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La settimana in rete
a cura di P.C. - 25 maggio 2003



Nota. Le immagini di questa “settimana in rete” sono tratte da opere di iperrealisti americani (photorealism). E' in corso fino al 15 giugno una importante mostra a Roma, al
Chiostro del Bramante.


E il popolo sovrano farà le sue scelte
Eugenio Scalfari su la Repubblica 25 maggio

Finalmente si vota. In teoria sono undici milioni gli elettori coinvolti in questa tornata amministrativa che interessa Comuni, Province e il Friuli; in pratica saranno parecchi di meno (l'ultima volta solo il 52 per cento degli aventi diritto rispose all'appello). Comunque si tratta di un campione importante, esteso da Nord a Sud, da piccoli paesi a grandi centri urbani, da zone dove è più forte la destra a zone prevalentemente di sinistra.
Quest'ultima si presenta unita dappertutto, dai socialisti fino a Rifondazione, dai partiti ai movimenti girotondini, dai moderati alle formazioni più radicali, quasi a smentire le lunghe diatribe che hanno turbato gli animi all'interno dell'Ulivo e nel vasto e variegato arcipelago riformista. Non così nel Polo, dove le candidature sono spesso plurime, specie ad opera della Lega ma non soltanto. Le varie formazioni berlusconiane dovrebbero poi convergere nella seconda tornata di ballottaggio ma si tratta pur sempre di un rischio poiché, quando le polemiche interne sono molto vivaci, non è sempre vero che gli elettori seguano le indicazioni dei dirigenti.
Si pone sempre, quando si tratta di elezioni amministrative, la domanda se gli elettori decideranno sulla base dei programmi locali e dell'affidabilità dei singoli candidati oppure con la mente e il cuore rivolti agli schieramenti politici nazionali. Questione in parte oziosa poiché tutti e due questi elementi contano nella scelta, soprattutto nella scelta di quelle zone incerte del corpo elettorale che non sono particolarmente politicizzate e per le quali la buona amministrazione del proprio Comune e della propria Provincia fa premio su altre considerazioni. Numericamente non sono molti gli elettori di questo tipo, ma in certe situazioni possono essere decisivi sicché la qualità dei candidati locali è tutt'altro che irrilevante.
Ciò detto, resta che questa campagna elettorale è stata politicizzata al massimo grado proprio da chi avrebbe avuto interesse a non lasciarsi andare su questa china sdrucciolevole e pericolosa: il presidente del Consiglio, che per la carica che ricopre e per il suo proprio utile politico avrebbe dovuto tenersi lontano dallo scontro elettorale. C'è entrato invece a gamba tesa con l'intento evidente di trasformare il confronto amministrativo in un vero e proprio referendum su di lui e sulla sua azione di governo. Sicché il risultato del voto non potrà non avere ripercussioni notevoli sull'intero andamento delle vicende politiche a due anni esatti dall'inizio dell'ascesa della destra alla guida del paese.
La giustizia, l'economia, la politica estera sono i temi che più peseranno sulla scelta politica degli elettori. Di questo bisognerà tener conto nei commenti e nei comportamenti del dopo-voto, anche per verificare gli umori generali degli italiani nel momento in cui si passa dalla realtà virtuale dei sondaggi a quella reale delle urne.
Il presidente del Consiglio ha concentrato la sua irruente attenzione interamente sulla giustizia, sfuggendo agli altri due temi non meno importanti per la vita e le aspettative di tutti noi. Irruenza è dir poco: la potenza di fuoco mediatico mobilitata da Berlusconi non ha pari né in casi verificatisi in altri paesi né negli stessi suoi precedenti interventi che pure sono stati così numerosi e iracondi da aver costellato tutto il primo biennio del suo governo.
Non indugeremo su questo argomento già ampiamente trattato da tutti i "media" e quindi risaputo fino alla noia, se non per qualche brevissima osservazione aggiuntiva.
richard estes
  
