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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 29 giugno 2003



Il gusto di scrivere
Cinque esempi

Si parla di frequente del gusto di leggere. Lo si vorrebbe anche imporre, ed è una ingiunzione paradossale, proprio come il dire “Sii spontaneo!” Ma si parla meno del gusto di scrivere, che è la prima cosa che notiamo, in modo quasi subliminale, quando cominciamo a leggere un articolo, un saggio, un romanzo, una poesia. Guido Piovene così scriveva della Chartreuse: “Dappertutto in Stendhal, anche tra i maneggi sordidi della corte di Parma, c'è la gioia del movimento, la freschezza ed il respiro dell'aria aperta e tersa; e mai un momento d'afa”.
La Chartreuse, scritta in cinquantadue giorni.
Ne “la settimana in rete” inserisco cinque esempi di gusto di scrivere: tre di oggi e due del passato. Hanno una caratteristica in comune: non scrivono in modo guardingo, quindi non annoiano. Amano talmente la scrittura da non farsi condizionare dal “Ma che dirà Tizio, o Caio, o Sempronio?” Ci badano, certo, perché ne va del loro lavoro, ma senza irrigidimenti, senza quello che a tennis si chiama il braccino, una specie di ipnosi nel momento del punto importante. Sostantivi, verbi, aggettivi possono essere semplicissimi o desueti, mai socialdemocratici (vecchio vezzo), mai demi-monde.
Mitì Vigliero Lami, nel suo bel
Sito, scrive di maturità e di sigarette (le ultime, naturalmente), di animali, di piante, di Liguria. Racconta ricette e scrive poesie d'amore. Sempre coinvolta (non si chiama fuori, come fanno tanti), ma con levità. L'ironia è naturalmente affettuosa, mai arida o saccente.
Emilio Gauna da tempo scrive regolarmente su Golem L'indispensabile. Nella composizione Acqua, scritta per il sito di una amica, alterna esprit de géométrie ed esprit de finesse. L'una tastiera rafforza l'altra. Per gli animali dei Sarchiaponi, appena usciti su Golem, le immagini del Pisanello, il più famoso degli animalisti, sono volutamente inappropriate. D'altra parte, il Pisanello certamente non conosceva il bradipo, e probabilmente neppure lo struzzo, ma chissà…
Francesca Longo: poche storie, dietro la Grammatica Italiana e dietro la ragazza del bar, c'è lei, anche se mancano i timbri sulle rogatorie. Di recente ha pubblicato con successo presso Baldini & Castoldi “Come sopravvivere con un'adolescente in casa” e scrive spesso su il Manifesto e sul Barbiere della Sera. E' “affetta da grafomania compulsiva”, per fortuna di chi la legge. Mirabili le sue recenti cronache sul Manifesto riguardo la campagna elettorale nel Friuli-Venezia Giulia, ed in particolare quelle sulle visite del premier.
Poi Giuseppe Baretti e Daniello Bartoli, e non occorrono spiegazioni. Solo due osservazioni sulle immagini. Sir Joshua Reynolds era amico personale del Baretti: nel ritratto di famiglia c'è una badante di 250 anni fa. Andrea Pozzo era gesuita come il Bartoli. Nella famosa decorazione della chiesa di Sant'Ignazio, ha inserito anche i quattro continenti, e nella rappresentazione dell'Africa e dell'America c'è tutta l'attenzione che i gesuiti dei grandi secoli ponevano ai contesti culturali. Globalizzatori, ma disposti ad imparare, come in Cina, in Giappone e nelle Americhe.
(p.c.)


Giovanni il pizzoso, Italo l'inetto, Luigi il matto
Dallo Stupidario della maturità
Mitì Vigliero Lami

Raduno insieme i tre grandi romanzieri, accomunati da un'unica infelice sorte; quella di comparire nei programmi d'esame insieme alla lettura integrale delle loro opere. Il Verga con I Malavoglia, Svevo con La coscienza di Zeno e Pirandello, solitamente, con Il fu Mattia Pascal.
Trattandosi di prosatori, lo studio dei loro testi, nonché la loro interpretazione, risulta abbastanza abbordabile dagli studenti.

Ho detto "abbastanza", sia ben chiaro.

L'elegante termine "pizzoso" riferito a Verga ha origine dall'esclamazione che sgorga spontanea ogniqualvolta gli studenti sentono nominare I Malavoglia: "Uffa, che pizza!".
Giovanni Verga era "un siciliano mal ambientato a Milano perché siciliano": così se ne torna a casa "dove si sente molto più importante e si mette a scrivere cose sulla vita dei pescatori poveri che non potranno mai, per colpa dell'ostrica e del suo ideale, diventare ricchi e nobili come lui".

