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La settimana in rete
a cura di P.C. - 22 giugno 2003

Nota. Nella Web Gallery of Art sono stati recentemente inseriti molti disegni di Leonardo da Vinci. Le immagini di questa "settimana in rete" riguardano "La battaglia di Anghiari", e sono state aggiunte alcune immagini di Michelangelo, riguardanti "La battaglia di Cascina".


Si vuole abolire l'eguaglianza di fronte alla legge
Franco Cordero su
la Repubblica 17 giugno

Martedì 17 B. degna il Tribunale d´un secondo show nel dibattimento Sme. Ventiquattr´ore dopo dall´alambicco della Camera bassa nascerà la legge che sospende i suoi processi. Parliamone. L´ordinamento è una piramide: tante norme situate a vari livelli, insegna Hans Kelsen, maestro della sintassi giuridica novecentesca; quelle al vertice fungono da tavola genetica, stabilendo come nascano le altre e a quali parametri ubbidiscano. Nell´art. 3 Cost., ad esempio, "tutti i cittadini (...) sono eguali davanti alla legge", indipendentemente dal rispettivo stato "personale e sociale": tutti, nessuno escluso, dal povero diavolo al signore dell´etere, spaventosamente ricco, nella cui corte brulicano famigli, clienti, manovali, anche acquisisse alte dignità; eguale a tutti, subisce processi penali quando un pubblico ministero gl´imputi dei reati. Supponiamo che assemblee servizievoli, forti dei numeri, gli conferiscano uno status diseguale, d´immunità dalle macchine processuali: norma invalida, se la votano nei modi soliti; l´organo chiamato ad applicarla investe della questione la Corte competente e l´esito appare sicuro.
Non erano ipotesi scolastiche. Palazzo Madama fornisce esempi monstre, 5 giugno, emendando un ddl che attua scandalosamente l´art. 68 Cost.: del quale precedente testo bisognerà dire tutto il male che merita; l´idea risale alla Bicamerale d´infausta memoria; affiorano omertà trasversali. Gl´inquilini della Cdl v´innestano un art. 1: i cinque presidenti (della Repubblica, Senato, Camera, consiglio dei ministri, Corte costituzionale) godono d´un limbo finché durino i rispettivi uffici, anche sui fatti anteriori; sospesi i procedimenti "in ogni fase, stato o grado". Sono angeli? No, animali umani e "cittadini" eguali "davanti alla legge". Questo privilegio li discrimina invalidamente. L´art. 3 Cost. è derogabile solo attraverso norme pari rango: l´articolo votato da forzaitalioti e soci è legge comune; dunque, nasce morto. Non perdiamovi tempo, tanto salta agli occhi l´offesa al principio d´eguaglianza. Notiamo solo come la esasperino due aspetti. Primo, non esistono termini finali. Quattro dei predetti uffici sono indefinitamente reiterabili: in vent´anni, 1878-98, Domenico Farini risulta eletto presidente 4 volte dalla Camera bassa e 8 nel Senato; dal 1870 al 1898 Giuseppe Biancheri dura 14 anni sullo scranno più alto a Montecitorio, eletto 15 volte (erano congiunture mobili); Agostino Depretis presiede 8 gabinetti; Giolitti 5; Benito Mussolini governa 20 anni, 8 mesi, 25 giorni. Ora, processi sospesi sine die significano impunità se l´imputato fosse colpevole. Le norme incriminanti sono parole inerti fuori dal processo, l´ostacolo al quale diventa immunità penale
Altrettanto allarmante il secondo aspetto: gli augusti patres, blu, bianchi, ex-neri, scrivono: "Non possono essere sottoposti a processi penali" e nel lessico tecnico il nome indica la sequela d´atti aperta dall´imputazione; le indagini stanno fuori, ma l´interessato a schivarle sosterrà che la formula abbia senso lato. C´è una parola galeotta nel comma 2: quando parlano dell´intero processo, tecnicamente inteso, i compilatori dicono "in ogni stato e grado"; stavolta il binomio diventa trinomio, "ogni fase, stato o grado". Cosa succede quando bisogni acquisire prove non rinviabili? Ad esempio: la testimonianza del morente; l´atto ricognitorio che perderebbe gran parte del valore se fosse differito, essendo labili le impressioni mnemoniche; perizie la cui materia deperisca presto. In casi simili gli operatori usano l´incidente probatorio: atti istruttori anticipati, destinati a valere come fossero compiuti nel dibattimento; ma gl´incidenti probatori sono atti processuali, vietati nel comma 2. Altrove il caso è previsto: la sospensione non impedisce il compimento degli atti urgenti (artt. 47, c. 2; 70, c. 3; 71, c. 4; 344, c. 3). Gli artisti del tempo perso sfoderano un bolso latino: "ubi lex voluit, dixit"; e sapendo come, dove, a qual fine nascano certe meraviglie legislative, quel silenzio assume significati sinistri. A parte l´eguaglianza postulata nell´art. 3 Cost., esiste l´art. 112: "il pubblico ministero ha l´obbligo d´esercitare l´azione penale", regola necessaria al sistema, perché se la scelta d´agire o no fosse libera, i reati diventerebbero materia disponibile, con una virtuale impunità delle persone gradite ai dominanti; quel che invocano filosofi, cappellani, araldi berlusconiani, seguiti dagli opinanti pseudoliberali. L´art. 112 è una delle loro bestie nere.
Notiamo infine quanto poco generale e astratta sia la previsione. L´art. 1 contempla alti uffici: il presidente del Consiglio viene quarto ma l´utente del trucco è B.; se le cause milanesi fossero finite a Brescia, nessuno chiamerebbe alla ribalta i 5 presidenti. Come avviene da due anni, le Camere lavorano pro domino, tagliando leggi sulle sue abnormi misure. Dei santoni prestano viso e ugola alla farsa. Nasce morto il cosiddetto lodo e tale rimarrà a Montecitorio, mercoledì 18. I piccoli Tartufi acclamanti lo sanno: è tutto calcolato; lavora anche nelle Camere l´équipe cavillante alla quale il Boss, ciarliero, quindi spesso incauto, paga parcelle astronomiche mai sognate nell´avvocatura (lo racconta lui; ai bei tempi avvocati insigni, ancora attivi sui 90 anni, morivano quasi poveri: sia permesso nominarne due, Arturo Carlo Jemolo e Alfredo De Marsico). Passeranno mesi prima che la Consulta dichiari invalido l´art. 1: nel frattempo rivive l´immunità parlamentare, esumata dopo 10 anni con lievi varianti; e gloriosamente le due Camere ridiventano luogo d´asilo, dove i re del malaffare abbastanza abili da scegliersi la compagnia giusta, ne filano quanto vogliano, intoccabili. L´ostetrico del parto macabro assale un ex-Capo dello Stato e la ciurma blu ringhia a comando. Nelle stesse ore l´Immune proclama da Brescia che "rivisiterà" codici e ordinamento giudiziario. Traduco, caso mai qualcuno non capisse: vuole pubblici ministeri governativi agli ordini del castigamatti padano, giudici malleabili, procedure à la carte, sicché le condanne colpiscano solo i malvisti da chi comanda. Alla sera tiene filastrocche televisive un capovoga An, il cui partito 10 anni fa mandava alla lanterna i politicanti dalle mani sporche: i tribunali non interferiscano obliquamente nella cosa politica giudicando B., accusato d´essersi comprato delle sentenze; esiste un voto del popolo sovrano, ecc. Il meglio viene l´indomani, venerdì 6, quando Sua Maestà B., maglione da yachtman al collo, svela la seconda mossa: incidere organicamente nel sistema, varando l´immunità parlamentare su modello europeo; verrà utile agli oppositori, sogghigna, perché "modello europeo" significa apparati giudiziari comandati dal ministro. Sabato 7 celebra l´idea della pena inesorabilmente applicata a chiunque risulti colpevole. L´11 non l´aspettino nel dibattimento Sme, dove aveva annunciato dichiarazioni da scuotere l´asse terrestre: l´argomento non interessa più; dopo il Milan europeo la questione palestinese è l´ultimo "legittimo impedimento"; ormai ha uno scudo nel lodo. Povera giustizia, illo tempore corrotta sul Tevere, adesso strangolata e schernita tra Naviglio, Olona, Lambro. Più che gaffes da loquela sbracata, sono allusioni, avvertimenti, sberleffi (ha sotto mano gli specialisti, ghost writers e ventrìloqui). Siccome straripa, coatto a ripetersi, bisogna ridirglielo: lazzi simili hanno un nome tedesco, "Galgenhumor", umorismo da forca; già che ci siamo, gli rammento ancora il nome greco della soperchieria intollerabile dall´Olimpo, "pleonexìa". Spesso le metafore mitologiche mascherano fini analisi. Lasciamo stare gli dèi: esiste un sensorio collettivo; sinora l´ha addormentato a metà, ma è sicuro che l´anestetico lavori all´infinito?