1. La lunghezza dei processi che vedono il "premier" e alcuni suoi amici imputati di reati assai gravi, commessi prima della sua ascesa politica, è interamente dipesa dalle tattiche dilatorie della difesa che si sono svolte utilizzando espedienti anche grotteschi, impedimenti fittizi, eccezioni volte soltanto ad avvicinare i termini di prescrizione e a ottenere la sostituzione dei collegi giudicanti e/o il trasferimento dei processi ad altra sede. Questo aspetto della condotta processuale degli imputati non è materia opinabile ma dato di fatto incontrovertibile sulla scorta dei verbali di udienza che ciascuno se vuole può consultare e che i giornali hanno comunque ampiamente raccontato.
2. A supporto di questa condotta processuale dilatoria sono state votate specifiche leggi che hanno prodotto ulteriori rallentamenti e che hanno ingombrato corposamente le aule del Parlamento: legge sulle rogatorie, legge sul legittimo sospetto, in aperto contrasto entrambe col fine perseguito dalla legge sul giusto processo che punta invece all'accorciamento dei tempi giudiziari.
Se gli interventi legislativi ad personam si sono rivelati solo parzialmente efficaci, questo risultato è dovuto alla ferma resistenza del presidente della Repubblica - oltre che all'opposizione parlamentare e a quella di moltissimi cittadini - che ha impedito il passaggio di alcune norme incostituzionali calorosamente raccomandate dagli avvocati di difesa, alcuni dei quali siedono in Parlamento e guidano i comportamenti della maggioranza affinché facciano da scudo al loro cliente.
3. La vicenda del lodo Maccanico, che è tuttora sul tavolo di discussione, ha rasentato i limiti del grottesco con l'idea di varare per decreto legge la norma dell'improcessabilità delle più alte cariche istituzionali e di estenderla con legge ordinaria a tutti i coimputati nei processi in questione.
Anche qui, questo vero e proprio misfatto costituzionale sembra essere stato impedito dalla ferma resistenza del capo dello Stato e dall'insorgenza della pubblica opinione.
Ogni altro commento sembra superfluo; il teorema della persecuzione politica del presidente del Consiglio e dei suoi coimputati non ha avuto e non poteva avere alcuno straccio di prova a sostegno, se non la gestualità e l'eloquio di quel grande commediante che abbiamo la ventura di avere alla testa della politica nazionale e che è in grado di dare del tu, anche in inglese, agli uomini più potenti del mondo. Ad maiora.
L'economia italiana è in declino ma, su questo punto, debbo dirlo, le responsabilità del governo si aggiungono ad un dato di fondo che riguarda l'economia di tutti i maggiori paesi del pianeta.
Una parte di responsabilità - e non marginale - riguarda tuttavia anche il patrio governo che da due anni guida la cosiddetta azienda Italia. Anzitutto per aver cullato gli italiani con un libro dei sogni agitato propagandisticamente al di là d'ogni limite ragionevole, vaticinando miracoli che non potevano esserci e che infatti non ci sono stati e poi perseguendo falsi obiettivi e scambiando le illusioni propagandistiche per risultati a portata di mano.
L'illusionismo va bene per le fiere paesane ma non per ridare slancio ad un'economia debole, per scuoter la quale sarebbe stato necessario informare tempestivamente gli italiani della grave situazione che si andava profilando.
Questo sistematico occultamento della verità è dovuto alle promesse che furono fatte durante la campagna elettorale, culminata nel famoso "contratto con gli italiani" stipulato con grande sapienza mediatica e tanto di lavagna e gessetto nello studio di Porta a Porta nel maggio 2001 e basato sull'impegno a diminuire le tasse, elevare il tenore di vita e il potere d'acquisto, rispettare i vincoli di bilancio, accrescere la flessibilità del lavoro, aumentare la competitività delle imprese, lanciare con efficace rapidità un grande piano di lavori pubblici, ammodernare la burocrazia.
Obiettivi tutti regolarmente mancati, in parte per forza maggiore derivante dalla crisi economica internazionale, in parte per insipienza, in parte infine perché si trattava appunto di favole illusionistiche non trasformabili in realtà effettuale.
Debbo dire che una responsabilità non minore di questo stato di cose grava anche sull'associazione degli industriali e su molti dei suoi rappresentanti grandi e piccoli che hanno vissuto e in larga misura contribuito al cambio di governo due anni fa sperando di ottenere mano libera senza vincoli di sorta nella convinzione che in tal modo avrebbero realizzato i loro propri interessi e quelli dell'intero paese.
Nella sua relazione annuale di quattro giorni fa il presidente della Confindustria ha dato atto e ha manifestato insoddisfazione per questo stato di cose dimenticando tuttavia quel tanto di autocritica e di corresponsabilità che la sua organizzazione porta.
Stiamo drammaticamente regredendo nel confronto di competitività con gli altri paesi, le grandi opere non sono neppure cominciate salvo pochi cantieri già messi a punto dal governo precedente e gabellati come nuovi, si è rappezzato il bilancio con l'uso e l'abuso di condoni e operazioni di finanza straordinarie, si sta abbassando l'avanzo di bilancio al netto degli oneri del debito pubblico che era stato realizzato dal centrosinistra, il fardello fiscale è lo stesso di prima.
Quanto al potere d'acquisto, esso è certamente diminuito. La finanza regionale è allo sfascio e ancor più lo sarà quando la "devolution" darà i suoi amari frutti.
Questo è il bilancio ed anche qui non si tratta di opinioni ma di dati di fatto che ciascuno è in grado di verificare con la propria personale esperienza di lavoratore, imprenditore, consumatore, contribuente. State meglio o peggio di due anni fa?
Lo ripeto: molto dipende da variabili internazionali che sfuggono al controllo del nostro governo; ma per la parte che ci riguarda abbiamo fatto il possibile per aggravarne la soma.
Infine la politica estera che si condensa su due punti-chiave: il rapporto con l'Europa, il rapporto con gli Usa.
Il secondo è buono, Bush lo chiama Silvio, lui lo chiamo George, qualche volta George telefona a Silvio, lui ci tiene molto, più spesso gli fa telefonare dal suo portavoce che almeno si guadagna così una parte dello stipendio. Sta di fatto che nelle riunioni che contano e per il poco che valgono, c'è sempre Blair e spesso Aznar. Silvio resta a Roma e, bontà loro, viene informato a cose fatte. Poco male, ma lui ci soffre.
Comunque siamo riusciti - è riuscito - ad entrare nel gruppo dei paesi "occupanti" dell'Iraq, stiamo per trasferire 2500 soldati in Iraq meridionale con compiti di presidio militare e 500 carabinieri con compiti di polizia militare. L'aiuto umanitario si esplica invece con l'invio di un ospedale a Bagdad che sta già meritoriamente operando ma che non ha alcuna protezione militare che sarebbe pur necessaria.
In realtà il nostro ministro degli Esteri aveva dichiarato in Parlamento, ottenendone approvazione, che la missione italiana in Iraq era tutta e interamente umanitaria. Naturalmente disse il falso, ma ci siamo abituati.
Inutile aggiungere che la spesa della missione è a nostro carico: i vincitori hanno fatto qualche danno ma, che diamine, le spese vanno ripartite, sennò che alleanza è?
Questi comportamenti, con Blair come capofila, hanno spaccato l'Europa rispetto agli opposti comportamenti di Francia e di Germania. Adesso si deve ricucire. Ripensamenti importanti sono in corso a Parigi, a Berlino, a Londra.
A Washington sono disposti a "perdonare" i riottosi, i multilateralisti old fashion. Che generosità. Ma la ricucitura sarà lunga ed è ancora dubbio quando avverrà e come avverrà. Dipende da molti elementi, da Sharon e da Abu Mazen ed anche dal terrorismo che dopo la guerra irachena ha ricominciato a insanguinare il mondo. Qualcuno dice che si tratta degli ultimi colpi di coda, qualcun altro dice l'opposto. Ma una cosa è certa: la guerra irachena aveva poco o nulla a che vedere con la lotta al terrorismo ed anche con le famose e mai trovate armi di distruzione di massa. Intanto noi affronteremo il nostro semestre di presidenza europea; non so se abbiamo le idee chiare e se Berlusconi sarà in grado di metterle in pratica con efficacia. Nel frattempo però sta ripetutamente e sistematicamente insultando Romano Prodi, capo della Commissione di Bruxelles. Come inizio non c'è male. Oggi si vota anche in Spagna, elezioni amministrative. Nello stesso giorno 30 milioni di spagnoli e 11 milioni di italiani alle urne, due governi latini, due governi conservatori, i cui capi danno del tu a Bush. Sarà interessante dopodomani conoscerne i risultati.


Luigi Pintor

Luigi non era è
“Hai scritto sull'acqua, l'acqua siamo noi”
Vittorio Sermonti su
il Manifesto 20 maggio