Nei Malavoglia l'argomento di particolare difficoltà è quello dei "lupini". Tutti li nominano, ma cosa siano nessun lo sa:

-Commissaria: "Che cos'è la Provvidenza nei malavoglia?"
-Esaminanda: "Barca"
-Commissaria: "Ssssì...E poi? Chi c'era sulla Provvidenza?"
-Esaminanda: "Bastianazzo"
-Commissaria: "Va bene, ma cosa trasportava la Provvidenza oltre Bastianazzo?"
-Esaminanda: "Lupini"
-Commissaria: "(Sospiro) Allora?! Che succede?"
-Esaminanda: "Naufragio"
-Commissaria: "Oh! E Bastianazzo?"
-Esaminanda: "Annega"
-Commissaria: "E i lupini?"
-Esaminanda: "Morti tutti"

Un altro diciottenne invece affermò trionfante che sulla Provvidenza "c'era un carico di lupare", svelando in tal modo gli oscuri traffici del boss 'Ntoni, il quale aveva un figlio che si chiamava Bastianazzo "perché era grande e grosso come un bastione".
Come dei Promessi Sposi, anche dei Malavoglia è richiesta all'esame la lettura completa; ma pure in questo caso gli studenti barano. Si comprano un "bignamino", leggiucchiano qualche riassunto qua e là apprendendo superficialmente. E i risultati si vedono.
Un giorno che, stanca di sentirmi ripetere sempre le stesse cose, domandai di essere edotta sul personaggio dei Malavoglia nomato Piedipapera, venni scambiata per una tipa in vena di scherzi: "Ma prof.! Mi sta prendendo in giro, lo so! Piedipapera è un personaggio dei Puffi!". Accennando invece in classe a Tigre reale, storia della passione morbosa tra una donna sensuale e un giovane senza nerbo, mi capitò di sentirmi porre la domanda: "Ma come facevano, se lui era senza nerbo?

visconti: la terra trema
  
(...)

Italo Svevo e Luigi Pirandello sono gli unici autori dell'intero programma di Maturità che i ragazzi amano sinceramente, studiandoli con grande interesse e serietà. Il motivo? Forse perché ambedue parlano di follia e quindi si avvicinano assai al normale stato mentale degli studenti sotto esame.
Nonostante tutto, però, la stupidata talvolta piomba implacabile:

"A me è piaciuto molto l'Enrico IV quando lui prima è matto sul serio, poi fa finta di essere matto per far diventare matti gli altri, poi diventa matto di nuovo e uccide Belcredi condannandosi a diventare infine matto per sempre."

"Così è se vi pare è una storia troppo incasinata per raccontarla."

"Trovarsi è la storia di Donata Genzi, un'attrice che si è persa e non si trova più."

"L'uomo dal fiore in bocca stava seduto in un bar, aspettando la moglie che non arrivava mai e tenendo un fiore tra le labbra: per questo attirava la curiosità della gente."

"Il protagonista de
Il berretto a sonagli, per contestare la società e la famiglia, intraprese la carriera di jolly."

"Mattia Pascal era talmente sfortunato che avrebbe fatto meglio a gettarsi davvero a fiume."


Come al solito, i futuri analisti sanno dare spiegazioni logicissime del "perché" delle cose: "la moglie di Pirandello impazzì e questo fu per lui una fortuna perché in tal modo trovò la grande tematica ispirativa della sua opera: la follia."
Non solo, ma il Luigi "viveva in una villa che si chiamava il Caos per via della situazione creata in casa dalla malattia della moglie". Un maturando scrive: "Pirandello afferma che non è vero che chi è pazzo sia matto; sono gli altri i veri matti, lo dico per esperienza personale" e un altro nello stesso tema ribatte "Enrico IV era fuori come un poggiolo".

Il "vedersi vivere" di Pirandello è una sorta di fenomeno paranormale, dato che significa "sedersi da una parte e vedersi camminare dall'altra".

"Nel celebre
Saggio sull'Umorismo Pirandello dice che noi siamo cattivi perché ridiamo solo per cose tragiche, senza alcun rispetto per il dolore altrui": siamo insomma tanti Franti, l'infame che sorrise...

Nell'Esclusa l'autore condanna "l'ipocondria della società" e "Così è se vi pare ha come morale: fatevi i cavoli vostri". Poco aulico, ma incisivo.
jeanne balibar in va savoir (da come tu mi vuoi)
  

Abbandoniamo Luigi per dedicarci tutti a Italo:
"Scrisse Senilità, descrivendo la demenza dei vecchi" "Nelle sue tre opere possiamo vedere la maturazione caratteriale dell'autore: in Una vita il protagonista si uccide perché è un inetto. In Senilità, sempre per inettitudine, si rinchiude in se stesso. Nella Coscienza di Zeno resta sempre un inetto, però se ne frega."

All'esame:

-Commissario: "Cosa vuol dire l'U.S. di cui Zeno parla?"
-Esaminando: "Unità Sanitaria"
-Commissario: "Scherza?"
-Esaminando: "Ah sì, che scemo... Volevo dire Unites States!"

Eppure Svevo all'Ultima Sigaretta dedica un capitolo intero...

Per concludere, occupiamoci della biografia di Italo Svevo; per i maturandi è estremamente semplice:
"Nacque a Trieste, che in quel tempo si trovava in Austria."

"Si sposò con una donna molto più giovane di lui perché gli facesse da mamma."

"Tentò più volte di scrivere libri e avere successo, ma gli andò sempre male."

"Quando finalmente divenne famoso, morì."


Amen.

