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Il contratto Fiat

Giuseppe Poliani
December 28, 2010 10:21 PM


L'accordo di Natale è una gran porcata a cui si sono prestati in sindacati moderati. Condivido pienamente  il comportamento della CGIL FIOM e spero che il centrosinistra si adoperi senza tregua per dimostrare l'incostituzionalità del comportamento FIAT e smascheri l'ipocrisia dei moderati che stanno snaturando le regole della convivenza sociale nel paese e le regole dettate dalla Costituzione.

Giuseppe Poliani



Salvatore Iannazzo
December 29, 2010 1:52 AM

Certo, a paragonare il contratto imposto da Marchionne con quello precedente, non ci sono dubbi: è molto più pesante, e grava in gran parte sui lavoratori, compensato com'è da un limitato aumento nella retribuzione.
Ma il paragone è fuorviante. Si paragona infatti un contratto che la Fiat pensa possa funzionare con uno che la stessa Fiat ha constatato non funzionare.
Cosa intendo con "funzionare"? Intendo: che consenta alla Fiat di riguadagnare la competitività nel suo settore. Non dimentichiamo infatti - e l'ho già scritto in passato su Arengario - che la Fiat è una società a rischio. Il settore dell'auto, come hanno scritto gli esperti, è in una situazione critica: la capacità produttiva mondiale è notevolmente superiore alle capacità di assorbimento del mercato. Già oggi è così, ma la situazione è destinata a peggiorare, non a migliorare. Indiani e cinesi, che nel settore dell'auto ancora quasi non si vedono, stanno entrandovi alla grande. E abbiamo già visto in altri settori i mutamenti che riescono ad imporre: semplicemente occupano il mercato e fanno chiudere le fabbriche del vecchio mondo. Senza contare (ma fino a quando?) cinesi ed indiani, la Fiat è dunque - per le condizioni di mercato che già oggi sussistono - una società a rischio, probabilmente quella più a rischio in Europa. Era inevitabile, dunque, che il nuovo contratto fosse sensibilmente più gravoso del precedente. E paragonarlo a questo non serve a nulla, se non ad alimentare pianti o rimpianti.

Il paragone invece va fatto con quello di lavoratori dello stesso settore, ma di paesi in cui l'industria automobilistica riesce ancora a sopravvivere dignitosamente. Parlo in primo luogo della Germania, ma anche della Francia. Non conosco il settore dell'auto, non mi intendo molto di relazioni industriali. Ma sarei curioso di sapere perché la Volkswagen - per parlare di un'azienda contro la quale,  un ventennio fa, la Fiat riusciva a competere efficacemente - sia oggi - così sembrerebbe - di gran lunga meglio piazzata della Fiat. Eppure, stando a quel che si legge, i salari in Volkswagen - come in genere per tutta l'industria tedesca - sono all'incirca doppi di quelli della Fiat. C'è qualcuno, tra i lettori di Arengario, in grado di spiegare l'arcano? I lavoratori dell'auto in Germania lavorano più o meno di quanto Marchionne vuol far lavorare quelli della Fiat? E le pause?  E gli straordinari? E l'assenteismo? E gli scioperi? E le ferie? E - in una sola parola - la produttività?
Una cosa però constato: Pietro Ichino, che non credo possa essere considerato un negriero, mi sembra sia favorevole alla proposta Marchionne. Ed un'altra: l'alternativa dei lavoratori Fiat è - tragicamente - di scegliere tra sopportare condizioni più gravose di lavoro e correre il rischio che la loro azienda sia la prima grande a saltare, per lasciare il suo mercato ai molti altri che premono tutt'intorno.

