, sia detto con ammirazione, sono insuperabili. Prendete il caso delle celebrazioni della strage di Bologna. Uno, Battista, ha scritto prima del due agosto augurandosi che la manifestazione non diventasse "occasione per l'ennesima rissa storico-politica, teatro di strepiti di piazza", Merlo ha chiosato a manifestazione avvenuta: "quelli di Bologna sono fischi vuoti, automatici e preconfezionati...spiace dirlo ma il 2 agosto che era un giorno di lutto, è diventato un giorno di festa politica, come i raduni dell'Unità, come le kermesse di Dario Fo...una scampagnata politica per un panettone politico, propaganda e spot per il furbo di turno...". Il dato comune è questo: non piace l'idea che si possa fischiare un ministro. Non importa che quei fischi siano venuti da una parte della piazza che avrebbe fischiato chiunque, non importa che la sinistra abbia preso le distanze, non importa nemmeno che Pisanu abbia detto cose di buon senso apprezzate anche a sinistra, la colpa è della sinistra. Detto in modo equidistante, naturalmente. Chi è infatti "il furbo che strumentalizza il fischio e un po' sciacallescamente si nutre della putrefazione della politica?" (non inganni il tono un po' macabro, la terzietà non guarda in faccia a nessuno). Non ci crederete, è Cofferati, casualmente uno dell'opposizione, che peraltro non risulta aver fischiato. Che sia, come dicono i maligni, finto terzismo?
Va bene, sono cattiverie estive, aggravate dall'afa. Il terzismo è sinonimo di libertà e nei paesi civili serve come il pane. E se uno vuole esserlo, equidistante, per prima cosa deve convincersi che lo è. Ma non è un obbligo di legge: si può raccontare la verità, anche senza essere terzisti.

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1964. Gorizia infiamma Spoleto
E la Marini brandisce una mandola
Gabriele Ferraris su
La Stampa 10 agosto

E dieci. Per la decima volta da quand'erano in spiaggia, la radio abbaiò Chihuahua. E al padre saltarono leggermente i nervi. Anche perché il figlio aveva esclamato, per la decima volta, "Chihuahua! Che forte!".
- Vabbè, sarà forte. Però è una vaccata - commentò il padre.
- Per te le canzoni che mi piacciono sono tutte vaccate - constatò il figlio.
- Può essere. Però ci sono canzoni e canzoni. Canzoni che ti spaccano i santissimi. E canzoni che raccontano storie vere. A volte, le raccontano mentre accadono, o persino prima che accadano; e nessuno sa che quella canzone sta raccontando quella storia lì, proprio mentre accade. Però la sta raccontando.
- E già, la canzone del veggente. Hai sclerato - stabilì il figlio.
- Anche questo può essere. Però tu non sai niente di Gorizia, e di quello che accadde al Festival di Spoleto nel '64.
- Nel '64? C'erano i Beatles, nel '64. E i Rolling Stones. Ci risiamo... - sbuffò il figlio.
- Se è per questo, c'era anche la guerra: all'inizio di agosto ci fu uno scontro nel Golfo del Tonchino tra navi americane e nordvietnamite, e il presidente Johnson ne approfittò per dare il via ai bombardamenti sul Nord. Era la guerra...
- ... del Vietnam, lo so. E che c'entra con Spoleto?
- Beh, la storia di Spoleto pare meno drammatica. È una piccola storia di un'Italia che emozionava per i primi topless sulle spiagge e quasi ignorava la fine delle segregazione razziale in America perché tanto, pensavamo, da noi il razzismo non esiste.
- Scusa, papà, potresti venire al punto?
- Ah, sì. Spoleto. Dunque, a Spoleto c'era già il Festival dei Due Mondi. All'edizione del '64, la settima, avevano invitato il Nuovo Canzoniere Italiano. Era un gruppo di musicisti e ricercatori che avevano rivoluzionato l'idea stessa della canzone. Era un movimento importante, cominciato a metà degli Anni Cinquanta con i Cantacronache, per uscire dalla logica sanremese del cuore amore e...
- Oddìo, ricomincia. Scusa, papà, non c'era già Bob Dylan?
- Sì, c'era. Ma noi mica lo sapevamo. Non era come oggi, che esce un disco in Canada e lo stesso giorno lo trasmettono tutte le radio thailandesi. La musica alla radio - allora c'era la Rai e basta - era quella in stile sanremese. Musica straniera, poca o niente. Men che meno i dischi del Nuovo Canzoniere Italiano: tutti comunisti, pensavano in Rai. E a scanso di problemi, non trasmettevano i dischi.
- Ma erano comunisti davvero?
- Beh, alcuni sì. Allora capitava, che qualcuno fosse comunista. Però erano soprattutto musicisti. Scrivevano canzoni con temi diversi dal solito: politica, lotte sociali... E raccoglievano il patrimonio del passato, i canti delle mondine, degli operai, dei braccianti, in giro per un'Italia che stava perdendo le radici contadine, e le lucciole. Hai capito?
- Direi di sì. A parte le lucciole... Comunque, questi vanno a Spoleto. E poi?
- Il Nuovo Canzoniere Italiano è in cartellone per la sera del 20 giugno al teatro Caio Melisso. Ci sono Giovanna Daffini, Maria Teresa Bulciolu, il Gruppo padano di Piadena, Caterina Bueno, Sandra Mantovani, Giovanna Marini...
- Giovanna Marini? Quella del disco con De Gregori?
- Sì, però all'epoca De Gregori non c'era, avrà avuto dodici o tredici anni. Insomma, quelli del Nuovo Canzoniere Italiano fanno Bella ciao, Sciur parun da li beli braghi bianchi... A un certo punto, tocca a Michele L. Straniero.
- E chi è?
- Michele è stato il più grande. Un uomo che ha cambiato la storia della canzone italiana. Il padre di tutti i cantautori, e poi...
- Va be', va be', continua che sennò facciamo notte...
- Straniero intona O Gorizia tu sei maledetta, una canzone nata nelle trincee della Prima guerra mondiale, tra i fanti mandati al massacro negli attacchi alla baionetta. E una strofa di quella canzone diceva "Traditori signori ufficiali / che la guerra l'avete voluta / distruttori di carne venduta / e rovina della gioventù". I soldati la cantavano mentre andavano a morire. Da allora, però, nessuno l'aveva più cantata, quella strofa: rimossa dalle esecuzioni pubbliche della canzone, e dalle coscienze degli italiani, perché il mito della Grande Guerra era intoccabile. Straniero, musicologo serio, fa un'operazione filologica, e canta quei versi. Apriti cielo. In teatro c'è un ufficiale d'artiglieria, un capitano credo, che s'indigna e salta su sbraitando "Viva gli ufficiali italiani!", e il pubblico si divide: chi zittisce l'indignato, chi lo spalleggia e urla che lo spettacolo deve fermarsi, che la Grande Guerra non si tocca... Un esagitato tenta l'assalto al palco, ma Giovanna Marini, alta e imponente, gli si para dinnanzi brandendo la mandola come una durlindana: l'esagitato ripiega in platea, dove infuria il pandemonio, con Giorgio Bocca che applaude Straniero, mentre dal fondo della sala qualcuno proclama con tono stentoreo "Signori ufficiali, at-tenti!". Finalmente il concerto riprende e si conclude con battimani e fischi e smadonnamenti vari tra le fazioni. Segue regolare denuncia per vilipendio delle Forze armate a carico di Straniero Michele e organizzatori complici. Giovanna Marini, che era poco più che ragazzina, non si capacitava: "Ma perché, "Gorizia" è un tema in la minore così carino, cos'avrà di male?", si chiedeva. Quel "tema in la minore", però, toccava dei nervi scoperti. La retorica della Grande Guerra, certo. E, aggiungi, proprio in quei giorni capitavano strane cose...
- Che accadeva?
- Il 26 giugno cade il primo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro; il 3 luglio il presidente della Repubblica, Antonio Segni, non avendo altra soluzione, reincarica lo stesso Moro. Segni, e con lui molti dentro e fuori Italia, voleva però un centrosinistra quantomeno annacquato. Per alcuni, i socialisti governo erano uno shock come i cosacchi in piazza San Pietro: sai, c'erano i due blocchi, il pericolo rosso da combattere con ogni mezzo... Difatti, quell'estate italiana risuona di un gran tintinnar di sciabole, come dice Pietro Nenni denunciando pressioni dagli ambienti militari.
- E intanto a Spoleto piantavano tanto casino per una canzone contro gli ufficiali della Grande Guerra...
- Te l'ho detto. Certe canzoni raccontano l'aria che tira: anche se parlano d'altro. Una volta, almeno, era così. Oggi, non so. Benché, a pensarci, Chihuahua...

