prima pagina pagina precedente




Lodo Pomigliano

Giuseppe Poliani
June 24, 2010 1:16 AM


Luciano Gallino oggi su la Repubblica definisce la proposta indecente della FIAT come "Lodo Pomigliano" e riporta dei dati interessanti.
 
"In Italia la FIAT produce 650.000 vetture l'anno con 22.000 dipendenti. In Polonia ne produce 600.000 con 6.100 operai. In Brasile le vetture prodotte sono 730.000 e i dipendenti soltanto 9.400. Inoltre il costo del lavoro in quei due paesi, contributi sociali inclusi, è molto più basso. E' vero che in Italia si costruisce un certo numero di vetture di classe più alta che non in Polonia o in Brasile. Pur con questa correzione il rapporto auto prodotte / dipendenti resta nettamente sfavorevole agli stabilimenti FIAT in Italia.
...
Con l'applicazione totale del modello FIAT, le imprese si sentirebbero autorizzate a far ritornare una parte della produzione delocalizzata in Italia, alla semplice condizione che essa sia accompagnata da salari e condizioni di lavoro che si approssimano sempre più a quella dei lavoratori dei paesi emergenti."
(L. Gallino: I conflitti del Lingotto. la Repubblica, 23/6/2010).
 
Per chi non l'avesse ancora capito questa è la globalizzazione liberista iniziata parecchi anni fa e sbagliata due volte: perchè tende a ripetere un modello di sviluppo consumistico ormai obsoleto e suicida, e perchè stringe in una morsa senza diritti i lavoratori, giocando al ribasso dei costi di produzione e facendo leva sulla minaccia di delocalizzazione, allargando gli spazi di diseguaglianza sociale fino a ridurli a macchine da produzione.
 
Giuseppe Poliani
 


Franco Isman
July 03, 2010 5:23 PM

Due aspetti del problema, differenti ma con effetti che si sommano.
Secondo i dati presentati, che mi sembrano così gravi da dubitarne, la produzione annua di automobili per ciascun dipendente sarebbe:
Italia: 650.000 / 22.000 = 30 auto/persona
Polonia: 600.000 / 6.100 = 98 auto/persona
Brasile: 730.000 / 9.400 = 78 auto/persona
Ripeto, credo e spero che i dati non siano omogenei e che, assenteismo a parte ed oltre alle macchine di maggior pregio, nei dipendenti italiani molti siano gli addetti alla progettazione ed a compiti non direttamente legati alla produzione. Se così non fosse saremmo davvero una manica di lavativi.

Poi vi sono le differenti condizioni retributive, contributive e di “stato sociale” nelle diverse nazioni.
Poliani dice che si fa leva sulla minaccia di delocalizzazione per giocare al ribasso con i diritti dei lavoratori. Ha perfettamente ragione, ma non è da oggi che mi chiedo, in un modo globalizzato e con le frontiere aperte, come sia possibile che un'azienda, per sopravvivere, non sposti la produzione in Paesi dove il costo del lavoro è la metà o dieci volte inferiore che da noi, penso ad esempio a Polonia, Bulgaria e Cina.
In un mondo aperto al commercio internazionale e che i più avanzati fra noi auspicano senza confini per tutti, le condizioni dei lavoratori nel lungo, molto lungo, periodo sono destinate a livellarsi ed è utopistico pensare che ciò possa avvenire al massimo livello, ma nell'immediato non riesco a vedere rimedi a questa migrazione della produzione verso i paesi a minor costo, e quindi peggiori condizioni, dei lavoratori, con gravissime ripercussioni sull'occupazione nei Paesi avanzati.

Mi piacerebbe che qualcuno più ferrato di me in problemi economici (per esempio Giacomo Correale…) possa sviscerare il problema.

Franco Isman



Giuseppe Pizzi
July 03, 2010 7:01 PM

Se ogni mese in Italia si fanno tre settimane di cassa integrazione e una di lavoro ad assiemare Alfa e Lancia (che nessuno vuole neanche a tirargliele dietro), mentre in Polonia o in Brasile si lavora a tempo pieno (più straordinari) sui modelli più richiesti, il rapporto diventa fin troppo favorevole.