Toti Iannazzo



Armando Pioltelli
December 29, 2010 2:45 PM

In Germania fanno innovazione e ricerca, nuovi prodotti, alla FIAT fanno i bocconiani, fanno tante tabelle gant e pert dove risulta che la produttività è bassa, ci credo se si fa la cassa integrazione e non si innova dove vuoi competere.
In Lombardia la FIAT ha chiuso a DESIO, ARESE, BRESCIA ecc.
Vi ricordate la bufala di Formigoni sull'auto ecocompatibile da produrre ad ARESE.
Non è possibile imporre ai lavoratori la riduzione delle pause, la mensa a fine turno, limitare il diritto di sciopero, non pagare la malattia nei tre giorni di carenza, così si chiamava negli anni Sessanta, in cambio solo del mantenimento della occupazione a MIRAFIORI senza un posto di lavoro in più.
Non si può escludere il sindacato maggioritario, impedire le elezioni delle rappresentanze e trattare solo con i nominati da Fin e UILM, il porcellum in confronto è il massimo della democrazia, per finire quando si tratta si concede e si riceve, alla Fiat ci sono solo imposizioni: prendere o lasciare, con il fascismo di MUSSOLINI c'erano almeno le corporazioni.
Per finire in GERMANIA nei CDA il sindacato è presente, OPEL non vi dice niente? La FIAT ha tentato e giustamente è stata messa alla porta perché con i fichi secchi ci cascano solo Cisl Uil e I tanto lui ha può permettersi di pagare un affitto di 1500 € al mese a ROMA per fare il deputato, facile predicare bene e razzolare male, vedi MARCHIONNE che prende oltre 300 volte lo stipendio di un suo operaio.
Come dice mio suocero durante la guerra gli ufficiali tedeschi erano davanti ai loro plotoni, mentre gli italiani gridavano avanti stando nelle retrovie, anche nel nostro mondo del lavoro è così, impariamo dagli ALPINI lì gli ufficiali stavano davanti.
Esempio calva perché come nelle guerre si manda a morire la povera gente, con la globalizzazione questi signori propongono solo la guerra tra i poveri.
Lenin lo aveva capito i nostri dirigenti del centro sinistra si adeguano e così si perde.

Armando
UNITI SI VINCE   



Giuseppe Pizzi
December 29, 2010 10:40 PM

Per come la vedo io, Armando ha ragione, ma Toti non ha torto.
E' vero che la Fiat è messa male, e rischia una brutta fine. E' da un bel pezzo che la sua produzione - con qualche sporadica eccezione - non regge il confronto competitivo. Inutile continuare a paragonarla alla Volkswagen, che negli ultimi venti o trenta anni non ha mai sbagliato un colpo, dalla Golf alla Polo alla Passat alle Audi (tutte). E' riuscita a ridare un aspetto dignitoso perfino alle Seat e alle Skoda, mentre la Fiat sfornava le Duna e le Brio, le Bravo, le Palio e le Stilo, roba per patrioti nazionalisti amanti del kitsch. Senza parlare del comfort e della tenuta meccanica, dove, pur ammettendo qualche riavvicinamento recente, ancora ce ne corre.
Sempre per come la vedo io, Marchionne si sta aggrappando a tutti gli appigli possibili per salvare il valore residuo della Fiat. Non ha esitato a esercitare l'opzione put con la GM - prendetevela o pagate pegno. La GM ha fatto un balzo all'indietro (neanche la Fiat avesse l'Aids) e ha staccato con un sospiro di sollievo un assegno da un miliardo e mezzo di euro, un toccasana per non soccombere subito ai rigori della crisi. Poi Marchionne ha tentato di annegare i malanni della Fiat in quelli della Opel, con l'obiettivo di guarire gli uni e gi altri con l'aiuto del governo tedesco. La Merkel e soprattutto i sindacati tedeschi non hanno abboccato, Obama ha salvato la GM e con la GM anche la Opel. E Marchionne, con straordinaria abilità, ha immediatamente cambiato obiettivo, e ha puntato l'intera posta a sua disposizione, se stesso e la Fiat, sulla Chrysler. Se salva la Chrysler, salva anche la Fiat. Solo che Marchionne e la Fiat non bastano a salvare la Chrysler (non dimentichiamo che ci ha già provato la Daimler Mercedes, e dopo qualche anno si è dovuta ritirare per non rimetterci le penne), ci vuole il contributo determinante dei lavoratori della Chrysler, che hanno convertito in azioni il loro fondo di assistenza sanitaria, e del governo degli Stati Uniti, che ha messo sul piatto otto miliardi di dollari.
Ecco, quando parliamo del nuovo contratto e delle nuove relazioni industriali a Pomigliano e a Torino, dobbiamo pensare che al tavolo non c'è più la Fiat, c'è la Chrysler-Fiat, una multinazionale che sta decidendo un investimento in Italia con il denaro dei lavoratori e dei contribuenti americani, che quindi tratta Pomigliano e Torino come due dei suoi tanti siti produttivi, come Kokomo nell'Indiana o Toluca in Messico o Windsor in Canada o Belo Horizonte in Brasile, e che farebbe fatica a spiegare ai suoi azionisti di maggioranza, il sindacato e il governo americani, che al lavoro italiano vanno riconosciute, con dollari americani, condizioni molto migliori di quelle imposte al lavoro americano. Il contratto lo si può anche rifiutare, però insieme ai dollari.
Sempre che il contratto non violi la legislazione italiana, la questione è questa, Torino come Detroit, sennò solo Detroit, tanto più che non ce n'è per tutti, già sono state sacrificate un paio di fabbriche negli USA, e in Italia Termini Imerese è in vendita per un euro. 
E la VW? e la BMW? e la Renault? Perchè loro no? Giunti a questo punto, inutile chiederselo, almeno per il momento.