anghiari, copia del louvre
  

Alla larga dai referendum
Claudio Rinaldi su
Libertà e Giustizia

CHI HA PERSO. Che i referendun abortissero era scontato. Ma un'affluenza alle urne del 25,7 per cento soltanto non se l'aspettava nessuno. Più di Fausto Bertinotti, che quando perde ha un godimento quasi fisico, lo sconfitto è Guglielmo Epifani. La sua potente organizzazione si è mobilitata per niente. Eppure la Confindustria e il ministro del Welfare, assurdamente, prendono di mira Sergio Cofferati: anche se l'ex segretario della Cgil si era sempre proclamato contrario al referendum sullo Statuto dei lavoratori, fino a raccomandarne il boicottaggio, mentre la sua battaglia del 2002 a difesa dell'articolo 18 non aveva avuto nulla a che fare con la pretesa bertinottiana di estenderne l'applicazione ai bar e alle lavanderie.
PERCHÉ. Le spiegazioni del flop sono tante. Il quesito era bizzarro a prima vista. Per l'astensione si battevano tutta la destra e gran parte del centro-sinistra, gli imprenditori e due su tre dei maggiori sindacati. Era metà giugno. Faceva un caldo boia. Ma c'è altro. La gente, da noi come in tutto l'Occidente, non ha voglia di andare a votare a ogni pié sospinto. E soprattutto non avverte più un forte bisogno di praticare la democrazia diretta. Ormai da anni in Italia si eleggono direttamente pressoché tutte le figure chiave del potere locale e nazionale: i sindaci, i presidenti delle Province e delle Regioni, di fatto lo stesso capo del governo. È giusto pretendere che siano costoro a risolvere i problemi.
COSA FARE. Qualcuno ora suggerisce di modificare la Costituzione per abbassare il quorum che essa richiede affinché i referendum siano validi. Non è una buona idea. Vista la tendenza degli elettori a disertare questi appuntamenti, se si riducesse il quorum si lascerebbe campo libero ai fautori di proposte anche strampalate. L'unica via d'uscita è che tutti, partiti, sindacati, movimenti, associazioni, ci convincano di poter ricorrere allo strumento referendario soltanto in casi eccezionali: cioè 1. quando emerge una questione di sicuro impatto emotivo oltre che di preminente interesse generale, 2. quando il Parlamento appare incapace di affrontarla, 3. quando esiste la ragionevole possibilità di raccogliere consensi anche oltre la ristretta cerchia dei promotori. Altrimenti basta. È significativo che perfino l'irriducibile Marco Pannella negli ultimi anni si sia dato una calmata.
COSA NON FARE. Mai come di questi tempi, certo, vengono approvate leggi ingiuste e meritevoli di abrogazione: sul falso in bilancio, sulle rogatorie, sul legittimo sospetto, sulla sospensione dei processi… Tentare un referendum su ognuna di esse, tuttavia, sarebbe suicida. Nel 1995 la consultazione mirante a togliere a Silvio Berlusconi due reti tv fu un autogol che finì per legittimare all'infinito il suo monopolio dell'etere. Oggi sui temi della giustizia accadrebbe lo stesso. Oltretutto chi lanciasse un referendum saprebbe in partenza di non poter avere alcuna eco all'interno di un sistema tv dominato da Berlusconi. Perciò i referendari incalliti dell'attuale opposizione, da Antonio Di Pietro ai Verdi al correntone Ds, faranno bene a non assumere iniziative improvvide. È già un miracolo che stavolta la saggezza di Piero Fassino, di Francesco Rutelli, di Cofferati abbia evitato di trascinare l'intero Ulivo nella disfatta della Cgil.