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1984. I falsi Modì seppelliti da una risata
L'infortunio dei critici a Livorno
Giorgio Calcagno su
La Stampa 13 agosto

C'era un po' di sorriso per tutti gli italiani, nel luglio 1984. In casa di Enzo Tortora si sorrideva perché il presentatore aveva riconquistato la libertà, dopo l'iniqua vicenda giudiziaria in cui era stato coinvolto, innocente. In casa di Norberto Bobbio e di Carlo Bo si sorrideva perché i due illustri studiosi erano stati nominati senatori a vita. In tutta Italia si sorrideva per il colpo ideato da Karol Wojtyla, che se ne era andato in incognito con Sandro Pertini sull'Adamello, dove il Presidente si era divertito per oltre un'ora a veder sciare il Papa.
E c'era un luogo, sopra tutti gli altri, dove non ci si limitava a sorridere, perché ci si preparava alla festa: Livorno, dove la signora Vera Durbé aveva speso tutte le energie per allestire una mostra di Modigliani, nel centenario della nascita (12 luglio 1884). Il più illustre livornese del Novecento, schernito e praticamente cacciato dalla sua città quando si stava affacciando alla ribalta artistica europea, emigrato, e morto, a Parigi, doveva tornare a Livorno con tutti gli onori. La Durbé, conservatrice del Museo progressivo di arte moderna, da anni andava preparando lo squillo di tromba che avrebbe stupefatto il pubblico mondiale; attendeva solo che la preda cadesse nella rete, da lei tesa.
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La mostra, sul tema "Modigliani e la scultura", veramente, si era aperta fra cauti omaggi di rito e non nascoste perplessità della critica. Delle 26 sculture modiglianesche esistenti nel mondo ne erano arrivate a Livorno solo quattro: bellissime, come tutti osservarono, e insufficienti a definire un profilo dell'artista, conosciuto soprattutto per la pittura. Tanto è vero che la curatrice, con l'aiuto del fratello Dario Durbé, sovrintendente alla Galleria d'arte moderna a Roma, aveva dovuto colmare i vuoti con disegni e dipinti: altrettanto ammirati, quanto estranei al tema scelto.
Ma Vera Durbé aveva in serbo l'asso, da gettare sul tavolo, per sgominare i dubbiosi. Bastava cercare nel Fosso Mediceo, dove l'artista, sconfortato dai giudizi dei suoi concittadini, prima di lasciare per sempre la sua città, aveva deciso di buttare le proprie sculture: come uno dei detrattori, per dileggio, gli aveva suggerito. L'episodio risaliva al 1909: toccava ora a lei riportare quelle opere alla luce. Amedeo Modigliani si sarebbe preso, grazie alla sua vestale, la rivincita che da 75 anni gli spettava.
L'operazione fu assecondata dal Comune di Livorno (giunta Pci), che non lesinò i mezzi, sperando in un ritorno economico, per una città che non conosceva la voce turismo. L'opinione pubblica manteneva le sue incertezze. Sul ponte del Fosso, dopo un primo momento di curiosità che aveva richiamato una piccola folla attorno alla draga, rimase, caparbia e irriducibile per una settimana, la sola Durbé. Ma quando la scavatrice, l'ottavo giorno, tirò su una testa in granito, seguita a poche ore da una seconda in pietra serena, fu un grido di vittoria, per tutti.
Di chi erano quelle teste? Di Modigliani, naturalmente; e chi altri poteva averle scolpite, con quelle linee dure, quei tratti barbarici, che avevano tanto disgustato gli artisti livornesi del primo Novecento? Non applaudirono solo gli uomini del Comune, che su quella scommessa avevano giocato la loro carriera politica. Applaudirono, non obbligati, e spesso poco informati, i grandi maestri della critica: Argan, Brandi, Ragghianti, Enzo Carli... L'antologia dei giudizi che corsero sui nostri quotidiani avrebbe riempito uno sciocchezzaio da fare invidia a Flaubert.
Quelle sciocchezze vennero prese per oro purissimo da chi aveva tutto l'interesse a crederci. E mentre le prime due teste, - ripulite, certificate e catalogate -, entravano con ogni rispetto nella rassegna di Villa Maria, ne venne fuori una terza, assai più grande delle prime due. Il Fosso era generoso.
Ormai la conservatrice livornese sembrava aveva vinto la sfida, accorrevano visitatori da ogni parte d'Italia (50 mila in venti giorni), giornalisti e troupes televisive dall'America e dal Giappone. La giornata trionfale era programmata per domenica 2 settembre, nella sede della mostra, per la presentazione del libro che doveva consacrare il valore mondiale della scoperta.
Nessuno, fra tanta claque - insensibile alle opinioni contrarie - si era accorto che il tempo del sorriso stava per finire. Mentre a Villa Maria si stappavano le bottiglie, un piccolo comunicato Ansa faceva scivolare nei bicchieri una dose micidiale di veleno. Tre studenti livornesi - Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci - avevano dichiarato a Panorama di essere gli autori della seconda testa pescata dalla draga nel Fosso: scolpita da loro per gioco, con il Black & Decker.
A confermare il colpo, il settimanale milanese, quando arrivò in edicola, mostrava anche la fotografia dei ragazzi in giardino, al lavoro su una pietra di arenaria. Era davvero quella tirata fuori dal Fosso? Poteva ancora essere lecito dubitarne, almeno a Livorno. I dubbi caddero quando gli autori della beffa si presentarono poche sere dopo alla televisione, in ora di massimo ascolto, e ripeterono il loro esperimento dal vivo, davanti a oltre dieci milioni di italiani.
Ci fu resistenza, da parte di chi non si rassegnava alla sconfitta. Persa una testa, ci si trincerò dietro le altre due, che quei ragazzi non avrebbero mai potuto fare, come sostennero, impenitenti, alcuni dei critici già finiti nella trappola. La trincea tenne, a fatica, per una decina di giorni: fin quando venne allo scoperto l'autore degli altri due falsi. Si chiamava Angelo Froglia, era un lavoratore portuale, militante della sinistra estrema, con animo di artista e qualche esperienza non vile con lo scalpello. "Volevo far sapere come nel mondo dell'arte l'effetto dei mass media e dei cosiddetti esperti possa portare a prendere grossissimi granchi", dichiarò. I "cosiddetti esperti" erano ridotti al silenzio.
Il sorriso era proprio finito, all'inizio di settembre, e non solo a Livorno. Il dollaro stava arrivando a 2000 lire; il ritorno in città dopo le ferie si era scontrato con una serie di rincari, a partire dal latte; le statistiche dicevano che da gennaio ad agosto i morti per droga erano saliti da 176 a 255 rispetto allo stesso periodo dell'anno prima. Ma quella beffa del Fosso che aveva fatto piangere tanti incauti baroni dell'accademia, avrebbe provocato una risata salubre. Una risata a catena, per tutta l'Italia.