G. Pizzi



Armando Pioltelli
July 03, 2010 7:47 PM

Una PANDA si monta in 60 minuti, la PUNTO di MELFI 180 minuti, la complessità delle auto a maggior valore aggiunto, sono prodotte a MELFI, CASSINO, MIRAFIORI.
A POMIGLIANO, ex Alfa, si veniva assunti per clientela e i primi 3 stipendi andavano al padrino, la camorra è presente ma la azienda non è capace di buttarli fuori, hanno fatto un reparto per costoro dove non fanno nulla e  vengono pagati.
FIAT è debole con i forti e forte con i deboli, perchè far votare un plebiscito dove non c'era scelta.
IL quesito SI oppure NO è di fascista memoria, oggi c'è la Costituzione Repubblicana nata dalla resistenza che deve essere applicata anche dentro le aziende.
IL contratto prevede il licenziamento per scarso rendimento, i finti malati si possono trovare chiedendo la visita dei medici dell'ASL, basta applicarlo .
DIRITTI e DOVERI, ma solo doveri non va bene.
Grazie ai quei lavoratori che hanno avuto il coraggio del NO: oltre 1800.
IL troppo stroppia e l'unghia sul pene non cresce, GOVERNO e padroni hanno rotto i c.......
Quando questo popolo italiano si sveglierà dal sonno della ragione? Cosa deve ancora succedere!!!!

Armando
UNITI SI VINCE
 


Franco Isman
July 03, 2010 9:19 PM

Quella dell'unghia sul pene è una verità che non conoscevo, ero rimasto all'osteria numero venti !
Ho messo in dubbio per primo le statistiche riportate, sarebbe comunque interessante avere dei dati più attendibili.
Armando però ci dice cose certamente vere data la fonte:
"la camorra è presente ma la azienda non è capace di buttarli fuori, hanno fatto un reparto per costoro dove non fanno nulla e  vengono pagati": ma se la situazione è questa o trovo una soluzione oppure chiudo bottega e me ne vado !
E quanto possono essere efficaci le visite fiscali, in generale ed in un luogo ad alta densità camorristica in particolare ?
 
Ad ogni modo il quesito più importante, al quale non vedo davvero soluzione, era il secondo.
Quesito che si può porre anche in altro modo: come può una azienda industriale di un Paese avanzato, e in particolare italiana, reggere la concorrenza con prodotti fabbricati per esempio in Cina dove le condizioni dei lavoratori sono enormemente peggiori ed il loro costo è una frazione di quello italiano ?
 
Franco Isman
 


Giuseppe Poliani
July 03, 2010 10:42 PM

Penso che mafia e competitività a parte, fattori molto importanti e storicamente più che determinanti soprattutto nel Sud Italia, vorrei ricordare la vignetta apparsa su la Repubblica alcuni giorni fa dove si vedevano i due soliti operai chiedersi chi mai avrebbe potuto comperarsi una Panda con gli stipendi da fame che si sarebbero ritrovati dopo l'accordo con FIAT.
Questo è un fattore che Marchionne dovrebbe tenere presente e non solo per l'Italia insieme ad un altro che però questa classe dirigente incapace e inetta non sa vedere: cioè è inutile continuare a costruire Panda dentro un mercato supersaturo di auto (magari anche migliori delle FIAT).
Rimango della mia opinione che in Sicilia bisogna produrre pomodori, mandarini, frutta in genere, potenziare la pesca, il turismo e tanta, tantissima cultura e arte, oltre che iniziare (ma siamo già in ritardo grazie a ministri incompetenti e corrotti), a produrre energia solare che potremmo vendere a tutta l'Europa infreddolita del Nord.
Altro che ponte di Messina. Perchè non ci chiediamo come mai l'energia elettrica costa il doppio in Sicilia (Il ministro Prestigiacomo non ne sa nulla ?)
Ma pretendo troppo da questa classe dirigente che non sa pensar altro che al mercato ed ai favori per il proprio interesse. Basta con la libera impresa che distrugge ambiente, energia, e tessuto sociale.
Il  capitalismo è in crisi irreversibile e ripete vecchi schemi di produzione globalizzati ma occorre trovare un nuovo modello di sviluppo senza sprechi e per il bene comune. Non possiamo continuare a ragionare con una logica imprenditoriale vecchia sulle rovine di un modello di sviluppo risultato da 50 anni di DC con mafia ed imprenditori amici.
La storia non è affatto finita.