Scrivere 130 righe su Luigi Pintor come scrittore mi sta bene, mi torna. Con calma. Così non sarò costretto a far finta che sia morto. Finché non me lo dirà lui, non ci crederò. Anche se da diversi anni, a voce o per iscritto, non fa che parlare di qualcosa del genere: cioè, del fatto di essere morto. Nessuno dice che Dante, Melville, Cechov erano grandi scrittori. Si dice "sono grandi scrittori". Così, scrivendo di Luigi scrittore sono autorizzato a parlarne al presente: gli scrittori sono contemporanei, letteralmente "conviventi" di chi li legge. Non sto dicendo che sono immortali. Sto dicendo che non sono immortali nemmeno i lettori. Dunque, Luigi è (non era) uno scrittore, uno scrittore vero, forse un grande scrittore. E che vuol dire "grande"? Posso aiutarmi con un esempio: se dico che quello scrittore è commisurato alla sua persona intera, chi legge queste 130 righe sa benissimo in che senso uso l'aggettivo "grande". Perché sa benissimo, forse meglio di me, con più smarrimento e più orgoglio, che lo scrittore Pintor è (non era) una grande persona. Il futuro rispetto al quale Luigi è passato non lo conosco. Luigi Pintor ha scritto quattro piccoli libri (Servabo, La signora Kirchgessner, Il nespolo, I luoghi del delitto). Impossibile scrivere di questi libri che vertono sostanzialmente sull'imperdonabile accidente della propria scrittura, senza in qualche modo far loro il verso, parodiarli per il solo fatto di scriverne. Tenterò di evitarlo. Contestandoli.
Intanto, l'autore sostiene che si tratti più o meno d'un campionario di "massime, aforismi, epitaffi, epigrammi", come "andavano di moda sulle strisce di carta velina che avvolgevano i cioccolatini". Che, per essere un ulteriore aforisma, non mi sembra brillantissimo. Forse sarebbe più giusto dire che si tratta di un catalogo testamentario di titoli, sottotitoli, sommari di un libro-romanzo impostulabile, brevi impudenze, accidentali, folgoranti infrazioni del silenzio dove sono di casa e subito tornano a rintanarsi. Scriverlo da capo a fondo, quel libro-romanzo, sarebbe stato dar corso alla chimera che la vita abbia un senso compiuto. Chimera da autobiografi. Per quanto risulta all'autore, la vita non è che una breve traccia insensata di dolori, scacchi, rimpianti. Anzi, gli scappa detto (scritto): è "una parentesi che si apre fra due nulla". Contesto. Questo mi sembra un pessimismo un po' troppo euforico. Vorrebbe dire che prima di nascere eravamo morti. Allora la morte sarebbe una lunga, quieta, innocente agnizione. Magari! Non basterebbe dire che la vita è il brevissimo spazio che ci è concesso per presenziare alla morte di quelli che amiamo, degli altri? Frequentatore schivo ma assiduo della tragicità dello stare al mondo, Luigi non è solo un personaggio tragico: ha il coraggio (la sublime faccia tosta) di testimoniarlo a intermittenze, di interpretarlo per frammenti e schegge, come un vecchio che parla da solo e qualche volta gli capita di parlare forte. "La linea divisoria fra essere e non essere non mi interessa, perché - confessa il nostro autore - non sono un principe danese". Contesto: sei un principe danese, sei un Amleto che scrive il monologo di Amleto; una Madame Bovary che scrive gli ultimi capitoli di Madame Bovary. L'io protagonista dei tuoi piccoli libri continua a interrogarsi sulla colpa di stare al mondo, che disperatamente si ostina a considerare proporzionata allo spropositato dolore che costa. E mai si risponde.
Scrivi che "i luoghi del delitto" sono i luoghi dell'omissione e dell'insipienza: gli spazi del sogno in cui non riusciamo a salvare donne e bambini amati che gli sparvieri o la paziente voracità del mare minacciano a morte. Il nostro cattolico paese ha conosciuto una gamma spropositata di atei: atei miscredenti, atei tomisti, atei bellarminiani, atei postconciliari... Un ateo agostiniano come te è una eccezione preziosa. Leggo: "fare le scale al pianoforte, giocare a scacchi col computer, scrivere nero su bianco non sono azioni ma passatempi. Non avendo scopo esigerebbero almeno la perfezione. Le sonate di Scarlatti non hanno senso se l'esecuzione non è cristallina". E Luigi scrive cristalli con la scrupolosa esattezza con cui il pianista che ha rinunciato ad essere ubbidisce alla segnaletica dello spartito. Si può rinunciare all'esercizio di una vocazione imperiosa. Ma non si può rinunciare al privilegio di portarsela dentro.
Leggo: "diventare un idiota era la mia aspirazione di adolescente, che per i greci voleva dire stare in disparte con innocenza. Se proprio dovevo crescere mi sembrava il miglior modo. Invece uno stupido si impiccia di tutto, senza capire nulla e, mio malgrado, ho preso questa strada". No: l'idiotés dei greci antichi significava semplicemente "familiare, d'ambito ristretto", senza tante innocenze. Poi, dall'idiotà latino, che vale "ignorante", all'idiotikòs neo-greco, che vale "privato", il termine si è sempre portato con sé un senso di deficienza e di ignoranza, insomma di esclusività come privilegio radicato nel diritto di non conoscere gli altri: la boria del "non capisco" borghese (dell'Idiota di Dostoevskij parliamo un'altra volta). Ora, per contestarti di essere stato "uno stupido che si impiccia di tutto", dovrei essere meno stupido di te. Ma nego che il tuo modo di stare al mondo e di scrivere abbia mai avuto il segno della privatezza. Che fosse personale, personalissimo è innegabile: ma personale è quanto attiene all'unicità della persona, alla solitudine radicale che la accomuna a tutte le altre persone in quanto radicalmente uniche e sole. L'io dei tuoi piccoli libri sa che mettersi nei panni degli altri è l'illusione più pericolosa. Vero: però i grandi scrittori ti costringono a metterti nei tuoi. Tu ci costringi a metterci nei nostri.
Reclusi in un presente che "assorda il passato", tu, con l'aristocratico diritto all'anacronismo che rivendichi ("vivo evidentemente fuori del mio tempo, anzi fuori del tempo in generale") e con le schive e delicate virtù del tuo caratteraccio ci incoraggi a ricusare l'obbligo di scodinzolare dietro a un futuro che annichilisce i soggetti nel culto dell'efficienza, del successo, dell'emulazione sopraffattrice, ora che la sinistra, crollati i grandi feticci ideologici, si trova a presidiare i diritti non negoziabili della persona.
Diamo atto a Pintor - lo dice lui - di non aver fatto altro in vita sua che avventarsi contro i mulini a vento, purché gli si riconosca di non aver mai pensato possibile raddrizzare "il legno storto dell'umanità". In un paese di moralità avvocatesca, dove l'esercizio dell'intelligenza si limita in genere a una brillante elaborazione delle ragioni del Cliente (e il Cliente non è detto sia l'ultimo boss; spesso non è che il pregiudizio-capo che tutela pregiudizi-gregari), il fedele Pintor non ha mai rivendicato, ritrattando i propri errori, la continuità del suo magistero. Se sbagliavo, continuerò a sbagliare... Il tuo stile è stile morale, la tua moralità è stile. In questo l'agostinismo radicale dello scrittore si salda con i tuoi eroici furori politici. Sei un personaggio dantesco, Luigi. Come Dante.
La "scrittura testamentaria" di Luigi Pintor evoca il suo travolgente talento di titolista. Oltre ai quattro piccoli libri, Pintor scrittore ha scritto infatti migliaia di articoli e inventato una miriade di titoli. Pubblicando in volume un cospicuo manipolo di pezzi per il manifesto, osservava che gli articoli di giornale sono scritti sull'acqua, e ristamparli in volume "dovrebbe essere vietato come calpestare i fiori". No, non contesto. E i libri? I libri, invece, si incidono, si scalpellano, ma sempre sull'acqua. Perché l'acqua siamo noi.


Brani da “Servabo”
Da Teca Libri e Antonio Gramsci.com

" Scritta sotto il ritratto di un antenato mi colpì, quand'ero piccolissimo, una misteriosa parola latina: servabo. Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile". Queste parole, che spiegano il titolo del libro, riassumono anche il significato di cinquant'anni di vita, raccontata " per riordinare nella fantasia dei conti che non tornano nella realtà ".

Con grandissimo ritardo ho capito che le nostre lenti erano deboli e i nostri strumenti antiquati, e che osservare un grande scenario non vuol dire conoscerlo e tanto meno influenzarlo - così come accalorarsi per una competizione elettorale non equivale a prendere la Bastiglia. E ancor più lentamente mi sono accorto che lo scenario era mutato attorno a me, di pari passo con la mia età, in modo assolutamente imprevisto.

Un inconveniente dell'età è di vedere in anticipo gli errori che ciascuno ripete nel rincorrersi delle generazioni, secondo una legge che si direbbe naturale. Così ho visto anche questa replica inciampare negli stessi ostacoli, la fantasia cedere il passo agli schemi che imprigionano la mente, le nuove intuizioni scivolare nelle vecchie credenze, l'amicizia rovesciarsi nella competizione, i mezzi e i fini dissociarsi tra loro come immancabilmente accade.

Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge, perciò le biblioteche sono piene di libri inutili. Nel mio caso, questi appunti sono soltanto un espediente per riordinare nella fantasia dei conti che non tornano nella realtà.

... Abbondare nei particolari, visto che l'insieme è inafferrabile. ...

Non ero neanche sicuro che la guerra fosse finita. Sembrava piuttosto una tregua carica di minacce, come se gli uomini non avessero imparato nulla e quel lascito di cadaveri e di macerie non li avesse convertiti alla saggezza ma addestrati a una futura ecatombe. I vincitori somigliavano stranamente ai vinti, si scambiavano le parti, erano di nuovo nemici gli uni agli altri, come se la guerra fosse stata svuotata delle promesse che l'avevano nobilitata e confessasse ora la sua vera natura, fredda regola di una storia sempre uguale.

Chi tornava a comandare nelle nuove istituzioni aveva gli stessi connotati dei predecessori, chi tornava a ubbidire nella vita quotidiana conosceva le stesse umiliazioni, i più forti e i più deboli tornavano a recitare la stessa parte senza varianti.

Una malattia può irrompere in una casa, nel mondo intimo e circoscritto di ogni persona, con lo stesso effetto di un ordigno che demolisce e brucia ogni cosa intorno o di un veleno che si insinua in ogni fibra.