© Mitì Vigliero Lami - Tutti i diritti riservati


Parliamo tutti arabo
Mitì Vigliero Lami

ziza di palermo: colonna angolare
  
Noi italiani ci sentiamo lontani anni luce dal mondo islamico e dalla sua cultura; soprattutto oggi pensiamo di non avervi nulla in comune. In realtà la nostra lingua è piena di parole decisamente arabe; parole semplici, comunissime, che usiamo quotidianamente. Queste entrarono a far parte della nostra lingua già in epoca antichissima quando gli Arabi , più o meno dal 650 al 1100 dC, furono i nostri veri padroni, padroni del Mediterraneo. Conquistarono un immenso territorio che si estendeva come un enorme abbraccio dai confini dell'India, attraverso l'Africa settentrionale, fino ai Pirenei. In Italia tennero a lungo la Sicilia, occuparono la Sardegna, crearono capisaldi sulle coste Italiane dalla Puglia alla Liguria, entrarono in Piemonte, sino alle Alpi; e si sa che i conquistatori lasciano sul terreno non solo sangue, ma anche costumi e linguaggi.
Ma furono soprattutto i commerci che l'Italia tenne col loro mondo, praticamente da sempre, i veri responsabili dell'adozione, da parte nostra, di parole arabe.

Sin dall'epoca delle Repubbliche Marinare i nostri mercanti avevano uffici, oltre che in patria, anche in quelle terre; nei mercati e nelle "borse", sino al secolo XIX non era l'inglese la lingua che gli imprenditori dovevano conoscere bene per gestire i loro business, ma l'arabo. Per questo i numeri che usiamo da sempre sono quelli arabi; e se dall'1 al 9 noi usiamo per pronunciarli parole d'origine latina lo zero è, in tutto il mondo, esclusivamente arabo: sifr, dal quale deriva anche la parola cifra. Allo stesso modo tara è la tarh (detrazione); tariffa è la ta'rifa (notizia pubblicata); gabella la qabala e il tentare la fortuna attraverso la cabala per riuscire a pagarle invece voleva dire affidarsi alla qabbalah, (tradizione dell'interpretazione delle sacre scritture).

Allora, come ora, le merci venivano acquistate tramite sensali (simsar, mediatore), trasportate da facchini (faqih) in grandi fardelli (fard, uno dei due cariche del cammello) dentro magazzini (makahzin) o fondachi (funduq, deposito) e meticolosamente inventariate su taccuini, (taquim, giusta disposizione). I genovesi furono i primi a stiparli di cotone (qutun) e di pietre quali lapislazzuli (lazuward, azzurro); altri, in una gara (gara') all'importazione, prediligevano albicocche (al-barquq), carciofi (kharshuf), arance (narangia), limoni (limum), asparagi (aspanakh, melanzane (bandigian), zibibbo (zabib), zucchero (sukkar) e zafferano (za'faran).

Le carovane (carwan, compagnie mercantili), ne riempivano le stive a bizzeffe (bizzaf, gran quantità); poi ogni ammiraglio (amir, capo principe della flotta), dopo una sosta in darsena (dar-sina'a, casa del mestiere) per controllare che tutto fosse a posto, dava l'ordine ai marinai di staccare le gomene (ghumal) dalle bitte dei moli e iniziare la navigazione verso casa.

Di notte, con la nuca (nukha, midollo spinale) piegata all'indietro, il comandante coi suoi strumenti osservava lo zènit (il punto della volta celeste perpendicolare alla testa di chi osserva il cielo) e studiava il nadìr (il punto opposto allo zènit). Sferzato dallo scirocco (shuluq) e dal libeccio (lebeg), pensava alle serate tranquille trascorse a casa sua sdraiato sul divano (diwan) giocando a scacchi (schiah) con la moglie e sorseggiando sciroppo (sharub) di ribes (ribas) e sherry (xeres), mentre i figli allegri in giardino si scatenavano in partite a volano con le racchette (rahet, palmo della mano). Il mercante invece, in pigiama (payjamé , vestito con le gambe) sdraiato sul materasso (matrah) non riusciva a dormire. Sorseggiando caffè (kahvè), teneva stretta a sé la valigia (valiha) degli ori, paventando all'arrivo l'incontro con un ladro reso talmente violento dall'alcool (al-kuhl) da diventare un feroce assassino (hashishiìn, drogato di hashish).

© Mitì Vigliero Lami - Tutti i diritti riservati


Acqua
Emilio Gauna sul
Sito H20 di Angela Caporaso

Il nome chimico dell'acqua è monossido di idrogeno. Ma anche i chimici lo usano quasi solo per scherzare, e ogni tanto è divertente dirsi, a tavola, "passami il monossido d'idrogeno". La formula chimica dell'acqua è famosa, ma ogni tanto si sbaglia a scriverla: la scrittura esatta è H
2O.
Ma questa è solo la "formula bruta", che serve per scrivere e per fare i calcoli.
La molecola è fatta così: un atomo di ossigeno in mezzo, e ai due lati i due atomi di idrogeno, a formare un angolo un po' aperto:
O
/ \
H H
L'acqua è una delle sostanze più comuni in natura, e qui da noi siamo abituati a considerarla eterna e rinnovabile, ma non è sempre vero. Ogni tanto dagli ambienti scientifici partono notizie allarmanti, che i governi non sembrano prendere con la dovuta attenzione. Per esempio, al Nord le nevicate stanno diminuendo e i ghiacciai arretrano; e dove c'è molta acqua ci sono anche le grandi industrie e le grandi città, fonti d'inquinamento.