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Quell'incoscienza di Ettore, genero "letterario"
La suocera che non capì mai il grande scrittore
Tullio Kezich sul
Corriere della Sera 14 agosto

Lo studioso australiano Edwin S. Kangaroo sostiene di aver scoperto fra le carte del Museo Sveviano di Trieste alcune pagine manoscritte strappate da un diario di Olga Moravia Veneziani (1852-1936), suocera di Ettore Schmitz, alias Italo Svevo (1861-1928), e dal 1899 sua "padrona" come titolare del colorificio Veneziani. Salvo ogni legittimo dubbio sull'autenticità del documento, ne pubblichiamo uno stralcio risalente ai primi anni Trenta. ***

Incredibile. Mi hanno invitato a fare una conferenza sul tema "Italo Svevo, genero letterario". Si sa che esistono i generi letterari, ma a me è capitato invece un genero letterario. O meglio, letterato. Quello che posso garantire è che il cosiddetto Svevo come marito di mia figlia Livia non sono certo andata a cercarlo. Quando Livia, una delle mie quattro figlie, accettò la corte di questo Ettore, io la misi in guardia: "Ha tredici anni più di te, non uno; tanto è vero che ha solo nove anni meno di me. Fra l'altro è tuo cugino, sia pure di secondo grado, e i medici sconsigliano. Ma soprattutto è un impiegatuzzo della Unionbank che viene ad attaccare il cappello in casa di benestanti arrivando da una famiglia a "remengo" in seguito agli affari buchi di suo padre".
Per mia figlia avevo o no il diritto di sperare in qualcosa di meglio? Gentile, educato, quello sì. Da bambino ha avuto la Kinderstube alla tedesca, l'hanno tirato su bene. "Buongiorno, signora", "Scusi, signora", "I miei rispetti, signora". Però dietro a tutti questi indoramenti, sempre con quell'aria di chi sotto sotto se la ride. Quell'aria che ha continuato ad avere per tutta la vita e giuro che gliel'ho vista in faccia perfino quando stava morendo nel settembre del 1928 dopo l'incidente di macchina a Motta di Livenza.
Il segreto della formula della nostra pittura verde per tenere lontani i molluschi dalle carene delle navi lo sappiamo in pochissimi. Mi parve giusto confidarlo anche a Ettore, che avendo sposato mia figlia ed essendo papà della mia cara nipote Titina, scalpitava per lasciare la banca e venire a lavorare in ditta Veneziani. È vero che l'ho tenuto in sospeso, l'ho fatto sospirare un paio di annetti, ma lo sapevo che sarebbe stato interesse mio avere in ditta una persona sveglia come lui. Perché intelligente lo era, con tutti i suoi difetti.
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Perciò gli dissi: "Lavora bene, fa' come ti dico io e riempiremo il mondo di caldaie. Abbiamo filiali a Murano, Toulon, Marsiglia, Londra, Colonia. Non viaggerà più una nave sull'intero globo senza la nostra pittura verde al bordo dell'acqua". Approfittai del momento per fargli una ramanzina: "Stai attento però che in fabbrica non bisogna pensare ad altro. Mai distrarsi, aver sempre la testa là". Disse "Sì, sì" e invece non me lo sono ritrovato che suonava il violino in ufficio?
La cosa che meno mi interessa al mondo sono i romanzi che ha scritto il mio genero sotto il nome di Italo Svevo. Non ho mai avuto la tentazione di aprirne uno. Questo insistere a scrivere, magari consumandomi la carta intestata della ditta e perfino le buste, mi pareva una debolezza di Ettore, una tentazione dalla quale avrebbe dovuto liberarsi. Per qualche anno mi diede tuttavia l'illusione che avesse vinto questa sua mania. Poi scoprii che se non scriveva più romanzi, come aveva promesso e giurato, scriveva di nascosto delle commedie e inutilmente le proponeva agli attori di passaggio nel nostro Teatro Verdi.
Perché sono stata sempre contraria al fatto che Ettore scrivesse? Un po' perché rubava tempo al lavoro, ma anche per un altro motivo. Il primo libro, Una vita , lo stampò a sue spese e non vendette neanche una copia. La storia, come me l'ha accennata Livia, che gli scritti di suo marito gli toccava leggerli, è quella di un povero impiegato che s'innamora di un'ereditiera ricca, spera di combinare un buon matrimonio, non ce la fa e si suicida. Non credo che Ettore si sarebbe suicidato se avessi vietato a mia figlia di sposarlo, comunque gli è andata meglio che al suo personaggio. Stranamente questa vicenda, che somiglia tanto alla sua, lui la scrisse prima di incontrare Livia. Perciò a me, e purtroppo chissà a quanti altri, è venuto il sospetto che Ettore avesse proprio questo programma in testa. Trovare una ricca, portarla all'altare e mettersi a posto. E allora dico: perché mettere su carta i fatti propri e anche un po' le faccende private della gente che ti sta intorno? In quella che chiamano letteratura io trovo che c'è qualcosa di indecente.
Qualche anno dopo, nel '98, pubblicò sempre a sue spese un altro libro, Senilità , idem con patate. Né lettori né articoli sui giornali, silenzio assoluto. E lui, naturalmente, ne rimase umiliato. Tranne che con questo secondo libro, peggio di quello che era successo col primo, vennero fuori parecchie "ciàcole" perché raccontava la sua infatuazione (prima del matrimonio, per quanto anche dopo non deve essere stato un casto Giuseppe) per una poco di buono. Lui la chiama Angiolina, ma il vero nome era Pina Zergol, l'aveva abbindolato come fanno quelle donne là, e lo riempì di corna. Proprio una bella storia di cui vantarsi, tirandola fuori e mettendola in piazza per fomentare le cattiverie della gente. E questo quando Ettore era già marito, padre e nel gruppo dirigente di una ditta seria. Meno male che il libro non lo lesse nessuno.
Del resto Ettore fece trasportare tutte le copie dei suoi romanzi invenduti in soffitta, con il rischio di un crollo perché erano tanti, per non farli mandare al macero. Dovrebbero essere ancora là. Magari serviranno per fare un bel fuoco se dovesse arrivare un altro inverno freddo come quello del '29.
Ai primi due romanzi si aggiunse il terzo, La coscienza di Zeno , scritto dopo la Grande guerra. Quello mi seccò ancora di più perché racconta di questo Zeno che va in visita a una famiglia dove ci sono quattro ragazze da marito e in una sola sera passa dall'una all'altra facendo a tutte la proposta di matrimonio. Finì che qualcuno mi domandò: "Ma andò veramente in quel modo ridicolo, signora Olga, il fidanzamento di sua figlia Livia?". Questo ho dovuto sentire.
E ci sono altre cose che mi hanno urtato, anche quel presentare la suocera, cioè io perché mi si riconosce benissimo, come una politicona, una comandona che fa obbedire a bacchetta figlie e cognati. E c'è un'allusione addirittura scandalosa, per fortuna sono due righe in un romanzo di 500 pagine, su Zeno che mi vede, insomma che vede sua suocera, in giro "per le sconte", e lascia il sospetto che anche lei, come sta facendo lui, si dedichi ad amori fuori di pignatta. Ma come si è permesso? Che chi mi conosce sa come è assurdo solo pensare... Se questa è letteratura, meglio l'analfabetismo. Giuro che fa meno danni. Senza contare che l'operaio più ignorante è, meno pretese mette fuori. E poi a me piacciono gli operai stupidi, sono una garanzia in più che il segreto della pittura resti segreto.
Parlando di Ettore come scrittore, devo precisare che di letteratura non me ne intendo. Forse qualcosa vale. Altrimenti i francesi a Parigi, gli "italianisants" come li chiamano, non lo avrebbero messo sugli altari. Mi ricordo quando arrivò la lettera di uno di questi intelligentoni, che cominciava "Egregio signore e maestro...". Eravamo a tavola, un paio d'anni prima che Ettore morisse, e continuo a meravigliarmi che non sia morto in quel momento. Di gioia, si capisce. Ma anche di rabbia perché in un rigurgito gli tornò tutto l'aglio che gli avevamo fatto mangiare, i triestini, noi di famiglia inclusi, trattandolo come un illuso. "Visto? - disse - Cosa mi succede, alla mia età?"
Sarà ricordando questo momento che qualche giorno fa ho buttato fuori di casa Bobi Bazlen, un giovane brillante e a suo modo amico, fu lui a mandare i libri di Svevo al dottor Montale che per primo ne parlò. Ma non ho sopportato che Bazlen dicesse in mia presenza due cose contrastanti, e che tutte e due mi hanno seccato: "Svevo era un genio ed era anche un gran mona ". No, sul genio non sono d'accordo; ma nemmeno quell'altra cosa, quella parolazza che davanti a me non ho mai permesso si pronunciasse. Per cui ho detto: "Bobi, lei la xe una linguazza. La vadi fora de casa mia e non la stia tornar". Mezz'ora dopo era in caffè Tommaseo che raccontava l'incidente come se fosse reduce da un'impresa gloriosa. No, questi illetterati non li capisco, non capisco Bobi, come non ho capito Ettore. Capisco solo una cosa, che non fanno per me.