La malattia mostra più di ogni altra cosa che il mondo è diviso in due. E' sinonimo di separazione e solitudine. Le persone di cuore provano compatimento, altre sentono un disagio, altre ancora un fastidio e perfino un'irritazione, ma in questi modi diversi lanciano lo stesso segnale di distacco. Rassicurano se stessi e comunicano all'altro che la malattia è una condizione eccezionale ed estranea, come la vecchiaia, non un destino comune e condiviso. Ed è allora che la malattia, non essendo riconosciuta come forma della vita, diventa orribilmente dolorosa e incurabile.

La stupidità delle macchine che rallentano la morte è peggiore della stupidità delle macchine che fingono di allietarla, sebbene sia unica la loro filosofia. Uno scrittore del secolo scorso racconta come i cani della sua fattoria cessarono di abbaiare presentendo e annunciando con il silenzio la morte del padre. Mi piacerebbe poter dire di avere osservato almeno alla fine questo silenzio.

john de andrea
  

La nascita di cento Bin Laden
Barbara Spinelli su
La Stampa 18 maggio

Un mondo sempre più pericoloso e sempre meno frequentabile: per il momento sembra esser questo il risultato della guerra che il terrore ha dichiarato nel 2001 all'America, e della controffensiva scatenata da Bush prima in Afghanistan e poi in Iraq. Un regime dittatoriale è caduto grazie al suo intervento, e per gli iracheni questi sono giorni di liberazione: ogni giorno si scoprono nuove prove delle atrocità di Saddam, si riesumano corpi di uomini martoriati, gettati in fosse comuni. Due insurrezioni sciite, una nel '91 e una nel '99, furono represse nel sangue dal regime Baath, e ora la verità può venire alla luce. Ogni liberazione locale è una liberazione anche per le democrazie, nel mondo globalizzato che viviamo.
Ma la guerra del Golfo non era stata fatta per questo: Bush la presentò come una tappa della guerra contro il terrorismo, la seconda dopo l'operazione in Afghanistan, e il terrorismo non solo è di ritorno ma si acutizza. E' esploso di nuovo a Riad, lunedì 12 maggio, provocando 34 morti. Venerdì notte ha colpito a Casablanca, in Marocco: sette esplosioni, almeno 41 morti. Fra i bersagli: cittadini israeliani, spagnoli, ma soprattutto marocchini musulmani. Forse non sono che gli ultimi spasimi d'un drago in agonia; forse nel lungo termine esso sarà sconfitto. Ma nel lungo termine chissà chi sarà ancora vivo.
Non solo: una parte sempre più vasta del mondo sta divenendo inaccessibile alle popolazioni occidentali, a seguito della guerra nel Golfo e di un terrorismo che prescinde da tale guerra, ma che ad essa ostentatamente intende far riferimento. Sono impraticabili Arabia Saudita e Medio Oriente. Sono vietati ai voli britannici sei paesi d'Africa orientale, con punte di pericolosità massima in Kenya, Sudan, Somalia. In Asia si fanno malsicure Malesia, Indonesia. Le cosiddette piazze arabe e musulmane non hanno ancora appreso la buona lezione della guerra nel Golfo, e insistono a sprofondare nei sottosuoli del terrore. In Medio Oriente la pace non arriva, e Sharon crede di poter profittare della vittoria Usa per non fare concessioni ad Abu Mazen, il successore di Arafat che più esplicitamente avversa l'Intifada. Dalla guerra dovevano nascere un Medio Oriente e un Islam ridisegnato, ma il nuovo disegno non si vede.

Ottenere risultati nelle ricostruzioni postbelliche è certo un'impresa difficile e lenta, ma nella battaglia per la persuasione delle menti arabo-musulmane è cruciale, e maledettamente urgente. Non è una battaglia vinta, per ora. L'Afghanistan è stato dimenticato, una volta presa Kabul: 24 province su 34 sfuggono al potere centrale, e i talebani stanno tornando. In Iraq il caso non è molto diverso: solo che qui è la capitale a sfuggire al controllo, e Washington è costretta a cambiare i governatori man mano che si scopre senza ricette. Tutta la salvezza doveva venire dal governatore Jay Garner: ora deve venire, ma non è spiegato come, da Paul Bremer.
Un'altra cosa vera che viene detta è che la guerra in Iraq non doveva servire a concludere quella antiterrorista, ben più lunga e complicata. Ma l'amministrazione a Washington non fa ragionamenti coerenti in materia, e chi vuol seguire la sua guida non sa quel che la guida pensi. Pochi giorni prima dell'attentato a Riad, Bush aveva annunciato: "Al Qaeda è in fuga". E ancora: "Quel gruppo di terroristi che ha attaccato il nostro paese è lentamente ma sicuramente decimato. Esso non costituisce ormai più un problema". Negli stessi termini si è espresso Cofer Black, capo dell'antiterrorismo al Dipartimento di Stato: "La sfida che avevano di fronte i terroristi era la seguente: o rimettersi in piedi o mettersi a tacere. La guerra nel Golfo è per loro un fallimento, da questo punto di vista".
Riad e Casablanca non sono solo la continuazione della primigenia guerra terrorista. Sono una sconfessione di certezze americane ben radicate. Il terrorismo non è stato decimato, ma si fa più capillare. Molti esponenti del clero musulmano che avevano condannato Bin Laden e l'11 settembre hanno cambiato idea, e consigliano ora il jihàd contro Usa e Israele. Al Qaeda era presente in circa 30 paesi, prima della guerra irachena: ora è presente in 40, secondo un rapporto Onu. Anche l'Istituto di studi strategici a Londra è preoccupato: "Al Qaeda non è meno insidiosa e pericolosa di quanto lo fosse prima dell'11 settembre". Non era distante dal vero il presidente egiziano Mubarak quando predisse, il 31 marzo, che "quando questa guerra sarà finita, se mai lo sarà, avremo come orribile conseguenza non un Bin Laden, ma cento Bin Laden".
Dice Massud Barzani, leader dei curdi in Iraq, che a causa dell'incapacità americana di ricostruire l'Iraq e di favorire la nascita rapida d'un governo iracheno legittimo, "la stupenda vittoria che abbiamo ottenuto finirà in un pantano". E' un pantano in cui rischia di finire l'America stessa, proprio quando appare più potente e vittoriosa. Colpita al cuore l'11 settembre 2001, ha reagito mostrando tutta la forza del suo braccio armato. Ma aveva solo questo, mentre possedeva sempre meno influenza politica e legittimità. E' un gigante debole, quello che vuole governare il mondo: questo è uno dei principali rischi del suo agire unilaterale.