L'acqua scorre via rapida
tra le mie mani e gelida
scorre già via lontana.
Tra la miseria umana
viva s'asconde e naviga
dentro di lei la vita.
Io che l'attendo e merito
ben poco dalla vita,
io poco attento medito
sull'acqua che è infinita
E scorre ancora gelida
ma scorre via verso il mare;
ed è un inizio, è sferica
la sorte dell'umana
gente che passa e naviga
e vive dell'onda serena.

L'acqua permette la vita; è alla base della nascita della civiltà, e anche dell'industria moderna. Questo è anche uno dei motivi per i quali in Italia le fabbriche esistono al Nord e non al Sud. A Milano l'acqua c'è, a Catania molto meno; ma è scandaloso che Milano sia arrivata fino al 2003 senza avere un depuratore. Inoltre, l'industria del turismo porta sempre più gente a vivere e calpestare terreni e montagne; Courmayeur e Cervinia risultano tra le città più inquinate dai fumi delle automobili, e anche l'Everest pare messo male. E' dalle montagne, dalle nevi e dai ghiacciai, che nasce la nostra acqua.

ingres: la source
  
Avrei voluto bere all'acqua della fonte
Avrei voluto ber chiara sorgente;
e la mia mano s'allungava sovente
versa la roccia della pura fonte -
ma invano e invano, ed incontravo il niente.
Avrei voluto bere alla mia cara fonte
avrei voluto ma ne fui respinto;
volevo bere ma non ne restava niente,
solo un respiro ed una sete da elefante.
La fonte asciutta, l'anima mia malata,
la fede assente, la fronte disseccata,
sorgente assente, o vita dissennata:
volevo bere a disseccata fonte...

Nell'acqua ci sono sempre molti sali disciolti. Quando l'acqua evapora, rimane un sedimento: il calcare, appunto; che però può essere composto da molti sali diversi, secondo il tipo di terreno che ha attraversato l'acqua. Quando si fa bollire l'acqua e si forma subito un po' di calcare, vuol dire che sono presenti i sali detti bicarbonati: di solito, il bicarbonato di calcio.

Il contenuto di questi sali determina la durezza dell'acqua: è un termine che si usa in chimica, ci sono acque dure e acque dolci. L'acqua distillata non contiene sali; si fa bollire ed evaporare l'acqua, e poi si fa raffreddare il vapore, riformando acqua che ricade in un altro recipiente. Una volta si usava, al posto dell'acqua distillata, l'acqua piovana o la neve disciolta.
Oggi, soprattutto in città, non è più possibile. La pioggia e la neve si mescolano agli inquinanti presenti nell'aria; ne nascono piogge acide e nevi piene di tutto quello che abbiamo bruciato, e che ritorna al suolo.

Scende da mille rivoli
dalla montagna fradicia
la pioggia colossale.
E lassù in alto nevica:
del resto, ciò è normale.

Oggi si ottiene acqua distillata (o più propriamente, in questo caso: acqua demineralizzata) facendola passare attraverso apposite resine. E' un metodo nato dallo studio delle acque in natura: molte acque di sorgente sono pure e poco dure perché passano attraverso terreni che hanno la capacità di filtrarle, e si è cercato di riprodurre questi terreni nelle resine per desalinificare, riuscendovi.

Se sono limpido
Se sono torbido
Se scorre limpida la mia scrittura
oppur se l'acqua tutta s'intorbida
nel fango oscuro della pianura
Se la mia mente riluce nitida
oppur se pesco materia oscura...
Comunque vada, ve lo ripeto:
si tratta sempre di mia natura.

Ma forse non di chimica dovrei parlare, non oggi... meglio perdersi nei fenomeni atmosferici, o nell'acqua pura, fonte di mille metafore.

Ho fatto un buco nell'acqua
ma si è richiuso da solo;
da sotto i pesci sorridono,
sanno che non son solo.
Levo i miei sandali e penso
che pellegrino non sono;
bevo, e quest'acqua rinfresca
risana i pensieri d'un uomo.
Bevo a quest'acqua pura,
m'alzo e raccatto i bagagli
riprendo a marciare sereno
sotto la luce del Sole.

Per poi passare al mare, destino finale di tutta l'acqua, prima del ciclo che la riporterà, sotto forma di pioggia, nei nostri cieli; e speriamo che tutto questo possa continuare per sempre, e continuare a sembrarci naturale.

Il mare di cristallo
s'inalbera splendente
rialza la tua mente
vive del tuo splendore.
Così passano l'ore
mare della tua mente
oceano risplendente
così passano l'ore.
Il tempo viene e vola
vicina è già l'aurora
sul mare di cristallo
già sorge un sole giallo -
ma io mi son distratto:
che ore abbiamo fatto?


Sarchiaponi
Emilio Gauna su Golem l'Indispensabile

Bradipo
Ed è tipico del bradipo
quel suo movimento statico:
non si muove e non dà adito
a sospetti o congetture
Lento e solenne s'arrampica apatico
sempre sul volto un sorriso simpatico
il suo costume di vello e di muschio.
caldo lo copre dal male e dal rischio
"Non mi muovo", e non si muove;
non si vedon cose nuove,
anche il mondo è molto bradipo.
Tutto intorno il sole muove
l'universo fa sonare
la memoria universale
E' gran merito del bradipo
il non dar comunque adito
a sospetti o congetture


pisanello: ghepardo
  

Struzzi
Corrono inciampano struzzi
venite a vedere gente
i grandi e famosi struzzi
struzzi dagli occhi gentili.
Codeste enormi galline
non volano e corrono enormi
corrono beccano ingollano
però volare non sanno.
Con le lor corte ali
tentano invan spaventarmi
ma nel sentiero sassoso
terreno assai accidentato
non vedo cose giganti
non vedo condor furenti
non vedo struzzi volanti
vedo inciampare frementi
tre o quattro struzzi cadenti.