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Carlo Lucarelli nell'archivio di Alice
Intervista e consigli di lettura (a cura di Giulia Mozzato)
Introduzione a “Il lato sinistro del cuore”
su
Alice.it

Intervista

Carlo Lucarelli è uno scrittore ormai affermato e, a differenza di altri suoi colleghi, è anche assurto a una certa "popolarità d'immagine" grazie alla realizzazione di una serie di trasmissioni televisive dedicate a casi di omicidio irrisolti, dal titolo Mistero Blu. Un lavoro approfondito sulla psicologia criminale e una passione particolare per la narrazione hanno dato origine a romanzi molto interessanti e a saggi su casi veri, realizzati in collaborazione con professionisti delle indagini. Parliamo con lui di tutte queste attività, strettamente correlate e affascinanti.

Tra Almost Blue e Compagni di sangue c'è un legame evidente. In entrambi i libri parli di serial killer, ma se nel primo caso si tratta di delitti romanzeschi, nel secondo si narra una realtà, quella del "Mostro di Firenze". Quali sono le affinità e le differenze tra questi due lavori? Come vivi il rapporto fra il serial killer vero e quello letterario?
È un rapporto strano. Ho scritto Almost Blue su un serial killer mio, letterario, ma in realtà molto realistico, perché si basa su una perizia fatta da uno psichiatra assieme a me sul personaggio, analizzato come se fosse vero. Quindi abbiamo costruito una storia che alla fine a noi due sembrava in sostanza vera. Allo stesso tempo ho fatto un analogo lavoro con Michele Giuttari, Capo della Squadra Mobile di Firenze, su un vero serial killer: il "Mostro di Firenze" ed è nato Compagni di sangue. È un rapporto strano perché nel primo caso posso permettermi di inventare e ho una partecipazione emotiva, ma determinata sia da me sia dal personaggio. Nell'altro caso, quando hai a che fare con la realtà, esiste un personaggio molto più tirannico: quello vero. Non ti lascia spazio per altre cose. C'è una partecipazione emotiva più forte (l'ho constatato scrivendo Compagni di Sangue e realizzando le puntate del programma televisivo Mistero Blu). Ci sono morti veri e i morti veri fanno, ovviamente, più impressione. Ci sono assassini veri, che scioccano sicuramente più di quelli che posso ideare io. Infatti, sono persone "vere" quelle che dettano le regole di come devono essere raccontate. È più emozionante, però secondo me è più limitante. Ultimamente realizzo queste ricostruzioni con sempre meno...
Entusiasmo?
N o, l'entusiasmo c'è sempre. Sono grandi storie, talmente grandi che nessuno potrebbe immaginarle così. È molto bello avere a che fare con una grande storia. Però è così faticoso... È come andare sull'ottovolante tutti i giorni. Uno ci va però dopo un po' dice: mi piace moltissimo però ho paura, preferisco i personaggi miei.
Quelli inventati, per i quali non devi essere necessariamente legato alla realtà dell'omicidio reale...
Esatto. Quelli in cui c'è comunque un piccolo spazio fantastico che fa in modo che la vicenda si ribalti, si rovesci, possa diventare una cosa diversa, si colori, insomma di un colore diverso. Negli altri casi quella è la realtà, quelli sono personaggi veri, uomini veri e quindi non possono stare zitti...
Cosa significa per uno scrittore fare un programma televisivo, che stimoli può dare?
M i ha stimolato molto perché è una forma di conoscenza, di arricchimento. Realizzando quel programma ho imparato molte cose che prima non sapevo. Ho incontrato storie che non credevo nemmeno che esistessero. D'altra parte è talmente faticoso, prosciuga talmente le energie che l'ho trovata un'esperienza durissima, estremamente impegnativa.
All'interno delle singole puntate di Mistero Blu ti sei "ritagliato" uno spazio prettamente letterario per descrivere le città in cui i delitti sono avvenuti. Com'è nata questa idea?
Tutta la trasmissione è nata da Almost Blue, dal romanzo. Ho riscritto quei delitti esattamente con la stessa procedura, quasi gli stessi intendimenti. Ho utilizzato la stessa tecnica che avevo usato per fare il romanzo: come costruire i personaggi, come raccontare la storia, come aprire una finestra su una città. C'era in Almost Blue una descrizione della città e io l'ho ripetuta in Mistero Blu. Poi facendolo, ci siamo accorti che funzionava, ci piaceva molto e quindi abbiamo proseguito.
Come mai il romanzo giallo italiano si è sempre mantenuto in posizione marginale, ha avuto pochi autori (potremmo citare Scerbanenco o Fruttero e Lucentini) che hanno saputo imporsi, che hanno dimostrato di valere?
Secondo me il filone giallo italiano ha avuto, sì, raramente romanzi che si siano imposti all'attenzione, ma non per questo non sono esistiti. Bisogna forse andarli a cercare, bisogna scavare. È vero che alcuni dei grandi autori di romanzi gialli erano ancora impegnati con le regole, soprattutto con una concezione un po' ibrida e bastarda: sto scrivendo un giallo, non sono uno scrittore, però scrivo un giallo e devo seguire delle regole, se le seguo mi considereranno. Persino Scerbanenco, che ha scritto romanzi bellissimi, ogni tanto dimostra questa "trama". Qualche bel romanzo tuttavia c'è. La donna della domenica, ad esempio, le opere di Scerbanenco, appunto, alcune belle cose di Macchiavelli che vanno oltre il giallo tecnico.
Ma perché il filone italiano di narrativa gialla si sta sviluppando in questi ultimi anni e conta adesso numerosi autori?
Perché il giallo italiano è giovane, anche se non è vero del tutto. Noi siamo gli autori giovani del giallo italiano, quelli che stanno aprendo le nuove vie, ma al tempo stesso, in realtà, siamo anche vecchi autori. Io vengo dopo tutte le sperimentazioni di Macchiavelli, di Olivieri, del povero De Angelis degli anni del fascismo che da una parte scriveva delle gran belle cose e dall'altra aveva a che fare con queste regole maledette che doveva per forza seguire...
Quali sono, secondo te, in veste di autore che utilizza tutti i nuovi sistemi di comunicazione, i possibili sviluppi di "interfaccia" tra Internet e la lettura o la scrittura?
Internet è un momento di scambio e questo è già molto importante. Io vengo ad esempio a vedere Alice, come vado a vedere i forum (a cui non partecipo perché sono timido)... molte segnalazioni le trovo proprio in Internet. Quando non so bene una cosa, quando voglio un'informazione la vado a cercare proprio lì. Poi che si possa trovare un libro su Internet e che a video lo si legga interamente, questo francamente lo credo meno... Ma tante notizie, tante immagini, tante cose che ci stanno attorno sì.
Stai preparando un nuovo romanzo sul filone di Almost Blue?
Sicuramente continuerò a fare romanzi gialli perché è l'unico modo che conosco, per adesso, per scrivere. Voglio riprendere certi personaggi di Almost Blue. La ragazza per esempio [L'ispettore di polizia Grazia Negro, ndr], continua ad interessarmi, mi incuriosisce, salterà fuori in un altro libro.