richard estes
  

Quel nodo bagnato di sangue
Igor Man su
La Stampa 21 maggio

La chiusura dell'ambasciata americana a Riad (cui ha fatto seguito quella inglese, tedesca e italiana) sarà pure "procedura abituale", tuttavia rischia di intossicare i già ruvidi rapporti fra Arabia Saudita e Stati Uniti, legati da una sorta di patto di mutua assistenza stretto dal leggendario re Saud e dal presidente Roosevelt. In virtù di codesto "patto d'alleanza" il governo di Washington si impegnò ad aiutare il regno wahabita se e quando questo fosse minacciato nella sua "integrità nazionale e nelle principali sue risorse". Agli Stati Uniti l'Arabia Saudita assicurava la certezza di rifornimenti di greggio ove fosse stato necessario colmare eventuali tagli del Venezuela, del Messico.
Il patto fra la democrazia più aperta e dinamica del Globo e il Paese più chiuso dell'Area del Petrolio, ha funzionato: la prima Guerra del Golfo vide gli Stati Uniti mobilitarsi contro Saddam, reo d'aver invaso il Kuwait, non tanto per riaffermare i principi del diritto internazionale quanto, se non soprattutto, per garantire l'integrità dell'Arabia Saudita. Di più: con l'aiuto dell'egiziano Mubarak, Bush padre mise in piedi una coalizione dove gli arabi moderati andavano a braccetto con la Siria: tutti contro l'odioso Saddam. Costui, vistosi perso, issò la bandiera palestinese e anche qui la Casa Bianca seppe affidarsi alla politica più realista promuovendo la Conferenza di Madrid. Un evento storico: israeliani e palestinesi si incontrarono e dopo essersele cantate presero (miracolosamente) a parlar di pace. Gli accordi di Oslo, l'impegno di Clinton, il rapporto amichevole, fatto di reciproca stima, instauratosi fra Rabin e Arafat discendono tutti dalla prima Guerra del Golfo, dai suoi esiti politici.
Quella guerra risparmiò Saddam ma smosse, comunque, le acque internazionali riproponendo l'ineluttabilità di risolvere l'atroce conflitto annoso fra israeliani e palestinesi, saldando altresì il fronte dei paesi arabi moderati.
Tutto cambia con l'11 di settembre. La Superpotenza scopre la sua fragilità ma il trauma sfiora la patologia quando l'America è costretta a sospettare dell'amico saudita. La mancata collaborazione fra i Servizi americani e sauditi (Washington la imputa alla "ambiguità" di Riad, che, a sua volta, si sente offesa da "assurdi sospetti"), ha provocato guasti forse irreparabili. Gli Stati Uniti, presi dalla (comprensibile) preoccupazione di non perdere la faccia, anziché privilegiare la guerra al terrorismo, han sfoderato la carta vincente: la potenza militare per vincere sul terreno due volte: cacciando il Tiranno, democratizzando l'Iraq. Affidandosi alla improvvisazione, tuttavia: noi italiani diremmo "allo stellone". Gli attentati della settimana scorsa (Riad, Casablanca, Gerusalemme) e quelli che son seguiti, le difficoltà d'ordine pratico, psicologico, politico in violenta moltiplicazione quotidiana a Baghdad, riaffermano una verità banale ma sgradevole: senza strategia qualsiasi tattica dura lo spazio d'un mattino.
I grandi esperti (anglosassoni ed egiziani) non sembrano credere a una rinascita di al-Qaeda. Non pensano esista una centrale poiché la cosiddetta Piovra, ritengono, è un arcipelago del terrore nutrito da un nefasto contagio, da spontaneismo, non una organizzazione dotata di strateghi e di quadri operativi. C'è addirittura chi parla di "ultimi fuochi". Sia come sia un 11 settembre non sembra ripetibile. Rimane, tragico alimentatore d'odio verso l'Occidente cristiano, il problema dei problemi: la Palestina. In antico i pescatori di Tiberiade bagnavano le gomene delle loro barche affinché il nodo marinaio risultasse forte tanto da rendere se non impossibile assai difficoltoso scioglierlo. In Palestina il nodo è la pace. Ma è stato, è, bagnato di sangue e dunque più tempo passa e più diventa difficile scioglierlo.

duane hanson
  

Il nuovo Ulivo sarà libero e giusto
su
il Riformista 22 maggio

Non c'è che dire, come cabina di regia del nuovo Ulivo allargato ai movimenti sarebbe suggestiva: Piero Fassino, Francesco Rutelli, Sergio Cofferati, Michele Salvati, Umberto Eco, Massimo Cacciari. Ma cabina non è, perlomeno non ancora, bensì platea di ospiti, quelli dell'iniziativa che Libertà e Giustizia ha organizzato per il 3 giugno al teatro Smeraldo di Milano, girotondescamente titolata "Giù le mani dalla democrazia", slogan il cui significato politico non necessita di chiosa.
A due settimane dall'insediamento del nuovo presidente Sandra Bonsanti, ex direttore del Tirreno, comincia infatti a farsi evidente il riposizionamento dell'associazione, sempre più direttamente interessata alle logiche di riassetto dell'Ulivo e sempre più tentata dal proporsi come sintesi politica del girotondismo. Il nuovo consiglio di presidenza si è finora riunito una sola volta, ma è bastato per mettere un cantiere un documento di indirizzo in cui si tracciano le linee del nuovo progetto politico: fare di L&G l'anello di congiunzione tra i partiti dell'Ulivo e la società civile impegnata nei movimenti, prefigurando un impegno diretto dell'associazione nel percorso di creazione del nuovo centrosinistra. E' sulla base di questo documento che l'ala movimentista vuole impegnare l'associazione a partecipare attivamente all'assemblea ulivista del 20 giugno. In questo percorso L&G abbandona il profilo originale potenzialmente bipartisan per abbracciare le tesi care alla galassia movimentista, come testimonia anche l'agenda prossima ventura: L&G sarà presente al congresso dei movimenti che si svolgerà a Cagliari dal 31 maggio al 2 giugno, e il giorno dopo tasterà il polso ai leader del centrosinistra in vista dell'assemblea costituente del nuovo Ulivo fissata al 20 giugno, appuntamento al quale L&G intende partecipare da protagonista, contribuendo con le proprie idee e i propri quadri alla formazione dei nuovi organismi dirigenti dell'Ulivo. "Vogliamo ripensare il modello di partito, a partire dal nuovo protagonismo della società civile", dice l'imprenditore Riccardo Sarfatti, membro del consiglio di presidenza e trait d'union con i movimenti. Bonsanti nega che si possa parlare di svolta di L&G, ricorda che l'ex numero uno Gianni Locatelli è rimasto nel consiglio di presidenza, ma ammette che "sono cambiati i tempi". E Sarfatti spiega come: "Questo governo procede a colpi di deleghe senza controllo ai poteri forti".
La svolta rispetto agli esordi, sebbene coperta da un velo di prudenziale understatement, è copernicana. Uno dei suoi interpreti principali è Claudio Rinaldi, che dopo aver sfiorato l'addio per una polemica sulla Fiat con l'allora garante di L&G e vicepresidente Fiat Franzo Grande Stevens, è oggi il grande timoniere con i suoi interventi quasi quotidiani sul sito dell'associazione (mentre Stevens non è più della partita). Ma proprio per via dei precedenti rinaldiani l'associazione ha il problema di muovere nel modo più soft possibile, per non entrare di nuovo in conflitto con i garanti (tra cui Aulenti, Galante Garrone, Veronesi), la cui disponibilità potrebbe essere messa in discussione da una troppo esplicita partitizzazione di L&G. Per questo l'associazione continua a predicare continuità col passato e sul 3 giugno Bonsanti prova a ridimensionare l'impatto dello slogan di convocazione: "Diciamo "giù le mani dalla democrazia", non vogliamo fare terrorismo, i toni allarmistici non ci appartengono, ma crediamo che la situazione cominci a farsi grave". Il dialogo coi moderati continua ("Ci piacerebbe organizzare qualcosa rivolto all'elettorato moderato di centrodestra", dice Bonsanti), e la coordinatrice Simona Peverelli, approdata a L&G dopo l'organizzazione del Palavobis, aggiunge: "Per il fatto di aver detto da subito che intendevamo parlare anche ai moderati del centrodestra qualcuno ha parlato di bipartisan, ma forse è stato un fraintendimento". L'equivoco potrebbe chiarirsi presto.

ralph goings
  

"Giù le mani dalla democrazia"
Libertà e Giustizia schiera Eco
Ferruccio Sansa su
la Repubblica 22 maggio