i.
Si potrà scrivere del sarchiapone?
E' una domanda che un po' mi scompone,
che certo avrebbe un posto fra gli animali veri,
ma non si può, che non c'è più Walter Chiari:
perciò sono triste e tiro un sospirone.

ii.
S'incavola il licaone
se tu poi gli dici che è un cane:
"Non sono coyote né iena,
non son neppur dingo o mastino,
ma sono quest'altro animale".

iii.
Emilio Gauna pensa d'essere un poeta,
invece è solo un tipo originale;
ma se voi poi glielo dite lui sta male:
"Non son poeta, ma quest'altro animale."

pisanello: volpe
  

Una Storia Bellissima!
Autobiografia della Grammatica Italiana
Parole catturate in rete

La mia nascita non fu facile. In realtà i miei genitori non avevano le idee molto chiare. Credo che non mi volessero e forse è questo il problema che mi accompagna da sempre. Per anni si son semplificate le cose, sostenendo che avevo a che fare con un lombardo finito a Firenze per sciacquare i panni in Arno. Mi riconosco nel Lombardo e mi rispecchio nell'Arno, ma non è ciò che sono. Magari tu capisci. Andrei avanti, non fosse tardi...hai ancora voglia d'ascoltarmi?
Affettuosamente
Grammatica Italiana
Andrò piano, con scritti brevi, messere, per non turbare la nostra quiete. Se non le spiace a me piace. Detesto tutto ciò che è prolisso. Sono un essere semplice, fatto di soggetto, predicato verbale e complementi. Che siano oggetti o quant'altro, pur sempre complementi sono. Nasco così per permettere a tutte le parole, provengano esse dal latino (o prima ancora dal greco), dal germanico, dallo slavo di trovare quell'attimo di respiro per restare con me. Io le amo. E lei, messere?
Nessuna parola nacque per caso. Ognuna porta con sé una storia, dolce, terribile, struggente, violenta, languida. Dietro ognuna non c'è l'uomo che la proferisce, ma la storia di persone che l'hanno voluta, plasmata, adattata. Dietro ogni parola c'è un mondo, una cultura, l'essenza stessa della nostra vita.
Ma quanto sto scrivendole vale per tutte le lingue, non solo per la mia. Quindi devo spiegarle, messere, perché amo la mia.
Non fu facile per me esistere. Le parole, sin da piccina, mi mancavano. Avevo, in fondo, rubato tutto ai miei avi greci e latini, sottratto quanto possibile ai barbari dell'est, slavi e germanici, avevo tutte le parole per dire. Ma l'avventura, la vera avventura, non poteva essere fatta solo di parole...
signorelli: dante
  
Ero appena adolescente quando capii che dovevo articolarmi. Articolare le parole! Facile per il tedesco o lo slavo, che del tempo e dello spazio hanno un'idea barbara , che si limitano a circoscriversi in un presente da passare o in un presente da consegnare al futuro. E' un modo d'esistere, comprensibile e facilmente accettabile, ma io volevo di più. Io, nella mia storia, conservavo l'idea di un passato remoto, di un imperfetto, di un futuro prossimo e di un futuro remoto. L'idea di un qualcosa che avrebbe potuto condizionarmi, quella di qualcosa che avrebbe potuto congiungermi finalmente agli altri. E ancora...imperativi e infiniti... io ero capace di darmi alla pienezza della vita.
Io, messere, non solo sono o ero (non fraintenda, per cortesia) o sarò, ma ambivo al fui, all'ero stata, al fui stata, al sarò stata, al sarei, al fossi a milioni di possibilità di essere, avere, andare, venire, guardare. All'essere e al sei!Io volevo tutto, forse troppo, probabilmente di più...La mia storia è molto triste, messere. Ce la fai ad ascoltarmi?
Certo, c'erano anche i gerundi e i gerundivi. Nel mio immenso mondo c'era tutto. Un patrimonio immenso, un'eredità indetassabile. Per me, un tempo, una pésca non era una pèsca...ma sto parlando di un tempo dimenticato. Con me, quelli che mi amavano (quelli che potevano amarmi, quelli che aspiravano a me per poter raccontarsi, tutti quelli che, permettendomi di far da tramite tra isole, tacchi e punte dello stivale e creste montane, potevano raccontare e raccontarsi) entravano in qualche modo in contatto tra loro: comunicavano, si scambiavano le migliaia di parole da dire. Perché, se non hai qualcosa da dire, allora è meglio tacere.