modigliani
  

Consigli di lettura

Ti reputi un buon lettore?
Sì, un po' per dovere, perché ovviamente facendo questo mestiere leggo moltissimi libri, un po' per dovere "ulteriore" perché, sempre per il mestiere che faccio, conosco un sacco di scrittori (quindi devo leggere tutti i libri dei miei amici...) e poi per piacere, perché leggere è un piacere. Leggo da tantissimo tempo, anche perché mia madre è una lettrice accanita e mi passa tutti i libri che "divora", e io lì in mezzo ci vivo.
Il primo libro importante.
Il Barone Rampante di Italo Calvino. L'ho letto a scuola, casualmente, senza sapere che tipo di libro fosse (perché ero un ragazzino e non mi ero ancora fatta un'idea chiara sugli scrittori...) ma ho subito capito che era bellissimo perché parlava di una storia di fuga e di avventura, di un ragazzo che scappa su un albero a 14 anni. E poi l'autore, con una serie di espedienti, fa in modo che il ragazzo non scenda mai più da quell'albero e dagli altri alberi su cui sale. È un romanzo meraviglioso, vicino a Siddharta di Hermann Hesse o a quello che per altri è stato Il giovane Holden di Salinger.
Un titolo da consigliare?
Ne potrei citare un milione, perché di solito a questa domanda viene sempre da rispondere con un sacco di titoli. Ho letto un libro che apparentemente non è un libro ma è un fumetto. Però allo stesso tempo è un romanzo. È un libro di Will Eisner, un romanzo a fumetti bellissimo che parla della storia di un quartiere, talmente affascinante e soprattutto raccontato in modo così letterario e così poco fumettistico che per leggerlo ci devi impiegare un sacco di tempo e potresti leggerlo togliendo tutte le immagini e verrebbe fuori un romanzo di John Fante, oppure potresti mettere in movimento le immagini e avresti un film di Scorsese. Le immagini invece sono ferme, ci sono le parole ed è un racconto-romanzo.
Il libro di uno scrittore-amico?
La raccolta di racconti In tutti i sensi come l'amore di Simona Vinci. Tutte le storie sono molto profonde, alcune molto dure, ma sicuramente bellissime. È un modo forte e delicato allo stesso tempo di entrare dentro una realtà così strana come l'amore.
Tra i libri letti in quest'ultimo anno?
C'è Faccia di sale di Eraldo Baldini che è un altro romanzo straordinario. Una bellissima storia noir e contemporaneamente un viaggio dentro la storia. Poi, altro libro splendido: Q di Luther Blisset. Meraviglioso. Un modo di creare un mondo rifacendosi alla storia, inventare sulla base di ciò che è già esistito e che è reale, ricreando quell'universo tipico di scrittori come Philip K. Dick o dei grandi della fantascienza e della fantasy, nonostante si parli delle guerre di religione alla metà del Cinquecento.
Qual è il libro più divertente che hai letto?
Il primo che mi viene in mente è James Hawes Una mercedes bianca con le pinne. Un bellissimo libro, veramente divertente. Riga dopo riga si susseguono infinite "trovate", una dopo l'altra. Non è un libro comico, è proprio un romanzo divertente! Ti racconta una storia, che è la storia di trentenni in crisi (e fin lì non c'è molto di divertente) che cercano di commettere una rapina in banca e ovviamente tutto gli va in una maniera diversa da quella che immaginano. E nel fare questo l'autore si inventa parola per parola sempre qualcosa di scoppiettante e di umoristico.
E quale rileggeresti ancora molte volte?
Sono due: Natura morta con custodia di Sax di Geoff Dyer e Il silenzio del mare di Vercors.


Introduzione a
Il lato sinistro del cuore”

A volte capita che l'idea che hai in testa, la storia a cui stai pensando da un po' e che è arrivata al punto che se non la scriviti intossica come un veleno e ti fa male, finalmente esca, prenda corpo, e si fermi quasi subito, sviluppata armonicamente in tutte le sue parti e bella, ma non come un albero, piuttosto come un bonsai. Capita a volte che il respiro della storia che racconti sia breve, intenso, ritmato ed efficace, giusto come deve essere, ma non come nella maratona, piuttosto come nei cento metri piani, e che personaggi, azioni, dialoghi, descrizioni, concetti, emozioni, stile, abbiano più senso se espressi con la sintesi e la concentrazione del racconto.
Ci sono scrittori che fanno solo questo, che scrivono soltanto racconti, perché quella è la loro dimensione, ed è una dimensione bellissima, pensate a Raymond Carver. Ci sono altri scrittori che invece sono scrittori di romanzi, ma ogni tanto, quando capita, quando viene, scrivono racconti.
Io appartengo a questa razza, quella dei romanzieri. Però ogni tanto succede che invece di una foresta, o anche soltanto di un albero, la storia che sto scrivendo diventi un bonsai. A volte succede semplicemente perché è giusto che sia cosi, e a volte lo faccio apposta, perché voglio sperimentare un'idea, una tecnica o uno stile, e mi sembra venga meglio con un racconto, che si può osservare da vicino con un unico colpo d'occhio, come una miniatura. Non è che sia più facile che con un romanzo, non è neanche più breve, dal punto di vista dello sforzo narrativo. Proprio perché le cose sono tutte li, allo scoperto e vicinissime una all'altra, non ti puoi permettere bluff o distrazioni. Bisogna scolpire e rifinire ogni parola, cercarla bene, centellinarla, bisogna far risaltare subito tutti gli elementi della storia, subito, perché il tempo è poco, ma allo stesso tempo si può provare a giocare con una struttura inusuale, con uno stile più sperimentale, ragionevolmente certi che difficilmente finiranno per stancare. E si possono utilizzare al massimo livello di impatto gli strumenti dell'ironia e della suspense, come un colpo rapido e violento, che arriva all'improvviso, e anche concentrare un messaggio e un'intenzione, che salteranno fuori subito, evidenti e quasi nudi, con minori mediazioni che nello spazio diluito di un romanzo.
Spesso succede che i racconti vengano chiesti. Giornali, riviste, editori, associazioni, perfino enti locali e ditte farmaceutiche. Un amico scrittore sta curando un'antologia a tema, qualunque tema, dal rapporto col cellulare all'horror sovrannaturale al Capodanno, e chiede un racconto. Una rivista vuole testimoniare l'esistenza di un movimento letterario, o semplicemente di un gruppo o una tendenza, e chiede un racconto. Un giornale vuole stampare un inserto estivo e chiede un racconto da leggersi sotto l'ombrellone. Una scuola ha bandito un concorso tra gli studenti e vorrebbe un racconto da mettere in testa agli altri perché cosi è più facile trovare i soldi per la pubblicazione. Molte volte sono richieste ben precise, sul numero delle pagine e sulle battute, sul tema, sulle limitazioni, soprattutto, che ogni tanto sfiorano l'assurdo. Un racconto per la rivista di una compagnia aerea, di quelle che si trovano in aeroporto, che sia un noir ma che non comunichi tensione ai passeggeri, non parli di bombe sugli aerei, dirottamenti, omicidi nei terminal, neanche ritardi nei voli o bagagli persi.
A volte non è possibile, e allora, per quanto affascinante sia il confronto con un limite da aggirare, bisogna dire di no. Altre volte non viene proprio in mente niente, e anche allora bisognerebbe dire di no, perché per quanto qualunque autore con un po' di tecnica e un minimo di fantasia potrebbe scrivere qualunque cosa, non verrà mai fuori un granché.
A volte, invece, funziona, e allora non si tratta più di una
richiesta, ma di una suggestione, uno stimolo a battere una strada nuova, a indirizzare il pensiero in un posto che non conosci ma che sai che esiste, come se qualcuno ti avesse suggerito una scorciatoia e presala avessi scoperto che porta a un'altra strada, che finisce in una piazza, sconosciuta e bellissima.
Alla fine, nonostante sia uno scrittore di romanzi, di racconti ne ho scritti tanti anch'io. Cercando di metterli assieme tutti ne sono saltati fuori centododici, e qualcun altro ancora ce ne sarà, nascosto da qualche parte. Di questi, alcuni non mi dicevano pli nulla o erano troppo legati all'occasione per cui erano stati scritti. Alcuni sono diventati romanzi, come Almost Blue, e altri ancora, come certi racconti di ambientazione coloniale, lo diventeranno presto, almeno spero.
Gli altri sono qui. In tutti ho cercato di fare l'unica cosa che uno scrittore, di romanzi o racconti che sia, deve fare quando scrive: raccontare una storia che gli piace nel miglior modo possibile e con le parole più belle che sa. Se ci sono riuscito non lo so. Però ci ho provato.
© 2003 Giulio Einaudi Editore