Giuseppe Poliani



Salvatore Iannazzo
July 03, 2010 11:57 PM


Giacomo Correale si intende di economia certo molto più di me e potrà, se vuole, dire la sua. Io, avendo speso buona parte della mia vita professionale in azienda, credo di poter portare un contributo alla discussione.
L'industria automobilistica è diventata, oggi, l'emblema di quel che ci aspetta anche in altri settori. Com'è ampiamente noto (e se così non è, prego chi lo sostenga di fornirne le prove) il mercato dell'automobile si trova in una situazione insostenibile: la capacità produttiva mondiale è molto superiore al mercato disponibile. Quindi qualcuno dovrà uscire di scena. E' proprio per evitarlo che il mercato viene continuamente "pompato" artificialmente imponendo regole e limiti che, appunto artificialmente, rendono obsolete ed inutilizzabili le automobili vecchie di alcuni anni (la cosiddetta "rottamazione"), che invece avrebbero davanti a sè ancora parecchi anni di vita utile. Come ha osservato qualcuno, in questa situazione drogata, la competizione non è più tra aziende, ma fra Stati: ogni Stato (anche gli USA!) protegge e finanzia, più o meno direttamente, la propria industria automobilistica, nella speranza di riuscire a resistere un giorno di più dello Stato concorrente. Finora, tuttavia, ciò non è avvenuto. Persino la Opel, che solo pochi mesi fa sembrava dovesse essere inghiottita dalla crisi della General Motors, è riuscita ad uscirne indenne (o almeno così sembrerebbe). Oggi i lavoratori della Opel non protestano più - come invece fecero all'acme della crisi - mentre invece protestano quelli della Fiat.
In una situazione come questa è evidente che il fattore principale da tenere sotto controllo è il costo per unità prodotta. Che, ed è ovvio, deve essere inferiore al prezzo di vendita, dettato a sua volta dal mercato. Se non si rispetta questa condizione l'azienda va in crisi. La produttività (n. di pezzi prodotti nell'unità di tempo) ed il costo del lavoro per unità prodotta sono elementi fondamentali del costo totale per unità prodotta. Qualsiasi azienda che operi nel settore deve avere un costo per unità prodotta non superiore a quello del suo concorrente. Se non ci riesce avrà prodotti di qualità e/o di tecnologia inferiori a quelli del suo concorrente: venderà meno, e non riuscirà a resistere a lungo.
Come si risponde dunque al quesito che Franco Isman pone a conclusione del suo intervento? Non ci sono molte vie d'uscita: i lavoratori, se vogliono avere qualche possibilità di conservare il posto di lavoro, devono rassegnarsi a condizioni (essenzialmente produttività e retribuzione oraria) confrontabili con quelle dei lavoratori delle ditte concorrenti, anzi migliori. Ci sono, certamente, fattori che possono attenuare queste dure condizioni. Ad esempio, se si riesce ad investire a sufficienza e, prima ancora, se si possiede la tecnologia per farlo, si può - come si dice - "automatizzare" la produzione, con ciò aumentando la produttività e così riducendo l'apporto a questo fattore da parte dei lavoratori; oppure costruendo macchine "più belle"(esteticamente, ma anche tecnicamente), che gli acquirenti sono perciò disponibili a pagare di più. O con altri provvedimenti simili, ma tutti di impatto secondario.
Oggi, da parte di alcuni, si protesta contro le condizioni richieste dalla Fiat per Pomigliano; e si afferma che si tratta di un attentato allo stato sociale acquisito dai lavoratori. Non discuto: sarà certamente così. Ma non sarà che è proprio questo stato sociale che è necessario mettere in discussione? Non è ancora chiaro che gran parte degli italiani hanno vissuto una stagione felice, viziata però dal fatto di essere significativamente al di sopra delle risorse disponibili? Non si dice forse che tutti (tutti, anche la "casta") dovremmo "stringere la cinghia"? Siamo disposti a farlo, o dobbiamo rassegnarci ad uscire di scena, anche se sventolando l'inutile - ormai - bandiera del nostro stato sociale?