Non a caso, nella notte, ho lasciato l'ultima parola al silenzio. In musica il silenzio è 'suono'. Anche io nel silenzio esisto. Sono quella pausa che permette al cuore e alla testa di raccogliersi prima di farsi voce o scrittura. E' questa la mia vera essenza. Nasco dal silenzio e da esso mi disvelo. Le mie note sono infinite, sono parole. Le accetto, da sempre, tutte. Non è necessario siano quelle classiche: ogni apporto, dal dialetto o da altre lingue, fa parte del mio bagaglio di diesis o bemolle.
Conosco pause. Brevi e incisive -una virgola-, più lunghe e enunciative- due punti-, lunghe e definitive - un punto-, di ampio respiro- un punto esclamativo-, sconsolatamente interrogative- punto di domanda. Conosco sospensioni senza risposta –tre puntini- e, solo in casi eccezionali, l'orrore normativo degli elenchi, punto e virgola. Conosco parentesi e trattini...la vita è questa, anche questa.
Ma, oltre alla punteggiatura, oltre ai dizionari, oltre alle parole io sono armonia. E' questa la vera essenza della lingua italiana. 'Terra dove il sì suona'. Non è quel sissignore che ignora il silenzio del pensare, coprendolo col rumore di un fare meccanico. E' il sì di un caos che si fa armonia nella compiutezza di un congiuntivo, di un condizionale, di un passato remoto.


Alla maturità con Berlusconi
Acqua da tutte le parti
La ragazza del bar sul
Barbiere della Sera 20 giugno

Alla maturità, da privatista, ho svolto questo tema, seguendo le tracce offertemi. Verrò promossa? Pensate che le tracce del prossimo anno saranno scritte dalla Ripani? Potrebbe essere un'idea

L'acqua, risorsa e fonte di vita.
Quante volte nei cieli italiani, dove garriscono le rondini e il tricolore, garrulo sulle fiere aste, invita i piccini che sorbiscono il gelato a sentire con orgoglio il calore della nostra bella Patria, abbiamo visto volare piccoli aerei che, rilasciando microscopiche particelle di ioduro d'argento sulla base dei sistemi nuvolosi, permettono di accelerare il processo di condensazione trasformando il vapore in pioggia? Mai. Noi italiani non ne abbiamo bisogno.

Come ha affermato il nostro presidente del Consiglio, il Cavaliere Silvio Berlusconi, " Affinché vi sia cibo occorre che vi sia acqua. E' quindi fondamentale investire per garantire la disponibilità e l'uso efficiente delle risorse idriche, in un indispensabile contesto di salvaguardia ambientale. Acqua e cibo rappresentano il motore di quello sviluppo autosostenibile cui tutti dobbiamo dare priorità assoluta."

Come tutte le promesse fatte agli italiani in televisione, anche questa è stata mantenuta e pertanto noi italiani siamo tra i pochi al mondo, come si addice a un popolo di navigatori, a non temere l'emergenza acqua.

In Sicilia, ad esempio, anche lo scorso anno, in piena crisi idrica, è stato possibile rifornirsi da privati di tutto l'oro blu necessario per le piscine, le docce, le cucine. Se poi uno è taccagno o è uno zozzone, non è certo colpa di Berlusconi. In Italia l'acqua non manca. Potrebbe, eventualmente, mancare, se tutti i senegalesi o nigeriani pretendessero di venire qui a sguazzar nelle nostre piscine. Ma per fortuna con la legge Bossi- Fini ora il problema verrà arginato: se vogliono acqua possono continuare a girare per il Mediterraneo con le loro carrette, ma fuori dalle acque territoriali.

Un tempo si diceva 'Piove, Governo ladro', adesso l'informazione comunista si lamenta per il caldo afoso e la mancanza di perturbazioni, pur asserendo che il Governo è ladro. Delle due una, come gli avvocati di Berlusconi hanno avuto modo di spiegare alla Boccasini: 'O il premier è un ladro, e allora dovrebbe piovere, oppure non piove perché il premier è innocente'. In merito a queste giuste considerazioni, vorrei aggiungere la mia personale opinione ossia che una volta di più i comunisti dimostrano di essere allo sbando e avere le idee confuse. La Casa delle Libertà no, anzi è avanti col programma.

Giustamente, osserva l'onorevole Berlusconi, per avere cibo bisogna ci sia acqua e quella, se non c'è, si compra per bagnare i campi. Ma poi con che cosa lo mandi giù il cibo se non hai da bere? Dal prossimo anno è al vaglio del Governo un interessante programma sperimentale volto a dare a tutti gli italiani in età di voto del vino.

Un fiasco al giorno ci aiuterà tutti –in tal senso va intesa la parola 'autosostenibile'- a sopravvivere in questo meraviglioso Paese di poeti, santi e navigatori. Andremo tutti alle urne a confermare la scelta della maggioranza degli italiani. Ubriachi. Meglio di vino che di parole.

velasquez: il trionfo di bacco
  

Mala ventura presso Moncalvo
Una lettera di Giuseppe Baretti
Su
Pagine moncalvesi