Roma - "Giù le mani dalla democrazia". È il richiamo lanciato da "Libertà e Giustizia" e insieme il titolo di un incontro organizzato dall´associazione. L´appuntamento è fissato per il prossimo 3 giugno, quando sul palco del Teatro Smeraldo, a Milano, saliranno tra gli altri Umberto Eco, Massimo Cacciari, Sergio Cofferati, Piero Fassino, Francesco Rutelli e Michele Salvati. L´obiettivo? "Discutere di quali forme può prendere la democrazia in questo momento di crisi, ma anche di grandi opportunità. Noi vorremmo che la nostra democrazia fosse ancora più ricca, le vecchie forme di democrazia non ci soddisfano più", spiega Sandra Bonsanti, presidente dell´associazione. Si parlerà così anche delle nuove forme che assumeranno i partiti, "del nuovo rapporto fecondo che li legherà con la società civile".
Riccardo Sarfatti, consigliere di "Libertà e Giustizia", ricorda: "Oggi non c´è altro modo di fare politica, se non saldare i partiti e la società civile. Invece sta avvenendo proprio il contrario, si stanno cioè accentrando i poteri forti fuori da qualsiasi controllo". E aggiunge: "Chi ha più desiderio di partecipare, più rabbia, sono proprio i moderati. Sono molti i repubblicani e i liberali che si rivolgono a noi perché vogliono partecipare alla vita civile e politica".
Di qui parte l´iniziativa dell´associazione che ha sede a Milano, ma si sta radicando anche nelle altre regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Lazio e, prossimamente, Puglia e Campania). Che dialoga con i partiti e ha contatti anche con gli altri movimenti.
Secondo un sondaggio compiuto via Internet, il 77,8 per cento degli aderenti a "Libertà e Giustizia" (www.libertaegiustizia.it) sono convinti che anche le alte cariche dello Stato debbano essere sottoposte a indagini e processi come i normali cittadini. Insomma, niente immunità. Soltanto l´11,9 per cento, invece, ritiene che i procedimenti debbano essere sospesi per la durata del mandato.
E ancora: ben il 93 per cento dei simpatizzanti ritiene che, in caso di condanna, Silvio Berlusconi dovrebbe dimettersi, mentre l´81,8 per cento pensa che l´autonomia della magistratura sia diminuita e il 96 per cento che le inchieste su Tangentopoli siano state una "risposta necessaria per contrastare la corruzione del sistema e moralizzare la politica".
I simpatizzanti di "Libertà e Giustizia", sempre secondo un sondaggio via Internet, hanno fiducia soprattutto nei Ds (66,5%), nei Girotondi (63,9%) e nella Margherita (56,7%). In una percentuale più modesta si fidano anche dei centristi del centrodestra, come l´Udc (7%).
Ieri sera a Roma l´associazione ha organizzato la presentazione del nuovo libro di Paolo Sylos Labini Berlusconi e gli anticorpi. Con Sandra Bonsanti c´erano Giovanni Bachelet, Nicolò Lipari, Gianluigi Melega e Valerio Zanone.

robert cuttigham
  

“Giornalisti vil razza dannata”
Giuliano Ferrara, oltre ad “autodenunciarsi” come informatore della CIA negli anni '80, ha dovuto pubblicare sul Foglio una rettifica concordata col Financial Times. Aveva infatti pubblicato un articolo tradotto dal giornale inglese eliminando alcune puntute frasi rivolte a Berlusconi.


Chi non e' un corrotto a vent'anni e' un pirla
Wouldbe sul
Barbiere della Sera 16 maggio

Negli stessi anni cui fa riferimento Ferrara, quindi la prima metà degli '80, ero un felice cronista di interni, scapolo, ma con un figlio piccolo, e un bel dì conobbi, non ricordo in quale occasione, un tizio barbuto che mi offrì un biglietto da visita dell'ambasciata americana

Barbiere caro al mio cuore,
registro lestamente un nick dopo aver letto il pezzo di Pennina su Giuliano Ferrara e ti racconto la mia storia con la Cia.
Negli stessi anni cui fa riferimento Ferrara, quindi la prima metà degli '80, ero un felice cronista di interni, scapolo, ma con un figlio piccolo, e un bel dì conobbi, non ricordo in quale occasione, un tizio barbuto che mi offrì un biglietto da visita dell'ambasciata americana con su scritto Mike Ward, primo segretario.
Il nome lo rivelo perché tanto era fasullo, l'ho scoperto qualche mese più tardi. Magari è lo stesso che ha conosciuto Giuliano.
Era un tipo simpatico e parlava un inglese così masticato tra i peli della barba che me lo rese ancora più simpatico.
Cominciammo a vederci di tanto in tanto in un bar self service su via Boncompagni, e anche, mi pare, in un ristorante cinese dalle parti di via Veneto (Mandarin?), e pure, ora che mi ci fai pensare, ai tavolini del vecchio Berardo sotto la Galleria Colonna.
duane hanson
  
Mike era interessato alla politica italiana e io interessatissimo alle notizie che un primo segretario dell' ambasciata americana avrebbe potuto sganciarmi.
E infatti me ne sganciò. Roba buona, non eccezionale, ma merce di qualche valore e perfino controllabile su altre fonti.
Dopo un paio di mesi, Mike decise di giocare a carte scoperte e mi disse con grande allegria che lui lavorava per The Company ed era particolarmente interessato, oltre che all'andazzo politico italiano (era il periodo, come ricorda Ferrara, del superscazzo Craxi – De Mita), al problema dell' hi tech transfer, ovvero del trasferimento di alta tecnologia a paesi a rischio (oggi si direbbe “stati canaglia”), sport nei confronti del quale le aziende italiane hanno sempre mostrato una buona propensione.
Insomma, per fartela breve, la nostra amicizia si consolidò perché Mike era davvero un tipo interessante, con una moglie gentile che allestiva il barbecue nel giardino in una luminosa e spoglia casa sulla Cassia.
Pur non essendo io un fine annusatore della politica del calibro di Giuliano Ferrara, intrattenevo Mike su appassionanti questioni, come la famosa staffetta che, dice la storia, avrebbe dovuto aver luogo tra Craxi e De Mita a Palazzo Chigi e palle del genere.
Lui apprezzava, bontà sua, le mie osservazioni, le confrontava con ciò che leggeva sui giornali e rideva come un pazzo delle nostre cerimoniosità politiche.
Poi si faceva serio e mi spiegava che la sua pensione fortunatamente non era poi così lontana, non era lontano il giorno in cui, in qualche buco della Virginia, avrebbe messo su un pub con la moglie.
Io annotavo sul taccuino Pigna d'ordinanza le dritte che lui mi soffiava. Mai preso una smentita. La fonte era ottima. In fondo, come seppi dopo, a Roma era il numero due della Ditta.
Un giorno umido, al baretto di via Boncompagni (era ormai passato quasi un anno) Mike buttò la conversazione sui figli e sul fatto che lui non ne aveva. Dovevano dare un sacco di preoccupazioni, eh?
A proposito, disse, te la prenderesti a male se noi della Company aprissimo un conto corrente in Svizzera intestato a tuo figlio sul quale versare 800 dollari al mese? Così si potrà pagare gli studi quando sarà grande.
Oggi sorrido e rimpiango che questo non sia accaduto ai giorni nostri perché avrei potuto rispondere: “E che sono Previti io?”.
Invece risposi educatamente che lo ringraziavo del pensiero ma che, facendo il giornalista, e di sentimenti sinceramente filo occidentali, non mi sembrava tanto carino prendere una bustarella dalla Cia, anche se non gialla e sotto forma di civile bonifico bancario a revoca.
Mike si scusò simulando un imbarazzo che non provava e mescolò lo zucchero nella tazzina di caffè. Tagliammo corto e la cosa finì lì.
A questo punto dovrei scrivere: “Da quel momento qualcosa cambiò nel nostro rapporto”.
Neanche per idea. Ancora per qualche mese Mike continuò a sganciare dritte, almeno sette su dieci buone e verificabili, e io continuai a strologare di politica italiana.
Poi Mike, come aveva chiesto ai suoi, si trasferì in Giappone. Sparì. Tanto che fui io, non sapendo dove diavolo rintracciarlo, a spedirgli un messaggio tramite l'ambasciata americana di Roma, che gli venne recapitato a Osaka. Da lì infatti ricevetti mesi dopo una sua cartolina.
Amen. Spero che Mike stia bene e abbia aperto il suo pub in Virginia perché sulle notizie non mi ha mai dato fregature. Mi è sempre parso una persona per bene.
Ora, Barbiere caro, ti chiederai perché ti racconto questa storia. Solo perché ho scoperto che tra me e Giuliano Ferrara c'è un'altra differenza. Io facevo il giornalista e i soldi non li ho presi. E credo sia una gran bella differenza della quale mi rallegro.
Leggo nel pezzo di Pennina che anche il giovane Luca Sofri li accetterebbe di buon grado se qualcuno glie li offrisse.
Una volta si diceva: “Chi non è comunista a vent'anni è un coglione”. Riformulerei: chi non è un corrotto a vent'anni (e anche alla mia età) è un pirla.
Wouldbe