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Le tette di Silvio? Bellissime
Curarsi dalla sindrome antiberlusconiana
Michele Serra su
L'espresso 10 agosto

Basta parlare sempre male di Berlusconi! Giornalisti, comici, intellettuali, giudici, politici e semplici cittadini ossessionati dalla popolare figuretta possono finalmente disintossicarsi ricorrendo a uno dei tanti corsi di recupero disponibili.

Logica Sono diversi i centri terapeutici che curano la sindrome antiberlusconiana ricorrendo alla logica, in sole tre sedute. Nella prima il paziente viene lasciato libero di sfogare i suoi assurdi pregiudizi (molto diffusa, per esempio, l´idea ossessiva che Berlusconi possieda squadre di calcio, assicurazioni, banche, televisioni, cinema, teatri, quartieri, case editrici, giornali). Nella seconda, si fa notare al paziente che Berlusconi non possiede funivie (sono intestate ai figli), facendo così franare il castello di pregiudizi. Nella terza, quando il paziente chiede scusa piangendo, lo si accarezza teneramente, gli si consegna un Certificato di Perdono firmato personalmente dal premier e lo si indirizza alla cassa.

Percosse Fondato da un gruppo di ex ospiti di San Patrignano, il Bonk-Center di Viserbella è consigliato per i casi più gravi. La terapia è semplice ma molto efficace: ogni volta che un paziente nomina Berlusconi viene bastonato per un quarto d´ora. Quando la smette, per premio può dare il fieno ai cavalli e pulire il pollaio. Le galline fanno parte dell´allevamento personale di Veronica Lario, e sono istruite a deporre le uova con il metodo steineriano: le fanno sempre dal culo, però sorridendo.

Spiritualità Nel convento delle Piccole Correntiste di Maria, sopra Lecco, di proprietà della zia suora di Berlusconi (ma la nuda proprietà delle suore risulta essere del premier), un famoso esorcista affronta coraggiosamente i comunisti persecutori di Berlusconi. Stazionando lungo le mura di cinta, si odono le orribili minacce degli indemoniati ("Porca Banca Rasini!", "Pippo Inzaghi è un simulatore", "per cortesia mi lasci le mie Clark´s e si tenga quelle merdacce di scarpe marroncine a punta") e le incessanti preghiere dello staff di religiose, recentemente rientrate da uno stage a Guantanamo. Pare che dal convento escano persone completamente diverse da come sono entrate. Quanto a quelle che sono entrate, non se ne ha più notizia.

Cultura Nei Liberal-Center di Nando Adornato, presenti in molte città italiane escluse quelle dove gli ex elettori ulivisti di Adornato potrebbero riconoscerlo per strada, lo stesso Adornato tiene lunghe conferenze dal titolo ´L´intrapresa e la nuova teoria dei bisogni´, sottotitolo ´se avessi saputo che i bisogni erano i miei, non mi sarei rotto tanto le palle leggendo Agnes Heller´. In sole tre ore e 40, Adornato convince gli astanti che Berlusconi è un bell´uomo, alto, simpatico, modesto e con molti capelli. Ma già a metà conferenza, purché Adornato la smetta, gli ospiti sono disposti anche a riconoscere che Berlusconi abbia due splendide tette.

Omeopatia Rete 4 in ogni camera, Maurizio Belpietro che legge personalmente i suoi editoriali ad alta voce nella Sala Einstein, un corso di rilegatura dei libri di Marcello Dell´Utri (cuio e oro zecchino, avendo cura di sostituire le pagine del volume, molto deperibili, con il polistirolo espanso), pesca di aragoste con il fucile nell´acquario di Cesare Previti, visite guidate a Milano due con sosta davanti ai videocitofoni più suggestivi. Insomma, una full-immersion nel mondo berlusconiano, in una clinica-albergo di lusso (la retta è di mille euro al giorno, escluse le mance alle massaggiatrici) sita a 20 minuti dal centro di Milano e a 20 ore dalla Provenza, così che nessuno possa accorgersi di come si vive nei posti civili.

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Le vacanze del capo
su il Manifesto 13 agosto

Di solito non ci occupiamo delle vacanze dei presidenti, ma stavolta non possiamo proprio farne a meno visto il servizio che l'agenzia Ansa ha mandato in rete ieri. Ve lo proponiamo così com'è, senza parole.

"Ormai di passioni, hobby, abitudini e idiosincrasie del premier Silvio Berlusconi si sa tutto o quasi. Nessun mistero anche su come trascorre le vacanze (che sono sempre di lavoro) tanto più che il presidente del Consiglio quest'anno ha fatto il bis e ha optato per la `stessa spiaggia' e lo `stesso mare', trascorrendo l'estate nella sua villa Porto Rotondo sulla Costa Smeralda. Ecco dunque l'Abc delle vacanze del Cavaliere.

A come Apicella: il menestrello napoletano che segue Berlusconi anche a Villa Certosa e allieta le serate del premier e dei suoi ospiti.

B come botanica: è la vera passione di Berlusconi che conosce a menadito i nomi scientifici di piante e fiori. Spesso e volentieri `ruba' le cesoie al suo giardiniere per procedere personalmente al rito della potatura. Si è appreso che il megaparco del Cavaliere si sta arricchendo di nuovi `ospiti' esotici, tra i quali diverse qualità di cactus.

C come cuoco: si tratta di Michele Persechini, che va sempre dove lo porta il premier, e quindi anche in Sardegna dove cura personalmente il menu del Cavaliere.

D come dieta: durante le vacanze sarde il premier generalmente segue una dieta dimagrante coinvolgendo anche i suoi amici più stretti (Fede, Galliani, Confalonieri e Dell'Utri) che condividono con Berlusconi sole, mare e... morsi della fame. E come edilizia: altra passione di Berlusconi sono le case. Visita spesso dimore maestose di cui si innamora a prima vista. Un paio di settimane fa ha fatto un blitz a Spoleto per cercare la sua `Camp David' italiana, ma poi non se ne è fatto niente.

F come fuochi d'artificio: nella piazzetta di Porto Rotondo si favoleggia di una passione del premier per gli spettacoli pirotecnici. I locali dicono che spesso Villa Certosa è teatro di spettacolari fuochi d'artificio organizzati per ricorrenze varie come compleanni e feste in famiglia.

G come ginnastica e jogging: Berlusconi si tiene in forma con quotidiane `corsette'. Pare sia piuttosto allenato e anche in questa performance coinvolge i suoi amici ospiti.

L come lavoro: il `presidente-operaio' non si riposa mai neanche quando è in vacanza.

M come Milan: in agosto a Villa Certosa Berlusconi può finalmente concedere qualche attenzione in più alla sua squadra confrontandosi con l'amico Galliani.