A chi va per mondo ne accascano delle buone e delle cattive; e questo è stato il mio caso stamattina. Lasciando Asti al sorgere del sole, non ebbi fatte due miglia, che la freschezza dell'atmosfera mi fece scendere del calesse, invitandomi a camminare un poco a piede. Non si può dire il gusto che m'avevo, andando così passo passo lungo un sentiero che fiancheggia la strada maestra.
Queste basse collinette dell'Astigiana nolla cedono in bellezza alle più belle che mai poeti e romanzieri s'abbiano sognate. Alberi fronzutissimi d'ogni banda, cespugli d'avellane, siepi di rose silvestri, macchie di fragranti fiordispini, e praticelli e poggetti coperti d'erbe e di fiorellini d'ogni fatta, e campi ondeggianti di verdi spiche, e vigneti e boscaglie e siepi di mortelle frequentate da infiniti uccelletti che gorgheggiano e cinguettano i loro innocenti amori in mille maniere di musica, fanno lungo quella via, che ho trascorsa pur ora, un molto soave incanto ai sensi d'un viaggiatore.
E non voglio lasciar nella penna certi visi semplicemente giocondi e sorridenti di certe villanelle tarchiatotte, che con canestri al braccio o in capo se ne venivano verso questo Moncalvo al mercato, e che a misura che andavo incontrandole piegavano gentilmente le ginocchia a quel po' di gallone che ho sull'abito.
Il vetturino, rallegrato anch'esso dalla dolcezza mattutina che l'intorniava, se ne veniva oltre pian piano cantando, sto per dire come un cucco rauco, certi suoi strambotti in lingua monferrina, chè Farinello non ce l'avrebbe potuta, e passava così l'affanno che la prefata via maestra gli dava, la quale, per vero dire, pare la via del Paradiso, tanto è stretta e scabrosa. Cominciando finalmente il sole a saettarci con de' raggi alquanto ardenti, riascesi nel calesso e giunti al basso del colle su cui Moncalvo si sta comodamente a sedere, ecco che d'improvviso il terreno si sfonda sotto i nostri due bucefali, ed ecco che essi e il calesso e tutto il mondo, per quel che mi parve in quel momento spaventevole, tombola e si cala tutto in un fascio dentro a una pantanosa buca o fogna, o caverna, o abisso, e con grandissimo terrore d'una dama gravida, se una dama gravida si fosse trovata in mia vece nel calesso!
Alla scossa che diedi sprofondando, e allo sferzare e al bestemmiare della mia poco cauta guida, presto m'avvedo che eravamo nel mezzo d'una brutta pozzanghera; onde spingendo da me con grand'empito il parafango, mi lanciai fuora del calesso a mezzo del tenero limo il quale riverentemente cedendo alla gravità del mio personaggio mi lasciò immergere sino alle fibbie delle ginocchia nella sua tenerissima tenerezza; né fu poca fatica, come né anco poca fortuna, l'uscire come feci con quattro scosse feroci sano ed incolume di quella bolgia dantesca.
Ma ohimé, che le mie gambe pur ora vestite tutt'e due di seta bianca, perdettero in un baleno la candidezza della loro spoglia, e si trovarono coperte d'un nero e glutinoso imbratto! E tanto ingrossate per giunta, che mi fecero ricordare quelle di una rinocerontessa da me veduta un tratto in un casotto alla Fiera dell'Assensa in Vinegia. Manco male che alcuni buoni contadini vennero tosto in nostro ajuto con due coppie d'aggiogati buoi. Dopo molto gridare, e schiamazzare, e consigliare, e misurare, si trassero finalmente i cavalli e il calesso di quel pantano, chè non fu poca grazia nè poco affanno.
Vi sovviene egli un ritratto del bizzarro Carlo Dodici di Svezia, posto in fronte alla sua Vita stampata dal Remondini di Bassano? Quel Re battaglieroso, se vel ricordate, viene quivi rappresentato con gli stivaletti che gli giungono alla rotella delle ginocchia. Fate conto che, scappato di quella buca, io m'avessi di molta somiglianza con quel Re così stivalato, tanto di quell'attaccaticcio fango mi s'appiccò intorno alle calze bianche! Nientedimeno, senza darmi pensiero del calesso, me ne venni un passo innanzi l'altro su pel dilettoso colle verso l'osteria, non senza ghigni e risa di molti che mi videro acconcio in quella strana foggia; e giunto in quella a salvamento, feci fretta a nettarmi e a lavarmi; e postomi quindi a questa tavola, intanto che l'ostessa mi sta preparando un po' di pranzo, diedi o, per meglio dire, do incominciamento ad un libro che ha ad essere intitolato: I Viaggi di Giambattista Chiaramonti di Brescia dall'antichissima Città d'Asti all'incognita Villa di Moncalvo nel Monferrato, dedicati al molto reverendo Canonico Don Paolo Gagliardi, e divisi in sette parti. Questa prima parte ve la mando ora per un castaldo che ho trovato in questa osteria, e che fa conto d'essere in Asti prima di notte. Se incontrerà l'approvazione vostra, e quella delle vostre amabilissime sorelle, non mancherò di comporre l'altre sei, nelle quali mi studierò di minutamente descrivere i modi e costumi del popolo di Moncalvo e de' suoi contorni; né vi mancheranno le mie filosofiche osservazioni sulla religione, sul governo e sulle usanze generali e particolari di questa contrada a mala pena conosciuta da' geografi, tanto è lontana dall'Abissinia e dal Catajo.
Ma ecco che la minestra fa la sua sfoggiatissima entrata in questa stanza, accompagnata da un quarto di capretto arrostito coll'aglio, colla salvia e col ramerino, e da un piattelletto di tartufi, l'odore de' quali mi dà cento pizzichi amorosi al naso e alla gola, e m'invita cortesemente a far prova del mio appetito. Dunque addio senza ulteriori cerimonie.