anghiari, copia degli uffizi
  

Obiettivo fallito
Riccardo Barenghi su il Manifesto 17 giugno

Faceva molto caldo domenica, e anche ieri mattina faceva caldo, molto caldo. Città infuocate, meglio stare al mare. La televisione? e chi la vede la televisione con questo caldo. E anche se la vedi mica te lo dice quel che succede, non te lo spiega lei perché non dovresti andare al mare per trascinarti fino al seggio elettorale col caldo che fa. Inutile anche accenderla, meglio starsene al mare. E pure se per caso l'accendevi, trovavi tutti che ti dicevano di startene al mare, anche quelli che li avevi votati qualche giorno fa e li avevi pure fatti vincere. Loro dicevano di starsene al mare, in città in effetti si muore. Ma se proprio avessi voluto, se proprio mi fossi costretto, per quale diavolo di ragione avrei dovuto restare in città, per votare un sì o no all'estensione dell'art. 18 (che neanche so cosa sia) ai lavoratori delle imprese con meno di 15 dipendenti? Ma chisseneimporta, non sono fatti miei, io me ne resto al mare. Saranno queste le ragioni per le quali il referendum è fallito? Purtroppo no. Possiamo illuderci che se Fassino e D'Alema, se Rutelli e il termometro, se ci fossero ancora le mezze stagioni, se si fosse votato a maggio, se la televisione fosse pluralista, se il centrosinistra fosse di sinistra, se Berlusconi non fosse di destra, se se se. E invece no. Il problema sta all'origine, sta cioè nell'aver promosso un referendum su una questione così delicata ma anche così specifica pensando di cavalcare un movimento (quello del 2002) che lottava sì per i diritti di chi lavora ma era in realtà un movimento di difesa. Al quale si poteva appunto chiedere di bloccare l'offensiva del governo contro i diritti, o almeno di ridurre i danni che questa stava e sta provocando, compito che quel movimento ha assolto finché ha potuto. Ma non più di questo.
Invece si è pensato di andare avanti lo stesso, forzando tempi e modi, usando impropriamente le firme raccolte anche per regolare conti che nulla avevano a che fare con la questione in campo. Buona o cattiva fede, non è utile oggi saperlo. Quel che oggi abbiamo di fronte è il risultato. Pessimo. Sia per quel che ha prodotto nei mesi e nelle settimane scorse, sia per l'esito del voto e gli effetti che avrà.
Ha fatto bene Fausto Bertinotti a riconoscere non solo la sconfitta, essendo quella sotto gli occhi di tutti, ma l'errore compiuto nel non essere riusciti a fare di una battaglia giusta (possiamo anche dire sacrosanta) una questione condivisa da almeno il 50 per cento degli italiani. Si potrebbe discutere a lungo sul perché lui e gli altri promotori non ci abbiano pensato prima, visto che un esito del genere era non solo possibile ma altamente probabile. Tanto che diverse forze, tra cui la Cgil, solo dopo la pronuncia della Consulta si sono schierate (e giustamente) per il sì, ribadendo però che non era il referendum lo strumento giusto per raggiungere un obiettivo così impervio.

Un obiettivo - cioè il diritto al reintegro nel posto di lavoro per coloro che vengono licenziati ingiustamente nelle piccole imprese - che resterà un sogno per oggi, domani e purtroppo anche dopodomani. Peggio per loro, e peggio anche per noi e magari pure per coloro che l'art. 18 ancora li salvaguarda. Non è questo un punto secondario, essendo il bersaglio, l'unico vero bersaglio (a parte quelli reconditi e inconfessabili) che si voleva raggiungere con il referendum. Bersaglio mancato, e di parecchio. Speriamo solo che il boomerang non ci torni in testa.
C'è un fatto tuttavia che, pur non riducendo la portata della sconfitta, ci aiuta a ragionare sul futuro. Dieci milioni di persone hanno votato sì all'estensione di un diritto e hanno votato sì anche all'estensione di un divieto, quello ci proteggerebbe un po' dalla marea elettromagnetica che ci sommerge. Potevano essere di più? Ovviamente sì.
Ma dieci milioni non sono pochi, anzi sono molti considerato anche gli inviti a fuggire al mare di cui sopra. Hanno votato mentre quasi tutti i partiti di governo e di opposizione, due sindacati su tre, tutte le organizzazioni imprenditoriali gli dicevano di non farlo. Non perdiamoli di vista.

anghiari, altra copia degli uffizi
  

Il silenzio su un falso storico
Ernesto Galli Della Loggia sul
Corriere della Sera 10 giugno 2003

In fondo non era scontato che da parte della cultura laico-progressista italiana (la cultura dei politici, ma anche quella degli intellettuali) non vi fosse alcuna levata di scudi di fronte alla singolare omissione del Cristianesimo tra le radici storiche dell'Europa decretata dagli autori del progetto di Costituzione europea. Non solo invece, come si sa, non c'è stata alcuna levata di scudi, ma, se non sbaglio, c'è stato di più: un generale silenzio, quasi che una questione di tal fatta (totalmente diversa, sia chiaro, dall'invocazione a Dio che alcuni avrebbero desiderato ma a cui sarei stato personalmente contrario), che una questione di tal fatta, dicevo, che tira in ballo la storia, il passato e la memoria, non meritasse qualche parola almeno di riflessione. Quel silenzio si spiega in un modo solo: come sintomo ulteriore della difficoltà crescente della cultura di cui sto dicendo a prendere atto delle gigantesche novità dei tempi, del fatto che sta nascendo un mondo del tutto fuori dai suoi schemi. Un mondo, in particolare, che tende a porre in una luce irrimediabilmente ambigua proprio la categoria di progresso che della cultura laico-progressista è ovviamente il cardine. In che senso, per esempio, può dirsi un progresso che nascano bambini non più concepiti da un padre e da una madre? In che senso è un progresso che in molte regioni dell'Africa non vi sia un potere diverso da quello di molte sciagurate élite locali? In che senso è un progresso che più della metà degli adolescenti italiani non sappiano capire di che tratta un quadro di argomento religioso?
Ammettere la sopraggiunta radicale ambiguità del progresso vuol dire accettare il fatto che ormai, in Occidente, l'Illuminismo è finito. È finito non solo in quanto promessa di emancipazione totale dell'uomo o in quanto possibile orizzonte dell'intera umanità (cinesi o islamici illuministi ci appaiono oggi alquanto improbabili), ma è finito altresì l'Illuminismo come effettivo fronte di battaglia dentro di noi e dentro le nostre società tra Ragione e Superstizione, tra Libertà e Asservimento. Di conseguenza ha perso senso anche l'obbligatorio tabù antireligioso e in specie anticattolico che era un aspetto centrale dell'Illuminismo progressista ma che, sono convinto, è il vero motivo dell'inspiegabile silenzio con cui la cultura di quell'orientamento ha oggi accolto il famoso preambolo.
La quale cultura non si avvede, tra l'altro, che l'Illuminismo è finito anche perché dovunque poteva, e fino al limite che era giusto e possibile, esso ha in realtà ormai vinto. Ha riportato grandi vittorie proprio sul suo avversario più aspro: sul Cattolicesimo, obbligato da tempo ad accettare la libertà di coscienza, i diritti dell'uomo, la piena laicità delle istituzioni secolari. Cattolicesimo che forse proprio per questo si mostra consapevole - come indicano le richieste di perdono da parte del Papa - della necessità di aprire se stesso ai tanti ripensamenti che i tempi chiedono, condizione indispensabile, questa, per riuscire ad ascoltare anche la voce di nuove profezie.
Come risponde a tutto ciò la cultura laico-progressista italiana (cultura politica ma non solo)? L'ho detto: con la paura di rompere il suo piccolo tabù illuministico-antireligioso e assumendo le vesti di un distratto, svagato osservatore di fronte alle pur clamorose falsificazioni storiche dei signori della Convenzione europea. La cultura laico-progressista risponde mostrandosi apparentemente indifferente di fronte ai grandi problemi del nostro passato e della nostra identità, di ciò che siamo e che, è augurabile, vogliamo continuare a essere; dando quasi a credere che di passato, alla fin fine, gliene interessa davvero soltanto uno: il suo e basta.