G. Pizzi



Giuseppe Poliani
December 29, 2010 11:09 PM

Forse è meglio ripassare un po' di storia prima di dare giudizi definitivi stando comodamente in poltrona come Ichino, non rischiando nulla e pontificando sulla pelle di Marco Biagi e su quella dei giovani precari. Occorre ricordare che c'è una generazione che, grazie a genietti come Ichino, non hanno più futuro, e operai che non hanno più diritti.
Mi sembra che la Costituzione sia fondata sul lavoro, non sullo sfruttamento del lavoratore, sulla delocalizzazione e sull'incapacità dei top manager o sulla meschinità di intellettuali organici al regime e qualche sindacalista moderato.
Questo articolo di Cremaschi su Liberazione di oggi mi sembra possa rimettere in riga il dibattito. La verità può essere scomoda ma è l'unica via realistica per poter proseguire su una strada sicura a favore dei lavoratori.
Tutti dicono di voler cambiare modello di sviluppo e di pensare ai lavoratori e agli ultimi, soprattutto in questi tempi natalizi pervasi da un'atmosfera insolitamente buonista (v. Articolo di C. M. Martini sul Corriere), ma poi alla verità dei fatti l'unico che apre il portafogli mi pare sia il Cardinale Tettamanzi e chi se lo prende in quel posto, tanto per dirlo fuori dai denti, come sempre è proprio l'ultimo.
Forse c'è una questione morale anche nella CISL e nella UIL.

Giuseppe Poliani



Salvatore Iannazzo
December 30, 2010 11:07 PM

Devo dire che né Armando né Giuseppe (Pizzi), pur facendo delle considerazioni degne di attenzione, hanno colto il punto essenziale del mio scritto. Perciò voglio precisarlo e ribadirlo.
E' verissimo che la Fiat, e forse tutta l'industria italiana - tranne qualche settore particolare - non ha brillato nella scelta e nel numero dei prodotti. Ed è verissimo che, se l'avessero fatto, avrebbero potuto beneficiare con maggior frequenza della boccata d'ossigeno che un nuovo prodotto di successo sempre procura. Ma è altrettanto vero che ciò non avrebbe risolto il vero problema. E infatti alla Fiat non sono mancate le boccate d'ossigeno. Non dovute ai nuovi prodotti che - come documenta Giuseppe - sono stati troppo pochi rispetto alla concorrenza e per giunta non sempre indovinati. Dovute invece ai frequenti incentivi, le "rottamazioni" artificiali, camuffate da necessità di adeguare il parco auto a nuovi e più rigorosi standard d'inquinamento.  Ma queste boccate d'ossigeno, pagate peraltro dai cittadini acquirenti,  non hanno risolto i problemi della Fiat. Che infatti,  esaurito l'ossigeno, ha dovuto nuovamente confrontarsi con i suoi problemi veri. I quali in realtà  si compendiano in uno solo, ma enorme: la minore produttività rispetto a quella dei suoi concorrenti, che fa lievitare i costi di produzione e che quindi erode i margini di guadagno fino a renderli irrisori se non addirittura negativi. Sulle cause di questa bassa produttività si potrebbe aprire una discussione lunga quanto si vuole, e non voglio impegnarmi nell'impresa; ma certo, caro Armando, non è causata da quelli che "alla Fiat fanno i boccioniani fanno tante tabelle gant e pert,dove risulta che la produttività è bassa" (e ti ricordo, con l'occasione, che Gannt e PERT sono strumenti per il controllo dei tempi di sviluppo di prodotto, e che il loro uso non ha relazione alcuna con la produttività, che si misura invece sulle linee di produzione). Nè, per la stessa ragione, dalla "bufala di Formigoni sulla auto ecocompatibile da produrre ad ARESE". Questo prodotto, qualunque fosse il suo tipo - e potenzialmente ce ne sono parecchi - anche se tecnicamente fattibile avrebbe oggi costi di produzione incompatibili con le esigenze di mercato; lo dimostra il fatto che nessuno lo produce, anche se tutti - e penso anche la Fiat - hanno, giustamente, programmi di ricerca.  Che la promessa di Formigoni fosse una bufala, mi spiace dirlo, avrebbero dovuto accorgersene a suo tempo anche le pietre.