O come oreficeria: qualche shopping a Porto Rotondo, il premier se lo concede e generalmente va in piazzetta ad acquistare, orologi, bracciali e monili vari per i suoi ospiti più illustri.

P come Principessa Vaivia: lo yacht ora di proprietà di Ennio Doris (Mediolanum) su cui Berlusconi e i suoi amici di mare di tanto in tanto fanno qualche fuga dalla terra ferma.

R come mamma Rosa: la madre di Berlusconi che risiede in una villa adiacente a quella del premier e con cui il Cavaliere trascorre buona parte delle vacanze.

S come sportivo: è l'abbigliamento monocromatico (blu) di Berlusconi in vacanza. Scarpe da ginnastica, pantaloni e polo.

T come tricolore: all'insegna del patriottismo il menu per gli ospiti illustri a Villa Certosa. A tavola domina il bianco-rosso-verde, dalle trenette fino al gelato.

V come Villa Certosa: il palazzo d'estate del premier che è situato su Punta Lada e si affaccia sul golfo di Marinella nel cuore della Costa Smeralda.

Z come zoom dei fotografi: che non appena il premier mette piede a Porto Rotondo, si appostano sulla collina che sovrasta Villa Certosa a caccia di istantanee `rubate'".

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“Non telefono mai a Confalonieri”
E la sinistra controlla la stampa
Claudio Rinaldi su L'espresso 13 agosto

Nel 1999 Francesco Cossiga si sentì proporre da Bettino Craxi una sottile distinzione. "Silvio non è un bugiardo", gli disse il latitante, "è uno che dice molte bugie. Come deve fare un buon venditore".

Il guaio è che Silvio, cioè Berlusconi, oggi non fa il piazzista bensì il presidente del Consiglio. Nei paesi normali per accedere alla guida del governo non basta saper vendere. Da noi invece il Principe Mercante, come lo chiamò ´Newsweek´, si è impadronito del tempio. Le sue bugie sono diventate la colonna sonora della vita pubblica che scorre.

Lo sono anche questa estate, nell´indifferenza di un pubblico intontito dall´afa. Ecco una breve antologia.

Intervista alla ´Bild Zeitung´, 4 agosto. Berlusconi spiega ai tedeschi la genesi della super-gaffe su Martin Schulz, paragonato in pieno Parlamento europeo a un kapò nel lager. "Sulle mie reti televisive", racconta, "erano andate in onda centinaia di puntate di ´Hogans Heroes´, una serie su un campo di prigionia; mentre parlavo l´espressione di Schulz, le sue smorfie, il suo gesticolare mi hanno fatto venire in mente il sorvegliante.". Balla.

A Strasburgo il 2 luglio il premier ha testualmente detto al malcapitato: "In Italia un produttore sta montando un film sui campi di concentramento nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapò". Un film italiano in lavorazione, non un vecchio serial importato. È una bugia premeditata, non una reazione istintiva. Ma il direttore della ´Bild´ prende per buona la falsa versione. Poi si beve l´autoritratto del Berlusconi stakanovista: "In vita mia non ho mai fatto vere e proprie ferie. Anche da studente ho sempre lavorato, l´unica vacanza è stata alla Sorbona per frequentare dei corsi".

A parte il legittimo sospetto sugli asseriti studi parigini, si può credere alla storiella delle non-ferie? Cosa fa il nostro eroe a Porto Rotondo se non riposarsi e tentare una dieta per buttare giù la pancetta? Come usa il villone di Bermuda, dove si faceva fotografare a coscette nude durante il jogging, se non per spassarsela? Perché cerca nuove residenze in luoghi ameni da Montalcino a Positano?

Conferenza stampa, 1 agosto. "Sto lottando con Giulio Tremonti per far scendere l´aliquota Irpef". Una rissa fra amiconi! Sarà. Ma il vero scoop arriva dopo: "C´è un´immunità che riguarda tutta la magistratura, mentre i politici sono senza difesa". È una doppia fandonia. Se i parlamentari sono protetti dall´articolo 68 della Costituzione, i giudici sono soggetti alla legge al 100 per cento. Berlusconi ne conosce benissimo due che hanno subìto arresti e condanne: Diego Curtò, Renato Squillante. Di quale immunità parla?

Intervista alla radio ´Europe 1´, 30 giugno. "La stampa italiana per l´85 per cento sta con la sinistra contro i moderati". Davvero? Di sinistra quotidiani fra i maggiori come ´Corriere della Sera´, ´Sole-24 Ore´, ´Stampa´, ´Messaggero´? Ridicolo.

Altra panzana: il lodo per bloccare i processi alle alte cariche "è stato un´iniziativa sostenuta dal presidente della Repubblica". Stavolta il Quirinale smentisce e il premier ritratta.

Intervista a ´Time´, 28 luglio. "Le mie tv sono molto critiche nei miei confronti". Ma quando? Mai a memoria d´uomo un tg Mediaset ha pubblicato alcunché di scomodo per il proprietario. Ancora: "Da quando sono in politica non ho fatto una sola telefonata al mio gruppo". Beh, soltanto un imbecille può pensare che il padrone di un´azienda da 9,2 miliardi di euro, quanti ne vale il Biscione, se ne disinteressi e non scambi parola con Fedele Confalonieri. Ma la specialità di Berlusconi è appunto la capacità di prendere la gente per scema. Egli stesso se ne vanta: "Ho senso dell´umorismo".

Il problema non è suo, è dei cittadini. Come è possibile che le bugie attecchiscano con tanta facilità? Certo le caratteristiche nazionali contano: il diffuso deficit di cultura, la voglia di spensieratezza, la segreta ammirazione per ciarlatani e ribaldi in genere. Berlusconi sa sfruttare questi vizi. Il suo obiettivo è ispirare con ogni mezzo una superficiale simpatia. Le sue bubbole sono quelle dell´infedele colto in fallo che nega l´evidenza e intanto ostenta una devozione fasulla.

Trucchetti, non menzogne epocali alla Richard Nixon. Peccatucci furbi che si possono perdonare. Nel bene e nel male le berlusconate non hanno nulla di grandioso. Alla lunga però la quantità si trasforma in qualità: lo stillicidio di piccole bugie scava un abisso nella credibilità di un politico e del suo paese. Che alla ´Bild´ o a ´Time´ se ne freghino è ovvio. Che i giornali italiani continuino a stampare qualsiasi bufala senza avvertire che bufala è, si capisce un po´ di meno.

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Come parlava Alberto Sordi
Così è nato un nuovo linguaggio
Enzo Golino su
la Repubblica 13 agosto

Era stato lui stesso a capire subito quanto le sue parole fossero aderenti alle cose, e il suo modo di parlare - sulla scena, alla radio, nei film, in tv - vicino alla sensibilità della gente comune e ben diverso dai canoni che volevano imporgli all'Accademia dei Filodrammatici di Milano gli insegnanti di recitazione. Alberto Sordi (1920-2003) resisteva, non voleva perdere naturalezza e spontaneità. Ovviamente, l'Accademia rifiutò uno che per principio si negava al birignao accademico e, per di più, avrebbe avuto seri problemi a estirpare dalla sua pronuncia (o meglio: dal cuore, dalle viscere) la "marcata inflessione romanesca".

Resistenza e insubordinazione alle regole: nasce da qui il "sordismo" linguistico che rispecchia il linguaggio della vita quotidiana ma non rinuncia a deformarlo comicamente, a intingerlo nel sarcasmo, a coglierne i vizi e gli aspetti più odiosi inventando tormentoni asfissianti. Risalgono al 1948 quelli che Sordi affida a indimenticabili personaggi radiofonici. Mario Pio nessuno vorrebbe trovarselo al telefono: "Prondo Mario Pio, con chi parlo, con chi parlo io?". E nessuno vorrebbe imbattersi nel nobile decaduto, lo scroccone conte Claro: "M'intenda chi m'intenda ?sta frecciata da distanza. Comprendi l'importanza?". Sordi diverte, ma è un divertimento in cui s'insinua una punta di sofferenza, una nota di allarme: perché il pubblico, in quei tic linguistici, scorge qualcosa di sé, gli piaccia o meno. Il "filtro eccezionale" che ha favorito questo processo di identificazione, determinando il successo dell'attore, secondo lo storico del cinema Gian Piero Brunetta è stato il suo talento naturale ricco di strepitose doti mimetiche: "una centrale elettrica la cui energia proviene da un bacino sociale di portata vastissima", benché limitato entro i patri confini.