anghiari, studio windsor
  

Macché deicidio, son solo percosse
Michele Serra su L'espresso

Primavera 2004. Una clamorosa scoperta scientifica muta per sempre le sorti dell´Occidente: in un villaggio ai confini tra Croazia e Serbia, durante i lavori di ripulitura dell´aiuola davanti all´ufficio postale, vengono ritrovate le radici giudaico-cristiane dell´Europa.

Sembrerebbero le normali radici, molto contorte, di un decrepito cespuglio di bosso, ma il giardiniere comunale, appena le tocca, comincia a recitare il Pentateuco, comprese le note dell´edizione critica aggiornata. La popolazione, subito radunatasi attorno al prodigio, dà vita a una vivace discussione filologica sui testi sacri, e nel solco della serena convivenza tra cristiani tipica dell´ex Jugoslavia viene deciso di dirimere eventuali dispute con una sparatoria tra cattolici e ortodossi. La notizia del rinvenimento fa subito il giro d´Europa. A San Giovanni Rotondo, 20 minuti dopo l´annuncio della scoperta, sono già in vendita 50 mila bottiglie di amaro di radici giudaico-cristiane, garantite dal padre priore. Austriaci e polacchi, pur apprezzando l´importante passo avanti nella definizione dell´identità europea, chiedono se la denominazione ufficiale ´giudaico-cristiana´ non possa essere mutata in ´cristiana e un pochino ma solo poco pochino giudaica´. Si mobilitano le Chiese: quella ortodossa raccomanda di non fare avvicinare al Sacro Bosso le donne mestruate perché lo farebbero appassire di colpo. Quella anglicana esprime vivo disappunto per la scadente potatura del Sacro Bosso, rivendica le secolari radici anglicane del giardinaggio europeo e manda in dono alle autorità croate un flacone per il trattamento anti-afidi, un paio di cesoie e il volume ´Il mio roseto´. Bel gesto del Vaticano, il portavoce Navarro-Valls riceve il rabbino di Roma annunciandogli che l´accusa di deicidio che grava sugli ebrei verrà derubricata in percosse aggravate e crocifissione non autorizzata.

Suggestiva la proposta della municipalità di Belfast: collocare le Sante Radici giusto al confine tra zona cattolica e zona protestante, in un apposito bunker circondato di cavalli di frisia e filo spinato. I Paesi Baschi possono fare di meglio: lì ci si scanna tra cattolici e cattolici, quale luogo migliore per ospitare degnamente le comuni radici giudaico-cristiane?

In Italia il governo propone l´istituzione di una Commissione parlamentare d´inchiesta che faccia luce sui rapporti tra titini e comunisti italiani. Il sospetto è che Togliatti, pur sapendo dell´esistenza in Croazia delle radici giudaico-cristiane, abbia taciuto e sia andato al cinema con la Iotti. I padri costituenti europei, sull´abbrivio dei fatti, decidono alcune piccole modifiche della Carta Fondamentale. La Francia verrà espulsa dall´Unione per incompatibilità di carattere con le radici giudaico-cristiane, il 14 luglio dovrà essere abolito dai calendari di tutti gli Stati membri e sostituito dal 13 bis, l´Arco di Trionfo verrà demolito (anche il gran premio di galoppo) e le macerie trasportate in Vandea per costruire una pista di go-kart e una statua di Abramo. Nella Commissione Ristretta che deciderà il futuro del Continente, finalmente restituito alla sua unità spirituale, vengono eletti un luterano, un anglicano, un cattolico, un ortodosso, un ebreo e un valdese. L´unico che non si presenta è il valdese, tale padre Bartleby, che risponde "preferirei di no" e ripara prudentemente in Svizzera. Nel primo giorno di lavoro i Padri Spirituali d´Europa decidono in perfetta concordia che l´8 per mille del reddito potrà essere devoluto agli Stati. Il restante 992 per mille alle Chiese. Il secondo giorno si passa a discutere serenamente gli altri punti. Prende la parola il rappresentante italiano Gianni Baget Bozzo. È l´inizio della Terza guerra mondiale.

anghiari, studio di budapest
  


Se il conflitto di interessi diventa un'epidemia
Guido Rossi su
la Repubblica 18 giugno

L'introduzione al nuovo libro del celebre giurista: "Il conflitto epidemico", Adelphi, 13 euro. Con un occhio all'Italia e non solo

Il conflitto di interessi sta trasformando il mondo in cui viviamo, conferendogli una fisionomia che stentiamo a riconoscere. Permea l´economia, la finanza, il mercato, la politica, passa dallo stato endemico a quello epidemico, elude ogni azione istituzionale o legislativa, ogni tipo di regola, e trascina nel caos le stesse strutture di base dei mercati. Abbandonati a se stessi, non sorretti da opportune regolamentazioni, i mercati – soprattutto quelli finanziari – non obbediscono ai meccanismi virtuosi che molti considerano loro propri, ma tendono invece a incoraggiare manipolazioni e frodi. Più diventano sofisticati, più richiedono una disciplina attenta e capillare. Precisamente quello che oggi manca, o difetta, sulla scena internazionale, e in misura ancora più sconfortante su quella domestica.
anghiari, studio uffizi
  