Si torna dunque alla casella di partenza, come nel gioco dell'oca: al problema vero della produttività e dei costi di produzione. Che Marchionne sta affrontando e cerca di risolvere con un approccio che non ho difficoltà a definire brutale: imponendo ai lavoratori italiani una scelta drammatica: o mangi questa minestra o.... Ma come ricorda Giuseppe, quelli della Chrysler non sono per nulla stati trattati meglio: rischiano, oltre che il posto di lavoro anche le loro pensioni. E tuttavia, a sentire le interviste con alcuni di loro, Marchionne è giudicato una specie di Mosè che aprirà le acque del mare per portarli in salvo: sono convinti che sia l'unica persona che possa proteggerli da un futuro ancora più triste. Peraltro, com'è evidente, Marchionne ha una gran fretta: il governo USA e i lavoratori Chrysler gli danno fiducia e soldi, ma si attendono velocemente risultati positivi.

Da noi invece tutto il contrario, i duri e puri si ribellano: si negano i diritti dei lavoratori, si riducono le pause, si limita il diritto di sciopero, etc.etc......
Ma io chiedo: qual è l'alternativa?
E se la risposta che otterrò, come alcuni pensano, fosse: torniamo a com'era prima!, allora proseguo con altre domande.
Come si risolve il problema della produttività e dei costi di produzione? Si torna ai periodici contributi governativi a fondo perduto? Alla cassa integrazione permanente? Ai prepensionamenti?
So già come qualcuno vorrebbe rispondere: questi non sono problemi nostri, ma della Fiat!
Ma così ancora una volta torniamo alla casella di partenza. E se si ragiona così il risultato non potrà che essere uno solo: l'uscita di scena della Fiat, o almeno la sua uscita dall'Italia.
E' davvero questo quel che vogliono i lavoratori? A giudicare da quanti accettano il cosiddetto "ricatto" di Marchionne sembra, per fortuna, che la maggioranza di loro risponda di no. Torno allora a chiedere ai duri e puri che protestano: come sono trattati dal punto di vista normativo i lavoratori tedeschi o francesi dell'auto? Cosa danno alle loro aziende per guadagnarsi stipendi ben più alti di quelli italiani? Ed inoltre: poiché noi tutti, dal primo all'ultimo, nel nostro egoistico interesse abbiamo fatto sì che una grave ipoteca gravasse sui nostri figli (si pensi al debito pubblico, ma non solo), non sarebbe il momento di accollarsi una piccola, seppur  difiicile correzione, così da restituire ai nostri figli una Fiat forte e competitiva sul mercato? Ad un'azienda forte e remunerativa sarebbe giusto chiedere di dividere con i suoi lavoratori i guadagni che porta a casa, e i  loro figli - se questo fosse il risultato ottenuto - potrebbero pretenderlo. Ma oggi non c'è nessun guadagno da dividere. Al contrario, c'è solo da lavorare per ottenerlo.
Per finire riporto l'ultima frase, che condivido totalmente, dell'articolo di Dario Di Vico sul Corriere di oggi, "Il lavoro cambia, la sinistra no":
"La società globale  - e non Marchionne - obbliga tutti ad essere pragmatici e a stilare un alfabeto dei diritti e delle tutele diverso da quello del passato. Si tratta di provarci".

Scusate la lunghezza.