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La valanga di energia precipita in un canale espressivo all'altezza della galleria di caratteri che Sordi ha lasciato in eredità all'antropologia nazionale. Nella forma intuita fin dagli esordi, il suo linguaggio è stato lo strumento primario di uno spietato realismo critico che gli ha consentito un'operazione unica - per spessore identitario e durata - nel nostro cinema. Fabio Rossi infatti analizza L'italiano secondo Albertone sulla rivista Italiano sono quelle in cui odia i suoi personaggi", li demolisce e ne rivela il lato "peggiore e più nascosto". Anche sotto l'aspetto linguistico.

Protagonista di Lo sceicco bianco, straordinario apologo sulla cultura di massa, l'eroe dei fotoromanzi è annientato da Sordi che ne è l'interprete geniale, dal regista Fellini, da Antonioni e Flaiano (coautori l'uno del soggetto l'altro della sceneggiatura) a colpi di caricature linguistiche dell'italiano diffuso dai rotocalchi rosa. Il film ridicolizza quel lessico infarcito di torpidi arcaismi, poeticità inerte, errori di italiano popolare. "L'italiano dello sceicco è duplice", scrive Rossi, "pomposo ufficialmente e rozzo non appena la sua incontenibile natura ferina ha modo di emergere". E nei Vitelloni la pernacchia, accompagnata dal gesto dell'ombrello rivolto ai lavoratori, attira l'immediata reazione di una partecipe risata. Ma, alla distanza, in un sussulto metafisico che la depura da ogni volgarità, imprime un sigillo negativo sulla morale del personaggio Albertone intrisa di un nichilismo becero e casareccio.

Il catalogo dei "sordismi" esplorato da Fabio Rossi attende di sicuro un ampliamento e soprattutto un esame delle figure retoriche. Ma già questa parziale ricerca è una collezione di pietre miliari dell'espressività di Sordi: a partire dal 1937, anno del suo primo film, Il feroce Saladino di Mario Bonnard, e dell'investitura come seconda voce ufficiale nel doppiaggio di Ollio (e non c'era ragazzo in quel tempo che non l'imitasse...). In seguito vennero "Mamma mia che impressione!", "Compagnucci della parrocchietta", "Dai, dai, continua imperterrito con questa sorta di invituperi", "Ammazza che fusto!", "Auanagana", "Ma chi te conosce a te? Pussa via brutta bertuccia!". E non si trascuri, per favore, il memorabile "L'americano è un popolo debole, prima beve e poi s'abbiocca" nel modesto Brevi amori a Palma di Majorca di Giorgio Bianchi... E via sordeggiando in omaggio alla sordità, elemento costitutivo dell'essere Sordi.

Ma è nel complesso della tela verbale, intessuta in sessant'anni e più di carriera all'insegna della sorditudine, che spicca il suo ruolo di "ritrattista delle incertezze del parlante italiano medio e medio-basso di fronte ai diversi livelli della comunicazione". Di film in film la lingua sordiana diventa un simbolo: è "l'italiano medio" colorito - più o meno, secondo i casi - dall'italiano regionale romano "e con ambiziose salite ai piani più forbiti". Dagli anni Settanta in poi il romanesco di Sordi risulta sempre più greve: Rossi attribuisce questa involuzione anche al fatto che di alcuni film il regista è lui, quindi non si frena. A livelli massimi di volgarità arriva l'"insopportabile iperromanesco" di Il malato immaginario e L'avaro (adattamenti da Molière) diretti da Tonino Cervi o di Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli.

Eppure, questo "italiano sfatto" (così lo chiama Rossi), "questo romanaccio più che romanesco, rende i personaggi migliori di Sordi antipatici e patetici". Al di fuori delle mura capitoline, disturbati dall'eloquio del "romanaccio sciatto" di Sordi, molti italiani hanno infatti provato irritazione e antipatia per l'indolenza, l'immoralità, il cinismo dei romani da lui rappresentati. Senza capire, come del resto alcuni critici, "la componente simbolica del realismo sordiano" che nell'involucro romanesco delle parole sapeva comprendere "un tipo morale" radicato nell'intero paese e in tutte le classi sociali. Per chiarire ancor meglio che "la negatività dei personaggi sordiani è sempre molto realistica", Rossi la confronta alla cattiveria quasi surreale di Totò, al cui linguaggio ha dedicato un robusto volume.

Il fiuto espressivo di Sordi si rivela anche nella parodica commistione tra italiano e inglese esaltata nella popolarissima macchietta di Nando Moriconi in Un giorno in pretura e Un americano a Roma, entrambi di Steno. In questo secondo film la lingua del protagonista - spiega Rossi - è composita: "1) inglese, 2) inglese italianizzato e maccheronico, 3) doppiaggese, cioè l'italiano iperformale e iperderegionalizzato dei doppiatori". Ma va detto che gli straripanti eccessi di amore per l'America e la sua lingua dell'"americanomane" Nando, a metà degli anni Cinquanta, sia pure sul piano di un folcloristico e sornione fanatismo, anticipavano l'inglesizzazione talvolta gratuita del nostro lessico.

Altre volte Sordi ha ripreso la mescolanza di italiano e inglese, come nel suo Tassinaro e in Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata di Luigi Zampa; e si è prodotto anche in combinazioni italo-francesi ("Quel horreure! Io sto a casa mia. Faccio e dico quello che mi pare. E chi n'est pas d'acord se ne peut aller") e italo-romano-ispano-portoghesi ("Por favor! Per favor! Meu signor, che fasite? Es proprietà privad. È robba mea! Ma non è contrabbando, es indumento personal!") nel film Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola. Non si invochino però tendenze preglobalizzanti o plurilinguistiche, scegliendo magari a pretesto Fumo di Londra (esordio nella regia) e altri film dove il protagonista, nelle vesti di Sordi, ha valicato i confini nazionali: l'attore resta incardinato nell'italiano medio con risonanze romane, il suo abito linguistico nativo. E quanto gli sia geneticamente attaccato è dimostrato dalle volte in cui prende in giro altre lingue, altri dialetti: per esempio - ricorda Rossi - il suo piacere nel dileggiare il milanese della moglie Franca Valeri e di altri comprimari (Il vedovo di Luigi Zampa).
Nella tela verbale intessuta da Sordi si ritagliano spazio non trascurabile le poche canzoni che ha scritto, di cui Rossi commenta il gioco fonico, l'infrazione della metrica, il nonsense e un possibile modello petroliniano in due delle più irresistibili: Noneta e Il carcerato. La prima, leggiamola qui sotto, è una sintetica versione del più genuino sordismo linguistico: il vezzeggiativo familiare insieme alla strizzata d'occhio feroce, l'irrisione che calca la mano sull'impossibilità di camminare della nonna. Quasi un miracolo, la paralitica si concederà al ritmo sgambettando insieme al nipote. Il finale è degno di Nando Moriconi: una moriconata in inglese. "Noneta, noneta/ Ritmo, ritmo/ O nonetina, nonetina mia, tu sei tanto stanca non puoi caminar/ Ma ritmar, ritmar con me potrai./ O nonetina, nonetina mia/ Tu sei paralitica/ Ma ritmar con me vorrai/ O nonetina, nonetina, nonetina miaa.../ Yes".

modigliani
  


   17 agosto 2003