La disciplina italiana in materia di diritto societario – recente e per molti versi improvvisata– fa del nostro Paese un caso a sé. Concepita secondo criteri diversi da quelli adottati nel resto dell´Occidente, e in apparente spregio all´ordinamento dell´Unione Europea, la normativa italiana ha tolto poteri ai soci, sottraendo di fatto l´operato dei manager a controlli sia esterni sia interni e decretando, in caso di violazione delle norme, sanzioni talmente risibili da risultare del tutto superflue. Ora, quest´arretratezza legislativa rispecchia una lacuna della nostra classe imprenditoriale e politica che conosco piuttosto bene, per avere personalmente predisposto in Senato il progetto di legge antimonopolio successivamente adottato dal Parlamento con qualche modifica. Era il 1990, e l´Italia decideva finalmente di avviare – ultimo membro dell´Ocse, insieme alla Turchia – quella modernizzazione dei mercati che nel frattempo gli altri paesi membri dell´Unione avevano quasi completato.
In Italia il conflitto di interessi ha ampio diritto d´asilo. Da alcuni punti di vista – soprattutto da quello della sorprendente mancanza di vera censura sociale sul fenomeno – l´Italia è stata negli anni scorsi, e continua a essere, il laboratorio sperimentale più avanzato al mondo, quello dove ogni giorno si verifica la reale compatibilità del conflitto di interessi con il funzionamento dell´economia, della politica e delle loro istituzioni.
E´ il Paese di un imprenditore che senza smettere di essere tale si trova a ricoprire importanti cariche pubbliche. Per il momento si tratta ancora di un´anomalia, come anomalo è d´altra parte il modello industriale del nostro paese, che si è via via adagiato nell´alternativa fra impresa familiare e impresa pubblica - due forme diverse, ma ugualmente fallimentari, di "fuga" dalla libera concorrenza. Ora, proprio questa particolare conformazione strutturale rende il caso italiano - qualsiasi cosa se ne pensi - non assimilabile a quanto sta accadendo nel circuito del capitalismo europeo e mondiale.
Nei primi mesi del 2003, gli Stati Uniti, che subito dopo gli scandali hanno posto mano a una nuova legislazione, riconoscendo le carenze di quella esistente, si affidano in misura crescente alla normazione secondaria e all´autoregolamentazione. E il primo dato su cui riflettere è proprio questo. A quanto pare, quale che sia la nuova disciplina studiata per raddrizzare una prassi societaria scorretta, la sua elaborazione e la sua applicazione non vanno più disgiunte da un appello all´adozione di codici etici, vuoi spontanei, vuoi imposti dal legislatore o dalla pubblica amministrazione. Uno zelo encomiabile, che tuttavia non sembra risolutivo. Per fare solo un esempio, Enron, la società protagonista del più clamoroso scandalo finanziario degli ultimi anni, era anche quella dotata di uno dei sistemi di autoregolamentazione più elaborati e severi. Dobbiamo dedurne che le regole non contano, che le norme sono inutili, che il sistema non può in nessun caso evitare le frodi, gli intrighi, gli scandali? Che l´avidità ha sempre e comunque il sopravvento? Questa resta una delle domande fondamentali. Naturalmente le regole, esterne o interne che siano, contano. Tuttavia, pur essendo assolutamente indispensabili, a volte possono non bastare. O perché si rivelano obsolete, come spesso accade, oppure perché possono essere aggirate con relativa facilità. Il che ci riporta al ruolo del diritto nelle forme più avanzate di capitalismo.
È certamente la prima volta nella storia che in modo così massiccio, e con riferimenti che non siano quelli a una clausola generale di "buona fede", o ai "buoni costumi" come limite alla libertà contrattuale, la legislazione che disciplina da secoli il regime capitalista chiama in causa princìpi esterni, o per essere più espliciti l´etica - e questo non per risolvere un singolo problema, ma per trovare una soluzione globale alle disfunzioni di un sistema che appare ormai incontrollabile. Le motivazioni di questi richiami sono di volta in volta diverse, spesso confuse e non sempre innocenti, e probabilmente costituiscono una violenta reazione di rigetto dell´apparato ideologico che da sempre sorregge il capitalismo. La novità rispetto al passato è che la critica viene non dai nemici, ma dagli stessi fautori di un sistema fin qui orgoglioso della propria autosufficienza - anche ideologica.
Che il capitalismo stia subendo una vera e propria mutazione appare evidente, quantomeno agli osservatori più avvertiti. Paul Krugman ha sostenuto che negli Stati Uniti il capitalismo finanziario avrebbe distrutto la classe media, riportando in qualche modo il paese alla sua età dell´oro, quella in cui dominavano i robber barons, smisuratamente ricchi e padroni di una società iniqua, caratterizzata da enormi diseguaglianze - una società molto simile a quella attuale, su cui spadroneggiano i presidenti e gli amministratori delegati delle grandi società. Nel 1998 la concentrazione della ricchezza era già tale che nelle mani dello 0,01 degli americani finiva più del 3% del reddito nazionale, e questo significa che il reddito complessivo delle circa 13.000 famiglie più ricche equivaleva a quello dei 20 milioni di famiglie più povere. E nel frattempo la situazione non è certo migliorata. Alla ricerca di appigli per una spiegazione, Krugman cita il Grande Gatsby, e la sua ricchezza costruita su crudeltà e immoralità: "L´ottimismo a proposito dell´America, e il convincimento che alla fine essa trova sempre la sua strada, viene dal passato, un passato in cui esisteva una classe media. Ma quello era un paese diverso". Krugman chiama in causa la crudeltà hobbesiana dell´uomo, auspicando che la società - e i suoi anticorpi etici, ovviamente - possa riportarla sotto controllo. Ma sarebbe facile rispondere a Krugman con le sue stesse armi, e cioè con un passo di un celeberrimo apologo di Fitzgerald, Il diamante grosso come l´Hotel Ritz, nel quale il grande corruttore, l´uomo più ricco del mondo, dopo aver eliminato gli ospiti a conoscenza delle sue malefatte, nel terrore di venire scoperto offre un pezzo della sua montagna di diamanti a Dio, sperando in un aiuto. E quando questi, con un cupo brontolio dall´alto della montagna, fa capire di declinare l´offerta, il corruttore conclude, amaramente, che forse la cifra era troppo bassa.
anghiari, altro studio di budapest
  