T.Iannazzo



Giorgio Majoli
December 31, 2010 2:46 AM

Caro Toti, non conosco a fondo le questioni, ma non credo che la soluzione per la Fiat in Italia sia quella di cercare di ridurre i costi delle auto riducendo il costo della manodopera, per una serie di motivi: 1) le auto Fiat non sono particolarmente care rispetto a quelle similari di altre marche; 2) temo che la manodopera "a basso costo"  si trovi soprattutto in altri paesi (es. quelli europei dell' est, in Cina e sud America) e quella italiana non potrà mai costare di meno per una questione di mercato del lavoro nel suo complesso; 3) in Germania, mi risulta  che la VW paghi i suoi operai quasi il doppio di quelli italiani, ma sia molto meno in crisi; 4) in molti paesi europei si lavorano meno ore delle 40 ora proposte da Fiat, con un grande passo indietro e con una riduzione della paga oraria unitaria; 5) non è annullando i diritti fondamentali e di rappresentanza di chi lavora che si ottengono buoni risultati in un' impresa; 6) sembrava in un primo momento che Marchionne proponesse una sorta di cogestione, ma in realtà è emersa una sua reale volontà ricattatoria e di potere, come se in un parlamento il governo dicesse che "o si vota la nostra legge o il partito che si oppone non viene più riconosciuto e viene estromesso"; 7) dove la Fiat ha saputo innovare (es. auto con combustibili alternativi) ha avuto buoni risultati. Dovrebbe probabilmente cercare un maggior utilizzo degli impianti; maggior affidabilità e durata del prodotto, una sua maggiore innovazione e competitività. Molte di queste considerazioni le ho sentite fare da Cofferati in una recente intervista su Radio 24. Devo dire che le condivo. Quello che poi irrita è vedere come in questa crisi, per esempio, ai dipendenti pubblici, di certo i non meglio pagati, è stato bloccato il contratto per tre anni (spesso si inizia da lì) e che la forbice degli stipendi (in alcuni casi anche lì) è andata aumentando a dismisura, non certo per premiare il merito. Aumentano i fenomeni di clientelismo, mentre anche certa parte politica sembra sempre più intenta a garantirsi una agiata sopravvivenza. Quelli che risentono assai poco delle diverse manovre finanziare sono i già più forti economicamente e vengono socializzate le perdite e i sacrifici e non gli utili. Non credo però siano questi gli ingredienti per governare bene un paese. Senza contare che: " a tirare troppo la corda, a volte si rompe...". Basta qualche "bolla speculativa finanziaria" che scoppia e salta in aria l' economia di un paese.  Ricordiamo che l' Italia è tra quelli a rischio. La moderazione e la ponderazione delle questioni spesso non guasta.         
Ciao
Giorgio
  


Giacomo Correale
December 31, 2010 10:35 AM

Non ho la passione per le auto, come per il calcio, né grandi competenze tecnologiche, quindi chiedo scusa in anticipo per le  stupidaggini che potrei dire.
Sicuramente c'è un problema di produttività.
Ma che la Fiat veda diminuire drammaticamente le sue vendite in Europa del 10%, mentre tutti gli altri le incrementano, non dipende dalla produttività, ma dal prodotto.
Finché Alfa,  Lancia e Fiat non saranno comparabili (ma diverse!) con BMW, Audi e VW, per non parlare di Prius, temo che la quota di mercato si assottiglierà sempre più.
La Fiat deve trovare un nuovo posizionamento sul mercato, altrimenti è destinata a fallire.
Se VW ha come logo "Das auto", Fiat dovrebbe avere "Non solo auto". 
Guardate il film Somewhere: il protagonista viaggia in Ferrari. A un certo punto l'auto va in panne. Ma resta sempre una Ferrari.
In sintesi: Che senso ha aumentare la produttività, se poi si perdono quote di mercato? Per riempire i piazzali di auto invendute e poi fallire?

Giacomo

PS Qualcuno mi può spiegare perché un'Alfa non è comparabile con una BMW, come è provato dal fatto che in Italia le  BMW  trovano  tanti acquirenti (a partire dall'ahinoi presidente del Consiglio) a differenza delle Alfa? Cosa si dovrebbe e potrebbe fare per essere all'altezza?



Armando Pioltelli
December 31, 2010 5:27 PM

Caro TOTI io ho sempre acquistato auto FIAT ma da ora in poi non lo farò più,stesso metodo che ho applicato per i prodotti eseguiti in paesi dove fanno lavorare i minori.
La politica non può nulla,gli scioperi con la globalizzazione altrettanto, oggi il potere sta dalla parte dei consumatori.

Armando
UNITI SI VINCE



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