Toti Iannazzo



Armando Pioltelli
July 04, 2010 9:47 AM

La risposta sta nella ricerca e nella innovazione del prodotto, non possiamo competere con Cina e India, ma se MARCEGAGLIA  e soci piuttosto di proporre sempre la solita musica "Togliere ai poveri per dare ai ricchi" pensassero fare gli imprenditori veri come furono Olivetti, Pirelli forse le cose cambierebbero.
Cosa aspetta la FIAT a produrre l'auto ecologica, che si muove senza il combustibile fossile, occorre inventare l'auto che si muove ad energia solare e venderla a costi più bassi così si vince sul mercato.
Ma la risposta sta nel vecchio motto PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI, nel 1914 i vari partiti socialisti votarono i crediti di guerra ai vari governi, il risultato fu che milioni di proletari marcirono nelle trincee con milioni di morti.
Oggi il capitalismo ripropone sempre la stessa ricetta, la guerra tra i poveri operi di Pomigliano contro gli operai Polacchi, Serbi, Brasiliani, la caduta del muro di BERLINO fu l'inizio della guerra tra i poveri.
Quindi PROLETARI DI TUTTI PAESI UNITEVI, organizzati da sindacati veri e da partiti socialisti che guardino al mondo e non al proprio orticello nazionale.

Armando
UNITI SI VINCE



Salvatore Iannazzo
July 04, 2010 3:33 PM

Il problema è che la questione Pomigliano va decisa ORA, non tra dieci o vent'anni. Ammesso che l'auto ad energia solare sia la soluzione (cosa su cui ho enormi dubbi, anche perché sarebbe necessario disporre in primo luogo di una sorgente economicamente valida di energia basata sul sole, cosa che non è, e che, da sola, sarebbe un grossissimo vantaggio), tanti ce ne vorrebbero prima di averla.
Ricordo anche che ai tempi di Olivetti, Pirelli e tantissimi altri anche più vicini a noi, era l'Italia la Cina del mondo (aiutata peraltro dalle continue "svalutazioni competitive", che non erano certo fatte a favore dei lavoratori). Ed i nostri concorrenti diretti (Francia, Germania, Inghilterra) facevano verso l'Italia le medesime critiche che ora, tutti insieme, facciamo alla Cina: che i nostri operai erano sfruttati, senza assistenza e con stipendi da fame (cose, infatti, verissime).
Ricordo inoltre che ancora, almeno nel settore dell'auto, non è la Cina né l'India il nostro concorrente (e quando lo diventeranno sarà ancora più dura....). Ma la Francia, la Germania, il Giappone; paesi cioè che assicurano ai propri lavoratori condizioni di vita ritenute accettabili; e che quei lavoratori (molti dei quali italiani!) rispondono con tassi di produttività evidentemente compatibili con la sopravvivenza di quell'industria. Perché da noi non succede altrettanto?
Che poi l'innovazione di prodotto e dei metodi produttivi siano, assieme alle scuole e alle università,  fattori importantissimi ed assolutamente non trascurabili è una verità incontrovertibile. Ma si richiedono, oltre che le idee, investimenti colossali. E temo che oggi, nello stato in cui siamo ridotti, anche questi manchino. Almeno fino a che non ci saremo dati, tutti, una bella regolata.

Toti Iannazzo



Giuseppe Pizzi
July 06, 2010 7:59 PM

Aggiungo un paio di note a questo interessante dibattito.

Oggi, nell'era della robotica, i tempi della produzione automobilistica dipendono sempre di meno dalla mano d'opera. Tutta questa insistenza nell'attribuire al fattore umano il divario di produttività fra Pomigliano e Tychy a me pare poco credibile. A parità di dotazione di macchinario e di strumentazione automatica, che differenza volete che ci sia fra una fabbrica italiana e una polacca, o brasiliana? Certo, una fabbrica automatizzata rende se gli impianti, quando il mercato tira, girano a tutta, giorno e notte, ed è probabilmente questo che Fiat vuole garantirsi prima di mettere in gioco centinaia di milioni di investimento. E non ci vedo niente di sbagliato. Se però pretende, a questo scopo, di intaccare diritti che la legge in Italia garantisce a tutti i cittadini, allora la fabbrica vada pure a farla da un'altra parte. Non sarebbe Pomigliano a cacciare la Fiat, sarebbe la Fiat ad abbandonare l'Italia.