Lo svarione del Foglio
Michele Serra su la Repubblica 17 maggio

Il Foglio, gran recensore dei giornali e dei giornalisti altrui, ha fatto uno svarione (palesemente doloso, nonché doloroso) pubblicando un articolo del Financial Times opportunamente mondato in favore di Berlusconi. Al FT si sono molto incazzati e hanno preteso rettifica e scuse. Entrambe concesse e pubblicate in prima pagina: ma con una chiosa che spiega ampiamente perché il Foglio e Ferrara, che potrebbero essere un´amena sbavatura faziosa nel panorama non sempre vivace della stampa italiana, si trasformano così spesso in allegri bastonatori delle idee altrui, una variante più letterata (e cosciente) dei Feltri, dei Fede e dei Belpietro.
Dice dunque il Foglio: "Si tratta di un errore dovuto a imperizia redazionale (e fin qui, possiamo anche fingere di berla, ndr), perché questo giornale di porcate ne fa, ma belle, anzi grandi, smisurate, e di queste piccolezze si vergognerebbe". In questa rivendicazione di ribalderia c´è tutto Ferrara: ovvero il rilancio puerile della scorrettezza come vezzo anticonformista, e proprio in un paese che ha fatto della scorrettezza la propria suprema forma di conformismo. Per quanto mi concerne, quando mi rendo conto di avere scritto una porcata (per "imperizia redazionale", sia chiaro) mi dispiace, e basta. Imparo da Ferrara, finalmente, che dispiacersi è ipocrita. Più spiritoso appuntarsi la porcata al petto, come una medaglia.

ralph goings
  

L'inchiesta allo specchio del “Times”
Gianni Riotta sul Corriere della Sera 17 maggio

NEW YORK
- Joe Sexton, capocronista del New York Times , impreca chiedendosi come mai il miglior giornale del mondo lanci Jayson Blair, uno sbarbato di 27 anni famoso per le sue bugie, in prima pagina e cada così in uno scandalo storico. Il direttore Howell Raines, faccia e fisico da mastino, spesso celati sotto il cappello Panama da latifondista dell'Alabama, interrompe la drammatica assemblea dei giornalisti del Times e obietta: "Non fare il demagogo e non essere volgare!". Ma deve rispondere della sua débâcle davanti ai colleghi e all'editore: Jayson Blair ha pubblicato tante bugie, scopiazzature e invenzioni che il Times ha dovuto correggere domenica scorsa in quattro pagine, senza precedenti, di umiliante autocritica. "Mi spiace avere perduto la vostra fiducia - dirà ai cronisti Raines, pentito - spero di riguadagnarla". Non sarà facile. Anche Le Monde , il quotidiano che ha in Francia e in Europa lo status del New York Times nel mondo, vive un suo calvario parallelo. Per il giornale francese i guai vengono da un volume micidiale, in 630 pagine, "La face cachée du Monde" (la faccia nascosta di Le Monde ), requisitoria di Philippe Cohen e Pierre Péan contro il direttore Jean Marie Colombani e il suo braccio destro Edwy Plenel. Le Monde censurerebbe le notizie, favorirebbe i gruppi industriali amici, sarebbe governato con uno stile dittatoriale e autocratico.
chuck close
  
Il vignettista Plantu, il Giannelli di Le Monde , protesta contro Colombani e Plenel disegnando su Internet il suo topolino simbolo che, di nascosto, legge il libro-accusa . Le grandi firme si ribellano, Robert Solé è censurato da Plenel, Daniel Schneidermann incalza: "Il libro è una legittima inchiesta, con una solida base".
La destra repubblicana già gongola in America "Chi crederà più al Times durante le elezioni?", e l'attacco a Le Monde ha venduto 350.000 copie. Nell'epoca di Internet e della tv spazzatura non c'è più spazio per il giornalismo di approfondimento, di valori, di inchiesta, con articoli di esteri e cultura, caro al New York Times e a Le Monde ? La risposta è sì, lo spazio c'è. Il New York Times ha, come compagnia globale (17 quotidiani locali, incluso il Boston Globe , in Europa il quotidiano Herald Tribune , 8 reti tv e due radio, oltre al sito Internet numero uno al mondo per l'informazione), un fatturato di tre miliardi di dollari ed è il solo negli Usa ad acquistare lettori: 1.150.000 copie al giorno, la metà per la già anemica edizione nazionale, un salto di 250.000 copie nei giorni feriali e 300.000 per la megaedizione della domenica. Le Monde era sull'orlo del fallimento quando il corso Colombani l'ha preso in mano e adesso risale la china, anche se resta in rosso, 13 milioni di euro perduti nel 2001 e bilancio negativo anche per il 2002, secondo il Financial Times . Prestigio assoluto.
Lo scisma che scuote le due cattedrali va però analizzato da chi ha a cuore i destini della superstite libera stampa d'opinione. Provare a accoppiare il rigore del giornalismo classico con la frenesia Internet, mescolare la cultura tradizionale del cronista che parla con la fonte, taccuino in mano, con il carosello di siti, fonti, portatili, cellulari e salotti è ubriacante.
E una sbornia annunziata è Jayson Blair, afroamericano, figlio di un ispettore generale con l'incarico di smascherare truffatori: Edipo colpisce ancora. La famiglia vive a Centreville, quartiere della Virginia che il Washington Post , lieto di bastonare i rivali del Times , descrive come "un paradiso". Jason è detestato dai suoi compagni d'università, ma adorato dai professori. E quando arriva al New York Times , sarà detestato dai colleghi e adorato dai capi. Fa un sacco di errori, e Joyce Purnick, cervello della cronaca gli consiglia "Vai piano, finisci l'università e poi fatti le ossa in un giornale di provincia". Troppa fatica per Jayson. Lui finge di laurearsi e torna al Times . Il suo talento sono le tecnologie, ignote allo stato maggiore dei sessantenni. Dirotta il telefonino per rispondere da Brooklyn quando dovrebbe essere a Washington, e grazie alla fidanzata, addetta all'archivio del Times , si fa girare via scanner e e-mail sul computer le foto delle scene lontane, che descrive negli articoli redatti in cucina. Che la mamma della ragazza, Zuza Glowacka, polacca, sia la migliore amica di Krystyna Stachowiak, a 38 anni compagna del direttore Raines più vecchio di venti, aggiunge allo scandalo il gusto preferito dalle riviste rosa.
Blair non è solo un manipolatore di macchine. E' soprattutto un manipolatore di anime. Scruta il vicedirettore Gerald Boyd, nero come lui, formale, l'unico in giacca e cravatta alla caotica assemblea del mea culpa, accanto a Raines e all'editore Arthur Sulzberger scamiciati. La generazione dei giornalisti afroamericani alla Boyd ha dovuto faticare il triplo per farsi accettare nei giornali dei bianchi. Boyd invidia il sorriso, l'allegria del suo protetto. Ma Blair ha letto anche l'articolo che ha fruttato il premio Pulitzer al direttore Raines, il ritratto lungo e struggente di Grady Hutchison, la governante nera che fa da mamma al bambino Howell nell'Alabama razzista degli anni Cinquanta. Raines si sente colpevole per la repressione dei bianchi e si cura con affetto della vecchia Grady. Il vicedirettore afroamericano e il direttore bianco sudista che vuole riscattare le vergogne del passato lanciando un giovane nero. La malizia di Blair e l'ingenuità ideologica di due veterani che, tra Washington e New York, hanno smascherato presidenti, sindaci e mezza generazione di politici, fa lo scandalo.