Il caso Sofri
Giampaolo Pansa su
L'espresso 20 giugno

Siamo una repubblica fondata non sul lavoro, ma sul perdono e sul ritorno a casa. Rientra in famiglia il mafioso che sciolse il bambino nell´acido. Ritornerà anche il figlio che uccise mamma e papà, e già dichiara d´essere pronto alle nozze. Per passare al settore storico-politico, sono tornati i Savoia, con le valigie zeppe delle imprese dinastiche, il fascismo, le leggi razziali, la guerra, l´8 settembre... Insomma, c´è posto per tutti sulla strada del ritorno. Tranne per Adriano Sofri, che sta nel carcere di Pisa da sei anni e che ci dovrebbe rimanere per altri sedici. I suoi due compagni non vedono più il sole a scacchi. Ovidio Bompressi, ammalato, è fuori dal carcere. E Giorgio Pietrostefani fa il latitante in qualche parte del mondo. Soltanto l´ex leader di Lotta continua seguita a respirare l´aria del Don Bosco di Pisa. Oggi ha 61 anni.
Dà le vertigini per frustrazione il considerare da quanto tempo scriviamo dei tre condannati per l´assassinio di Luigi Calabresi. Il commissario venne ucciso nel 1972 e a maggio sono stati trentuno anni. L´arresto di Sofri e compagni risale al luglio 1988 e da quel giorno ci separano tre lustri. Ecco una tragedia politico-criminale che in molti italiani non suscita alcun ricordo. Un grande buco nero ha inghiottito una sfilza di processi e la continua, testarda affermazione d´innocenza dei tre imputati. Anche le campagne d´opinione per una grazia sono svaporate nell´aria.
La verità è che Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono diventati figli di nessuno. Si era immaginato che il governo Berlusconi avrebbe risolto il problema. Ma in quel campo non si muove nulla. Il Cavaliere pensa soltanto ai cavoli giudiziari suoi. E forse una parte degli elettori della Casa delle Libertà vedrebbe volentieri il trio appeso a un lampione. Guai scontentare gli elettori! Soprattutto se il fatturato è calante.
I Ds, a cominciare da Walter Veltroni che aveva inaugurato la propria segreteria al Bottegone con una visita alla cella di Sofri, hanno visto la casa che gli crollava in testa e si sono limitati a pensare al si salvi chi può. Alla sinistra antagonista, il prigioniero di Pisa non è mai piaciuto. Il Casarini Tuta Bianca l´ha sbeffeggiato senza ritegno. Sofri non era quello che voleva la guerra contro Milosevic e gli aguzzini di Sarajevo? E come pacifista non ha forse avuto troppi se e troppi ma? Dunque, stia in galera.
Anche i super-convinti dell´innocenza di Sofri si sono messi da soli nei guai. Penso ad Antonio Tabucchi che, in un colloquio con Francesco Saverio Borrelli, aveva raccolto un´importante opinione di quell´integerrimo magistrato: se ne avesse la facoltà, lui, Borrelli, la grazia a Sofri gliela darebbe. Ma poi il medesimo Tabucchi va proclamando che in Italia risorge il fascismo. Con Berlusconi sempre più somigliante a Mussolini. E con Carlo Azeglio Ciampi che rischia di essere il Vittorio Emanuele III del Duemila, ossia il suo complice. Se è davvero così, quale clemenza si può sperare da due figuri del genere?
In questo modo rischiano di diventare flebili le voci isolate che ancora si ascoltano a favore del condannato di Pisa. Penso a quella di Giuliano Ferrara. O al grido d´amicizia quotidiano di Vincino, con la sua vignetta sul ´Foglio´, sempre più piccola e scoraggiata. Chi oggi può schierarsi con loro? Forse gli italiani che la pensano come il sottoscritto.
È evidente che l´autore del Bestiario non conta un fico, nell´aura imperiale dell´età berlusconiana. Ma come la penso, i lettori de ´L´espresso´ lo sanno, perché questo è il quindicesimo articolo che scrivo su Sofri & C. Ormai sono costretto a copiare me stesso. E allora ripeto d´essere sempre convinto che Leonardo Marino abbia detto la verità. Che il delitto Calabresi sia stato deciso nel giro di Lotta continua. E che l´omicidio abbia avuto quei quattro protagonisti: Marino che guida l´auto, Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza il tutto e Sofri che dà il proprio assenso.
Però questa fotografia ingiallita non ci porta a nulla. O ci riconduce soltanto alla constatazione iniziale. È passato più di un trentennio. L´Italia di quel tempo non esiste più. Tutti siamo cambiati, non so se in peggio o in meglio. Se ripensiamo ai lottacontinua dell´epoca, abbiamo di fronte le ombre di leader e di militanti sconfitti. Ma dietro quelle ombre ci sono uomini ora molto diversi. Al Sofri di oggi dobbiamo tutti qualcosa. E molti di noi, me compreso, si sentono come lui imprigionati in una tela di ragno dai fili d´acciaio.
Può liberarcene soltanto la grazia presidenziale. Il consenso generoso della famiglia Calabresi mi pare ci sia. È al ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che spetta il primo passo. Più di Berlusconi, può convincerlo Ciampi. Deve muoversi lui, che ha conosciuto il furore della guerra civile italiana. I vincitori hanno il dovere di essere clementi. E Ciampi, un uomo della Resistenza, sa in quali abissi siamo caduti quando la clemenza è stata sopraffatta dalla voglia di vendetta. L´Ulivo deve affiancarsi al presidente. Francesco Rutelli ha promesso di farlo. Vedremo se si comporterà da persona seria.

cascina, copia coll.privata
  


Montecitorio là dove cresce l'"erba voglio"
Filippo Ceccarelli su
La Stampa 16 giugno