Poi c'è la questione del costo del lavoro. Il confronto con paesi a basso costo del lavoro è un tema ricorrente, che non smetterà mai di ripresentarsi. Oggi si portano a riferimento la Polonia e il Brasile, ma domani sarà il turno della Serbia o dell'India, ci sarà sempre un posto al mondo dove si potrà trovare gente che si accontenta della metà di quello che per l'operaio italiano è già un miserabile salario. Le basse retribuzioni sono tipiche dei paesi poveri. L'Italia non lo è, anzi si vanta di essere la quinta potenza industriale, perché dovremmo confrontarci con i salari del terzo mondo? Forse perché è lì che stiamo lentamente scivolando?

G. Pizzi



Armando Pioltelli
July 07, 2010 7:44 PM

La soluzione sarebbe il Triumvirato che abbatté il muro di BERLINO.
Gorbacioff, Papa Giovanni Paolo II, Reagan che grazie la stupidità del primo che gettò il bambino con l'acqua sporca, grazie il secondo con i soldi dello IOR e la mafia con CALVI che ci ha lasciato la pelle, grazie il terzo che inventò la globalizzazione con l' impero del male.
Questi tre signori inventarono un certo elettricista di nome WALESA.
I cantieri Lenin non ci sono più ma SOLIDARNOSC scioperava e gli scioperi erano pagati dallo stato polacco, scioperarono perfino per l'aumento delle sigarette.
Tanti Walesa in INDIA, in CINA, in BRASILE farebbero capire agli schiavi del 21º secolo, gli operai, che la democrazia capitalistica offre solo sfruttamento e bassi salari.
Esportiamo sindacato, solo così potremo salvarci

Armando
UNITI SI VINCE



Franco Isman
July 08, 2010 9:12 AM

ferrari formula 1
Anch'io aggiungo…
Fattore umano.
Sono stato recentissimamente con gli archingegneri a Maranello a visitare lo stabilimento della Ferrari, che è molto diversa dalla Fiat ma, naturalmente, ha anche molto in comune.
L'automazione è importante e ci sono esempi strepitosi, ma la catena di montaggio con le operazioni predisposte ed eseguite a mano ne ha probabilmente altrettanta nell'economia del prodotto (non sono in grado di esprimere percentuali).
Ed alla catena di montaggio possono essere addetti più o meno operai, con più o meno jolly e, soprattutto, può andare più o meno veloce: ricordiamo quella in costante e folle accelerazione in Tempi Moderni! A Maranello, la catena di montaggio è anomala in quanto l'assemblaggio delle Ferrari non avviene in serie ma su commessa e quindi con una successione di automobili di diverso modello e con diversi optional: ad una 458 Italia, la nuova berlinetta a due posti con motore ad otto cilindri a V, può seguire una spider California, che ricalca le orme della classica 250 California del '57, poi una dodici cilindri, poi un'altra con guida a destra per un cliente inglese e via discorrendo. In queste condizioni il tapis roulante su cui sono posizionate le vetture si sposta di una postazione ogni venti minuti, tempo evidentemente determinato da quella che richiede maggior lavoro, con grandissimo spreco.

Assenteismo.
E' un fattore determinate e qui credo che Fiat abbia ragioni da vendere. Ma ha anche perfettamente ragione Pizzi: Fiat non può certo pretendere di intaccare diritti che la legge in Italia garantisce a tutti i cittadini, il diritto di sciopero in primis, piuttosto “la fabbrica vada pure a farla da un'altra parte. Non sarebbe Pomigliano a cacciare la Fiat, sarebbe la Fiat ad abbandonare l'Italia”.

Perfetto, ma è proprio quello che accade e non potrà che accadere sempre di più nel prossimo futuro, con gli operai in Cina o a Timbuctu che lavorano dodici ore al giorno per dodici euro, senza alcuna garanzia ed alcun diritto (esagerando, naturalmente).

Franco Isman



EVENTUALI COMMENTI
lettere@arengario.net
Commenti anonimi non saranno pubblicati