Pane al pane
Occhio alle bufale
Lorenzo Mondo su La Stampa 18 maggio

I fatti i fatti i fatti, separati dalle opinioni. Una regola aurea del giornalismo, e ripetuta ossessivamente, per garantire la verità della notizia dalla, sia pure rispettabile, parzialità dell'interpretazione. Una interpretazione che, in prima istanza, vorrebbe essere lasciata al lettore. Sappiamo quanto sia illusoria l'oggettività pura, ci sono situazioni e avvenimenti che contengono di per sè il germe dell'ambiguità e in ogni caso non si può prescindere dalla parzialità, per così dire nativa, del giornalista che vede e racconta: il suo sguardo, le sue emozioni e, a voler sottilizzare, la sua stessa scrittura. Ma quell'assioma, più che formulare una sicura regola di condotta, indica un'ispirazione-guida, impone quanto meno il principio della buona fede. Certifica la nobiltà della professione. D'altronde esistono infiniti accadimenti lineari, incontrovertibili che basta un onesto mestiere a restituire. E nei paesi in cui vige la libertà di stampa, unita a una robusta coscienza civile, vale come potente correttivo la pluralità delle voci. Capaci di svelare la pura e semplice frode, di contestare gli idoli della tribù, le complicità con ogni forma di potere, le indulgenze dettate da presunti intangibili valori, da fervorose "unions sacrées".
Sono osservazioni non peregrine che vengono riproposte con forza da alcuni fatti recenti in cui si fa, appunto, questione, e scempio, di fatti. È lo scandalo scoppiato al New York Times, palestra e modello del giornalismo "liberal", dove un cronista rampante è stato colto con le mani nel sacco. Ha imperversato per mesi con inchieste sul campo che in realtà ha realizzato senza muoversi dal suo studio. È una spregiudicatezza che, per la relativa irrilevanza dei temi affrontati, riguarda il fraudolento estensore degli articoli e i tardivi controlli del suo giornale.
Altra responsabilità riveste la "bufala", segnalata su queste pagine da Paolo Mastrolilli, che si riferisce alla liberazione della giovane soldatessa americana in Irak. In un contesto meno glorioso di quello propalato dalle fonti militari e dai loro consulenti hollywoodiani. Jessica Lynch era stata ferita in un incidente stradale, non da colpi di arma da fuoco. Non era stata torturata dagli sgherri di Saddam ma accudita dai medici irakeni, impazienti che i suoi venissero a riprendersela, senza messinscena da Indiana Jones. Sono i media inglesi che, a dispetto dei colleghi americani, hanno raccontato la sua vera storia. Il controllo ha funzionato, anche se esercitato dall'altra parte dell'oceano. Servirà di sprone ai cugini americani. Potranno intanto verificare le asserzioni del ministro della Difesa Donald Rumsfeld che attribuisce alla Guardia repubblicana, prima che la capitale fosse conquistata, il saccheggio del museo di Bagdad. Perché venga attribuita a ciascuno, secondo giustizia, la sua parte di infamia.

audrey flack
  

Licio Gelli poeta, premio assicurato
Filippo Ceccarelli su
La Stampa 18 maggio

Performance tardo-situazionista di Licio Gelli che continua a mietere premi letterari in giro per l'Italia, ma poi non si presenta a ritirarli. Forse non tutti sanno che il Maestro Venerabile della Loggia P2, uno dei protagonisti dei grandi scandali che hanno scosso l'Italia nei primi Anni Ottanta, è diventato uno scrittore e anche un poeta assai prolifico. Strano ma vero, terminato il suo avventuroso viaggio nel potere, Gelli ha dato alle stampe oltre 60 opere e da qualche anno, anche ora che ne ha 84, partecipa a tutti i concorsi disponibili. In oltre 160 occasioni ha ottenuto coppe, targhe, pergamene, medaglie e riconoscimenti. Ma poi di solito le cose si complicano e lui se ne rimane a Villa Wanda, ad Arezzo. Ieri pomeriggio ha fatto sentire la sua mancanza all'hotel Satellite Palace di Ostia, dove era atteso per il premio "Anco Marzio". Nella lunga sala, sul palco drappeggiato di rosso, c'era la nomenklatura di Ostia, una delegazione di vigili urbani in gran spolvero, l'intrattenitore al pianoforte, il pittore e la modella seminuda dipinta. In platea il giornale con la foto del Venerabile, con un bel pizzetto risorgimentale. Al posto di Gelli si è presentato un suo devoto fedele: Elvio Lombardi, un toscano furbo e simpatico che lavora con lui sin dai tempi della Permaflex, "Le assicuro - dice - non è potuto venire perché stava male". Tra i modelli del Venerabile c'è senz'altro Cagliostro, l'avventuriero del Settecento, un po' mago e un altro po' "sola", come si direbbe oggi. Ebbene, magari lui non lo sa, ma Gelli si muove secondo i più evoluti schemi strategici del "guerrilla marketing": utilizza cioè la propria provocatoria notorietà per dare lustro ad eventi sociali e culturali. Un premio? A Gelli? si chiede la gente. E abboccano giornalisti e curiosi. Le eventuali proteste completano questo inusitato modello promozionale, molto italiano. C'è già un'ampia casistica. Ribellioni a Riolo per il premio "Valle Senio"; perplessità al "Santa Chiara" di Udine; patrocinio tolto al "Laurentum"; sale negate allo "Jacopone" e al "Grifo d'oro", e così via. Lui, Gelli, oltretutto, ci fa pure una bella figura perché ha solo scritto delle poesie, mentre i suoi contestatori stanno ancora lì a rinfacciargli la storia della P2. Ieri sera, per la verità, a Ostia era tutto liscio. Non solo, ma un attore importante e un uomo certamente libero come Arnoldo Foà ha pure letto tre poesie del Venerabile: "Anche l'ultima cenere", "Ma ella non rispose" e "Uccelli dalle ali di fuoco". L'unica condizione posta da Foà era che le liriche gelliane fossero belle. E su questo si sospende il giudizio. Di sicuro il Venerabile tiene moltissimo alle sue poesie - che fa sapere tradotte anche in bulgaro, svedese, georgiano, rumeno e croato - ed è molto sensibile agli elogi che riporta con qualche meticolosità su Internet (www.club.it/autori/licio.gelli). Certo l'autore si presenta come un animo un po' troppo delicato, almeno rispetto all'immagine pubblica e alla vita che ha vissuto: dalla guerra di Spagna ai tesori del Montenegro, dai giochi pericolosi nella Toscana insanguinata del 1944 alla miseria del dopoguerra; poi il successo, l'intrigo, i miliardi, il potere, in Italia e in Argentina, Banco Ambrosiano e Corriere della Sera; fino allo schianto del 1981, la fuga, la galera, i lutti, l'evasione, la malattia, i processi. E ora la poesia, pure. Poeta di quantità, si direbbe Gelli: capace di scrivere più di quanto legge, e premiato forse più di quanto riesca a scrivere. C'è anche un ponderoso e a tratti imbarazzante saggio critico sulla sua poetica, di Ferruccio Monterosso. Titolo: "Nelle zolle della vita umana, l'eterno enigma" (ed Giuseppe Laterza). Ma in fondo è proprio Gelli, l'enigma. Basta saperlo per regolarsi meglio.

john de andrea
  


   25 maggio 2003