reynolds: ritratto di famiglia
  

Daniello Bartoli: le chiocciole
“La ricreazione del savio” I.11
su
Il Bolero di Ravel


andrea pozzo: africa
  
Quante ne ho io vedute! Ancorché migliaia, non per tanto un nulla rispetto alle innumerabili che ve ne sono: e quante più vedute ne avessi, tanto men saprei dirne, per quello a che i nostri ingegni soggiacciono, d'impoverire nella troppa abbondanza e co' più nobili argomenti divenir mutoli per lo stupore. E non s'è egli mostrato sommamente ammirabile Iddio nel variare in cento e più diverse maniere il circolarsi e ravvolgersi d'una chiocciola in sé stessa? Puossi dir cosa più eguale, più determinata e più semplice, e pur nelle mani sue divenuta capevole di sì grand'arte? Alcune si girano con volute, campate l'una fuori dell'altra appunto come se si attorcigliassero intorno a un fuso: e procedendo in lungo assottigliano e fino in punta digradano con ragione. Altre, all'opposto, tutte in loro stesse ritornano; e dicami Archimede, che sì ingegnosamente ne scrisse: chi insegna loro a condurre una linea in ispira, sì perfettamente che in nulla non ismisuri? Dicammi gli architetti, che tanto penano a disegnar con regola le volute, e pur non mai altro che false, mentre, per più non sapere, le compongono d'alcuna parte di circolo, e circolo elle non sono, avvegnaché circolari: chi ne ha infusa la regola alle chiocciole, nate maestre in un'arte di cui essi ancor non si veggono buoni discepoli? Di queste poi, quelle che chiaman veneree, e le in parte lor somiglianti, nulla mostran di fuori come s'attorcano, ma, ricoverte d'un nicchio che parte s'inarca e parte spiana, quivi entro s'avviluppano sì che punto non pare.
Altre, da un grosso capo tutto incoronato o di merli o di pennacchini o d'una cresta che serpeggia intorno, van giù a poco a poco mancando fino a stringersi come un paleo. Altre covano alquanto, e sembra che portino cupolette e capannucci l'un sopra l'altro. Ve ne ha delle schiacciate, delle ritonde, delle increspate, delle distese e aperte, delle tutte in loro medesime aggomitolate. Ma in qualunque foggia diverse o, come sogliam dire, cavate di fantasia, tutte con decoro, con avvenenza, con garbo, tal che di mille che ne avrete davanti non saprete qual sia la più ingegnosamente foggiata: e dico anche, se pur è da dirsi, le lavorate ad opera strapazzata, ché quel medesimo in che sembrano incolte è negligenza ad arte, per far vedere una deformità con grazia, una rozzezza con maestà, un mostro, ma di bellezza.

Or finiamo con solamente accennare la varietà de' colori e la vaghezza degli ornamenti onde le chiocciole son sì belle. Eccovene in prima le vestite d'uno schietto drappo: argentine, bianche, lattate, grigie, nericanti, morate, purpuree, gialle, bronzine, dorate, scarlattine, vermiglie. Poi, le addogate con lunghe strisce e liste di più colori a divisa: e quali se ne vergano per lo lungo, quali per lo traverso; alcune diritto, altre più vagamente a onda. Ma certe, in vero maravigliose, lavorate a modo d'intarsiatura, con minuzzoli di più colori bizzarramente ordinati; o d'un musaico di scacchi, l'un bianco e l'altro nero, quanto alla figura formatissimi e alle giunture non isfumati punto, ma con una division tagliente, come appunto fossero alabastro e paragone strettamente commessi. Le più sono dipinte a capriccio, o granite, gocciolate, moscate; altre qua e là tocche con certe leggerissime leccature di minio, di cinabro, d'oro, di verdazzurro, di lacca: altre pezzate con macchie più risentite e grandi; altre o grandinate di piastrelli o sparse di rotelle o minutissimo punteggiate; altre corse di vene come i marmi, con un artificio senz'arte; o spruzzate di sangue in mezzo ad altri colori, che le fan parere diaspri. Ma la varietà e la bellezza degli ornamenti, e le mirabili lor partiture, non si può divisar tutta in brieve, né dirsene a lungo, perché noi non abbiam tanti vocaboli quanti esse hanno abbigliamenti per arredarsi e ben parere. Lascio le messe a scavature e risalti, scanalate, grinzute, rugose.
andrea pozzo: america
  
Che direm di quelle a cui su le giunture delle volute spiana una cornice di maraviglioso intaglio? Di quelle a cui, fra due corsi di spine delicatissime o fra due creste che alzano un po' poco, si distende un fregio di strane sì, ma graziose figure, o una che sembra intrecciatura di più catene? Di quelle che tutte son filze di perle e di gemme, l'una presso all'altra e in loro stesse rivolte, o a luogo a luogo tempestate a gocciole di cotali smalti che sembrano gioielletti? Di quelle che per tutto il corpo son seminate di scudetti, rosette, borchie, bisantini, con in mezzo, a chi un bottoncello che sopravanza, a chi un pennacchietto che ne spunta con grazia? Una ve ne ha, indiana, tutta intessuta di sottilissimi cordoncini, non solamente di più colori schietti, l'uno immediato all'altro, ma di certi, a ogni tanti di questi, di due fila diverse, violato e bianco, attorcigliate insieme; e miracolo che mai una volta fallisse il tornar sopra quel che dà volta sotto, alternandosi fedelmente l'un colore e l'altro: come lavoro di mani che aveano sopra una mente direttrice al muoversi con disegno e con arte.


   29 giugno 2003