Sono sempre molto interessanti le discussioni sul Conto Consuntivo e il Bilancio interno di Montecitorio. E non solo perché di solito si svolgono in un clima di inusitata concordia. Quasi sempre i costi aumentano (dal 3 al 4 per cento), ma gli onorevoli questori hanno buon gioco, giacché alla crescita delle spese "corrisponde un miglioramento della qualità della vita democratica". Non senza qualche stoccata ai "mai sopiti rigurgiti di antiparlamentarismo" la Camera esprime "vivo apprezzamento" e approva. Ed è giusto che sia così.
Detto questo, sono anche interessanti, tali discussioni, perché consentono di capire in controluce, cioè attraverso le richieste anche minute dei parlamentari, come essi intendono i loro compiti e più in generale il loro ruolo all'interno delle Istituzioni.
Nel 2002 l'onorevole Santanché (An) fece presente l'opportunità di allestire a Montecitorio una palestra e un qualche fitness-space. Quest'anno ha fatto titolo la richiesta, da parte dell'onorevole Boccia (Margherita), di una sala con maxischermo e abbonamenti alle tv satellitari dove guardare "avvenimenti sportivi e di rilievo" (leggi: la partita).
E tuttavia quest'ultimo desiderio ha finito per oscurare le più recenti conquiste degli onorevoli (straordinarie dotazioni telematiche personalizzate, due nuovi punti di "ristorazione veloce", massaggi e viaggi di studio) e altre singolari esigenze per le quali gli organi competenti si sono in qualche modo attivati. E quindi: la possibilità di utilizzare (con ombrelloni? gazebo?) le terrazze di Montecitorio; il vantaggio di prevedere menù dietetici (ma anche prodotti del commercio equo e solidale) nei sempre più numerosi snack del Palazzo; la costruzione - certo costosa e non proprio semplicissima, data l'area archeologica - di un tunnel o sottopasso che colleghi l'edificio del Bernini all'assai vicino Palazzo Theodoli. E infine il sogno dei sogni: TeleMontecitorio, una vera tivù con un suo palinsesto e un magazzino di programmi che presto bisognerà cominciare ad alimentare.
Nei resoconti ricorre molto meno spesso che in passato il richiamo a quella "condizione del parlamentare", dietro cui negli Anni 70 e 80 si appartavano benefici e comodità nemmeno troppo individuali: una stanza, in fondo, per ogni parlamentare. In compenso quest'anno è risuonata una sintomatica espressione - la "tutela del rango" - che per ora si riferisce più o meno generosamente agli ex onorevoli. Sembra che questi ultimi vorrebbero esser chiamati "deputati emeriti", o "anziani". Ed è significativo come la cultura un po' spagnolesca della ridondanza lessicale e quella della patacca ornamentale riemergano in questo tempo di apparenze. Fatto sta che non mancano onorevoli (come Martinat, di An, e Jannone, di Fi) che richiedono fasce azzurre e medagliette da cerimonia.
D'altra parte, l'onorevole Russo (Fi) ha proposto che la qualifica di deputato comporti automaticamente l'autorizzazione a girare armati; mentre il senatore Moro (Lega) ha suggerito che tra le prerogative ci sia quella di poter invitare gli amici al ristorante di Palazzo Madama.
Ora, sarebbe assurdo ritornare all'austerità della Costituente, quando venne ritenuta una vittoria la tessera per girare per Roma sui mezzi pubblici. Ci si chiede solo, e con il rispetto che meritano le istituzioni, se i loro provvisori inquilini, rappresentanti del popolo, non si siano un po' viziati. E magari abbiano ottenuto sempre di più per contare sempre di meno.

cascina, studio british
  

Libri da rubare
Massimo Gramellini su
La Stampa 18 giugno

Pazzesco, in Inghilterra hanno svaligiato un camion pieno di libri. E' vero che anche i ladri possono sbagliare. Ma questi non hanno restituito la refurtiva, per cui esiste la possibilità che volessero rubare i libri veramente. E' una bella notizia. I libri, si sa, sono fra i pochi oggetti con l'antifurto incorporato. Nel senso che, se tu dimentichi sul cruscotto dell'auto un paio di occhiali rotti e sette edizioni rilegate della Divina Commedia, puoi star sicuro che ti spaccheranno il vetro per fregarti gli occhiali, ma Dante resterà lì, intonso e fedele nei secoli, ad aspettare il tuo ritorno.
Stavolta no. Stavolta i ladri hanno deciso che un libro valesse il rischio di una rapina come un divano o una mozzarella. Il motivo è semplice: la refurtiva era l'ultimo volume di Harry Potter, che sabato notte uscirà nel Regno Unito (nota per eventuali ladri italiani: da noi solo a Natale). Bella forza, direte: non hanno rubato un libro, ma un prodotto. Le 800 (!) pagine cartacee del maghetto hanno il potere seduttivo di un videogioco o di un disco alla moda: se sul camion ci fosse stato l'Ulisse di Joyce, chi mai si sarebbe preso la briga di scipparlo? Però è bello, per una volta, pensare che il libro possa essere "anche" un prodotto. E che il fatto di esserlo non basti a trascinarlo nel girone dei dimenticabili e dei mediocri. I lettori dell'Ottocento facevano ressa nei porti quando sbarcava una nave con l'ultimo romanzo di Dickens. Che non era Joyce, forse. Eppure rimarrà Dickens per sempre.

cascina, studio casa buonarroti
  

La Rochefoucauld
su
Proverbes-citations.com

Aimez le chocolat à fond, sans complexe ni fausse honte, car rappelez-vous: "sans un grain de folie, il n'est point d'homme raisonnable".

Ce n'est pas assez d'avoir de grandes qualités, il en faut avoir l'économie.

Ce qui nous rend la vanité des autres insupportable, c'est qu'elle blesse la nôtre.

Dans l'amitié comme dans l'amour on est souvent plus heureux par les choses qu'on ignore que par celles que l'on sait.

En vieillissant on devient plus fou et plus sage.

Il est impossible d'aimer une seconde fois ce qu'on a véritablement cessé d'aimer.

Il est plus honteux de se défier de ses amis que d'en être trompé.

Il faut tenir à une résolution parce qu'elle est bonne, et non parce qu'on l'a prise.

Il n'y a que les personnes qui ont de la fermeté qui puissent avoir une véritable douceur.

Il y a de bons mariages, mais il n'y en a point de délicieux.

L'amour, aussi bien que le feu, ne peut subsister sans un mouvement continuel, et il cesse de vivre dès qu'il cesse d'espérer ou de craindre.

L'homme le plus simple qui a de la passion persuade mieux que le plus éloquent qui n'en a point.

La jeunesse est une ivresse continuelle: c'est la fièvre de la santé; c'est la folie de la raison.

Le plus dangereux ridicule des vieilles personnes qui ont été aimables, c'est d'oublier qu'elles ne le sont plus.

Les personnes faibles ne peuvent être sincères.

Nous avons tous assez de force pour supporter les maux d'autrui.

Peu de gens sont assez sage pour préférer la critique qui leur est utile à la louange qui les trahit.

Quelque rare que soit le véritable amour, il l'est encore moins que la véritable amitié.

S'il y a des hommes dont le ridicule n'ait jamais paru, c'est qu'on ne l'a pas bien cherché.

Un homme d'esprit serait souvent bien embarrassé sans la compagnie des sots.


cascina, studio haarlem
  

Flaubert: La rencontre de Bouvard et de Pécuchet
su
Perso.wanadoo.fr

Comme il faisait une chaleur de 33 degrés, le boulevard Bourdon se trouvait absolument désert.
Plus bas le canal Saint-Martin, fermé par les deux écluses étalait en ligne droite son eau couleur d'encre. Il y avait au milieu,un bateau plein de bois, et sur la berge deux rangs de barriques.
Au delà du canal, entre les maisons que séparent des chantiers le grand ciel pur se découpait en plaques d'outremer, et sous la réverbération du soleil, les façades blanches, les toits d'ardoises, les quais de granit éblouissaient. Une rumeur confuse montait du loin dans l'atmosphère tiède ; et tout semblait engourdi par le désoeuvrement du dimanche et la tristesse des jours d'été.
Deux hommes parurent.
L'un venait de la Bastille, l'autre du Jardin des Plantes. Le plus grand, vêtu de toile, marchait le chapeau en arrière, le gilet déboutonné et sa cravate à la main. Le plus petit, dont le corps disparaissait dans une redingote marron, baissait la tête sous une casquette à visière pointue.
Quand ils furent arrivés au milieu du boulevard, ils s'assirent à la même minute, sur le même banc.
Pour s'essuyer le front, ils retirèrent leurs coiffures, que chacun posa près de soi ; et le petit homme aperçut écrit dans le chapeau de son voisin : Bouvard ; pendant que celui-ci distinguait aisément dans la casquette du particulier en redingote le mot : Pécuchet.
- "Tiens !" dit-il " nous avons eu la même idée, celle d'inscrire notre nom dans nos couvre-chefs."
- " Mon Dieu, oui ! on pourrait prendre le mien à mon bureau ! "
- " C'est comme moi, je suis employé."
Alors ils se considérèrent.
L'aspect aimable de Bouvard charma de suite Pécuchet.
Ses yeux bleuâtres, toujours entreclos, souriaient dans son visage coloré. Un pantalon à grand-pont, qui godait par le bas sur des souliers de castor, moulait son ventre, faisait bouffer sa chemise à la ceinture ; - et ses cheveux blonds, frisés d'eux-mêmes en boucles légères, lui donnaient quelque chose d'enfantin.
Il poussait du bout des lèvres une espèce de sifflement continu.
L'air sérieux de Pécuchet frappa Bouvard.
On aurait dit qu'il portait une perruque, tant les mèches garnissant son crâne élevé étaient plates et noires. Sa figure semblait tout en profil, à cause du nez qui descendait très bas. Ses jambes prises dans des tuyaux de lasting manquaient de proportion avec la longueur du buste ; et il avait une voix forte, caverneuse.
Cette exclamation lui échappa : - " Comme on serait bien à la campagne ! "
Mais la banlieue, selon Bouvard, était assommante par le tapage des guinguettes. Pécuchet pensait de même. Il commençait néanmoins à se sentir fatigué de la capitale, Bouvard aussi.
Et leurs yeux erraient sur des tas de pierres à bâtir, sur l'eau hideuse où une botte de paille flottait, sur la cheminée d'une usine se dressant à l'horizon ; des miasmes d'égout s'exhalaient. Ils se tournèrent de l'autre côté. Alors, ils eurent devant eux les murs du Grenier d'abondance.
Décidément (et Pécuchet en était surpris) on avait encore plus chaud dans les rues que chez soi !
Bouvard l'engagea à mettre bas sa redingote. Lui, il se moquait du qu'en dira-t-on !
Tout à coup un ivrogne traversa en zigzag le trottoir ; - et à propos des ouvriers, ils entamèrent une conversation politique. Leurs opinions étaient les mêmes, bien que Bouvard fût peut-être plus libéral.
Un bruit de ferrailles sonna sur le pavé, dans un tourbillon de poussière. C'étaient trois calèches de remise qui s'en allaient vers Bercy, promenant une mariée avec son bouquet, des bourgeois en cravate blanche, des dames enfouies jusqu'aux aisselles dans leur jupon, deux ou trois petites filles, un collégien. La vue de cette noce amena Bouvard et Pécuchet à parler des femmes, - qu'ils déclarèrent frivoles, acariâtres, têtues. Malgré cela, elles étaient souvent meilleures que les hommes ; d'autres fois elles étaient pires. Bref, il valait mieux vivre sans elles ; aussi Pécuchet était resté célibataire.
- " Moi je suis veuf " dit Bouvard " et sans enfants ! "
- " C'est peut-être un bonheur pour vous ? " Mais la solitude à la longue était bien triste.
Puis, au bord du quai, parut une fille de joie, avec un soldat. Blême, les cheveux noirs et marquée de petite vérole, elle s'appuyait sur le bras du militaire, en traînant ses savates et balançant les hanches.
Quand elle fut plus loin, Bouvard se permit une réflexion obscène. Pécuchet devint très rouge, et sans doute pour s'éviter de répondre, lui désigna du regard un prêtre qui s'avançait.
L'ecclésiastique descendit avec lenteur l'avenue des maigres ormeaux jalonnant le trottoir, et Bouvard dès qu'il n'aperçut plus le tricorne, se déclara soulagé car il exécrait les jésuites. Pécuchet, sans les absoudre, montra quelque déférence pour la religion.
Cependant le crépuscule tombait et des persiennes en face s'étaient relevées. Les passants devinrent plus nombreux. Sept heures sonnèrent.
Leurs paroles coulaient intarissablement, les remarques succédant aux anecdotes, les aperçus philosophiques aux considérations individuelles. Ils dénigrèrent le corps des Ponts et chaussées, la régie des tabacs, le commerce, les théâtres, notre marine et tout le genre humain, comme des gens qui ont subi de grands déboires. Chacun en écoutant l'autre retrouvait des parties de lui-même oubliées ; - et bien qu'ils eussent passé l'âge des émotions naïves, ils éprouvaient un plaisir nouveau, une sorte d'épanouissement, le charme des tendresses à leur début.
Vingt fois ils s'étaient levés, s'étaient rassis et avaient fait la longueur du boulevard depuis l'écluse d'amont jusqu'à l'écluse d'aval, chaque fois voulant s'en aller, n'en ayant pas la force, retenus par une fascination.


   22 giugno 2003